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sabato 27 dicembre 2014

La Basilicata che fa paura!

I dati ufficiali (sito Unmig) riportati nella deliberazione della Corte dei Conti di Basilicata dello scorso Aprile 2014, riguardanti il quadro dei rapporti tra estrazioni di petrolio e gas e processi di colonizzazione della Basilicata da parte delle multinazionali, parlano da soli.
Ad oggi la Basilicata è già una gruviera, con 471 pozzi (in provincia di Potenza 270, in provincia di Matera 201) perforati dal 1921 al 2014.
I pozzi oggi sono 106; in produzione ne sono 39; i non eroganti 57; quelli utilizzati “per altro scopo” (in primis reiniezione dei fanghi) sono 4; quelli “potenzialmente utilizzati” 6.
Nella nostra Regione sono inoltre presenti ben 39 centrali di raccolta e trattamento, di cui 27 per trattamento di olio greggio; 12 di gas naturale. La Centrale di Raccolta e trattamento più importante ad oggi è quella di Viggiano in Val d’Agri (il c.d. “COVA”, vale a dire “Centro Oli”), che è in sostanza una centrale di preraffinazione, detta di idrodesolforizzazione, che tratta olio e gas proveniente da 25 pozzi, prima che gli idrocarburi vengano inviati tramite 136 km di 5 linee di tubi alle raffinerie di Taranto.
Estrarre petrolio e gas non è come usare una cannuccia per bere da un lattina. Il ciclo estrattivo è altamente impattante, sin dal momento della ricerca, con l’uso di linee di cariche esplosive ed agenti chimici.
E’ inquinante nel processo  di perforazione, che per raggiungere a volte i 7.000 metri, implica l’uso di scalpelli con uranio impoverito e fluidi tossici perforanti per lubrificare e poi cementare le pareti del pozzo. Vengono usate oltre 500 sostanze, la maggior parte delle quali tenute segrete dalle compagnie. Si tratta di fluidi che accompagnano l’intera vita del pozzo, che inquinano per anni o decenni il sottosuolo, il suolo, le falde acquifere, producendo ogni giorno diverse tonnellate di fanghi di lavorazione (“acque di strato”), che devono essere smaltite affrontando costi elevati. Dal 2001 al 2014 il COVA di Viggiano inietta mediamente, a grande pressione in profondità, usando un pozzo esausto in località Montemurro (“Costa Molina 2”), ben 3.500 metri cubi di schifezze.
Per questo l’Eni è stata costretta a trasportare con autobotti ogni giorno i fanghi di perforazione a Pisticci Scalo, presso la centrale di trattamento “Tecnoparco” spa, il cui amministratore delegato (e presidente di Confindustria) è sotto inchiesta dell’Antimafia insieme ad altri dirigenti, faccendieri, nonché al dirigente di Eni Sud.
Il Basento è terribilmente inquinato, l’Arpab sta terminando le analisi mentre le attività di Tecnoparco legate al ciclo petrolifero sono sospese, le aree dichiarate “no food” in Valbasento si ampliano di fatto, prima che sulla carta. Molti agricoltori e pastori sono costretti a chiudere le proprie attività, In Val d’Agri, in Valbasento, quanto a Corleto, Guardia Perticara, Gorgoglione, prima ancora che vada a pieno regime estrattivo, con ulteriori 60mila barili giorno che si aggiungono ai circa 90mila estratti in Val d’Agri, il centro della concessione “Tempa Rossa”.
 Ai fanghi, al loro ciclo di trattamento, all’inquinamento delle acque del Basento, va aggiunto il grave inquinamento da metalli pesanti ed idrocarburi del lago del Pertusillo (che serve 3 milioni di pugliesi dopo i lucani); vanno aggiunti gli “enigmi dei pozzi collassati” tra gli anni 80 e 90, quando a grandi profondità si sono mescolati fanghi chimici, idrocarburi, falde acquifere.
Ai pozzi a terra vanno aggiunti gli effetti letali dell’H2S, delle micro particelle volatili, del benzene, di altri prodotti insidiosi ed aggressivi, che in quasi 20 anni di attività estrattive hanno fortemente contribuito a raddoppiare leucemie, malattie cardiorespiratorie e della pelle, tumori. La Regione che fornisce già circa l’80% degli idrocarburi per contribuire alla bolletta energetica ed al 6% del consumo nazionale (il resto l’Italia deve comprarlo, ben sapendo che se pure si dovessero sfruttare tutte le risorse disponibili in terra ed in mare, il paese potrebbe garantire – dati ASPO – un’autonomia di non oltre 13 mesi!) ha il primato assoluto di essere la più colonizzata. L’incidenza delle attività estrattive riguarda oggi il 35% del territorio regionale. In caso di accoglimento delle numerose istanze di permesso, l’incidenza passerebbe al 65% del territorio!
Nel golfo di Taranto insistono intanto ben 16 istanze di permesso, che prevedono l’utilizzo di tecniche fortemente impattanti già dalla fase dei sondaggi, che prevedono l’utilizzo di tecniche quali l’, ovvero sparare in profondità micidiali cannonate capaci di disorientare ed uccidere cetacei, branchi di pesci, condizionando la stessa riproduzione ittica ed accelerando i fenomeni di subsidenza.
Mentre il presidente Pittella rivendica come una vittoria l’ennesimo emendamento all’art 38 della legge c.d. “Sblocca Italia” per accelerare le procedure di concessione alle compagnie petrolifere, non dobbiamo dimenticare che dopo 20 anni di estrazioni la Basilicata resta la regione più povera del Sud, con un tasso di disoccupazione ed emigrazione crescente (è proprio la Val d’Agri l’area capofila dell’emigrazione e delle dismissioni delle aziende agricole e zootecniche), la stessa Assomineraria stima l’incidenza delle attività petrolifere sul prodotto interno lordo nazionale per non oltre lo 0,5%, mentre le attività turistiche incidono per il 10,3%.
 Mentre la cordata del governatore lucano e delle multinazionali degli idrocarburi procede spedita facendo tesoro dei colpi di fiducia di un parlamento blindato ed ostaggio delle lobbies, che corre verso la cancellazione delle prerogative concorrenti Stato-Regione a partire dalla materia energetica tramite la revisione del Tit V della Costituzione; con lo Sblocca Italia si corre con la logica di “strategicità, indifferibilità, urgenza”, verso lo strapiombo della cancellazione di ampi spazi di partecipazione e democrazia, negando di fatto il diritto all’autodeterminazione.
Sulla Basilicata pende la minaccia del raddoppio estrattivo deciso nella nuova Strategia Energetica Nazionale (2012), che porterebbe a circa 180 mila barili giorno il volume dell’estratto.
 Ad oggi in Basilicata su terraferma gravano 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione accordate, 18 istanze di ricerca. In Italia si attendono altre 100 istanze, che potrebbero aumentare grazie alle facilitazioni della Legge “Sblocca Italia”. Di certo la maggior parte di queste istanze riguarderà la nostra Regione.
E’ evidente che di fronte alla cancellazione di ogni diritto di decidere su quale modello di economia e di organizzazione democratica che ci viene imposta dall’alto non sarà possibile attendere a lungo per far valere il diritto alla salute, al reddito, alla ricerca della felicità e del benessere. Perché questi diritti devono essere rivendicati qui ed ora, con chiarezza, con determinazione, con unità, con organizzazione!
                                                                                                                                     NO - TRIV “VULTURE”

Ven, 26/12/2014 - 18:26

lunedì 14 maggio 2012

Lo scandalo dei contributi UE non utilizzati


ROMA - Ricordava soprattutto l'«imbarazzo», Carlo Azeglio Ciampi. Una sensazione sgradevole che provava quando a Bruxelles, da ministro del Tesoro, si sentiva dire che fra i Paesi europei l'Italia era quello «più indietro» nell'uso dei fondi comunitari. L'ex governatore della Banca d'Italia rese questa amara confessione a Nuoro, il 10 ottobre del 2000. A Roma c'era il governo di Giuliano Amato. Due anni prima l'attuale ministro della coesione Fabrizio Barca, chiamato al Tesoro proprio da Ciampi, aveva lanciato «Cento idee» per lo sviluppo del Sud. Fu accorata, la requisitoria del presidente della Repubblica, al Quirinale da appena un anno e mezzo. Accorata ma durissima contro il «grande spreco» dei soldi europei inutilizzati, che avrebbero potuto far crescere il Sud. Uno spreco ancora più insultante perché «sono in qualche modo soldi nostri, che vengono dalle nostre tasche, dal nostro lavoro». Ciampi disse che era arrivato il momento di voltare pagina, farla finita con le opere incompiute e mettersi d'impegno per usare i soldi. Perché «ognuno è artefice del proprio destino».
Parole che potrebbero essere state pronunciate oggi: in questi dodici anni non è stato fatto neanche un piccolo passo avanti. E se il divario fra il Sud e il Nord si è fatto ancora più spaventoso la responsabilità è anche di chi non ha provveduto a sfruttare quel tesoro. Secondo la Svimez il Prodotto interno lordo medio delle Regioni meridionali era nel 1951 pari al 65,5% di quello del Centro Nord. Nel 2009, al culmine della recessione precedente, era sceso al 58,8%: appena sopra al 56% del 1995. Conseguenza della più bassa crescita, ovvio. Ma il confronto con le altre aree europee svantaggiate fa toccare con mano che cosa abbia significato per il Sud d'Italia «lo spreco» immane dei fondi europei inutilizzati denunciato nel 2000 da Ciampi. Nella graduatoria delle 208 regioni continentali meno sviluppate, quelle del Sud Italia si situavano nel 1995 tra il 112° e il 192° posto. Dieci anni dopo erano scivolate tra il 165°e il 200°. Dal 1999 al 2005 il Prodotto interno lordo di ogni singolo cittadino delle aree dell'«obiettivo 1» (le più arretrate) è cresciuto del 3%, in Italia dello 0,6%. Cinque volte di meno. Ci sono regioni che si erano affrancate da quel livello di povertà, traducibile per le statistiche comunitarie in una ricchezza media procapite inferiore al 75% della media continentale, e ci sono ripiombate. Nel 2001 la Basilicata aveva raggiunto l'83%, sei anni dopo era al 75%. La Sicilia è passata dal 75% al 66%. La Puglia, dal 77% al 67% del 2007.

Va detto che quelli dell'Europa non sono gli unici denari a giacere nei cassetti. L'Associazione dei costruttori, per esempio, si lamenta che da agosto 2011 il Cipe ha stanziato 19 miliardi per le infrastrutture: tuttora fermi. Ma ha ragione Rita Borsellino, europarlamentare democratica e sorella del giudice Paolo Borsellino, a definire «irresponsabile» una certa gestione dei fondi strutturali europei: rammentando come in Sicilia al 30 giugno dello scorso anno fosse stato completato appena l'8% dei progetti finanziati a valere sui piani 2000-2006. Per rendersi conto di quanto la situazione sia grave basta leggere l'ultima relazione della Ragioneria generale dello Stato, sfornata giusto un anno fa. La massa finanziaria destinata all'Italia da Bruxelles per il periodo che va dal 2007 al 2013 è imponente: fra finanziamento comunitario e contributo nazionale ben 59,4 miliardi di euro, di cui ben 47 destinati al Sud. Ebbene, alla fine del 2010 soltanto un quinto di quella somma enorme era stato già impegnato. In tutto 12 miliardi, il 18,9% del totale. Ma i denari effettivamente spesi erano molti, ma molti meno: 5,9 miliardi, ovvero il 9%. Un bilancio imbarazzante, considerando che il primo triennio 2007-2010 era già scaduto.

Semplicemente abissale, poi, la differenza fra Sud e Nord. Nelle Regioni meridionali la spesa reale era all'8,2%, contro il 16,3% del resto d'Italia. Tenendo conto delle risorse utilizzabili nel solo primo triennio, pari a 33,5 miliardi, ecco che le otto regioni meridionali erano riuscite a impegnarne il 23,6%, con una spesa effettiva, però, non superiore all'11,4%. E il bello è che le amministrazioni centrali, che tutti noi immaginiamo più efficienti rispetto alle strutture regionali, sono riuscite a fare appena meglio, con impegni pari al 41,2% e una spesa reale del 21%. Per fare un paragone, lo Stato ha realizzato una performance tripla rispetto alla Calabria, che si è fermata al 7%, ma soltanto un po' più decente di quella della Sardegna, regione che ha speso il 17,2%. Senza riuscire ad avvicinarsi al Veneto, dove l'utilizzo reale dei fondi europei si è attestato a un pur modesto 25,5%.

Sulle cause si è discusso a lungo. Spesso si tira in ballo la scarsa (o scarsissima) capacità progettuale delle amministrazioni locali o centrali. Ma non c'è dubbio che ci sia anche il concorso dell'indolenza burocratica e di una certa miopia della politica. Le conclusioni a cui sono giunti i magistrati della Corte dei conti in una recentissima indagine sull'uso dei fondi comunitari nel periodo 2000-2006 da parte della regione siciliana sono illuminanti. Si parla di «eccessiva frammentazione degli interventi programmati e notevolissima presenza di progetti non conclusi, pari al 35 per cento della spesa certificata», che «hanno sfavorevolmente inciso sullo sviluppo locale e non hanno prodotto l'auspicato miglioramento delle condizioni di vita della popolazione». Non bastasse, i ricambi ai vertici delle strutture regionali seguiti alle vicende politiche, «hanno di fatto rallentato la spesa compromettendo l'efficacia del programma regionale» mentre il livello molto elevato di errori e irregolarità «denota la carenza dei controlli e una generale scarsa affidabilità degli stessi».

L'Ifel, il centro studi dell'Associazione dei Comuni, sottolinea che gli interventi sono spesso troppo frammentati, con una generale incomprensione fra gestione a programmazione, quando i fondi non vengono utilizzati per progetti non strategici. L'Anci ha calcolato che i Comuni, destinatari di una trentina di miliardi per il periodo 2007-2013, hanno messo in cantiere qualcosa come 2.410 progetti distribuiti per 1.293 municipi. La dimensione media è infinitesima: il valore del 43,5% delle iniziative non supera 150 mila euro. Nella sola Calabria si sono mobilitati, sulla carta, 264 Comuni. La dimensione media è infinitesima: il 43,5% delle iniziative non supera nemmeno 150 mila euro. E poi ci si stupisce che per il 40% dei progetti non ci sia nemmeno una pagina scritta, né un segno sulla carta.

di Sergio Rizzo, dal corriere
12 maggio 2012 (modifica il 13 maggio 2012)

venerdì 20 gennaio 2012

Cosa c'è a sinistra dei forconi?


Vengono le vertigini, per la voragine di drammi e rivendicazioni, fame e offese che il “movimento dei forconi” ha richiamato. È il ventre di Sicilia, aperto da tempo, che la crisi ha rovesciato per strade e porti. Per la verità il movimento è un blocco, come capita. E quaggiù sempre vi s’aggiunge la metafora, il segno che rivela verità mangiate a parole: il blocco nell’Isola bloccata, moltiplicatore d’immobilità.
Gli “imbecilli di sinistra” – peggiori di quelli di destra, diceva Leonardo Sciascia, per il vizio di complicare sempre le cose, specie quando le cose andrebbero semplificate – ora spiegano che “non c’è nessuna rivoluzione in corso”, che “voi non sapete chi c’è dietro”, e così via cantandosela e suonandosela. Come se qualcuno con un minino di lume davvero cercasse rivoluzioni nei padroni dei TIR che rivendicano il consumo a buon mercato di gasolio. E cosa c’è dietro, se non il marasma economico, sociale e persino umano nella Sicilia e nel Sud della crisi? Una crisi che ha colpito tutto il paese, ma per lo squilibrato sistema di welfare e l’elevato grado di evasione e di elusione contributiva, e per essersi sommata adebolezze strutturali aggravate negli anni Duemila, ha scaricato sul Sud gli effetti sociali più drammatici di disoccupazione, scoraggiamento e miseria: meno della metà di occupati tra la popolazione attiva e licenziamenti “senza paracadute”; imprenditoria (quasi tutta) legata a commesse pubbliche bloccata nella paralisi amministrativa e strozzata dal credito, mentre l’industria mafiosa è l’unica con liquidità; un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà e crollo dei consumi perfino di beni di prima necessità.
È così che una protesta scomposta, dai programmi generici o minimi ed egoisti – nel ripiegamento localistico di un Sud impoverito e offeso dall’ostilità diffusa dell’opinione pubblica che conta e abbandonato alla seduzione di fenomeni culturali deteriori come quello di Pino Aprile (teorico insidioso del “terronismo” a cui non pare vero di vederlo praticato a mani grosse) – raccoglie vasta solidarietà e simpatia popolare, da parte degli stessi cittadini pur vittime di disagi gravissimi. Ma davvero può sorprendere, in un Paese che ripetutamente si chiedeva del suo Mezzogiorno: “com’è che non scoppia la rivolta”? Il Sud in condizioni da “primavere arabe” finalmente l’ha accontentato – ed è l’ennesima volta, in verità, ché le rivolte sono sempre scoppiate, in questi anni, per acqua, rifiuti e sanità quasi ovunque, e da Castelvolturno a Nardò. Stavolta il Paese – che accorre a Palermo con le sue migliori firme, gli Aldo Cazzullo che si soffermano sulle “bocche sdentate” – quanto ci metterà a dimenticare?
Tra i “forconi” si addensano ombre nere e si registrano violenze e intimidazioni di stampo mafioso: e certo non può sorprendere, a chi ha un minino di cognizione delle cose di Sicilia (e d’Italia, dunque) che si siano mossi, persino tra i più attivi organizzatori, uomini in puzza di mafia. In movimenti del genere c’è di tutto, si sa, e le etichette servono solo a camuffare meglio.
Però, il problema principale non sono gli avventurieri neri ma gli sventurati sempre più in balìa, quelli che partecipano in buona fede, che chiedono magari risposte sbagliate a problemi veri (l’accesso al credito, il costo dei prodotti agricoli, la pesca nel Mediterraneo, e così via). La disperazione sociale, che ha provato a sfogare la sua rabbia in proteste troppo al lungo “senza voce”, ora si volge nel vecchio ribellismo meridionale buono a preparare ogni conservazione. Nelle forme di un’antipolitica feroce e brutale vi s’infiltra la peggiore politica, e non è detto che tutto non finisca con il ridare ruolo all’intermediazione impropria dei soliti notabili. Gravi sono i sospetti e i tentativi di strumentalizzazione da parte di personale di riciclo (specie nella galassia autonomista e della destra pidiellina), che è il precipitato purissimo –impurissimo, cioè – degli oltre sessant’anni di classi dirigenti siciliane che hanno ridotto l’isola alla marginalità e alla dipendenza.
Liquidare la protesta, persino con le migliori ragioni, come fa il presidente della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, per il fatto che vi siano fascisti, reazionari e mafiosi, rischia solo aggravare le cose e le responsabilità della politica. Non tutto si può fare a Palermo, e quasi niente. Ma quel “quasi” è decisivo, anche sul piano simbolico, di fronte a un popolo che sprofonda in una miseria che non è mai solo materiale. Perché i piani (e i fondi) per l’agricoltura, per dire, sono bloccati? Il movimento si lamenta della disattenzione dei media per la Sicilia, e così ora vuole risalire la penisola, è già in Calabria. Ecco, l’Italia forse guarda la Calabria? La Calabria deindustrializzata guarda lo smantellamento delle industrie in Lombardia? L’Europa guarda forse a Lampedusa e i siciliani forse guardano alla Romania? È il naufragio che ci fa tutti ciechi e vigliacchi, ma la politica ha il dovere di tornare a bordo.
Non serve guardare le facce dei capipopolo d’occasione, o le loro storie ambigue, per capire che con gli indignados non c’entrano proprio nulla. Ma se a loro va la solidarietà di quelli che dovrebbero indignarsi ad ogni età, il problema è di chi avrebbe il dovere di rappresentare questi ultimi nel mondo che s’è guastato. La vasta solidarietà popolare (di cui Internet e i social network sono espressione genuina) passerà presto, per le modalità gravi e sbagliate della protesta e per la mancanza di richieste concrete, a parte quelle prive di ogni buon senso. Però c’è stata. E ci racconta di una grande fallimento: quello della sinistra meridionale e delle sue classi dirigenti, della mancata prossimità ai bisogni prim’ancora della capacità di rispondervi. Non c’è più tempo per ricostruirne analisi e ragioni. È accaduto, accade, bisogna solo prenderne atto. Se sono stati i “forconi” a risvegliare la coscienza di un popolo troppo assopito, bene, non avvertiamo noi, la sinistra democratica, una forte responsabilità? Non si sono mossi alla denuncia del lungo malgoverno meridionale, che sotto il berlusconismo si era rinnovato e riprodotto, provocando buona parte dei disastri di oggi? È vero, ma che importa, se larghi settori delle nuove generazioni, le più offese dal nostro tempo, dopo la lunga e diffusa disaffezione, al primo fruscio di protesta hanno solidarizzato e mostrato tutto il loro disprezzo per la politica. O pensiamo davvero di coinvolgerli, in questo marasma, con le sole cose che dalle nostre parti sembrano appassionarci: primarie, candidature e cavallerie rusticane? Alcuni di loro sono ai blocchi, altri inneggiano su Facebook ai forconi e già evocano le forche. Sono loro la questione democratica, vecchia e nuova come pane e lavoro. La gente che lavora (sì, anche i “padroncini” – così li chiama la stampa progressista – dei camion e dei trattori) e la gente che non ha mai lavorato, e gli uni e gli altri che non ce la fanno più. Per “cinque giornate” protagonisti e per tutti le altre vittime, in qualche caso anche di se stessi.
Fra un giorno o due passerà pure questa rivolta (che i giornali borghesi, avrebbe detto Salvemini, chiameranno “rivolta degli ignoranti e degli straccioni”), ma il Sud resterà della sua fame. È questo che fa male alla causa democratica nel Mezzogiorno, più d’ogni protesta più o meno condivisibile. Cosa c’è davanti ai “forconi”, bisognerebbe chiedersi a sinistra, non dietro. Davanti alla lunga recessione, alla deprivazione materiale e morale, alla mancanza di prospettiva, che fare? Non è vero, si sa che fare, e sono così tante cose che basta solo cominciare.
di Giuseppe Provenzano da www.il post.it

I Forconi siciliani sono l'emblema di un mondo che cambia


I Forconi siciliani sono l'emblema di un mondo che cambia

Marco Cedolin

Non so quanta “fortuna” avrà la protesta dei Forconi che sta paralizzando la Sicilia, così come non conosco le prospettive di una movimentazione che sembra manifestarsi (per la prima volta in Italia) realmente trasversale, abiurando i partiti e tentando di mettere nel cassetto le divisioni settarie fra “rossi e neri” che da sempre minano alla radice qualsiasi battaglia in questo disgraziato paese, conducendola ogni volta sul binario morto della diffidenza e dei distinguo.
Ma la protesta dei Forconi mi piace, non solamente perché da l’impressione di un movimento di popolo che si ritrova nella difesa del proprio futuro e sputa in faccia alle differenze, ma anche perché rompe profondamente con un passato fatto di manifestazioni in piazza con le varie bandierine di partito……


tutti lì, a discutere quale striscione debba sfilare prima dell’altro, in base a gerarchie decise la notte prima durante concitate riunioni fra i vari gruppi, partiti e partitucoli. Tutti lì a marciare in fila come pecore belanti, per fare folklore e difendere una causa (quale essa sia) che sistematicamente resterà inascoltata. E poi tutti a casa, compiaciuti per una reazione, ahimè immaginifica, dopo non aver ottenuto alcun risultato che prescinda dalla costruzione della carriera politica di qualche leader rampante in cerca di gloria.
Un passato fatto di banchetti, finalizzati alle firme per un referendum che non verrà mai realizzato e anche se arrivasse fino alle urne non cambierebbe assolutamente nulla.
Un passato fatto di volantinaggi nei mercati e nei centri cittadini, come tanti Don Chisciotte, impegnati  nel tentativo di alfabetizzare l’un per cento dell’opinione pubblica teledipendente, mentre il restante 99% si divide fra chi passa oltre infastidito e chi ha ormai realizzato che non serve a nulla.
Un passato di coreografie, colorate del colore dei partiti, utili solo all’autocompiacimento, che non hanno mai spostato di una virgola le decisioni di chi gestisce il potere, ma hanno sempre indotto i cittadini a sostare su un binario morto, in attesa non si comprende di che e in ossequio al politicamente corretto.

La protesta dei Forconi, caso più unico che raro, esce da questa logica consolidata, cogliendo l’unico vero senso di una protesta, consistente nell’ottenere qualcosa di concreto. E comprende che per ottenerlo non bastano girotondi e marcette folkloristiche, occorre detrminare disagi, tentare di paralizzare il paese e creare un problema politico che costringa il governo  a tornare sui propri passi.

Probabilmente i Forconi siciliani non riusciranno ad ottenere tutto ciò, magari cadranno rovinosamente a terra, ammazzati dalle calunnie e dal discredito che i “dipendenti” dei partiti e partitucoli già stanno riversando loro addosso in quantità industriale, o magari riusciranno, nonostante il fango a far sentire a lungo la propria voce, come gli auguro di cuore.
Una cosa però è certa, i Forconi hanno tracciato una via diversa e praticabile, che mette in luce tutta l’ipocrita messinscena che ha menato per il naso fino ad oggi chi voleva protestare con tanta buona fede e altrettanta buona volontà. A questo punto si tratta solo di percorrerla.

Pubblicato da marco cedolin, sul blog il corrosivo

giovedì 19 gennaio 2012

Sicilia, la rivolta degli scontenti


Sicilia, la rivolta degli scontenti
Lo sciopero dei Tir contro l'aumento dei carburanti e della tariffe autostradali porta allo scoperto un malessere diffuso e profondo, che unisce diverse categorie contro la politica.

19/01/2012
Code ai distributori di Palermo nella speranza di trovare benzina.
Oggi terzo giorno di sciopero dei Tir contro il caro gasolio e autostrade. Palermo è una capitale in zona paura e la Sicilia è un’isola in mano alla protesta e alle rivendicazioni da tempo inascoltate. Un allarme che si è sentito anche in Parlamento con le parole di un deputato siciliano: «Il Governo se ne frega del Sud». I rifornimenti sono quasi esauriti, la folla si riversa nei supermercati, e dai palazzi si guarda con grande preoccupazione ai risvolti “sicilianisti” di questa protesta e alla possibilità di infiltrazioni criminali. Si guarda alle bandiere della “Trinacria indipendentista” che sventolano su alcuni Tir fermi da tre giorni nella zona del Petrolchimico, a Gela, a Priolo. Ci sono neofascisti, centri sociali, partiti sudisti, è l’alleanza dell’antipolitica. E si guarda non solo al nome terroristico, ma anche alle imprese annunciate dal Movimento dei forconi guidato da un ex assessore socialista di Marsala, Martino Morsello.

Camionisti, contadini, pescatori assediati dai giapponesi, ambulanti di frutta e verdura, barcarellari di mercatini assediati dai cinesi, e tutti si dichiarano titolari dell’arrembaggio al potere 2012. Gente che gira con i cartelli “morte ai politici” e sogna la rivoluzione francese, gente che da tre giorni nella capitale siciliana blocca tutte le vie d’uscita a mezzi pesanti e automobili. Sulla protesta degli autotrasportatori c’è la denuncia di Confindustria che firma – mentre si dissociano alcune sue associazioni di categoria – una lettera al premier Monti e avverte che «le ragioni delle imprese rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica». Sostengono i Forconi che «il 70% del costo dei carburanti è tassa che alimenta gli stipendi di politici corrotti e mafiosi». C’è il pericolo concreto – avvertono gli industriali – “di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto a tutte le infiltrazioni della criminalità».

Tutto è scattato come per un ordine generale, dopo le dimissioni di un sindaco di Palermo definito il più assente della storia. Diego Cammarata dimissionario dopo dieci anni come per un suicidio amministrativo, per una quasi ammissione di impotente paralisi. Per assenza di iniziative, per assenza di ossigeno in arrivo dalla Regione dove il presidente Raffaele Lombardo (Mpa più mezzo Pd) da tempo ha dichiarato interotti i rapporti non solo istituzionali. Dopo una guerra politica che vede Pdl contro Pdl e Pd contro Pd. Il sindaco se ne va fra i debiti del Comune, la città infestata dai rifiuti, la cultura mortificata. E oggi a Paleremo terzo giorno di sciopero dei Forconi e porto chiuso per una decisione della Capitaneria dopo la protesta dei pescatori di Porticello. La sollevazione trova la solidarietà degli studenti e dei centri sociali, ed è annunciato per domani lo sciopero generale della scuole con lo slogan “Assediamo i palazzi”.

Un presidio degli autotrasportatori a Palermo.
Una serie di blocchi stradali ferma il traffico sulla Palermo-Agrigento, a Lercara, a Bolognetta. Sulla Palermo-Sciacca i residenti di San Giuseppe Jato e San Cipirello sono rimasti chiusi in casa. Ad Enna è isolata l’autostrada e la statale. A Siracusa sono state bloccate le autocisterne dentro le raffinerie della Isab di Priolo e della Esso di Augusta, e sono stati obbligati a non muoversi i mezzi che trasportano la benzina e il gasolio mentre, in senso inverso, e cioè per fermare i rifornimenti che dovrebbero arrivare nell’Isola. I manifestanti presidiano gli ingressi del Petrolchimico. Solo con la scorta della polizia le autocisterne riescono a rifornire gli aerei in partenza dall’aeroporto di Fontanarossa. A Ragusa e a Modica alcuni negozi sono chiusi per solidarietà con la protesta degli autotrasportatori. A Catania come nel resto dell’Isola il carburante è quasi a zero, i generi alimentari scarseggiano negli scaffali dei negozi, e il Codacons lancia l’allarme speculazione preventivo sui prezzi dei prodotti che potrebbero salire.

Esaurite le scorte di carburante e supermercati affollati in cerca degli ultimi prodotti ad Agrigento. E nelle file chilometriche che si sono formate davanti ai distributori di benzina, a Porto Empedocle un operaio di nazionalità senegalese è stato colpito a sprangate nel corso di un litigio sulle file in attesa di rifornimento. Il dipendente dell’impianto di carburante è tuttora all’ospedale di Agrigento. Ma il pressing trasversale di tutti i partiti sul governo nazionale potrebbe avere qualche risultato. A Roma il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera ha ribadito l’intenzione di rispettare gli accordi presi con la maggior parte delle associazioni trasportatori nei giorni precedenti l’avvio della protesta. Sarebbero in arrivo sgravi e contributi per gli autotrasportatori su gomma che rappresentano l’80% del movimento merci in Sicilia.
 di Delia Parrinello, da Famiglia Cristiana

I problemi del cibo non derivano dalla scarsa produttività dei contadini, come sembra credere la Fao, ma da processi economici e politici di esclusione


I problemi del cibo non derivano dalla scarsa produttività dei contadini, come sembra credere la Fao, ma da processi economici e politici di esclusione

Ai vari organismi internazionali che si occupano di politiche agricole e alimentari l’economista e sociologa Silvia Pérez-Vitoria non aveva risparmiato critiche anche molto aspre nel suo Il ritorno dei contadini. Ma tra questi, la Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) si era meritata l’attacco più duro, perché ancorata a quella visione produttivista contestata aspramente anche nell’ultimo saggio dell’economista franco-spagnola, La risposta dei contadini. Se le critiche alla Fao non sono una novità, più recente è invece la piena e diffusa consapevolezza che questo organismo, istituito formalmente il 16 ottobre 1945 in Québec, abbia bisogno di una profonda rifondazione. Ne è consapevole il brasiliano José Graziano da Silva, che da gennaio ha assunto la carica di direttore generale, e che, appena eletto, ha sostenuto di voler «condurre a una conclusione soddisfacente» il processo di riforma della Fao. E ne sono consapevoli tutti i suoi dipendenti, soprattutto dopo la pubblicazione, nell’ottobre 2007, del rapporto Fao. The Challenge of Renewal («Fao. La sfida del rinnovamento»), commissionato due anni prima dalla Conferenza della Fao (il più alto organo politico dell’organizzazione) a un’agenzia di valutazione esterna e indipendente.

Prospettive obsolete
Primo di questo genere, il rapporto riconosce apertamente i limiti di un’organizzazione «in profonda crisi finanziaria e programmatica», viziata da «una burocrazia pesante e costosa», che la rende «conservatrice e lenta ad adattarsi e a distinguere le aree di genuina priorità da quelle che sono le ultime tendenze», e invoca una nuova cornice strategica per un ente ridotto «a una forma istituzionale di vita assistita». Anche il più recente rapporto redatto dal Britain’s Department for International Development non risparmia critiche a un organismo che, per essere trasformato in «una istituzione moderna trasparente e responsiva, particolarmente al livello nazionale», avrebbe «bisogno di un profondo cambiamento culturale…». In effetti, prima ancora che alla vulnerabilità istituzionale e finanziaria e alla difficoltà di agire all’interno di un’architettura internazionale tutt’altro che sistemica, i limiti della Fao sembrano rimandare innanzitutto alla sclerotizzazione culturale denunciata da Silvia Pérez-Vitoria: la Fao ha perseguito a lungo, e continua a perseguire, una visione che è stata definita econometrica e tecnologica, basata su una concezione quantitativa dello sviluppo, che si è tradotta nell’invito ad abbandonare «le tecniche agricole tradizionali giudicate arcaiche e poco produttive» in favore della modernizzazione agricola.

False equivalenze
È, questa, una prospettiva analizzata criticamente già da Soulaïmane Soudjay nel suo La Fao (L’Harmattan 1996) e più di recente, nel saggio La Via Campesina (Jaca Book 2009), da Annette Desmarais, che critica l’idea di «estendere i benefici dello sviluppo mediante programmi di miglioramento tecnologico e attraverso l’aumento della produttività e della produzione». Un’idea – quella che «aumentare la produzione di cibo sia una condizione sufficiente per ottenere la sicurezza alimentare», giudicata parziale persino nel già citato rapporto interno commissionato dalla Conferenza della Fao. Sta proprio qui, dunque, il vizio di fondo, ideologico, delle politiche della Fao: l’incapacità di sottrarsi al paradigma «sviluppista», quel veicolo concettuale della monocultura economicistica che, ci ha insegnato Wolfgang Sachs con il suo Dizionario dello sviluppo (Gruppo Abele 1998), pur avendo subito nel tempo una tornata di inflazione concettuale, non ha smesso di orientare politiche pubbliche e immaginari simbolico-culturali, da quando il presidente americano Henry Truman se ne fece portavoce, nel discorso inaugurale al Congresso degli Stati Uniti del 20 gennaio 1949. Si tratta di quel paradigma che per tutto il Novecento ha contribuito a naturalizzare l’equivalenza tra crescita economica e giustizia sociale, in base all’assunto che il progresso e la crescita potessero di per sé risolvere le disuguaglianze sociali, sostituendo o rendendo meno rilevanti le politiche redistributive. In questi termini, così come in ambito economico è prevalsa l’idea – quasi monopolistica nel secolo scorso – che «l’espansione della torta economica (crescita del Pil) rappresentasse il modo migliore per alleviare i confitti economici distributivi tra gruppi sociali» (J. Martinez Alier, L’ecologia dei poveri Jaca Book 2009), allo stesso modo, nell’ambito delle politiche agro-alimentari elaborate dal principale organismo delle Nazioni Unite in materia, è prevalso quel modello culturale che «percepisce ancora l’industrializzazione come progresso associandolo ai falsi concetti della produttività e dell’efficienza» (Vandana Shiva, Il ritorno della terra, Fazi 2009).

La morte in vita
La Fao ha sposato la logica economica prevalente, anche quando se ne è dissociata apertamente, senza accorgersi – ha sostenuto Jean Ziegler, già special rapporteur delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, in Dalla parte dei deboli, Marco Tropea 2004 – che «puntare in modo circoscritto sull’aumento della produzione non può alleviare la fame perché non altera la distribuzione di potere economico – altamente concentrata – che determina chi può comprare cibo in eccesso». Senza riconoscere quindi la tautologia che sta a fondamento del sistema alimentare moderno, un sistema che «crea la povertà proprio mentre favorisce l’abbondanza di cibo, determina fame e malattie tramite i suoi meccanismi di produzione e distribuzione», come scrive Raj Patel ne I padroni del cibo (Feltrinelli). I problemi del cibo, la fame, non derivano dalla scarsa produttività dei contadini e dei piccoli agricoltori, dal loro presunto «ritardo» rispetto ai «progressi» dell’agricoltura industrializzata, ma sono l’esito di processi di esclusione, come autorevolmente segnalava già diversi anni fa il medico e attivista brasiliano Josué de Castro, tra i fondatori della Fao e suo direttore dal 1951 al 1955, in Geografia della fame: «Fame significa esclusione. Esclusione dalla terra, dal lavoro, dalla paga, dal reddito, dalla vita e dalla cittadinanza. Se una persona arriva al punto di non aver nulla da mangiare, è perché tutto il resto le è stato negato. È una forma moderna di esilio. Di morte durante la vita».

Questo testo è una versione ridotta e rivista del saggio Per una critica del produttivismo alimentare, pubblicato nell’ultimo numero, dedicato a “Fame”, della rivista Parolechiave
 fonte: www.sbilanciamoci.info

mercoledì 28 dicembre 2011

L'Italia a doppia velocità


L’ultima trovata dell’inamovibile a.d. del Gruppo Fs, ingegner Moretti, è l’eliminazione dei treni notte. La rottura dell’asse Nord-Sud. La cancellazione di un migliaio di posti di lavoro e il disinteresse per quel milione e mezzo di con-cittadini che viaggiavano su quei treni, il cui servizio è stato nel corso degli anni deliberatamente boicottato dal management dell’azienda, per poi dimostrare che ormai la causa era persa. Le sovvenzioni pubbliche, ossia soldi nostri, concessi a Trenitalia sono stati dirottati sulle famose “alte velocità”, a scapito delle altre linee, quelle “normali”: La divisione di classe è ormai nettissima anche nelle ferrovie, nella sanità, come nella scuola, nell’università, e così via.

Servizi di di pregio, scuole d’élite, supertreni per gli abbienti, il cui tempo vale, la cui salute conta, il cui denaro – tanto, troppo – pesa ben più di quello, poco e ormai destinato alla pura sopravvivenza, quando basta, degli sfigati. Cancellare quei treni è stato un preciso messaggio in questa direzione. E, nel contempo, ha significato affermare, nella dura evidenza di un atto brutale, che il ministero della Coesione territoriale è una vuota espressione.

Come si fa a non capire che si spezza il Paese? Che non si può pretendere che tutti abbiano i mezzi finanziari per compiere il tragitto da Torino a Reggio Calabria in aereo (costo verificato Torino-Lamezia Terme, in data 22 dicembre, 400 euro!), o con le famose Frecce ferroviarie, ammesso che coprano tali destinazioni: e così, tra l’altro, non è. E che dire del fatto che il servizio sia stato interrotto, anzi ucciso, in data 8 dicembre? Non è forse un’aggravante, farlo nel ponte dell’Immacolata? E nell’imminenza delle festività di fine anno, quando milioni di meridionali “tornano al Paese”, per condividere con i parenti gioie a amarezze, le paure del futuro e ricordare i tempi belli del passato, ammesso ve ne siano davvero stati. Non è forse stato canagliesco? Un’aggravante imperdonabile. E perché i partiti tacciono? Perché solo i sindacati di categoria si stanno muovendo? Perché l’encomiabile movimento “No Tav”, non considera il ripristino di queste linee e dei treni notte un obiettivo da accogliere come proprio e sostenerlo? Se nella loro Valle si tratta di dire no, qui, nell’Italia tutta, occorre ribadire un “sì”: quei treni servono. E dove sono i “no Ponte”, “no Dal Molin”, e quant’altro? Dove sono i giovani delle università?

Dove, i lavoratori precari e in nero di ogni settore? E perché le alte gerarchie ecclesiastiche, pronte ad alzare la voce quando si tratti di “difese della vita fin dal suo concepimento” o altre occasioni relative a temi “eticamente sensibili”, non si rendono conto che quelle famiglie, che in questi giorni stanno impiegando 48 ore per raggiungere Palermo da Milano, o Messina da Torino, sono offese innanzi tutto nella loro dignità? Che quegli uomini donne e ragazzi che vagano da un binario all’altro trascinando pesanti bagagli, pronti ad attese di ore e ore in gelide sale d’attesa sporche e buie, sono altrettanti (poveri) Cristi, da difendere, proprio nei giorni in cui si accetta da parte di tutta la Chiesa che venga onorato il “santo Bambino” con una grottesca corsa al superfluo? Dobbiamo renderci conto che come si è fatto per i referendum di giugno 2010 anche questa è una battaglia – mi si lasci dire, sacrosanta – per i “beni comuni”. E che dietro la specifica questione si affaccia un problema generale: dobbiamo far capire in ogni modo a “lorsignori” che non possono decidere sulle nostre teste, dobbiamo incalzarli, e, quando necessario, contribuire a scalzarli dal potere. La dirigenza FS e Trenitalia, ormai, è un centro di potere che a dispetto della debordante pubblicità (milioni di euro investiti che quanto sarebbero più necessari nella manutenzione delle carrozze o delle stazioni, ormai involgarite da assordanti pubblicità televisive, che stanno ora anche aggredendo i viaggiatori nei vagoni), prescinde completamente dagli interessi della maggioranza della popolazione di questo Paese. Gliela vogliamo dar vinta?

Angelo D’Orsi – da il Fatto Quotidiano

(28 dicembre 2011)

sabato 17 dicembre 2011

Il fruttivendolo che ha cambiato il mondo


17/12/2011

di DOMENICO QUIRICO,dalla stampa

Ci sono eroi più grandi, più puri delle rivoluzioni che hanno inventato, creato, fatto esplodere. Uomini di impeto e di sacrifico; perché ogni rivoluzione è l’opera di un principio e solo chi segue con imperterrita fede quel principio può compierla felicemente. Poi viene il tempo degli altri, i regolarizzatori, i garbuglioni del realismo e della necessità, infidi, tentennanti, armistizianti, capitolanti, che si sono affilati i denti per distruggerla. Mohamed Bouazizi, tunisino, fruttivendolo e rivoluzionario senza ideologie un anno fa si è dato fuoco a Sidi Bouazid, città garrotata dalla miseria e dalla paura dei potenti.

Da quel tragico giorno l’aria del mondo arabo trasporta le molecole del suo gesto, leggera come il polline e dura come il piombo; e quei semi sono caduti nei solchi e nei cuori, danno alle cose aria di primavera o di battaglia, producono fiori o proiettili. Senza quel sacrificio, nella piazza principale davanti agli occhi imbambolati dei perditempo dei caffè, oggi il Nord Africa sarebbe quieto alle riverenze del comando assoluto, obbediente a Ben Ali, Gheddafi, Mubarak, sauri giganteschi, superstiti di un feudalesimo colossale in terre preistoriche. Anche il siriano Assad sarebbe uno statista ragionevole e non assediato, come Macbeth, dal conto strabocchevole dei propri delitti.

E invece quel giorno di un anno fa Mohamed fece conoscere al mondo arabo l’evidenza del vero principio rivoluzionario, che una prima ingiustizia è fonte di ingiustizie infinite. Mohamed il tunisino non ha inventato ideologie e non ha coniato gli slogan sobillatori dell’Islam politico, non ha imbracciato mitra e corano, non ha mai schiacciato un tasto per navigare su Internet, non ha fatto proseliti sulla Rete o su Facebook. Dignità: e questa la sua parola. La prima rivoluzione del terzo millennio è stata creata da un gesto antico che sa del sacrificio di Abramo. Solo così poteva dimostrare a plebi inerti sotto decennali dittature che il coraggio è attaccaticcio come la paura. E senza di lui noi, in Europa, dall’altra parte del mare, non avremmo scoperto che ogni uomo che arrivava a Lampedusa non era solo un clandestino, era un romanzo con capitoli solitudini pianti risa speranze, con in tasca una storia che sbalordiva come una rivoluzione vittoriosa.

Lo ricorderanno oggi in Tunisia, Mohamed, nella capitale e nella sua città. Ma con pudica sommessità. Non saranno celebrazioni fastose, rievocazioni da padre della patria. Eppure senza di lui Moncef Marzouki oggi non sarebbe presidente nel Palazzo di Cartagine ma un esule parigino alla ricerca difficile di intervistatori interessati a sentirlo contumeliare il padrone del suo Paese. E gli islamici che hanno vinto le elezioni, le prime libere senza brogli e che hanno in mano tutte le leve del Potere, sarebbero nelle galere o dispersi ai quattro capi del mondo a spazzolar via la patente di fiancheggiatori di Al Qaeda. Perfino a Sidi Bouazid i suoi coetanei, i primi scesi in strada con le pietre e con la rabbia del suo sacrifico hanno votato per un telepopulista che faceva opposizione, pantofolaia, da Londra e che ha promesso di donare denaro a tutti.

No, i giorni che sono venuti dopo quelle settimane di furia e di vittoria, migranti finora da una miseria cupa ad un’altra, non assomigliano a Mohamed. Lo prova il fatto che nessun partito ha osato proclamarsi erede o sacerdote del suo culto. Anzi, hanno perfino cercato di insudiciare e avvilire quel gesto, sproloquiando che non è stata una scelta volontaria ma un incidente e che la sua famiglia ha speculato sulla sua morte procurandosi denaro e vantaggi.
Eppure dal quel giorno di un anno fa i popoli arabi hanno raccolto due tesori, uno di odio verso tutti coloro, in barracano o in doppio petto, vogliono riprendersi quella loro dignità, e uno di fiducia, che una rivoluzione se sarà necessario si può ripetere.

venerdì 16 dicembre 2011

L’ultimo treno che viene dal Sud


L’ultimo treno che viene dal Sud
di Angelo d’Orsi, da micromega

Cinque notti fa è partito l’ultimo convoglio Torino-Palermo. Dopo mezzo secolo di onorato servizio, è stato soppresso, come tutti i convogli dell’asse Nord/Sud. Un gesto assurdo, persino volgare, che in nome della riduzione dei costi non solo ha tolto un servizio essenziale all’utenza, ma ha dato uno schiaffo alla “coesione sociale”, a vegliare sulla quale ora addirittura abbiamo un ministero.

Hanno cancellato, soprattutto per i ceti meno abbienti, la possibilità, per di più nell’imminenza delle festività di fine anno (una vera crudeltà) di “tornare al paese”, di andare a fare scorta di caciocavalli e salumi, della tanica d’olio (di quei pochi ulivi sopravvissuti al forzato abbandono della terra), di vino “genuino” della vigna, di pane fatto in casa, dei giocattoli ricevuti in dono per il Natale dai bambini. Certo, ci dicono gli orari ferroviari, sarà sempre possibile raggiungere Bari da Milano: cambiando a Bologna, e Palermo o Napoli da Torino, cambiando a Roma. Con i pacchi,le valigie, gi indumenti invernali…; me le vedo quelle famiglie stremate, che corrono da un binario all’altro, per acciuffare il loro treno, pregando la Madonna di non mancarlo. Ma questo è un crimine. Ce ne rendiamo conto? E ci hanno anche detto che tutto ciò era necessario per abbattere i costi. Menzogna.

Dai sindacati apprendiamo che i treni notte trasportavano in un anno circa un milione e mezzo di passeggeri. Il fatto è, a quanto capisco, che i fondi pubblici riversati su Trenitalia, ora sono dirottati sull’“alta velocità”, i cui prezzi praticati alla clientela continuano a lievitare: ma tanto, si ragiona negli uffici commerciali dell’azienda, quello è un pubblico in grado di pagare, o perché abbiente, o perché gran parte di esso viaggia a spese di ditte, imprese, istituti. Per gli altri sono rimasti i treni regionali: mettendone una dozzina una dopo l’altro, si può continuare a percorrere la Penisola da cima a fondo, in definitiva. Perché allarmarsi? Perché protestare? In effetti il pubblico, nella sua grande maggioranza, tace, inebetito o assorto nei suoi privati gravi problemi, quelli della sopravvivenza, detto in una sola parola. E la scomparsa dei collegamenti ferroviari Nord/Sud non sembra cosa grave. E, rimaniamo in silenzio, o ci accontentiamo di esercitare il diritto al mugugno, più che mai sotto ricatto per via della “Crisi”, il grande Moloch che richiede ogni giorno veri e propri sacrifici umani.

Se la battaglia contro il treno “ad alta voracità”, che dovrebbe devastare la Val di Susa, recando benefici solo a un pugno di capitalisti, e addossando ai contribuenti la maggior parte dei costi, è in corso, e non credo finirà, lo si deve, anche, forse, al fatto, che è più facile, per così dire, combattere per impedire la creazione di qualcosa (di negativo), piuttosto che per evitare l’eliminazione di qualcosa (di positivo). Le circostanze sono favorevoli nel caso negativo, più difficili nel caso positivo; ossia lottare contro è più semplice, come messaggio politico, che lottare per. Inoltre, là la lotta è concentrata in uno spazio delimitato, nel quale le popolazioni, le vittime designate dello scempio-Tav, si riconoscono, si possono mobilitare, si possono facilmente organizzare contro le truppe di occupazione.

Quanto all’altra faccenda, l’abolizione dei treni notte, dei collegamenti diretti Nord/Sud, diciamolo, a chi interessa? Eppure, questa battaglia in realtà, come quella contro il Tav, è una battaglia di democrazia: perché va nell’interesse di tutti, o della stragrande maggioranza della popolazione. Ed è una battaglia da farsi in nome della difesa dei beni pubblici, per riaffermare anche innanzi tutto che i trasporti, come la sanità, l’istruzione, e le comunicazioni (dalle poste ai telefoni, che non a caso erano di proprietà pubblica, prima) costituiscono servizi per la cittadinanza, e non possono essere considerati nei termini di costi e profitti.

E vogliamo parlare di quel migliaio di lavoratori che verranno licenziati? O, in parte, “ricollocati” in altre aziende del Gruppo (a fare che?): ma questa possibilità vale solo per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato (perché il Gruppo debba ancora chiamarsi così, poi…), e tutti coloro che lavoravano per le società addette ai servizi? Per loro nessuna pietà. A casa. Non importa l’età, la condizione, lo stato di famiglia. Tutti a casa. E il ministro della coesione? E la ministra del welfare? E il ministro delle infrastrutture e trasporti? Beh, loro sono occupati a dire che bisogna fare l’alta velocità, che i sacrifici sono per tutti, che i servizi devono essere in pareggio. Ma dimenticano gli stipendi dei supermanager: a cominciare dall’ultralodato Moretti. Vogliamo dirla tutta? Questa è l’ennesima sua infamia. Un’infamia che assume un peculiare sapore in questa congiuntura storica e politica. Spezzare l’unità nell’anno delle celebrazioni dell’Unità: ecco come leggo io questa scelta dissennata. E dividere orizzontalmente, oltre che verticalmente, il Paese, aumentando le distanze tra ceti agiati e ceti disagiati. Divisione geografica, divisione sociale.

E, così, impietosamente, gettare fra i detriti un pezzo di storia importante, come il Treno del Sole. Solo chi non ha mai fatto quel tragitto notturno, sia nell’andata sia nel ritorno, non può capire il significato e il valore di quella nostra Transiberiana. Solo chi non ha visto gli assalti di una marea umana, che lanciava i ragazzi dai finestrini per far occupare i posti migliori (le prenotazioni erano cose rare e da ricchi), quegli enormi scatoloni di cartone, le valige chiuse con lo spago, i fiaschi e le taniche…; solo chi ha visto da testimone partecipe quel film, può capire di cosa sta parlando. Viaggi lunghissimi, defatiganti, nella calura di fine luglio, o nel gelo di Natale; negli scomparti a otto posti, di seconda classe, si creava una coesione umana strepitosa. Racconti di campagna e di officina, offerte di mandarini e arance, panettoni condivisi (ricordo un 31 dicembre tornando dal Sud, in cui tutti i miei compagni di viaggio, occasionali – ero solo, ragazzo – avevano lo spumante e il panettone, e mi costrinsero ad assaggiarne da ogni bottiglia, ma in modo protettivo e affettuoso), salami affettati sul momento e offerti, quasi cacciati a forza tra le dita, che si ungevano irrimediabilmente, ma si potevano pulire sul pane “casereccio”, anche quello prodotto di un Sud che tornava al lavoro nelle officine e negli uffici della Fiat e dintorni.

Romanticherie fuori tempo massimo? Forse. Ma quel treno era l’Italia unita, che finalmente usciva dalle ristrettezze del primo dopoguerra, e si avviava sulle strade del “miracolo”, che non fu solo economico, fu sociale, culturale, antropologico. “Quel treno che viene dal Sud”, cantò in una bellissima canzone gonfia di sentimenti e di retorica Sergio Endrigo, cogliendo bene il significato di una vera e propria istituzione che è stata un simbolo e uno strumento di una identità in costruzione dell’Italia. E ora, per chiudere armoniosamente il Centocinquantenario, l’abbiamo messa a morte. Disfatta l’Italia, ora possiamo provvedere a disfare gli italiani. Questo è un piccolo, ma importante passo.

(15 dicembre 2011)

mercoledì 7 dicembre 2011

Dal cacao al cioccolato, la nuova frontiera dell'Africa



Dal cacao al cioccolato, la nuova frontiera dell'Africa




KANDEH K. YUMKELLA*

Come africano, il mio sogno per il prossimo decennio è vedere il continente produrre e vendere cioccolato a 300 milioni di cinesi invece di esportare materie prime come il cacao. Diverse settimane fa, al simposio Cina-Africa a Xiamen, in Cina, ho sperimentato questa visione sul pubblico e gli oltre 2.000 delegati si sono uniti in un applauso scrosciante. I capi delle imprese e del governo sono pronti, con ogni evidenza, a veder introdurre in Africa cambiamenti strutturali volti a creare economie nazionali basate sull’industria manifatturiera.

Mentre molti hanno propagandato il successo dell’Africa nel mantenere un 5-6% medio di crescita del Pil negli ultimi dieci anni, questo maschera la realtà: nel 2005, l’Africa sub-sahariana era messa poco meglio di un quarto di secolo prima; è ancora la regione più povera del mondo, poco più della metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno in termini di parità d’acquisto. Questo deve cambiare. La strategia ortodossa della crescita guidata dall’agricoltura degli Anni 60, l’antidoto favorito a cinque decenni di una dottrina di aiuti al «contadino felice», deve essere sostituita con una strategia di sviluppo agro-alimentare dove i politici, i donatori e gli imprenditori hanno come obiettivo l’intera catena di produttività per favorire il passaggio dai prodotti grezzi ai prodotti lavorati, agro-industriali, ad alto valore aggiunto.

La buona notizia è che dagli Anni 90, il numero dei Paesi poveri in Africa è sceso dal 35 a 21, e il numero di economie convergenti è aumentato da due a 17. Ma 13 di questi ultimi dipendono dalle esportazioni di petrolio (Angola, Ciad, Guinea Equatoriale, Nigeria e Sudan), o dalle esportazioni di minerali (Botswana, Ghana, Mozambico, Namibia, Sierra Leone, Sud Africa e Tanzania). Inoltre, le nuove realtà della crisi economica globale iniziata nel 2008 suggeriscono che il flusso di capitali, aiuti e finanziamenti degli ultimi cinquant’anni non continuerà. Ma è anche chiaro che entro il 2030, i mercati emergenti di oggi rappresenteranno il 60% del Pil mondiale e il 40% della spesa dei consumatori globali.

Può riuscire l’Africa a ritagliarsi un ruolo nell’economia globale per produrre e vendere prodotti finiti, cibi e prodotti agricoli elaborati? Può il continente rompere il percorso Nord-Sud degli scambi e delle materie prime e inaugurare un modello con triangolazione Sud-Nord-Sud, basato su prodotti di pregio?

Lavorare con i maggiori esperti come Tony Hawkins della Graduate School of Business dell’Università dello Zimbabwe, l’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale dell’Onu ha formulato una tabella di marcia per accelerare la rivoluzione agroalimentare dell’Africa. Chiede di migliorare la produttività dell’agricoltura potenziando le catene di fornitura, sfruttando la domanda locale, regionale e internazionale, aumentando lo sforzo tecnologico e la capacità d’innovazione, promuovendo il finanziamento efficace e innovativo; stimolando la partecipazione dei privati e migliorare le infrastrutture e l’accesso all’energia.

Una strategia di sviluppo agro-alimentare incentrata sul maggior valore di vendita e sulla crescita della produttività su tutta la catena produttiva rappresenta una delle migliori opportunità per una rapida e ben fondata crescita economica e per la creazione di ricchezza in Africa. Per i piccoli agricoltori può anche essere uno dei pochi percorsi locali per uscire dalla povertà. L’Africa nelle aree rurali ha un’attività e capacità di trasformazione dei prodotti agricoli ancora limitata. Come risultato, i Paesi sub-sahariani hanno fino al 40% di perdite post-raccolto, in particolare per beni deperibili come frutta e verdura. In altre parole, quasi la metà di ciò che è prodotto nelle fattorie in Africa marcisce lì, mentre la grande maggioranza della popolazione va a letto affamata.

L’uso medio di fertilizzanti chimici nell’Africa sub-sahariana è di 12,5 chilogrammi per ettaro di terreno coltivabile, rispetto alla media mondiale di 102 kg/ettaro. Allo stesso modo il settore agricolo è sotto-capitalizzato, con livelli estremamente bassi di meccanizzazione: una media di 13 trattori per 100 chilometri quadrati rispetto ai 129 per chilometro quadrato in Asia meridionale. Solo il 10% del potenziale idroelettrico dell’Africa è sfruttato, rispetto al 70-80% nei Paesi Ocse.

Entro il 2030, oltre il 50% dei 1,4 miliardi di abitanti dell’Africa vivranno nelle città. L’urbanizzazione porta con sé delle opportunità, perché la domanda dei consumatori si sposterà probabilmente su prodotti alimentari trasformati di maggior pregio, tra cui frutta, verdura, oli vegetali, pesce e latticini. Grazie al marketing sapiente, una società indonesiana ha convinto milioni di nigeriani in soli cinque anni a consumare noodle confezionati, conosciuti come Indomie, invece del popolare prodotto a base di cassava chiamato Garri.

Non c’è alcuna ragione immutabile per cui i Paesi - e le aziende – africani non possano fare la stessa cosa. Ma ciò richiede l’adozione di un nuovo mantra per eliminare la povertà e la fame e creare la ricchezza: dal cacao al cioccolato, dal cotone ai vestiti e dalla bauxite all’alluminio.
*Direttore generale delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido) ed editore di una nuova pubblicazione «Agribusiness for Africa’s Prosperity»
Copyright: Project Syndicate, 2011 www.project-syndicate.org

[TRADUZIONE DI CARLA RESCHIA]

Fonte :la stampa

mercoledì 19 ottobre 2011

alto costo del cibo, basso costo della vita umana

Alto costo del cibo, basso costo della vita umana
di Gian Luca Mazzella,da "il fatto quotidiano"
Due giorni fa, la Giornata mondiale dell’alimentazione 2011 ha avuto come tema “i prezzi degli alimenti – dalla crisi alla stabilità”. Il tema era già stato esaminato nell’ultimo “rapporto sulla Fame nel mondo”, uscito una settimana fa e curato dalla Fao (l’Organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), dall’Ifad (il Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo) ed dal Pam (il Programma alimentare mondiale).

La situazione è catastrofica: il costo del cibo, che ha avuto la tendenza a diminuire dal 1960 fino al 2002, nonostante la rapida crescita demografica (la popolazione mondiale è raddoppiata fra il 1960 e il 2000), ha poi avuto una tendenza opposta. E, negli ultimi anni un’impennata.

Fra il 2005 e il 2008, i prezzi mondiali degli alimenti di base hanno raggiunto i livelli più alti da 30 anni a questa parte. Negli ultimi 18 mesi del periodo considerato, il prezzo del mais è aumentato del 74% mentre quello del riso è quasi triplicato, con un incremento complessivo del 166%.  Sono scoppiate rivolte del pane in più di 20 paesi. Ma, dopo il picco registrato a giugno 2008, i prezzi hanno fatto registrare un nuovo calo (del 33% in sei mesi), soprattutto a seguito di una vasta crisi finanziaria e bancaria che ha fatto sprofondare l’economia globale nella recessione. La contrazione però è stata di breve durata. Nel 2010 i prezzi dei cereali hanno subito un’impennata del 50% e hanno continuato ad aumentare nel 2011, prima di registrare una lieve flessione nel secondo trimestre di quest’anno…. non è possibile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi”.

Insomma c’è una tendenza alla “volatilità” (termine tecnico quasi eufemistico per parlare di fluttuazione) dei prezzi degli alimenti. Comunque, lo avevamo già scritto, nel prossimo decennio i prezzi dei cereali e quelli della carne aumenteranno in media rispettivamente del 20% e del 30%.

Le fluttuazioni dei prezzi, in particolare quelle al rialzo, rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo. I più colpiti sono i poveri. Secondo la Banca mondiale, nel biennio 2010-2011 l’aumento dei costi degli alimenti ha spinto quasi 70 milioni di persone nella povertà estrema.  A livello di paesi importatori netti di prodotti alimentari, le impennate dei prezzi possono danneggiare i paesi poveri  aumentando i costi per importare il cibo destinato alla popolazione. Nel 2010, i paesi a basso reddito con deficit alimentare hanno speso la cifra record di 164 miliardi di dollari per importare alimenti; il 20% in più rispetto all’anno precedente. A livello individuale, quando i prezzi degli alimenti aumentano, le persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno sono costrette a saltare un pasto. Anche gli agricoltori sono vittime di questo fenomeno perché hanno assolutamente bisogno di prevedere, a mesi di distanza, il prezzo che raggiungeranno le coltivazioni al momento del raccolto. Se si prevedono prezzi elevati, piantano di più. Se si prevedono prezzi bassi, piantano meno, tagliando così i costi”.

Al prossimo G20 s’intende cercare misure comuni per ridare stabilità ai prezzi degli alimenti. Ossia perlopiù sovvenzioni. Difatti la riduzione delle sovvenzioni dei paesi Ocse all’agricoltura (-43% negli ultimi 30 anni) sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, è considerata la causa principale dei problemi attuali. In pratica la sovrabbondanza di cibo che si è avuta per decenni, nell’emisfero occidentale, è stata garantita dai numerosi finanziamenti all’agricoltura. “Il 98% di chi soffre la fame vive nei paesi in via di sviluppo dove la produzione alimentare deve raddoppiare entro il 2050 per nutrire una popolazione in aumento. Ovviamente l’aumento dei prezzi è dovuto anche alle speculazioni. Oltre che alle situazioni di crisi o siccità/inondazioni, per nulla mitigate dal riscaldamento globale e dal cambiamento climatico, alla crescita demografica già menzionata, e alla politiche cosiddette “discorsive” atte a favorire la bioenergia, quindi legando l’agricoltura al mercato energetico: ogni turbamento dell’ultimo si ripercuote sui prezzi degli alimenti.

Carlo Petrini (il fondatore di Slow Food), ieri all’Ara Pacis di Roma, ha commentato “È una questione di volontà politica. Basterebbe anche soltanto qualche rinuncia, meno colonialismo economico e culturale. Mai nella storia dell’uomo abbiamo avuto così tanta quantità di cibo a disposizione per l’umanità e mai come adesso abbiamo sprecato così tanto. Secondo i dati di Last Minute Market sprechiamo 20 milioni di tonnellate di cibo ogni anno, solo nel nostro Paese. Più del 40% della produzione alimentare nel mondo è sprecata.  Lo spreco di fronte alla fame è la vera anomalia dei nostri tempi, figlia di un modo di intendere l’economia sbagliato e obsoleto che crede nella possibilità di una crescita infinita, andando contro le leggi della natura, le cui risorse sono rinnovabili solo a patto di rispettarne i ritmi… È quanto mai urgente cambiare il sistema di produzione e distribuzione, recuperando la capacità delle comunità locali di produrre il proprio cibo in modo sostenibile, di selezionare e moltiplicare le proprie sementi, di diversificare le colture.  Le agricolture locali e la biodiversità sono stata distrutte, e quando se ne parla vengono considerate un qualcosa di nicchia! A Mali si fa colazione con Nescafé e latte condensato, con burro danese, e marmellate europee piene di coloranti. Bisogna portare le strutture e le strade ai paesi africani, non derrate alimentari preda di speculazioni.  Dobbiamo difendere il diritto dei giovani di tornare alla terra,  in Africa ma pure in Italia, dove la situazione agricola è drammatica. Dobbiamo difendere la terra coltivabile in qualsiasi parte del pianeta. Il land grabing non è solo in Africa, dove non c’è catasto e i governi vendono terreni alle multinazionali. Stiamo perdendo spazi sterminati di produzione pure in Italia, prima con le cementificazioni, e ora con le biomasse e coi pannelli solari: quei campi fra qualche anno saranno aridi. Stiamo generando aridità”.

mercoledì 5 ottobre 2011

Il Sud che lavora, produce e muore...in nero!!

PUGLIA
Barletta, operaie in «nero»
morte per 3,95 euro l'ora
Confezionavano magliette e tute da ginnastica. E guadagnavano meno di 4 euro all’ora. Matilde Doronzo, 32 anni, Giovanna Sardaro, 30 anni, Antonella Zaza, 36 anni e Tina Ceci, 37 anni, le quattro operaie morte nel crollo della palazzina di Barletta, lavoravano in nero dalle 8 alle 14 ore al giorno. Lo raccontano, tra le lacrime, i parenti delle donne. L’orario variava a seconda del lavoro che c’era da fare: «Avevano ferie e tredicesima pagate, ma senza contratto. Lavoravano per pagare affitti, mutui, benzina. Lavoravano per poter vivere. Anzi, sopravvivere».

Storie che s’intrecciano con chi è scampato al disastro. Gennaro Antonucci, indossa una maglietta nera regalata da alcuni conoscenti. E quando parla, non riesce a trattenere la rabbia. Grida. Ricorda ad alta voce l’odissea della famiglia che abitava al secondo piano della palazzina. Al civico 52. Della casa è rimasta in piedi solo una parete con il quadro della Madonna dello Sterpeto, la protettrice di Barletta. «È Lei che ha salvato mia figlia, Manuela». La donna, al quinto mese di gravidanza, è stata la prima ad essrere liberata dai soccorritori. Ora è in ospedale sotto osservazione.

Gennaro incalza. Le sue parole rappresentano un vero e proprio atto di accusa: «Quelle crepe ci mettevano paura. Venerdì sono venuti i tecnici e hanno detto che avrebbero scritto un’ordinanza. Bisognava decidere sullo sgombero o sul puntellamento dell’edificio. Intanto l’impresa era al lavoro, con un escavatore, una pala meccanica».

Lunedì, nuova richiesta di sopralluogo: «Le crepe si erano allargate. Abbiamo fatto chiamare dall’avvocato i responsabili dell’impresa e 15 minuti prima del crollo hanno detto a mia moglie e a mio cognato che non c’era pericolo». I lavori in corso riguardavano un’area attigua allo stabile crollato nella quale c’era il rudere di una vecchia costruzione, la cui demolizione era cominciata circa un anno fa per poi essere sospesa per problemi lamentati sia dai proprietari della palazzina crollata sia dal proprietario di una pescheria. I lavori in quell’area erano ripresi una settimana fa. «Quando il palazzo è crollato - sibila ancora Gennaro –  stavano lavorando».

Barletta, attonita, s’interroga. Barletta vuole capire. La pensa così anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica ha scritto un messaggio al sindaco: «L’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure, laddove si vive e si lavora, impone l’accertamento rigoroso delle cause e delle responsabilità». Parole dure, severe. Che spostano l’attenzione sull’attività della Procura di Trani, impegnata a fare chiarezza, in tempi brevi, sull’accaduto. Le indagini, affidate al pm Giuseppe Maralfa, si muovono su due direzioni: da un lato condurre accertamenti sullo stato del palazzo crollato e su quello che doveva essere costruito nel vuoto a fianco, dall’altro accertare le condizioni dell’attività del maglificio sottostante.

Il procuratore capo, Carlo Maria Capristo, ha tra l’altro confermato la “richiesta di attenzione” da parte del Comune per la palazzina sbriciolata e ha ribadito la necessità di capire come il laboratorio «si trovasse lì, se è tutto in regola, cercando di approfondire il rapporto tra le giovani donne che hanno trovato la morte e il datore di lavoro».  Al momento non risultano persone iscritte nel registro degli indagati, mentre sono iniziati i primi interrogatori dei proprietari degli appartamenti.

Capristo ha detto infine che a Barletta «sono state segnalate altre situazioni a rischio su altri palazzi. Ho disposto che si formi una task force per la valutazione di questi immobili nei paraggi dell’area dove è avvenuto il crollo e fuori dalla zona del centro storico. Situazioni a rischio che ci siamo ripromessi di monitorare con attenzione». Gaetano Campione

L'ARCIVESCOVO PICCHIERRI: «QUELLE MANCANZE GRAVI RICHIAMO ALLE COSCIENZE»
sul posto della tragedia lunedì pomeriggio quando un giovane mi è venuto incontro, mi ha abbracciato in lacrime e mi ha ripetuto tante volte: non deve morire, non deve morire! Era afflitto perché temeva per la sorte della persona amata rimasta sotto le macerie». Con commozione, monsignor Giovan Battista Pichierri, arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, ricorda le fasi immediatamente successive al crollo del palazzo di Barletta. «Credo che in una circostanza come questa – aggiunge il presule – occorra dare un segnale alle coscienze, un richiamo alle responsabilità a fronte di mancanze gravissime che saranno accertate dalla magistratura. Al tempo stesso – spiega ancora Pichierri –, non possiamo fare a meno di guardare alla speranza; una speranza che poggia sulla preghiera e sull’ascolto della Parola di Dio e che si è fatta solidarietà, soccorso alla vita, aiuto, coraggio, nell’opera delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco ma anche dei tanti volontari, in gran parte giovani, che si sono prodigati per sottrarre alla morte giovani esistenze». Tutta la Chiesa locale si è unita in preghiera subito dopo aver appreso dei fatti di Barletta. Lo stesso arcivescovo ha voluto celebrare la Messa a pochi passi dal luogo dell’evento, nella chiesa dell’Immacolata di Barletta. La consueta processione della festa di San Francesco, inoltre, è stata annullata. «Non ci sono parole umane che possono consolare – precisa il pastore –, specie in una simile circostanza. Specie quando due tecnici comunali visitano la struttura smentendo paure e "allarmismi" proprio poche ore prima del crollo. Ecco perché occorre perseguire le responsabilità; anche per evitare che in futuro casi del genere si ripetano». di Vito Salinaro, da "Avvenire"

 

mercoledì 28 settembre 2011

Il Sud verso lo "tsumani demografico".

I NUMERI


nei prossimi anni emigrerà un giovane su 4

L'allarme del Rapporto Svimez 2011: nel Mezzogiorno la disoccupazione reale al 25% alimenta le partenze e nel 2050 quasi un abitante su cinque avrà più di 75 anni. La fuga dalle città colpisce soprattutto Napoli, Palermo, Bari e Caserta. Il 45% di chi va via ha laurea o diploma

di FLAVIO BINI, da "Repubblica"



La protesta dei dipendenti Fiat di Termini Imerese a Roma. Lo stabilimento interromperà la produzione a dicembre

ROMA - Il Mezzogiorno si allontana dall'Italia: riparte l'emigrazione, il tasso di disoccupazione reale è del 25%, meno di un giovane su tre ha un lavoro e tre donne su quattro stanno a casa. E' questo il quadro drammatico che emerge dal rapporto Svimez 2011 sulle regioni del Sud; il ritratto di una fetta d'Italia a rischio "tsunami demografico", come denuncia Svimez (associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno), che nel 2050 vedrà gli over 75 crescere di dieci punti percentuali e i giovani scendere da 7 a meno di 5 milioni e del 25% già entro i prossimi vent'anni.



Il fenomeno, rileva il rapporto, provocherà un'inversione nella composizione della società, con il Centro-Nord che diventa più "giovane" del Mezzogiorno. La scarsa natalità, l'assenza di lavoro che causa bassa attrazione di stranieri e massiccia emigrazione verso il Centro-Nord e l'estero, rischiano insomma di trasformare il Mezzogiorno da qui ai prossimi 40 anni in un'area spopolata, sempre più anziana e dipendente dal resto del Paese.



Economia ferma. Il rapporto analizza l'andamento del Pil, rilevando una crescita dello 0,2% nel 2010 a fronte del tracollo (-4,5%) del 2009. La ripresa c'è stata, dunque, ma un punto e mezzo al di sotto delle regioni del Centro-Nord (+1,7%). Va anche peggio se si guarda al medio periodo: negli ultimi dieci anni (dal 2001 al 2010), il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa dello 0,3%, mentre il Centro-Nord è cresciuto del 3,5%, a riprova del perdurante divario di sviluppo tra le due aree.



Abruzzo la più ricca, Campania la più povera. In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno è passato dal 58,8% del valore del Centro-Nord nel 2009 al 58,5% del 2010. Tra le più ricche nell'area meridionale si posiziona l'Abruzzo, con un pil pro capite di 21.574 euro, inferiore comunque di circa 2.200 euro rispetto all'Umbria, la regione più "debole" del Centro-Nord. Seguono il Molise (19.804), la Sardegna (19.552), la Basilicata (18.021 euro), la Sicilia (17.488), la Calabria (16.657) e la Puglia (16.932). La regione più povera è la Campania, con 16.372 euro.



Due giovani su tre senza lavoro. I numeri della disoccupazione sono impietosi. Dei 533mila posti di lavoro persi in Italia tra il 2008 e il 2010, ben 281mila sono nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presenti meno del 30% degli occupati italiani, si concentra il 60% delle perdite di lavoro causate dalla crisi. Incide in questa area, più che altrove, il crollo dell'occupazione industriale (-120mila addetti, che vuol dire quasi il 15% di calo, il 20% in Campania).



Se i padri vengono espulsi dal mondo del lavoro, i figli non riescono neppure ad entrarvi. Il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è sceso nel 2010 al 31,7% (nel 2009 era del 33,3%): praticamente, meno di un giovane su tre ha un impiego. Condizione drammatica anche per le giovani donne, il cui tasso di occupazione nel 2010 ha toccato quota 23,3%, 25 punti in meno rispetto al Nord del Paese (56,5%): di fatto, tre su quattro non hanno lavoro.



Il peso della manovra. Brutte notizie per il Meridione arrivano anche dalla manovra di bilancio. Secondo Svimez, l'effetto cumulato delle manovre 2010 e 2011 dovrebbe pesare in termini di quota sul pil 6,4 punti al Sud (di cui 1,1 punti nel 2011, ben 3,2 punti nel 2012, 2,1 nel 2013) e 4,8 punti sul Pil del Nord (1 nel 2011, 2,4 nel 2102, 1,4 nel 2013). Per quanto riguarda gli incrementi delle entrate, il 76% si realizzerebbe al Centro-Nord e il 24% al Sud, ricalcando così il peso delle diverse aree in termini di produzione della ricchezza.



La fuga dal deserto - Dal 2000 al 2009, segnala il Rapporto, quasi 600mila uomini e donne sono emigrati dal Meridione. Nel 2009 sono partiti in direzione del Centro-Nord circa 109mila abitanti delle regioni del Sud: in testa la Campania (33.800 partenze), seguita da Sicilia (23.700), Puglia (19.600) e Calabria (14.200). I protagonisti di questa fuga dal deserto del lavoro sono soprattutto uomini, il 21% è laureato (la percentuale sale al 54% se si considerano i diplomati) e la meta preferita (un migrante su 4 nel 2009) è stata la Lombardia. Il Lazio è invece ancora il polo d'attrazione principale per abruzzesi, molisani e campani.



Città svuotate, città in crescita. Tornando al dato decennale (2000-2009), delle 583mila persone che hanno abbandonato il Mezzogiorno ben 108 mila sono partite dalla città di Napoli. L'esodo è stato molto rilevante anche da Palermo (-29mila), Bari e Caserta (-15mila), Catania e Foggia (-10mila). Colpiti anche Torre del Greco (-19mila), Nola ed Aversa (-11mila) e Taranto (-13mila). Di riflesso sono cresciute Roma (+66mila), Milano (+50mila), Bologna (+31mila), Reggio Emilia, Parma e Modena (+13mila), Bergamo e Torino (+11mila), Firenze e Verona (+10mila).



La pausa della crisi. Nel biennio 2009-2010, quando la crisi ha colpito il tessuto industriale del Nord e provocato licenziamenti e ricorso massiccio alla cassa integrazione, le partenze di massa dal Sud hanno avuto una pausa. In quei due anni, i "pendolari di lungo raggio" da Sud a Nord si sono ridotti del 22,7%; circa 40mila in meno del 2008. Tra questi emigrati, pur diminuiti in valori assoluti, è cresciuta però la componente laureata (dal 2004 sono stati il 6% in più del totale), a testimonianza dell'incapacità del Mezzogiorno di assorbire personale qualificato. I laureati emigrano soprattutto da Molise (27,8% del totale), Abruzzo (26,6%) e Puglia (24,8%).



Uno su 4 in partenza. Nel dettaglio, secondo Svimez, nei prossimi venti anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro, mentre nel Centro-Nord oltre un giovane su cinque sarà straniero. Nel 2050 gli under 30 al Sud passeranno dagli attuali 7 milioni a meno di 5, mentre nel Centro-Nord saranno sopra gli 11 milioni. A quella data, inoltre, ci sarà il sorpasso: la quota di over 75 sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall'attuale 8,3% al 18,4% nel 2050, superando il Centro-Nord dove raggiungerà il 16,5%.



Le proposte. Dai numeri, lo Svimez passa poi alle proposte. Per rilanciare il Mezzogiorno e il Paese è più che mai urgente - rileva il rapporto - la realizzazione di grandi infrastrutture di trasporto, per colmare i deficit infrastrutturali dello sviluppo logistico, potenziando i nodi di scambio e intermodali, e le iniziative di sviluppo produttivo collegate, per sfruttare le potenzialità del Mezzogiorno nel Mediterraneo. La Svimez stima un costo di 60,7 miliardi di euro, di cui 18 miliardi già disponibili e 42,3 da reperire, da dedicare al potenziamento dell'autostrada Salerno - Reggio Calabria e della statale "Jonica"; la realizzazione di nuove tratte interne alla Sicilia; l'estensione dell'alta capacità (se non dell'alta velocità) nel tratto ferroviario Salerno- Reggio Calabria-Palermo-Catania; il nuovo asse ferroviario Napoli- Bari; infine, il ponte sullo Stretto.



Secondo Svimez, ci sono alcune aree che mostrano potenzialità di sviluppo come filiere territoriali logistiche rivolte "all'internazionalizzazione delle produzioni ed alla maggiore apertura ai mercati esteri": area vasta dell'Abruzzo meridionale; area vasta del basso Lazio e dell'alto Casertano; area vasta Torrese-Stabiese; area vasta pugliese Bari-Taranto-Brindisi; area vasta della Piana di Sibari; area vasta Catanese (Sicilia orientale); area vasta della Sardegna settentrionale.





venerdì 23 settembre 2011

I dannati della terra



Si chiama "land grabbing", è l'acquisto a tappe forzate di terre fertili, soprattutto in Africa, ai danni delle popolazioni locali. La denuncia di Oxfam.

22/09/2011

Contadini dell'Uganda cacciati dalla propria terra.I grandi gruppi finanziari mondiali si stanno muovendo per accaparrarsi grandi estensioni di terra nei Paesi più poveri. Un po' come, dopo aver disboscato in casa propria, è partita la corsa alle foreste dell'Africa, ora in quel continente Cina ed Europa fanno shopping di terreni agricoli.







Sono 227 milioni gli ettari di terra venduti, affittati o concessi in uso in tutto il mondo dal 2001: una superficie equivalente all’Europa nord-occidentale. Il rapporto La nuova corsa all’oro, diffuso oggi da Oxfam, stima le dimensioni mondiali del fenomeno detto land grabbing, svelando la scarsa trasparenza e la segretezza che circondano tali compravendite di terra. Su circa 1.100 accordi relativi all’acquisizione di 67 milioni di ettari, si è scoperto che il 50% delle compravendite è avvenuto in Africa e copre un’area pari quasi alla superficie della Germania.





L’espandersi del fenomeno, avverte Oxfam, mette in pericolo le comunità più povere, che perdono case e mezzi di sostentamento – a volte a seguito di violenze – senza essere consultate, risarcite e senza avere mezzi per fare ricorso. ”Il numero senza precedenti delle compravendite e la crescente competizione per la terra sta avvenendo sulla pelle dei più poveri del mondo. In questa nuova corsa all’oro, gli investitori ignorano i diritti delle comunità locali le cui economie si fondano sulla terra”, dichiara Francesco Petrelli, presidente di Oxfam Italia. “Lo scandalo è che l’80% delle terre accaparrate rimane inutilizzato. Questa nuova corsa all’oro si intensificherà nel futuro, a causa della crescente domanda di cibo, dei cambiamenti climatici, della scarsità d’acqua e dell’incremento della produzione di biocarburanti che sottrae migliaia di ettari alla produzione di cibo”.





Tutti gli indicatori economici fanno prevedere un’accelerazione della corsa alla terra nei prossimi anni. Basti pensare che quasi tre miliardi di persone vivono in regioni dove la domanda di acqua supera l’offerta. Il Corno d’Africa, ad esempio, è colpito dalla peggiore crisi alimentare degli ultimi 60 anni. Più di 12 milioni di persone sono a rischio in Somalia, Etiopia e Kenya: le prime vittime dei cambiamenti climatici. Oltre 1.300 persone al giorno, la maggior parte bambini, arrivano stremate dopo settimane di cammino al campo rifugiati di Dadaab nel Kenya orientale, vicino al confine con la Somalia. E’ il campo rifugiati più grande del mondo e accoglie oggi circa 400mila persone, sebbene sia stato costruito per ospitarne 90mila. Oxfam Italia ha lanciato una raccolta fondi, alla quale si può contribuire con un sms al 45592.





L’economia globale, inoltre, triplicherà le sue dimensioni entro il 2050 con una domanda crescente di risorse naturali. L’olio di palma è il più consumato al mondo ed è utilizzato in circa metà del cibo confezionato e dei prodotti per l’igiene. Si prevede che la sua produzione raddoppi entro il 2050, incrementando le aree coltivate di 24 milioni di ettari, sei volte la superficie dell’Olanda. La crescente domanda sul mercato internazionale di olio di palma sta portando alla distruzione delle torbiere e foreste pluviali indonesiane: una rapina nei confronti del pianeta e anche di chi vive nei Paesi poveri.





Tra i casi di land grabbing denunciati da Oxfam in Africa, Asia ed America Latina basti citare la situazione in Uganda, dove almeno 22.500 persone hanno perso casa e terra in seguito all’espropriazione subita per mano della New Forest Company (Nfc), un’azienda britannica specializzata nella produzione di legname. Molte persone sarebbero state allontanate con la forza, rimanendo senza mezzi di sostentamento e la possibilità di mandare i figli a scuola. Ci sono state ordinanze del tribunale contro la Nfc e testimoni oculari hanno riferito che i dipendenti dell'azienda hanno preso parte essi stessi ad alcuni espropri. Tuttavia, la Nfc nega di essere coinvolta.





di Gabriele Salari, da "Famiglia Cristiana".





sabato 30 luglio 2011

Il lato B / Con il 30% dei laureati under 34 inattivo nel Sud d'Italia il talento è in default. ..da brivido anche i dati sulla meglio gioventù dell'Italia meridionale diffusi ieri da Svimez come anticipazione del Rapporto sull'economia del Mezzogiorno in uscita a settembre. Due giovani del Sud su tre non hanno un lavoro. Sulla sponda italiana del Mediterraneo, il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) nel 2010 era 31,7% , in calo dal 33,3% che era il dato medio del 2009. Per le ragazze si sprofonda addirittura al 23,3%.
Fonte : il sole 24 ore

 
Il Sud del lavoro impossibile è lontano 25 punti dal Nord Italia (56,5%). Ma soprattutto preoccupa, e fa parlare Svimez di "spreco generazionale inaccettabile", il dato che vede in crescita nelle Regioni meridionali la quota dei giovani Nè-nè o giovani Neet (Not in education, employment or training) con alto livello di istruzione. Oltre il 30% dei laureati del Mezzogiorno under 34 è inattivo, dice lo studio, e così quasi un terzo dei diplomati . I ragazzi meridionali con un titolo di studio universitario in tasca ma rimasti fuori dal sistema formativo e del mercato del lavoro sono circa 167 mila. Peggio di tutti stanno quelli di loro che vivono in Basilicata e in Calabria. Come dire che il talento, gli investimenti personali e collettivi sulla formazione e il futuro di una generazione, in mezza Italia sono in default. Ma non in solo i loro.

Un paio di mesi orsono, parlando ma dell'Italia under30 in blocco, non soltanto dei giovani del Mezzogiorno, il direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni ricordava come, nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni, il tasso di disoccupazione nazionale nel 2010 (20,2 % ) fosse quasi 4 punti in più della media europea e addirittura 11 punti in più che in Germania. Risultava occupato, osservava il banchiere, solo il 35 per cento degli italiani in età tra i 15 e i 29 anni, cioè poco meno della metà della media nell’Unione Europea, mentre in Germania lavorava il 57 % dei loro coetanei.

Un mese fa , invece, era stata l 'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa a lanciare l'allarme Neet. Il livello medio d'istruzione dei giovani europei non è mai stato così alto, eppure uno su cinque non riesce a trovare lavoro e il tasso di disoccupazione è il doppio rispetto a quello del resto della popolazione in età lavorativa. Il principio vale anche per Austria, Germania, Paesi Bassi e Norvegia, dove però il tasso di disoccupazione giovanile si è mantenuto sotto il 10%.

Dove ha origine lo sprofondo che separa le percentuali dei Paesi virtuosi e quel 30% di inattivi del nostro Sud denunciati da Svimez ? Nel divario di sviluppo e ricchezza, certo. Nel gap dell'offerta e della qualità della formazione, è ovvio. Nella difficoltà, puntualmente segnalata, dell' incontro tra i profili disponibili e quelli che le aziende cercano, anche.

Ma lo sbilanciamento aumenta e, come paventa il Rapporto, è a rischio di non ritorno, là dove la pratica della raccomandazione e l'introduzione socio- familiare sono più radicate. E contano di più, o anche tutto, del merito e delle competenze, che invece non pesano niente. I giovani lavorano (e più talenti hanno da spendere, non solo quelli attestati dal pezzo di carta, prima e meglio si inseriscono perchè le aziende li riconoscono e li premiano) dove la legalità non è un argomento rituale e il lavoro sommerso e l'evasione dei contributi scontano lo stigma sociale generalizzato. Il prodotto delle politiche giovanili, infine, non sono sportelli deserti e musica rock. In questo l'Italia ha il suo Sud, ma è a sua volta il Sud d'Europa.



lunedì 20 giugno 2011

La giornata dei rifugiati in fuga verso salvezza e libertà


di Riccardo Noury, dal "Corriere".


Oggi, 20 giugno, è la Giornata internazionale dei rifugiati. Una giornata nella quale la comunità internazionale dovrebbe riaffermare un impegno verso i diritti di persone che sono costrette a lasciare le loro case per fuggire dalla persecuzione e dai conflitti e rischiano la loro vita in cerca di salvezza e libertà.



Ershidin Israil, questa giornata, la trascorre in carcere. Il 30 maggio questo insegnante uiguro, che si era rifugiato in Kazakistan dopo aver denunciato la morte a seguito di tortura di un detenuto, è stato riconsegnato alle autorità cinesi, che l’hanno immediatamente arrestato per “terrorismo”. E questo non è un caso isolato, visto che la Cina, negli ultimi 10 anni, ha esercitato pressioni costanti sugli stati dell’ex spazio sovietico in Asia centrale per farsi riconsegnare oppositori e attivisti dello Xinjiang.



Le autorità del Kazakistan hanno fatto carta straccia di un principio fondamentale, quello di “non refoulement” o non respingimento, che è l’architrave del sistema di protezione internazionale: non si rimpatria chi, al rientro nel paese di origine, rischierebbe di subire violazioni dei diritti umani.



Il disprezzo nei confronti del diritto internazionale dei rifugiati, nei rapporti tra gli “stan” centroasiatici e la Cina, è palese e non è neanche mascherato da qualche giustificazione. Del resto, a parte le organizzazioni per i diritti umani, nessuno protesta.



Percorriamo la carta geografica e avviciniamoci dalle nostre parti. Il 15 giugno un richiedente asilo tamil ha tentato il suicidio dopo aver ricevuto una telefonata minatoria dal suo paese di origine, lo Sri Lanka. Si trovava a Londra, in attesa di venir rimpatriato, insieme ad altri connazionali in maggioranza della medesima etnia. Venerdì 17, nonostante tre giorni prima Channel 4 avesse trasmesso un agghiacciante documentario sui crimini di guerra commessi nella fase conclusiva della guerra civile nell’isola, da London Gatwick è partito un aereo con 26 richiedenti asilo respinti, destinazione probabile il carcere e la tortura. Come accaduto in passato in casi del genere, appena atterrati all’aeroporto internazionale di Colombo, la polizia dello Sri Lanka li ha portati via per interrogatori.



La scelta di Londra è in linea con quella di un continente, l’Europa, che dopo aver vissuto la crisi dei rifugiati della Seconda guerra mondiale e aver dato vita al sistema di protezione internazionale dei rifugiati, ha scelto nell’ultimo decennio di eroderlo progressivamente. Le politiche di sicurezza adottate all’indomani dell’11 settembre 2011 sono state utilizzate come una clava per mettere in un angolo politiche sensibili. La fabbrica della paura ha prodotto linguaggi ansiogeni, atteggiamenti di rifiuto, slogan apodittici (“Aiutiamoli a casa loro”) o semplicemente urla (“Li ospiti a casa sua, allora!”). Mostrarsi duri nei confronti dei rifugiati e dei migranti, additarli come responsabili dell’aumento del crimine, degli allarmi sanitari o della crisi economica, è diventato una strategia di ricerca del consenso.



In nome del “non possiamo accoglierli tutti”, ne è derivato un modello di cooperazione mediterranea il cui obiettivo è, in sintesi, non accoglierne nessuno. Spagna e Marocco, Francia e Tunisia, Italia e Libia: ognuno ha individuato il partner più idoneo per sottoscrivere accordi in tema di controllo dei flussi di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. A monte di questo, l’Unione europea ha sostenuto e finanziato politiche di controllo sull’immigrazione contrarie ai diritti umani.



Era appena lo scorso ottobre quando la Commissione europea sottoscriveva con la Libia un’agenda di cooperazione sulla “gestione dei flussi migratori” e il “controllo della frontiera”, dando in cambio a Tripoli 50 milioni di euro fino al 2013. La Libia di Gheddafi, dove per anni i rifugiati e i migranti sono stati detenuti in condizioni disumane, spesso sottoposti a torture e lasciati in balia del rischio di essere rinviati nei paesi di origine, incontro a nuove persecuzioni, era ancora un partner affidabile e strategico.



Qualche mese dopo, ecco i governi europei esprimere oltraggio per le violazioni dei diritti umani e gli attacchi contro i civili da parte del regime libico e prodursi in una piroetta armata. A piroetta in corso, si cercano autorità con cui firmare i nuovi accordi sul contrasto dell’immigrazione. A quanto pare, a Tunisi e a Bengasi, sono state già trovate, nuove e immacolate. Sono state chieste loro garanzie sui diritti umani? Saranno in grado di darle?



Nel mentre, quest’anno già 1400 persone sono morte nel Mediterraneo, mai così pattugliato dal mare e dal cielo come in questo inizio d’anno. Erano persone minacciose, avide, venivano a “rubarci le donne e il lavoro”? No. Quegli “annegati ignoti”, uomini, quelle donne e quei bambini erano stati costretti a lasciare le loro case per fuggire dalla persecuzione e dai conflitti. Hanno rischiato la vita, e l’hanno persa per cercare libertà. Le braccia dei lampedusani che si sono protese in mare per salvare e accogliere, sanno qual è la loro vera storia. Lampedusa, un’isola che non ha mai cessato di credere nei diritti umani anche mentre viveva sulla sua pelle una “crisi umanitaria”.



In questo 20 giugno, oltre a ribadire che l’Unione europea e i suoi stati membri non devono abdicare alla responsabilità di proteggere i diritti dei rifugiati e dei migranti e di soccorrerli quando le loro vite sono in pericolo, non dimentichiamo quelle persone che, dall’Africa del Nord al Medio Oriente, chiedono libertà, diritti, dignità e futuro e non perdono coraggio e ostinazione anche quando l’amico o l’amica accanto, con cui stanno reggendo lo striscione che apre l’ennesima manifestazione, viene freddato da un cecchino.


domenica 12 giugno 2011

IL RACCONTO di RAFFAELLA COSENTINO

Da rivoluzionari a prigionieri


Nell'inferno dei centri d'accoglienza

Il centro di accoglienza di Palazzo San Gervasio

Una giornalista è riuscita ad entrare nell'enorme "gabbia" di Palazzo San Gervasio. Dentro, una sessantina di tunisini in attesa del rimpatrio, vivono in condizioni da reclusi e nessuno, nemmeno i loro avvocati, può visitarli. Dal'interno del campo hanno girato immagini sconvolgenti.
PALAZZO SAN GERVASIO (PZ) - Sembra un'enorme gabbia per uccelli con la rete alta cinque metri, ma dentro, in un ettaro di sterrato e cemento, ci sono 18 tende della protezione civile e 57 tunisini intrappolati in attesa del rimpatrio forzato. Vivono blindati da una recinzione di ferro a maglie molto fitte, in uno spazio ristretto con l'orizzonte che si chiude sul muro di cinta alto tre metri e un altro alle spalle ancora in costruzione che arriva a cinque. Un piccolo quadrato di cemento che nasconde alla vista una delle tante Guantanamo italiane. E' il Centro di identificazione e di espulsione temporaneo di Palazzo San Gervasio (Pz), nato il primo aprile come centro di accoglienza e trasformato in una struttura di reclusione fino al 31 dicembre 2011 con un'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 aprile. Stessa sorte è toccata ad altre due tendopoli a Kinisia, su una pista dismessa dell'aeroporto di Trapani, e a Santa Maria Capua Vetere (Ce).



Isolati nelle campagne lucane al confine con la Puglia, i giovani della rivoluzione dei gelsomini vedono svanire in un incubo il sogno dell'Europa. "Ammar 404" era il nome dato alla censura del dittatore Ben Alì dagli internauti tunisini. 1305 è il numero della circolare interna del Viminale che instaura la censura sui centri per migranti in Italia a partire dal primo aprile, vietandone di fatto l'accesso ai giornalisti "fino a nuova disposizione". In questo momento è più facile entrare in un carcere di massima sicurezza che in una tendopoli. In base alla circolare firmata dal ministro Roberto Maroni anche alcuni parlamentari sono stati respinti senza poter esercitare la prerogativa costituzionale del sindacato ispettivo. E' successo nei due centri di contrada Imbriacola e dell'ex base Loran a Lampedusa ai deputati democratici Andrea Sarubbi e Furio Colombo, presidente del Comitato Diritti Umani della Camera.



A Palazzo San Gervasio è rimasto fuori il capogruppo dell'Italia dei Valori al Senato, Felice Belisario. Mentre le porte si sono aperte per l'arcivescovo di Acerenza Giovanni Ricchiuti. Dopo questi episodi, le prefetture hanno concesso di entrare anche a individui singoli come Parlamentari e consiglieri regionali. Ma non ai giornalisti. Soltanto la prefettura di Potenza ci ha autorizzati a vedere il Cie di Palazzo San Gervasio, dove siamo riusciti a parlare con i reclusi. Nonostante la recinzione di mezzo, siamo riusciti ad avere l'unico video disponibile su questi centri, girato dagli stessi detenuti. Nelle immagini si vedono una rivolta e un tentativo di fuga di massa con persone ferite e agenti in tenuta antisommossa. E' una prova inequivocabile che la tensione è alle stelle e rischiano di scoppiare nuovi disordini.



Come quelli che l'8 giugno hanno portato alla chiusura e al sequestro del Cie casertano nell'ex caserma Andolfato, devastato da un incendio negli scontri fra polizia e migranti. Scioperi della fame, persone che ingoiano pezzi di vetro o si tagliano le vene: le proteste estreme dei reclusi nei Cie lanciano l'allarme su abusi al limite della tortura psicologica. Il gruppo arrivato il 14 maggio con un volo aereo direttamente da Lampedusa a Napoli e poi in autobus fino a Palazzo San Gervasio, era composto di 90 persone. Quelli che mancano all'appello sono riusciti a fuggire. Gli agenti hanno sequestrato le scarpe da tennis ai rimanenti, per impedirgli di arrampicarsi sulla recinzione e lanciarsi nel vuoto alla ricerca della libertà. Adesso i detenuti hanno ai piedi le ciabatte.



La polizia e i gestori di Connecting People ci assicurano che è tutto tranquillo, a parte le lamentele degli 'ospiti' per la mancanza di peperoncino nelle pietanze. I video testimoniano l'esatto contrario. Centri creati sull'onda dell'emergenza in luoghi isolati non consentono la tutela dei più elementari diritti umani e sospendono la Costituzione. Non solo l'articolo 21 sulla libertà di stampa, ma anche l'articolo 24 sul diritto alla difesa. Per un mese i prigionieri di Palazzo San Gervasio hanno chiesto inutilmente di incontrare un avvocato. Anche i difensori devono essere 'autorizzati' per entrare. "Le pratiche di chi ha fatto richiesta sono ferme in prefettura" dice Maria Giovanna Fanelli, responsabile del campo per Connecting people, il noto consorzio che gestisce molti altri centri e ha avuto l'appalto per questo campo senza bando. I reclusi nei Cie hanno diritto a una scheda telefonica a settimana, ma non ci sono le cabine.



"Siamo in attesa dell'ok della questura" si giustifica Fanelli. E' saltato anche il diritto di avere un foglio nella propria lingua sulla procedura per chiedere asilo politico."Abbiamo firmato la convenzione pochi giorni fa - spiega la responsabile - non abbiamo avuto tempo di stampare l'informativa, lo diciamo a voce". In passato, il Cie di Palazzo San Gervasio, un'ex fabbrica di laterizi confiscata a un boss, accoglieva i braccianti stranieri della raccolta del pomodoro che ora alloggeranno nei casolari abbandonati. Meno di un anno fa, il comune l'aveva chiuso perché violava le norme igieniche e di sicurezza. Ora per trasferire le persone, adattare la struttura e gestirla spendiamo almeno due milioni di euro. Le cifre sono ufficiose. Quelle ufficiali, in questa ennesima emergenza gestita dalla Protezione civile, non è dato saperle.
Fonte: Repubblica