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sabato 27 dicembre 2014

La Basilicata che fa paura!

I dati ufficiali (sito Unmig) riportati nella deliberazione della Corte dei Conti di Basilicata dello scorso Aprile 2014, riguardanti il quadro dei rapporti tra estrazioni di petrolio e gas e processi di colonizzazione della Basilicata da parte delle multinazionali, parlano da soli.
Ad oggi la Basilicata è già una gruviera, con 471 pozzi (in provincia di Potenza 270, in provincia di Matera 201) perforati dal 1921 al 2014.
I pozzi oggi sono 106; in produzione ne sono 39; i non eroganti 57; quelli utilizzati “per altro scopo” (in primis reiniezione dei fanghi) sono 4; quelli “potenzialmente utilizzati” 6.
Nella nostra Regione sono inoltre presenti ben 39 centrali di raccolta e trattamento, di cui 27 per trattamento di olio greggio; 12 di gas naturale. La Centrale di Raccolta e trattamento più importante ad oggi è quella di Viggiano in Val d’Agri (il c.d. “COVA”, vale a dire “Centro Oli”), che è in sostanza una centrale di preraffinazione, detta di idrodesolforizzazione, che tratta olio e gas proveniente da 25 pozzi, prima che gli idrocarburi vengano inviati tramite 136 km di 5 linee di tubi alle raffinerie di Taranto.
Estrarre petrolio e gas non è come usare una cannuccia per bere da un lattina. Il ciclo estrattivo è altamente impattante, sin dal momento della ricerca, con l’uso di linee di cariche esplosive ed agenti chimici.
E’ inquinante nel processo  di perforazione, che per raggiungere a volte i 7.000 metri, implica l’uso di scalpelli con uranio impoverito e fluidi tossici perforanti per lubrificare e poi cementare le pareti del pozzo. Vengono usate oltre 500 sostanze, la maggior parte delle quali tenute segrete dalle compagnie. Si tratta di fluidi che accompagnano l’intera vita del pozzo, che inquinano per anni o decenni il sottosuolo, il suolo, le falde acquifere, producendo ogni giorno diverse tonnellate di fanghi di lavorazione (“acque di strato”), che devono essere smaltite affrontando costi elevati. Dal 2001 al 2014 il COVA di Viggiano inietta mediamente, a grande pressione in profondità, usando un pozzo esausto in località Montemurro (“Costa Molina 2”), ben 3.500 metri cubi di schifezze.
Per questo l’Eni è stata costretta a trasportare con autobotti ogni giorno i fanghi di perforazione a Pisticci Scalo, presso la centrale di trattamento “Tecnoparco” spa, il cui amministratore delegato (e presidente di Confindustria) è sotto inchiesta dell’Antimafia insieme ad altri dirigenti, faccendieri, nonché al dirigente di Eni Sud.
Il Basento è terribilmente inquinato, l’Arpab sta terminando le analisi mentre le attività di Tecnoparco legate al ciclo petrolifero sono sospese, le aree dichiarate “no food” in Valbasento si ampliano di fatto, prima che sulla carta. Molti agricoltori e pastori sono costretti a chiudere le proprie attività, In Val d’Agri, in Valbasento, quanto a Corleto, Guardia Perticara, Gorgoglione, prima ancora che vada a pieno regime estrattivo, con ulteriori 60mila barili giorno che si aggiungono ai circa 90mila estratti in Val d’Agri, il centro della concessione “Tempa Rossa”.
 Ai fanghi, al loro ciclo di trattamento, all’inquinamento delle acque del Basento, va aggiunto il grave inquinamento da metalli pesanti ed idrocarburi del lago del Pertusillo (che serve 3 milioni di pugliesi dopo i lucani); vanno aggiunti gli “enigmi dei pozzi collassati” tra gli anni 80 e 90, quando a grandi profondità si sono mescolati fanghi chimici, idrocarburi, falde acquifere.
Ai pozzi a terra vanno aggiunti gli effetti letali dell’H2S, delle micro particelle volatili, del benzene, di altri prodotti insidiosi ed aggressivi, che in quasi 20 anni di attività estrattive hanno fortemente contribuito a raddoppiare leucemie, malattie cardiorespiratorie e della pelle, tumori. La Regione che fornisce già circa l’80% degli idrocarburi per contribuire alla bolletta energetica ed al 6% del consumo nazionale (il resto l’Italia deve comprarlo, ben sapendo che se pure si dovessero sfruttare tutte le risorse disponibili in terra ed in mare, il paese potrebbe garantire – dati ASPO – un’autonomia di non oltre 13 mesi!) ha il primato assoluto di essere la più colonizzata. L’incidenza delle attività estrattive riguarda oggi il 35% del territorio regionale. In caso di accoglimento delle numerose istanze di permesso, l’incidenza passerebbe al 65% del territorio!
Nel golfo di Taranto insistono intanto ben 16 istanze di permesso, che prevedono l’utilizzo di tecniche fortemente impattanti già dalla fase dei sondaggi, che prevedono l’utilizzo di tecniche quali l’, ovvero sparare in profondità micidiali cannonate capaci di disorientare ed uccidere cetacei, branchi di pesci, condizionando la stessa riproduzione ittica ed accelerando i fenomeni di subsidenza.
Mentre il presidente Pittella rivendica come una vittoria l’ennesimo emendamento all’art 38 della legge c.d. “Sblocca Italia” per accelerare le procedure di concessione alle compagnie petrolifere, non dobbiamo dimenticare che dopo 20 anni di estrazioni la Basilicata resta la regione più povera del Sud, con un tasso di disoccupazione ed emigrazione crescente (è proprio la Val d’Agri l’area capofila dell’emigrazione e delle dismissioni delle aziende agricole e zootecniche), la stessa Assomineraria stima l’incidenza delle attività petrolifere sul prodotto interno lordo nazionale per non oltre lo 0,5%, mentre le attività turistiche incidono per il 10,3%.
 Mentre la cordata del governatore lucano e delle multinazionali degli idrocarburi procede spedita facendo tesoro dei colpi di fiducia di un parlamento blindato ed ostaggio delle lobbies, che corre verso la cancellazione delle prerogative concorrenti Stato-Regione a partire dalla materia energetica tramite la revisione del Tit V della Costituzione; con lo Sblocca Italia si corre con la logica di “strategicità, indifferibilità, urgenza”, verso lo strapiombo della cancellazione di ampi spazi di partecipazione e democrazia, negando di fatto il diritto all’autodeterminazione.
Sulla Basilicata pende la minaccia del raddoppio estrattivo deciso nella nuova Strategia Energetica Nazionale (2012), che porterebbe a circa 180 mila barili giorno il volume dell’estratto.
 Ad oggi in Basilicata su terraferma gravano 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione accordate, 18 istanze di ricerca. In Italia si attendono altre 100 istanze, che potrebbero aumentare grazie alle facilitazioni della Legge “Sblocca Italia”. Di certo la maggior parte di queste istanze riguarderà la nostra Regione.
E’ evidente che di fronte alla cancellazione di ogni diritto di decidere su quale modello di economia e di organizzazione democratica che ci viene imposta dall’alto non sarà possibile attendere a lungo per far valere il diritto alla salute, al reddito, alla ricerca della felicità e del benessere. Perché questi diritti devono essere rivendicati qui ed ora, con chiarezza, con determinazione, con unità, con organizzazione!
                                                                                                                                     NO - TRIV “VULTURE”

Ven, 26/12/2014 - 18:26

domenica 1 settembre 2013

I nuovi quattro comuni della Basilicata

È ormai palese che vi siano in Basilicata quattro enclavi del capitalismo internazionale: l’Itrec – Trisaia, il Centro Oli di Viggiano, il cantiere di Tempa Rossa e Tecnoparco. Questi comuni vivono al di fuori della legge, non perché non la rispettino, ma semplicemente perché ne hanno una propria, sovranazionale, sulla quale la nostra magistratura appare intorpidita. L’Itrec – Trisaia è ormai un sito permanente per lo stoccaggio di materiale  nucleare, al centro di diverse spy-stories, mi ricorda ogni volta l’immutabile accidia dei lucani, che hanno mangiato in tanti nel piatto ENEA e per questo accettano di convivere con l’incubo nucleare.

Il CNEN arrivò grazie alla bulimia accentratrice democristiana, nutrita d’affarismo ed opportunismo, oggi sopravvive grazie alla stessa filiera con cui è nato, per ricordarci che i periodi di decadimento delle radiazioni saranno sempre uguali o inferiori agli effetti della Prima Repubblica. Comunque sia tutti temono ed additano l’ENEA, nessuno reagisce seriamente ed il tavolo della trasparenza è in realtà la tavolata dell’indifferenza.



Poi abbiamo il distretto dell’oro nero, che ha tolto il doppio dei posti di lavoro che ha creato. A parte le famiglie Iula, Garramone e Criscuolo, che con i loro camion stanno consumando l’asfalto dalla Val d’Agri a Tecnoparco neanche fosse un pellegrinaggio, nessun'altra famiglia lucana ha avuto benefici diretti dal petrolio. In una terra assistenziale e clientelare, le compagnie petrolifere hanno ben studiato il contesto lucano, capendo semplicemente che in una terra povera di senso civico ed a bassa densità demografica, basta rilanciare poste più alte nel piatto per comprarti la gente, e così è. Le persone vedono i lori cari morire di tumore od ammalarsi eppure entrano nel centro oli a lavorare con la testa bassa, quasi fossero in un girone dantesco rassegnati a ricevere la loro pena. Di ciò che succede nel sottosuolo lucano non sappiamo niente, usano la nostra acqua, la nostra aria ed i nostri suoli e poi comprano il consenso locale adottando la tattica del “divide et impera” comprano il bisogno di 35 comuni lucani per separarli dagli altri 96, creando nuovi confini interni. Anche qui il gregge lucano continua a seguire il pastore sbagliato, ossia il denaro. Tempa Rossa prosegue ad un ritmo elvetico, infatti se la Salerno-Reggio Calabria fosse stata costruita così noi avremmo avuto già da 30 anni la strada migliore di tutto il sud-Italia. Hanno esautorato le istituzioni, la politica, i sindacati e la magistratura che sulle questione ambientali si gira dall’altra parte o stranamente arriva sempre in ritardo. Stiamo sotto lo schiaffo di ciò che era nato per far crescere l’Italia, l’ENI di Mattei, ed oggi la quota dei fondi d’investimento privati è al 30,98% del capitale sociale contro il 30,10% in mano allo Stato Italiano. Di fatto chi estrae in Basilicata non fa neanche gli interessi dell’Italia, ma di azionisti anglo-americani.

Dulcis in fundo il Comune di Tecnoparco. Amministrazione autonoma da quando staccatasi dalla frazione di Pisticci Scalo, ha ben pensato di svilupparsi fagocitando le vite dei lucani che vivono lì. Avete mai fatto un giro a Pisticci Scalo? Sembra un luogo fantasma alla periferia di Chelyabinsk, il decoro urbano abolito, case abbandonate e verde trascurato. Però c’è un qualcosa che sembra vivo, pulsante, mascherato dalla vegetazione e dal degrado, che cerca di nascondersi agli occhi esterni: è Tecnoparco, apparato digestivo dell’affaire petrolio lucano, ove ogni giorno, notte e festività incluse, giungono con una costanza funerea centinaia di cisterne che scaricano gli scarti dell’oro nero. Logica vorrebbe che lo scarto dell’oro sia prezioso a sua volta, ciò non vale per il petrolio, perché il suo scarto è inquinante, maleodorante e cancerogeno. Il Sindaco Di Trani ha recentemente affermato nel 2007 che su 150 decessi a Pisticci Scalo, almeno 50 sono stati tumorali, affermazione che in una regione normale, quindi non in Basilicata, avrebbe causato una reazione popolare forte. Tecnoparco è partecipata al 40% dal Consorzio Industriale – ASI, quindi dal pubblico, ma nonostante ciò nessuno sa esattamente numeri e caratteristiche dell’attività svolta all’interno di Tecnoparco, neanche fosse l’Area 51. Lascia allibiti come mentre a Pisticci paese si sogni attorno all’industria cinematografica, giù allo scalo vada in onda già un horror di successo, come dire: lontano dagli occhi, lontano dal cuore!

In Basilicata si sta attuando un disegno ben preciso, inciso sulla pelle del territorio: lo sfruttamento pieno di suolo e sottosuolo accompagnato dallo svuotamento demografico. La gente emigra, la densità abitativa diminuisce, il territorio da uso agricolo sta passando in massa all’uso industriale od energetico. Abbiamo un ingiustificabile assalto dell’eolico, il rinascere delle biomasse e degli inceneritori guarda caso in punti soggetti a forte spopolamento come recentemente accaduto per la centrale di Stigliano, e tutto questo per cosa? A chi serve tutta questa energia se la regione si spopolerà pesantemente anche quest’anno? Quali nuove iniziative industriali necessitano di forniture energetiche se l’unica iniziativa in  essere è solo quella estrattiva? L’energia lucana serve a Puglia e Campania, o anche a qualcun altro?. Rifiuti ed estrazioni/stoccaggio saranno il futuro ideale per una terra spopolata e povera di senso civico. Alcuni sindaci lucani, come quello di Anzi, hanno meritoriamente deliberato contro le attività estrattive nel loro comune dopo però chiedono posti di lavoro a Tempa Rossa per i loro cittadini; oppure altri hanno seri problemi sanitari dovuti alle attività industriali e non chiedono priorità per ambiente e salute ma compensazioni o royalties per curare il cadavere non il malato. Se non viviamo da fratelli moriremo da soli, come stolti, per questo in Basilicata tanti si lamentano ma nessuno reagisce, e cerca di svilupparsi a spese del vicino, perché il popolo lucano non esiste e la Basilicata è (era) solo un bella espressione geografica. Sta anche alle nuove generazioni reagire, a tutti quei giovani che qui non hanno prospettive perché il paese è stato prosciugato da ogni possibilità, e sono loro a non avere nulla da perdere, perché il clientelismo ha sempre meno da distribuire, e la crisi economica aumentando il bisogno del singolo aumenterà anche la consapevolezza delle fortissime discriminazioni sociali interne alla Basilicata. C’è bisogno di dignità perché la Basilicata è minacciata nelle sue fondamenta.

di Giorgio Santoriello

sabato 3 agosto 2013

Cinquant'anni di fughe radioattive

Sono tempi difficili, questi!
Forse sono così complessi da rendere impossibile una corretta e compiuta informazione. Oppure è vero il contrario, mancando l'informazione diventa difficile esercitare la sovranità popolare e quando il gatto non c'è...
Stai a vedere che adesso il problema delle scorie nucleari depositate da cinquant'anni nel centro Itrec presso l'Enea di Rotondella (Mt) è causato dallo "scoop" di due giornalisti che, su una strada statale hanno visto e fotografato un convoglio di camionette, auto della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza mentre scortavano un autotreno con a bordo materiale radioattivo.
I cinquant'anni pregressi, le fughe radioattive, le centinaia di barili di terreno contaminato, i serbatoi decrepiti perché progettati per durare 20 anni (scaduti trent'anni fa) contenenti i residui corrosivi e radioattivi, le 64 barre di combustibile esausto raffreddate ad acqua prelevata dal mare e scaricata nel mare di Rotondella per ventiquattr'ore al giorno da oltre quarant'anni, sono tutte bazzecole.
Nessuno risponde di questo e nessuno pagherà per questo scempio.
Adesso, le frasi ignoranti del senatore Petrocelli e quelle subdole del Viceministro Bubbico, puntano il mirino sui giornalisti, rei di camminare sulla statale Jonica con gli occhi aperti, rei di aver detto ai lucani ed a qualche malcapitato pugliese che un carico nucleare passava davanti alle loro case senza che ne sapessero nulla. Senza che nemmeno i sindaci fossero stati avvisati.
E se quell'autotreno fosse caduto in una cunetta? E se si fosse incendiato? E se l'autista avesse avuto un colpo di sonno?
Nulla di tutto questo è accaduto, come chissà quanti autobus irregolarmente revisionati circolano per le strade senza finire in una scarpata causando 38 morti. E questo giustifica la leggerezza con cui il Ministero dell'Interno ha operato? Questo giustifica il rischio di 300 agenti delle Forze dell'Ordine che sarebbero corsi a soccorrere un eventuale incidente lasciandoci le penne?
Quello che due giornalisti hanno visto passare per la pubblica strada ed hanno raccontato, potrebbe, nientemeno, indurre gli "americani" a non riprendersi il materiale nucleare che hanno prodotto e trasportato nell'Itrec; l'ha detto il viceministro Filippo Bubbico. Ha messo un carico da cento sulla testa dei due giornalisti. Quello che per cinquant'anni non ha saputo fare la politica e lui stesso, che per almeno venti è stato figura apicale in Basilicata, adesso non si potrà fare a causa di due giornalisti che hanno raccontato un irresponsabile "trasporto".
Cosa vuole, Bubbico, aizzare gente esasperata contro due onesti giornalisti? Cosa cerca Petrocelli, il riscatto per non essere stato lui (che è pagato per servire il popolo) l'artefice della denuncia pubblica?
Abbiamo raccontato il trasporto pochi minuti dopo che si era concluso, quando cioè si trattava di un fatto e non di voci o supposizioni. Noi giornalisti, caro cittadino senatore, raccontiamo i fatti e non le chiacchiere, nemmeno quelle di chi pretende di possedere una "morale superiore".
Ed i fatti, per essere raccontati, necessitano di accadere.
I nostri parlamentari, i parlamentari lucani (cittadini e non), hanno fatto solo chiacchiere. Le chiamano interrogazioni parlamentari, ma sono solo parole al vento. Tant'è che ricevono in risposta altre chiacchiere.
Andiamoci dentro all'Itrec.
Andiamo a vedere con i nostri occhi di parlamentari e di giornalisti.
Metteteci anche voi il culo in questa sporca vicenda, come abbiamo fatto noi la notte del trasporto; mentre voi, come tanti ignari cittadini, dormivate.
Alla domanda fondamentale dovete rispondere voi parlamentari e non altri. Voi parlamentari Lucani:"qual è lo stato dei serbatoi di poltiglia radioattiva (residuo del riprocessamento delle barre di combustibile)?"
Delle tante domande che pure meritano risposta, questa ci sembra la più attuale ed urgente. L'abbiamo posta nel 2007, ripetuta in questi giorni e non ci accontenteremo di risposte "per sentito dire". Vogliamo vedere con i nostri occhi.
Perché, cari parlamentari, i nostri cari, i nostri figli e la nostra gente di queste amenità potrebbe morire!
Propongo che tutti i parlamentari lucani, lunedì 5 agosto con tutti i giornalisti lucani, si rechino ai cancelli del centro Itrec per visitare i serbatoi di cui innanzi.
Attendo adesioni con una sola avvertenza: chi non sarà presente, deve smettere di rompere i coglioni!
Viva la Lucania
Viva l'Italia

di Nicola Piccenna

sabato 13 aprile 2013

Cos'è il lievito madre e come si fa? Tutto quello che c'è da sapere.

di Giulia Landini, da Informazione libera 

La leggenda narra che intorno al 2000 a.c., sotto il caldo sole egiziano, fu lasciato un pezzo crudo di impasto per il PANE AZZIMO. Esso iniziò a fermentare, divenne gonfio e grande. Fu così che, cuocendolo, si ebbe un pane più leggero, fragrante e di una consistenza decisamente piacevole.
Che cosa poteva mai essere quella magia? L'esperimento fu ripetuto e si comprese che, tenendo da parte un pezzettino dell'impasto crudo per il pane appena fatto, esso innescava la lievitazione nella panificazione successiva. Questo pezzettino si gonfiava, presentava bollicine dentro e fuori, odorava di acido.

Nasceva così il lievito madre, chiamato altresì PASTA MADRE, pasta acida o lievito naturale, nient'altro che una parte della pagnotta per il pane lasciata per più giorni a fermentare.
Il lievito madre è un impasto di acqua, farina e un agente attivatore contenente zuccheri semplici, una mela o il miele sono gli attivatori più efficienti: questi tre elementi si mischiano tra loro, con i batteri e i lieviti presenti nell'atmosfera, sulle proprie mani e sul piano di lavoro.
Lieviti e batteri attaccano gli zuccheri dell'attivatore e delle FARINE: grazie alla presenza di enzimi specifici, trasformano le sostanze zuccherine presenti nella farina e nell’attivatore di fermentazione in acidi, alcol e sostanze aromatiche. Nasce così il lievito madre.

Fisicamente il lievito madre è un pezzettino di impasto bucherellato: ogni persona che panifica con il lievito madre vi suggerirà il suo metodo di rinfresco pre-panificatorio. Ne esistono, infatti, moltissimi e la via più saggia è quella di provarli tutti!
Qui se ne riportano due.
Ogni volta che si panifica si stacca una porzione di lievito madre rinfrescato la sera prima, al quale si andrà ad aggiungere la farina, acqua, un poco di miele e ciò che preferiamo per il nostro pane casalingo (spezie, semi, aromatiche).
L'altro metodo consiste nel prendere tutto il lievito madre, aggiungere il quantitativo di farina e acqua che ci occorre a seconda della quantità di pane che si andrà a cuocere, lasciare lievitare dalle 5 alle 8 ore (prima lievitazione), staccare un pezzo di lievito madre da mettere via e proseguire con la panificazione.

Turorial: come fare il lievito madre
http://www.youtube.com/watch?v=W-V2uk5yVEM&feature=player_embedded


In entrambi (e forse più) metodi, il lievito madre “avanzato” si conserva in un vasetto di vetro, in inverno a temperatura ambiente, in estate in frigorifero.
Il lievito madre si rinfresca ogni tre-quattro giorni se tenuto a temperatura ambiente, una volta a settimana se sceglierete il frigorifero: ossia andrà nutrito e abbeverato, con circa 3-4 cucchiai di farina biologica, circa 100 gr, e acqua quanto basta. Versate gli ingredienti in una ciotola di ceramica nella quale avrete precedentemente versato il vostro lievito madre, impastare bene fino a creare una pallina compatta ma leggermente appiccicosa. Riponetela nel suo vasetto di vetro, a temperatura ambiente in inverno, in frigorifero d'estate.

Altro aspetto importantissimo del lievito madre è che “lui” vive: è, cioè, un organismo vivente che ha fame e sete.
Dovrete averne estrema cura e imparare a conoscere il vostro lievito madre: solo così vi donerà un pane eccelso nel gusto e nella consistenza.
Ultima cosa: date un nome al vostro lievito madre, siate un poco bohemienne. Non chiamatela “pasta madre”: Caterina, Costanza, Genoveffa, Contessa, qualsiasi nome, purché sentito, andrà bene.

Lievito madre: DOVE LI TROVO?
Il punto più discusso riguardo il lievito madre è la sua reperibilità: dove lo compro?
Ci sono buone (o cattive?) notizie: la pasta madre NON si compra, o si autoproduce, o la si riceve in regalo. Se si riceve in regalo, basterà iniziare a prendersene cura: solitamente più il lievito madre è vecchio (ne esistono alcun centenari, ossia che vengono rinfrescati, regalati, portati avanti da centinaia di anni) più aumenta la sua stabilità, il suo sapore sarà meno acido, il PH del vostro pane migliorerà; se invece opterete per autoprodurre la pasta madre, leggete la ricetta di seguito.

Ricetta per autoprodurre il lievito madre in casa
Ci sono molti modi per autoprodurre il lievito madre: in rete ognuno condivide il proprio e nessuno si può dire sbagliato.

Passo 1
Ingredienti
200 grammi di farina tipo “0” biologica
100 grammi di acqua tiepida
1 cucchiaino di miele biologico (serve a far partire la fermentazione, in quanto composto da zuccheri semplici più facilmente “attaccabili” dai microorganismi)
Impastate tutti gli ingredienti per bene, fino ad ottenere una piccola palla morbida e liscia. Riponete questo primo impasto in una ciotola coperta da un panno umido e lasciatelo riposare a temperatura ambiente (tra i 18 e i 25 gradi) per 48 ore.
Trascorse queste 48 ore noterete che qualcosa è già successo: l’impasto si è leggermente gonfiato e sono comparsi i primi alveoli.

Passo 2
200 grammi dell’impasto precedente
200 grammi di farina tipo “0” biologica
100 grammi di acqua tiepida
Stemperate l’impasto precedente nell’acqua tiepida e una volta sciolto per bene aggiungete la farina. Procedete dunque come al punto precedente, fino ad ottenere un nuovo impasto ben modellato.
Avete appena eseguito quello che si chiama “rinfresco”, cioè avete dato da mangiare nuovi zuccheri semplici e complessi ai vostri lieviti.
Coprite e fate riposare per altre 48 ore.

Passi successivi
Continuate questa procedura di “rinfresco” per almeno una/due settimane, finché il vostro impasto non sarà in grado di raddoppiare il suo volume in circa 4 ore.
Terminato questo processo, la vostra pasta madre è pronta per essere utilizzata per produrre il vostro pane. Si conserverà in frigorifero in un vasetto di vetro anche per più di una settimana, tra un rinfresco e l’altro.

Infine, a coloro che si cimenteranno nella panificazione casalinga con pasta madre, è bene ricordare che il pane perfetto non esiste: sarà solo l'esperienza che vi aiuterà a trovare piccoli escamotage. 

domenica 7 aprile 2013

Lo spettacolo della vita dentro il bicchiere


Che cosa è meglio, il vino o la birra? La migliore risposta la dà uno dei più grandi scrittori di un popolo che beve birra: Thomas Mann, tedesco di Lubecca. Nei «Buddenbrook» la sorella del protagonista si sposa con un uomo ricco ma volgare; quando il fratello la va a trovare, suo marito gli chiede se vuol bere qualcosa, «Grazie sì», «Birra o vino?», «Come volete», «No no, come volete voi», «Vino, grazie», «Ma non volete birra?», «Come volete», «No no, come volete voi». A questo punto l’ospite si secca: «Allora vino, grazie». La sorella diventa paonazza per la vergogna. La volgarità è non sapere che un uomo per bene, a un ospite per bene, offre vino e non birra. Mi piacerebbe sapere quale vino fu offerto all’erede dei «Buddenbrook». Oggi non mi stupirei se in una famiglia tedesca per bene si offrisse vino veronese: perché i tedeschi amano il Lago di Garda, «Unser Gardasee», scendono per un’autostrada che li porta dritti fin qui (e prosegue fino a Lignano, che è la loro spiaggia), e qui conoscono i ristoranti, e sanno distinguere i grandi vini. A Lignano Hemingway era di casa, ci aveva un capanno per la caccia. Tra tutti i vini veneti Hemingway prediligeva il Valpolicella. Lo definiva: «Cordiale come l’abbraccio di un amico». Quando moriva l’Unione Sovietica, son venuti a trovarmi tre scrittori russi, Breitburd, Ajtmatov e Bondarev. Li porto in un ristorante, e loro: «Come si chiama la vostra vodka?», «Grappa». Chiamano il cameriere e chiedono grappa. Il cameriere porta un bicchierino a testa. Tutti e tre tracannano il bicchierino in un sorso. Io no. Mi chiedono perché. «Noi beviamo prima vino, per fare amicizia, e alla fine grappa». Il più autorevole, Breitburd (ma il più grande era Ajtmatov) si alza in piedi, china la testa e fa: «Potrai mai perdonarci di non avere rispettato la vostra usanza del vino?». Avevano il complesso di venire dal Paese del proletariato, temevano di non conoscere l’etichetta borghese, specialmente in tema di bere. Sollevavano il bicchiere di vino per il gambo, attenti a non toccare il calice. Come se celebrassero una messa. Il vino è un pacificatore. All’università, discutendo tesi di laurea, succedeva che verso le 11 tutti eravamo sfiniti. Si usciva un attimo e si andava al bar. A bere la bevanda che qui tutti bevono: lo spritz, un miscuglio di vino, seltz e Bitter Campari. Dopo di che le discussioni filavano più lisce, e i voti erano più alti. Alla Maturità, stessa cosa: se la commissione litigava e alzava i toni, il preside portava in tavola tre bottiglie di Prosecco. Tutto scorreva come l’olio. Al Premio Viareggio, quando in giuria ci sentiva litigare, perché non saltava fuori il vincitore, il patron dell’Albergo Principe di Piemonte portava tartine e Verdicchio fresco: in dieci minuti trovavamo il libro da premiare. A Stoccolma ho parlato di Primo Levi all’Istituto italiano di cultura, e c’era tutta l’intellighenzia della città. Anche votanti del Nobel. Il direttore m’ha spiegato: «Quando presentiamo un autore qui, si fiondano tutti, perché sanno che trovano il vino italiano». Non è che il vino italiano non si trovi in giro per Stoccolma, nei negozi e nei ristoranti, ma costa carissimo, perché è gravato da una pesante tassa d’importazione, il cui ricavato va alla Casa Reale. E così, qualcuno s’è diplomato grazie al vino. Qualcuno s’è laureato. Qualcuno ha vinto il Premio Viareggio. E forse qualcuno ha vinto pure il Nobel. 
Fonte: la Stampa

domenica 31 marzo 2013

Kiwi: frutto dalle mille proprieta', utilizzi e benefici



Il kiwi è un frutto dalla polpa di colore verde o gialla prodotto da alcune piante della famiglia delle Actinidiaceae, la cui varietà principale è costituita dall'Actinidia deliciosa. La sua buccia è di tonalità tendente al marrone ed all'interno del frutto sono presenti numerosi semi di colore nero. Il suo sapore può essere più o meno acidulo a seconda del livello di maturazione ed il suo gusto è rinfrescante.



Il frutto del kiwi è originario della Cina, dove veniva coltivato già 700 anni fa. La sua diffusione in Europa è avvenuta verso la fine del '900, rendendo in breve tempo l'Italia il maggior produttore mondiale di questo frutto, con particolare riferimento alle regioni del Lazio e del Piemonte.

Proprieta' e benefici del kiwi

Il kiwi è un frutto particolarmente ricco di vitamine. Esso presenta un quantitativo di 85 milligrammi di vitamina C ogni 100 grammi. Consumare un kiwi al giorno contribuisce a mantenere constante l'apporto giornaliero di tale vitamina per l'organismo. Il kiwi è povero di sodio, ma ricco di potassio, caratteristica che permette di riequilibrare i livelli di tali importanti minerali nella nostra alimentazione.

La composizione del kiwi vede la presenza di acqua per l'84% del frutto. Esso contiene circa il 9% di carboidrati e, per la restante parte del frutto, tracce di grassi e di proteine. Il kiwi è un frutto a basso contenuto calorico, in grado di apportare circa 44 chilocalorie ogni 100 grammi di prodotto.

Oltre alla vitamina C, il kiwi contiene vitamina E, utile per proteggere il nostro corpo dalle conseguenze dell'invecchiamento dei tessuti. Il kiwi è considerato un potentissimo alimento antiossidante. Per quanto riguarda i sali minerali, 100 grammi di kiwi forniscono 70 milligrammi di fosforo, 25 milligrammi di calcio, 0,5 milligrammi di ferro e non più di 5 grammi di sodio. I kiwi contengono inoltre fibre vegetali utili per favorire il buon funzionamento dell'intestino

L'elevata presenza di potassio (400 milligrammi ogni 100 grammi) rende il kiwi un frutto particolarmente consigliato a coloro che soffrono di pressione alta, in quanto alla base dell'ipertensione potrebbe esservi uno squilibrio nel rapporto tra il sodio ed il potassio assunti giornalmente, che è possibile riequilibrare attraverso l'alimentazione.

Il kiwi è considerato un alimento benefico al fine di proteggere l'organismo da malattie come il cancro e per la protezione del Dna. Il kiwi contribuisce inoltre a proteggere il nostro organismo dalle malattie, per via del suo elevato contenuto di vitamine e minerali. Secondo uno studio condotto presso la Rutgers University, il kiwi rappresenta il frutto a maggior densità di nutrienti. Gustare il kiwi può inoltre rappresentare un aiuto per coloro che soffrono di asma, dato che studi scientifici hanno dimostrato la sua capacità di ridurne i sintomi più tipici, come attacchi tosse notturni e difficoltà respiratorie.

Il contenuto di fibre di questo frutto contribuisce a diminuire i livelli di colesterolo nel sangue, oltre che a regolare l'assorbimento degli zuccheri nel corso della digestione, mentre la sua ricchezza di vitamina C è considerata benefica non soltanto al fine di rafforzare il sistema immunitario, ma anche per proteggere i vasi sanguigni, per migliorare la circolazione e ridurre lo stress ossidativo nel nostro organismo.




martedì 12 marzo 2013

Cinquant’anni fa l’Italia si scoprì Doc


Dopo mezzo secolo ha il marchio Doc il 70% della produzione
di  SERGIO MIRAVALLE, dalla Stampa

Doc, l’acronimo più famoso d’Italia, compie cinquant’anni. Era nato ufficialmente il 12 luglio 1963 con il severo Decreto legge n. 930, istituito su proposta di un senatore democristiano di Casale Monferrato, Paolo Desana, per mettere ordine nell’intricata giungla dei vini italiani.

Ma ben presto la Denominazione di origine controllata ha superato i confini di etichette e bottiglie e si è conquistata uno spazio nel linguaggio e nell’immaginario comune, diventando sinonimo di qualità e ricercatezza. Doc è anche un film da intenditori, un paesaggio intatto, un legame saldo con il territorio, un itinerario selezionato, un prodotto realizzato con cura anche se non è né da bere, né da mangiare. Renzo Arbore usò l’acronimo per dare il titolo a una trasmissione musicale di culto andata in onda su Raidue nel 1987. E se proprio si vuole strafare, si può ricorrere anche alla sorella maggiore Docg: la Denominazione di origine controllata e garantita nata anch’essa in ambito enologico, nel 1980.

Circoscrivendo il terreno a vigneti e vini, oggi la mappa delle denominazioni italiane conta ben 521 riconoscimenti: oltre alle 330 Doc e alle 73 Docg, ci sono anche le 118 Igt, ovvero le più recenti e meno selettive Indicazioni geografiche tipiche. Tutte insieme, rappresentano il 70% della produzione vinicola italiana, ma con grandi squilibri e qualche confusione garantita al pari dell’origine.

Se da una parte c’è la neonata Doc Sicilia, la più grande d’Italia per estensione del vigneto, o il Prosecco Doc, che produce oltre 200 milioni di bottiglie, dall’altra ci sono denominazioni minuscole come il Loazzolo Doc, realizzato in non più di tremila bottiglie da un pugno di produttori della bassa Langa astigiana.
Cinquant’anni fa, la legge sulla Doc fu emanata per dare una carta d’identità e proteggere dalle imitazioni i prodotti tipici della cultura enologica italiana. I francesi lo fecero molto prima, istituendo già a inizio Novecento l’Appellation d’origine contrôlée (Aoc) a favore del Cognac.

Dal 2009, con l’approvazione della Ocm Vino, i vari marchi dei singoli Stati sono stati assorbiti nella nuova Dop (Denominazione di origine protetta) controllata direttamente da Bruxelles, ma di fatto continueranno a vivere e (un po’ meno) a proliferare.

Dunque, viene da chiedersi: quanto è ancora valido ed efficace questo sistema? «Molto» risponde Giuseppe Martelli, presidente del Comitato nazionale vini presso il ministero per le Politiche agricole e direttore generale di Assoenologi.

«In mezzo secolo è cambiato tutto, ma l’importanza e il ruolo delle denominazioni è rimasto immutato. E se fino a 35 anni fa il vino da tavola rappresentava il 90% della produzione, oggi la percentuale è quasi capovolta e rappresenta un punto di riferimento per il consumatore».

Tuttavia, qualcosa potrebbe essere migliorato: «Ci sono tante Doc che si sovrappongono, alcune addirittura non vengono neppure rivendicate ed esistono solo sulla carta. Se vogliamo migliorare la situazione, oltre alle viti dobbiamo potare drasticamente anche i campanili. Ma è un traguardo che si può raggiungere solo se c’è una seria volontà politica di lavorare per il bene comune».

Un discorso che trova d’accordo anche il presidente di Federdoc, Riccardo Ricci Curbastro. «Il sistema delle denominazioni italiane è un patrimonio pubblico che dà lustro all’immagine dell’Italia nel mondo, garantendo al 100% ogni singola partita di vino e la sua rintracciabilità».

Ma se un terzo delle denominazioni rappresenta l’80% della produzione, forse qualcuno ha esagerato. «È vero - conferma Ricci Curbastro - la corsa a ottenere il riconoscimento ha spesso creato inutili zavorre e generato confusione soprattutto tra gli stranieri: c’è senza dubbio spazio per fare sintesi, anche perché l’ottenimento della Doc non è un premio, ma l’inizio di un percorso».


mercoledì 30 gennaio 2013

L'agenda c'è ed è già per tutti: la dottrina sociale della Chiesa.


«L’agenda c’è già ed è per tutti: la dottrina sociale della Chiesa. Servono, invece, nuovi agenti e un nuovo sussulto di responsabilità che veda i cattolici protagonisti». Il presidente del Rinnovamento nello Spirito Salvatore Martinez guarda alla prossima campagna elettorale come a «una sfida che il 26 febbraio, all’indomani del voto, inizia, non si conclude».

Da Todi era partito l’auspicio di una buona politica in grado di rispondere alle esigenze di un Paese colpito dalla crisi e lacerato nella sua rappresentazione politica. Prospettiva ancora lontana?
La buona politica nascerà da una nuova identità morale e spirituale, e l’ispirazione cristiana con le sue buone prassi è la soluzione più efficace alla crisi in atto. Con il cardinale Bagnasco, anche noi riteniamo che non sia più tempo di facili e di illusorie promesse, né di proclami di autosufficienza partitica: il Paese reale è molto più piagato e sfiduciato di quanto si racconti.

C’è stata delusione, da parte di taluni, si sperava ci fosse più tempo per approfondire un giudizio e per darsi strumenti nuovi.
La riflessione richiede supplemento di merito e metodo. D’altro canto, come ci ricorda il Papa, la Chiesa non è, né potrebbe mai trasformarsi in un soggetto politico, «perderebbe la sua indipendenza e autorità morale». Essa non è chiamata alla formazione di partiti, ma a formare uomini nuovi, capaci di fare nuova anche la politica. Cattolici adulti, nel senso che il Papa ci trasmise, nel maggio scorso, incontrandoci in Piazza San Pietro.

Come giudica la scelta di quei cattolici che hanno deciso di mettersi candidarsi?
Con grande simpatia. I cristiani impegnati in politica, però, debbono sapersi distinguere per la loro coerenza rispetto ai valori enunciati. A loro guardano soprattutto i tanti giovani sfiduciati che si sentono sempre più estranei alle cose della politica. Ma nessuno da solo potrà farcela. Né c’è un partito in grado di rappresentare da solo la ricchezza dell’Agenda sociale. Urge un nuovo umanesimo politico, fondato su una sincera e duratura alleanza intorno all’uomo.

Un processo che è solo all’inizio?
Ci sono ricchezze morali inespresse, carismi e talenti dei corpi intermedi posti fuori gioco da interessi di parte. Non ci sarà vero rinnovamento - e tutti lo invocano - senza rigore morale e coerenza tra ideali e prassi, specie tra coloro che si appellano alla comune identità cristiana. Per dare vita a un nuovo stato sociale e ad una nuova moralità pubblica occorre rifondare il concetto di giustizia sociale come esigenza di carità. Avranno i nostri politici il coraggio di lasciarsi guidare dagli ultimi, esorcizzando la resistenza ad una condotta  fraterna?

Il rischio di fare da fiore all’occhiello, senza cambiare le cose resta?
Purtroppo sì, non ci sono ancora otri nuovi capaci di contenere tanto vino nuovo che la vigna ancora produce. Siamo il Paese delle ricchezze negate e su di noi incombe il dettato evangelico: partire dall’altro significa non prescindere da nessuno. Vale anche per la politica, per chi vuole sedere in Parlamento o trattare nei mercati finanziari da credente. O si crede che ciò è possibile, o si cede all’insignificanza politica. Solo questa testimonianza può riformare lo spirito dell’errore e dell’inganno che hanno ammorbato la coscienza sociale del Paese.

A volte, i cattolici in politica si sono sentiti poco accompagnati dai laici impegnati nel sociale.
È vero. "Comunità ecclesiale" e "comunità politica" sono realtà distinte e devono conservare la loro virtuosa distanza, ma debbono provare a dialogare in modo nuovo, a partire dai corpi intermedi che ne sono espressione. Un dialogo fecondo, che riponga al centro la questione dello sviluppo del Paese. Non possiamo più permetterci che, in politica, la laicità cristiana sia relegata nella sfera privata. Come dice Sant’Agostino, ridurre il cristianesimo nella sfera privata, significa alla fine esserne privati. E la Nazione sarebbe orfana di solidarietà e di sussidiarietà.

La politica, intanto, sembra avvitarsi solo sui temi economici.
Ma la Chiesa ricorda che se rinunciamo a porre una questione antropologica a partire dai valori non negoziabili anche l’economia perde la sua natura e i suoi fini. C’è un idolo muto a cui molti finiscono con il soggiacere, che è la moneta, diventata il simbolo di un’antropologia mercantile che non è espressione della nostra cultura. Non possiamo dare a Cesare quel che è di Dio, cioè l’uomo e la sua intangibile e impagabile dignità. La moneta e l’economia debbono tornare ad essere al servizio dell’uomo e non più asservirlo.

E il risultato, lo vediamo, è una politica che guarda ai grandi "santuari" della finanzia e si dimentica della famiglia.
Una ripresa morale e politica è possibile solo se capace di ripartire da un progetto sociale e culturale a misura di famiglia. Se la politica terrà per mano la famiglia, la famiglia rialzerà lo Stato.

La "nuova generazione di cattolici" dovrà fare i conti con la laicità che la politica, e i partiti chiedono loro. Come se ne esce?
Il Vangelo è la migliore scuola di laicità possibile, che ci insegna come stare dalla parte della gente, come spendersi per amici e nemici. Nel loro bene è il nostro futuro di pace. Altrimenti sarà egoismo generazionale come inesorabile scuola di crudeltà. Il beato Giovanni Paolo II lo ha insegnato: «Non c’è vera soluzione alla questione sociale senza il Vangelo». Quanto ai criteri per un impegno da cristiani, ce li ricorda Benedetto XVI: "coerenza con la fede, rigore morale, capacità di giudizio, competenza e passione di servizio". Principi che devono cominciare a valere anche fuori dal mondo cattolico.

di Angelo Picariello, da Avvenire

giovedì 10 gennaio 2013

La scomparsa degli ecologisti


LISTE: VERDI E AMBIENTALISTI QUASI ASSENTI

In attesa del dimezzamento dei parlamentari e della sparizione degli inquisiti, c’è già una categoria esclusa o quasi dal Parlamento: gli ambientalisti. Il Pd rinuncia a nomi storici come Roberto Della Seta, che condusse la battaglia dell’Ilva. Altri partiti non si sono neppure posti il problema. Quel che resta dei Verdi si dilegua nello schieramento guidato da Ingroia, senza essersi mai lontanamente avvicinato ai consensi e ai risultati raggiunti dai colleghi europei. Ma il problema non è solo di rappresentanza; è soprattutto di iniziativa politica. Nelle varie agende l’ambiente latita. La tutela del territorio, l’inquinamento delle città, persino le energie alternative passano in secondo piano. Certo, la crisi ingurgita tutto, mette le ragioni della produzione e dello sviluppo davanti al resto. Ma alla vigilia di elezioni decisive, la difesa dell’ambiente e della bellezza di un Paese prezioso e delicato come l’Italia dovrebbe essere al centro della discussione pubblica. Invece è diventato lo sfondo di profezie di malaugurio, seguite da allegrie di naufraghi scampati.

Negli altri Paesi non è così. In Germania i Grünen sono da venticinque anni il terzo partito, hanno governato per due legislature accanto all’Spd, guidano con Winfried Kretschmann un Land importante come il Baden-Württemberg, che oltre a essere stato uno storico feudo conservatore ospita il più grande polo automobilistico d’Europa. In Francia i Verdi hanno stabilmente risultati elettorali a due cifre, alle ultime Europee affiancarono i socialisti a quota 16%, e ora condividono vittorie e difficoltà con Hollande. In America, a parte le campagne di Al Gore, Obama ha voluto al governo Steven Chu, Nobel per la fisica grazie alle sue ricerche sulle energie verdi, e ha affidato l’agenzia per la protezione della natura e l’agenzia per il monitoraggio geologico a due leader storiche dell’ambientalismo come Lisa Jackson e Marcia McNutt. È vero che il presidente è accusato di non aver mantenuto le promesse sulla lotta all’effetto serra; ma le critiche vengono anche da destra, ad esempio dal sindaco miliardario di New York Bloomberg. Insomma, nel mondo i Verdi esistono e non sono confinati in una riserva, dialogano con i vari schieramenti, assumono responsabilità.

Sarebbe crudele paragonare tutto questo ai disastri di Pecoraro Scanio. La questione non è tanto che gli ambientalisti abbiano fallito nel formare il loro partitino, in aggiunta alle varie sigle postcomuniste e postfasciste che ci concederemo alle prossime elezioni. La questione è che non sono riusciti a ibridare i partiti veri. A diffondere le loro culture. A imporre un tema che attraversa tutti i campi della nostra vita quotidiana e della nostra attività, dalle politiche industriali alla sicurezza sul lavoro, dalla salute al turismo (possibile motore della ripresa italiana di cui anche si parla poco). Mentre ai cittadini il tema interessa moltissimo; infatti quando possono occuparsene lo fanno in massa e con determinazione, sia pure nella forma tranchante dei referendum, che riconduce temi complessi come la ricerca sul nucleare e le risorse naturali alla semplificazione talora eccessiva di un sì e di un no. Una volta ogni dieci anni gli elettori battono un colpo; poi la classe politica lascia ricadere lentamente le polveri. Anche così si amplia il distacco tra il Palazzo e il Paese.

di Aldo Cazzullo, dal Corriere
10 gennaio 2013

domenica 6 gennaio 2013

Gli Hunza, un popolo che non conosce la malattia.


Gli Huntza, la popolazione più longeva al mondo, vive in media 130-140 anni ma non conosce neppure le nostre tanto temute patologie degenerative, il cancro, malattie del sistema nervoso, ecc..


La popolazione degli Hunza non solo vive in media 130-140 anni ma non conosce neppure le nostre tanto temute patologie degenerative, il cancro, malattie del sistema nervoso, ecc..
Vivono al
confine nord del Pakistan all’ interno di una valle sulla catena Himalayana e sono la popolazione in assoluto più longeva della terra.

La nostra èlite medica si vanta di tenere in vita i nostri anziani fino agli 80 anni e oltre. Ebbene, gli Hunza, senza ricorrere ai prodigi della nostra scienza mendica, a cento anni sono vivi, incredibilmente attivi, lavorano ancora nei campi e curano i loro figli con estrema vivacità e vitalità.
Le donne Hunza sono ancora prolifiche anche oltre i novant’anni. Chiaramente per riuscire a concepire a tale età, il loro fisico è ancora piuttosto giovanile e non ha nulla a che vedere con le nostre novantenni.
Gli strumenti indiscutibilmente più utili alla loro longevità paiono essere il lungo digiuno a cui sono sottoposti ogni anno, l’alimentazione vegetariana e l’acqua alcalina presente nelle loro terre.

Digiuno e prodotti vegetali

Gli Hunza vivono infatti dei frutti della natura e soffrono anche un lungo periodo di carestia nei mesi invernali. Adottano forzatamente quello che i naturopati definiscono “digiuno terapeutico”. L’altopiano su cui vivono, in Pakistan, è un luogo in gran parte inospitale e non dà raccolto sufficiente per alimentare i 10.000 abitanti Hunza per tutto l’anno.
Coltivano orzo frumento, miglio, grano saraceno e la verdura da orto: pomodori, cavoli, spinaci, rape, piselli e avevano numerosi gli alberi di noci e albicocche, ciliegie, more, pesche, pere e melograni. Fino a marzo però, quando matura l’orzo, digiunano anche per settimane intere (fino a due mesi in semi digiuno) per poter razionare i pochi viveri rimasti in attesa del primo raccolto.
Il bello è che questa “bizzarra” consuetudine, che secondo vecchi concetti di nutrizionismo porterebbe a debolezza, morte e distruzione, al contrario nel corso degli anni ha prodotto nella popolazione straordinarie capacità di vigore.
Un Hunza può andare, camminare tranquillamente per 200 km a passo spedito senza mai fermarsi.
Le forti doti di resistenza sono conosciute in tutto l’oriente, tanto che nelle spedizioni Himalayane, sono assoldati come portatori.

Il digiuno nel mondo animale

Anche in molti animali il digiuno è una cosa normale per la sopravvivenza, nei periodi di carenza di prede. In autunno gli stambecchi, camosci e cervi mangiano molto di più per accumulare grasso per l’ inverno, che a causa dell’ altitudine dove vivono, non permette l’ approvvigionamento di cibo sufficiente. Il bello che i violenti scontri che i cervi hanno tra di loro per l’ accoppiamento e la successiva fecondazione avvengono proprio in pieno inverno, quindi praticamente a digiuno, che non compromette, anzi enfatizza le loro energie. Gli uccelli migratori mangiano a fine estate più del fabbisogno e quando partono verso i luoghi più caldi sono talmente grassi da pesare il doppio del normale. Ma durante la migrazione, che può arrivare anche a 5000 km, non si fermano mai e a fine corsa il loro perso ritorna normale. I lupi cacciano per giorni, ma poi possono restare per settimane senza mangiare e nello stesso tempo percorrono grandi distanze per procacciare altro cibo, vivendo con il solo grasso corporeo come del resto quasi tutti i predatori. Anche i pesci digiunano, come per esempio il salmone, che nella sua famosa risalita del fiume non ingerisce nulla, nemmeno nel successivo periodo della posa delle uova. In sostanza il digiuno è una condizione che non è quindi nata da 10.000 anni, ma da milioni di anni della storia stessa dell’uomo/animali ed è per questo che apporta molti benefici.

Acqua alcalina

L’ultimo elemento fondamentale per la forza, e la longevità di questo popolo fu la composizione dell’ acqua. Dopo diversi studi emerse che l’acqua degli Hunza possedeva elevato pH (acqua alcalina), con notevole potere antiossidante ed elevato contenuto di minerali colloidali. Effettivamente come sperimentatore e ricercatore indipendente devo dire che digiunare con acqua alcalina è molto più semplice che digiunare con acqua di rubinetto o imbottigliata. L’acidosi metabolica innescata dal digiuno prolungato viene infatti compensata e il ph rimane più stabile. Per quanto riguarda l’alimentazione ho già spiegato che l’unico frutto a mantenere il ph umano stabile è la mela rossa; nel digiuno invece ci si può aiutare bevendo acqua alcalina, acqua con argilla verde ventilata, o facendo lavaggi interni/esterni con acqua e sale integrale.
Oggi il territorio degli Huntza è stato intaccato dalla società “evoluta” e anche lì sono arrivati cibi spazzatura, farina 0 impoverita, zucchero bianco, sale sbiancato chimicamente, ecc… e con loro le prime carie, le prime problematiche cardiovascolari, i primi problemi reumatici che l’Occidente evoluto conosce bene. In pochi sono riusciti a scampare da questo inquinamento “evolutivo” evitando ogni forma di contagio con usanze e abitudini percepite ad istinto come innaturali e dannose.

Conclusioni

Ragioniamo con calma e chiediamoci se hanno senso le classiche chiacchiere da bar che sentiamo comunemente:
“Aveva 80 anni, per lo meno ha vissuto a lungo e ora ha smesso di soffrire”…
“Ormai ho 35 anni, mi devo sbrigare se voglio avere un bambino”…
“Ho superato i 40 anni, devo stare attento a non esagerare con l’attività fisica”…
“Ho 30 anni, ho le ginocchia a pezzi, dovrò smettere di giocare a pallone”, ecc…
“Signora, a 60 anni è normale pensare ad una dentiera” ……….

Esiste veramente un orologio biologico incontrovertibile nell’uomo o sono gli stili di vita errati ad accelerare il corso delle lancette?
Hanno senso le ansie di alcune donne che toccati i 30 anni iniziano già a temere di non riuscire ad avere figli “in termpo”?
E’ veramente fisiologico avere ad una certa età menopausa, andropausa, osteoporosi, artrosi, demenza senile …. ?
E’ normale lo scatenarsi di così tante patologie senili, cronico-degenerative, o al sistema nervoso?
Ciò che è normale in una società malata potrebbe essere contro natura o senza senso per un popolo consapevole.

di Andrea Conti, da facebook
Dottore in Fisioterapia
Università degli Studi di Roma

martedì 11 dicembre 2012

Anche la regione Basilicata dice no alle trivelle nel mar jonio.


La costa ionica lucana presenta una elevata valenza ambientale che non può e non deve essere messa a rischio. Con questa motivazione l’assessore all’Ambiente della Regione Basilicata Vilma Mazzocco e il direttore del Dipartimento Donato Viggiano, hanno ribadito il “no” del governo regionale alla concessione di nuovi permessi di ricerca di idrocarburi in mare, incontrando questa mattina i sindaci e gli amministratori dei Comuni di Bernalda, Pisticci, Scanzano Jonico, Policoro, Rotondella e Nova Siri, alla presenza dell’assessore all’Ambiente della Provincia di Matera, Giovanni Rondinone.
Nell’incontro è stata sottolineata la volontà di avviare un’azione comune di forte contrapposizione all’attività di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi nel Mar Ionio. Nello specifico è stato espresso parere negativo per i progetti relativi alle istanze permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in mare denominati “d 73 F.R.-SH” e “d 74 F.R.”- presentati dalla Società Shell E&P S.p.a. e per la richiesta di ripresa del procedimento di V.I.A. proposto dalla Società Appennine Energy S.r.l. per il permesso di ricerca denominato “d 148 D.R.- C.S.”.
“La linea da seguire, più volte indicata dal presidente della Regione Vito De Filippo, è chiara e definita: la Basilicata ha già dato il proprio contributo al bilancio energetico nazionale”. Lo ha detto l’assessore Mazzocco motivando il diniego alla richiesta di nuove concessioni.  “I permessi in atto – ha aggiunto - hanno saturato quella che riteniamo la soglia di sostenibilità di questo tipo di attività per la regione e riteniamo che altri territori debbano giocarsi la partita dello sviluppo puntando su altre chance. Lo sfruttamento degli idrocarburi, pur costituendo una risorsa rilevante del territorio lucano, va inserito nell'ambito di una visione complessiva di programmazione e sviluppo in coerenza con la valorizzazione degli altri beni e delle altre risorse esistenti. La valorizzazione e la protezione dell'ambiente – ha concluso l’esponente della giunta – costituiscono per noi obiettivi primari”.
La posizione espressa dall’assessore Mazzocco e dal direttore Viggiano troverà riscontro formale in una delibera di Giunta che sarà inviata al Ministero dell’Ambiente nell’ambito della procedura di Via nazionale.
Fonte : Basilicatanet

venerdì 7 dicembre 2012

Venga qui, venga a visitare i nostri bambini devastati dal cancro


Lettera inviata al presidente della repubblica

...Avevo davvero riposto in Lei la mia fiducia, credevo che fosse una persona per bene. Credevo che quei valori, di cui tanto parla, fossero davvero radicati in Lei e fossero il punto di riferimento per ogni sua azione, per ogni sua decisione. Credevo che avrebbe scelto la Vita e non la morte.. E invece ha firmato la nostra condanna.

La condanna di una città sacrificata da anni in nome del profitto più squallido e criminale, abbandonata nelle mani di una famiglia di imprenditori senza scrupoli, plurindagati e pluricondannati e tutt'oggi agli arresti domiciliari.

Come credere ancora nello Stato Italiano? Come credere nella politica, in chi dovrebbe difendere e promuovere il bene comune..e invece ci ha rubato anche il diritto alla Vita?

A Taranto c'è un'ordinanza del sindaco che vieta il pascolo entro un raggio di non meno di 20 km attorno all’area industriale...ma in quei 20 km noi ci viviamo! Vivono i nostri bambini!! Le pecore e le capre sono state uccise...ora lo Stato uccide anche noi...per decreto!!!

Ho bisogno di sapere da Lei, signor presidente, cos'hanno di diverso i bambini di Genova rispetto ai nostri. Perchè lì l'area a caldo è stata CHIUSA, in quanto incompatibile con la città, e la produzione spostata a Taranto? Chi ha compiuto il "miracolo" rendendola "compatibile"?!

Venga qui, venga a visitare i nostri bambini devastati dal cancro (e non solo), li guardi negli occhi e sostenga il loro sguardo, se ci riesce. Dica alle loro mamme che la malattia e la morte del figlio è necessaria altrimenti cala il PIL!!!

Una pagina vergognosa e vigliacca della storia di questa nazione è stata scritta oggi..e porta la sua firma!

Ora le auguro buona notte, presidente..ma non so se e come riuscirà a dormire...e se ci riuscirà allora si preoccupi, perchè temo che ha barattato la sua coscienza col vile denaro.


di Tonia Marsella,Taranto
fonte:  a _sinsitrablogspot.it

lunedì 26 novembre 2012

Giù le mani dal Mar Jonio.


 SALVARE IL METAPONTINO DALLA “PETROLIZZAZIONE” SELVAGGIA!
                           STASERA 19,30 RIUNIONE 
                   PIAZZA HERACLEA
Il nostro  anniversario  contro  le scorie nucleari lo celebriamo difendendo il nostro mare. E’ quanto scrive in un volantino No Scorie Trisaia. “Il mar jonio rappresenta la  storia  la  cultura  dei popoli del Golfo di Taranto, da difendere dalla multinazionali dell’energia e dai politici senza cultura”. Oggi , 26 Novembre, alle ore 19,30, presso la piazza Heraclea dove abbiamo come comitato NO TRIV JONIO un presidio permanente  (in caso di maltempo in  sala parrocchiale Eraclea di Policoro )si terrà il secondo  incontro cittadino per difendere il Mar Jonio dalle trivellazioni petrolifere”.  Ola è No Scorie il comitato No TRIV Jonico nel volantino di presentazione scriviamo : “Tutta colpa del ministro Corrado Passera e dei parlamentari che lo hanno appoggiato (lucani e calabresi) nel decreto Crescitalia. I petrolieri trivelleranno l’Adriatico,lo Jonio, il Canale di Sicilia fino in Sardegna (circa 70 piattaforme petrolifere), con condizioni economiche e ambientali favorevoli solo ai petrolieri.
I rischi ormai li conosce anche un bambino: probabile inquinamento anche con le sole attività di ricerca di minerali, con percentuali dell’80% di moria di pesci entro 5 km dall’area in cui si sparano onde d’aria con l’air-gun, lo strumento che utilizzano per creare onde sismiche che rivelano la presenza di giacimenti nel sottosuolo marino. In fase di trivellazione e/o lavorazione degli idrocarburi i rischi per l’ambiente e la catena alimentare sono dovuti all’uso di sostanze tossiche, a possibili perdite di idrocarburi e a fenomeni di subsidenza. Un pericoloso abbassamento del suolo terrestre perché causa di alluvioni ed erosioni e l’area Jonica Metapontina ha già molti problemi di alluvioni e di erosioni. Un fenomeno di subsidenza sta accadendo a Crotone ed è stato denunciato dal professor Leonardo Seeber, sismologo americano, per via della presenza di alcune piattaforme marine che estraggono gas.
I nuovi permessi di ricerca mineraria in mare ci faranno dire addio alle scenografiche albe joniche, distrutte per sempre dalle rugginose piattaforme in mare, a migliaia di posti di lavoro nel turismo, nella pesca, nell’agroalimentare, addio agli investimenti immobiliari sul mare (chi ha una casa perde il suo valore subito). Miliardi pubblici di investimenti sul turismo andrebbero in fumo subito. Addio alla fauna marina e al paradiso di delfini e di tartarughe. Non esistono tecniche di perforazione non impattanti e in caso di grave incidente come nel Golfo del Messico,le conseguenze sarebbero gravi..
Distruggere il mare significa distruggere la storia, l’identità e il futuro economico del meridione d’Italia. Incalcolabili sarebbero poi le ripercussioni sulla salute , la nostra terra è già minacciata da una percentuale alta di malattie cancerogene , moivo per cui come comitato affiancheremo al nostro movimento un comitato medico scientifico fatto di medici per monitorare la ricadute e gli effeti che già il popolo lucano paga a caro prezzo
Contro chi vuole mettere le mani sullo Jonio per trivellarlo , chiediamo una mobilitazione immediata di tutti i cittadini che come a Scanzano invitiamo ad auto-organizzarsi . Le istituzioni ,i sindaci facciamo sentire immediatamente la propria voce. La Regione Basilicata che ha fatto il memorandum con il governo per il raddoppio delle estrazioni sulla terra (senza ancora ottenere nulla in cambio) ,si opponga come stanno facendo Puglia,Molise, Abruzzo,Veneto ,coinvolgendo anche la Calabria.
Ognuno ora è responsabile del proprio futuro

venerdì 9 novembre 2012

Indignarsi non è antipolitica.


"Tutti i cittadini dovrebbero mobilitarsi per l'interesse generale, a difesa dei beni comuni. Compresi quelli artistici". Salvatore Settis ci parla del suo nuovo saggio edito da Einaudi, un manifesto politico contro la sistematica sottrazione dei nostri diritti civili.

colloquio con Salvatore Settis di Wlodek Goldkorn, da L'Espresso, 9 novembre 2012

Salvatore Settis è un 71enne signore dai modi gentili e leggeremente impacciati di chi ha trascorso più di dieci lustri della propria vita tra libri, convegni, testi antichi, banchi delle più prestigiose istituzioni universitarie. La sua rabbia per come vanno le cose in questa Italia «dominata dal verbo della destra, cui anche la sinistra è succube» e dove tutto, pure i beni culturali e il paesaggio, «patrimonio della nazione» sono trattati alla stregua di «oggetti vendibili al mercato», è l'ira dei miti. Il suo, non è un atteggiamento estremista né amiccante all'antipolitica («Odio e volontà di eliminare gli altri»), è invece un modo di porsi fatto di indignazione e radicalità. Il professore ha appena dato alla stampe un nuovo libro "Azione popolare. Cittadini per il bene comune" (Einaudi): oltre 230 pagine tra manifesto politico, esegesi delle leggi e del linguaggio che ci governano, e suggerimenti per tutti quegli italiani che non vogliono assistere passivi alla «sistematica sottrazione dei loro diritti civili».

Non le sembra che il titolo del libro sia pericoloso? L'azione popolare è una nozione populista e di destra. E perché l'ha scritto?
«Sono archeologo e storico dell'arte. Le mie competenze sono Giorgione, Laocoonte, cose così. Negli anni Novanta sono stato per sei anni alla Fondazione Getty in California. Il ritorno in Italia è stato traumatico per come si era deteriorato il senso della vita civile. Cominciai occupandomi della vendita del patrimonio culturale. Ne è nato il volume "Italia SpA". Ha avuto 150 recensioni: compresi bollettini parrocchiali e quello degli scaricatori del porto di Livorno. Così sono entrato in contatto con tanti piccoli movimenti locali: contro la cementificazione di una salina o la modifica di un palazzo storico. Poi ho scritto un secondo libro, sul paesaggio. Si è ripetuto lo stesso scenario. Mi invitavano parroci, insegnanti delle scuole. Ho avuto 300 incontri con il pubblico. Ho capito che le persone impegnate in vari comitati (ce ne sono 30 mila in Italia, vuol dire che almeno 3 milioni di cittadini ne fanno parte) erano in cerca di munizioni. Ecco la genesi di questo terzo libro».

E il richiamo populistico?
«Siccome ne sono consapevole, ho voluto aggiungere il sottotitolo "Cittadini per il bene comune". Si tratta dell'esercizio dei diritti di cittadinanza. Comunque azione popolare allude ad "actio popularis" del diritto romano: il diritto di un singolo cittadino di agire a nome dello Stato, dell'interesse generale, direi oggi».

In concreto?
«Vorrei che riportassimo le nostre battaglie locali sul terreno dell'interesse generale, appunto. Rendiamoci conto che la lotta dei sindacati contro l'abolizione dell'articolo 18 e quella dei cittadini di Siracusa per non costruire sopra il Teatro greco, pur diverse nella forma, sono la stessa cosa».

Dove vuol arrivare?
«A ragionare sui beni comuni. Siamo figli di una genealogia che viene da lontano, dal "bonum commune communitatis" presente negli statuti medievali delle città italiane. Con la Rivoluzione francese e l'Illuminismo tutto questo si è collegato al discorso dell'interesse generale. Ricostruire quel filo è importante in questa fase, perché con il mio discorso voglio arrivare anche ai cittadini di destra. Ci sono dei valori fondamentali. Ci sono sindaci leghisti bravi e del Pd orribili, per quanto riguarda l'uso del suolo e la tutela del paesaggio».

L'indignazione, vero tema del suo libro, non è antipolitica?
«Per me l'antipolitica sono i mercati: la principale forza che è contro la politica. L'antipolitica è quella, poteri occulti anonimi, non controllati né da Stati né da cittadini e che si circondano di un'aura di sacralità. Ho letto ultimamente su un giornale la frase: "arriverà il giudizio universale dei mercati". È un linguaggio religioso, metafisico. Il mercato è dio».

Con il governo Monti è cambiato il linguaggio in Italia?
«Finalmente abbiamo un presidente del Consiglio che parla dell'evasione fiscale. È un cambiamento di lessico notevole. Neanche Prodi, D'Alema, Amato ne hanno parlato, se non in sordina e scusandosi per il disturbo. Però, tante altre cose sono rimaste invariate. E guarda caso i tecnici del governo tecnico che fanno più acqua sono quelli che si occupano della cultura. Ai Beni culturali c'è una persona (Ornaghi) che non solo non è un tecnico, ma cui non interessa il dicastero che deve dirigere, e del resto ignora la materia. Questo esecutivo non ha fatto niente per correggere le storture dei governi di centro destra per quanto riguarda la cultura, la ricerca, l'istruzione. Ho stima di Monti ma sono deluso: mentre in Francia e in Germania si investe in cultura, qui si taglia. Da questo punto di vista il linguaggio non è cambiato: rimane il dogma del mercato».

La sinistra?
«Succube della cultura di destra. Un esempio? Un tabù: Marx. Si preferisce l'abbraccio mortale con Berlusconi pur di non pronunciare questo nome. Eppure Marx fa un'analisi eccellente su come denaro generi denaro. Cose attualissime oggi. Mi colpisce che si parli sempre della modernizzazione come se fosse un termine univoco e neutrale. E infatti, la differenza tra la modernità di Berlusconi e quella di Bersani non è evidente nei programmi del leader del Pd. La sua idea della modernizzazione è la stessa della destra, ma con un po' di più d'attenzione per il sociale. Il principale responsabile di questa stortura è D'Alema, cui manca ogni orizzonte politico, ne ha solo uno tattico, e spesso finisce in sconfitta. Di Renzi poi, non ne parliamo».

Soluzione?
«Tornare alla Costituzione. Che afferma il diritto al lavoro, all'istruzione (diceva Calamandrei che la scuola è un organo costituzionale), tutela il paesaggio».

Parliamone del paesaggio.
«Un esempio. I Templi di Agrigento sono passati - in nome del federalismo demaniale - alla Regione Sicilia. Quindi n on sono più di cittadini italiani. E il sindaco di Agrigento voleva metterli all'asta da Sotheby's. Una stupidaggine, che rileva però quanto tutto è ormai monetizzabile. Si dimentica che il demanio e i diritti sono legati l'uno all'altro. Il portafoglio patrimoniale che abbiamo garantisce i nostri diritti: alla salute, al lavoro. Se vendiamo tutto per sanare il debito pubblico, diventiamo solo più poveri».

Nel suo libro, lei cita Antigone per affermare la priorità del diritto sulla legge. Ma se Creonte è solo un mascalzone, e se tutti facessimo ciò che sentiamo giusto , non esisterebbe la polis.
«Infatti, c'è bisogno anche di Creonte. Ma le leggi sono spesso ad personam (Berlusconi). Ecco perché esiste un principio supremo: quello sancito dalla nostra Costituzione che poi significa la legalità. E attenzione, già che parliamo delle leggi. Chi, spesso a sinistra, afferma che i magistrati hanno sempre ragione, finisce per deresponsabilizzare i cittadini e i leader politici. È una pericolosa deriva giustizialista».

Ultima domanda. Prendiamo Pompei, tra crolli e scandali, come simbolo. Cosa si può fare per i beni culturali, per preservarli.
«Il ministero dei Beni culturali così come è adesso è una specie di ghetto. Per questo ci vanno ministri di serie B. Occorre invece unirlo con il ministero dell'Ambiente. Poi occorre aumentare le risorse alla cultura, e basterebbe tornare al livello di cinque anni fa. Infine, bisogna rivedere il sistema delle soprintendenze territoriali, indire concorsi e assumere anche cittadini non italiani. Aggiungo: rinegoziare il rapporto tra Stato, comuni e regioni per quanto riguarda la gestione del territorio. E questo sulla base della Costituzione che prevede che la tutela del paesaggio è uguale in tutta l'Italia. Mentre oggi, quella siciliana funziona meno rispetto a quella piemontese ad esempio, perché troppo autonoma».
Fonte : Micromega
(9 novembre 2012)

Dall'economia della competizione a una nuova economia della cooperazione.


Per uscire dalla crisi non basta semplicemente rilanciare la crescita: è necessario concepire un nuovo modello di sviluppo ecologico e cooperativo ed elaborare nuovi indicatori che siano in grado di misurare realmente la ricchezza prodotta e le risorse consumate a livello globale.

di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, da Repubblica, 9 novembre 2012

Oggi vi è un consenso molto ampio sul fatto che per superare la crisi sia necessario rilanciare la crescita dell’economia. Qualunque critica si possa muovere alla crescita, in nome di qualunque principio, è destinata a suscitare anatemi. La crescita non è una scelta ma una condizione obbligata per la sopravvivenza del sistema capitalistico: venuta meno questa condizione, la sua rapida ripresa è diventata un’invocazione corale.

Ma esistono dei forti dubbi che la crescita possa rappresentare l’unica soluzione dei nostri problemi in quanto un’espansione quantitativa senza limiti così come l’abbiamo conosciuta dalla rivoluzione industriale non appare sostenibile. Ricordiamo che prima dell’attuale crisi l’economia mondiale si sviluppava a un tasso medio che, se estrapolato fino al 2050, l’avrebbe moltiplicata per 15 volte; se prolungato fino alla fine del secolo, di 40 volte. E sappiamo che la crescita comporta un incremento della popolazione, che oggi è pari a circa 6,5 miliardi di persone e nel 2050 dovrebbe toccare i 9 miliardi.

Riproponiamo dunque la domanda: è concepibile un’economia capace di una crescita continua? Per noi la risposta è senza alcun dubbio negativa perché la crescita sta determinando un’imponente distruzione di risorse naturali. Ne deriva che il rilancio della crescita può rappresentare una fase, non uno stato permanente dell’economia, e che agli economisti toccherebbe il compito di rispondere alla domanda: esistono altre forme di economia che possano fare a meno della crescita senza farci ricadere nella povertà? È possibile “una prosperità senza crescita” come si afferma nel titolo di un recente libro di Tim Jackson?

Da tempo economisti e scienziati si sono impegnati nel compito di immaginare quali dovrebbero essere le linee portanti di un nuovo modello di sviluppo dell’economia in senso ecologico e, soprattutto, di un nuovo modello ideologico. Crediamo che sia giunto il momento di passare dall’economia della competizione a una nuova economia della cooperazione: la competizione sempre più spinta ha prodotto un’età della crescita che è oramai degenerata in un’età della distruzione. Nuove forme di cooperazione potrebbero, invece, condurci verso un’età di rinnovato benessere.

In concreto, si tratta di promuovere un formidabile progresso tecnologico e una decisa svolta morale per modificare sia l’evoluzione della tecnica sia la psicologia del consumatore il quale dovrebbe acquisire maggiore consapevolezza delle sue azioni e dell’impatto che esse provocano nella società e nell’ambiente naturale. Ciò significa passare dalla quantità alla qualità, da un concetto di “maggiore” a uno di “migliore”, dall’espansione illimitata all’equilibrio dinamico.

Uno degli aspetti fondamentali riguarda la riconversione ecologica dell’economia e implica il cambiamento del modello di sviluppo basato sui combustibili fossili, sull’automobile a benzina e sulle materie plastiche. Un modello che si è affermato da circa duecento anni e che, nonostante innovazioni come l’elettricità, l’informatica e le telecomunicazioni, continua ad essere dominante.

Un processo di riconversione ecologica dell’economia richiede nuovi indicatori e nuovi strumenti di misura delle performance economiche, sociali e ambientali. Occorre superare il Pil che rappresenta il valore monetario dei beni e servizi scambiati sul mercato. Il prodotto interno lordo si è rivelato molto utile nel misurare la crescita quantitativa, ma ha via via perso di efficacia nelle economie postindustriali dove è cresciuto il peso dei servizi immateriali e delle attività di carattere sociale, dove la qualità del prodotto e la produzione di nuovi prodotti hanno assunto maggiore importanza e dove le tematiche relative all’ambiente sono diventate sempre più centrali nelle scelte di vita di un gran numero di persone.

Inoltre, il Pil ignora completamente il fatto che la crescita dell’economia è strettamente associata con il consumo delle risorse che quindi tendono ad esaurirsi. Non solo i combustibili fossili, ma anche le foreste, il suolo coltivabile, i metalli ed altre materie prime. Infine, il Pil non conteggia la produzione di rifiuti, l’inquinamento, le emissioni di anidride carbonica, la disponibilità di acqua dolce, il livello di istruzione. Se tutto ciò venisse incluso nella stima del Pil constateremmo che le nostre società non si stanno più arricchendo ma si sono incamminate lungo un percorso di impoverimento sociale, economico e ambientale.

Per uscire dalla crisi, dunque non basta semplicemente rilanciare la crescita, ma è necessario concepire un nuovo modello di sviluppo ecologico e cooperativo ed elaborare nuovi indicatori che siano in grado di misurare realmente la ricchezza prodotta e le risorse consumate a livello globale.

(9 novembre 2012)

mercoledì 7 novembre 2012

Le qualità della melagrana



Apprezzato sin dai tempi antichi, il frutto del melograno è particolarmente ricco di proprietà che collaborano in modo attivo alla cura dei tumori
Apprezzato da Ebrei, Egizi, Fenici, Greci e Romani il frutto del melograno è citato anche nella bibbia. Appartenente alla famiglia delle Punicaceae, il cui nome scientifico è Punica Granatum, la melagrana è particolarmente ricca di sali minerali come potassio, manganese, zinco, rame e fosforo, e in quantità minore si possono trovare anche ferro, sodio e calcio.

Fin dall'antichità questo particolare frutto è stato simbolo di abbondanza e longevità e già da allora le sue molteplici proprietà terapeutiche erano ben note. La virtù più importante che la contraddistingue è quella che riguarda la presenza di sostanze ad alta attività antitumorale come l'acido ellagico, i flavonoidi ed altre sostanze con proprietà antiossidanti, che nel loro insieme collaborano in modo attivo alla cura di vari tumori, come quello alla prostata, alla pelle, al seno, ai polmoni.

Anche nei confronti del morbo di Alzehimer il succo di melagrana ha dimostrato di avere proprietà benefiche: l'assunzione giornaliera è in grado di erigere una barriera protettiva e di attaccare le proteine nocive. L'artrite stessa trova benefici nell'assunzione di succo di melagrana, infatti grazie ad esso viene inibito il processo degenerativo della cartilagine. In tempi antichi veniva utilizzato anche per altri fini oltre a quello alimentare, ad esempio per ricavare cuoio dalla scorza interna. Reperibile solo da settembre a novembre, con il suo succo si prepara una bevanda dissetante, la granatina.

Una gustosa ricetta che si può preparare in questo periodo dell'anno è l'Anatra all'arancia e melograno. Per 4 persone occorrono un'anatra pulita, 4 melograni, 1 arancia chiara, salvia, rosmarino, 3 cucchiaio d'olio, 30 grammi di burro, sale e pepe quanto basta. Si inizia spolverando internamente l'anatra di sale e pepe e introducendo nella pancia il burro, la salvia e il rosmarino. In un tegame con l'olio caldo si rosola e si rigira l'anatra completando la salatura e aggiustando di pepe.

Una volta sgranati i melograni in modo da recuperare solo i chicchi, se ne passano due al setaccio per conservarne il succo. Si introduce quindi il tegame, coperto, con l'anatra in forno caldo a 180° alla quale si sono aggiunti i chicchi ed il succo di melograno e l'arancia tagliata a fette. Ai controlli periodici della cottura si aggiunge il liquido di cottura. Verso la fine si filtra il liquido e senza coperchio si fa dorare la pelle. Su un piatto fondo di portata si serve l'anatra e tutto il sugo di cottura.
di FLAMINIA GIURATO (NEXTA), dalla Stampa

lunedì 5 novembre 2012

La formula dell'immortalità custodita in un'isola greca


SCIENZA E SALUTE

A novantasette anni Stamatis Moraitis è ancora lì, a lavorare l'orto dietro casa. A coltivare frutta e verdura. A bere ogni giorno il latte di capra e il fliskouni , il tè delle montagne con foglie di menta. A farsi le sua pennichella pomeridiana. A ritrovarsi con gli amici, vecchietti arzilli pure loro, per giocare. Nel 1976, a Stamatis Moraitis, negli Usa, avevano diagnosticato un cancro ai polmoni. «I medici mi avevano dato al massimo nove mesi di vita», racconta lui al magazine del New York Times . «Ma io sono ancora qui. Loro, i dottori, sono tutti morti».

LE «ZONE BLU» - Il «qui» di Moraitis si chiama Ikarìa. Un'isoletta greca nell'Egeo di circa 10 mila abitanti dove l'aria è buona. Le strade un continuo sali-scendi. Le case bianche e basse. Ikarìa è anche una «blue zone». Non per il colore del mare. Ma perché gli abitanti superano con facilità il secolo di vita. «Abbiamo semplicemente dimenticato di morire», racconta una donna di 101 anni a Dan Buettner, giornalista scientifico che si occupa da tempo di longevità.Di «zone blu», nel mondo, ce ne sono poche. Una si trova nell'Ogliastra, in Sardegna. Altre aree sono l'isola di Okinawa, in Giappone, la penisola di Nicoya, in Nicaragua, Loma Linda, in California. Il termine si deve all'italiano Gianni Pes e al belga Michel Poulain quando nel 2000, studiando la longevità nell'Ogliastra, usavano un pennarello blu per segnare le aree ad alta concentrazione di centenari.

L'OLGIASTRA - «L'Ogliastra è la zona dove soprattutto i maschi vivono più a lungo», spiega al Corriere proprio Gianni Pes, ricercatore presso il dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell'università di Sassari. E i fattori sarebbero almeno tre: «L'intensa attività fisica legata alla pastorizia, l'inclinazione elevata del terreno, la distanza dal luogo del lavoro». Poi, certo, l'alimentazione. La scoperta della longevità degli abitanti di Ikarìa è importante «perché il territorio dell'isola e gli stili di vita sono quasi identici a quelli dell'Ogliastra», sottolinea Pes, che ha iniziato a studiare l'isola greca nel 2008-2009 insieme a Poulain e Buettner.

LO STUDIO - I ricercatori hanno controllato la sorte dei nati di Ikarìa tra il 1900 e il 1920. Poi hanno analizzato le cause di morte. Infine hanno trascorso settimane con gli anziani. Scoprendo che gli over 90enni sono più del doppio della media nazionale, che sono meno depressi e presentano tassi di demenza senile ridotti. «Tra le cause di morte, a Ikarìa come nell'Ogliastra - spiega il ricercatore italiano - le malattie cardiovascolari sono all'ultimo posto. Il contrario di quello che succede in Occidente».

NIENTE STRESS E BUONA ALIMENTAZIONE - La mancanza di stress, poi, sembra essere un altro dei fattori che aiutano a raggiungere i cent'anni di vita. «Facciamo sempre la pennichella», ha raccontato Ilias Leriadis, medico del posto. «Eppoi qui il tempo non ha importanza». Quanto al cibo, a Ikarìa si consumano molta maggiorana e salvia, menta e rosmarino, finocchio e artemisia. La colazione è a base di latte di capra, tè o caffè, pane e miele. A pranzo non mancano lenticchie e ceci, patate e verdure. Per cena, invece, si sta leggeri: pane e, di nuovo, latte di capra.

LA GENETICA NON CONTA - E il patrimonio genetico quanto conta? «Poco o nulla», risponde Pes. «Al massimo pesa per il 20-25%, ma uno studio che sto concludendo in questi giorni riduce ulteriormente l'impatto del Dna sulla longevità». Insomma, arrivare a cent'anni resta ancora una questione di stile. Di vita.

di Leonard Berberi, dal Corriere del 5 novembre 2012

domenica 4 novembre 2012

«Hikikomori», nulla oltre il pc


ADOLESCENTI
«Hikikomori», nulla oltre il pc

Li chiamano "reclusi sociali", adolescenti eremiti", "ragazzi spariti": sono le vittime della nuova patologia che colpisce i nostri teenager, fenomeno in espansione ma di cui in Italia si sa e si parla ancora poco. Non vanno a scuola, rifiutano ogni contatto con l’esterno (genitori compresi), si barricano nella loro cameretta per mesi, talvolta anni, e vivono incollati al pc, sempre connessi, immersi in una realtà puramente virtuale, svegli di notte e svaniti nel sonno di giorno. In Giappone gli hikikomori (termine che tradotto in italiano suona come "stare in disparte, isolarsi") raggiungono il terrificante numero di un milione: in una società competitiva fin dall’asilo, in cui l’insuccesso è vissuto come intollerabile e come vergogna sociale, l’autoreclusione è la patologia più diffusa fra i ragazzi che non stanno al passo delle aspettative altrui. Meglio barricarsi in casa e scomparire al mondo piuttosto che affrontarlo. Ma quanti sono gli hikikomori d’Italia? «Dalla mia esperienza direi che un ragazzo ogni 250 presenta comportamenti a rischio di reclusione sociale. In una città come Milano si tratta di duemila adolescenti», afferma Antonio Piotti, filosofo e psicoterapeuta, docente all’Alta scuola di psicoterapia Arpad "Minotauro" di Milano. In questi ultimi anni si è specializzato nell’aiuto a ragazzi "reclusi", tanto da dare alle stampe per Franco Angeli un libro originale e drammatico, Il banco vuoto (pagine 128, euro 16,50), con la presentazione di Gustavo Pietropolli Charmet, in uscita nei prossimi giorni. Non è un trattato "tecnico", non almeno nella sua forma classica: Piotti infatti ha scelto di compilare una sorta di diario esistenziale, con i racconti in prima persona di un autorecluso, Enrico, e i "commenti", come una voce fuori campo, dello psicoterapeuta (l’autore stesso) con il quale a un certo stadio del suo disturbo il ragazzo viene in contatto.
Un espediente letterario, perché nella realtà gli adolescenti che si isolano dal mondo non hanno parole per descrivere il loro malessere, rifuggono dai contatti con gli altri se non nella modalità online dei giochi elettronici. Il rischio di isolarsi in casa, dunque, secondo Piotti è dello 0,4 per cento tra gli adolescenti: i sintomi, secondo Piotti, sono principalmente «la fobia scolare e l’uso del computer per 7 o 8 ore al giorno». Il protagonista del libro, Enrico, inizia a stare male appena entra in classe, un male fisico fatto di scariche continue di dissenteria, accompagnate da una grande sensazione di vergogna, che lo porta a interrompere la frequenza della prima liceo. Non è semplicemente un rifiuto della scuola perché percepita come troppo esigente, piuttosto è una fuga dal contatto con i compagni, dalla relazione sociale che costringe al confronto. Nel suo diario, Enrico scrive: «Se dovessi dire chi sono dovrei dire semplicemente: io sono uno che si vergogna». Bambino bravissimo alle elementari, alla fine delle medie Enrico si confronta con l’insuccesso. E, anni dopo, chiuso nella sua cameretta, scrive, pensando alle aspettative deluse dei genitori: «Come dichiarare che tu non ce la farai? Come accettare lo sguardo triste e infelice di chi ti ha così profondamente amato? Con che coraggio andar davanti a loro e confessare che tu non sei all’altezza?».

Così nasce la voglia di fuga, il disagio della scuola, la vergogna, il disprezzo cieco e immotivato per i compagni. Infine, la decisione di rinchiudersi e di non vedere più nessuno: «Io mi sono nascosto perché non ero costruito in modo tale da affrontare l’esistenza». Per passare il tempo, ricorre ai videogiochi on line, soprattutto a quello "spara-spara": «Intento com’eri a uccidere nemici, cominciavi a intuire che esisteva almeno un posto dove la realtà non poteva raggiungerti e dove il sapore acre della vergogna si attutiva, mentre ogni pensiero poteva essere ucciso prima ancora di venire formulato (…). Il tempo passava e, mentre lui scorreva, tu godevi del fatto di non esserci». L’isolamento sociale acuto, del quale la dipendenza da internet non è una causa ma casomai un effetto, per la sua radice nella corporeità non accettata è imparentato con l’anoressia e con l’autolesionismo: altre patologie che attaccano i nostri giovani, spesso troppo fragili di fronte alle attese del mondo. È inevitabile, per lo psicoterapeuta che va a caccia delle radici della patologia, soffermarsi sulla figura della madre. Se nel libro una buona parte della responsabilità del comportamento di Enrico è attribuita a una madre iperprotettiva, nella realtà le cose sono più complesse. «Il fattore chiave – analizza Piotti – è la difesa dell’unicità del figlio. Dietro un isolato sociale c’è quasi sempre una madre che costruisce con il figlio un progetto di successo poco realistico e, d’altro canto, un padre che non sa riportarla alla realtà».

Quanto alle cure, si tratta di un processo lungo, che non sempre porta a una totale guarigione. «Possono bastare 7/8 mesi, ma a volte ci sono voluti anche 2 o 3 anni» conclude Piotti. Lo stesso Enrico non ne è venuto fuori del tutto, dopo che dai 15 ai 21 anni è vissuto nella trincea della sua cameretta, non uscendo dal suo guscio maleodorante neppure per consumare i pasti, che gli venivano semplicemente passati attraverso uno spiraglio della porta, da una madre impaurita e incapace di reagire. Serve la psicoterapia, accompagnata a proposte di laboratori (musica, teatro, recitazione) per re-imparare a socializzare, ma è necessario anche intervenire con i genitori per aiutarli a interagire con i figli, servono strutture scolastiche flessibili che consentano di sostenere esami senza l’obbligo di tornare sui banchi. Servirebbe, forse, una società meno schizofrenica.

di Antonella Mariani,da Avvenire

martedì 23 ottobre 2012

Funghi, è arrivata la stagione e… le intossicazioni


Tutti  gli indirizzi  utili per non correre rischi di avvelenamento
 I CONSIGLI PER RACCOGLIERE E MANGIARE I FUNGHI IN SICUREZZA


Se si seguono i consigli degli esperti si può fare una scorpacciata di funghi senza rischiare la salute o anche la vita
Raccogliere e consumare funghi in sicurezza con le indicazioni del Ministero della salute
Le cronache ce lo confermano: è arrivata la stagione dei funghi e, con essa, anche i casi di intossicazione, più o meno grave.

Sono infatti in molti che, anche solo per un’occasione di una gita fuoriporta, si cimentano nell’arte della raccolta di queste prelibatezze di natura che, tuttavia, possono nascondere seri pericoli.
I rischi cui si va incontro con una raccolta e poi consumo sconsiderato dei funghi vanno dalla “semplice” intossicazione finanche alla morte. Improvvisarsi esperti dunque non è la strada migliore da seguire. Così, per aiutare tutti coloro che intendono cucinare quanto raccolto nei boschi, il Ministero della salute ha predisposto tutta una serie di servizi e opuscoli scaricabili gratuitamente.

L’iniziativa del Ministero nasce a seguito delle diverse segnalazioni ricevute dal Centro Antiveleni (CAV) di Milano. Gli esperti del CAV hanno evidenziano come negli ultimi due anni ci sia stato un aumento delle richieste di consulenza che sono state fornite, sia per telefono che in sede, a pazienti coinvolti in presunte o reali intossicazioni da funghi. A molti di questi soggetti è stato anche necessario prestare le specifiche cure.

Le manifestazioni determinate dai funghi tossici – avvertono dal Ministero – spesso possono essere confuse con sindromi influenzali e vengono trattate come tali, in genere con un pericoloso ritardo nella impostazione della terapia adeguata.

Proprio per prevenire i casi di intossicazione sono stati predisposti l’opuscolo “I funghi: guida alla prevenzione delle intossicazioni” (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_149_allegato.pdf) e il decalogo “Consumare funghi... in sicurezza” (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_149_ulterioriallegati_ulterioreallegato_0_alleg.pdf) con utili consigli per i consumatori che si possono scaricare qui facendo clic sul titolo.

Per approfondire è possibile consultare la Sezione funghi (http://www.salute.gov.it/sicurezzaAlimentare/paginaMenuSicurezzaAlimentare.jsp?menu=funghi&lingua=italiano), L’elenco degli Ispettorati micologici (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_1178_listaFile_itemName_0_file.pdf) sul territorio nazionale, a cui i consumatori possono rivolgersi in caso di dubbi e, infine, l’Elenco Strutture ospedaliere di (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_1179_listaFile_itemName_0_file.pdf) di riferimento per le intossicazioni da funghi.

Seguendo i consigli del Ministero possiamo assicurarci una buona mangiata di funghi in tutta sicurezza.
Fonte : La Stampa