martedì 3 gennaio 2012

Ruggiero non è più consigliere Regionale


Ruggiero non è più consigliere Regionale , la cassazione da ragione all'avvocato Montagna. Senso civile richiederebbe le dimissioni di Folino

Dal blog di Ottavio Frammartino



La corte di cassazione rigetta l'opposizione dell'ormai ex consigliere regionale Ruggiero contro la sentenza di decadenza emessa dalla corte di Appello di Potenza condannando lo stesso al risarcimento i 5.200 euro per ogni uno dei ricorrenti , che sarebbero in tutto 7. Questo pronunciamento mette fine ad un iter giudiziario durato circa un anno è promosso dall’ex sindaco di San Giorgio,Gennaro Labollita, difeso dall’avv. Vincenzo Montagna, evidenziando l’incompatibilità tra la carica di Commissario straordinario della Comunità Montana Basso-Sinni e quella di Consigliere regionale, quindi l’ineleggibilità del candidato Vincenzo Ruggiero che a questo punto potrebbe fare spazio aPancrazio Gagliardi, primo dei non eletti nella lista materana dell’Udc alle scorse elezioni regionali e altro promotore del ricorso.. Subito dopo il deposito della sentenza l'esponente politico del partito di Casini avrebbe dovuto abbandonare i banchi del parlamentino lucano e fino ad allora davrebbe douto astenersi da ogni deliberazione in quanto presente durante la lettura del Giudice , anche perchè la sentenza della corte di appello era esecutiva. I consiglieri regionali, ai sensi delle leggi in vigore invece ed esclusivamente valutare non più la posizione del Ruggiero ma le condizioni del neo proclamato Pancrazio Gagliardi per convalidarne o meno l'elezione. Ingiustificatamente si sono rifiutati di farlo.

Il motivo posto a base dell'incredibile sospensione della sentenza era del tutto pretestuoso. Fecero allora riferimento alla legge n.165/2004 e si citarono precedenti errati, datati e superati , addirittura il presidente Follino parlò di sovranità del consiglio regionale in pieno conflitto con le leggi dello stato Italiano e dell’ordine giuridico non tenendo presente che quella disposizione di legge, che per altro non ha il significato che i consiglieri regionali lucani le attribuiscono, è stata ritenuta, in casi analoghi, inapplicabile dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n.16898 del 25/7/2006. La decisione del Consiglio Regionale era senza procedenti nell'applicazione della legge e nell'esecuzione della sentenza, una decisione molto grave sotto il profilo giuridico e sotto il profilo politico. Del profilo giuridico si è già detto. In relazione al profilo politico sia consentito evidenziare come l'espediente cui facero ricorso è stato quello di eludere la legge ed il tentativo di scardinare e deligittimare una sentenza dell’ordinamento giudiziario. Addirittura il presidente Folino in un esposto alla procura della Repubblica contro il comitato promotore del ricorso contro Ruggiero , reo quest’ultimo di aver diffidato il consiglio ad eseguire la sentenza della corte di appello parlo di tentativo in cui si intravedevano , non una battaglia di legalita , ma di sovvertimento della sua potestà o sovranità. Oggi questa sentenza della corte suprema di cassazione fa giustizia della verità , ancora una volta la classe dirigente Lucana ha perso un’altra occasione di stare con la legalita e con il rispetto delle leggi. Folino ne dovrebbe trarre le dovute conseguenze , dando in silenzio le dimissioni , noi d’altro canto se non vedremo una discontinuità forte in tal senso , daremo incarico a uno studio legale affinchè si verifichi la possibilità di rendere nulle o ineficaci per vizio di leggittimita tutti gli atti votati in consiglio dal consigliere abusivo Ruggiero
Pubblicato da Ottavio Frammartino a lunedì, gennaio 02, 2012

I rendimenti pubblicitari di novasiriinfo


Dal 2005 sul Blog di Nova Siri pubblico le statistiche annuali, quanti visitatori e pagine viste ci son state sul Blog e sul sito web. Quest’anno invece, non in preda ad una mia paranoia… ma di altre persone, le quali divulgano informazioni sbagliate per le vie di Nova Siri… e anche per quelle legali, pubblico il rapporto sui rendimenti pubblicitari del sito www.novasiri.info!

 Clicca sull’immagine per ingrandirla. La freccia rossa indica il periodo di tempo dei report, dal primo gennaio 2011 al primo gennaio 2012, l’importo sottolineato è il rendimento annuale.

Perchè mostrarvi questo report? Beh, innanzitutto perchè sono tutte entrate FATTURATE, quindi non sono un evasore!

Sono rimasto davvero amareggiato, per la grande ignoranza di alcune persone, le quali sostengono e divulgano informazioni sbagliate sul mio conto ed operato, sostenendo che io lucri sulle vicende novasiresi, alimentando pettegolezzi e “male lingue” per poter guadagnare con la pubblicità! Bene, signori, giudicate voi, i report sono qua e ditemi se con questi rendimenti io potrei mai mantenere una famiglia composta da 4 persone! Grazie a Dio il mio lavoro consiste in altro!

Io mi limito a mostrare il vostro torto e non ad agire per vie legali, come spesso mi è stato consigliato… proprio per non mettermi alla pari della Vostra dignità.

Con sommo dispiacere, sono costretto a constatare, dal 2005 ad oggi, che le “opere” di gratuità per la nostra comunità non solo non vengono sostenute, ma vengono denigrate! Non m’importa perchè, comunque questo luogo conta tanti lettori, per essere un Blog che narra le notizie di un piccolo Comune, i quali sono realmente interessati a quello che accade nella nostra comunità, al contrario di chi dovrebbe interessarsene!

Spero che questo Blog possa continuare essere un luogo dove poter discutere in maniera sana e poter essere uno strumento per vivere bene in un Paese migliore. Abitiamo in Basilicata, la Regione d’Italia con le maggiori risorse naturali ma allo stesso tempo una delle Regioni più povere d’Italia! Matera e la sua provincia non vengono neanche mensionate nella classifica delle città più o meno vivibili d’Italia. Per non parlare del potenziale di Nova Siri, delle cose che ci sono, che ci dovrebbero essere, per essere un comune turistico e di quello a cui si potrebbe tendere per abitare in un luogo migliore!

Felice 2012. Giannicola Montesano
fonte: www.novasiri.info

I Miserabili


I Miserabili
dal blog di Beppe Grillo

  Una domenica mattina, anni fa, in
un'isola dell'Oceano Indiano, ho lasciato
i miei amici e mi sono incamminato lungo
la costa. Ho superato delle grandi palme
che si allungavano sulla spiaggia per
seguire delle voci. Allegre. Venivano da
un piccolo villaggio. Gli abitanti erano
vestiti quasi di nulla. Qualche camicetta,
dei pantaloncini, dei cappelli di paglia.
Cantavano, qualcuno rideva esibendo
denti bianchissimi. Le case erano
capanne, piccole, ma confortevoli. C'era
un rivo di acqua trasparente con pesci e
perioftalmi, i pesci che camminano, che
ho visto solo lì. Mi guardavano
indifferenti, sia loro che gli indigeni.
Avranno pensato che fossi un
miserabile, loro avevano tutto e io
dovevo guadagnarmi ogni cosa con la
schiavitù del lavoro. Un ragazzo mi si è
avvicinato e mi ha offerto una noce di
cocco. E allora mi sono sentito povero
come mai prima. Non è stata una bella
sensazione. Che cosa stavo facendo
della mia vita?
La paura di diventare indigenti è oggi
palpabile, nell'aria. Le persone sono
terrorizzate dall'idea di perdere il lavoro e
quello, poco o tanto, che hanno
accumulato. La miseria come riporta il
vocabolario è "capace di pregiudicare
seriamente la dignità morale e sociale di
un individuo", ma miserabile vuol dire
soprattutto "sentirsi miserabile". Nessuno
può farti sentire miserabile senza il tuo
permesso. La civiltà dei consumi ha
creato il nuovo miserabile, colui che non
può accedere ai consumi. Più consumi,
meno sei miserabile, più sei invidiato.
Qualcuno la chiama evoluzione, altri
progresso. Il PIL guida le decisioni dei
governi, non la ricerca della felicità. La
rinuncia a un bene inutile è un atto
rivoluzionario. Se le masse ne
prendessero coscienza, il mondo
cambierebbe senza un solo colpo di
fucile.
Negli anni 50 i nostri fiumi erano chiari e
pescosi, l'aria decente,i  prati
circondavano le città. Si viveva con
poco, con semplicità, si andava in
vacanza dai parenti in treno, magari in
terza classe con le panchine di legno,
ma il treno era puntuale, pulito e i
passeggeri cortesi. La crisi può diventare
un ritorno al passato, un momento di
ripensamento delle nostre priorità e dei
nostri bisogni. Una decostruzione e
ricostruzione di un mondo nuovo dove
nessuno possa sentirsi miserabile. Se
per  Napoleone la rivoluzione era
un'opinione appoggiata dalle baionette,
oggi la rivoluzione è un'opinione
appoggiata sulla spesa. C'è qualcuno
che può prestarmi 20 euro? Loro non si
arrenderanno mai (ma gli conviene?).
Noi neppure.

Dizionario di futuro: Quattro «voci» per il 2012


Quattro «voci» per il 2012
Dizionario di futuro
​«Periodo fatto di 365 (o 366) delusioni». Così si legge alla voce "Anno" del malizioso Dizionario del diavolo, approntato nel 1906 da Ambrose Bierce, stravagante e vagabondo scrittore americano. E se stiamo ai commenti che si raccolgono per strada o a quelli dei giornali, sarebbe questo il pronostico più attendibile anche per il 2012, al quale viene già la tentazione di applicare come motto la "nona beatitudine" coniata da un altro autore, l’inglese settecentesco Alexander Pope: «Beato colui che non si aspetta nulla, perché non sarà mai deluso!». Noi, invece, vorremmo andare controcorrente infilando in un ideale antitetico Dizionario dell’angelo quattro voci di successo per il nuovo pur difficile anno.

La prima è la parola sobrietà. Certo, essa ha anche il volto duro del sacrificio, della rinuncia, della privazione. Ma, dopo anni di spreco, di privilegi, di ostentazione, di urla, di sfoggio, di escort, si ritorna alla misura, alla semplicità, all’essenzialità, al linguaggio pacato. Ma sì, ritorna in scena quell’ultima virtù cardinale che era stata ridotta a cenerentola: la "temperanza", che non regola solo il regime della nutrizione, ma anche della sensualità. Vale per tutti noi adulti il monito che san Paolo rivolgeva al discepolo Tito: «Esorta i più giovani ad essere sobri, offrendo te stesso come esempio!» (2,6-7). Ecco, però, un’obiezione: cosa dire di fronte a chi – nonostante tutto – incassa ancora retribuzioni o pensioni di centinaia di migliaia di euro e trattamenti di fine rapporto di sei o sette milioni?

E qui entra in scena un’altra parola che ha persino generato una sorta di movimento corale planetario, quello degli "indignati": lo sdegno. Badate bene: se l’ira è un vizio capitale devastante, lo sdegno autentico è una virtù, perché è un appassionato e coerente schierarsi dalla parte della giustizia. Indignati contro la corruzione, la violenza, l’oppressione sono i profeti biblici. Del Signore nella Bibbia si dice letteralmente che ha un ’af, cioè un "naso" sbuffante perché mal sopporta il male, e non dimentichiamo la figura di Cristo che impugna la frusta sferzando i mercanti… Detto altrimenti, lo sdegno vero e non retorico altro non è che un ritorno alla morale.

Sulla via della giustizia riabilitata giungiamo alla terza voce del nostro breve dizionario: solidarietà o, se si vuole, carità fraterna. Il cristianesimo ha giocato qui la sua autenticità: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13,35). E l’autore della Lettera agli Ebrei continuava: «Perseverate nell’amore fraterno e non dimenticate l’ospitalità dello straniero» (13,1-2). Ma era già l’antica legge biblica a esortare: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello bisognoso, non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano!» (Deuteronomio 15,7). Non sono necessari commenti.

Siamo giunti all’ultima voce di questo Dizionario dell’angelo. Proponendola, siamo pronti a subire l’accusa di utopia o di retorica. Eppure, se è vero che bisogna vivere con semplicità, è necessario pensare con grandezza. E così proponiamo alla fine la parola speranza, nonostante il pessimismo sempre in agguato. Il filosofo Ernst Bloch, che sul tema ha scritto ben tre tomi, ricordava che non è sempre vero il proverbio «Finché c’è vita, c’è speranza», perché tanti viventi sani sono disperati o sfiduciati. È più vero, diceva (ed era ateo), che «finché c’è fede, c’è speranza». E sperare, con costanza e a testa bassa è, certo, difficile. Più facile è disperare, ed è la grande tentazione a cui non cedere.

di Gianfranco Ravasi,da Avvenire

La certezza degli abusi


TROPPE NORME AMMINISTRATIVE
La certezza degli abusi
C'è qualche economista in grado di calcolare quanti punti del Pil, e da quanto tempo, si mangia la nostra emergenza più importante, ma anche più misconosciuta di tutte, ossia quella giuridico-amministrativa? C'è qualcuno che ha voglia di riflettere su quanto costi al Paese l'uso patologico che facciamo delle norme amministrative?

Prendete il caso degli appalti pubblici, in qualunque settore. È vero o no che la complessità e l'ambiguità delle norme che li governano è tale che l'uso dei ricorsi è diventato la regola anziché, come dovrebbe essere, l'eccezione? E quanto costa alla collettività, in denaro e tempo, questa utilizzazione smodata del «ricorso ai ricorsi»?

Non c'è ambito in cui un cattivo uso del diritto non produca danni. Il dott. Antonio Pileggi, funzionario di un Comune della provincia di Pistoia, mi scrive: «Nel mio ufficio ho un faldone soltanto di ciò che è stato scritto e detto, negli ultimi mesi, su come calcolare il costo del personale negli enti locali, così da rispettare il limite del quaranta per cento sulla spesa corrente, con il rincorrersi e il contraddirsi dei pareri e delle interpretazioni, a partire dalla Corte dei Conti. Nell'ultimo anno ho acquistato tre versioni "aggiornate" del Codice dei Contratti, testo unico ormai modificato quasi mensilmente». E ancora: «Chi gestisce il bilancio di un Comune si trova annualmente di fronte ad almeno settanta adempimenti di rito ed imposti da organi e obblighi esterni. Fare una gara d'appalto significa seguire pedissequamente una serie di passaggi codificati alla lettera e, siccome le lettere non sono mai chiare, significa acquisire pareri, esplorare precedenti, richiedere chiarimenti. La stessa riforma Brunetta che avrebbe dovuto infondere efficienza e merito, ha messo in moto una Commissione (...) che sta producendo circolari e pareri a ripetizione, aggiungendo carta e commi».

C'è forse qualche ambito, uno qualunque, in cui opera lo Stato che non sia nella stessa situazione? Una immensa quantità di tempo e di denaro sprecati è il risultato di un sistema amministrativo fondato sull'incertezza del diritto, sulla moltiplicazione delle circolari interpretative e, non ultimo, su quella particolare forma di discrezionalità e di arbitrio che si maschera da «atto giuridicamente dovuto».

All'emergenza amministrativa hanno concorso in tanti. C'è certamente la responsabilità di una classe politica che, facendo compromessi al ribasso e accontentando ogni possibile interesse, grande o piccolo, produce leggi astruse. Ma ci sono anche molte altre responsabilità che il Paese ignora o finge di ignorare. Come quelle dell'alta burocrazia e degli organi della giustizia amministrativa che, interpretando le norme, aggiungono astruseria ad astruseria. Come quelle dei consulenti giuridici (dei politici e dei burocrati). O quelle delle facoltà di Giurisprudenza che formano specialisti di diritto del tutto ignari dell'impatto sociale e dei costi economici legati alla produzione e alla applicazione di norme giuridiche.

Il problema si risolve con qualche «riforma»? Ci vorrebbe la riforma dei cervelli. Per esempio, quasi ogni burocrate e magistrato di questo Paese agisce partendo dall'aberrante presupposto che tutto ciò che non è esplicitamente permesso sia vietato. La Costituzione non lo prevede in nessun modo ma le prassi amministrative e giudiziarie - le uniche che contano nella vita di ciascuno di noi - sono ispirate proprio a quel principio liberticida.

Che cosa sta dietro a una produzione giuridica selvaggia che non conosce soste, crisi o recessioni e a questo uso distorto del diritto? Oscuri interessi? Qualche volta. Ma più raramente di quanto pensino quei nostri concittadini che vedono complotti ovunque. Il denominatore comune è dato dal fatto che chiunque (amministratore, giudice amministrativo, eccetera) che interpreta o applica la norma ha, nella schiacciante maggioranza dei casi, il problema di scegliere l'interpretazione che più lo tuteli sul piano personale, che lo renda più inattaccabile nelle sfide quotidiane della «politica burocratica», della competizione all'interno delle strutture statali. «Coprirsi le spalle» è la regola d'oro di chiunque operi nell'amministrazione. Per questo, è più sicuro assumere che sia vietato tutto ciò che non è esplicitamente permesso. Per questo, è necessario ricorrere a forme esasperate di formalismo nell'interpretazione delle norme senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Per questo, si deve nascondere la discrezionalità (che c'è sempre, inevitabilmente) negandola, travestendola, mediante l'uso di cavilli, da applicazione letterale della legge.

«Coprirsi le spalle» è la regola da seguire dove i rapporti sono improntati alla sfiducia reciproca. E così si tocca il cuore della questione. Le società che crescono, che si sviluppano, che allargano la torta della ricchezza individuale e collettiva, sono, in Occidente almeno, le società in cui c'è una prevalenza di fiducia, anziché di sfiducia, nei rapporti interpersonali, nelle relazioni fra cittadini e fra cittadini e amministrazione statale. Quanto più ampio è il capitale di fiducia sociale disponibile, tanto minore sarà il ricorso alla norma giuridica, al diritto codificato, per regolare e controllare i rapporti sociali. Quando invece la fiducia sociale scarseggia o non c'è, essa dovrà essere surrogata da controlli burocratici intrusivi e dalla continua produzione di norme scritte.

Le società che sperimentano assenza di crescita o declino economico sono sempre oberate da una sfiducia generalizzata e asfissiate da norme giuridiche complicate e barocche. Il cane si morde la coda. La scarsità di fiducia provoca una produzione incontrollabile di norme e un uso perverso del diritto ma, a sua volta, l'uso perverso del diritto alimenta il sospetto, moltiplica i conflitti, impedisce che si ricostituisca un capitale di fiducia diffusa. Se si vuole tornare a crescere, bisogna spezzare il circolo vizioso.

di Angelo Panebianco, dal Corriere
3 gennaio 2012 |

GLI 80 ANNI DI UMBERTO ECO


GLI 80 ANNI DI UMBERTO ECO
"Da Manzoni a Topo Gigio
le storie della mia vita"
Il 5 gennaio il professore compie 80 anni. E negli Stati Uniti gli dedicano un volume nella prestigiosa "biblioteca dei filosofi". "Quando finii "Il nome della rosa" pensavo vendesse tremila copie. Il successo resta un grande mistero"
di ANTONIO GNOLI,da Repubblica

INCONTRO UMBERTO ECO in un bar di Roma: un paio di giornali sotto il braccio. Ha l'aria rilassata, nonostante le feste. È la vigilia di Natale. Mattina. Cielo grigio. Una mezza luce diafana piove dalla falda del cappello e irrora il viso largo. L'occhio, dietro le grandi lenti, è ironico. O così a me pare. Il baffo curato rimanda implacabilmente a un'assenza. A quella barba con la quale eravamo abituati a riconoscerlo.

E mentre lo osservo penso che l'immagine riflette la sua forza e il suo temperamento. Il che vuol dire  -  rubo la definizione a Goffredo Parise  -  non soltanto che possiede uno stile, ma che ha anche una facciata e un corpo e un particolare timbro della voce e un modo di parlare che naturalmente hanno lo stesso stile. Quello di Eco unisce precisione e fantasia. Quando parla affabula, diverte, provoca. Ma si ha anche la sensazione che ciò che dice poteva essere detto solo in quella maniera. Tra due giorni compirà ottant'anni: è nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932.

Nessuno allora poteva immaginare che da quella nascita avremmo avuto i multipli di Eco: saggista, scrittore, medievista, professore, bibliofilo, romanziere, massmediologo con l'hobby del flauto. Eco riflette un mondo variopinto, ricco di sorprese. E di fascino. Per ricordarcelo l'America produrrà un libro imponente e un po' speciale nel quale i maggiori scrittori e intellettuali saranno chiamati a dire la loro sull'operato letterario e filosofico del nostro.

"È una cosa che mi fa tremare le vene dei polsi", dice, e non capisci se è vero o se scherza. Poi aggiunge: "Il libro uscirà in una collana americana che esiste da una sessantina di anni, si chiama The Library of Living Philosophers, tutti volumi di più di mille pagine dedicati a Dewey, Russell, Carnap e poi via via fino a me. Però bisogna sbrigarsi perché se muori prima che l'opera sia finita non te lo fanno più. Certo, c'è l'eccezione di Rorty: il libro su di lui è uscito dopo che era già morto".

E lei cosa dovrà fare per il libro?
"Scriverò una specie di autobiografia filosofica di un centinaio di pagine e la cosa, le confesso, mi fa una paura matta. Poi, venticinque persone scrivono un saggio su di me e a ciascuno io dovrò rispondere. E tra i venticinque ci sarà anche qualcuno che scriverà sui miei romanzi, perché li considerano appartenenti alla mia attività filosofica".

Chissà cosa direbbero i suoi maestri. A proposito quali sono quelli che hanno contato nella sua vita?
"Sono stato formato a 11 anni dalla meravigliosa signorina Bellini, una professoressa di italiano, che mi ha insegnato le virtù dell'invenzione. Al liceo ho avuto la fortuna di incontrare il professor Marino. Da lui ho appreso la libera critica. E poi all'università il rapporto con Luigi Pareyson: fondamentale anche se tormentato. Se ci si fa caso, tutti i miei romanzi sono come un Bildungsroman: c'è un giovane che apprende da un legame formativo con un anziano. È la ragione per cui ho fatto il professore e resto in contatto affettuosissimo con tutti i miei studenti".

Perché fu tormentato il rapporto con Pareyson?
"Per lungo tempo avevamo lavorato in grande armonia. Poi avvertimmo che le nostre strade stavano per divergere. La rottura avvenne dopo la mia libera docenza. E per quasi 15 anni non ci siamo praticamente sentiti. Gli mandavo i miei libri e lui rispondeva con dei cortesi biglietti. In seguito ci fu un riavvicinamento molto affettuoso. E da allora gli sono stato vicino, fino a pochi giorni prima che morisse. Anche dove si creano divergenze ideologiche o caratteriali, il legame con la persona con cui ti sei formato resta fondamentale. Alla fine capisci che è un rapporto paterno".

A proposito di rapporti paterni non ha citato Valentino Bompiani.
"L'ho abbondantemente odiato come padre e, per lo stesso motivo, molto amato".

Questa uccisione del padre finisce sempre nel simbolico.
"È fatale, mica li puoi ammazzare veramente. Però le confesso che non ho mai capito certi amici che volevano uccidere il loro padre. Non ho mai avuto il problema di vendicarmi di mio padre, caso mai di vendicarlo".

Lei ha militato nella Gioventù Cattolica.
"Ero nel gruppo dirigente. Poi ci fu il famoso caso di Mario Rossi, il presidente dell'associazione giovanile dimessosi in contrasto con Luigi Gedda. Gedda era il presidente di tutta l'Azione Cattolica e pretendeva che il movimento si schierasse elettoralmente con la Dc, il Msi e i monarchici. Fu rottura. Arrivarono i provvedimenti disciplinari. L'Osservatore Romano ci definì comunisti. Mentre, in realtà, noi leggevamo Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier".

Quell'anno, parliamo del 1954, va a lavorare in Rai.
"Entrai per concorso e devo ammettere che all'epoca si facevano programmi infinitamente più belli di quelli di adesso. Ma l'ambiente era di una cupezza terribile, governato da fascisti e massoni. Infestato da trame aziendali".

Ma voi, intendo oltre a lei, Gianni Vattimo, Furio Colombo e altri, che eravate entrati, non contribuiste a svecchiare l'ambiente?
"Io non ho fatto un tubo di tutto quello che mi hanno attribuito. Hanno detto che scrivevo le domande per "Lascia o raddoppia". Falso. Ero un giovane di 22 anni, un piccolo funzionario che guadagnava sessantamila lire al mese. Immagini se la Rai dava a un ragazzino un incarico per un posto in cui giravano i milioni".

Ma allora di cosa si occupava?
"Correggevo testi immondi di collaboratori democristiani, mettendoli in buon italiano. Mi occupavo di provini, di una trasmissione religiosa e di Topo Gigio. Poi arrivò il servizio militare e in quel periodo, grazie a Ottiero Ottieri, ho saputo che la Bompiani cercava qualcuno che sostituisse Celestino Capasso, morto nel frattempo. Ottiero mi segnalò a Valentino Bompiani. Avevo 28 anni. Fui assunto. E quasi subito Valentino mi affidò la direzione della collana di filosofia "Idee nuove". Fu un periodo bellissimo, durato diciotto anni".

È sempre stato molto attento alla comunicazione di massa, ai generi, cosiddetti, popolari.
"Sono stato il primo a scrivere seriamente di fumetti. Ma che i miei romanzi dovessero diventare prodotti accessibili alle masse non mi era mai passato per la testa. Tanto è vero che quando finii Il nome della rosa pensavo di darlo alla Biblioteca Blu, una collana di Franco Maria Ricci che tirava tremila copie".

E invece di copie ne sono arrivate milioni.
"Per me continua a rimanere un mistero. Al quale si è aggiunto un enigma successivo. Tutti dicono che i miei romanzi sono pieni di erudizione, grondanti richiami letterari. Ce n'è uno solo ambientato in epoca contemporanea, scritto in modo piano, senza riferimenti culturali che non siano i fumetti: La regina Loana. Ebbene, di tutti i miei romanzi è quello che ha venduto di meno. Quindi devo pensare che sono uno scrittore per masochisti".

In realtà è uno scrittore che ha saputo soddisfare i meccanismi delle attese.
"Ne sono convinto anch'io. Come sono certo che se avessi scritto Il nome della rosa dieci anni prima o dieci anni dopo non se ne sarebbe accorto nessuno".

Mi ha sempre un po' stupito la sua difesa della vita accademica. Non si è sentito un pesce fuor d'acqua?
"Esattamente il contrario. La buona università ha saputo introdurre i grandi temi - gli studi sulla televisione, sulla radio, sui fumetti e i loro effetti - che solo molto dopo sono stati presi in carico dalla cultura militante, sempre in ritardo per vocazione, per scelta, per opportunismo".

Libero docente nel 1961, ordinario nel 1975. Non ha impiegato un po' troppo tempo per arrivare al vertice?
"Sono stati gli anni del distacco da Pareyson, per cui non avevo più protezioni accademiche".

Come ha vissuto il potere baronale?
"Questo potere riguarda solo alcune facoltà dove girano parecchi soldi. Ma se uno diventa ordinario di filologia bizantina al massimo prenderà cinquecento euro per una prefazione per Laterza o Carocci".

Però il potere baronale non è solo questione di soldi, ma anche di prestigio e di vanità accademica.
"Verissimo. Fa parte di una delle deformazioni della vita universitaria. Ci sono pastette e abusi ovunque. Ma i grandi scandali si verificano dove si muovono interessi economici. Altrove, il massimo è mettere in cattedra un tuo discepolo che magari è meno intelligente di quello portato da un altro professore".

Lei hai creato il Dams?
"No, questo appartiene alle leggende. Il Dams è stato fondato da Anceschi, Raimondi e Marzullo. Quest'ultimo l'ha preso in mano e mi ha chiamato a insegnare. Una decina di anni dopo sono passato alla facoltà di comunicazione. Ma un'altra leggenda vuole che io sia stato preside del Dams. Falso. Il Dams, in quanto corso di laurea e non facoltà, non può avere un preside".

Le leggende sono spesso attivate dai media. Con i quali lei ha un rapporto conflittuale. Ci collabora, ma lo fa con sospetto, a volte con insofferenza.
"Svolgo la mia critica dei media attraverso i media. Grazie al cielo, si può fare".

Come reagisce alla stroncatura di un suo libro?
"Me ne faccio una ragione, anche perché è giusto che ciascuno veda le cose al proprio modo. Certe volte mi arrabbio per delle recensioni positive, perché lo sono per le ragioni sbagliate. Per tornare alla stroncatura è chiaro che può dispiacermi. Ma la metto tra le cose possibili. È come quando giochi a tennis, qualche colpo finisce sulla rete o fuori della linea. Poi si scrive per l'eternità mica per dopodomani".

Lei ha spesso rivendicato l'idea che si scrive soprattutto per i lettori e non per se stessi.
"Sì, ma per i lettori dei prossimi duemila anni. Io scrivo per il periodo in cui il mio stroncatore è già defunto".

I suoi romanzi devono qualcosa al cinema?
"I miei romanzi debbono molto di più al cinema che non alla letteratura. La sua grammatica, il montaggio, il gioco dei primi piani o dei controcampi sono indissociabili dal mio modo di costruire il romanzo. Sono convinto che si possa leggere la prima pagina dei Promessi sposi come il movimento di camera che dall'alto si avvicina al suo oggetto. Non rida. Manzoni usa il linguaggio cinematografico prima che sia stato inventato".

A proposito, il riso è un'altra componente fondamentale del suo lavoro. Ne ha fatto un punto di forza nel Nome della rosa.
"Ma lì il riso è una liquidazione. Le confesso che ho sognato per anni di scrivere la grande opera filosofica sul riso. Perché tutti quelli che ci si sono provati - da Aristotele a Freud e Bergson - ne hanno spiegato una parte mai l'intero. Poi mi sono reso conto di non essere capace di scriverla. Però ho diffuso la voce che ci stavo lavorando, in modo che dopo che fossi morto sarebbero uscite tante tesi di laurea sulla mia opera incompiuta sul riso. E mi è parso abbastanza normale infilare questa storia nel Nome della rosa. Così non ho risolto il problema, ma agli occhi del pubblico non sono più tenuto a scrivere l'opera fondamentale".

Lei hai scritto che vorrebbe affrontare la morte scherzandoci sopra.
"Il riso è anche un modo per esorcizzare la morte. Il mio modello è Alfred Jarry che nel momento di morire chiede uno stuzzicadenti. Quell'attimo è semplicemente sublime".

Come vive il successo?
"Tenendo il telefonino sempre spento e standomene quanto più posso per conto mio".

Un'ultima curiosità: perché si è tagliato la barba?
"L'ho tolta nel 1990, quando andai alle isole Fiji per scrivere L'isola del giorno prima. Volevo vedere i coralli marini e la barba non mi permetteva di tenere aderente al viso la maschera. Poi me la sono fatta ricrescere per colpa di Moravia. Durante la sua commemorazione tutti i fotografi mi inseguivano per farmi le foto senza barba. E allora l'ho fatta ricrescere. Adesso me la sono tolta nuovamente, perché ho la barba tutta bianca e i baffi neri e nelle foto sembravo Gengis Kahn incazzato".

(03 gennaio 2012)

"È il momento del dialogo sociale"


LA LETTERA
L'agenda di Bersani per le riforme
"È il momento del dialogo sociale"
La missiva del segretario del Partito Democratico sulle sfide che l'Italia deve affrontare.

CARO DIRETTORE, come tutti dicono, abbiamo davanti un anno arduo e non semplice da interpretare. Vale forse la pena di "progettarlo" un po', togliendo di mezzo un eccesso di fatalismo. Vorrei cominciare con qualche prima idea.

1. La scena si apre sull'Europa. Fino ad ora le decisioni sono state deboli. L'agenda da qui a marzo di per sé non rassicura. Nelle opinioni pubbliche è ancora dura come il marmo quell'ideologia difensiva e di ripiegamento che le destre europee hanno coltivato, ricavandone inutili vittorie, e che i progressisti non hanno potuto o saputo contrastare, ricavandone larghe e dolorose sconfitte.

Inutile illudersi. O si mette in comune rapidamente e seriamente la difesa dell'Euro (vincoli di disciplina, strumenti efficaci e condivisi contro la speculazione e per la crescita, politiche macroeconomiche coordinate) o sarà il disastro. Se davvero l'Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata, allora è troppo grande anche per stare zitta.

È tempo che ciascuno di noi faccia la sua parte in Europa; il Partito Democratico sta lavorando per la piattaforma comune dei progressisti europei. Ma è tempo anche di fare qualcosa assieme, qui in Italia. Governo e forze politiche possono determinare una posizione nazionale. Il Parlamento (che non esiste solo in Germania!) può articolarla e assumerla. Il nostro Presidente del Consiglio può interpretarla e gestirla al meglio. Le idee ci sono e vedo su di esse la possibilità di una larga convergenza.

Il biglietto da visita delle nostre idee in Europa potrebbe essere così concepito: noi continueremo le nostre riforme e ci riserviamo ogni ulteriore iniziativa per rafforzare la nostra credibilità. Ma non faremo più manovre. A chi raggiunge il 5% di avanzo primario che cosa altro si può chiedere? Nel caso, nessuno pensi di trattarci come la Grecia. Come si diceva, siamo troppo grandi e quindi parecchio ingombranti. Se ne tenga conto.

2. Torniamo qui ai nostri compiti. Salvare l'Italia significa, al concreto, contrastare la recessione, produrre crescita e occupazione, dare una prospettiva alla nuova generazione. Salvare l'Italia è possibile solo se cambiamento e coesione si danno la mano. Se coesione e cambiamento diventassero un ossimoro, non ci sarebbe speranza.

L'azione di governo deve dunque possedere un metodo fondamentale e un fondamentale messaggio. Quanto al metodo, emergenza e transizione pretendono una forma particolare di dialogo sociale tale da sollecitare partecipazione e corresponsabilità, salvaguardando comunque la decisione tempestiva. Si può fare e, a parer mio, si deve fare.

Ma voglio sottolineare in particolare il metodo politico. Il Governo troverà la sua forza in un rapporto stabile, permanente e ordinato con i Gruppi Parlamentari; un rapporto da allestire anche nella fase ascendente delle decisioni. Si parli di mercato del lavoro, o di liberalizzazioni, o di politica industriale, di pubblica amministrazione, di immigrazione, di Rai e di cento altri temi, esistono in Parlamento, da ogni lato, idee inevase da anni e non necessariamente divisive.

Dica il Governo il suo piano di lavoro, raccolga dal Parlamento orientamenti e idee e avanzi quindi le sue decisioni e le sue proposte. Noi non pretendiamo il cento per cento di quel che faremmo, e così sarà per gli altri. Ma la trasparenza e la chiarezza servono a tutti. Quanto al messaggio fondamentale, se nell'emergenza è in gioco il comune destino del Paese, si deve innanzitutto promuovere un'idea di comunità degli italiani. Ci si ricordi allora che la solidarietà è la materia prima di una comunità, è ciò che la distingue da una accozzaglia anarchica di interessi.

Se vogliamo farcela, tutti assieme, i riflettori vanno dunque puntati su chi è più in difficoltà. Bisogna predisporre l'aiuto a chi sta vivendo e vivrà le condizioni più difficili, come l'assenza di lavoro, l'insufficienza di reddito o una disabilità abbandonata. Su questo, non ci siamo ancora. Occorre fare di più, cominciando col cancellare qualche inutile asprezza di alcune misure già adottate che suscitano un giusto risentimento.

3. La grande parte delle forze politiche e parlamentari si dichiarano interessate e disponibili ad una iniziativa di riforma delle Istituzioni e della politica. Il Presidente della Repubblica la sollecita autorevolmente. È evidente che un simile percorso significherebbe stabilità per il Governo e maggiore credibilità della politica e delle Istituzioni nella prospettiva della nuova legislatura.

Sto parlando della già avviata adozione di parametri europei nei costi della politica, di riduzione del numero dei Parlamentari, di riforma del bicameralismo, di radicale aggiornamento dei regolamenti parlamentari e, alla luce delle prossime decisioni della Corte, di riforma elettorale. Su tutto questo esistono proposte e appaiono possibili convergenze significative.

Si intende fare sul serio? Intendiamo davvero passare dalle parole ai fatti? Questo pronunciamento tocca innanzitutto ai segretari dei partiti, ovviamente non solo a quelli che hanno votato la fiducia al Governo, ma a partire da loro. C'è poco tempo ed è quindi ora di prendersi impegni pubblici, espliciti e dirimenti.

I tre punti che ho segnalato dovrebbero essere, a parer mio, l'agenda di gennaio. Infine una parola per chi, nel gioco ormai stucchevole fra tecnica e politica, si predispone a promuovere, chissà in quali forme nuove, l'edizione 2012 dell'antipolitica. L'Italia ha già dato.

Per quello che ci riguarda il Partito Democratico ha compiuto un gesto propriamente politico, trasparente e generoso, nel sostenere questa transizione e si predispone ad offrire agli elettori, quando sarà il momento, una proposta riformista e democratica di ricostruzione, alternativa al decennio populista.

Siamo pronti a riconoscere in termini nuovi i codici e i limiti della politica. Anche in questo difficile passaggio, tuttavia, siamo convinti di poterne rafforzare la dignità e l'indispensabile ruolo.
 Fonte . Repubblica
(03 gennaio 2012)

Più di sedicimila euro al mese: il record dei parlamentari italiani


L'INDAGINE
Più di sedicimila euro al mese:
il record dei parlamentari italiani
Le tabelle pubblicate dalla Commissione Giovannini
Al secondo posto i francesi con 13.500

ROMA - Più di 16 mila euro lordi al mese in tasca. Contro i 13.500 di un deputato francese, i 12.600 di uno tedesco, i poco più di 10 mila euro che guadagna un rappresentante della Camera olandese, i 9.200 di un deputato belga, gli 8.650 di un austriaco, per non parlare dei 4.630 euro che costituiscono il «misero» appannaggio di un deputato spagnolo. Le tabelle che mettono a nudo i privilegi della politica italiana sono lì, appena pubblicate dalla Commissione Giovannini sul sito della Funzione pubblica: gli eletti del Bel Paese costano da un minimo del 20 per cento fino al 400 per cento in più rispetto ai colleghi.
Dati che parlano chiaro, ma che rischiano di servire a ben poco.

PARLAMENTARI STRAPAGATI - Deputati e senatori italiani, insomma, si mettono in tasca il 60% in più rispetto alla media europea. Ma quella media resta pur sempre un calcolo «a spanne», come ammette la stessa Commissione, e su queste basi sarà molto difficile, anzi praticamente impossibile, far scattare la mannaia sui costi della politica italiana. La norma voluta da Giulio Tremonti e attesa dai presidenti di Camera e Senato sembrava molto semplice, stipendi parametrati alla media europea, ma in realtà rischia di rivelarsi inapplicabile.
Quell'articolo del decreto di luglio, come scrive la stessa Commissione, presenta infatti «aspetti di ambiguità e talvolta di contraddittorietà». E il gruppo di lavoro guidato dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, composto da esperti di chiara fama, compreso un rappresentante di Eurostat, è letteralmente impazzito per tirarne fuori qualcosa di sensato. Senza riuscirci.

UNA LEGGE SCRITTA MALE - Non solo per i tempi strettissimi che sono stati concessi alla Commissione, o perché la richiesta di una proroga è stata rifiutata da Palazzo Chigi, che ha ricordato come il termine ultimo per la consegna del lavoro sia quello del 31 marzo 2012. Alla Commissione ci sono volute intere settimane per arrivare a definire che cosa debba essere considerato nel «trattamento economico omnicomprensivo» cui fa riferimento la legge per le cariche apicali della pubblica amministrazione. Altre settimane di lavoro, confronti, discussioni, per dare un senso alla definizione, invece, del «costo» relativo al trattamento economico omnicomprensivo che la legge prescrive di calcolare per i parlamentari.
Poi c'è stato il problema dell'individuazione degli organismi «omologhi» a quelli italiani che in molti casi negli altri Paesi non ci sono (solo 16 istituzioni sulle 31 considerate dalla legge italiana perché fossero parametrate a quelle europee, hanno dei corrispondenti più o meno simili), la definizione del concetto di retribuzione (la legge italiana fa riferimento al lordo, ma come si sa a parità di retribuzione lorda le tasse e contributi fanno una differenza abissale), poi quello della ponderazione sul Pil (già, ma di quale Pil, se a prezzi correnti o a parità di potere d'acquisto la legge non lo dice), ed infine la raccolta dei dati. Spesso non ufficiali, e che sono arrivati attraverso i canali diplomatici solo a partire dal 13 dicembre scorso. Fatto sta che dopo tre mesi di riunioni a spron battuto, la Commissione Giovannini ha alzato le braccia e si è arresa.



Montecitorio
LA COMMISSIONE S'ARRENDE - Ha pubblicato il rapporto entro il 31 dicembre come prevede la legge. Ma le conclusioni sono disarmanti: «La Commissione considera i dati contenuti del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Se qualcuno pensa di tagliare gli stipendi dei parlamentari e dei vertici dell'amministrazione pubblica usando questa strada, dice in sostanza la Commissione, si sbaglia di grosso. «Di fatto è stato chiesto alla Commissione di condurre in pochi mesi lo studio degli assetti istituzionali e organizzativi di sei Paesi, più l'Italia, con un dettaglio mai realizzato in letteratura e visto l'utilizzo a fini legali dei risultati, con l'esigenza di raccogliere dati di elevata qualità, inconfutabili e pienamente comparabili».
Considerati tutti i limiti, non deve stupire la conclusione del rapporto Giovannini. «Nonostante l'impegno profuso e tenendo conto dell'estrema delicatezza del compito ad essa affidato, nonché delle attese dell'opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l'accuratezza richiesta dalla normativa».
Abbiamo scherzato? Può darsi. «Le difficoltà finora incontrate dovrebbero far riflettere il legislatore sull'effettiva applicabilità della norma di riferimento della quale (non a caso) non si trova alcuna analogia negli altri principali Paesi dell'Unione europea», si legge nel rapporto della Commissione. Insomma: per andare avanti servono dei correttivi alla legge, e bisognerà pensarli molto presto, perché il mandato ultimo della Commissione scadrà alla fine di marzo.
STIPENDI E PENSIONI D'ORO - Così, in attesa delle mitiche «medie» ci si deve così accontentare di una paio di tabelle riferite al trattamento economico e previdenziale dei deputati e dei senatori italiani ed europei, ma piene zeppe di note a margine e farcite di formulette matematiche. Oltre a questo, il rapporto della Commissione non si spinge. Non servirà a tagliare gli stipendi dei nostri parlamentari, ma se non altro offre all'opinione pubblica un paio di conferme, verificate scientificamente, e scontatissime.
Su base omogenea, quindi senza contare la spesa per i collaboratori, e dunque considerando soltanto l'assegno materialmente incassato, i parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa. Se si considera anche il contributo per portaborse e uffici stampa gli italiani sono battuti solo dai francesi, ma con una differenza fondamentale. In Italia i contributi per i collaboratori (3.690 euro per i deputati, 4.180 per i senatori) sono erogati formalmente ai gruppi politici di appartenenza, sotto la voce spese di rappresentanza, ma poi da questi vengono girati ai rispettivi titolari. Molto più semplicemente in Francia c'è una linea di credito offerta dal Parlamento per pagare i collaboratori, che se non viene utilizzata, deve essere restituita. Mentre in quasi tutti gli altri Paesi, spesso, il collaboratore del deputato o del senatore è già un dipendente stipendiato dell'istituzione di appartenenza.
Anche sul trattamento previdenziale dei nostri parlamentari c'era qualche vago sospetto, che la Commissione Giovannini puntualmente conferma. Almeno fino al 31 dicembre scorso, quando è scattato il meccanismo del contributivo pro rata, gli italiani primeggiavano in Europa. Dopo cinque anni di mandato il vitalizio maturato era di 2.486 euro al mese, in Francia di 780 euro. Tre volte di meno. Maturato, per giunta, con una contribuzione previdenziale superiore: oltre il 10% dello stipendio contro l'8,6% versato dai parlamentari italiani.

di Mario Sensini, dal Corriere
3 gennaio 2012 |

Quel dialogo che spaventa i grandi partiti



di MARCELLO SORGI, dalla Stampa

Pur limitata nel tempo dalla necessità di verificare in breve la possibilità di un accordo, e legata alle scadenze della fitta agenda internazionale del governo a gennaio, l'apertura di Monti ai sindacati ha avuto l'effetto di muovere una certa fibrillazione nella maggioranza. Il centrodestra teme uno sbilanciamento dell'esecutivo a vantaggio del centrosinistra e rivendica, con Cicchitto e Quagliariello, una consultazione politica preventiva con il Pdl. Il centrosinistra sa che in materia di lavoro Monti è vincolato alle richieste europee di maggiore flessibilità (tuttora argomento di confronto interno nell'exopposizione), e insiste sulle liberalizzazioni.

In realtà tutti prendono tempo aspettando di vedere che piega prenderà la trattativa tra la ministra del lavoro Elsa Fornero e le delegazioni sindacali. Anche se il governo ha formalmente ritirato l'accenno alla possibilità di rimettere in discussione l'articolo 18, cioè la materia dei licenziamenti, le posizioni di partenza sono molto lontane. Da parte di Palazzo Chigi c'è disponibilità a intervenire per uno snellimento delle procedure e per uno sblocco dei lavori pubblici già finanziati, ma non ci sono soldi per piani di intervento vecchia maniera a sostegno dell'occupazione, come quelli che continuano a invocare i sindacati.

Se Monti ha preso l'iniziativa, tuttavia, dopo la mancata concertazione del decreto "salva-Italia", che aveva ricompattato Cgil, Cisl e Uil portandole allo sciopero generale, non dev'essere stato solo per fare un tentativo formale di riaprire un filo di comunicazione destinato a chiudersi rapidamente. Al contrario, il premier deve aver percepito la necessità per le organizzazioni sindacali di ritrovare un minimo di dialogo con il governo.

Dopo la prima reazione negativa del centrodestra, dunque, le difficoltà, una volta aperta la trattativa, potrebbero spostarsi nel centrosinistra, sottoposto a una notevole pressione che verrà, non solo dai sindacati, ma anche dal pezzo di società civile più vicino al Pd e più insoddisfatto dell'ondata di sacrifici che il partito sta condividendo. Al momento, data la dimensione dei problemi, è impossibile escludere una rottura. Ma se si ragiona sul metodo, più che sui contenuti della trattativa (per i quali, in certi casi, ma non subito, è lecito prevedere un secondo tempo), è difficile che, sia i sindacati, sia il centrosinistra, si lascino sfuggire l'occasione che il Presidente Napolitano nel suo discorso di Capodanno, e Monti con l'apertura del tavolo per la trattativa, hanno seriamente messo sul tavolo.

lunedì 2 gennaio 2012

La sazietà pericolosa come l'ubriachezza


La sazietà pericolosa
come l'ubriachezza
Mai alla guida dopo un pasto luculliano: a dirlo è uno studio della Loughborough University inglese, secondo cui un pasto abbondante ci rende incapaci di concentrarci alla guida tanto quanto un litro di vino
di SARA FICOCELLI,da repubblica

Come dice la canzone: sarà capitato anche a voi... non di avere una musica in testa ma di essere reduci da un pranzo luculliano, specialmente in periodo di feste. E magari anche di mettervi subito dopo a guidare, nonostante l'inevitabile senso di sonnolenza. Niente di più sbagliato. Non solo perché è buona norma, per facilitare la digestione, fare due passi dopo mangiato, ma anche perché inforcare la strada dopo un pasto abbondante è pericolosissimo. Per l'incolumità nostra e dei malcapitati che incontriamo lungo il tragitto.

A dirlo è uno studio della Loughborough University inglese, secondo cui un pasto abbondante ci rende incapaci di concentrarci alla guida tanto quanto un litro di vino. In altre parole, guidare a stomaco troppo pieno è come farlo da ubriachi, con tutti gli effetti collaterali del caso. I pasti più a rischio sono quelli meno semplici da digerire, con molti zuccheri e grassi, e la pericolosità sussiste anche per gli astemi.

E' la prima volta che la scienza affronta il problema della sicurezza su strada concentrandosi sull'abbondanza e la qualità dell'alimentazione. Finora le ricerche sul rapporto tra tavola e volante si erano concentrate sugli effetti dell'alcol, spesso consumato prima di entrare in macchina (dai giovani all'uscita di un locale e dagli adulti, che in Italia amano pasteggiare col vino).

Per giungere a queste conclusioni gli studiosi inglesi, coordinati dalla ricercatrice Louise Reyner, hanno analizzato il comportamento al volante di 20 uomini al di sotto dei 30 anni, costretti a mettersi alla guida (con un simulatore, onde evitare incidenti!) dopo aver consumato una porzione di lasagne e un dessert allo yogurt. Ad alcuni il menu è stato servito in versione "light", per un ammontare totale di 305 calorie, mentre ad altri sono state propinate portate normali, per un totale di 922 calorie.

Entrati nel simulatore, i volontari satolli hanno guidato per circa due ore lungo un percorso semplice ma caratterizzato da curve frequenti. Fin dalle prima gli studiosi hanno notato che i ragazzi che avevano consumato il pasto più pesante erano meno precisi e spesso oltrepassavano le linee di demarcazione stradali. Le differenze maggiori nel livello di attenzione sono emerse in modo evidente dopo la prima mezz'ora di guida, quando i volontari più "appesantiti" hanno iniziato a dar segni di sonnolenza. Malgrado tutto, però, nessuno di loro nel corso dell'esperimento si è reso conto di guidare male o di non avere la prontezza di riflessi abituale, convinto che il fatto di essere sobrio garantisse dal commettere eventuali errori.

"Per il nostro studio abbiamo scelto cibi che spesso le persone consumano a pranzo - spiega la Reyner - e che si trovano facilmente anche precotti, quindi perfetti per lo stile di vita mordi-e-fuggi dei giovani lavoratori moderni. Dai risultati è emerso chiaramente che un pasto pesante porta a un forte senso di sonnolenza e peggiora gravemente la qualità della guida".

Ciò accade, spiega la scienziata, perché cibi ad alto contenuto di grassi stimolano la produzione di colecistochinina-pancreozimina, ormone responsabile del senso di sazietà che provoca fiacchezza. "Inoltre - continua la Reyner - un pasto abbondante esaspera gli effetti negativi di una notte insonne: spesso capita che i giovani dormano poco, alcuni dei nostri volontari avevano riposato appena cinque ore la notte precedente l'esperimento e questa è una condizione diffusa al giorno d'oggi. Potenziare il senso di stanchezza con un'alimentazione sbagliata è dannosissimo. Per non parlare di come peggiorano le cose aggiungendo un bicchiere di vino o una birra".

Conclusioni che è bene tenere in considerazione soprattutto alla luce del rapporto viscerale degli italiani col cibo, piacere a cui non rinunciano neppure quando si tratta di intraprendere un lungo viaggio in auto. Secondo un sondaggio del Centro Studi e Documentazione Direct Line, assicurazione auto online, il 57% degli abitanti del Belpaese durante un viaggio in macchina non rinuncia assolutamente ai piaceri della tavola e per mangiare si ferma nelle aree di servizio, mentre il 27% (nel 32% dei casi ragazzi under 25) si porta il cibo da casa, consumandolo nelle aree di sosta.

Alcuni preferiscono la tavola apparecchiata e l'11% esce dal traffico autostradale e si dirige verso un ristorante locale (nel 13% dei casi gli over 45). Ci sono poi gli "rriducibili del volante" (3%) che non lasciano mai il posto di guida e, pur di arrivare in tempo a destinazione, si fanno imboccare dalla persona seduta accanto. Tra le varie possibilità è questa una delle più pericolose, perché riduce la visibilità della strada e disturba la concentrazione. La cosa migliore sarebbe consumare uno snack leggero e aspettare di arrivare per rifocillarsi a dovere. Ma purtroppo, stando ai risultati del sondaggio, l'opzione più saggia viene scelta in media solo dal 9% dei guidatori.