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mercoledì 5 dicembre 2012

Quelle slot machine che entrano nelle case con l'ok dello Stato


PER ACCEDERE BASTANO CODICE FISCALE E CARTA DI CREDITO
Quelle slot machine che entrano
nelle case con l'ok dello Stato
Mille nuovi giochi autorizzati online

Forse è solo un esempio in più di un'Italia in cui si predica in un senso di marcia e si razzola nell'altro. È il Paese in cui i partiti della maggioranza chiedono liberalizzazioni, ma bloccano le gare sulle concessioni demaniali. È l'economia dalla quale tutti dicono che lo Stato deve ritirarsi, mentre la Cassa depositi e prestiti (controllata dal Tesoro) moltiplica le sue iniziative a sostegno delle imprese. Va dunque capito Luigi Magistro, nuovo direttore generale dei Monopoli dello Stato, se per un attimo è parso applicare lo stesso doppio senso di marcia anche a oggetti banali come le slot machine . Quegli strani ingranaggi si stanno forse ritirando dai bar sotto casa o dalle sale Bingo di quartiere, a tutela dei cittadini, ma hanno appena fatto il loro ingresso dalla porta principale in un posto che conosciamo anche meglio: casa nostra (e il nostro smartphone ).

Aveva detto appena una settimana fa Magistro in un'intervista al Corriere : sulle slot machine «dovremo intensificare i controlli, ma anche ripianificare la collocazione, evitandone la presenza vicino alle scuole, ai luoghi di culto, agli ospedali»; semmai, ha aggiunto Magistro, bisognerà «concentrare la presenza nel territorio» e «limitare al massimo l'introduzione di nuovi giochi».

Detto fatto. È appena asciutto l'inchiostro su quelle frasi, che dall'altro ieri le slot machine sono entrate nelle case (benché Magistro avesse dimenticato di dirlo). È la sorpresa di Natale: da lunedì, più di mille nuovi giochi di modello slot sono legalmente «online». Basta introdurre codice fiscale e numero di carta di credito, quindi giocare sul computer dal sofà in soggiorno. Sarà forse lontano dagli ospedali e dalle scuole, dalle chiese, dalle sinagoghe o dalle nuove moschee, come sancisce il decreto voluto dal ministro della Salute Renato Balduzzi per difendere i più vulnerabili. Ma è in tinello a portata dei figli, dei nipoti, dei vecchi genitori e dei cassaintegrati rimasti a casa tutto il giorno.

Secondo i Monopoli dello Stato, non è che l'applicazione di una legge di due anni fa. Altri tempi. Nel frattempo però né l'agenzia né il ministero del Tesoro, che la controlla, hanno rinunciato a distribuire 50 nuove concessioni per le slot sul web. In fondo è solo il prosieguo di un aumento dell'offerta di gioco d'azzardo (legale) che ha sprigionato tassi di crescita cinesi in un Paese che, per il resto, vive una decrescita del Pil fra le più rapide al mondo. Nelle scommesse legali gli italiani hanno speso 15,4 miliardi di euro nel 2003 e 79,8 miliardi nel 2011. È un incremento del 52% l'anno, per un fatturato che vale il 5% del Pil e mette il settore fra le prime industrie del Paese. In base ai dati dei Monopoli, in Italia la spesa media in scommesse per abitante maggiorenne è stata di 1.586 euro nel 2011: il 13,5% del reddito. È ormai una delle grandi voci di spesa degli italiani, che nel frattempo tirano la cinghia su tutto il resto. Ogni euro in più speso in scommesse, spesso, è un euro in meno in acquisti di prodotti utili di imprese italiane rimaste oggi senza mercato nel Paese.

Ma per i conti dello Stato, si sa, è una manna. Le concessioni agli impresari del gioco d'azzardo fruttano circa 8 miliardi l'anno all'Erario, a cui si aggiungono le tasse sulle vincite. In totale si tratta di entrate che riducono il deficit di quasi l'1% del Pil ogni anno. Il problema è che nel 2012, per la prima volta, la crescita delle scommesse sta frenando: saliranno al più del due per cento, mentre le entrate erariali sono per la prima volta in calo di 500 milioni.

Facile dunque sospettare che le nuove slot online servano (anche) a incrementare i flussi di cassa per lo Stato. Non solo a sfidare le piattaforme offshore, come si dice. Come fossero queste le riforme strutturali per risanare l'Italia.

di Federico Fubini, dal Corriere

giovedì 15 novembre 2012

Scandalo slot machine, scontati 96 miliardi di euro. Il governo li recuperi per il welfare


Scandalo slot machine, scontati 96 miliardi di euro. Il governo li recuperi per il welfare
Di Barbara Benedettelli, dal sito  affariitaliani

98 MILIARDI di euro equivalgono a ben 5 manovre economiche. Sono i soldi che alcune concessionarie di slot machine avrebbero dovuto allo Stato secondo la condanna di primo grado. Di quei 98 MILIARDI  (lo scrivo maiuscolo perche' sia chiaro che non sono milioni) ne abbiamo recuperati 2,5.

Gli altri 96, che potrebbero impedire i tagli al welfare, che potrebbero diminuire i costi del lavoro e creare occupazione, che potrebbero essere dati al volontariato per sostenerlo nella fondamentale opera sociale, che potrebbero evitare tagli lineari alla sanità, che potrebbero permettere incentivi per gli insegnanti, che potrebbero andare all'università per abbassare le rette, alla ricerca delle energie alternative, che potrebbero impedire i tagli alle forze dell'ordine e quindi alla sicurezza dei cittadini, che avrebbero potuto impedire di portare l'IVA al 21% e il rialzo che arriverà, che avrebbero potuto impedire l'IMU sulla prima casa ecc., gli altri 96 sono stati SCONTATI!

Quei NOVANTASEI MILIARDI DI EURO mancati che potrebbero perfino abbassare parte del nostro debito pubblico, non li ha recuperati neanche un governo che parla ogni istante di rigore, che chiede ai cittadini lacrime e sangue, che taglia da una parte, quella essenziale per la persona, e aumenta dall'altra i costi della vita rendendoci tutti un po' più poveri, insomma: tutti uguali nella povertà, niente più classi intermedie. Solo i "poveri" (la maggioranza) da una parte e i ricchissimi (pochi) dall'altra. Situazione che mi ricorda regimi che spero non tornino mai.

Prima del 2002 le slot machine (o videopoker) erano illegali e facevano gola alla criminalità organizzata che se l'è vista brutta quando lo Stato ha giustamente deciso di regolarizzare il settore. Lo ha fatto obbligando i gestori a collegare ogni macchina al sistema telematico di controllo della Sogei, società di Information and Communication Technology del Ministero dell'Economia e delle Finanze. In questo modo non può sfuggire nessuna giocata al controllo e l'entrata delle tasse è garantita. Ma a quanto pare le società non hanno provveduto. Di chi è la colpa? Questo è uno dei temi del procedimento a loro carico. Di certo il mancato allacciamento ha permesso loro di risparmiare, e molto, sulle tasse. Possiamo chiamarla evasione fiscale? Le società concessionarie, a leggere la sentenza, si erano impegnate perché tutto funzionasse a puntino ed è per questo che parte cospicua della sanzione, oltre ai sospetti di evasione, è costituita da quelle che vengono definite “inadempienze contrattuali”. C'è poi il caso del colonnello Umberto Rapetto, per anni comandante del Nucleo speciale frodi telematiche,“dimessosi” recentemente dopo l'appello, che ha suscitato non poche perplessità soprattutto nel mondo di internet. Ci sarà un fondo di verità in quanto sostiene la rete?

Quei 98 MILIARDI sono quanto diverse concessionarie di slot machine sono state condannate a pagare dalla sentenza di primo grado poi scontati del 96% in appello e i 98 MILIARDI diventano 2 e mezzo. Rigore? Lacrime e sangue? Moralità? Legalità? Guerra aperta all'evasione? O al pensionato al quale l'INPS, per suo errore magari (e quindi il pensionato neanche dovrebbe pagare), ha dato 10 euro in più e con cui ci si è comprato un filetto?

Le società incriminate sono: Atlantis World Giocolegale limited, Snai spa, Sisal spa, Gmatica srl, Cogetech spa, Gamenet spa, Lottomatica Videolot Rete spa, Cirsa Italia srl, H.b.G. Srl e Codere spa che avrebbero “cagionato l’inefficace funzionamento del servizio pubblico, nonché causato lo sperpero delle molteplici risorse finanziarie pubbliche impiegate, nella prevenzione e nel contrasto del gioco illegale; per il mancato avviamento della rete telematica; per il mancato completamento dell’attivazione della rete; per il mancato inserimento in rete di molti apparecchi installati; per il mancato rispetto dei livelli di servizio”.

La guerra all'evasione deve essere in primis una guerra di fermezza, di certezza della pena, anche lì, di annullamento degli sconti fiscali che anche culturalmente permettono il perpetrarsi di comportamenti illegali. Deve essere una "guerra" per l'uguaglianza: niente sconti al piccolo evasore verso il quale si procede subito al pignoramento dei beni? A maggior ragione niente sconti al grande evasore, e se proprio dobbiamo stare ai principi costituzionali, il grande evasore dovrebbe pagare perfino di più mentre il piccolo potrebbe essere, in casi di provata indigenza, sostenuto. É, per di più, in questo caso, gioco d'azzardo, anche se “legale”, e può provocare in alcune persone una dipendenza pari alla peggiore delle droghe. La ludopatia è una malattia grave. La fermezza, la severità, la forza della legge devono dunque essere perfino maggiori. Invece no.

Lo Stato, con le sue leggi che lo permettono, regala ben 96 MILIARDI DI EURO a chi per distrazione, per superficialità o per atteggiamento più o meno velatamente illegale (non chiamiamola furbizia), li ha sostanzialmente esso stesso rubati ai cittadini.  Poi a quegli stessi cittadini chiede tutto il denaro che hanno, raccontando che il paese può crescere, che l'economia può ripartire, che la disoccupazione può calare, che l'illegalità generalizzata deve sparire. Eppure è alimentata proprio dalla mancanza di severità verso chi non rispetta la legge, e l'aggira. Il principio di responsabilità soltanto ci può salvare e dovrebbe essere al primo posto nella nostra Costituzione. Un altro problema da risolvere, al più presto, è quello relativo al conflitto d'interessi, che, al di là di Berlusconi a cui è sempre e solo stato riferito, riguarda molti molti altri. Un esempio banale: si sa, da tempo sono vicina ai familiari delle Vittime della strada. Vi siete mai chiesti perché non si riesce a rendere le pene certe in questo settore? Semplice e inquietante. Perché in parlamento e in Commissione giustizia ci sono deputati che esercitano la professione di avvocato penalista. Le leggi possono dunque essere imparziali? Tutte le leggi votate in Commissione Giustizia possono essere certe? Ce la prendiamo sempre con i magistrati, ma le colpe della mancanza di certezza della pena non sono sempre e solo loro. Sono invece, spesso, del legislatore che non dovrebbe svolgere altra professione se non quella di parlamentare.

Ma torniamo ai 96 MILIARDI MANCATI. Da un governo tecnico ci aspettiamo ora, alla fine del mandato, una puntata di piedi per restituire agli italiani ciò che è stato tolto loro, recuperando tutti o molta parte di quei soldi. Ci si aspetta che siano cambiate leggi sempre meno leggi e sempre più "consigli per gli acquisti" che però gli italiani non possono fare, tartassati e schiacciati nei diritti fondamentali quali il lavoro,la salute, la dignità.

Di miliardi da recuperare dalle frodi e dall'evasione, e già scoperti da bravi investigatori della finanza, ce ne sono. Vediamo che fine fanno, per esempio, i soldi che derivano dalla maxi frode che coinvolge "47 imprenditori e professionisti di tutta Italia denunciati dalla Guardia di finanza di Pescara. Una forde fiscale internazionale, attuata mediante società fittizie e trust con sede nel paradiso fiscale di Madeira. In ballo ci sono altri 36 MILIONI QUESTA VOLTA di euro, ma i nomi degli imputati sono noti a livello nazionale e operano nei più disparati settori. Vediamo se anche questa volta tutto viene messo a tacere per evitare meno soldi ai partiti, meno pubblicità ai media, meno favori, o se invece prevale il rigor mortis montiano.

domenica 24 giugno 2012

Contro Lusi e contro tutti


Lusi è colpevole, ma come gli altri. Né di
più, né di meno. Lo è, insieme ai partiti,
di appropriazione indebita di quasi tre
miliardi di euro. A Rebibbia dovrebbero
finirci tutti o nessuno. Il finanziamento
pubblico è stato bocciato dai cittadini con
un referendum. I partiti se ne sono
fregati. Anzi, hanno alzato la posta,
l’hanno persino raddoppiata. In caso di
elezioni anticipate, infatti, il
finanziamento vale due volte, la quota
residua e la quota intera successiva. E i
soldi li prendono per tutta una legislatura
anche gli zombi: i partiti non rieletti in
caso di scioglimento delle Camere.
Insomma, uno schifo completamente
illegale. Chiamato con una foglia di fico
lessicale, con un furto di parole:
“rimborso elettorale”. Chi lo ha
permesso? Dove erano le Istituzioni in
questi anni? Dove i giornalai foraggiati e
mantenuti dai cittadini anch’essi con
denaro pubblico? Un mese fa i partiti
proclamavano di rinunciare all’ultima
tranche del cosiddetto rimborso. Un
mese fa si discuteva dell’abolizione del
finanziamento pubblico. Nulla è
successo. Impossibile che possa
succedere. I finanziamenti sono per i
partiti come la merda per le mosche.
Irresistibile e necessaria

Di Beppe Grillo, 
Fonte : dal suo blog 

domenica 5 febbraio 2012

Denaro, politici e soliti scandali


di LORENZO MONDO, dalla stampa

Dopo lo scossone rappresentato dal «governo dei professori», e i duri sacrifici richiesti al Paese, cresce l’attenzione su zone opache o semplicemente incongrue della vita politica. La gente assiste incredula alla singolare congiunzione di elementi realistici e surreali, non esenti da una spruzzata di involontaria comicità. Prendiamo la vicenda della Margherita, dove un imprevedibile incidente ha scoperchiato una pentola maleodorante. Si è appreso con stupore che un partito defunto da anni, diventato una costola del Partito democratico, gestiva una enorme quantità di denaro (al pari dell’altro contraente del patto unitario).

Ma la cosa più stupefacente è che i beneficiari ignoravano quale destinazione avesse lo zoccolo duro del malloppo. In verità, ancora il 23 dicembre la Margherita «certificò» la regolarità dei suoi bilanci: con una memoria depositata al tribunale civile e controfirmata dal rappresentante legale Luigi Lusi. Peccato che, all’epoca, il senatore Lusi si fosse già appropriato di 13 milioni di euro, procurandosi beni immobiliari in Italia e all’estero. Costernazione dei dirigenti che «non sapevano», che si affidavano a occhi chiusi a quel personaggio. Come dubitare di uno che era stato segretario dei boy scout e si vantava di essersi prodigato per i bambini della Palestina e di Cernobil? Politici di lungo corso trattati come ingenui «lupetti». Ed è qui che la solida concretezza del denaro evapora in un clima surreale.

Prendiamo un’altra storia, anche se ha un minor rilievo e comporta minori responsabilità. Riguarda gli ex presidenti di Camera e Senato che, oltre agli altri privilegi, godono di uffici e di segretarie nei palazzi del potere. Non basterebbe a queste figure, talora autorevoli, il riconoscimento di certi vantaggi a tempo determinato, magari per qualche legislatura, anziché per tutta la vita? La segretaria di Carlo Scognamiglio, che fu presidente del Senato per due anni, ha rilasciato a questo giornale una intervista dal candore disarmante. Protesta che nel suo ufficio si è occupati a tempo pieno, per di più con stipendi modesti. Precisa che il lavoro indefesso consiste nel programmare convegni e seminari. Il prossimo sarà dedicato, perbacco, al diario di Olindo Malagodi. Con tutto il rispetto per lo storico esponente liberale, ti cadono le braccia. E saremmo curiosi di sapere che diavolo stiano facendo gli altri numerosi titolari, chiedendoci se non potrebbero comunque svolgere un siffatto lavoro in sedi occasionali o a casa propria, con vantaggio dell’erario. Schifani e Fini promettono di sanare l’abuso. Staremo a vedere se alle parole seguiranno i fatti.



venerdì 3 febbraio 2012

Finanziamenti ai partiti politici : Tre decenni di promesse e di rimborsi senza freni


TRASPARENZA
Tre decenni di promesse
e di rimborsi senza freni
La vera svolta sarebbe sottoporre i bilanci al controllo della Corte dei conti



E si offriva pure, Luigi Lusi, di fare l'elemosina ai cittadini: una rinuncia a 200 euro sull'indennità parlamentare, crepi l'avarizia, mentre stava per fare sparire 13 milioni. Ridurre il caso del tesoriere della Margherita alla mascalzonata di un singolo, però, sarebbe sbagliato: se è successo è perché nel mondo opaco dei finanziamenti ai partiti poteva succedere. E questo è il problema.
L'allarme sulla gestione dei soldi statali da parte delle forze politiche ha radici lontane. Nel 1982 Marcello Crivellini la bollava come «paragonabile ad un misto di cosche mafiose e servizi segreti». E annunciava: «Quest'anno i revisori dei conti del Partito Radicale non sono scelti in base a criteri di partito, ma sono esterni di provata e indiscutibile capacità professionale».
Tutti dovevano poter conoscere il bilancio dei Radicali, continuava Crivellini: «Tutti debbono poter essere nostri revisori dei conti. Anche Craxi, Andreotti o Gelli se lo vogliono, così come un qualsiasi cittadino che sia iscritto o no al Partito».
Sono passati tre decenni, da allora. Tre decenni e un referendum che abolì il finanziamento pubblico e fu svuotato dal rattoppo dei «rimborsi elettorali». Rimborsi schizzati come è noto, tra il 1998 e il 2008 (anni in cui il Pil rimaneva sostanzialmente al palo), del 1.110%. Eppure proprio il caso dei soldi spariti dalle casse della Margherita dimostra come l'obiettivo di una vera trasparenza, invocata ieri da Bersani e Casini (che dicono di volere nuove regole «in una settimana») sia ancora lontano.
Eppure era già successo. Basti ricordare, tra gli altri, lo scandalo dell'immenso patrimonio della Dc. Era un impero immobiliare, con dentro gioielli come palazzo Sturzo all'Eur o la villa della Camilluccia per un totale di 508 immobili. E dopo una serie di oscuri passaggi societari e una catena di svendite a prezzi stracciati senza manco una perizia, finirono in gran parte in società fantasma che avevano sede in una catapecchia diroccata nelle campagne di Babici, in Istria, ed erano intestate a un italo-croato che campava scaricando cassette al mercato di Trieste.
Era già successo e, con le regole attuali, non poteva non succedere di nuovo. Lo scriveva ieri mattina, su «Europa», il giornale che fu della Margherita, il direttore Stefano Menichini: al di là delle responsabilità di Lusi «ci vuole l'umiltà di riconoscere l'errore collettivo di una platea più vasta - ci siamo dentro anche noi - di tutto il mondo che vive di politica e non aveva voluto vedere quanto fosse insostenibile il metodo di finanziamento dei partiti coi cosiddetti rimborsi elettorali, per di più a partiti estinti». Partiti defunti che incassano la metà dei rimborsi.

Il responsabile delle casse del Pd Mauro Agostini, in un libro autobiografico intitolato appunto «Il tesoriere», l'aveva scritto due anni fa con parole dure: «Il tesoriere ha in mano i cordoni della borsa di un partito. Figura tradizionalmente oscura, un po' sinistra, al punto da passare per colui che manovra non solo i denari ma anche i segreti più turpi della politica». Cupa o no che fosse la sua fotografia, spicca un dato: solo il Pd risulta aver fatto certificare il bilancio dal 2008, nella scia di quell'antica scelta radicale, dalla Price Waterhouse Coopers. E se agli ex Ds eredi dei debiti ma anche del patrimonio immobiliare del Pci va riconosciuto di avere messo online il loro bilancio (con l'impegno a metterci anche quelli di tutte le fondazioni-casseforti nelle quali sono state «messe al sicuro» case, negozi, palazzi) gli altri si regolano in maniera diversa. Sono online quelli dell'Idv o di Sel, non quelli della Lega (o se c'è è praticamente introvabile) e del maggiore partito italiano, il Pdl. La cui tesoreria è sì disponibile a fornire via fax quattro fogli di rendiconto, ma da qui a metter tutto a disposizione dei cibernauti ce ne corre...

La deflagrazione del «caso Lusi e del bilancio dei Dl», il cui acronimo ha fornito ieri a «Libero» lo spunto per il titolo «Diversamente Ladri», spingerà finalmente a una sterzata? Vedremo. Agostini sta preparando una proposta di legge per rendere obbligatoria la certificazione dei bilanci dei partiti da parte di società di revisione indipendenti, già adottata nello statuto di Fli. Con l'introduzione di forme di controllo radicalmente diverse: oggi il tesoriere è affiancato da un comitato di uomini per lo più fedeli alla segreteria. La proposta è che le verifiche siano affidate a soggetti indipendenti, esterni, senza legami col partito. La vera svolta, però, sarebbe l'obbligo di sottoporre il bilancio al controllo della Corte dei conti. Mettendo così finalmente in crisi il pilastro su cui si basa il meccanismo opaco attuale. Com'è possibile che i partiti, finanziati con pubblici denari, siano considerati oggi alla stregua di associazioni private nelle quali il «pubblico» non può mettere bocca?

I rivoli dei finanziamenti sono tali che non si sa nemmeno quanti soldi arrivano nelle casse. I rimborsi elettorali: 200 milioni l'anno sia pure in fase di riduzione entro qualche anno a 145. Poi i finanziamenti ai «gruppi» del Parlamento e a quelli dei Consigli regionali: almeno altri 150, stando alle stime. Poi gli stanziamenti per i giornali di partito o assimilabili: circa 40 milioni nel 2009. Poi i contributi che i parlamentari versano al partito, utilizzando spesso il fondo del portaborse: col risultato di far gravare sulle pubbliche casse anche il 19% di sgravio fiscale che spetta a chi finanzia la politica. Poi i soldi donati dai singoli elettori e dalle aziende...
Prendiamo quest'ultima voce. Fino a 50 mila euro, dice la legge, un partito ha diritto di incassare i «regali» di un cittadino o una società senza dover registrare il generoso donatore. Al di là della opacità sull'eventuale «merce di scambio» (una leggina, un comma, una deroga...) come fai a sapere se quei soldi finiscono a bilancio?

Una cosa è fuori discussione. Con regole diverse, il «caso Lusi» non sarebbe potuto succedere. Così come, agli elettori del Pd, resterà l'amarezza di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. L'ha scritto la stessa «Europa»: il peccato originale del Partito Democratico è stato «il permanere di due strutture parallele al neonato partito», che «ha da subito ingenerato retropensieri di ogni genere e insinuato il sospetto di una cattiva coscienza in chi, imbarcandosi nel nuovo soggetto, teneva in acqua due grosse scialuppe di salvataggio in caso di naufragio. Un errore psicologico che ha pesato e pesa ancora nella vita quotidiana del partito».

Era tutto scritto in un bisticcio avvenuto alla Festa della Margherita a Vietri sul Mare, il 7 settembre 2007, tra i due tesorieri dei Ds e della Margherita. Lusi, che aveva molti soldi liquidi, voleva mettere tutto il patrimonio insieme dentro al Pd. Sposetti, che coi debiti aveva ereditato dal Pci e dal Pds anche 2.399 immobili blindati in 55 fondazioni, spiegò che non ci pensava proprio: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all'altare poveri in canna, ma se Ughetta ha un po' di patrimonio e Luigino ha un po' di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni».
Il risultato lo racconta Angelo Rovati, il braccio destro di Romano Prodi, nella campagna elettorale del 2006: «Se è vero quello che leggo, cioè che la Margherita ha speso quattro milioni in propaganda quando il partito era già chiuso, è singolare che per la campagna elettorale del 2006 abbiano fatto un sacco di storie per dare qualche spicciolo per la campagna di Prodi: un paio di milioni in tutto, fra Margherita e Ds». Tenere ciascuno la sua scialuppa, evidentemente, era più importante che vincere la regata...

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, dal corriere
3 febbraio 2012 |

giovedì 26 gennaio 2012

Concorsi pubblici +PD = raccomandato


Concorsi pubblici +PD = raccomandato


L'intervento di ieri del Consigliere Benedetto sul concorso arbea vinto da un dirigente PD , vicepreidente APEA , si riferiva al consigliere uscente di Policoro Franco Labriola. Intanto noi precisiamo che il concorso non è stato vinto , ma Franco ha superato brillantemente due prove , quella scritta e quella tecnico pratica. Ma la questione che pone Benedetto , non è tanto questo caso , ma in generale in basilicata è consuetudine nel PD che i propri dirigenti o familiari siano sempre i più Bravi , eclatanti sono i casi di Casaletto e del fratello di La Corrazza. Voglio ricordare che proprio Restaino in una drammatica direzione regionale , messo sotto accusa per le segnalazioni degli amici nei concorsi arpab questione per cui è sotto indagine , quando chiese ai presenti (tutti i dirigenti pd presenti )che chi non avesse fatto una segnalazione mettesse le mani sul tavolo , tutti , ma proprio tutti ebbero l'accortezza di non farlo e candidamente l'ex sovrano Folino (presidente consiglio regionale ) ammise il vizietto . Ritengo questa una questione grave , una ingiustizia sociale specie oggi dove non vi è nessuna opportunità per i giovani di trovare lavoro , dove i nostri talenti , con tanto di laurea e specializzazione non hanno possibilità neanche di provarci , se non umiliandosi e vendendosi al padrino politico . Ha ragione il consigliere Benedetto quando dice , che a questo andazzo va dato una svolta con meccanismi e metodi trasparenti che garantiscono l'opportunità e selezionino i migliori . Dopotutto il PD è il partito che predica il merito , ma in basilicata ha ereditato il vecchio vizio della segnalazione. La crisi drasticamente riduce queste opportunità . anche per questo necessitano comportamenti e regole che non devono generare nessun dubbio , come il vizietto delle promesse fasulle , quante c'è ne saranno in questa campagna elettorale , ma agli elettori basterà ricordare quelle fatte e non mantenute.
Pubblicato da Ottavio Frammartino, giovedì , 26gennaio  2012

Dopo la pensione la super-consulenza ecco l'Eldorado dei boiardi di Stato

Dopo la pensione la super-consulenza
ecco l'Eldorado dei boiardi di Stato
Dalla Farnesina al Tesoro: cambiano i governi ma loro restano. Costi esorbitanti per incarichi sempre ricompensati a suon di gettoni o indennità da migliaia di euro

di CARMELO LOPAPA,da Repubblica

ROMA - L'Eldorado dei pensionati si chiama Farnesina. Difficile che un diplomatico, figurarsi un ambasciatore uscito di ruolo, vada ai giardinetti. Ma a far passeggiare i nipotini non ci pensano nemmeno sovrintendenti e dirigenti di prima fascia dei Beni culturali. Per non dire dell'Economia o dell'Istruzione. Per tutti o quasi, una scialuppa di salvataggio sotto forma di poltrona da consulente o consigliere o presidente di una società o un istituto alle dirette dipendenze del dicastero di provenienza. Poltrona solida e a prova di tempesta: non c'è cambio di governo che tenga, da Prodi a Monti passando per Berlusconi, i boiardi di Stato sono sempre li. E sono ovunque. È l'altra faccia dei costi, stavolta di una burocrazia politicizzata e tentacolare. Costi esorbitanti, per incarichi sempre ricompensati a suon di gettoni o di indennità da migliaia di euro. Da sommare alla pensione d'oro che per i dirigenti di prima fascia non scende mai sotto i 100 mila euro l'anno. Per tutti loro, presidenze di società pubbliche o istituti con sigle da addetti ai lavori, da Ales a Ispi, passando per la più nota Sviluppo Italia, ruoli da commissari e stuoli di consulenze. Chissà se la cura Monti arriverà anche lì. A giudicare dalle premesse (e dalle ultime conferme), pare di no.

FARNESINA, TRAMPOLINO D'ORO
Se esistesse una lista dei pensionati "riciclati", in testa ci sarebbe l'ex ambasciatore Umberto Vattani. Nato 74 anni fa, padre di Mario - l'ormai ex console di Osaka richiamato dal ministero degli Esteri dopo il video sulle prestazioni "fascio-rock" - viene nominato presidente dell'Istituto del commercio estero appena in quiescenza nel 2009, per approdare poi nel novembre scorso alla presidenza di Sviluppo Italia Sicilia, spa con 84 dipendenti che fa capo alla Regione del governatore Lombardo. E siccome il tetto fissato dalla giunta per quel genere di incarichi è di "appena" 50 mila euro l'anno - modesto gettone a fronte del curriculum e del prestigio dell'ambasciatore - pochi giorni dopo il conferimento, lo stesso presidente della Regione nomina Vattani anche "esperto di diritto commerciale e societario", per un compenso di 43.900 euro (lordi) l'anno. L'anziano diplomatico presiede al contempo il cda della fondazione Italia-Giappone. È solo il primo di un lungo elenco. Giovanni Castellaneta, ex ambasciatore tra l'altro a Washington e Teheran, già nel cda di Finmeccanica, dal settembre 2009 è presidente della Sace, controllata del ministero dell'Economia. L'ex ambasciatore a Mosca e Londra ed ex Segretario generale dell'Osce, Giancarlo Aragona, dal 15 novembre scorso è presidente dell'Ispi, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, struttura autonoma che fa capo alla Farnesina ma con tanto di assemblea dei soci. E di gettoni. Un altro diplomatico in pensione dal 2008 ma in piena attività è Francesco Olivieri, responsabile della sede Washington Dc di Enel. E ancora, Federico Di Roberto, ambasciatore in riposo e consigliere per gli Affari internazionali del governatore della Liguria, Claudio Burlando, Maria Grazia Di Branco, dirigente in pensione (consulente del Cerimoniale agli Esteri) oggi commissario governativo delle Expo internazionali Yeosu (Corea del Sud) e Venlo (Olanda) 2012. Direttore amministrativo delle medesime Expo, è Salvatore Cervone, ex dirigente generale della Funzione pubblica e ex segretario generale Cnel. Sono solo alcuni tra i tanti. Mentre Rita Di Giovanni, dirigente di prima fascia alla Farnesina, è ora presidente del Cug, il Comitato unico di garanzia dello stesso ministero.

CULTURA SFORNA POLTRONE
Ad accomunare i destini di boiardi e superburocrati è dunque l'impermeabilità ai cambi di governo. Pubblica istruzione e Beni culturali non temono confronti. Maria Grazia Nardiello, in quiescenza da direttore generale per l'Istruzione post secondaria, adesso è a capo della segreteria della nuova sottosegretaria all'Istruzione, Elena Ugolini (estrazione Cl). Giuseppe Cosentino, un tempo capo dipartimento all'Istruzione, ora è capo della segreteria tecnica del ministro Francesco Profumo. Altro capitolo i Beni culturali, tra sovrintendenze, società parallele, consulenze. Giuseppe Proietti è stato potente segretario generale del ministero, uno dei grand commis del Mibac. Sotto la gestione Galan, lo scorso anno, diventa presidente di Ales, Arte lavoro e servizi, società in house e braccio operativo del dicastero con i suoi 600 operatori. Luciano Marchetti, un tempo direttore generale dei Beni culturali del Lazio, viene prima chiamato da Bertolaso quale responsabile dei beni culturali dell'Aquila post terremoto. E oggi è commissario per gli interventi urgenti nella Domus Aurea di Roma. Claudio Strinati, ex sovrintendente del polo museale capitolino, è rimasto da consulente nello staff del direttore generale del Mibac Mario Resca.

VOLI E CONCORSI
Più delicati sono i ruoli, più i governi che si succedono preferiscono richiamare dirigenti d'esperienza. E così, anche sotto la gestione Monti, capo del coordinamento operativo dei voli di Stato di Palazzo Chigi resta (pensionato ma consigliere) Raffaele Di Loreto. Come pure al Viminale, l'ex direttore centrale delle Risorse umane della Pubblica sicurezza, Giovanni Cecere Palazzo, in pensione dallo scorso anno, nel novembre 2011 viene chiamato dal capo della Polizia Manganelli alla presidenza di una delle più importanti commissioni esaminatrici di concorsi gestiti dal dicastero.

ECONOMISTI INTRAMONTABILI
Guadagnano tutti tra i 60 e i 100 mila euro lordi extra pensione gli alti burocrati del ministero dell'Economia che non hanno fatto in tempo ad incassare la liquidazione che si sono ritrovati in sella ad un'altra poltrona. Bruno De Leo, dirigente di prima fascia della Ragioneria generale dello Stato è stato chiamato a far parte del collegio dei revisori dei conti del Comune di Roma di Gianni Alemanno. Giancarlo Giordano già ai vertici del ministero di via XX Settembre è stato designato dallo stesso dicastero nel collegio dei sindaci della Sea aeroporti Milano. Giancarlo Del Bufalo, ex dirigente generale all'Economia, oggi è presidente dell'Oiv l'organismo indipendente di valutazione dello stesso ministero. Da un ministero all'altro, da una società pubblica a un commissariato, niente e nessuno va in pensione, tutto si trasforma.
(26 gennaio 2012)

lunedì 23 gennaio 2012

Spiegel online: "Ma vi sorprendete che il comandante fosse un italiano?"


DISASTRO CONCORDIA
Spiegel online: "Ma vi sorprendete
che il comandante fosse un italiano?"

Le pesantissime affermazioni di Jan Fleischhauer, uno dei columnist dell'edizione online del settimanale tedesco. Partendo dal naufragio, si lancia in un ragionamento sulle differenze tra le nazioni e arriva alla crisi dell'euro. "Quel che può succedere quando per motivi politici si ignora la psicologia dei popoli, ce lo mostra la crisi della valuta"
di  ANDREA TARQUINI,da Repubblica

BERLINO - Ma via, qualcuno si è davvero meravigliato che il comandante della sciagura, il capitano della Costa Concordia, fosse un italiano? L'affermazione razzista, che sa molto di complesso di superiorità ariana, non viene dai neonazisti della Npd, bensì da Jan Fleischhauer, uno dei columnist di Spiegel online 1, l'edizione internettiana del settimanale tedesco. E la dice lunga sull'idea che i tedeschi hanno del resto d'Europa.

"Mano sul cuore, ma vi sorprendete che il capitano fosse un italiano? Vi potete immaginare che manovre del genere e poi l'abbandono della nave vengano decise da un capitano tedesco o britannico?". Pazienza per l'amnesia collettiva dei tedeschi verso prove di eroismo (vedi Cefalonia), Fleischhauer continua: "Conosciamo tipi del genere dalle vacanze al mare, maschi bravi con grandi gesti, capaci di parlare con le dita e con le mani, in principio gente incapace di fare del male, ma bisognerebbe tenerli lontani da macchinari pesanti e sensibili, come si vede. 'Bella figura', è lo sport popolare di massa italiano, cioè impressionare gli altri, anche Schettino voleva fare bella figura, purtroppo ha trovato uno scoglio sulla sua strada".

Non è finita: l'editorialista di Spiegel online riconosce di aver scritto frasi politicamente scorrette, basate su stereotipi, sul razzismo, "sebbene - aggiunge però subito - non sia chiaro in che misura gli italiani siano una razza". Il carattere nazionale, continua Fleischhauer carezzando forse involontariamente idee di passati regimi, è qualcosa di simile alla differenza di comportamento provocata dalla differenza tra i due sessi. E ancora: le nazioni sono diverse, per motivi climatici, e anche le lingue hanno il loro ruolo.

Il senso di tutto il ragionamento che forse sarebbe tanto piaciuto al ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels? L'editorialista di Spiegel online ce lo spiega chiaro: "Quel che può succedere quando per motivi politici si ignora la psicologia dei popoli, ce lo mostra la crisi della valuta". Chiaro, euro in crisi perché gli italiani sono tutti inattendibili come Schettino, magari in questo giudizio sono compresi Mario Monti e Mario Draghi in questo giudizio. L'errore di nascita dell'euro, continua il disinvolto Fleischhauer, è stato chiudere nella camicia di forza di una moneta unica culture così diverse.

Peccato che Fleischhauer si dimentichi o finga di dimenticarsi che la riunificazione tedesca fu finanziata dal resto d'Europa, perché i costi del risanamento della Germania Est in bancarotta spinsero la Bundesbank a un aumento spaventoso dei tassi. Il quale portò ad aumenti dei tassi a catena in tutta Europa, prima dell'euro, rovinando le altre economie, non quella tedesca.

Peccato anche che non menzioni il dopoguerra: la Germania ovest risorse dalle rovine in cui la guerra iniziata da Hitler l'aveva ridotta perché gli Stati Uniti d'America e il Regno Unito spesero miliardi e miliardi sia col Piano Marshall per rilanciare la sua economia, sia con le spese militari per creare la Nato e difendere la Germania Ovest dall'Unione sovietica. E intanto la Germania ovest con un esercito che nella guerra fredda Der Spiegel definì 'bedingt einsatzbereit', cioè solo limitatamente operativo, si godeva il suo benessere consumista sotto l'ombrello atomico e militare in generale angloamericano e grazie al lavoro a basso costo dei migranti.

Allora, vogliamo parlare di carattere nazionale? Americani e britannici troppo generosi e spendaccioni per l'ex nemico, italiani, spagnoli e turchi troppo laboriosi alle linee di montaggio Volkswagen o Mercedes? E tedeschi incorregibili dopo la Weltanschauung nata da loro tra il 1933 e il 1945 secondo cui le nazioni non sono comunità di valori come nel mondo moderno, bensì solo razze come cavalli e cani?
(23 gennaio 2012)

venerdì 13 gennaio 2012

Se il vice di Durnwalder guadagna più di Sarkozy Dai presidenti agli assessori di Alto Adige e Trentino, i super stipendi delle Province autonome vincono su tutti


COMPENSI D'ORO
Se il vice di Durnwalder guadagna più di Sarkozy
Dai presidenti agli assessori di Alto Adige e Trentino,
i super stipendi delle Province autonome vincono su tutti


di Luis Durnwalder, dal Corriere
MILANO - Bravissimi, bravissimi, bravissimi. Pagato il pedaggio di riconoscere a trentini e altoatesini che le loro terre sono governate meglio di gran parte del resto d'Italia, si può sommessamente dire che non va bene che un assessore bolzanino guadagni di più che un ministro di Berlino?
Lo denuncia, col titolo «Fette Diäten» (Grasse indennità) il quotidiano sudtirolese Neue Südtiroler Tageszeitung , diretto da Arnold Tribus, liberale, radicale, amico di Alex Langer, malvisto dai separatisti almeno quanto è amato da chi auspica un Alto Adige europeo e serenamente bilingue. Meno male. Meno male perché non c'è occasione in cui chi tocca il tema dei costi della politica quassù, sollevando perplessità su certe storture che scatenerebbero l'iradiddio se avvenissero a Napoli, Palermo o Catanzaro, non venga investito dal lamento per l'onore offeso delle genti alpine. E come sui Nebrodi o in Aspromonte divampano i sospetti sul complotto nordista, qui dilagano i dubbi su una congiura anti-autonomista.


Esente dal sospetto di essere nemica dell'autonomia, che anzi difende accanitamente, la Tageszeitung si prende dunque la libertà di dire cose scomode. A partire da certi confronti. Non solo quello noto tra le buste-paga mensili di Luis Durnwalder (appena limata a 25.620 euro) e Barack Obama (23.083 al cambio di ieri), ma tanti altri. Che potrebbero consentire al giornale di rifare il titolo ironico di tre anni fa: «Poveri tedeschi!».Poveri davvero, sia quelli di Germania sia i cugini austriaci. Il giornale, sommando indennità, diarie e rimborsi forfettari, fa ad esempio un paragone tra gli introiti mensili reali (se poi ciascuno dà soldi al partito è un'altra faccenda, ma non può essere a carico dei cittadini) di rappresentanti istituzionali più o meno paralleli.


Bene, il presidente del parlamento del Libero Stato di Baviera, Barbara Stamm, guadagna ogni mese al lordo 14.841 euro. Quello del Bundestag a Berlino, Norbert Lammert, 16.504. Quella della Camera austriaca Barbara Prammer, 17.136. E quello del consiglio provinciale altoatesino Mauro Minniti 21.440. Più del doppio rispetto al pari-grado del Tirolo austriaco Herwig Van Staa, che di euro ne prende, dice la «NST», 8.902.
Ma sono tutti i paragoni del giornale tedesco a essere, diciamo così, curiosi. La vicepresidente dell'assemblea provinciale bolzanina Julia Unterberger, con 17.220 euro lorde, risulta avere ogni mese quasi seimila bigliettoni in più rispetto a Hillary Clinton, che come segretario di Stato americano guadagnerebbe, stando ai siti ufficiali, 136.204 euro l'anno, cioè 11.350 al mese.
Certo, Durnwalder ha ragione quando dice che lavora 17 ore al giorno (chi vuole controlli: alle sei di mattina è in ufficio) e che il suo stipendio è «un terzo di quello del direttore generale della Cassa di risparmio locale». La Bbc , l'anno scorso, fece la lista degli uomini più pagati del pianeta: David Tepper riceveva da Appaloosa Management un salario di 4 miliardi di dollari, George Soros dal Soros Fund 3,3, James Simons da Renaissance Technologies 2,5. E bene ha fatto Obama a sottolineare più volte che sono cifre offensive. Detto questo, però, lì parliamo di soldi «privati» (tra virgolette, ovvio: in caso di tracolli finanziari troppo spesso sono tirati poi in ballo i governi e con loro i cittadini) e qui di soldi «pubblici». E i confronti si fanno tra figure confrontabili.


Ed ecco che colpisce il distacco non solo tra il «lordo» mensile di Durnwalder rispetto al governatore del Tirolo Günther Platter, che con 13.353 euro prende poco più della metà del «cugino». Ma più ancora quello del presidente della giunta provinciale trentina Lorenzo Dellai (21 mila euro: erano 21.539) rispetto a quello del cancelliere Angela Merkel: 18.883. È demagogico chiedere se sia normale che Rosa Thaler, presidente dell'assemblea regionale trentina (organo ormai svuotato dal rafforzamento dei due consigli provinciali che lo compongono abbinandosi ogni tanto) abbia una busta paga di 21.300 euro, cioè maggiore di quella del cancelliere austriaco Werner Faymann? O che Hans Berger, il «vice» di Durnwalder, prenda 24.360 euro lordi al mese contro i 21.133 di Nicolas Sarkozy?
Quanto ai «soldati semplici», accusa il giornale tedesco di Bolzano, le differenze sono altrettanto nette: un «deputato» del land bavarese prende 6.881 euro lorde al mese, un consigliere tirolese a Innsbruck 4.748, un parlamentare al Bundestag di Berlino 8.252, uno alla Camera viennese 13.872. Sopra a tutti, un consigliere provinciale altoatesino se ne ritrova in busta paga 14.000. Se il segretario generale dell'Onu Ban Ki moon ne prende 13.823 c'è o no qualcosa che non va? O c'è chi pensa di cavarsela con la tesi che è Ban Ki moon a esser sottopagato?


Sono sottopagati i ministri germanici del governo Merkel e quelli austriaci del governo Faymann, che secondo la «NST» prendono rispettivamente 16.300 e 16.320 euro al mese o sono pagati troppo gli assessori altoatesini che di euro ne portano a casa mensilmente, ancora al lordo, 23.100? Torniamo a dirlo e ridirlo: qui non si contesta l'accordo internazionale che ha garantito giustamente all'Alto Adige e di sponda al Trentino una larga autonomia. E ci è facile riconoscere a chi ha governato quelle montagne, quelle valli, quelle città bellissime non solo di essersi fatto carico di mille competenze (strade, scuole, sanità, paesaggio...) altrove a carico dello Stato, ma di aver lavorato meglio di altri. La prova: Bolzano e Trento svettano sempre in cima a tutte le classifiche sulla qualità della vita.


Ma proprio per difendere quei risultati occorre che quelle autonomie virtuose si sgravino delle zavorre denunciate anche da giornali non certo centralisti come il Corriere del Trentino di Enrico Franco o l'Adige di Pierangelo Giovanetti. Che dopo aver espresso dubbi su certe prebende trentine (17.949 euro agli assessori, 9.432 al sindaco del capoluogo, 8.847 a quello di Rovereto, 7.461 a quello di Comuni come Riva del Garda: proporzionalmente 66 volte più di quello di Milano) hanno messo sotto accusa l'accumulo sbalorditivo di enti locali. Che qui sono cinque: Regione, Provincia, Comuni, Comunità di Valle e Circoscrizioni. E tutte distribuiscono soldi. Basti dire che le 16 «comunità» danno ai membri degli esecutivi almeno 867 euro, ai vicepresidenti almeno 1.060, ai presidenti da 2.891 a 3.533. Quanto alle circoscrizioni, che sono 12 a Trento e 7 a Rovereto nonostante siano state abolite in tutt'Italia sotto i 250.000 abitanti, i soli presidenti costano 360.000 euro l'anno. L'Adige ha fatto i conti: la spesa totale per le indennità dei 5 organismi è di 50.468.000 euro l'anno. Pari a 95,3 euro per abitante. Tutti «costi indispensabili della democrazia»?

Gian Antonio Stella
13 gennaio 2012

giovedì 12 gennaio 2012

Il doppio schiaffo


Difficile, difficilissimo tenere separati i due fatti politici di oggi, ovvero il no al referendum da parte della Consulta e il no della Camera all'arresto di Cosentino.

Andrebbero tenuti separati invece. Credo che la Corte non possa permettersi di decidere in base alle convenienze politiche di questo o quel partito, di questo o quel premier. E' stata tenuta al riparo degli attacchi ai tempi del Lodo Alfano, va tenuta  al riparo del fango oggi. In fondo, elementi di incostituzionalità nella proposta c'erano.
Cosentino invece è un'altra storia e si inserisisce nel pieno solco del voto politico. Non solo per equilibri generali, ma anche per equilibri interni di un solo partito, la Lega Nord nella quale si assiste a un  braccio di ferro tra Maroni e Bossi. Spiace solo che si contendano il partito non tramite un congresso, ma sulla libertà o meno di un uomo. L'ho trovata una cosa spaventosa.
Ma è indubbio che l'uno-due verrà letto come un ulteriore arroccamento della Casta, come due schiaffi ai voleri di gran parte del popolo italiano.
La fiducia nei partiti e nella politica non è mai stata così in basso. resta solo un cosa da fare per riscattarsi, cari politici: Cambiate subito la legge elettorale, date un segnale forte perché la disaffezione sta precipitando sempre più velocemente verso un baratro dal quale sarà sempre più difficile risalire.



Marco
marco.castelnuovo@lastampa.it
twitter@chedisagio

martedì 10 gennaio 2012

Tutti i super incarichi del «tecnico» trasversale


IL RITRATTO
Tutti i super incarichi del «tecnico» trasversale
La parabola Il suo curriculum va dalla fine della Prima Repubblica al governo di Romano Prodi


Carlo Malinconico ha giocato, correttamente, d'anticipo. Appena saputo che per lui si sarebbero schiuse le porte del governo di Mario Monti si è affrettato a dimettersi da tutti gli incarichi. E non ne aveva certamente pochi, l'ex presidente della Federazione degli editori. Contemporaneamente presidente dell'Audipress, consigliere di amministrazione dell'Agenzia Ansa, di Autostrade per l'Italia e di Atlantia, la holding che controlla le stesse Autostrade. Ma anche amministratore della Malinconico e associati. Il 7 novembre il timone della sua società di consulenza aziendale è passato nelle mani della sua signora Grazia Graziani, con la quale aveva trascorso diversi weekend nell'esclusivo resort di Porto Ercole, il Pellicano di Roberto Sciò.

Soggiorni pagati da Francesco De Vito Piscicelli, noto alle cronache per essere colui che la notte del terremoto in Abruzzo «rideva» al pensiero degli affari che la ricostruzione avrebbe garantito, per fare un favore, ha detto egli stesso ai giudici, ad Angelo Balducci, come gli era stato chiesto dall'appaltatore Diego Anemone. Comunque la si metta, un brutto scivolone per uno che adesso ha incarichi di governo. Il suo curriculum è lungo come la Quaresima. Le sue relazioni sono a 360 gradi.

Con l'ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Angelo Balducci, successivamente indagato con Anemone per gli affari della Cricca, i rapporti erano fraterni. Almeno a giudicare dalle intercettazioni telefoniche pubblicate dal Fatto Quotidiano da cui è scaturita la vicenda del Pellicano. Ce n'è una, per esempio, nella quale Malinconico parla con «Angelo», che chiama per nome, di «una spintarella». Un segnale «un po' da Oltretevere», spiega meglio un terzo partecipante a quella conversazione della mattina dell'8 maggio 2008, Calogero Mauceri detto Lillo. «Oltretevere» sta ovviamente per il Vaticano, dove il Gentiluomo di Sua Santità Angelo Balducci ha ottime aderenze. A che cosa sia potuta servire la «spintarella», non si sa.

Si sa invece che qualche giorno fa Mauceri, dirigente di Palazzo Chigi (lo era anche all'epoca dei fatti) è stato nominato capo del Dipartimento degli Affari regionali. Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg, questo è il suo nome completo, ha 61 anni, è avvocato ed è stato consigliere di Stato. Discende dalla nobile e antichissima famiglia albanese di Giorgio Castriota, eroe nazionale nella guerra contro i turchi. Più modernamente, nemmeno lui si è mai tirato indietro davanti a una sfida nella pubblica amministrazione, nei cui meandri si muove come pochi. Titolare della cattedra di diritto dell'Unione Europea a Tor Vergata, è l'unico italiano a essere diventato ordinario grazie a un meccanismo a dir poco curioso.

Una leggina, poi abolita, che consentiva agli insegnanti nominati dal ministro del Tesoro alla Scuola superiore di Economia e Finanze di transitare automaticamente nei ruoli dei professori universitari. Al Tesoro c'era stato fra il 1995 e il 1996, con Lamberto Dini. Capo dell'ufficio legislativo, esperienza che aveva già provato nel 1990 alle Partecipazioni statali, durante l'agonia della Prima Repubblica: ultimo governo di Giulio Andreotti. In seguito, si sarebbe aperta per lui la stagione delle authority, all'Antitrust e all'Autorità dell'Energia. E Palazzo Chigi, fino ad arrivare al vertice dell'amministrazione. Segretario generale, una potenza assoluta. Aveva fatto il suo nome per quell'incarico il ministro per l'attuazione del Programma Giulio Santagata.

C'era il governo di Romano Prodi e l'attuale sottosegretario vantava già una fiorente attività professionale. Che inevitabilmente, però, rischiava di entrare in rotta di collisione con il ruolo istituzionale. Come accadde. Lo studio Malinconico aveva avuto l'incarico di rappresentare Autostrade nel contenzioso che si era aperto a Bruxelles. La questione era pelosa, anche perché il governo, di cui Malinconico era al servizio, si era opposto alla cessione di Autostrade alla spagnola Abertis. Con la concessionaria autostradale c'era dunque in corso un pesante conflitto. E infatti Prodi, quella faccenda, non la digerì affatto. Nell'ottobre del 2007 fu la volta di un'altra singolarissima vicenda.

Il costruttore Edoardo Longarini, nome noto alle cronache di Tangentopoli, aveva attivato un arbitrato per il vecchio piano di ricostruzione di Macerata chiedendo allo Stato 70 milioni di euro. La clausola era nel contratto e il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro era con le spalle al muro. Nominò come proprio arbitro l'avvocato dipietrista Domenico Condello. Longarini designò invece l'ex amministratore di Autostrade, Vito Gamberale. I due arbitri di parte nominarono quindi di comune accordo come presidente del collegio il nostro Carlo Malinconico. Una scelta, si disse, «di garanzia». Ma che non mancò di sollevare inevitabili polemiche. Anche perché un segretario generale di Palazzo Chigi nelle vesti di arbitro in una controversia privata ancora non si era visto. Un paio d'anni dopo, per la cronaca, Malinconico entrava nei consigli di Atlantia e Autostrade.
di Sergio Rizzo, dal Corriere
10 gennaio 2012

Quei politici a loro insaputa


IL COMMENTO
Quei politici a loro insaputa
di FRANCESCO MERLO, da Repubblica
LA DIVINITA' acceca chi vuol mandare in rovina: a questo fa pensare l'ostinazione con cui i partiti resistono alla riduzione di privilegi e costi della politica che confliggono in modo aperto con la sensibilità del Paese. E invece Fabio Fazio, tra mille comode domande non si è ricordato (oops) di Carlo Malinconico Castrota Scandeberg. Ora dicono che Monti abbia finalmente avviato la procedura di dimissioni del suo nobilissimo sottosegretario all'Editoria ma già questa è un'idea barocca, un espediente doroteo per prendere tempo. Pare che lo abbia convocato stamani, ma avrebbe dovuto mandarlo via subito, ed è una brutta pagina quella intervista celebrativa di ben 40 minuti senza la domanda che qualunque italiano avrebbe fatto: "Cosa aspetta a far dimettere questo sottosegretario che, come nei film di Totò sull'aristocrazia, scroccava il conto dell'albergo sulle amate sponde dell'Argentario, 16mila euro per una settimana, proprio alla famigerata cricca di Stato sui cui appalti esercitava allora potere e parola"?

Farlo dimettere prima che glielo chiedesse l'Italia, di sinistra e di destra, sarebbe stata una prova di eleganza. Meglio: non chiamarlo al governo sarebbe stata una certezza di serietà, tanto più che Malinconico, ex segretario generale della presidenza del Consiglio, ex presidente degli Editori, interrogato dai magistrati si era persino, come Scajola, fatto grullo per farci tutti fessi. Anche lui "non sapeva" che il conto gli era stato offerto. E quando l'ha "scoperto" si è (ohibò) indignato: "Allora ho deciso che non avrei più messo piede in quell'albergo!". Già, cos'altro poteva fare questa ennesima povera vittima della solita ferocissima banda dei saldatori di conti altrui?

A pagare i 16mila euro fu, nientemeno, Francesco Maria de Vito Piscicelli, esponente di un'altra "cavalierissima" famiglia caduta da cavallo. Il conte Ciccio Piscicelli è quello che la notte del 6 aprile 2009 rise beato alla notizia del terremoto dell'Aquila pregustando grandi affari sulla carne dei morti. Più recentemente portò mammà la contessa al ristorante in elicottero sulla spiaggia dell'Argentario (rieccolo), che è un altro luogo eletto dell'Italia all'arraffo, quella dei magici appuntamenti al tramonto, relax e aperitivi all'hotel Pellicano: "Mi raccomando, non è che si distraggono e gli fanno pagare il conto?" chiede allarmato Anemone a Piscicelli. E nel linguaggio "ahum ahum" della cricca, Malinconico diventa "M", ma è una "eemmee" masticata e mimetica che all'orecchio sospettoso del maresciallo suona invece chiara e rivelatrice. Insomma ottiene, nell'intercettazione, l'effetto contrario: "Va fatta una reservazione... per quel signor Carlo..., con la "M" il cognome, no?". Malinconico, appunto.

"Il signor Carlo M" in un primo momento aveva dichiarato di avere pagato: "Sono stato presentato all'hotel "Il Pellicano" dall'ingegner Balducci che ricopriva carica istituzionale (presidente del Consiglio dei lavori pubblici, ndr). Non conosco invece l'imprenditore Anemone. Ricordo comunque di avere pagato per i miei soggiorni a "Il Pellicano", pagamenti di cui sono in grado di recuperare le ricevute fiscali". Ma poi con i giudici preferì sfidare l'irrisione e ricorrere al candore pur sapendo bene che i verbali non sono sketch della commedia all'italiana. E va bene che Malinconico è un fine giurista, tecnico del diritto e multiprofessore, ma l'astuzia minchioneggiante come linea di difesa è la stessa adottata da Scajola, beneficiato a sua insaputa.

C'è anche la registrazione di una telefonata di Carlo M. a Balducci: "Pronto". E Balducci con tono accogliente e festoso: "Professore". "Ti chiamavo innanzitutto per il piacere di sentirti e per ringraziarti". "Che, scherzi?". "Perché poi Lillo oggi mi ha detto che... Insomma ti aveva... E tu avevi poi dato... Tutto a posto". "Ci mancherebbe". "Grazie veramente, benissimo". "Ottimo il tutto". Di che parlano? Boh. Sono telefonate di reticenza e di intesa, il galateo applicato al sotterfugio, l'inciucio educato: c'è un evidente sforzo di non dire quello che  stanno dicendo. Fossero scritti, sarebbero pizzini con gli svolazzi. Anzi, visti i quattro quarti di nobiltà, pizzini in carta filigranata con lo stemma e con le cifre, come le mutande di Italo Bocchino all'Argentario.

E forse non parlano del soggiorno del signor Carlo M all'hotel Pellicano, forse Malinconico gli è grato per qualcos'altro. Sicuramente, visto il ruolo che ricopriva, era in conflitto di interessi. E quei 16mila euro, al di là dell'aspetto penale, sono un peccato mortale di stile e di decenza e dunque un campanello, un'orma da seguire con attenzione nella lunga carriera di un potente appartato , un potente "vero" verrebbe da dire, carriera di avvocato dello Stato, autore ricercatissimo di arbitrati borderline e geniali assistenze vincenti come quella che ha permesso all'altro sottosegretario, il suo amico Patroni Griffi (ancora un titolato) di comprare casa al Colosseo a un prezzo di evidente e dunque sospettabile favore. Certo, questa antropologia non esibisce la sgargiante spavalderia dei semivip e dei vip dei Parioli a Cortina. Malinconico è stato per tutta la sua vita professionale un tecnico dell'amministrazione, un professore e un magistrato. Ha esercitato il potere dentro i ministeri e la presidenza del Consiglio in ruoli vitali ma riposti, come richiederebbe la sua stessa antica nobiltà, discendente dagli eroi albanesi.
 Non ti aspetti dunque che nell'educazione più raffinata ci sia la stessa Italia all'arraffo che stava dietro gli sguaiati arroganti e i furbetti, a riprova che lo stile sobrio  -  e lo dico per mettere in guardia me stesso innanzitutto  -  non è di per sé sinonimo di moralità. Gli annali della polizia sono pieni di delitti eleganti.

Ecco perché Fazio avrebbe dovuto fare la domanda sulle dimissioni necessarie di Malinconico e Monti avrebbe dovuto ammettere l'errore, la leggerezza, la macchia nell'immacolata fedina del governo che pretende di restaurare anche l'etica e il gusto nazionali, vuole aggiustare l'Italia e gli italiani. E meglio ancora bisognava chiedere a Monti come mai non si era accorto di nulla, come mai nessuno gli aveva detto quel che era stato pubblicato dai giornali, e primo fra tutti da Repubblica già nel 2010. Ma forse è adesso che Monti sta leggendo i giornali italiani, e meno male, visto che appena insediato dichiarò di leggere solo quelli stranieri. Ora forse si è abituato e dunque ha capito che la richiesta di dimissioni non è legittimata solo dalla convenienza politica di parte, che comunque è lecita. Forse c'è qualcuno, a destra o all'estrema sinistra, che specula e legittimamente strumentalizza l'idea, purtroppo per tutti noi convincente e vincente, che la colpa in politica è sempre del padrone e mai del cameriere. Ma Monti non può sottrarsi a questa logica della politica proprio ora che con la politica ha cominciato a sporcarsi, "parcondicionandosi" per esempio da Vespa a Fazio, e speriamo che il prossimo non sia "Cortinaincontra".

Tanto più che Malinconico è stato anche presidente della Fieg che è un sindacato padronale, una corporazione, come quella dei tassisti o dei notai, e nel governo che ha dichiarato guerra alle corporazioni è in pieno conflitto di interessi. È infatti il sottosegretario all'Editoria, vale a dire l'erogatore di sovvenzioni ai giornali. Ed è sottosegretario proprio di Monti, uomo di fiducia del capo del governo. Monti si liberi stamani stesso, di buon mattino, dell'uomo che più degli altri sottosegretari e più ancora di un ministro ha il diritto di decifrane il codice e il dovere istituzionale di rappresentarlo sempre e dovunque si trovi, anche all'hotel Pellicano all'Argentario, sul dolce e nobile declivio dell'Italia all'arraffo.
(10 gennaio 2012)

venerdì 6 gennaio 2012

SPRECHI REGIONALI : la Calabria.


SPRECHI REGIONALI
Calabria, le spese coperte dagli omissis
Un consigliere regionale su tre non ha mai lavorato


Omissis. Omissis. Omissis. La risposta più sfacciata a chi si sgola sulla trasparenza nei conti pubblici è in certi bollettini ufficiali della Regione Calabria. La quale, costretta per legge a rendere noto come usa i soldi, copre i nomi degli oscuri destinatari di qualche decreto di spesa con ancora più oscuri «omissis». Lo denuncia un libro appena uscito. S'intitola «Casta calabra. La politica? Sempre meglio che lavorare...» ed è firmato dal direttore del Corriere della Calabria Paolo Pollichieni e dai suoi giovani di punta, Eugenio Furia, Giampaolo Latella, Pablo Petrasso e Antonio Ricchio. Un esempio? Eccolo all'articolo 2 del Decreto 3478 del 18 aprile 2011, col riconoscimento di un debito «in favore della società omissis, in persona del presidente del cda, rappresentata dall'avv. omissis». Un altro? Il decreto 3483, «liquidazione e pagamento della spesa a titolo di competenze di giudizio della somma complessiva di euro 251,64 in favore dell'avv. omissis». E via così. Somme piccole, somme più grandi... I cittadini avrebbero il diritto di sapere come vengono spesi i loro soldi? E vabbè...
«Prendete il più grande affare degli ultimi anni: la costruzione di quattro ospedali», raccontano gli autori, «Le strutture saranno realizzate nella Piana di Gioia Tauro, nella Sibaritide, a Vibo Valentia e a Catanzaro. Il costo previsto per i lavori è di 480 milioni (...) e la Regione ne ha affidato la progettazione (e il compito di seguire l'iter realizzativo) a una società in house della Regione Lombardia, "Infrastrutture lombarde"». Sulla procedura, la Procura di Catanzaro ha aperto un'inchiesta. Ma il punto non è questo. Il punto è racchiuso in poche righe della convenzione calabro-lombarda dedicate alla riservatezza. Il passaggio prevede che la divulgazione di documenti che riguardano «l'espletamento della convenzione sia concordata tra le parti». Dunque, accusano Pollichieni e i suoi cronisti, «i calabresi non potranno sapere nulla». E neppure, ovvio, i lombardi e gli altri italiani.

C'è di tutto, nel libro. Per cominciare, la denuncia del degrado culturale: «L'indice di alfabetizzazione dei consiglieri regionali della prima legislatura era doppio rispetto a quello degli attuali». Non solo oggi su 50 «la metà non ha la laurea» ma «ben 15 non hanno mai presentato alcun reddito da lavoro dipendente, non hanno mai conosciuto, neanche per un giorno, la dimensione del lavoro. A questi si aggiungano due consiglieri regionali che hanno "lavorato" ma come calciatori in categorie dilettanti e semiprofessionistiche».

In compenso, sono cresciuti enormemente gli addetti stampa, assunti senza concorso a infornate successive dalla destra e dalla sinistra e di nuovo dalla destra ancora pochi giorni fa tra parenti, amici e compagni di partito, fino a diventare un battaglione: «A decine negli uffici della giunta regionale, a decine in quelle del Consiglio e via scendendo, passando per tutti gli enti subregionali fino all'ultima e più sperduta delle aziende ospedaliere». Come stupirsi, poi, di certi bilanci? L'Astronave («così si chiama il palazzo che ospita la massima assemblea elettiva calabrese») costa ogni anno 77,9 milioni di euro. Il doppio del «parlamentino» dell'Emilia-Romagna che pure ha una popolazione doppia. Risultato: il Consiglio costa 38,7 euro a ogni cittadino calabrese, 8 euro a ogni emiliano. «Per gli stipendi di consiglieri regionali e assessori esterni, la Calabria mette da parte più di 23 milioni all'anno. L'Emilia Romagna meno di 13».

Quanto ai vitalizi, basti un esempio tra i tanti. Quello del professor Domenico Cersosimo, chiamato nel novembre 2007 da Agazio Loiero a fare l'assessore alla Cultura e poi il vicepresidente. Totale dell'impegno in giunta: 848 giorni su 1.798 di legislatura. Per dargli la pensione, dice il libro, la Regione gli ha chiesto di versare contributi integrativi per 45 mila euro e dal 1 maggio 2011, a 59 anni, il docente riceve 3.600 euro lordi al mese. Dodici mesi e mezzo e da metà del prossimo maggio avrà recuperato tutti i 45.000 euro versati. Dopodiché, se vivrà come un italiano medio (auguri vivissimi, ovvio) sfilerà ai contribuenti fino al 2032, quando avrà 80 anni, 43.200 euro lordi l'anno per un totale di 864.000 euro: 19 volte i contributi versati.

E le spesucce? «Nuovo gonfalone per la presidenza al posto del vecchio consunto: 3.500 euro più Iva»: 7 milioni di lire del vecchio conio, direbbe Paolo Bonolis, per un gonfalone. Per non dire della stanza di Fabrizio Capua, voluto dal governatore pidiellino Giuseppe Scopelliti come assessore regionale «ai Programmi speciali dell'Unione Europea, alle Politiche euromediterranee, all'Internazionalizzazione, alla Cooperazione tra i popoli e alle Politiche per la pace»: «Scrivania, cassettiera su ruote, librerie, una poltrona in pelle nera per lui e due (sempre in pelle) per gli ospiti, un divano a due posti e un tavolino. Costo: 23 mila euro». E poi i costi esorbitanti dell'aeroporto da cui decollano solo sei voli fissi al giorno ma i dipendenti hanno superminimi altissimi e la Sogas «paga 300 euro per svuotare ogni cassonetto alla società "Eco-Mrf"». E l'ufficio a Bruxelles infine soppresso ma per il quale, grazie a un contratto di 9 anni, la Regione continuerà a pagare 300 mila euro l'anno di solo affitto fino al 2015. E le società miste con uomini della 'ndrangheta. E le carriere di funzionari dal curriculum surreale: «Ottima conoscenza delle arti figurative e della storia artistica dei popoli. Discreta conoscenza teorica e pratica della musica maturata da autodidatta attraverso la studio del pianoforte e della chitarra».

E poi ancora la vicenda scellerata e tragica, chiusa con un misterioso suicidio, di Orsola Fallara, che ai tempi in cui Scopelliti era sindaco di Reggio Calabria liquidò a se stessa 947.836 euro e ne distribuì a pioggia ad amici e parenti compreso l'uomo cui era legata, «l'ingegner Bruno Labate, per un importo complessivo di euro 842.740».
La storia più indimenticabile, però, è quella di un servizio dell'inglese Indepen dent del quale Giuseppe Scopelliti e il suo assessore al bilancio Giacomo Mancini jr., omonimo del nonno ma transitato a destra, menarono vanto con toni trionfalistici: «Uno dei maggiori quotidiani britannici, il The Independent , ha dedicato un reportage di due pagine all'operato del presidente Scopelliti e dell'assessore Mancini. Il tabloid (le cui vendite superano le 250 mila copie) nella sua inchiesta su infrastrutture e turismo nella nostra Regione ha messo in evidenza "La strada per il successo intrapresa dalla Calabria"». Peccato che, come avrebbe rivelato una delibera, si era trattato di «uno spazio pubblicitario/editoriale» pagato e realizzato con VoxMediaPartner, «società esclusivista per la pubblicità del quotidiano anglosassone in Italia».

di Gian Antonio Stella,dal Corriere
6 gennaio 2012 |

mercoledì 4 gennaio 2012

operazione antievasione a Cortina . Incassi a più 400%


Fisco, blitz a Cortina su auto di lusso
in 42 dichiarano solo trentamila euro

L'operazione antievasione a Cortina ha fatto schizzare in alto gli incassi dell’erario: punte del +400% in alcuni negozi.
I dati dell'operazione della Gdf:
nei giorni dei controlli gli incassi
dei negozi salgono del 400%
MILANO
Dai controlli del Fisco a Cortina sui possessori di 251 auto di lusso di grossa cilindrata è emerso che su 133 auto intestate a persone fisiche, 42 appartengono a cittadini che fanno fatica a «sbarcare il lunario», avendo dichiarato meno di 30 mila euro lordi di reddito sia nel 2009 sia nel 2010, mentre 16 auto sono intestate a contribuenti che hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi. Gli altri 118 superbolidi sono intestati a società che sia nel 2009 sia nel 2010 hanno dichiarato in 19 casi di essere in perdita, mentre in 37 casi hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi. Lo comunica l'Agenzia delle Entrate del Veneto al termine di un'operazione condotta non solo nella Regione ma su tutto il territorio nazionale.

In generale, l'operazione messa in campo a Cortina lo scorso 30 dicembre, che ha impegnato 80 agenti per effettuare i controlli in soli 35 esercizi commerciali (su un totale di quasi 1.000 presenti nella località turistica delle Dolomiti), ha portato risultati e informazioni utili per il recupero dell`evasione. Gli incassi degli esercizi commerciali (alberghi, bar, ristoranti, gioiellerie, boutique, farmacie, saloni di bellezza, ecc), nel giorno dei controlli, sono lievitati rispetto sia al giorno precedente sia allo stesso periodo del 2010. In particolare, i ristoranti hanno registrato incrementi negli incassi fino al 300% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+110% rispetto al giorno prima), i commercianti di beni di lusso fino al 400% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+106% rispetto al giorno prima), i bar fino al 40% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+104% rispetto al giorno prima).

Non sono mancati, informa l'Agenzia, singoli episodi particolarmente significativi: un commerciante deteneva beni di lusso in conto vendita per più di 1,6 milioni di euro, senza alcun documento fiscale.
Fonte : La Stampa

Lo stenografo del Senato come il re di Spagna. Busta paga da 290 mila euro


STIPENDI DEI POLITICI. I PARLAMENTARI IN DIFESA: IN ALTRI PAESI UE SI GUADAGNA DI PIÙ
Lo stenografo del Senato come il re di Spagna
Busta paga da 290 mila euro
A fine carriera stipendi quadruplicati. Ai commessi fino a 160 mila euro


Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così. Il gioco è sempre quello: citare solo l'«indennità». Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il «netto» in busta paga quasi quasi triplica.
Sono settimane che va avanti il tormentone. Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al mese. Di là l'insistenza sulla sola «indennità». E la tesi che le altre voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi girano parte dei soldi al partito. Una scelta spesso dovuta ma comunque legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i «gruppi»? Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l'opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?

Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall'altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori. Peggio: rischia di distrarre l'attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema. Cioè il costo d'insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.

Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato. Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo. Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli unici, qui, a non essere strapagati».

Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: «Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto». Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna? Sembra impossibile, ma è così. Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.

Per carità, non «ruba» niente. Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94% dell'ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto. Ma certo sono regole che nell'arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga. E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.

Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila. E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità. Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l'Espresso, 485 mila euro l'anno. Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica. Va da sé che la pensione dovrebbe essere proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila lordi l'anno.

È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari. Basti ricordare che gli assunti prima del '98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni. Esempio? Un consigliere parlamentare di quell'età assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un'anzianità contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l'anno, pari all'85% dell'ultima retribuzione. Se poi decide di tirare avanti fino all'età di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.

Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori. A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l'anno che, se resta fino al 60º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai. E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l'età pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo «pro rata» per tutti. Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla. A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo «pro rata». Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l'amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina. Il confronto non si annuncia facile. Anche nel 2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro.

E tutto si arenò nei veti sindacali. Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti. Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio. Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d'oro. Il consigliere parlamentare «X» (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni. Da allora, finché non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.

Per 15 mensilità l'anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando. Da umiliare perfino l'ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila. Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici. Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.

Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps. I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro. Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall'ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons. E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro. Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro. Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora. Perché nel bilancio del Senato c'è anche una voce relativa al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate «segreterie particolari». Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro. Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell'inflazione.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, dal Corriere
4 gennaio 2012 |

mercoledì 21 dicembre 2011

Frontiere intasate, per amore o per denaro. La tracciabilità moltiplica i viaggi oltre confine


IL CASO
Frontiere intasate, per amore o per denaro
La tracciabilità moltiplica i viaggi oltre confine
Dalla Liguria verso la Costa Azzurra, da Trieste in direzione della Croazia, dalla Lombardia alla Svizzera. Boom delle trasferte per fare acquisti all'estero e sfuggire alle nuove regole sui soldi in contante
di CATERINA PASOLINI,da Repubblica

Arrivano i frontalieri del lusso e del regalo segreto. Dalla doppia contabilità o dalla vita amorosa affollata. Timorosi dei nuovi controlli fiscali e di compagni gelosi, quest'anno hanno il viaggio facile, la trasferta oltre confine più frequente, soprattutto in questi giorni di caccia al cadeau da mettere sotto albero, in casa o fuori. I loro problemi, di fisco ma soprattutto di fidanzate o compagni segreti da viziare con regali lussosi che devono restare nascosti, li conosce bene l'ex premier Berlusconi che citando le nuove norme fiscali ha parlato delle difficoltà che creano a chi "vuole fare un regalo e la moglie non deve saperlo".

Comunque se n'erano accorti primi i commercianti. Pronti a segnalare da luglio liguri in marcia verso la Costa Azzurra, lombardi diretti in Svizzera, triestini che guardano la Croazia. A denunciare il nuovo trend amoroso finanziario le associazioni di orafi ma non solo, commercianti del lusso e della raffinatezza che in Liguria negli ultimi mesi hanno notato un calo del 20 cento degli affari, dovuto non tutto alla crisi.

Le associazioni di categoria a livello nazionale confermano infatti la tendenza del viaggio blitz straniero, l'andata e ritorno in giornata con pacchetto infiocchettato. Un trend nato sull'onda delle recenti misure fiscali di luglio per la tracciabilità delle spese oltre 3600 euro, Iva compresa, e quella del governo Monti che ha stabilito il divieto di pagare in contanti oltre i mille euro.

Se infatti una volta si andava oltre confine in Svizzera per fare benzina, in cerca di prezzi migliori, sono tanti gli italiani che da mesi si mettono in macchina, in treno e varcano sorridenti la frontiera. Questa volta però non è la voglia di risparmio a spingerli, né perché al di là dei monti ci siano prodotti migliori di quelli creati dai nostri artigiani. Anzi. "È un misto di timore e ignoranza. Paura di essere controllati anche se si ha la coscienza e i conti in regola". Steven Tranquilli presidente nazionale dell'associazione orafi, orologiai e argentieri ha ricevuto in questi mesi tante segnalazioni dai suoi associati nelle regioni di confine. Meno affari, negozi vuoti, clienti che raccontavano le trasferte all'estero per fare acquisti.

Ma chi sono i viaggiatori del regalo? Chiaramente chi vuole pagare i contanti, sopra i mille euro, perché non resti traccia del pensiero, del desiderio, di quel pacchetto prezioso. Storie alla De Sica, che con due famiglie, una ufficiale e una ufficiosa, di questi tempi avrebbe avuto seri problemi a mantenere segrete. Mogli e mariti che per "colpa" di controlli fiscali o ricevute di carte di credito non hanno alcuna intenzione di far sapere al compagno della propria vita o alla consorte sospettosa, che hanno un amore segreto che viziano e coccolano anche più del legittimo consorte divenuto con gli anni pedante coinquilino quotidiano. Ma non solo. Chi ha ricevuto pagamenti in nero vuol farlo sapere al fisco e quindi non vuole resti traccia di acquisti fatti con soldi di cui difficilmente potrebbe provare la provenienza all'agenzia delle entrate", raccontano i commercianti diligenti.

L'allarme è stato lanciato già mesi fa dai negozianti liguri, dopo l'obbligo deciso a luglio di segnalare il codice fiscale al fisco dei clienti che fanno acquisti per più di 3600 euro, iva compresa. "All'inizio il calo è stato anche del 20 per cento, adesso va un po' meglio ma comunque è una norma che non ci piace, costringe i negozianti a fare i delatori". Fiorenzo Ghiso, degli orafi di Savona ne ha visti tanti prendere la via della Francia, come il collega lombardo Dario Zappini che racconta di grossi problemi per i commercianti di Varese e Como: il confine è troppo vicino per non attrarre i frontalieri del lusso o del segreto.

Loro, i negozianti, vorrebbero collaborare col fisco, ma così non va, dicono. "Dobbiamo persino segnalare chi paga col bonifico. E poi i grandi evasori mica spendono queste cifre, hanno altri mezzi, altro che viaggetti in giornata per coccolare l'amante".


(21 dicembre 2011)

giovedì 11 agosto 2011

Signori si mangia. Siete tutti invitati, purchè onorevoli.

LA CRISI E la CASTA


«Tutti a mangiare al Senato:

si pranza con 1,60 euro»

L'invito della Rete che diffonde tra commenti ironici il menu dei senatori

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Clicca per vedere il menu del ristorante di Palazzo Madama

MILANO -«Andiamo a mangiare tutti lì?». L'«onorevole» menu spopola su Internet. Che i pranzi dei nostri politici facessero invidia, come costo s'intende, alle mense francescane si sapeva da tempo. Eppure fa una certa impressione vedere stampati nero su bianco, anzi blu su giallo, gli euro che i senatori (ma anche i giornalisti parlamentari) sono «costretti» a sborsare al ristorante di Palazzo Madama. Qualche esempio? Un piatto di spaghetti alle alici: 1 euro e 60 centesimi. Avete ancora fame? E allora buttatevi sul fresco pesce spada alla griglia, tanto bastano solo tre (3!) euro e 55. La realtà di lusso, simile situazione anche a Montecitorio, è stata svelata dal deputato dell'Idv Carlo Monai, attraverso il settimanale l'Espresso.



I COMMENTI - Ora però ci pensa la Rete a scherzarci sopra: «Un po' troppo caro per le mie tasche...». I commenti ironici e gli sfottò si sprecano: «Chissà se ai peones come me è possibile abbonarsi. Tre persone con meno di € 100 mensili mangiano ben serviti! Se po’ fa!». In tempo di nuove misure economiche e di sacrifici per tutti c'è chi invoca la mannaia e chi fa notare che «ad integrare la differenza ovviamente ci pensano le tasse dei cittadini» (siamo in attesa della risposta dell'ufficio stampa, ndr). E non manca chi vuole investigare: «Lo scandalo sarà conoscere l'integrazione a carico del Senato. Chi è a conoscenza dei prezzi, li pubblichi ed allora potremo veramente indignarci!». Ma c'è anche chi non accetta il confronto: «Per un panino, una bottiglietta d'acqua e un caffè non spendo mai meno di 6 euro. Ma un po' di vergogna non l'avete?». La Rete, con il suo carattere irriverente e dissacratorio, ha fatto centro ancora una volta. Quella carta, in pochi minuti, è diventata cento, mille, diecimila menu. E replicato impietosamente a futura memoria. Portandosi un dubbio perenne: «Ma non sarà troppo pagare 52 centesimi per pane e servizio di camerieri in livrea?».



n.l.

11 agosto 2011 16:52