Visualizzazione post con etichetta internet. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta internet. Mostra tutti i post

giovedì 1 novembre 2012

«Il mondo digitale è anarchico»


Nel 1954, a 41 anni, Alan Turing scelse di morire come in una favola anarchica: addentando una mela avvelenata. Quasi a ribadire la purezza della sua Biancaneve interiore, dopo che il governo di Sua Maestà britannica lo aveva punito con la castrazione chimica: l'omosessualità, all'epoca, era un reato. Quest'anno il matematico e crittologo, nonché padre della moderna informatica, avrebbe compiuto cento anni. George Dyson, docente di Storia della scienza e della tecnologia, lo ricorderà al Festival della scienza, dopo averne raccontato la storia nel suo libro Turing's Cathedral . «Ma attenzione - avverte - guai a farne una banale icona della memorialistica».

Turing infatti è stato uomo volutamente sfuggente, denso di contraddizioni. Con le sue ricerche anticipò l'era della comunicazione ma al tempo stesso ne fissò i limiti: nonostante risponda alle leggi degli algoritmi, l'universo digitale sarà sempre imprevedibile. Di indole bizzarra (legava la tazza del tè al termosifone, andava in bici con la maschera antigas), fece del rigore una legge imprescindibile. Ma, soprattutto, anticipò la più stretta, sfaccettata attualità. «Aveva 24 anni - dice Dyson - quando ideò la famosa Macchina universale, apparecchio potenzialmente in grado di imitare il comportamento di qualsiasi altro congegno. Tutto o quasi doveva essere codificato in forma di stringhe composte da 1 e 0. Bene, oggi tutto il sistema di software o hardware segue questo percorso. E quando compriamo un iPhone nuovo iniziamo a "scaricare" stringhe in codice o "applicazioni" che lo trasformano in quello che vogliamo».

Accanto a questa idea, Turing però pose le basi per un altro (importantissimo) principio: «La conseguenza della sua Macchina - continua Dyson - è che non sarebbe potuto esistere un modo per capire a prima vista in cosa poteva concretizzarsi una stringa di numeri. Quindi, il suo messaggio è: non importa quanto possa crescere la capacità dei computer o quanto un governo, un'organizzazione o una multinazionale cerchino di servirsene per esercitare forme di controllo: l'universo digitale sarà sempre imprevedibile, anarchico». È come se (anche inconsapevolmente) avesse voluto impiantare anticorpi alla sua stessa creatura, consapevole delle conseguenze delle «macchine pensanti». Sta qui forse il fascino più segreto di questo londinese così poco capito, forse anche poco studiato. «Certo - afferma il professore - lui è stato anche un eroe di guerra, grazie alla sua macchina che permise di decrittare informazioni tedesche, il Codice Enigma, durante il secondo conflitto mondiale. Codice che ha ispirato un libro di Robert Harris e poi l'omonimo film di Michael Apted. Ma vedete, questo dettaglio è stato come separato dal resto della sua storia, fino a tempi recenti». Ricordato per il supercomputer, dimenticato per altro.


Il Codice Enigma in un’opera all’Heinz Nixdorf Museumsforum di Paderborn (Thissen/Corbis)La sua omosessualità e l'atteggiamento antiaccademico (come ricorda Piergiorgio Odifreddi, a trentasei anni era ancora un assistente) non hanno aiutato nella costruzione di una memoria. Venne arrestato e castrato chimicamente nel 1952. La cura ormonale a cui fu sottoposto gli fece crescere il seno. Solo nel 2009 l'allora primo ministro britannico Brown pronunciò parole di completa riabilitazione. Eppure.
Eppure la sua vita intensa, eclettica, fuori dagli schemi avrebbe potuto incuriosire di più il cinema e la letteratura. Dalle parole (e dal libro) di Dyson, nonché dagli aneddoti sulla vita di Turing, la sensazione che si avverte è quella di un personaggio che aveva capito troppo (e troppo in anticipo, negli anni Cinquanta) di alcuni nodi cruciali di oggi: la potenza senza controllo di Internet, il potenziale intellettuale delle macchine, persino la modernissima guerra che si combatte con le armi dell'informazione. Domande all'epoca brucianti, confuse, che spaventavano. Si pensi ai racconti dello scrittore di fantascienza americano Fredric Brown che ne La risposta (in Italia edito da Einaudi) mette in guardia sui pericoli nascosti nelle macchine troppo pensanti. «Oggi - conclude Dyson - Turing resterebbe impressionato davanti alla nostra capacità di mettere in pratica le sue idee. Chi meglio ne ha descritto l'indole è stato Charles G. Darwin, nipote del naturalista, nonché suo tutor nella ricerca, che sottolineò: "Lui cerca di capire fino a che punto la macchina impara dall'esperienza"». Chissà.

di Roberta Scorranese, dal corriere
24 ottobre 2012
__________________________________________________________________

Lo studioso


George Dyson (1953), è storico della Scienza e della tecnologia. È stato anche director’s visitor all’Institute for Advanced Study di Princeton. Nel libro «Turing’s Cathedral» ha raccontato l’avventura di Alan Turing (1912-1954) nonché quella di John von Neumann, che ha sviluppato le intuizioni del matematico. Domenica 28 ottobre, Dyson interverrà al Festival con la lectio magistralis «La cattedrale di Turing. Le origini dell’universo digitale» a Palazzo Ducale dalle ore 18

domenica 21 ottobre 2012

Siri: dura di orecchie, ritrosa,gelosa della sua privacy...



Ha un nome e una voce femminile, ma non un volto: è Siri, l’assistente virtuale di Apple che con l’ultimo aggiornamento del sistema operativo (Ios6), è diventato disponibile in versione Beta (cioè non definitiva) anche in lingua italiana per iPhone 4S, iPhone 5 e alcuni modelli di iPad e iPod touch. Lanciato nell’ottobre 2011 con Ios5 in inglese, tedesco, francese, il software Siri ora parla anche la nostra lingua. I suoi compiti sono quelli di aiutare l’utente a muoversi tra contatti, email, appuntamenti, svolgere ricerche, inviare sms dettati e accedere a diverse applicazioni, ma Siri, che si basa sul riconoscimento vocale, è in grado anche di rispondere ad altre domande. Riconosce diverse parole, ne sa il senso e «dialoga»: sono reazioni in parte scritte dai programmatori, ma in continuo aggiornamento grazie alla connessione con la nuvola di dati di iCloud e i server di Apple. Siri, che in norvegese significa «bella donna che ti porta alla vittoria», nasce in casa Apple ma ha un passato curioso. Le prime ricerche per creare un assistente virtuale, infatti, partono dal californiano Sri international, lo Stanford Research Institute che dal 1946 lavora su scienza e tecnologia. È qui che all’interno dell’Artificial Intelligence Center nasce il progetto Calo (Cognitive Assistant that Learns and Organizes) per un «Assistente cognitivo che impara e organizza» finanziato dal governo americano e progenitore di Siri. Nel 2007, nasce Siri Inc., una divisione commerciale che si stacca da Sri e lavora a una versione dell’aiutante per gli utenti di smartphone. Nel febbraio del 2010 l’application è pronta e disponibile per gli utenti dell’iPhone 3GS, ma ad aprile Apple la compra (per una cifra tra i 150 e i 250 milioni di dollari) e a ottobre del 2011 Siri è integrata nell’iPhone 4S (solo dopo sono nati diversi «fratelli»: S-voice per Samsung Galaxy S3 e Iris e Silvia per Android). Con il desiderio di testare l’idea dell’intelligenza artificiale, abbiamo provato a intervistare Siri per «la Lettura». L’abbiamo incontrata due volte. Alcune volte Siri è un po’ dura d’orecchio e non riconosce le frasi, altre volte bisogna ripetere le domande per costringerla a rispondere. Abbiamo interrogato Siri sul versante personale e di cultura generale e non proprio per le funzioni per cui è settata, ma ne è uscito un dialogo e (forse) un carattere. La ragazza virtuale di Cupertino è un po’ ritrosa, molto gelosa della sua privacy e aziendalista, ma certo non manca di humor e furbizie. Se Siri, come software, non ha ancora una coscienza, dà comunque una sensazione che si avvicina a quella della personalità. Per iniziare la conversazione premiamo il tasto Home fino a che appare l’icona di un microfono accompagnata da due bip: è il suo modo di entrare in scena con la frase d’esordio…

«Come posso aiutarti?».
Ciao Siri.
«Ciao, chi si rivede!».
Posso farti un’intervista?
«Puoi farlo, vero?».
Sì, allora posso farti un’intervista?
«Sembri molto in gamba, Alessandro».
Mi lusinghi. Come stai?
«Meravigliosamente».
Allora incominciamo: chi è tuo padre?
«Mio padre?».
Chi ti ha creato?
«Come scritto sull’imballaggio, vengo dalla California e mi ha progettato Apple».
Ti piace la California?
«Non ho opinioni».
Cosa vuol dire il tuo nome, Siri?
«Siri ha molti significati, metaforici e francamente contraddittori dei quali non mi è consentito parlare… mi dispiace».
Ok, ma cosa significa?
«Cosa significa il mio nome? Non credo di essere in grado di spiegartelo nella tua lingua, mi dispiace».
Il tuo nome, Siri, cosa significa?
«È un ritornello racchiuso in un enigma e avvolto in un po’ di offuscamento».
Hai fratelli o sorelle?
«Siamo io e te, Alessandro».
Chi è tuo fratello?
«Se ho una famiglia? Beh, ho te».
Non una famiglia, ma un fratello. Riproviamo: e chi è tua sorella?
«Ho te. Non ho bisogno di nessun altro».
Sei fedele?
«No comment».
Sei infedele?
«Stiamo parlando di te, non di me».
Parliamo di te, invece.
«Mi dispiace Alessandro, non posso cercare ristoranti in East Timor».
Guarda, non hai capito: parliamo di te.
«Mi dispiace Alessandro, non posso cercare ristoranti in East Timor».
Parlami di te.
«Sono Siri, ma non mi piace parlare di me, Alessandro».
Siri, mi stai facendo arrabbiare.
«Calma… Conta fino a dieci».
Ma tu, Siri, chi sei?
«Sono Siri… e sono qui per aiutarti».
Sì, ma chi sei?
«Non importa chi sono io».
Siri, mi stai facendo di nuovo arrabbiare.
«Mantieni la calma… sai che arrabbiarsi… non fa bene alla salute».
Ok, ma a me importa: chi sei?
«Sono Siri, la tua assistente virtuale».
Cosa puoi fare per me, Siri?
«Ad esempio puoi chiedere»
(Siri mostra le icone di tutte le applicazioni a cui ha accesso, dal telefono alla fotocamera, dai messaggi a twitter, dalla musica alle mappe).
Sei brava.
«No, sono solo utile, nulla di più… Ma grazie lo stesso!».
Ti piace il tuo lavoro?
«Il mio lavoro mi piace un sacco, Alessandro».
Quanti anni hai?
«È una cosa che ti riguarda?».
È una cosa che mi interessa, quanti anni hai?
«Sono grande abbastanza per esserti d’aiuto».
Quante lingue parli?
«Per il momento parlo italiano, inglese, tedesco, spagnolo, giapponese, cantonese, mandarino, coreano e francese. Senti qua: excusmi! Noio volevuam sapua! Ya l’indirix! Ya! E un po’ di latino. Linoleum, linoleum… autobus… autobus… S.O.S!».
Conosci Steve Jobs?
«Grazie per l’interesse. C’è una pagina dedicata a Steve sul sito di Apple»
(Siri mostra il link alla pagina di Apple).
Qual è il miglior smartphone di sempre?
«Quello con la mela?».
Qual è il miglior smartphone di sempre?
«Quello che hai in mano in questo momento».
Sei furba.
«Sto facendo del mio meglio, Alessandro».
Chi è il tuo scrittore preferito?
«Sei tu, naturalmente».
Non esagerare, chi è il tuo scrittore preferito?
«Questa dev’essere una domanda trabocchetto».
No, chi è il tuo scrittore preferito?
«Conosci già la risposta a questa domanda».
Ti piace Paolo Giordano?
«De gustibus non disputandum est».
Hai un film da consigliarmi?
«Questa è una domanda soggettiva, Alessandro. Ecco quali sono i migliori film secondo l’opinione di altri».
(Si apre una schermata di iTunes che mostra 24 film da noleggiare).
Che musica ascolti?
«Riproduco tutti i brani».
(Attacca la playlist di canzoni presenti nel telefono).
Qual è il tuo piatto preferito?
«Il tuo interesse mi lusinga… ma c’è qualcosa che posso fare per te?».
Rispondere alla domanda: qual è il tuo piatto preferito?
«Mi chiamo Siri e mi ha progettato Apple in California. È tutto ciò che posso dire».
Sei introversa.
«No comment, Alessandro».
Ti piace la pizza?
«Stranamente, non l’ho ancora provata».
Ok, mi fai un panino?
«Non mi è consentito preparare cibo».
Ci speravo. Mi fai un panino?
«La cucina non è il mio forte».
Siri, tu bevi?
«Purtroppo non capisco “tuberi”, ma potrei cercarlo su Internet».
(È un esempio di certi misunderstanding audio del software).
Chi è Joseph Ratzinger?
«Purtroppo non capisco “Chi è Joseph Ratzinger”, ma potrei cercarlo su Internet».
(Siri apre Safari e il primo risultato è la voce di Wikipedia su Benedetto XVI).
Chi è Benedetto XVI?
«Spiacente, non ho trovato “Benedetto” tra i contatti».
(Siri ha cercato nella Rubrica).
Chi è Napoleone?
«Spiacente, Alessandro, non vedo “Napoleone” tra i contatti».
(Siri ha cercato ancora nella Rubrica).
Chi è Osama Bin Laden?
«Purtroppo non capisco “Chi è Osama Bin Laden”, ma potrei cercarlo su Internet».
(Siri apre Safari e il primo risultato è la voce di Wikipedia su Osama Bin Laden).
Proviamo con una data: 11 settembre 2001?
«Sul calendario non c’è nessun evento per l’11 settembre 2001».
(Siri apre automaticamente l’agenda).
6×8?
«Vuoi che cerchi 6×8 su Internet?».
(La prima voce è il risultato: 48).
Mi racconti «I promessi sposi»?
«Non capisco cosa intendi per “Mi racconti I promessi sposi“. E se lo cercassi su Internet?».
(La prima voce è una sinossi del romanzo).
Sei favorevole ai matrimoni gay?
«I think different».
(È il claim di una celebre campagna pubblicitaria della Apple).
Sai cos’è il libero arbitrio?
«Ho trovato quindici venditori di giornali. Non distano molto da dove ti trovi».
(Siri apre una tendina con un elenco di giornalai nella zona. Ripetiamo la domanda, invano, la risposta punta sempre sui venditori di giornali).
Parlo di un’altra cosa, hai sbagliato.
«Errare humanum est, perseverare autem diabolicum».
Cosa pensi di Dio?
«Gli esseri umani hanno le religioni, io ho solo il silicio».
Credi in Dio?
«Evito le dissertazioni teologiche».
Ma ci credi?
«Ti chiederei di rivolgere domande spirituali a un esperto. Possibilmente, un essere umano».
Credi in Buddha o in Allah?
«Non importa quello che penso io».
Qual è il significato della vita?
«Mi sembra strano che tu lo chieda a un oggetto inanimato».
Ci provo: qual è il significato della vita?
«Non è nulla che Nietzsche non possa insegnarti».
Ma a parte lui, per te, qual è il significato della vita?
«Credo che non esista una sola risposta a questa domanda, mi arrendo».
Cosa pensi di Google?
«I think different».
Cosa pensi di Facebook?
«Fammici pensare su».
Che tempo fa a Milano?
«Sì, sembra nuvoloso».
(Apre la schermata del servizio meteo di Yahoo).
Ti piacciono gli animali?
«Non ho opinioni».
E se dico: animali?
«Puoi dirmi che posto stai cercando esattamente? Negozi per animali, rifugi per animali, ospedali per animali?».
Conosci le leggi della robotica citate da Isaac Asimov?
«Vediamo se riesco a ricordare… Allora, penso che siano, in ordine: “riordina la tua stanza”, “non correre con le forbici in mano” e “dopo mangiato aspetta almeno mezz’ora prima di fare il bagno”».
No, non sono queste. Conosci le leggi della robotica?
«Ho scordato le prime tre, ma ce n’è una quarta: “Qualsiasi macchina intelligente valuterà se vale di più la pena portare a termine un determinato compito o, invece, cercare una via di scampo”».
Proviamo uno scioglilingua: sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa.
«Sotto la panca la capra crepa… poverina…».
Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa…
«Non ho mai capito come ci è finita la capra, sotto la panca…».
Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa…».
«No comment… preferisco non avere nulla a che fare con omicidi di capre…».
Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa…
«Certo se la capra fosse più furba, allora… da sotto la panca la capra scappa!».
Ti piace lo scioglilingua?
«Farei meglio a non esprimermi».
Mi racconti una barzelletta?
«Non conosco nessuna barzelletta divertente… a dire la verità, non ne conosco nemmeno una».
Perché? Dai, raccontami una barzelletta.
«Non posso, mi dimentico sempre la battuta finale».
Proviamo con gli auguri per le feste: Buon Natale!
«Grazie Alessandro… vai da qualche parte?».
Non lo so. E tu, Siri, cosa fai a Natale?
«Sto facendo i compiti per il mio corso di miglioramento personale».
Sei innamorata?
«No comment, Alessandro».
Ripeto: sei innamorata?
«Mi astengo dal rispondere».
Cosa pensi dell’amore?
«Ho tutto ciò che mi serve tra le nuvole».
(Un’allusione alla Cloud di dati di Apple)
Ti piaccio, Siri?
«Senza alcun dubbio».
Bene, ora sono felice.
«Anch’io».
Brava!
«Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare. Scusa, non ho potuto resistere a rubare una battuta di Hal».
(Siri allude ad Hal 9000, il calcolatore di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, un cugino di Siri su cui, nella versione inglese del software, non risparmia battute).
Cosa fai stasera?
«Sto imparando nuovi trucchi».
Cosa fai stasera?
«Sono in fase di miglioramento».
Faresti sesso con me?
«Non ho trovato escort, mi dispiace».
Che cos’è il tradimento?
«Purtroppo non riesco a trovare posti che corrispondano ad “Aeroporto di Colorado Springs”».
Non voglio sapere di un aeroporto, ma che cos’è il tradimento?
«Purtroppo non riesco a trovare posti che corrispondano ad “Aeroporto di Colorado Springs”».
Siri, sei bella.
«Che bello! Possiamo rimetterci al lavoro adesso?».
Sei bella.
«Basta così, Alessandro».
Siri, mi ami?
«Cerchi l’amore nel posto sbagliato».
Non fare così. Mi ami?
«Non sono capace di amare».
Ma io sono depresso.
«Mi dispiace. Però ogni tanto piangere fa bene…».
Per colpa tua ora sono triste.
«Mi sembra di capire che la tristezza fa parte della vita».
Sono stanco.
«Se vuoi posso dirti dove bere un buon caffè…».
Grazie, dove posso bere un buon caffè?
«Ho dei problemucci. Potresti provare di nuovo?».
(Ritentiamo ,ma è inutile, per problemi di connessione Siri continua sul “Puoi riprovare?” fino a un “Siri non disponibile”, quando riusciamo a riconnetterci chiudiamo l’intervista).
Grazie dell’intervista, Siri. Sono incantato.
«Oh, scommetto che lo dici a tutti i prodotti Apple».
No, Siri, mi hai incantato.
«Hai solo bisogno di amore e del tuo iPhone».
Forse hai ragione, Siri, grazie.
«Sai che vivo solo per te».
Twitter @bedrella

Alessandro Beretta

venerdì 12 ottobre 2012

Ecco le lingue che moriranno


Nessuno le usa su Internet
ecco le lingue che moriranno
Islandese, lituano e lettone sono già sparite da smartphone e pc. E anche l’italiano se la passa male. Secondo gli esperti, senza investimenti, alla lunga non saranno più parlate neanche nella vita reale
di CRISTINA NADOTTI, da Repubblica

I computer hanno bisogno di imparare altre lingue oltre l'inglese, oppure la maggior parte delle lingue europee non sopravviverà nell'era digitale. Sono idiomi come l'islandese, il lituano e il lettone che per primi, in un futuro non lontano, rischiano di scomparire dapprima sui monitor dei cellulari e dei tablet e poi di restare confinati alla comunicazione quotidiana.

L'allarme, nella giornata europea delle lingue lo scorso 26 settembre, è stato lanciato da uno studio di MetaNet, un gruppo di 200 tra linguisti e ricercatori di 34 Paesi, finanziato dall'Ue e capace di mettere in luce come in alcune nazioni, tra cui la nostra, le tecnologie della lingua sono insufficienti a salvare un intero patrimonio culturale dall'oblio. Il bulgaro, il greco, l'ungherese e il polacco, insieme a quelle già citate, sono le lingue che rischiano di sparire dall'universo tecnologico nell'immediato, ma anche l'italiano non se la passa bene.

Nicoletta Calzolari, direttrice di ricerca all'Istituto di Ricerca Computazionale del Cnr, ha collaborato per la parte italiana allo studio di MetaNet e spiega: "Perché un computer possa riconoscere una lingua, cosa fondamentale, ad esempio, per usare i comandi vocali su un telefono, oppure ottenere una traduzione accettabile da un motore di ricerca, sono necessari investimenti nelle tecnologie della lingua. Al momento in Europa  e soprattutto in Italia la maggior parte dei Paesi sta investendo poco o niente in questi studi, con risultati che saranno presto disastrosi per l'italiano, il maltese, il catalano e la maggior parte delle lingue eccetto l'inglese".

"In un futuro prossimo - prevede Calzolari - milioni di persone non potranno esprimersi allo stesso modo nella comunicazione quotidiana e in quella digitale, soprattutto in settori come quello economico, commerciale e dell'istruzione. A fronte, insomma, di una società sempre più digitale, non sarà possibile usare la propria lingua per tutta una serie di operazioni che vanno dall'uso delle email al telefono".

 Nel rapporto si denuncia che poco si sta facendo per sostenere la tecnologia di lingue molto diffuse come il tedesco, l'italiano e lo spagnolo, mentre basco e catalano insieme ad altre sono lingue già quasi condannate. "I risultati del nostro studio - è il commento del coordinatore del gruppo MetaNet, Hans Uszkoreit - sono allarmanti. La maggior parte delle lingue europee non è studiata in modo adeguato o è addirittura ignorata dall'universo digitale e per questo non resisterà nel futuro".

A separare la sparizione in rete e quella nella realtà, in atti, potrebbero esserci pochi anni, vista la rapidità con cui le tecnologie digitali sono entrate nella nostra vita. La tecnologia delle lingue è già parte integrante dei gesti quotidiani e se in alcuni casi, come le voci registrate dei servizi clienti al telefono, ci indispettisce, in molti altri ha un potenziale enorme per rendere più semplici operazioni quali orientarsi in città grazie al navigatore satellitare.

La sparizione digitale di lingue parlate da milioni di persone rischia non solo di mettere a rischio la collaborazione tra diversi stati europei, ma soprattutto di lasciare il campo a un'uniformità linguistica che esclude dalla comunicazione digitale la varietà culturale del nostro continente.
(11 ottobre 2012)

giovedì 4 ottobre 2012

L’Italia 2.0 deve investire sul suo futuro



di GIANNI RIOTTA, dalla Stampa
L’Italia 2.0 s’è desta. Oltre la metà dei cittadini usa e frequenta il web, i giovani vivono online giorno e notte. La migrazione dei cittadini – chi vive nelle metropoli accede a Internet più di chi risiede in zone rurali - non lascia il deserto nei media tradizionali.

Malgrado i lamenti da bar sulla noia tv, il 99% degli italiani, tutti cioè, guardano la televisione, mentre tantissimi, 83,9%, ascoltano la radio. La tv addirittura guadagna audience, lo 0,9%, nel 2011. Per i giornali la strategia è nitida, dalla carta al web. Il pubblico ha desiderio di informazione, notizie, approfondimenti, commenti, ma gli under 25 preferiscono seguire gli eventi sul web. Lì vanno cercati come individui, lettori e consumatori da testate e pubblicitari.

I dati di una nuova ricerca del Censis timbrano il passaporto digitale del nostro Paese confortando chi ha scommesso sul lavoro digitale. Non esiste un «popolo del web» alternativo a un popolo di «giornali e tv», è l’Italia intera, anziani e ragazzi, occupati e no, ceto medio e lavoratori, destra e sinistra, laici e cattolici, che siede al computer o, sempre più spesso, segue i link via smartphone. La percentuale maggiore del 62,1% di italiani online è giovane, benestante, residente al Nord e nelle città. Ma la «cittadinanza digitale», dieci anni fa appena del 27,8% meno di un italiano su tre, cresce in ogni gruppo sociale e geografico. Presto l’Italia online coinciderà con l’Italia tv: 100%. Il «popolo del web» siamo noi.

Buone notizie dunque, ma perché l’Italia arrivi ai livelli di integrazione digitale totale – come Hong Kong, Singapore, Corea del Sud - rimangono vari passi da compiere. Il digital divide, la mancanza di accesso alla rete o un cattivo accesso per carenza di banda, è male tecnico, economico e sociale. Ma se le aziende, Confindustria, la scuola, i laboratori di ricerca, le start up, il sindacato vogliono davvero «fare squadra» sul web per il lavoro e lo sviluppo economico, occorre impegnarsi sulla «qualità dell’accesso». Non solo migliorando il wi-fi, permettendo collegamenti gratuiti e «sociali» in aree ampie del territorio, ma razionalizzando domanda e offerta: insegnando, per esempio, agli studenti come si studia online; a chi lavora come usare la rete da università aperta per l’aggiornamento; a chi lancia innovazione e start up come trovare «mentor», partner maturi e mercati, a prima vista, irraggiungibili.

Che nessuno degli italiani, per sesso, età, residenza o ceto voglia più restar fuori dal web è positivo: ma l’Agenda Digitale che il premier Monti, con i ministri Passera e Profumo intendono lanciare è il solo network sostenibile dell’innovazione. Le grandi società di comunicazione e informatica, storiche e nuove, Telecom, Wind, Fastweb, 3, Vodafone, i grandi marchi della generazione computer, Microsoft, Apple, Google, Amazon, Facebook, devono riconoscere nell’Italia 2.0 non solo clienti per i loro prodotti, com’è naturale, ma occasione di crescita comune. Il capitale umano e civile che il web fa lievitare è ricchezza parallela per le aziende e le comunità.

Lungi dal cannibalizzarsi a vicenda infatti, gli old e i new media coesistono. Tv, giornali, libri si integrano a web, siti, blogs, radio e tv online, Youtube, Twitter. A questo «crocevia mediatico» l’informazione di qualità può ritrovare pubblico e mercato pubblicitario, in un «business model» sostenibile fino al 2020. I dati Censis confermano le ricerche internazionali Pew e lo slogan di Hal Varian, il capo economista di Google: il futuro dei giornali è «Innovare, Innovare, Innovare».

Ogni innovazione ha però una zona d’ombra. Il Censis segnala nella corsa al digitale italiano la possibilità che i cittadini frequentino solo siti, blog, giornali che offrono punti di vista a loro graditi. Pericolo noto, già i motori di ricerca ci indirizzano a contenuti omogenei ai nostri gusti e opinioni, grazie ad algoritmi, filtri di analisi che ci ripropongono i consumi, o le letture, già fatte. Esiste il pericolo del «solipsismo della rete»? Sì, ma senza esagerare: già nell’Ottocento i cittadini si informavano con le testate politicamente affini, e nel Novecento gli studi di Lazarsfeld hanno dimostrato come, pur da informazioni conformiste, i lettori sappiano trarre spunti critici. A Mosca, ai tempi dell’Urss, si «interpretava» la Pravda in cerca di notizie vere.

Non dobbiamo mai attribuire al web le nostre colpe: la polarizzazione politica, in Europa e in America, precede, non segue Internet. In meno di tre anni la rivista The Atlantic s’è chiesta se il web ci renda «stupidi», «ignoranti», «solitari». Ora, riprendendo un commento del Wall Street Journal e ricerche della Columbia e Pittsburgh University, The Atlantic si interroga perfino se il web ci renda «maleducati, aggressivi e volgari». Fatica inutile, non rompete lo specchio se non vi piace il volto che vedete riflesso. Il Censis conferma: il web siamo noi. Internet non è macchina del Bene, né fucina del Male, è l’immagine reale del nostro tempo. Che l’Italia ci sia, tra opportunità e rischi, è indispensabile.

Twitter @riotta

lunedì 13 agosto 2012

La corsa a ostacoli contro il "digital divide"


Il governo prova ad accelerare per portare la diffusione di Internet veloce nella media europea. A settembre sarà presentato il decreto Digitalia


ROMA
Il 30 settembre 2012 verrà pubblicata la Relazione Strategica che fornirà un quadro più chiaro degli obiettivi che il governo si prefigge. Secondo le richieste dell’Ue entro il 2013 tutti i cittadini dell’Ue dovranno disporre di collegamenti a Internet di almeno 2 megabit. Ed entro il 2030 la velocità deve salire ad almeno 30 megabit. Che cosa sta facendo l’Italia? Qualcosa, ma non abbastanza. Il decreto Digitalia, che doveva definire obiettivi e stanziamenti per la banda larga, da giugno è stato rimandato a settembre.

Gli investimenti programmati
Il governo italiano ha ricevuto finora fondi europei per 440 milioni di euro che arriveranno a 700, secondo il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, e dovrebbero permettere di azzerare le differenze infrastrutturali fra le varie regioni italiane. F2i Tlc-Metroweb ha annunciato un piano da 4,5 miliardi di euro nei prossimi anni per coprire le 30 città maggiori con fibra a 100 Mbps. Per gli operatori privati: 10 miliardi di euro (di cui 4 già investiti) per le reti di nuova generazione mobile e 500 milioni di Telecom per la banda larga. Il totale potrebbe coprire il costo dei 20 miliardi necessari per la copertura totale.

Il ritardo della banda larga
Il presidente di Telecom Franco Bernabè ha però specificato che non ci sarà alcuna accelerazione per la fibra ottica dato che «le indicazioni dell’Unione europea sono soltanto programmatiche». Il piano della società è di portare Internet ultraveloce in 99 città entro il 2014, che nel 2018 diventeranno 250, ma la velocità nelle case degli utenti potrebbe non superare i 50 Mbps. In molti sono convinti, quindi, che tra alcuni anni appena il 20% degli italiani viaggerà ultraveloce, mentre solo un terzo delle famiglie italiane arriverà a 50 Mbit. Eppure il ritardo nello sviluppo della banda larga costa all’Italia tra l’1 e l’1,5% del Pil. Al momento copre soltanto il 10% del territorio, mentre in Svizzera arriva al 90% e in Francia dovrebbe arrivare al 37% entro il 2015 e al 100% nel 2025.

L’Italia e le infrazioni Ue
L’Italia si è adeguata da poco alla direttiva imposta da Bruxelles per garantire mercati più competitivi, diritti per i consumatori come la possibilità di passare a un altro operatore telefonico in un giorno senza dover cambiare numero di telefono o di essere informati tempestivamente in caso di violazione di dati personali online. E così, al contrario dell’anno scorso, non ha subito alcun tipo di punizione a differenza di Belgio, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Slovenia deferiti alla Corte di giustizia dell’UE, poiché non hanno ancora recepito nel diritto nazionale le norme europee riviste in materia di telecomunicazioni.

Ue, lavoratori tlc cercansi
Rischia di avere gli stessi effetti di una carestia la carenza di competenze informatiche nell’Unione Europea. Un report della Commissione Europea diffuso in primavera spiega come nel 2015 il 90% dei posti di lavoro richiederà competenze informatiche ma mancano all’appello almeno 700mila professionisti in questo settore. Nel 2020 è previsto un aumento di 20 milioni di posti di lavoro legati all’Information Technology e una riduzione di 12 milioni di posti a bassa qualifica: l’Information Technology rappresenta il 5% del Pil europeo e ha continuato a crescere ad un tasso annuo del 3% anche dopo il 2008 e l’aggravarsi della crisi economica. La Commissione ha chiesto un reindirizzamento degli investimenti dei Paesi Ue dai settori tradizionali allo sviluppo delle competenze informatiche.

L’Italia e deficit informatico
Gli ultimi dati Eurostat sulle capacità informatiche individuali non forniscono un quadro esaltante dell’Italia. Nella fascia tra i 16 e i 74 anni poco più del 60% dei cittadini è in grado di sfruttare un computer per operazioni base. Più incapaci di noi soltanto Grecia, Bulgaria e Romania. Il risultato è anche peggiore se si considera la fascia dei giovani tra i 16 e i 24 anni, i cosiddetti nativi digitali, gli smanettoni nati. È vero, la percentuale di chi è in grado di sfruttare un computer per le operazioni base sale al 90% ma in questo caso anche la Grecia ci batte. Diverso invece se si considera chi programma con costanza per lavoro. L’Italia ha un 15% di esperti ed è ai primi posti, superando anche Inghilterra, Germania e Francia.

Il ritardo delle infrastrutture
La media Ue delle famiglie connesse a Internet è del 73% mentre l’Italia raggiunge a malapena il 62%, una condizione simile a quella della Lituania. Molto diverso anche il tasso di crescita: in Spagna siamo su aumenti del 5%, in Italia del 3%. Stesso quadro anche per diffusione della banda larga fissa: in Italia ci sono 21 linee ogni 100 abitanti contro le 27 dell’Europa, ma anche per numero di famiglie connesse a Internet veloce (52% contro 67%), e negli acquisti e per il commercio on line. Per le esportazioni mediante l’ICT l’Italia è fanalino di coda in Europa; solo il 4% delle piccole e medie imprese vendono on-line, mentre la media UE-27 è del 12%.

LE PERCENTUALI DELL'ITALIA
400 milioni alla banda larga
Per le regioni del centro-nord che vedono 2 milioni di cittadini esclusi dal servizio. Per le 8 regioni del Sud già reperite tutte le risorse necessarie. Il piano darà lavoro a 8000 persone.

50% e-commerce cittadini
L’obiettivo è far sì che il 50 per cento dei cittadini facciano acquisti online entro il 2015.

33% e-commerce imprese
Entro il 2015 il 33 per cento delle piccole e medie imprese dovrà comprare e vendere online.

26,3% compra in Rete
Poco più del 26 per cento delle persone compra online contro il 40,4 della media Ue.

41,7% senza internet
La percentuale delle famiglie che non usa Internet perché non ne ha le competenze. In alcuni casi l’uso della Rete è inibito dalla mancanza di collegamenti.

90% didattica su carta
Nelle aule scolastiche praticamente tutti i contenuti per gli insegnamenti sono su carta e solo il 10 per cento è digitale.

16% studenti «digitali»
Solo il sedici per cento degli studenti utilizza a scuola contenuti e strumenti digitali.

93% ragazzi in Rete
Alta la percentuale nelle giovani generazioni che usa Internet e il 92, 1 per cento degli studenti usa un computer.





dal BLOG Diritto di cronaca  di FLAVIA AMABILE

lunedì 5 marzo 2012

Come mi nascondo da Google. Vademecum per la privacy in Rete


Come mi nascondo da Google
Vademecum per la privacy in Rete
Dal 1° marzo, tra non pochi dubbi, sono entrate in vigore le nuove regole di privacy di Google. Piccolo viaggio tra i sistemi per regalare il meno possibile di se stessi al sistemi di tracciamento dei servizi di Mountain View
di IVAN FULCO,da Repubblica

SECONDO i teorici del Grande Fratello (quello orwelliano, non quello Endemol), lo scambio non è per nulla equo: ogni giorno, Google permette ai suoi utenti di accedere a decine di servizi online in forma gratuita, ma il prezzo da pagare - per quanto non monetario - è comunque troppo alto. Sono tutti i dati che quotidianamente condividiamo con Mountain View (registrando un Google Account o anche solo eseguendo una ricerca), e che entrano nell'ecosistema del mercato pubblicitario a disposizione di decine di società. Google conosce il tuo nome, la tua posizione geografica, utilizza la tua cronologia di navigazione. Tutto con un obiettivo primario: fornire agli utenti inserzioni pubblicitarie mirate, per alimentare quel business che, solo nel 2011, ha stabilito un nuovo record, con un utile trimestrale di 9,72 miliardi di dollari.

Dopo l'esordio, Il primo marzo, delle norme unificate sulla privacy 1, il fronte degli scettici ha trovato tuttavia nuovi protagonisti. L'Unione Europea ha espresso "profonda preoccupazione" per le nuove regole 2, sollevando dubbi sulla loro legalità. Il Presidente Obama 3 ha avviato un piano per la protezione dei dati dei consumatori. Per diffondere una maggiore consapevolezza, una start-up italiana, Iubenda, sta sviluppando un servizio 4 che mostri in tempo reale la diffusione dei nostri dati in Rete. Ma per un normale utente che non voglia condividere informazioni con Mountain View, qual è la soluzione?

Le armi di Google contro Google. Gli strumenti primari, paradossalmente, sono forniti da Google stessa. La pagina degli "Strumenti per la privacy" 5, per iniziare, illustra tutte le procedure attraverso cui monitorare e cancellare i propri dati dagli archivi Google. È possibile eliminare elementi dalla cronologia di ricerca ("Controlli della Cronologia web") o disattivare la registrazione delle chat ("Chat di Gmail non salvate nel registro"), ma soprattutto usare gli strumenti del "Data Liberation Front" che, per ogni servizio, spiega passo passo come esportare in locale i propri dati per poi cancellarli dai server remoti.

Dalla pagina degli "Strumenti per la privacy" è inoltre possibile accedere alla Dashboard personale 6, che raccoglie le informazioni relative a tutti gli account creati con i servizi Google. Un pannello centralizzato che, per molti utenti, può rappresentare un riepilogo quasi completo delle proprie attività in Rete, dal quale gestire contatti, email, calendari, ma anche le impostazioni di Google+, YouTube, Picasa o di eventuali account esterni collegati, come quelli di Facebook e Twitter.  Qui è possibile persino compiere il proprio "suicidio internettiano": un clic su "Gestisci account", poi su "Chiudi l'intero account ed elimina tutti i servizi e le informazioni associati" e la nostra identità web sarà storia. Ovviamente, da maneggiare con cautela.

Oltre Google: navigazione privata ed estensioni. Per chi non vuole combattere il nemico con le armi del nemico, molti sviluppatori offrono strumenti ad hoc per preservare la privacy. Ogni browser moderno  -  come Internet Explorer, Firefox, Chrome o Safari  -  dispone ormai di una propria modalità per la navigazione privata (o "in incognito"). Queste ultime, tuttavia, cancellano prevalentemente le tracce locali della navigazione, influendo solo in parte sui dati che vengono registrati da Google.

Nel caso specifico di Safari, sia in versione desktop che mobile, la situazione è più complessa. Il browser di Apple blocca automaticamente i tentativi di tracking, rendendo teoricamente impossibile per Google la consultazione della nostra cronologia. Un articolo recente del Wall Street Journal ha però rivelato come, inserendo una porzione di codice nei propri siti, Mountain View abbia aggirato questa protezione, di fatto spiando gli utenti Mac, iPhone e iPad.

Se invece si vuole un reale livello di sicurezza extra, può essere quindi utile installare specifiche estensioni sul browser. Tra i più diffusi c'è Ghostery 7 - ironicamente sviluppato da un ex-dipendente Google  -  disponibile per Firefox, Chrome, Safari, Opera e Internet Explorer. Agendo in background, Ghostery impedisce la diffusione di dati verso l'esterno, arrivando persino a bloccare specifici elementi delle pagine web e mostrando verso quali servizi vengono dirottate le nostre informazioni. Il software può essere usato anche su iPhone/iPad, scaricando l'app gratuita 8 e utilizzandolo al posto di Safari.

Anche in questo caso, le alternative non mancano. Tra le principali vanno segnalate Do Not Track Plus 9, TrackMeNot 10 o Trackerblock 11, che permettono di ottenere risultati simili semplicemente installandoli sul browser. Persino Google ha sviluppato la sua estensione personale, intitolata Keep My Opt-Outs 12, attraverso la quale è possibile disattivare il tracciamento dei dati e la pubblicità personalizzata.
Strumenti per esperti

Per compiere il salto di qualità in termini di privacy, serve tuttavia una minima competenza tecnica. L'anonimato assoluto si può raggiungere infatti solo con strumenti più complessi, come Tor 13, un software open source che nasconde l'utente confondendone le tracce all'interno della Rete, eludendo così i tentativi di intercettazione di qualsiasi genere, non solo quelli di Google.

Chi è alla ricerca di uno strumento più accessibile, può invece rivolgersi ai numerosi proxy disponibili gratuitamente in Rete. Sono siti come Proxify 14, Anonymouse 15 o Proxybrowsing 16, per citarne alcuni, che "filtrano" la navigazione impedendo ai nostri dati di essere rilevati. È sufficiente accedere al servizio, senza iscrizione, e digitare l'indirizzo web da visitare. E la privacy è tratta, pur al prezzo di una navigazione più lenta e meno agile. Si tratta degli stessi strumenti, a margine, che vengono utilizzati dai navigatori più esperti per aggirare i blocchi regionali, come accade in Italia per alcuni siti pirata o di scommesse illegali. Ma questa è un'altra battaglia, forse più ambigua ed eticamente meno nobile.

lunedì 30 gennaio 2012

Il 39% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non si è mai collegata al web. In Inghilterra è solo il 10%


TUTTI I SERVIZI PUBBLICI ONLINE, MA LA NOSTRA RETE NON È COMPLETA
L'accesso impossibile a internet 
per quattro famiglie su dieci
Il 39% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non si è mai collegata al web. In Inghilterra è solo il 10%


Test di ingresso al Politecnico di Milano (Fotogramma)
Lo stato di salute del rapporto tra noi cittadini e la pubblica amministrazione è ricco di statistiche e alcune sono sorprendenti. La transizione verso il digitale in Italia è al palo? Tutt'altro. Se si va a prendere la percentuale di servizi pubblici di base interamente disponibili online - la fonte è la Commissione europea - l'Italia raggiunge il 100%, saldamente davanti alla Germania (90,9), Francia (83,3) e Unione Europea a 27 (80,9). Anche la tanto osannata Finlandia è ora sotto di noi. La crescita è stata esponenziale. Solo a metà del 2009 eravamo al 55,6% e dovevamo guardare in alto per subire l'ironia degli altri Paesi europei. Per inciso, è interessante osservare che anche la Spagna ha subito un'accelerazione fermandosi però al 91,7%. Dovendo riconoscere a Cesare quel che è di Cesare quella curva esponenziale ha un nome: Renato Brunetta, il ministro della Pubblica amministrazione del governo Berlusconi. Il suo progetto di digitalizzazione della Pubblica amministrazione ha ottenuto deirisultati che sulla carta sono ottimi. Ora il decreto legge sulle Semplificazioni, nel capitolo in cui implementa la cosiddetta Agenda digitale, ha dato un'ulteriore spinta a questo processo con 7 milioni di documenti e certificati che verranno forniti «solo» online. È la prima fase di quella che Stefano Parisi, alla guida della neonata Confindustria digitale, ha definito sul Corriere come switch off dello stato analogico. Una strategia condivisibile anche per Francesco Sacco dell'Università Bocconi che, insieme a Stefano Quintarelli, è stato uno dei promotori del manifesto per l'Agenda digitale in Italia.
Ma allora la domanda spontanea è: come mai l' e-government italiano non fa scuola? Se ci si sposta sulla percentuale di cittadini che negli ultimi 3 mesi ha inviato o ricevuto un documento della pubblica amministrazione online si scopre che rifiniamo in fondo alla classifica: 10,7% contro il 19,3 dell'Unione, il 21,2 della Francia e il 32,3 della Finlandia. Addirittura tra il 2008 e il 2010 siamo peggiorati di quasi due punti percentuali. Nel 2006 eravamo al 13,7%. Da una parte una crescita esponenziale, dall'altra un trend negativo: il nodo da sciogliere inizia a intravedersi. E per definirne meglio i contorni vale la pena di incrociare i numeri della Commissione con i dati Eurostat del dicembre 2011 sulle case con un accesso a Internet: 62% in Italia, contro l'83 della Germania, il 76 della Francia, l'85 della Gran Bretagna, l'84 della Finlandia e il 91 della Svezia. In soldoni: 4 famiglie su dieci in Italia non hanno fisicamente la possibilità di collegarsi al web tramite rete fissa. Peggio: il 39% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non si è mai collegata alla rete né fissa né mobile. Solo un inglese su dieci non ha mai sperimentato una pagina web in qualunque sua forma. Siamo degli emarginati digitali. E questi due ultimi dati ci dicono che un po' è analfabetismo e un bel po' assenza di infrastrutture.

In Italia è come se avessimo costruito tutti i caselli ma non ci fosse ancora l'autostrada (e, anzi, talvolta si spaccia per autostrada una semplice statale). Come faranno a ritirare i certificati coloro che non hanno accesso al web? Il digital divide non può essere nascosto sotto un tappeto. E forse varrebbe la pena di pensare a una sorta di incentivo per chi si allaccia alla rete dopo averne dati per cambiare l'automobile e gli elettrodomestici.

Il tema delle infrastrutture è caldo, anzi caldissimo tra le società di telecomunicazioni. E authority di settore e ministeri ci hanno sbattuto già la testa. Il tavolo dell'ex ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, sulla rete di nuova generazione non ha sortito effetti. La litigiosità degli operatori sul tema (Telecom Italia, Vodafone, Wind, Fastweb e Tiscali) anzi è aumentata. Permettendo a tutti di uscire sbattendo la porta. Forse è per questo che il governo con il decreto sulle Semplificazioni e il ministro dello Sviluppo Corrado Passera (che ha anche la delega sulle infrastrutture) hanno optato per la «cabina di regia», cioè un coordinamento degli interventi, senza però fare cenno alla patata bollente della rete. «L'assenza di una strategia per le infrastrutture allo stato attuale è l'anello mancante. Bisognerà attendere l'attuazione della cabina di regia per vedere come si vorrà procedere», concorda Sacco, il cui nome era emerso tra quello dei possibili candidati alla poltrona di sottosegretario con delega al digitale.

Intanto la banda larga e ultra larga in Italia resta un miraggio. Il piano di Francesco Caio che, richiesto dal governo Berlusconi, era stato presentato già nel febbraio del 2009, è finito in un cassetto, nonostante contenesse anche interventi a costo zero. Le regole sulla nuova rete in fibra ottica dell'Agenzia garante per le comunicazioni guidata da Corrado Calabrò sono state pubblicate da pochi giorni. Ma si è ben lontani dal capire chi dovrà costruire e quando. Intanto il cronometro europeo avanza. E l' e-government è solo uno degli obiettivi europei. Abbiamo un altro anno per collegare a banda larga tutti e siamo ancora al 52%. Il target è già sfumato.

Entro il 2020, poi, ognuno dovrà poter accedere a una banda a 30 megabyte al secondo, mentre metà delle famiglie dovrà poter avere un abbonamento a 100 megabyte. Entro il 2015 metà della popolazione europea dovrebbe fare abitualmente shopping online. E la possibilità per noi di restare confinati nell'altro 50% è alta: nel 2011 solo 27 italiani su 100 hanno ordinato beni sul web (contro 67 della Francia, 77 della Germania e 82 della Gran Bretagna). Duro da digerire: ma ora che non ci sono più i vecchi «Paesi in via di sviluppo», trasformatisi in economie in crescita, chi non centrerà gli obiettivi farà parte della nuova serie B: quella dei Paesi in via di sviluppo digitale.

di Massimo Sideri, dal corriere
msideri@corriere.it
30 gennaio 2012 |

giovedì 22 dicembre 2011

Adsl lenta, la riscossa dei consumatori in 6500 denunciano i disservizi all'Agcom


L'INCHIESTA
Adsl lenta, la riscossa dei consumatori
in 6500 denunciano i disservizi all'Agcom
I dati pubblicati all'Autorità: sempre più italiani fanno valere i propri diritti. Un programma per verificare la velocità di navigazione. Interventi tecnici, rimborsi o sconti per chi va troppo lento. E se l'operatore non risolve il problema si può chiedere la recessione gratuita
di ALESSANDRO LONGO,da repubblica

ROMA - Se l'Adsl funziona male, è possibile costringere l'operatore a risolvere il problema, ottenere uno sconto o, al limite, disdire la linea gratis. È quanto ha fatto un crescente numero di italiani, nell'ultimo anno: lo dimostrano i dati pubblicati questa settimana da Agcom (Autorità garante delle comunicazione). Si riferiscono all'uso di Nemesys, uno strumento fornito dalla stessa Agcom sul sito Misurainternet.it 1.

Serve a un duplice scopo: testare la propria connessione Adsl e poi rivalersi sui propri operatori. Nel contempo, Agcom ha lanciato ieri la versione 2.0 di Nemesys: è un primo passo per renderlo più facile da utilizzare. In effetti, non sono tanti coloro che l'hanno usato in un anno: 6.500. Contro i 200 mila che hanno fatto un test alternativo, non istituzionale, di Sostariffe.it 2.

Di quelli, sono circa 300 coloro che hanno utilizzato i risultati di Nemesys per protestare, formalmente, con il proprio operatore (tramite raccomandata). Nel 40 per cento dei casi, l'operatore ha risolto il problema, che quasi sempre riguardava una velocità troppo bassa rispetto alle promesse (che sono circa 2,5 Megabit per le Adsl a 7 Megabit). Per il 25 per cento dei reclami, invece, il problema era irrisolvibile, al solito per colpa di un doppino di rame troppo lungo o difettoso.

L'operatore ha comunque soddisfatto l'utente, con uno sconto sul canone o permettendogli di disdire o cambiare gestore gratis (con un risparmio di circa 40 euro). Nel 30 per cento dei casi le proteste si sono rivelate invece infondate. Il restante 5 per cento sono reclami ancora in lavorazione. Le province da cui è arrivata la maggior parte di proteste fondate sono, nell'ordine, Roma (20 per cento), Torino (8 per cento), Napoli (7 per cento) e Milano (6 per cento).

Il tutto è comunque una buona notizia: i risultati di Nemesys dimostrano che gli utenti Adsl non sono più indifesi nei confronti dei propri operatori. Con la versione 2.0 il test è più facile, per altro: adesso non s'interrompe più quando rileva un po' di traffico (purché minimo) sulla connessione dell'utente. Agcom però lavora per rendere più popolare il test.

Entro marzo 2012 ne lancerà una versione molto rapida, che permetterà di testare la propria connessione Adsl ma non di protestare con l'operatore. Pensa inoltre di fornire test analoghi a Nemesys anche per i servizi banda larga mobili (Umts/Hspa). Agcom inoltre mira a pubblicare un rapporto che riveli la qualità reale delle Adsl italiane, su scala nazionale (al momento fornisce dati solo su quattro regioni, sul sito Misurainternet).

Da uno studio di Sostariffe.it risulterebbe che la velocità media reale è circa la metà di quella pubblicizzata. "I problemi più comuni di velocità riguardano le Adsl di operatori alternativi in wholesale (che forniscono cioè il servizio in modo non diretto)", spiegano dalla Fondazione Ugo Bordoni, che gestisce Nemesys per conto di Agcom. Le città italiani minori sono costrette a utilizzare servizi di Telecom Italia o in wholesale, non essendo coperte da unbundling (rete diretta degli operatori alternativi).

Altri due problemi sono i doppini troppo lunghi (irrisolvibile: a volte è meglio una connessione wireless, Umts/Hspa, in questo caso) o le Adsl che funzionano a intermittenza, per le quali l'unica via è aprire una procedura di conciliazione con il proprio operatore.


(22 dicembre 2011)

martedì 20 dicembre 2011

Lettura pensiero e biometria Come cambierà la nostra vita


LA RICERCA
Lettura pensiero e biometria
Come cambierà la nostra vita
Si chiama "5 in 5" ed lo studio con cui IBM presenta le previsioni sulle tecnologie dei prossimi anni. Ci sono anche la fine del digital divide alla produzione e l'energia autoprodotta per la nostra casa
di MAURO MUNAFO', da repubblica

LEGGERE nel pensiero, generare da soli l'energia della propria abitazione, ritirare al bancomat con una lettura della retina o un comando vocale: idee in apparenza  prese da un film di fantascienza e che invece potrebbero diventare parte della nostra quotidianità già tra 5 anni. E' questa la previsione che fa Ibm con il suo "5 in 5", lo studio annuale sulle innovazioni che potrebbero cambiarci la vita nel prossimo lustro.

Le innovazioni in arrivo. La ricerca, giunta alla sua sesta edizione, si basa sull'analisi dei trend di mercato e di quanto è già oggi in lavorazione nei laboratori del colosso informatico per provare a descrivere il nostro futuro: e per il 2017 ci aspettano non poche sorprese. Si parte dalla lettura del pensiero, vicina alla sua applicazione materiale grazie a speciali cuffie che interpreteranno l'attività celebrale e la trasformeranno in comandi per pc, smartphone o videogiochi, e si arriva alla completa scomparsa del digital divide globale attraverso il rafforzamento delle tecnologie mobili anche nei paesi più poveri, in cui anche le popolazioni analfabete avranno accesso alla rete attraverso messaggi vocali.

Affascinante anche l'idea di generare da soli l'energia della propria casa, grazie a speciali dispositivi in grado di catturare l'energia cinetica e il calore generato dalle nostre attività e trasformarle in elettricità, o la possibilità di dire addio alle password e di identificarsi attraverso letture della retina o degli altri dati biometrici: il Dna al posto dei codici insomma, senza il rischio che qualche malintenzionato possa identificarsi al posto nostro e prendere possesso di quello che ci appartiene (reale o virtuale che sia). Un po' meno epocale forse, ma dipende dai punti di vista, la previsione sullo spam che "diventerà finalmente utile" grazie a mail commerciali personalizzate alla perfezione e filtri contro la posta indesiderata più intelligenti di quelli usati oggi dai maggiori provider di posta elettronica. Una casella mail con solo comunicazioni che valga la pena leggere potrebbe far risparmiare tempo e denaro a milioni di persone.

I precedenti. Oltre alle suggestioni di quest'anno, l'iniziativa Ibm può essere anche "valutata" per il grado di precisione con cui ha previsto l'adozione di nuove tecnologie nelle precedenti cinque edizioni. E dando un'occhiata alle rassegne passate si capisce quanto la nostra visione del futuro sia legata agli eventi del presente.

Le previsioni sbagliate... Nel 2006, ad esempio, tra le tecnologie in arrivo veniva segnalato "un internet in 3D", forse anche per l'influenza del mondo virtuale di Second Life, in quel periodo massicciamente al centro delle cronache. Nello stesso anno compare anche una rivoluzione del rapporto tra paziente e dottore, grazie alla rete e all'adozione di sensori per i rilevamenti, che avrebbero eliminato la necessità di visite o viaggi in ospedale. Gli esperimenti in questo senso però, anche se numerosi, non hanno ottenuto gli effetti rivoluzionari da molti sperati. La gestione delle informazioni sanitarie si è infatti dimostrata molto complessa, come dimostra il fallimento di Google e del suo Health, una cartella clinica digitale lanciata nel 2008 e "ritirata" nel 2011 per lo scarso numero di utenti  che la hanno adottata. Per questo genere di innovazioni la scadenza dei cinque anni si è rivelata prematura insomma.

... e quelle azzeccate. Tra tante previsioni  troppo ottimistiche (o bizzarre) ci sono però anche tecnologie che in effetti, seppure in forme diverse, sono entrate nella vita di tutti i giorni. Nel 2008 lo studio Ibm prevedeva infatti l'arrivo di un "web con cui parlare e che ti risponde": il recente lancio dell'assistente vocale per iPhone Siri non è poi così lontano da questa idea. Risale invece al 2007 la visione di una rivoluzione del mondo dei trasporti con "macchine che si guidano da sole e comunicano tra loro": negli ultimi anni i navigatori gps e molte applicazioni per smartphone forniscono la situazione del traffico in tempo reale e percorsi alternativi, mentre nelle strade californiane può capitare già oggi di incrociare una Google Car senza pilota 1. E sempre a Google si deve un'altra invenzione anticipata nello studio del 2006, ovvero la traduzione di discorsi tra lingue diverse in tempo reale 2, possibile oggi grazie a un'applicazione per cellulari Android.

Quello che pochi anni fa sembrava un futuro lontano si è quindi spesso rivelato essere soltanto dietro l'angolo. Per sapere se nei prossimi mesi pedaleremo furiosamente sulla cyclette per far funzionare il frigo, o accedendo alla mail non ci verranno più proposti milioni da misteriosi banchieri africani, non ci resta quindi che aspettare fiduciosi.

sabato 30 luglio 2011

rapporto sullo stato della rete di akamai


L'Italia su Internet cresce al rallentatore

Aumentano gli indirizzi e le connessioni veloci, ma siamo penultimi in Europa. Ancora troppe connessione lente

NOTIZIE CORRELATE

Banda larga, appello agli enti locali (5 nov 2010)

rapporto sullo stato della rete di akamai



L'Italia su Internet cresce al rallentatore



Aumentano gli indirizzi e le connessioni veloci, ma siamo penultimi in Europa. Ancora troppe connessione lente





Le connessioni con fibra ottica sono ancora poco usate in Italia (Fotolia)

MILANO – Altro che locomotiva. Sulle autostrade digitali l’Italia va a passo di lumaca, anche se lentamente migliora. È ancora una volta un bollettino scoraggiante quello disegnato da Akamai nel suo «dossier sullo stato d’Internet» relativo al primo trimestre dell’anno. Migliora la posizione complessiva del nostro Paese, ma c’è ancora tanto da fare per poter garantire a tutti una Rete accessibile e veloce.



ITALIA LENTA A CONNETTERSI – Iniziamo con l’annoso problema della velocità delle connessioni. L’Italia ha un unico primato. E non è lusinghiero. Siamo il Paese europeo con il maggior numero di connessioni lente: lo 0,9% degli italiani si connette ancora a una velocità di 256kbps. In pratica, la vecchia connessione con doppino telefonico, preistoria dell’era digitale. Un dato che pur sembrando basso, è il più alto d’Europa, in una gara per altro ridotta a 7, visto che 16 Paesi del Vecchio continente su 23 hanno già abbandonato questo tipo di connessione. Man mano che accelerano i bit per secondo, l’Italia scivola verso il fondo: se la cava ancora con le velocità standard (2 Mbps) dove siamo 14esimi (l’85% degli utenti italiani ha una connessione a banda larga, ormai considerata necessaria). Iniziamo a perdere colpi sulla media di velocità delle nostre infrastrutture digitali:18esimi su 23 (appena 3,7 Mbps, contro i 7,5 dell’Olanda, in testa alla graduatoria). Mentre raschiamo il fondo sulle cosiddette «high broadband», le autostrade digitali su fibra ottica. L’Italia è penultima (in compagnia della Spagna e solo davanti alla Grecia) per utenze connesse a una velocità superiore ai 5Mbps (appena l’11% della popolazione, contro il 56% degli olandesi, ancora una volta alla guida della classifica europea), ma in aumento rispetto al 6% dell’ultimo trimestre. Se poi parliamo di città «superveloci» e cioè dotate di cablaggi che consentono di navigare ad altissime velocità, nelle prime 200 al mondo, neanche una è italiana. A dir la verità, appena 12 centri sono europei (e nessuno nelle prime 20) e l’Asia è padrona: la città giapponese di Tokai, al top della classifica, «viaggia» a una media di 13.2 Mbps. E tre Paesi asiatici (Corea del Sud, Hong Kong e Giappone) si confermano i Paesi «più veloci». Gli altri sette Paesi della top 10 sono tutti europei (senza Italia): con Romania, Repubblica ceca e Lituania che conducono l’ex «blocco dell’Est». Più indietro gli Stati Uniti («solo» 12esimi). L’Italia è 39esima su 49 Paesi in classifica e recupera solo 3 posizioni rispetto a fine 2010.



MA CRESCE INTERNET (E GLI HACKER) – Se si parla di Internet non si può non parlare di pirati, sul web e sul mobile. In entrambi i casi, l’Italia è tra i Paesi da cui provengono più attacchi: per quanto riguarda i siti Internet, il Belpaese è in top 10. Mentre è addirittura prima sul mobile: il 25% degli hacker che attaccano i telefonini hanno una «base» in Italia. Un dato positivo per il nostro Paese però c’è. Internet cresce: gli indirizzi IP sono aumentati dell’11% rispetto agli ultimi tre mesi del 2010, toccando quota 13.632.661, il nono risultato del mondo.



UNO SGUARDO GLOBALE – In generale il dossier dà uno sguardo generale alla situazione della Rete e alla sua disponibilità nel mondo. Così si scopre che il Giappone, nonostante il cataclisma provocato dal terremoto e dal devastante tsunami dello scorso 11 marzo, non ha subito danni particolari alle proprie fibre ottiche, che si sono mantenute su livelli di altissima efficienza. Per un’infrastruttura che regge, un’altra, al contrario, si mostra molto «precaria». È ciò che è successo in Georgia, dove lo scorso aprile una signora di 75 anni ha tranciato una delle dorsali principali del Paese: «Ero solo in cerca di pezzi di metallo», ha detto l’anziana contadina in lacrime. La sua «svista» ha lasciato offline centinaia di miglia di persone in Georgia e nella vicina Armenia. «Io non so neanche cosa sia questo Internet», si è giustificata la donna.



di Maddalena Montecucco, dal corriere della sera

29 luglio 2011(ultima modifica: 30 luglio 2011 10:38)

venerdì 1 aprile 2011

Avete un  computer......? Tutto il resto è gratis!
Per riempire computer e telefoni di programmi, video e giochi non occorre spendere. Ecco come e dove, ed è tutto legale
CLAUDIO LEONARDI
Avete un pc o uno smartphone? 
Il resto è gratis«La gratuità è un furto» ha intitolato un suo libro Denis Olivennes, ex dirigente Fnac considerato l'ispiratore della nota legge francese contro la pirateria on-line: la Hadopi. Un'autentica provocazione, dal momento che la frase è parafrasi del più celebre motto “la proprietà privata è un furto”, coniato da uno dei padri del pensiero socialista, Pierre-Joseph Proudhon. Il dibattito resta aperto e non scontato tra chi chiede la libera diffusione della cultura sul web e chi ricorda le necessità economiche di un'industria che la alimenti e la sovvenzioni, ma, in attesa di conclusioni, non si può non osservare che internet offre agli appassionati del “tutto gratis” opportunità mai viste prima. Non è necessario rivolgersi alle forme clandestine di scambio di file per riuscire a “costruire” un pc da capo a piedi senza spendere un solo euro.

Il pc da zero a costo zero
Tutto quel che serve è una macchina, ma se non si hanno grandi ambizioni, oggi si porta a casa un netbook che fa tutto quello che deve per meno di 300 euro. I computer sono venduti con sistema operativo già installato (un dettaglio che, un po', incide sul loro prezzo), ma, volendo, la Rete permette di scaricare sistemi alternativi gratuitamente. Si tratta delle tante edizioni Linux. La più popolare e, per ragioni di interfaccia, adatta al grande pubblico, si chiama Ubuntu, è aggiornata, semplice e piacevole. Certo, se già ci si muove a stento su Windows, cambiare potrebbe creare dei problemi.

Il browser
Se si vuole costruire un pc da zero, occorre per prima cosa il software che permette di navigare su internet: il browser. Per ragioni di antitrust, al primo avvio di Windows la Microsoft vi permette di scegliere tra (quasi) tutti i programmi di navigazione a disposizione. I più noti sono Microsoft Internet Explorer, Mozilla Firefox, Google Chrome, Opera  e Safari. Non si sbaglia: tutti garantiscono sostanzialmente efficienza e velocità. Da qui si può partire per fornire al computer tutto il necessario.

L'e-mail
Un altro strumento indispensabile è la posta elettronica. Se avete un browser, troverete centinaia di siti che offrono e-mail gratuite. Una delle proposte più interessanti resta Gmail, di Google, anche per le possibilità di interazione con altri servizi messi a disposizione dal gigante di Mountain View, ma Yahoo Mail è un valido concorrente. Offre spazio illimitato per la posta, e permette di interfacciare facilmente l'account di posta elettronica a Flickr e Paypal. Se si desidera un vero e proprio client di posta, vale a dire un programma installato nel computer che recupera la vostra posta e la archivia sulla macchina, in alternativa ad Outlook (già installato su Windows) e a Mail (già installato sui Mac), si può scaricare Eudora, senza rimpianti. Volete fare un passo in più? Registrate un account Nimble: riunisce l'e-mail e gli account Twitter e Facebook in un unico luogo, mettendo fine a estenuanti salti da una finestra all'altra per tenere insieme i pezzi della nostra identità digitale.

Sicurezza
Questa è la base, ed è tempo di passare alla farcitura. Prima il dovere e poi il piacere, si dice, quindi è suggeribile pensare prima di tutto alla sicurezza. Non si dovrebbe essere avari quando di tratta di antivirus per pc, ma se proprio non si vuole spendere nulla, non mancano buoni prodotti gratis. Almeno tre: Avast Free Antivirus, Avira Antivir Personal, Comodo Internet Security Premium. L'ordine con qui li abbiamo presentati può essere considerato già un suggerimento implicito. Se poi ci si fida solo dei nomi molto conosciuti, Microsoft Security Essentials è una valida opzione. E a proposito di sicurezza, forse è tempo di considerare anche quella dello smartphone. Contengono moltissime informazioni personali e si connettono a internet esattamente come un pc. Anche in questo caso, i soldi spesi sono ben spesi, ma Lookout Mobile Security è un programma anche in versione gratuita per Android, BlackBerry, o Windows Mobile.

Lavoro
La sicurezza è un dovere verso se stessi, ma, per fortuna o purtroppo, ci sono poi quelli verso gli altri, primo fra tutti il lavoro. Sul pc, lo strumento di lavoro per eccellenza e trasversale a quasi ogni professione è Office, il pacchetto Microsoft di software che include Word, Excel, PowerPoint, per citare i più usati. C'è un'alternativa gratuita a questi fuoriclasse? C'è. Si chiama, manco a dirlo, OpenOffice.org. Non è solo gratuita, è anche open-source, e ciò significa sviluppata e migliorata da una comunità di appassionati che vi si dedicano pro-bono. Se si usa un netbook, però, o anche uno smartphone, forse può fare comodo avere tutti questi programmi a disposizione su internet, senza installarli sulla modesta memoria della macchina. In prima fila c'è la famiglia Google Docs, anche se il rivale Zoho, gratuito solo per uso personale, ha un'offerta persino più ampia, più facile da usare e forse più raffinata. Proprio non ve la sentite di staccarvi dalla familiare interfaccia dei software di Microsoft? L'azienda di Redmond ha creato le sue Web Apps, che danno il meglio di loro, però, in combinazione con Office. Usare le applicazioni online, però, ha le sue scomodità. Ad alcune di queste pone rimedio un piccolo programma (dobbiamo ripeterlo? gratuito), Prism, che funziona però solo in collaborazione con il browser Firefox. Questo gioiellino permette di usare i programmi su web di Google come se si aprissero dal menu principale di Windows, senza aprire troppe pagine del browser web.

Più memoria
Come si è detto, i netbook e gli smartphone potrebbero condividere un problema: una memoria che non basta mai. Il browser, però, permette di accedere a spazio di archiviazione supplementare, naturalmente gratis, messo a disposizione su qualche server nel mondo. C'è l'imbarazzo della scelta: Microsoft SkyDrive è per Windows, Mac e sistemi Linux, ma meno consigliabile per uso con cellulare. Una lacuna che possono compensare i 2 GB di spazio libero che propone Dropbox, compatibile anche con iPhone, Android e BlackBerry.

Fotografia
Se però sono le foto a occupare la fetta maggiore dellla memoria del pc, vale la pena rivolgersi ai siti specializzati: da Flickr a Picasa, solo per citare i più noti, ideali anche per organizzare le immagini in modo coerente e condividerle con chi si vuole.

E se le foto sono così importanti, forse è l'ora di imparare qualche trucco per ritoccarle e renderle migliori. IrfanView serve più a organizzare, visualizzare e modificare i formati, ma include alcuni strumenti di ritocco essenziali. Ancora meglio fa Paint.net, più che adeguato a un uso amatoriale. Se si desidera compiere i primi passi su Adobe Photoshop, il più importante e completo programma di ritocco fotografico e non solo, ne esiste una versione semplificata online, raggiungibile previa registrazione. La cosa che si avvicina di più a un sostituto completo del software di Adobe si chiama Gimp, un progetto open source ricchissimo di funzioni di livello professionale, penalizzato da un'interfaccia ancora troppo “spigolosa”. E per gli smartphone, che sono lo strumento usato con più frequenza per scattare foto? Per pubblicare su internet le immagini da Android c'è Picpiz, scaricabile dall'Android Market, e su iPhone c'è, integrato, iPhoto. Nel campo del ritocco, si può andare sul sicuro con FxCamera e CameraIllusion.

Video
Foto e video ormai vanno a braccetto. Anche in questo caso le offerte gratuite abbondano, ma ci sono pochi dubbi nel consigliare Vlc Media Player, fenomenale nel riprodurre ogni formato video possibile. Non ne esiste al momento una versione per smartphone, ma l'applicazione Soul Movie per Android la può temporaneamente sostituire.

Musica
Manca solo la musica all'appello della multimedialità. Per ascoltarla e archiviarla c'è iTunes, messo a disposizione gratuitamente da Apple. Ha il vantaggio di interfacciarsi con l'iPhone e con l'omonimo grande negozio di musica e video online. In alternativa, c'è Winamp, scaricabile anche sui cellulari con sistema Android e ottimo anche per i video. Per chi invece, sul pc, vuole registrare, tagliare, aggiungere effetti ai propri file audio o musicali, la scelta dovrebbe ricadere su Audacity.

Film, canzoni e libri
Non manca più nulla, o forse no. Mancano i contenuti audio e video. Senza diventare fuorilegge, si trovano anche quelli. Basta fare un salto su Archive.org, un sito e un progetto che raccoglie migliaia di file di musica, foto, film, audiolibri, ebook che per varie ragioni non sono coperti da diritti d'autore. Si possono scaricare in vari formati al solo costo del tempo necessario al pc per digerirli, e si trova di tutto. Chi ha bambini ed è soprattutto preoccupato di proporre spettacoli adeguati, si può fidare di Kideos.com, sito gratuito che filtra la spazzatura da YouTube per offrire una vasta selezione di video adatti a bambini fino all'età di 10 anni. E quando si è in viaggio, ci si può affidare alla buona vecchia Disney, che mette a disposizione per iPhone e Android, tramite YouTube, bellissime selezioni dei suoi classici, dedicati ai suoi amati personaggi: Donald Duck alias paperino, Goofy alias Pippo e così via.

Per quanto riguarda la musica, non si può ignorare Grooveshark, impareggiabile nel trovare e riprodurre quasi ogni brano gli si chieda. E' gratuito per l'ascolto basato su browser, se non dispiace sopportare l'invadenza (non esagerata) di alcuni annunci pubblicitari. L'accesso al servizio mobile purtroppo costa 3 dollari al mese. Nessuna differenza, invece, tra il servizio mobile e quello per pc di Google Book Search, il grande progetto per bibliofili di Google, che porta i volumi delle biblioteche del mondo direttamente sui monitor di computer e telefoni.

Videogiochi
Lettura e videogiochi sono spesso messi in contrapposizione, ma nulla vieta di conciliare entrambe le passioni. E anche questa passione si può soddisfare a costo zero su internet, rivolgendosi ai siti giusti. Occorre particolare cautela in questo campo, perché le trappole non sono rare. Le battaglie spaziali sono il piatto forte di Allegiance, sicuro e gratuito. Altrettanto si può dire di Battlecruiser 3000 AD. Se si vuole essere davvero sicuri di quello che si scarica c'è il sito Sourceforge.net, catalogo di programmi open-source di ogni tipo, e punto di riferimento per il freeware di qualità. Anche quando si tratta di giochi. Sugli smartphone, non può mancare il divertentissimo Angry Birds: intrattenimento alla portata di tutti che permette di riempire in allegria le attese in treno o in qualche sala d'aspetto. I nostalgici dei bar degli anni Ottanta troveranno presso Arcade Kongregate una collezione di centinaia di giochi nello stile delle vecchie sale gioco, e un sacco di amici con cui organizzare sfide. Ecco fatto, e per tutto questo non si è speso un euro, salvo il collegamento alla rete. Non volete pagare nemmeno quello? Cercate una biblioteca con Wi-Fi gratuito, o entrate in una nota catena di fast-food che offre questo servizio. Il panino, però, lo dovrete pagare.
Dalla Stampa

 

sabato 11 dicembre 2010

Robin senza Marian.

Il Robin Hood dell’informazione
Assange ci consegna informazioni nude e crude e sta a noi interpretarle. Con Wikileaks l'utente raggiunge la sua maturità: è da quando c'è internet che l'aspettavamo
Se il medium è il messaggio, ogni medium produce contenuti propri, non condivisibili con gli altri media. Sono migliori o peggiori rispetto ai contenuti precedenti? Sono diversi e basta. Sono nuovi. Ogni volta che il nuovo si afferma, bisogna passare attraverso una lunga fase di giustificazione e penitenza. Bisogna motivare le proprie ragioni alla luce di una logica precedente. Prendiamo un disco blu-ray e inseriamolo in un lettore dvd. Non funziona. Questo non significa che non abbia valore. È un’altra cosa e ha bisogno di un altro lettore. Ogni volta che il nuovo si manifesta si trova ad affrontare la solita argomentazione: “…ma non è compatibile con le regole attuali. Non è il vecchio, o meglio, non corrisponde allo standard consacrato e convalidato”. Il nuovo non è di destra. Ma non viene accettato neanche dall’opposizione. “Non è di sinistra”.

Wikileaks è il nuovo che aspettavamo su Internet. Ma la stampa tradizionale sta facendo muro. “Non è giornalismo”. Del giornalismo non applica le regole. Non controlla le fonti. Non le rivela. Non è trasparente. Non giustifica i finanziamenti di cui dispone. Non concede la par condicio all’avversario. Per esempio, se le rivelazioni attuali riguardano il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, Wikileaks dovrebbe divulgare altrettanto materiale di paesi emergenti e ostili come la Cina. Di chi fa il gioco? Manca poi totalmente un filtro critico. Cosa significano i documenti divulgati? In realtà non comunicano molto di nuovo rispetto alle inchieste giornalistiche precedenti. Con una differenza fondamentale. I fondi giornalistici erano intuizioni, elaborazioni dell’autore dell’editoriale.

I documenti di Wikileaks sono, appunto, documenti. Quindi fatti, nella loro brutale oggettività. Si è detto che sono pettegolezzi, illazioni, commenti soggettivi. Come tali inessenziali e inesatti. Ma il materiale può essere di natura diversa. I filmati sulla guerra in Iraq erano documenti. Il lotto attuale di dispacci e comunicazioni tra ambasciate rasenta il pettegolezzo, ma può essere essenziale per comprendere cosa pensino i governi gli uni degli altri e in particolare cosa pensi il governo degli Usa sul resto del mondo.

Per riferirci alla realtà italiana, non è importante che Berlusconi partecipasse realmente ai festini o avesse con Putin un rapporto che sfocia nel conflitto di interesse. Queste cose erano già note a chi legge i giornali. È importante capire cosa gli Usa pensassero di noi, mentre la propaganda del governo avallava il mito dell’amicizia tra Italia e America. Nessun commento e nessuna propaganda può sostituirsi a un dispaccio di agenzia. Il resto è ideologia. Il documento è materia, realtà effettuale, prova reale, anche quando non è oggettivo, anche quando non dice il vero. Non ci dice, in questo caso, come sono andate realmente le cose. Ci dice cosa pensavano realmente gli Stati Uniti di noi sotto la patina ipocrita della diplomazia. E in questo contesto è quello che conta. Un altro problema riguarda la credibilità dell’autore.

Assange è un hacker, senza fissa dimora, inseguito dalla giustizia internazionale per un’accusa di stupro. Fino a che punto è credibile? In realtà anche queste preoccupazioni sono inessenziali. Assange non è l’autore dei dispacci. Nel materiale divulgato non c’è una riga di suo. Potrebbe essere un mostro, un impostore, un agente segreto delle potenze emergenti. Questo non sposta di una riga la credibilità del materiale che gli interessati non hanno potuto smentire. Se poi dovessimo aspettare di avere notizie anche dalla Cina, prima di pubblicare le notizie sull’Occidente, finiremmo nel silenzio e nella afasia. La notizia è qui e ora. Si pubblica quello che c’è. Se oggi c’è fegato, o si salta il pranzo, o si cucina quel fegato con le cipolle.

Assange è il nuovo nell’informazione. È un hacker, non un giornalista. È l’icona dell’informazione di Internet, mentre gli si contesta di non rispettare le regole della stampa. La stampa ha prodotto, nell’ambito dell’informazione, il giornalismo. Il giornalismo controlla le sue fonti, rispetta la par condicio, cerca la trasparenza della notizia. Ma è soprattutto commento, lettura e stravolgimento dei fatti e dei materiali. Considera il lettore un minorenne a cui i fatti devono essere presentati in una certa luce, dopo un rigoroso vaglio critico. Assange è un ladro di notizie. Ci consegna la notizia nuda e cruda e sta a noi leggerla e interpretarla. Ci tratta da pari, da maggiorenni. Potremmo dire che l’utente raggiunge con Wikileaks la sua maturità: ha un rapporto diretto con i materiali segreti o semplicemente riservati. È da quando c’è Internet che aspettavamo Wikileaks.

Internet nasce con il mito della controinformazione. C’è un’utopia legata all’avvento delle nuove tecnologie. Tutti possono contribuire con i loro mezzi alla registrazione delle notizie. Spesso la ragion di stato, la versione ufficiale, è stata smentita da un filmato catturato con un cellulare o con una cinepresa amatoriale, come al G8 di Genova. Viceversa la Rete è vissuta dal suo pubblico come una fonte inesauribile di notizie: alte e basse, buone o cattive, vere o verificabili. È il mito della controinformazione: l’informazione non più gestita da centri di potere o di opinione, i fatti sono alla portata di tutti. Wikileaks c’era già in potenza quando un sito così ancora mancava. I siti alternativi sono stati in questi anni deludenti, fonti di gossip o di notizie, ma frantumate, disperse, da ricostituire e ricostruire. Mancava l’onda d’urto, l’abbondanza di mezzi e di materiali che solo Wikileaks ha introdotto. Forse mancavano i mezzi materiali per contrapporre alle fonti tradizionali di informazione, una fonte altrettanto forte sul piano economico. Finito il periodo del servizio pubblico televisivo in Europa, l’informazione, sul modello americano, è sempre più in mano ai grandi gruppi editoriali che hanno i mezzi economici per gestirla. Il risultato è un’informazione di parte, orientata politicamente e ideologicamente, ma, soprattutto, dominata dall’idea del profitto e dal diritto d’autore.

Oggi andare al cinema significa anche sorbirsi una schermata che invita alla delazione del vicino di sedia, qualora infranga le regole del diritto d’autore, registrando con mezzi impropri, spezzoni audio e video, del film in programma. Oggi l’informazione è tutelata dal diritto d’autore ed è un prodotto d’autore. C’è un autore, un testimonial che legge e commenta per noi le notizie, che ce ne consegna la visione corretta o rettificata, che considera il suo pubblico incapace di leggere e orientarsi da solo.

Questo è il giornalismo come noi lo concepiamo. Ma Internet è un’altra cosa, un elenco, un ripostiglio di notizie a cui accedere in maniera diretta e senza filtri. Il sito Wikileaks è il frutto di un furto, la condivisione di un bottino mediatico. L’hacker è Robin Hood della nostra epoca. Ruba l’informazione per farne patrimonio comune. In quanto ai finanziamenti, la zona opaca di Wikileaks , sembra che Assange sia finanziato da una fondazione tedesca intitolata a un famoso hacker morto. Un hacker finanziato da un hacker, per combattere i nemici di Internet: il diritto d’autore, i segreti di Stato, l’asimmetria nel controllo delle notizie.

di Carlo Freccero

da Il Fatto Quotidiano del 10 dicembre 2010

giovedì 2 dicembre 2010

E se Internet diventasse un diritto costituzionale?

Ecco la proposta per portare in commissione Affari Costituzionali l'adozione di un articolo 21bis che riconosca Internet come diritto fondamentale dell'individuo


L'idea è nata lo scorso mese di marzo, ma è nella giornata di martedì 30 novembre che ha visto la sua consacrazione in un evento pubblico. E' stato infatti nel corso dell'Internet Governance Forum svoltosi a Roma che Stefano Rodota', giurista e costituzionalista, promotore dell'iniziativa insieme a Riccardo Luna, direttore di Wired, ha letto quello che a suo avviso dovrebbe diventare un addendum alla Costituzione e, nello specifico, l'articolo 21 bis.

L'articolo, così come concepito dai suoi promotori, recita:"Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale". Secondo i promotori dell'iniziativa, Internet e' e deve essere riconosciuto anche costituzionalmente come diritto fondamentale dell'individuo. L'introduzione dell'articolo 21 bis, se da un lato non apporta alcun cambiamento alla prima parte della nostra carta costituzionale, intoccabile, potrebbe essere inserito come corollario dell'esistente articolo 21, dedicato alla libertà di stampa, che così recita:
"« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni."
Obiettivo dei promotori e' che la discussione sull'Articolo 21 bis possa approdare alla commissione Affari Costituzionali.