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giovedì 15 novembre 2012

Scandalo slot machine, scontati 96 miliardi di euro. Il governo li recuperi per il welfare


Scandalo slot machine, scontati 96 miliardi di euro. Il governo li recuperi per il welfare
Di Barbara Benedettelli, dal sito  affariitaliani

98 MILIARDI di euro equivalgono a ben 5 manovre economiche. Sono i soldi che alcune concessionarie di slot machine avrebbero dovuto allo Stato secondo la condanna di primo grado. Di quei 98 MILIARDI  (lo scrivo maiuscolo perche' sia chiaro che non sono milioni) ne abbiamo recuperati 2,5.

Gli altri 96, che potrebbero impedire i tagli al welfare, che potrebbero diminuire i costi del lavoro e creare occupazione, che potrebbero essere dati al volontariato per sostenerlo nella fondamentale opera sociale, che potrebbero evitare tagli lineari alla sanità, che potrebbero permettere incentivi per gli insegnanti, che potrebbero andare all'università per abbassare le rette, alla ricerca delle energie alternative, che potrebbero impedire i tagli alle forze dell'ordine e quindi alla sicurezza dei cittadini, che avrebbero potuto impedire di portare l'IVA al 21% e il rialzo che arriverà, che avrebbero potuto impedire l'IMU sulla prima casa ecc., gli altri 96 sono stati SCONTATI!

Quei NOVANTASEI MILIARDI DI EURO mancati che potrebbero perfino abbassare parte del nostro debito pubblico, non li ha recuperati neanche un governo che parla ogni istante di rigore, che chiede ai cittadini lacrime e sangue, che taglia da una parte, quella essenziale per la persona, e aumenta dall'altra i costi della vita rendendoci tutti un po' più poveri, insomma: tutti uguali nella povertà, niente più classi intermedie. Solo i "poveri" (la maggioranza) da una parte e i ricchissimi (pochi) dall'altra. Situazione che mi ricorda regimi che spero non tornino mai.

Prima del 2002 le slot machine (o videopoker) erano illegali e facevano gola alla criminalità organizzata che se l'è vista brutta quando lo Stato ha giustamente deciso di regolarizzare il settore. Lo ha fatto obbligando i gestori a collegare ogni macchina al sistema telematico di controllo della Sogei, società di Information and Communication Technology del Ministero dell'Economia e delle Finanze. In questo modo non può sfuggire nessuna giocata al controllo e l'entrata delle tasse è garantita. Ma a quanto pare le società non hanno provveduto. Di chi è la colpa? Questo è uno dei temi del procedimento a loro carico. Di certo il mancato allacciamento ha permesso loro di risparmiare, e molto, sulle tasse. Possiamo chiamarla evasione fiscale? Le società concessionarie, a leggere la sentenza, si erano impegnate perché tutto funzionasse a puntino ed è per questo che parte cospicua della sanzione, oltre ai sospetti di evasione, è costituita da quelle che vengono definite “inadempienze contrattuali”. C'è poi il caso del colonnello Umberto Rapetto, per anni comandante del Nucleo speciale frodi telematiche,“dimessosi” recentemente dopo l'appello, che ha suscitato non poche perplessità soprattutto nel mondo di internet. Ci sarà un fondo di verità in quanto sostiene la rete?

Quei 98 MILIARDI sono quanto diverse concessionarie di slot machine sono state condannate a pagare dalla sentenza di primo grado poi scontati del 96% in appello e i 98 MILIARDI diventano 2 e mezzo. Rigore? Lacrime e sangue? Moralità? Legalità? Guerra aperta all'evasione? O al pensionato al quale l'INPS, per suo errore magari (e quindi il pensionato neanche dovrebbe pagare), ha dato 10 euro in più e con cui ci si è comprato un filetto?

Le società incriminate sono: Atlantis World Giocolegale limited, Snai spa, Sisal spa, Gmatica srl, Cogetech spa, Gamenet spa, Lottomatica Videolot Rete spa, Cirsa Italia srl, H.b.G. Srl e Codere spa che avrebbero “cagionato l’inefficace funzionamento del servizio pubblico, nonché causato lo sperpero delle molteplici risorse finanziarie pubbliche impiegate, nella prevenzione e nel contrasto del gioco illegale; per il mancato avviamento della rete telematica; per il mancato completamento dell’attivazione della rete; per il mancato inserimento in rete di molti apparecchi installati; per il mancato rispetto dei livelli di servizio”.

La guerra all'evasione deve essere in primis una guerra di fermezza, di certezza della pena, anche lì, di annullamento degli sconti fiscali che anche culturalmente permettono il perpetrarsi di comportamenti illegali. Deve essere una "guerra" per l'uguaglianza: niente sconti al piccolo evasore verso il quale si procede subito al pignoramento dei beni? A maggior ragione niente sconti al grande evasore, e se proprio dobbiamo stare ai principi costituzionali, il grande evasore dovrebbe pagare perfino di più mentre il piccolo potrebbe essere, in casi di provata indigenza, sostenuto. É, per di più, in questo caso, gioco d'azzardo, anche se “legale”, e può provocare in alcune persone una dipendenza pari alla peggiore delle droghe. La ludopatia è una malattia grave. La fermezza, la severità, la forza della legge devono dunque essere perfino maggiori. Invece no.

Lo Stato, con le sue leggi che lo permettono, regala ben 96 MILIARDI DI EURO a chi per distrazione, per superficialità o per atteggiamento più o meno velatamente illegale (non chiamiamola furbizia), li ha sostanzialmente esso stesso rubati ai cittadini.  Poi a quegli stessi cittadini chiede tutto il denaro che hanno, raccontando che il paese può crescere, che l'economia può ripartire, che la disoccupazione può calare, che l'illegalità generalizzata deve sparire. Eppure è alimentata proprio dalla mancanza di severità verso chi non rispetta la legge, e l'aggira. Il principio di responsabilità soltanto ci può salvare e dovrebbe essere al primo posto nella nostra Costituzione. Un altro problema da risolvere, al più presto, è quello relativo al conflitto d'interessi, che, al di là di Berlusconi a cui è sempre e solo stato riferito, riguarda molti molti altri. Un esempio banale: si sa, da tempo sono vicina ai familiari delle Vittime della strada. Vi siete mai chiesti perché non si riesce a rendere le pene certe in questo settore? Semplice e inquietante. Perché in parlamento e in Commissione giustizia ci sono deputati che esercitano la professione di avvocato penalista. Le leggi possono dunque essere imparziali? Tutte le leggi votate in Commissione Giustizia possono essere certe? Ce la prendiamo sempre con i magistrati, ma le colpe della mancanza di certezza della pena non sono sempre e solo loro. Sono invece, spesso, del legislatore che non dovrebbe svolgere altra professione se non quella di parlamentare.

Ma torniamo ai 96 MILIARDI MANCATI. Da un governo tecnico ci aspettiamo ora, alla fine del mandato, una puntata di piedi per restituire agli italiani ciò che è stato tolto loro, recuperando tutti o molta parte di quei soldi. Ci si aspetta che siano cambiate leggi sempre meno leggi e sempre più "consigli per gli acquisti" che però gli italiani non possono fare, tartassati e schiacciati nei diritti fondamentali quali il lavoro,la salute, la dignità.

Di miliardi da recuperare dalle frodi e dall'evasione, e già scoperti da bravi investigatori della finanza, ce ne sono. Vediamo che fine fanno, per esempio, i soldi che derivano dalla maxi frode che coinvolge "47 imprenditori e professionisti di tutta Italia denunciati dalla Guardia di finanza di Pescara. Una forde fiscale internazionale, attuata mediante società fittizie e trust con sede nel paradiso fiscale di Madeira. In ballo ci sono altri 36 MILIONI QUESTA VOLTA di euro, ma i nomi degli imputati sono noti a livello nazionale e operano nei più disparati settori. Vediamo se anche questa volta tutto viene messo a tacere per evitare meno soldi ai partiti, meno pubblicità ai media, meno favori, o se invece prevale il rigor mortis montiano.

venerdì 19 ottobre 2012

Conto Corrente, dal 31 ottobre lo Stato saprà tutto di te


Ancora pochi giorni e poi sarà rivoluzione per chi un conto corrente lo possiede. Dal prossimo 31 ottobre, entreranno in vigore le disposizioni contenute nell’articolo 11 del decreto Salva Italia. In pratica ci sarà la comunicazione dei dati contabili all’anagrafe tributaria da parte di banche e operatori finanziari. Sapranno tutto di noi dal punto di vista finanziario: ogni singolo centesimo di euro speso o semplicemente prelevato, spostato, sarà oggetto di attenzione da parte dei burocrati.

L’Agenzia delle Entrate, in questo modo, disporrà di una quantità di informazioni e potere abnormi, mai avuti sino ad oggi. Banche, Poste italiane, intermediari finanziari, Assicurazioni, società di gestione del risparmio e qualsiasi altro operatore finanziario, dovranno segnalare al fisco tutte le informazioni relative ai conti e ai rapporti finanziari, compresi movimenti e importi delle operazioni. Una sorta di grande fratello fiscale, voluto da Mario Monti con il pretesto della lotta all’evasione, quando sappiamo benissimo che i veri evasori sono quelli che esportano il denaro nei paradisi. Decine di miliardi di euro ogni anno. Soli che per lo Stato italiano, in pratica, non esistono e che recuperare è al limite dell’impossibile. Tanto, prima o poi, ci scappa un “bello” scudo fiscale…
Come spiega il quotidiano Libero, “i dati potranno prendere due vie. Una porta al redditometro, il mostruoso meccanismo che, stando alle intenzioni degli ideatori, sarebbe addirittura in grado di prevedere una nostra futura evasione, elaborando in anticipo quale sarebbe il nostro profilo di contribuente “congruo”. In sostanza Serpico, che dietro la minacciosa immagine del superpoliziotto nasconde l’acronimo Servizio per le informazioni sul contribuente, sulla base delle nostre spese e del nostro stile di vita sa prima di noi quante tasse dovremo pagare. Se poi la cifra non coincide potrebbero essere guai, soprattutto se non sarete in grado di dimostrare, ricevute alla mano, per quale motivo avete pagato meno tasse di quelle stabilite dal vostro algoritmo.”

Aggiungete a tutto ciò che il governo Monti ha in programma di abolire le banconote da 50 euro dal 2013 e il quadro è completo.

fonte : da www.controcopertina.com

sabato 13 ottobre 2012

Se il fisco è più iniquo di prima


di LUCA RICOLFI, dalla Stampa
Ci sono voluti un paio di giorni per raccapezzarsi, ma alla fine il quadro è diventato abbastanza chiaro.

I conti li abbiamo fatti e rifatti un po’ tutti: quotidiani, centri studi, esperti economici, sindacati, associazioni dei consumatori. E alla fine dei conti è difficile non essere arrabbiati, innanzitutto con noi stessi. Perché per un attimo ci eravamo illusi, per un attimo avevamo voluto credere che finalmente, con questa manovra (detta «Legge di stabilità»), l’insopportabile pressione fiscale che grava sul nostro sfortunato Paese potesse cominciare a diminuire, sia pure di pochissimo. O che, almeno, la distribuzione del carico fiscale sarebbe diventata più favorevole alla crescita, o anche solo un tantino più giusta. E invece no, niente di tutto questo.
Prima di commentare, però, ricapitoliamo i punti fermi. Primo: nonostante la sbandierata diminuzione dell’Irpef, la pressione fiscale complessiva sulle famiglie aumenta leggermente.

A regime, infatti la lieve diminuzione dell’aliquota Irpef è più che compensata dalla somma delle misure che aumentano il prelievo: scomparsa di alcune deduzioni e detrazioni, introduzione di franchigie e, soprattutto, ulteriore aumento dell’Iva.

Secondo: il grosso della manovra tocca famiglie (con le riduzioni Irpef) e consumatori (con l’aumento dell’Iva), ma lascia sostanzialmente invariata la pressione fiscale sui produttori, peraltro già vessati nelle manovre precedenti. Difficile pensare che una miscela di questo tipo possa stimolare la crescita.

Terzo punto: la distribuzione del carico fiscale è più iniqua di prima. Questo è un punto un po’ tecnico, ma ne voglio parlare lo stesso, perché a prima vista sembrerebbe vero il contrario. Il governo ha infatti presentato la sua manovra come una boccata d’ossigeno ai ceti bassi, in quanto le aliquote che sono state abbassate (di 1 punto) sono le prime, quella del 23% e quella del 27%. Quel che non si dice, tuttavia, è che le riduzioni del prelievo sui primi «scaglioni» di reddito riguardano tutti, anche chi guadagna 50 o 100 mila euro l’anno.

Facciamo un esempio concreto: un lavoratore che guadagna 18 mila euro avrà uno sconto di 180 euro l’anno (15 euro al mese), ma un lavoratore che guadagna il doppio, ossia 36 mila euro, avrà uno sconto di 280 euro (23 euro al mese), perché percepirà interamente gli sconti previsti sui primi due scaglioni (fino a 28 mila euro). Per il fisco, infatti, ogni reddito è la somma di tanti «pezzi» di reddito (gli scaglioni, appunto), ciascuno dei quali è tassato con una sua aliquota: quindi se un governo abbassa l’aliquota sullo scaglione più alto il beneficio va solo ai ricchi, ma se abbassa l’aliquota sugli scaglioni più bassi il beneficio non va solo ai poveri bensì a tutti, perché il reddito di un ricco è la somma di tanti «pezzi» di reddito, ciascuno tassato con la sua aliquota. In breve la manovra non concentra affatto i benefici sui ceti bassi, ma li spalma un po’ su tutti.

Ma davvero su tutti? Assolutamente no, perché dalla riduzione delle aliquote restano esclusi i poverissimi, ossia coloro che guadagnano così poco da essere completamente esentasse (i cosiddetti incapienti). Come sempre lo strumento fiscale è impotente verso chi sta fuori del circuito del fisco, ossia evasori e veri poveri.
Si potrebbe pensare che però almeno i ceti medio-bassi, ossia chi guadagna fra 8 e 28 mila euro (e dunque non è né incapiente né ceto medio), abbia comunque un beneficio. Ancora una volta, sembra ma non è: i soldi per abbassare le aliquote verranno trovati anche eliminando o attenuando vari sconti fiscali preesistenti, con il risultato di annullare o decurtare il già misero regalo di 10 o 15 euro al mese.

Se poi a tutto ciò aggiungiamo l’aumento di un punto dell’Iva, che scatterà nella seconda metà del 2013 (ossia dopo le elezioni, guarda caso), è facile dedurne che la pressione fiscale aumenterà su quasi tutti i contribuenti, e in misura massima sui poverissimi, che non solo non potranno usufruire di alcun beneficio fiscale (perché non versano tasse), ma pagheranno l’aumento dell’Iva nella veste di consumatori, e lo faranno in misura maggiore di qualsiasi altro gruppo sociale, visto che la propensione al consumo è ovviamente massima là dove non vi è alcuna possibilità di risparmiare.

Quarto punto: mentre tutti i benefici fiscali previsti sono futuri, la soppressione degli sconti in vigore (detrazioni e deduzioni) scatta già sui redditi del 2012, e dunque è retroattiva, essendo tali redditi in massima parte già maturati (siamo a ottobre, e la legge sarà approvata a fine anno).

Di tutta la manovra fiscale quel che più mi ha colpito è proprio la consapevole spudoratezza (o «arroganza fiscale», come l’ha definita Il Sole 24 Ore di ieri) con cui quest’ultimo schiaffo al cittadino viene annunciato: nell’articolo 12 della bozza di legge di stabilità si dice che le norme che sopprimono gli sconti fiscali sono introdotte «in deroga» allo Statuto dei diritti del contribuente (la legge del 2000 che tutela i cittadini dagli abusi dello Stato in materia fiscale). E’ veramente il colmo: un governo che bacchetta gli italiani per il loro scarso senso civico pare non sapere che è lo Stato stesso ad essere criminogeno, quando diventa arrogante e predatore.

E ora veniamo ai commenti. Ne avrei tanti, ma sarebbero troppo amari. Perciò mi limiterò a un’osservazione: con quest’ultima mossa, a mio parere, il governo Monti ha definitivamente mostrato il suo volto politico. L’espressione «governo tecnico» gli si addice sempre di meno, perché al di là dell’indubbia qualità professionale dei suoi membri, di gran lunga superiore a quella degli esecutivi del passato, la somiglianza con i governi politici che l’hanno preceduto è sempre più marcata ed evidente. Lo è nei contenuti, perché questa manovra assomiglia tantissimo ai giochi di prestigio cui i politici della Seconda Repubblica ci avevano abituato in occasione di ogni manovra: varare con una mano misure popolari e nascondere con l’altra le misure impopolari con cui le si finanzia. Ma lo è ormai anche nello stile: vedendoli onnipresenti in televisione, nei convegni, nei talk show, avendo registrato con imbarazzo la sceneggiata dell’altra notte a Ballarò (con annunci, smentite e autosmentite fra membri del governo), ormai mi pare chiaro che molti ministri e sottosegretari di questo governo sono già in campagna elettorale, e lo sono prima ancora dei politici di professione da cui, noi elettori, speravamo imparassero il meno possibile. Ma in fondo che male c’è? Evidentemente ai professori la politica piace, e quanto all’imparare, è ovvio, nessuno è più bravo di loro.

martedì 11 settembre 2012

VOLETE APRIRE UN'IMPRESA IN ITALIA? SIETE FOTTUTI IN PARTENZA



 In un contesto come quello attuale, dove si sta assistendo allo sterminio di migliaia di imprese, appare del tutto irrealistico poter pensare che le imprese cessate e/o delocalizzate, possano essere rimpiazzate da nuove iniziative imprenditoriali, stando all’ostilità del fisco e all'irragionevolezza della pretesa tributaria.






VOLETE APRIRE UN'IMPRESA IN ITALIA? SIETE FOTTUTI IN PARTENZA

di Paolo Cardenà, dal sito di Informazione Libera

Secondo un rapporto diffuso qualche mese fa dalla Banca Mondiale, emergerebbe che nel nostro Paese è davvero difficile avviare una nuova iniziativa imprenditoriale e l'Italia, in questo ambito, si posizionerebbe addirittura dopo lo Zambia.

Sempre secondo quanto ci dice la Banca Mondiale, le difficoltà che si riscontrano nella creazione di un’impresa sarebbero attribuibili a taluni adempimenti amministrativi che, normativamente, chi avvia un’impresa deve assolvere, ed anche ai costi "amministrativi" per avviare la fase di start up.
Pur condividendo, in toto, quanto affermato dall'istituzione finanziaria, se è vero che in Italia è molto difficoltoso avviare un’impresa, altrettanto vero è che, in taluni casi, è molto difficile mantenerla e farla vivere.
Sebbene l'iniziativa imprenditoriale, almeno sulla carta, non sia negata a nessuno e pur esistendo non pochi cavilli burocratici da assolvere sia all'atto della costituzione, sia durante la vita dell'impresa, talvolta risulta impossibile esercitare un'attività per una serie di fattori che costituiscono la vera e propria discriminante dell'essere imprenditori.


In questo articolo mi limiterò a parlare di alcune problematiche fiscali che, secondo la mia opinione, costituiscono un vero disincentivo nel fare impresa, proponendomi di approfondire in seguito, con ulteriori articoli, altre tematiche comunque rilevanti ai fini del nostro ragionamento.
Al di là del più noto e certamente più discusso tema del livello del prelievo fiscale, che è sicuramente ai massimi livelli, e certamente strangolante per le imprese italiane rispetto ai concorrenti esteri, in questo articolo, mi vorrei soffermare su alcune circostanze ben poco note all'opinione pubblica e neanche troppo cavalcate dai media. In primo luogo va osservato che in Italia vige un sistema di imposizione fiscale e di pagamento di tributi, che rappresenta un vero e proprio disincentivo per chi vorrebbe avviare un'iniziativa imprenditoriale o semplicemente una attività economica. Ciò, poiché, come noto, nel corso di un determinato periodo temporale, peraltro abbastanza ristretto ed individuato dal fisco a ridosso dei mesi estivi, fino ad arrivare ai primi mesi autunnali, ogni imprenditore è tenuto a versare all'erario quanto dovuto in termini di tasse (Irpef, Ires, Irap, contributi Inps) sia a titolo di saldo relativo all'anno passato, sia a titolo di acconto per l'anno in corso. Ebbene, tale pratica, secondo la mia opinione, rende l'inizio dell'attività imprenditoriale particolarmente difficoltosa e ne costituisce un vero e proprio disincentivo per l'impatto che ha il prelievo fiscale, soprattutto nei primi anni di attività. Un esempio potrà aiutarci a ben comprendere di cosa stiamo parlando.
Ipotizziamo che un imprenditore,attraverso la sua ditta individuale, abbia avviato la sua attività all'uno gennaio del 2011 e alla fine dell'anno, il suo bilancio, presenti un utile di 50.000,0 euro, al lordo di imposte.
Ebbene, il nostro imprenditore, nel periodo che intercorre tra giugno e novembre del 2012, stando alle regole fiscali del TUIR, dovrà versare all'erario quasi tutto l'utile realizzato nel 2011. Ciò, in quanto, stando al dettato normativo, egli dovrà versare, entro il 30 novembre, sia il saldo per l'anno 2011 (circa 25000 tra imposte e contributi), sia l'acconto per l'anno 2012 che, con le dovute distinzioni e peculiarità per ogni tipo di imposta e contribuzione, è di circa il 100% dell'imposta dovuta a titolo di saldo dell'anno precedente, e quindi ulteriori 25000 euro a titolo di acconto per il 2012 salvo differirli in avanti ma pagando le relative sanzioni. Stando così le cose, comprenderete agevolmente quanto sia disincentivante, per un aspirante imprenditore, avviare un'attività sapendo, già in origine, che i guadagni realizzati nel primo anno dovranno essere versati totalmente al fisco, già nel mezzo del secondo anno di impresa. Senza considerare poi che, nel secondo anno, le cose potrebbero andare in maniera diversa essere e magari peggiori rispetto al primo esercizio, compromettendo l'esistenza dell'impresa che si troverà comunque a fare i conti con le (non) ragioni del fisco. In tal senso, l'impatto impositivo che si manifesta già nel secondo anno di attività, oltre costituire un vero pericolo per l'esistenza dell'impresa, sottrae cospicue risorse dalla gestione dell'attività, compromettendone anche la possibilità di favorire processi di investimento, basilari soprattutto nei primi anni di vita dell'impresa.
Un ulteriore aspetto disincentivante legato alle tematiche fiscali, che in genere colpisce ogni imprenditore, è costituito dall'aleatorietà di ciò che è dovuto al fisco durante la vita di impresa. Invero, tutti governi fin qui succeduti, ci hanno abituato all'impossibilità di prevedere una corretta pianificazione fiscale nell'impresa che, a parer mio, resta ugualmente importante ed imprescindibile per fare una buona attività di impresa. La mancanza di una normativa chiara, univoca e organica a livello fiscale, unita alla necessità delle finanze pubbliche di poter contare sempre su un maggior gettito fiscale e la ricerca sempre spasmodica di nuove risorse, hanno stimolato la miopia dei governanti che hanno quasi sempre adottato soluzioni dettate dallo stato di bisogno, e comunque non conformi a logiche di certezza normativa e stabilità (nel tempo) della disciplina fiscale, venendo meno, talvolta, a patti con i contribuenti. Insomma, si ha come la sensazione (che poi tanto sensazione non è) che si sia andati avanti arraffando un po' qua e un po' la, dove si è potuto, senza guardare troppo al futuro e senza occuparsi di quali sarebbero stati gli effetti prodotti da tali pratiche. Questo modus operandi, oltre a favorire l'infedeltà fiscale del contribuente, ha reso ancor più complesso orientare i consulenti fiscali e tributaristi nell'interpretazione di norme fiscali in perpetuo mutamento e, talvolta, contraddittorie rispetto all'intero apparato normativo.
Non è un caso, infatti, che dinanzi le commissioni tributarie pendano ormai centinai di migliaia di contenziosi che, stando ai dati forniti della stessa agenzia, il più delle volte, vedono soccombere l'amministrazione finanziaria con un notevole aggravio di costi per lo stato. Senza considerare poi i costi sostenuti dagli imprenditori che, oltre ad anticipare o sostenere - talvolta- le spese di giudizio, patiscono anche un notevole aggravio di tempo nella soluzione della controversia. Tempo prezioso sottratto alla propria attività e allo sviluppo della propria impresa. La mancanza di una visione di luogo periodo nella legiferazione su tematiche fiscali, unita ai livelli di imposizione fiscale ai limiti della sostenibilità e della schizofrenia, ha contribuito, non poco, a favorire fenomeni evasivi ed elusivi. Tanto è vero che, come noto, l'infedeltà fiscale italiana è un primato (in negativo, si intende) in tutto il contesto europeo.
La costruzione di un impianto normativo privo di logiche aderenti a principi di certezza normativa, e universalità di interpretazione della norma, che si sostanzia, di fatto, nella coesistenza di una moltitudine di norme non organiche, talvolta contraddittorie, che lasciano spazio a diversi profili di interpretazione che talvolta sono alla base di contestazioni e giudizi nelle varie corti tributarie, non costituiscono un incentivo a fare impresa. Al contrario, rappresentano un ostacolo alla corretta e normale gestione imprenditoriale, alla pianificazione fiscale, e favorisce fenomeni evasivi e tanto più elusivi. E’ evidente che un'architettura normativa uniforme ed organica, contribuirebbe anche ad una minore spesa in capo agli enti proposti ad accertare e contrastare fenomeni di evasione fiscale. Ad aggravare la situazione appena descritta c'è da dire che il quadro normativo con cui il fisco procede con l'attività di accertamento, non sembra, almeno per il momento, essere rispettoso ed equo nei confronti del contribuente, posto il fatto che, ad esempio, gli studi di settore, determinano i ricavi di ciascuna impresa in modo statistico e talvolta indiscriminato, senza possibilità di considerare le peculiarità tipiche di ciascuna impresa, se non davanti alle corti tributarie; posto che, talune osservazioni, minimamente non vengono accolte durante la fase del contraddittorio. Inoltre, sempre in tema di studi di settore, la valenza probatoria di questo strumento di accertamento è stata più volte smentita anche da una pluralità di sentenze che hanno disorientato l'amministrazione stessa che più volte è intervenuta a riposizionare il modus operandi durante le fasi di accertamento dei propri ispettori.
Il quadro appena descritto, pur sintetizzando in maniera semplice alcune criticità del fisco, ci rappresenta, almeno in parte, un ambiente fortemente disincentivante per la creazione di impresa e sopratutto per la sua sopravvivenza. In un contesto come quello attuale, dove si sta assistendo allo sterminio di migliaia di imprese, appare del tutto irrealistico poter pensare che le imprese cessate e/o delocalizzate, possano essere rimpiazzate da nuove iniziative imprenditoriali, stando all’ostilità del fisco e all'irragionevolezza della pretesa tributaria.

giovedì 26 aprile 2012

Una tassa, dieci contraddizioni.


Ecco uno per uno tutti i punti deboli della nuova tassa sugli immobili che ha visto ufficialmente la luce martedì con il via libero definitivo al decreto legge fiscale che la comprende.
di Andrea Cuomo, dal giornale

1) Ma quale federalismo. Imu è la sigla di Imposta municipale unica, cardine del nuovo federalismo fiscale. Peccato però che, come fatto notare dai sindaci, l’autonomia delle amministrazioni locali si riduca al possibile ritocco dell’aliquota base dello 0,76 per cento entro una forbice fissata tra lo 0,40 e l’1,06. Un eventuale sconto, peraltro, andrebbe a intaccare esclusivamente la quota dell’imposta che finisce nelle tasche comunali, senza incidere su quella destinata allo Stato. Di fatto i sindaci si sentono esattori per conto dello Stato, con la beffa di metterci loro la faccia. Non è un caso che, nei Comuni in cui a maggio si andrà al voto, l’eventuale ritocco dell’aliquota Imu sarà deciso e reso noto dopo il voto, per evitare contraccolpi elettorali.

2) Un rebus quasi insolubile. Un record la nuova Imu l’ha già ottenuto: quello di essere probabilmente l’imposta più complicata e cervellotica della storia, alla faccia della semplificazione fiscale. Intanto per la decisione di pagare l’acconto - calcolo relativamente semplice - prima di sapere l’ammontare totale del balzello, avendo i Comuni e lo Stato la possibilità di modificare l’aliquota entro il 30 novembre i primi e addirittura entro il 10 dicembre il secondo. Poi per la possibilità di suddividere in due o tre rate. Quindi per la difficoltà a calcolare l’ammontare vero e proprio, che renderà l’Imu un’equazione di secondo grado. Considerando che Stato e Comuni sono in possesso di tutti i nostri dati anagrafici e catastali, non potrebbero inviarci un bollettino precompilato con la cifra precisa da pagare evitando di delegarci il lavoro di contabilità che non ci appartiene?

3) Il pasticcio dei Comuni generosi. Un’ulteriore complicazione, che sa di beffa, è che anche nei Comuni che hanno già deliberato per la prima casa un’aliquota più favorevole rispetto al 4 per mille, o addirittura l’esenzione, si dovrà pagare l’acconto a giugno con quest’aliquota, salvo il conguaglio con rimborso di fine anno.

4) Impossibilità di programmare. L’incertezza sull’ammontare finale dell’imposta non ci rende solo più complicata la vita, ce la rende anche più agra. Famiglie e imprese infatti hanno la necessità di programmare il proprio bilancio - piccolo o grande che sia - anche in funzione delle gabelle. E l’incertezza costringe gli uni e gli altri - o almeno i più previdenti - a fare i propri programmi in funzione delle ipotesi peggiori. Ciò che probabilmente finirà per avere un effetto ulteriormente depressivo sui consumi e quindi sull’utopia della crescita economica.

5) Agricoltura in ginocchio. Tra i settori economici più colpiti dall’Imu c’è l’agricoltura, che in Italia dà lavoro a tre milioni di persone. Ebbene, Confagricoltura ha calcolato che la tassazione di capannoni, stalle, fienili, depositi, locali spesso fatiscenti e inutilizzati - tutti beni che fanno parte del patrimonio ma spesso non producono reddito - potrebbe portare a un aumento dei costi per le piccole aziende fino al 300 per cento. Il conto da pagare per l’intero settore sarà di 1,5 miliardi di euro. Ma saranno i più piccoli a essere strangolati. Unica agevolazione prevista in extremis, la misura ridotta del moltiplicatore Imu, pari a 110, per i terreni non coltivati e per i terreni agricoli di proprietà di coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola.

6) E gli artigiani? Pure. Altro settore strategico per l’economia italiana colpito duro dall’Imu. Il centro studi di Confartigianato ha calcolato che la tassazione di laboratori e capannoni come fossero ville o appartamenti in centro può costare fino a 5mila euro l’anno per le piccole imprese artigiane, quando il conto dell’Ici era circa tre volte più piccolo. Senza nemmeno poter sperare nell’applicazione delle detrazioni spettanti solo alla prima casa e pertinenze.

7) Mercato immobiliare soffocato. È un paradosso economico quello di aumentare, come si progetta di fare, le rendite castali, e quindi il valore teorico degli immobili, nel momento in cui il varo dell’Imu rischia di far crollare del 20 per cento, come ha calcolato il Censis, il valore reale degli immobili.

8) Scompaiono (o quasi) gli affitti. Una delle storture più gravi dell’Imu è la mancata previsione di agevolazioni per le seconde case affittate rispetto a quelle sfitte, come chiesto più volte da Confedilizia. Aliquote più basse potranno essere decise facoltativamente dai Comuni. Eppure agevolare i proprietari che applicano canoni calmierati sarebbe costato solo 40 milioni. In questo modo i proprietari saranno indotti a recedere dall’affitto, oppure ad aumentare il canone o ad affittare in nero o addirittura a vendere le seconde case, creando un effetto a catena mortale per il mercato degli affitti.


9) Vecchietti penalizzati. Uno dei risvolti più odiosi dell’Imu è lo sbianchettamento rispetto alla vecchia Ici delle agevolazioni per gli anziani proprietari che abbiano spostato la residenza in una casa di riposo o per i disabili ricoverati. Eventuali «sconti» potranno essere decisi a loro spese dai Comuni. Un modo per colpire una fascia di popolazione già debole.

10) L’ingiustizia dell’«esproprio proprietario». L’Imu è in qualche modo un’imposta espropriativa, perché erode ogni anno il valore del bene a cui si applica. Gran parte degli italiani ha acquistato la casa in cui vive facendo sacrifici, risparmiando ogni anno sulla parte dei redditi scampata all’Irpef. Tassare il frutto di questo risparmio è in qualche modo una doppia imposta sul reddito. Quanto all’ipotesi che l’acquisto dell’immobile sia un investimento reso possibile dall’evasione fiscale è naturalmente quanto mai reale. Ma darla per scontata è naturalmente aberrante.

domenica 18 marzo 2012

BOCCONIANI DI LOTTA E GOVERNO


BOCCONIANI DI LOTTA E GOVERNO
Dal palco scatta il derby
tra i «prof» di via Sarfatti
Monti e Giavazzi, tra stima e duelli di idee



Da una parte Mario Monti, dall'altra Francesco Giavazzi. Ieri mentre in Bocconi si svolgeva l'open day, a poco più di un chilometro di distanza, al convegno di Confindustria, andava in scena un derby tra professori.
Una volta di lotta e di governo c'erano i partiti, ora lo sono diventate le università. Ieri mentre in Bocconi si svolgeva l'open day per reclutare i nuovi studenti dell'anno accademico 2012-13, a poco più di un chilometro di distanza dalla mitica via Sarfatti, nel capannone della vecchia Fiera di Milano andava in scena un derby tra professori. Da una parte Mario Monti, presidente e simbolo dell'università milanese nonché premier pro tempore , e dall'altra Francesco Giavazzi, economista di punta dell'ateneo ed editorialista del Corriere della Sera . Ed è stato proprio il suo fondo pubblicato ieri dal nostro giornale («L'emergenza non è finita»), fondo in cui criticava le presunte lentezze del governo su liberalizzazioni e riforma del lavoro, a irritare Monti che, peraltro, al Corriere è quantomeno di casa visto che suoi articoli sono usciti sul quotidiano di via Solferino da trentacinque anni a questa parte. Il premier dal palco ha letto interi brani dell'articolo incriminato e ha accusato il collega di «impazienza e imprecisione».

Dopo una lunga stagione di egemonia tremontiana, la Bocconi dunque è tornata a farla da padrona nel dibattito di politica economica, e così se ai tempi del governo Berlusconi erano le ricorrenti diatribe tra il superministro Giulio e Renato Brunetta ad animare la scena, oggi i deuteragonisti sono per l'appunto Monti e Giavazzi, entrambi figli di via Sarfatti. Il pensiero unico bocconiano non esiste, e le differenze tra i due sono ampie, a cominciare dal temperamento. Il primo è un passista, e quando attacca gli avversari si serve di un humour di stile inglese, raffinato quanto tagliente. L'altro è un polemista nato, e con la sua adrenalina ha rivitalizzato la pubblicistica economica italiana. Monti ama Bruxelles, tifa Europa anche quando dorme e sommando Einaudi ed Erhard ha come stella polare l'economia sociale di mercato, Giavazzi invece vive e insegna per diversi mesi l'anno a Boston, è un sostenitore della distruzione creativa di Schumpeter e stravede per la mobilità del capitalismo americano. Che tra i due si discuta non è quindi così sorprendente e magari siamo solo ai primi atti. Il bello deve ancora venire.

Ma non di solo Giavazzi è vissuta la performance di Monti ieri davanti agli imprenditori. Tutt'altro. Il professore era al suo primo convegno confindustriale e alla tradizionale prova dell'applausometro - cuore di questi appuntamenti - ha stravinto. È stato riempito di battimani nonostante non avesse usato le arti della captatio benevolentiæ , come invece sapeva fare alla perfezione il suo illustre predecessore di Arcore. Riconosciuta l'importanza del sistema delle imprese il premier subito dopo ha detto chiaro e tondo di lavorare per il bene delle nuove generazioni e non delle parti sociali. Di credere nella società aperta e non nei patti neocorporativi. Più sincero di così si muore. Passato qualche minuto Monti ha strappato l'applauso dei piccoli imprenditori denunciando come in passato la politica avesse protetto e finanziato la Fiat, ma subito dopo ha letteralmente gelato la platea ricordandole come in passato avesse acclamato anche chi quelle distorsioni aveva permesso.
Infine il premier non ha avuto remore ad abbinare il suo nome a quello di Sergio Marchionne, non popolarissimo nella Confindustria di oggi e forse neanche in quella di domani. Ha chiesto rispetto per la casa del Lingotto e ha scandito una frase («la Fiat non ha il dovere di guardare solo all'Italia») che farà discutere perché rovescia l'approccio dei governi di Roma in materia di politiche per l'industria. Se un ex premier e oggi ascoltatissimo commentatore come Romano Prodi - che aveva chiesto a Monti di affrontare il dossier Fiat - si caratterizza come «offertista», ovvero parte dallo stato di salute delle aziende e arriva a disegnare una politica industriale governativa, Monti invece è un «domandista». Non sono i singoli gruppi industriali e la loro nazionalità che vanno tutelati, bensì va sviluppata l'ampiezza e l'integrazione del mercato, quale che sia la bandiera che sventola sul pennone degli headquarter . E non a caso come iniziativa di politica industriale non ha annunciato piani di settore o investimenti nella ricerca ma un road show internazionale con l'obiettivo di attrarre investimenti stranieri in Italia. È la politica delle porte girevoli, la Fiat può uscire ma il governo si impegna a portar dentro nuove multinazionali. Per essere stato solo il primo confronto di Monti con gli industriali le novità non sono mancate.
P.s.: Se Francesco Giavazzi avesse potuto ascoltare i passaggi sulla società aperta e la Fiat avrebbe applaudito anche lui.


di Dario Di Vico, dal Corriere
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18 marzo 2012 | 9:10

lunedì 10 ottobre 2011

Ricevuta una cartella fiscale sbagliata? Ecco cosa fare per farsela cancellare.

di Tonino Morina, dal "Sole 24 ore".

Basta un'autocertificazione e si cancellano i debiti a ruolo. Basta la sua dichiarazione e l'agente della riscossione, verificato che è tutto in regola, deve cancellare i debiti iscritti a ruolo. In sedici mesi, a seguito della direttiva Equitalia del 6 maggio 2010, su 45mila autocertificazioni dei contribuenti, sono state accolte il 91% delle richieste di annullamento (si veda Il Sole 24 Ore del 6 ottobre). Solo il 9% circa delle istanze sono state respinte perché la documentazione presentata non era regolare. Insomma, l'agente della riscossione fa il consulente del contribuente e, verificata la regolarità della richiesta, cancella subito i debiti iscritti a ruolo se le somme non sono dovute.
La direttiva anti-burocrazia
Il 6 maggio 2010 Equitalia ha emanato la direttiva, grazie alla quale chi riceve una richiesta di pagamento non dovuta può chiedere direttamente all'agente della riscossione la sospensione del pagamento e delle eventuali procedure esecutive (pignoramenti o espropriazioni forzate), senza perdere tempo e fare avanti e indietro tra i diversi uffici, enti impositori e agente della riscossione.
Con questa direttiva, Equitalia e gli altri agenti della riscossione possono, dunque, aiutare i cittadini a definire le pratiche in sospeso con gli enti creditori. I contribuenti possono fare valere le proprie ragioni, grazie all'attività dei vari agenti della riscossione che in questo modo superano alcune carenze degli enti impositori.
Il cittadino può chiedere all'agente della riscossione la sospensione della riscossione quando:
- ha già pagato le somme indicate nella cartella prima della formazione del ruolo;
- ha ricevuto un provvedimento di sgravio dall'ente creditore che annulla il debito;
- ha ottenuto una sospensione amministrativa (dall'ente creditore) o giudiziale (dal giudice) a seguito di ricorso;
- ha ottenuto una sentenza favorevole da parte del giudice competente.
Al cittadino basta presentare allo sportello dell'agente della riscossione il modello di autodichiarazione, disponibile presso tutti gli sportelli e scaricabile dal sito internet www.gruppoequitalia.it. Per giustificare la richiesta di annullamento, all'auto-dichiarazione, il contribuente deve allegare la necessaria documentazione, quale, ad esempio, la sentenza della Commissione tributaria, le ricevute di pagamento, il provvedimento di sgravio e/o di sospensione. Il modello può essere spedito, inviato via fax o tramite mail all'agente della riscossione. Sarà cura dell'agente sospendere la riscossione e farsi carico di verificare la correttezza dei documenti forniti dal contribuente con l'ente creditore che, in caso affermativo, emette il provvedimento di annullamento del debito (sgravio).
L'accertamento esecutivo
La possibilità offerta al contribuente è importante perché riguarda la richiesta di pagamento contenuta nella cartella o anche l'avviso, quale, ad esempio, l'accertamento esecutivo in "pista" dal 1º ottobre 2011, o l'avviso di addebito, che possono essere sospesi in via amministrativa, giudiziale e, alle condizioni elencate nella direttiva di Equitalia del 6 maggio 2010, anche dagli agenti della riscossione. Per il nuovo "accertamento esecutivo" che può essere emesso dagli uffici delle Entrate dal 1º ottobre 2011, relativo ai periodi d'imposta 2007 e successivi, "scompare" la cartella di pagamento.
Va però tenuto conto che è, in ogni caso, prevista una sospensione generalizzata di 180 giorni. Considerati i tempi per il ricorso, 60 giorni, ai quali si aggiungono i 30 giorni previsti per il "passaggio" delle somme chieste agli agenti della riscossione, più la sospensione di 180 giorni, si arriva a una tregua di 270 giorni, prima che l'agente della riscossione possa attuare procedure esecutive.

lunedì 3 ottobre 2011

Fisco : "ora Equitalia minaccia le imprese" !

di Gian Maria De Francesco - Felice Manti , da il "Giornale"
L’avvio della «campagna d’autunno» di Equitalia ha già lasciato sul campo delusi e scontenti. D’altronde, è difficile per un comune cittadino, per un imprenditore, per un artigiano o per un commerciante comprendere la novità. Da sabato scorso, infatti, le cartelle esattoriali sui mancati pagamenti Irpef, Ires, Irap e Iva relativi ai periodi d’imposta 2007, 2008 e 2009 diventeranno immediatamente esecutive già dopo 60 giorni dalla notifica.
Non si tratta di norme che faranno dormire sonni tranquilli alle categorie produttive del Paese. E, visto l’attuale momento difficile della politica, anche le associazioni che rappresentano le imprese hanno scelto un profilo basso essendosi più o meno tutte «impiccate» al mantra della lotta all’evasione. Al momento, c’è solo una voce fuori dal coro, l’imprenditore Maurizio Zamparini (proprietario del Palermo) che ha organizzato un suo movimento di protesta e vuole promuovere una class action contro la mitragliata di cartelle in arrivo. «Ci stanno costringendo a chiudere perché in caso di iscrizione di ipoteca le banche pretendono il rientro immediato degli affidamenti», sottolinea raccontando di come non ci sia oggettiva corrispondenza tra misure preventive e contestazioni («mi hanno bloccato 7 milioni di immobili per un contenzioso che ho chiuso a 4 milioni»). Il target fissato dalle ultime manovre tremontiane è molto impegnativo per la società della riscossione guidata da Attilio Befera: bisogna recuperare 13 miliardi di euro. Di qui la rivoluzione copernicana dell’«avviso di accertamento»: chi non paga subito (o non impugna l’atto) ha fino a 60 giorni per pagare o fare ricorso (depositando un terzo della cifra oggetto di contestazione). Insomma, o si cede alle «pressioni» entro due mesi o i rischi sono molto elevati perché Equitalia ha il coltello della parte del manico e nel giro di 180 giorni, essendo l’avviso diventato immediatamente esecutivo (è scomparsa la vecchia iscrizione a ruolo con i suoi tempi allungati), può nell’ordine: iscrivere un’ipoteca con comunicazione alla centrale rischi di Bankitalia, pignorare il conto corrente o i crediti verso terzi, oppure far scattare le care vecchie ganasce fiscale sui veicoli. A quel punto ci saranno altri 180 giorni di sospensiva prima dell’esecuzione forzata, ma non è escluso che l’Agenzia delle entrate possa comunque chiedere di iscrivere a ipoteca i beni del contribuente e attuate il famigerato fermo amministrativo delle autovetture. Befera cerca di smorzare i toni: «Abbiamo adeguato la legislazione italiana alle norme europee, dove l’accertamento è sempre immediatamente esecutivo e nei primi 7-8 mesi non cambierà nulla». Il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Claudio Siciliotti, tira comunque un sospiro di sollievo: «La norma è concettualmente non condivisibile, ma rispetto alla sua formulazione iniziale è migliorata (era previsto un versamento del 50% della cartella in caso di ricorso; ndr)».
Lo Stato, però, non farà differenza tra gli evasori totali, i debitori cronici e quei contribuenti in regola, ma con problemi di liquidità. Senza dimenticare la non remota evenienza che la cartella possa perdersi in un qualche ufficio postale. Ma con le nuove disposizioni sono attesi 400 milioni di euro che con quest’aria di crisi non si buttano mai via. E poi sono in arrivo altre innovazioni come il potenziamento del redditometro (già a partire dall’anno di imposta 2010) e l’abbassamento delle soglie di evasione che prevedono la carcerazione come pena.
Certo, ci sono anche i benefici della rateizzazione (un milione quelle concesse nel 2010). Il problema è il quantum. Sotto i 5mila euro basta un’autocertificazione, sopra questa soglia occorre presentare un’ampia documentazione (dall’Isee al saldo dei conti correnti). Il problema, perciò, non può non considerarsi politico. «I contribuenti non potranno difendersi da un sistema che per il 40% produce cartelle non veritiere», sottolinea Pietro Giordano, segretario generale di Adiconsum, l’associazione dei consumatori vicina alla Cisl. «Al segretario del Pdl, Alfano, gliel’ho detto che ci sono 1,4 milioni di case ipotecate per contenziosi fiscali», conclude Zamparini. Forse la sintesi l’ha trovata il Senatùr, Umberto Bossi: «Il cittadino che momentaneamente non può pagare non è un delinquente».

giovedì 29 settembre 2011

Liti pendenti : arrivano gli avvisi.


L'Agenzia delle entrate potrebbe inviare avvisi per informare sulla sanatoria

L'agenzia delle Entrate si attiva a sostegno della chiusura delle liti pendenti. È allo studio, infatti, la possibilità di inviare a tutti i contribuenti che possono aderire alla sanatoria una lettera per segnalare l'opportunità offerta dalla manovra di luglio (Dl 98/2011, convertito dalla legge 111/2011).



Al momento, gli uffici stanno verificando la possibilità di indirizzare le lettere senza raggiungere soggetti che non possono accedere alla sanatoria, per evitare di creare situazioni di allarme.



Bisogna ricordare, infatti, che non tutte le liti di (verosimile) valore ridotto possono essere sanate. Inoltre, la norma dispone che «restano comunque dovute per intero le somme relative al recupero di aiuti di Stato illegittimi».



Per avere un quadro delle esclusioni, occorre ricordare che il comma 12 dell'articolo 39 del Dl 98/2011 ha stabilito che le liti possono essere chiuse se hanno valore non superiore a 20mila euro. Un'indicazione che sembra tagliare di netto in due l'universo delle liti pendenti. In realtà non è così, perché questo riferimento esclude tutti i casi in cui il valore non è determinabile, e non sono pochi.



La norma limita espressamente le liti definibili a quelle relative a imposte gestite dall'agenzia delle Entrate. Poichè la legge fa riferimento al criterio del valore, non si possono definire le liti che non hanno un importo definibile. Rientrano fra queste i casi in cui il contribuente ha impugnato il rifiuto a una richiesta di agevolazioni, o in cui la controversia è relativa alla rendita catastale. Allo stesso modo, restano fuori anche le cause per rimborsi rifiutati esplicitamente o attraverso il meccanismo del silenzio rifiuto. Una ricognizione di tutti i casi "dentro e fuori" avverrà verosimilmente nella circolare in fase di preparazione da parte dell'Agenzia.



Le eslcusioni riducono, dunque, il numero delle controversie sanabili. Secondo stime informali, in linea di massima le cause sotto i 20mila euro potrebbero arrivare fino al 60% di quelle pendenti, ma quelle che potenzialmente possono aderire alla sanatoria si dovrebbero attestare intorno alle 250mila. Si capisce, dunque, perché sono in molti a fare pressioni perché in una delle prossime manovre sia rivisto il tetto dei 20mila euro.



L'invito ai contribuenti tiene conto del fatto che in molti casi questi ultimi possono difendersi da soli davanti alle commissioni tributarie, se le cause sono inferiori ai vecchi cinque milioni di lire. Il contribuente che non si fosse informato in questo periodo sulla possibilità offerta dalla legge, non andrebbe ovviamente a sanarla.



L'Agenzia, comunque, sta pensando di rivolgersi a tutti per informare sulla nuova possibilità. I versamenti per aderire alla sanatoria vanno, infatti, effettuati entro il 30 novembre 2011 in unica soluzione. Da qui la necessità di stringere i tempi anche nell'operazione avvisi ai contribuenti.

Fonte : "Vivere"