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mercoledì 5 dicembre 2012

Oltre duemila bambini cercano famiglia


Oltre duemila bambini cercano famiglia
L’allarme di Aibi: “Non lasciamoli soli”


Domani parte la campagna
per sensibilizzare l’opinione pubblica sul gran numero di minori adottabili in attesa di genitori:
Dove sono? Chi sono?
di FLAVIA AMABILE, dalla Stampa

Ci sono circa 2300 minori adottabili oggi in Italia . Perché non sono ancora stati adottati? Dove sono?Chi sono? A queste domande cercherà di dare alcune risposte l’Ai.bi. che domani lancerà la campagna “Non lasciamoli soli”
Secondo i dati riportati nel Quaderno 19 Ricerca Sociale sui minori fuori famiglia l’89% di questi minori è in attesa di adozione (2.052) lo 11% arrivano da precedente adozione fallita (235).

“Perché Maria e Carlo, lei 46 anni e lui 52, sono partiti da due giorni per il Brasile per adottare un minore di 10 anni? Possibile che almeno in una delle banche dati dei 29 Tribunali dei Minori italiani non vi fosse un bambino adottabile di quell’età? - si chiede l’associazione in una nota - Questo è quanto, fino ad oggi, si è comunemente pensato, prima che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti, rendesse noto il 22 Novembre “Il rapporto sulle bambine e bambini temporaneamente fuori della famiglia di origine al 31.12.2010. A quella data, fra i 29.309 minori ospiti delle comunità educative o accolti dalle famiglie affidatarie vi erano ben 2.287 minori che avrebbero potuto essere adottati, di cui 235 provenienti da un precedente fallimento adottivo. Perché dunque Maria e Carlo non sono riusciti ad adottare uno di questi bambini? Possibile che tutti avessero un’ età superiore ai 10 anni?

Il Rapporto degli Innocenti al riguardo è illuminante: l’11% dei minori fuori famiglia ospiti delle comunità educative, ha una età compresa fra 0 e 5 anni, mentre il 17% fra 6 e10 anni. Pertanto fatte le debite proporzioni (e comprendendo anche i minori adottabili accolti da famiglie affidatarie) i minori adottabili in Italia, con meno di 10 anni, sarebbero circa 700! Probabilmente, altro luogo comune circa i minori adottabili residenti in Italia, sarebbero bambini gravemente disabili o affetti da particolari patologie. Anche, in questo caso, il Rapporto fa giustizia: “Poco meno di un bambino su 10 presenta una qualche forma di disabilità certificata. Nel dettaglio il 7% presenta una disabilità psichica, poco più del 2% una disabilità plurima, poco più dell’1% una disabilità fisica e lo 0,4 % una disabilità sensoriale”.” Quindi solo il 10% dei minori adottabili ha una qualche forma di disabilità, cioè nemmeno 230 bambini!

Il problema - sottolinea l’Associazione - è che nessuno sa nulla di questi 2300 bambini perché non esiste una banca dati sui minori nonostante fosse prevista nella legge 149 del 2001. L’Ai.bi ha anche fatto ricorso al Tar del Lazio e fatto condannare il Ministero di Giustizia alla creazione e messa in opera della banca dati sui minori entro il 31 dicembre. Finora non ce n’è traccia ma Marco Griffini, presidnte dell’Ai.bi. si dice fiducioso: “Finalmente per questi 2.300 bambini si apriranno le porte delle speranza. Chiediamo alle famiglie italiane di non lasciarci soli in questa battaglia”. Si sa poi che i 14.781 minori in comunità educative costano 6 volte di più di un minore in affido: 79 € al giorno contro 13€ .Quindi per un totale annuo di 420 milioni contro i 71 dell’affido. Il calcolo - sostiene l’Ai.bi - viene fatto considerando solo il servizio di collocamento. Il risparmio sarebbe di quasi 350 milioni da re-investire in altri servizi per rafforzare l’affido.

Ma non sono gli unici dati raccolti dall’associazione.
- A fronte di una diminuzione di quasi 1.400 minori fuori famiglia fra il 2008 e il 2010 le percentuali di distribuzione fra affido e presidi è pressoché invariata. il dato è stabile o meglio fermo, non c’è stata alcuna crescita. Anzi proprio per questa ragione e considerando i 700 casi in uscita possiamo affermare che abbiano perso queste 700 famiglie che non si sono re-investite nell’affido.
- L’affido fa paura? Affidi troppo lunghi (il 55.9% ex dati 2008 va ben oltre i 2 anni), affidi difficili: il 40% dei bimbi fuori famiglia arriva da altri percorsi di protezione, insomma ha una carriera alle spalle nel sistema di protezione all’infanzia.
- In tutta Italia solo nel 4% dei casi il Servizio Affido è completamente dedicato e fornito da privati in convenzione. Il 41% dal pubblico in maniera dedicata e ben il 55% in maniera non dedicata, ma è un servizio incluso in altri servizi (non specificato se pubblico o privato, ma plausibile si riferiscano agli apparati dei SS generici.
- Il crollo delle richieste dell’adozione internazionale : 6000 (2006) a 3000( 2011). Dopo anni caratterizzati da una tendenza positiva, a partire dal 2006 le idoneità all’adozione internazionale dichiarate dai Tribunali per i minorenni sono drasticamente diminuite: da 6.273 nel 2006 a 3.179 nel 2011. Rapporto CAI Adozioni Internazionali 2011. Il motivo è legato ai costi dell’adozione internazionale e la crisi economica ma non solo, c’è una generale sfiducia nelle adozioni internazionali perché si è creata una cultura negativa intorno all’adozione perché le procedure sono complicate e troppo lunghe, le coppie disponibili ad accogliere un bambino abbandonato non vengono considerate come una preziosa risorsa. Se il calo continuasse secondo il trend evidenziato, si assisterebbe in breve alla fine delle adozioni internazionali, con un numero ridottissimo di adozioni già a partire dal 2020. Eppure, l’abbandono dei minori è in crescita: dai 145 milioni di bambini abbandonati nel 2004 ai 168 milioni del 2009 secondo le stime dell’Unicef.
Perché non dare loro delle famiglie?

L’Aibi ha lanciato l’inziativa “Non lasciamoli soli”. Si può partecipare donando due euro al 45505

lunedì 26 novembre 2012

Giù le mani dal Mar Jonio.


 SALVARE IL METAPONTINO DALLA “PETROLIZZAZIONE” SELVAGGIA!
                           STASERA 19,30 RIUNIONE 
                   PIAZZA HERACLEA
Il nostro  anniversario  contro  le scorie nucleari lo celebriamo difendendo il nostro mare. E’ quanto scrive in un volantino No Scorie Trisaia. “Il mar jonio rappresenta la  storia  la  cultura  dei popoli del Golfo di Taranto, da difendere dalla multinazionali dell’energia e dai politici senza cultura”. Oggi , 26 Novembre, alle ore 19,30, presso la piazza Heraclea dove abbiamo come comitato NO TRIV JONIO un presidio permanente  (in caso di maltempo in  sala parrocchiale Eraclea di Policoro )si terrà il secondo  incontro cittadino per difendere il Mar Jonio dalle trivellazioni petrolifere”.  Ola è No Scorie il comitato No TRIV Jonico nel volantino di presentazione scriviamo : “Tutta colpa del ministro Corrado Passera e dei parlamentari che lo hanno appoggiato (lucani e calabresi) nel decreto Crescitalia. I petrolieri trivelleranno l’Adriatico,lo Jonio, il Canale di Sicilia fino in Sardegna (circa 70 piattaforme petrolifere), con condizioni economiche e ambientali favorevoli solo ai petrolieri.
I rischi ormai li conosce anche un bambino: probabile inquinamento anche con le sole attività di ricerca di minerali, con percentuali dell’80% di moria di pesci entro 5 km dall’area in cui si sparano onde d’aria con l’air-gun, lo strumento che utilizzano per creare onde sismiche che rivelano la presenza di giacimenti nel sottosuolo marino. In fase di trivellazione e/o lavorazione degli idrocarburi i rischi per l’ambiente e la catena alimentare sono dovuti all’uso di sostanze tossiche, a possibili perdite di idrocarburi e a fenomeni di subsidenza. Un pericoloso abbassamento del suolo terrestre perché causa di alluvioni ed erosioni e l’area Jonica Metapontina ha già molti problemi di alluvioni e di erosioni. Un fenomeno di subsidenza sta accadendo a Crotone ed è stato denunciato dal professor Leonardo Seeber, sismologo americano, per via della presenza di alcune piattaforme marine che estraggono gas.
I nuovi permessi di ricerca mineraria in mare ci faranno dire addio alle scenografiche albe joniche, distrutte per sempre dalle rugginose piattaforme in mare, a migliaia di posti di lavoro nel turismo, nella pesca, nell’agroalimentare, addio agli investimenti immobiliari sul mare (chi ha una casa perde il suo valore subito). Miliardi pubblici di investimenti sul turismo andrebbero in fumo subito. Addio alla fauna marina e al paradiso di delfini e di tartarughe. Non esistono tecniche di perforazione non impattanti e in caso di grave incidente come nel Golfo del Messico,le conseguenze sarebbero gravi..
Distruggere il mare significa distruggere la storia, l’identità e il futuro economico del meridione d’Italia. Incalcolabili sarebbero poi le ripercussioni sulla salute , la nostra terra è già minacciata da una percentuale alta di malattie cancerogene , moivo per cui come comitato affiancheremo al nostro movimento un comitato medico scientifico fatto di medici per monitorare la ricadute e gli effeti che già il popolo lucano paga a caro prezzo
Contro chi vuole mettere le mani sullo Jonio per trivellarlo , chiediamo una mobilitazione immediata di tutti i cittadini che come a Scanzano invitiamo ad auto-organizzarsi . Le istituzioni ,i sindaci facciamo sentire immediatamente la propria voce. La Regione Basilicata che ha fatto il memorandum con il governo per il raddoppio delle estrazioni sulla terra (senza ancora ottenere nulla in cambio) ,si opponga come stanno facendo Puglia,Molise, Abruzzo,Veneto ,coinvolgendo anche la Calabria.
Ognuno ora è responsabile del proprio futuro

giovedì 1 novembre 2012

Disoccupazione il prezzo per i giovani


di WALTER PASSERINI, dalla Stampa

Non vi sono più alibi: siamo in piena emergenza occupazionale e, dentro la crisi che divora posti di lavoro, a pagare di più sono i giovani. I dati non ammettono ignoranza.

Cinque anni fa un giovane su cinque tra i 18 e i 24 anni risultava disoccupato (20,1%); oggi lo è più di uno su tre (35,1%), un balzo di 25 punti. Sempre a settembre 2007, la disoccupazione totale era al 6,1%; oggi è al 10,8% ed è prevedibile che supererà l’11%. In carne e ossa i disoccupati ufficiali sono 2,8 milioni, 554 mila in più di un anno fa (+24,9%). Possiamo adottare la ricetta di Mitridate, che conquistò l’immunità dai veleni bevendone nel tempo in piccole dosi, ma non scampò alla morte per spada; oppure passare al modello Virgilio, costruendo una rete di guide, di servizi e un accompagnamento nel viaggio dentro gli incubi della disoccupazione. L’assuefazione ai veleni e la rassegnazione sono le malattie da battere. Per definire un’agenda per l’emergenza, che ci scrolli dal sonno e dall’indolenza.

Mentre la politica parla d’altro, è necessario selezionare le priorità, mettendo al centro il lavoro e, in particolare, il futuro dei giovani. Ci sono soglie oltre le quali i fenomeni diventano irreversibili, non solo strutturali. E il filo di lana dei tre milioni di senza lavoro è un baratro devastante che si sta aprendo davanti a noi. Nell’immediato, al primo posto va sottoscritto un patto per la ripresa e per la crescita. Il paese è sospeso. Tutti rallentano le decisioni. Gli investimenti attendono, i consumi calano. E’ un circolo vizioso che non può aggrapparsi all’alibi della crisi internazionale.  

Il rigore deve accettare di fertilizzarsi con lo sviluppo e tutti, comprese le parti sociali, devono deporre le armi e imparare a competere: «cum petere», insegnano i latini, significa puntare tutti insieme allo stesso obiettivo, e non farsi la guerra. Se si vuole arrestare l’emorragia di posti e ottenere ora e subito un delta aggiuntivo di occupazione, è necessario favorire una nuova flessibilità in entrata. Qui i 230 milioni messi in campo per agevolare l’assunzione di giovani e donne fanno sorridere. Certo vi è un deficit di risorse, ma a volte anche di idee. Le forze sociali non possono non farsene carico. Per esempio, stabilendo una franchigia di 24-36 mesi sulle nuove assunzioni: più fiscalizzazione e meno rigidità nei contratti di ingresso per più occupazione. Allo sforzo per aiutare le aziende ad assumere, va appaiata una campagna eccezionale a favore della scuola e dello studio. Orientare i giovani sin dalla terza media e negli ultimi anni delle superiori è un fatto di civiltà. Non basta predicare l’iscrizione agli istituti tecnici: i giovani e le famiglie lo stanno facendo. Quest’anno solo il 6,6% degli studenti si è iscritto al liceo classico (cinque anni fa erano il 10,2%); il 22% al liceo scientifico (erano il 23%).

L’inversione di tendenza c’è stata ed è in corso, ma i 53 ragazzi su cento che si iscrivono ai tecnici (32%, cinque anni fa erano il 33,5%) e ai professionali (21%, erano il 22,2%) vogliono sapere perché continuano a non trovare il lavoro. Quello che manca alla nostra scuola, sia agli istituti tecnici che ai licei, è il rapporto costante con il mondo del lavoro. Vanno resi stabili i dialoghi tra apprendimento e mercato del lavoro, puntando sui fabbisogni nazionali e su quelli territoriali. Alternanza scuola-lavoro, apprendistato e stage devono essere strumenti di proficua conoscenza reciproca e non misere furbizie per risparmiare qualcosa su stipendi e costo del lavoro. Infine, al modello Virgilio da applicare nelle scuole va affiancato un sistema di sostegno e di relazioni d’aiuto per chi cerca e per chi deve cambiare lavoro.

La rete dei servizi all’impiego pubblici e privati non ha nerbo né energia; non per questo va affossata, ma rigenerata, assegnandole un ruolo alto di creazione di occupazione e di cambiamento culturale e non solo di intermediazione. Orientare giovani e adulti a trovare un lavoro è il mestiere più bello a cui si possa aspirare. Non chiediamoci che cosa l’economia e la crescita possono fare per i giovani. Chiediamoci che cosa possiamo fare noi, oggi e subito, perché i giovani abbiano un lavoro e un futuro migliore.

mercoledì 12 settembre 2012

Venezia :"Penso che con questo atto il Partito Regione abbia toccato il fondo della decenza e dell'arroganza”


Nominato il nuovo direttore del San Carlo di Potenza ( fino a pochi mesi fa , segretario cittadino del PD di Lauria).

11/09/2012 18:11Il consigliere regionale del Pdl: “Penso che con questo atto il Partito Regione abbia toccato il fondo della decenza e dell'arroganza”

ACR“Nella peggiore tradizione della peggiore Democrazia Cristiana, il presidente De Filippo ha provveduto a nominare, in data odierna, il nuovo Direttore Sanitario dell'Azienda Sanitaria San Carlo di Potenza, una azienda importante e fondamentale nell'ambito della sanità lucana”. Ad affermarlo il consigliere regionale del Pdl, Mario Venezia che si domanda: “Chi è il nominato? Un Premio Nobel, un illustre scienziato, un personaggio alla Des Dorides, l'ex Direttore Generale della stessa Asl la cui nomina fu annunciata, sempre dal nostro bravo De Filippo, come quella del Salvatore della Patria?
No! Il nuovo Direttore Sanitario è molto di più, infatti è l'ex segretario, fino ma pochi mesi fa, del Partito Democratico di Lauria. Ed in Basilicata basta la tessera o per incarichi più importanti, il ruolo di segretario di un qualcosa ma sempre del Pd, per ottenere un riconoscimento di grande rilievo e responsabilità come quello di Direttore di un'azienda sanitaria”.

“Non entro nel merito delle competenze del dott. Mandarino – aggiunge Venezia - perché non lo conosco e, nonostante vari tentativi di ricerca sul web compreso il sito dell'ospedale di Maratea, non sono riuscito a leggere un suo curriculum ma di certo è che, il neo direttore, è uomo di Folino che, secondo radio regione, insieme ad un suo altro fido, dott. Maroscia già direttore generale dell'azienda sanitaria di Matera ed attualmente Direttore del Dipartimento di Radiologia del San Carlo, avrebbe preteso la nomina. Nel rispetto della tradizione della peggiore Democrazia cristiana, quindi ha ragione Folino quando dice che ‘Pd uguale peggiore Democrazia Cristiana”.

“Penso che con questo atto – conclude l’esponente del Pdl - il Partito Regione abbia toccato il fondo della decenza e dell'arroganza. Oramai il delirio dell'onnipotenza ha raggiunto un tale livello di patologia che questi signori pensano che l'amministrare non sia della cosa pubblica ma di cosa nostra”.
Fonte : Basilicatanet



venerdì 11 maggio 2012

Il dramma dei suicidi oltre le cifre


di MARIO CALABRESI, dalla stampa

La nostra paura del futuro aumenta ogni giorno, c’è una continua perdita di fiducia e di speranza e l’attenzione degli italiani è calamitata dalle notizie di chi si toglie la vita, le più lette in assoluto nelle ultime settimane.

Un lettore di Modena, rappresentativo delle centinaia di e-mail che arrivano qui al giornale da settimane, mi scrive angosciato che «suicidi per motivi economici, fallimenti di impresa e debiti anche fiscali, stanno aumentando di giorno in giorno in maniera preoccupante». Il presidente del Consiglio e il primo partito della sua maggioranza duellano sulle responsabilità della crisi e sulle sue conseguenze, evitando solo di pronunciare la parola suicidio, di gettarsi addosso l’accusa più grave e infamante.

Ma stiamo discutendo di un fenomeno davvero nuovo, che non conoscevamo prima, esploso soltanto negli ultimi tre mesi, o di qualcosa che per anni non abbiamo visto e abbiamo sottovalutato? I numeri sembrano dare ragione alla seconda ipotesi e ci dicono quanto la nostra percezione dei fatti possa cambiare influenzata dalle nostre ansie e dall’enfasi con cui le notizie vengono date sui mezzi di informazione.

Se guardiamo al 2010, l’anno più vicino su cui ci siano cifre ufficiali, scopriamo con spavento che ci sono stati 3048 suicidi, di cui, secondo l’Istat, 187 «per motivazioni economiche». Uno ogni due giorni, una frequenza apparentemente maggiore di quella che abbiamo registrato dall’inizio dell’anno (nel 2012 i casi di questo tipo sembrerebbero essere una quarantina). Secondo l’istituto di ricerche economiche e sociali, l’Eures, le morti dettate da ragioni di fallimenti, debiti e disoccupazione nel 2010 erano addirittura una al giorno. La prima cosa che mi colpisce è il silenzio che abbiamo dedicato a queste persone, li abbiamo lasciati andare via senza accorgercene, senza nemmeno saperlo, senza che nessuno si stringesse alle loro famiglie. Alcuni di loro forse hanno conquistato una notizia nelle pagine locali, per molti altri solo il silenzio della sepoltura.

Tutta colpa dell’informazione, che prima ha sottovalutato e adesso gonfia? Ma se i suicidi non sono aumentati, allora cosa sta succedendo? La risposta, come quelle che sono davvero credibili, non si può racchiudere in una parola ma ha più motivazioni.

La prima si può spiegare leggendo l’ultima notizia arrivata ieri: a Pompei un imprenditore edile si è sparato nel parcheggio del Santuario lasciando una lettera di scuse per la famiglia e una di accuse contro Equitalia.

Ecco che cosa è cambiato: prima il suicidio, che è innanzitutto un dramma personale e familiare si teneva nascosto, c’era la vergogna di pubblicizzarlo, il dolore era muto e il silenzio totale. Perfino i giornali hanno sempre mostrato pudore. C’era poi nella nostra tradizione e nella dottrina cattolica il problema dei funerali, che potevano essere negati a chi si toglie la vita.

Oggi, invece, chi sceglie questo gesto estremo e senza ritorno lasciando lettere di denuncia fa sentire la rabbia del proprio gesto, lo trasforma in un atto di accusa. E le famiglie non nascondono più ciò che è successo, alcune hanno preso il coraggio di parlare, di aprire le porte ai giornalisti, di fare perfino manifestazioni pubbliche. Lo fanno perché sentono che la società può comprendere e di certo non accuserà e non metterà all’indice e nessuno si sognerà di negare esequie in Chiesa.

Ma soprattutto tutti noi siamo più attenti e ricettivi perché la crisi tocca tutti, almeno a livello di ansie e insicurezze, oggi è il malessere diffuso a fare da amplificatore.

Non si può però nascondere il rischio insito in questa mediatizzazione, il pericolo di stimolare un effetto emulazione. Due giorni fa sul sito Internet del mensile Wired è apparsa un’analisi molto ben fatta, in cui il direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano Claudio Mencacci, spiegava come «Studi epidemiologici internazionali dimostrano con certezza che le notizie dei suicidi da crisi economica, se presentate in modo sensazionalistico, inducono altri suicidi, innescando un pericoloso effetto domino».

Così se anche i numeri ci possono dimostrare che non siamo di fronte ad un fenomeno nuovo, è fondamentale e urgente trattarlo con cautela per non farlo esplodere ulteriormente. La prima responsabilità di chi fa informazione è di non far crescere una retorica che stimoli e giustifichi i gesti estremi.

Ma, come ha scritto su queste pagine Massimo Gramellini, è tempo che il governo e le forze politiche se ne facciano carico, agiscano per creare condizioni di speranza per il futuro, prospettive di crescita, e mettano in campo politiche nuove capaci di arginare il fenomeno. Perché se è vero che il numero dei suicidi non è aumentato è altrettanto vero che adesso sappiamo: conosciamo la disperazione, è sotto i nostri occhi ogni giorno e non possiamo più avere alibi o far finta di non vedere. Gli italiani hanno bisogno di un traguardo, di immaginare la luce in fondo al tunnel.

La soluzione non è certo quella di cercare colpevoli, soprattutto non nelle file di chi si limita a far rispettare le leggi che sono uguali per tutti e non accettano favoritismi, ma dovrebbe essere quella di cercare responsabili. A ogni livello: nel governo, nella politica, nell’amministrazione delle tasse e delle riscossioni, nelle banche, ma anche nei giornali, come nelle famiglie e in ogni comunità. Abbiamo bisogno di rigore ma anche di umanità e di capacità di comprendere e distinguere.

Tutto questo deve essere fatto non solo per chi è adulto e segnato dalla crisi, ma anche per le generazioni più giovani che stanno crescendo in un clima che nega alla radice la possibilità di costruire un Paese migliore.

Ogni volta che incontro un gruppo di ragazzi di una scuola o universitari che si affacciano al mondo del lavoro faccio sempre la stessa domanda: «Se vi dico la parola futuro cosa pensate?». Non ce n’è uno che mi dia una risposta positiva, incoraggiante o colorata. Le parole che sento ripetere sono: «Paura, incertezza, precarietà». I più intraprendenti mi dicono che se ne vogliono andare all’estero, che fuggiranno appena sarà possibile.

Questo gli è stato trasmesso dalla televisione, dalla scuola, dalle famiglie e questo pessimismo è diventato il loro cibo quotidiano. È chiaro che non ce lo possiamo permettere, non possiamo crescere una generazione nel messaggio che dal fondo di questo pozzo non si riemergerà mai.

La passione e la fiducia nella vita sono l’ingrediente fondamentale con cui si concima il futuro, non esistono altre soluzioni che ci possano salvare dalla disperazione.

domenica 19 febbraio 2012

Perché nel Paese si continua a rubare


IL COMMENTO
Perché nel Paese
si continua a rubare
di EUGENIO SCALFARI, da Repubblica

VENT'ANNI dopo Tangentopoli la Corte dei conti, ripetendo una denuncia più volte portata all'attenzione del governo, del Parlamento e della pubblica opinione, ha segnalato che la corruzione è il male più diffuso nella società italiana e l'ha quantificata in 60 miliardi annui. Sommandola all'effetto tributario di minori entrate derivanti dall'evasione (quantificabile in 120 miliardi), si ha una cifra complessiva di 180 miliardi.
C'è una differenza tra il 1992 ed oggi, è stato chiesto a Gerardo D'Ambrosio che fu uno dei protagonisti della stagione di Mani pulite? Ha risposto: "Sì, allora si rubava per il partito, oggi si ruba per se stessi". Comunque si continua a rubare. Abbiamo un primato sugli altri Paesi dell'Occidente, in fatto di corruzione li superiamo largamente ed invece siamo largamente in coda alla classifica per quanto riguarda la competitività. Evidentemente esiste un nesso tra quei due fenomeni.

Ci sono poi altri aspetti della nostra società che fanno riflettere: la disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è del 31 per cento (nel Sud molto di più); il precariato è alto in tutte le fasce di età (fino ai 50 anni) e rappresenta ormai un quarto della forza-lavoro; la criminalità organizzata accresce il suo peso delinquenziale e il suo reddito, ha ormai invaso anche il Nord e fa parte di una vasta rete internazionale con propri codici di comportamento, propri valori, proprie istituzioni. Insomma quasi uno Stato nello Stato.
Tutti questi elementi non fanno che creare un clima di corruttela generale. Non a caso l'inizio di Mani pulite coincise con l'assassinio di Falcone e Borsellino.

Ha detto D'Ambrosio rispondendo ad una domanda dell'Avvenire: "Emerse un sistema generalizzato che aveva contribuito ad una spesa pubblica fuori controllo. Si arrivava perfino a bandire appalti inesistenti pur di ottenere denaro per i partiti. Gli imprenditori sapevano che non c'era altra possibilità di ottenere lavoro se non quella di trovarsi padrini politici, con ripercussioni deleterie nella pubblica amministrazione".

I partiti dal canto loro partecipavano collegialmente al ladrocinio; esistevano percentuali di ripartizione stabilite di comune accordo; la Dc e il Psi incassavano dal 10 al 15 per cento del valore dei lavori appaltati, gli altri decrescevano secondo il peso elettorale e politico; l'opposizione, più che denari contanti, otteneva quote di lavoro per le cooperative ed erano poi queste a trasferire una parte del ricavato al Pci.

Mani pulite rivelò che lo Stato era corrotto fino al midollo perché la partitocrazia aveva occupato le istituzioni. Di qui partì la questione morale denunciata da Enrico Berlinguer. Interrogati oggi su Tangentopoli, alcuni degli esponenti del "pool" di Mani pulite, rispondendo alla domanda del perché le Procure si siano mosse soltanto nel 1992 mentre il fenomeno era in atto dai primi anni Ottanta, hanno risposto che non sapevano nulla fino a quando scoppiò il caso Chiesa e le mazzette del Pio Albergo Trivulzio. Forse non leggevano i giornali quei procuratori, o almeno non leggevano Repubblica. Noi denunciammo sistematicamente la corruttela di Stato a partire dal 1985. Nel '87 denunziammo anche il corrotto sodalizio Craxi-Berlusconi.

Conclusione: Mani pulite fu una benedizione. L'effetto di quell'inchiesta fu l'affondamento della partitocrazia. Ma purtroppo non bastò.

***

Non bastò per tre ragioni. La prima: non vi fu una lotta continuativa, sistemica come ora si usa dire, contro la corruzione. Una legge in proposito fu varata da Giuliano Amato ma era solo un inizio che non ebbe alcun seguito.

La seconda ragione fu il berlusconismo che era caratterizzato da una polemica di alta intensità contro la magistratura inquirente e giudicante e da leggi che indebolirono fortemente le sanzioni contro i reati tipici della corruzione, a cominciare da quelli sul falso in bilancio.

La terza fu l'ischeletrirsi dei partiti che si preoccupavano sempre meno del loro rapporto con gli elettori e si rattrappirono su se stessi. L'antipolitica  -  da sempre latente nello spirito degli italiani - tornò ad essere un fenomeno di massa alimentato dal populismo, dalla demagogia e dal pessimo esempio fornito dalla classe dirigente.

Il solo punto di riferimento positivo e in controtendenza fu la presidenza della Repubblica durante i settennati di Ciampi e di Napolitano. Quest'ultimo - ancora in corso fino al maggio del 2013 - si trovò a dover affrontare la più grave crisi economica dopo quella del '29, ancora in pieno svolgimento. Se il Quirinale non fosse stato e tuttora non sia in mani sicure ed efficienti dal punto di vista della democrazia e dell'economia sociale di mercato, navigheremmo in mari assai più tempestosi di quelli pur agitati che il governo Monti sta affrontando.

***

Il nostro circuito mediatico ha dato in questi giorni molta evidenza alla notizia dell'Istat che negli ultimi due trimestri del 2011 l'Italia è entrata in recessione e all'altra notizia di ottantamila giovani che hanno perso il posto di lavoro nei nove mesi dello scorso anno.

Sono due notizie molto spiacevoli ma erano note da tempo anche se l'Istat ha dato loro il crisma dell'ufficialità; sicché il clamore mediatico è francamente eccessivo. Il vero tema da porre oggi è quello di capire se la recessione continuerà, fino a quando e con quale intensità.

Continuerà, non c'è dubbio, non solo in Italia ma anche in Europa. In Usa sembrerebbe invece che sia in vista una moderata ripresa, ma non tale da far da locomotiva al convoglio. La durata dipende da vari fattori: provvedimenti di crescita adottati dall'Unione europea, provvedimenti di crescita nei singoli Paesi dell'Unione, definitiva soluzione della questione greca, politica monetaria della Bce.

Sui provvedimenti di crescita dell'Unione europea non c'è da farsi molte illusioni, anche se le ultime vicende politico-costituzionali della Germania hanno cambiato sostanzialmente il quadro. Lo si è visto all'evidenza nelle telefonate Merkel-Sarkozy con le quali la Cancelliera ha dovuto motivare con le dimissioni del presidente della Repubblica Wulff la sua impossibilità di abbandonare Berlino. Da quello che è trapelato la Merkel si trova ora in uno stato di notevole difficoltà e le ragioni ne sono ampiamente spiegate nelle nostre pagine dedicate a questo tema. La sua debolezza politica comporta di pari passo un'accresciuta capacità di negoziato da parte di quegli europei che puntano sulla crescita e su una più costruttiva pietas nei confronti del governo e soprattutto del popolo greco. Questi uomini hanno un nome e vedi caso il nome è il medesimo e si tratta di due italiani, Monti e Draghi.  Al punto in cui siamo, per fugare ogni dubbio sulla ripresa dell'Europa occorrerebbe il trasferimento, sia pur parziale, dei debiti sovrani dagli Stati all'Unione. Finora la Germania non è stata d'accordo; sarà possibile una resipiscenza dopo quanto sopra detto? In alternativa ci vorrebbero trasferimenti più corposi dall'Unione agli Stati per aiutare le politiche di sviluppo dei medesimi, ma bisognerebbe stabilire un'imposta europea per rimpinguarne il bilancio; per esempio un'Iva europea, provvedimento peraltro non privo di effetti depressivi e/o inflazionistici.

Ma stimolare la domanda nei singoli Stati è un'impresa necessaria. Il governo Monti ci sta pensando ed è auspicabile che dai pensieri si passi ai fatti. Dal recupero dell'evasione e dal taglio delle agevolazioni fiscali inutili (spending review) ci si possono attendere una ventina di miliardi. La riforma delle pensioni e le liberalizzazioni ne possono dare almeno altri dieci e forse più, ma non prima del 2013-14.

Per quella data si può dunque prevedere una massa d'urto di 40 miliardi strutturali e con un bilancio in pareggio un saldo positivo delle partite correnti di 5 punti di Pil da destinare alla graduale diminuzione del debito sempre che lo spread diminuisca sotto quota 200 o più.

La massa d'urto dovrebbe finanziare sgravi fiscali alle fasce di reddito medio-basse, ai contributi delle imprese sugli stipendi dei dipendenti, agli ammortizzatori sociali. Concludendo: nel 2013 la recessione dovrebbe esser finita e nel 2014 il reddito italiano dovrebbe poter crescere del 2 per cento annuo.
Alla base di questi miglioramenti è prevedibile, anzi è sicura perché già in atto (e se ne stanno infatti vedendo i primi positivi effetti) una politica monetaria espansiva da parte della Bce.

Il temuto default del debito greco sarà certamente tamponato fin da domani, ma lascia quel Paese in condizioni drammatiche. Sappiamo quali sono stati gli errori colposi e per certi aspetti perfino dolosi dei governi greci degli ultimi dieci anni (compreso il dispendio per le Olimpiadi). Ma la responsabilità dell'Europa tedesca in questa triste vicenda è stata gravissima.

Non si può commissariare un Paese solo per tutelare la propria ricchezza nazionale. Non si può giocare con i bisogni primari di un popolo sovrano. Non si può provocare una quasi guerra civile per una manciata di spiccioli lesinati. Non si può mettere a rischio il sistema bancario internazionale.

Due parole ancora sulla Germania. È il nostro principale alleato europeo ma nessuno può dimenticare che la Germania è responsabile di due guerre mondiali e di un genocidio. Dovrebbe tener presente questi dati della sua recente storia e operare con estrema cautela prima di assumersi altre altrettanto gravose responsabilità. Mettere a rischio non solo la Grecia ma il destino stesso dell'Europa è un pericolo che  -  se non segnalato in tempo  -  può creare una situazione politicamente invivibile nel nostro continente e nella sua pubblica opinione che finirebbe con l'additare la Germania per la quarta volta in un secolo come il nemico pubblico numero uno.

Forse è venuto il momento che le voci autorevoli dell'Europa politica, culturale e mediatica lancino questo avvertimento alla Germania democratica. Bloccato il default a durissime condizioni, la Grecia deve essere aiutata a ritrovare un minimo di prosperità alla quale i suoi cittadini, che sono anche cittadini europei, hanno anch'essi diritto.

Post scriptum. Bene Elsa Fornero e bene i sindacati confederali. Il negoziato è cominciato costruttivamente e ci si augura che così possa concludersi togliendo al mercato del lavoro tante inutili ingessature che favoriscono la precarietà e impediscono la necessaria flessibilità in tempi di globalizzazione. Lascino da parte l'articolo 18. La sua esistenza è utile soltanto per impedire licenziamenti discriminatori che vanno comunque bloccati e sanzionati. Per il resto è un numero che non ha alcun significato, sia che rimanga sia che venga abolito.
(19 febbraio 2012)

venerdì 17 febbraio 2012

Svizzera, 6mila miliardi di titoli Usa falsi. La procura di Potenza ha ordinato ai Carabinieri del Ros di sequestrare buoni del Tesoro statunitensi falsi per un valore intorno ai 6mila miliardi di dollari


L'INCHIESTA
Svizzera, 6mila miliardi di titoli Usa falsi
La procura di Potenza ha ordinato ai Carabinieri del Ros di sequestrare buoni del Tesoro statunitensi falsi per un valore intorno ai 6mila miliardi di dollari


MILANO - Titoli di stato Usa falsi, per un valore di seimila miliardi di dollari - più del doppio dell'intero debito pubblico italiano - sono stati sequestrati in Svizzera dai carabinieri del Ros per ordine della Procura della Repubblica di Potenza. I titoli falsi erano contenuti in tre casse, solo apparentemente della Federal Reserve. Il fine era di utilizzarli come garanzie a fronte di finanziamenti. La "totale falsità " dei titoli, "emessi" nel 1934 dalla Federal Reserve, è stata accertata da funzionari della stessa Banca centrale americana e da personale in servizio presso l'Ambasciata Usa a Roma. Dalle indagini - che hanno portato all'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare nei riguardi di otto persone - è emerso che le tre casse, con i titoli falsi, erano state trasportate da Hong Kong a Zurigo nel gennaio del 2007 e prese in carico da una società fiduciaria elvetica. I rappresentanti dell'ambasciata americana hanno certificato la falsità dei Bond, stupendosi della "perfezione" con cui sono stati realizzati alcuni certificati

L'indagine è stata diretta dai pubblici ministeri Francesco Basentini e Laura Triassi, coordinati dal Procuratore della Repubblica Giovanni Colangelo, ed ha avuto origine da indagini dei carabinieri del Ros del capoluogo lucano su una presunta associazione mafiosa attiva nell'area del Vulture-melfese, in provincia di Potenza, che avrebbe operato anche nel settore dell'usura. Nel corso dell'inchiesta è emerso, anche attraverso intercettazioni  telefoniche, che alcuni indagati, insieme ad altre persone di nazionalità straniera, erano coinvolti in un giro illecito di affari che riguardava anche titoli di Stato americani. Un primo riscontro si ebbe nel settembre 2010 a Roma, dove i carabinieri del Ros sequestrarono nell'abitazione di un indagato alcuni titoli di stato americani, anche questi falsi, del valore di 500 milioni di dollari.

Otto le persone indagate, tre delle quali finite in carcere: Rocco Menzella (69 anni), ex sindaco di Montescaglioso (Matera), Sebastiano Nota (73) di Carmagnola (Torino) e Francesco Travaini (61) di Codogno (Lodi). Tre sono ai domiciliari: Simeone Ghiglia (71) di Mondovì (Cuneo), Claudio Mangogna (62) di Roma e Adriano Perin (52) di Torino. Arrestati anche gli altri due uomini (Bruno Casciani, 68 anni di Roma, e Salvatore Incandela, 60 anni di Trapani) che questa mattina risultavano irreperibili.

L'operazione che ha portato al sequestro di falsi Bond degli Stati Uniti per un valore complessivo di circa seimila miliardi di dollari "è la più grande di sempre per questo tipo di indagini": gli investigatori sono "ancora al lavoro", ma "è emersa una rete internazionale intorno a questi titoli, con persone coinvolte in molti Paesi" e "tentativi di 'piazzarli' sul mercato che sono proseguiti fino allo scorso gennaio". Lo ha detto stamani, a Potenza, il Procuratore della Repubblica, Giovanni Colangelo, il quale ha anche ipotizzato che ci siano "ancora dei Bond" nascosti in qualche istituto di credito internazionale, e "ancora molti soggetti coinvolti".  Secondo fonti della procura, la "rete" internazionale che ha organizzato la truffa potrebbe essere stata interessata anche all'acquisto di plutonio. Dalla documentazione acquisita dai magistrati, è emerso che uno degli arrestati, Francesco Travaini, di 61 anni, ritenuto personaggio di rilievo dell'inchiesta, aveva avviato trattative "con alcune non ben individuate autorità americane" - è scritto negli atti - per la vendita dei titoli fasulli. Gli States, infatti, avendo forse saputo ancor prima del sequestro dell'esistenza dei bond taroccati, avrebbero mostrato interesse a venirne in possesso per evitare che fossero messi in circolazione. Intermediario dell'operazione, non andata in porto, sarebbe stato un avvocato di Milano.




(17 febbraio 2012)

venerdì 10 febbraio 2012

Il Fatto: «Un complotto contro il Papa» Il Vaticano: «Siamo alla follia»


L'ANNUNCIO DURANTE IL PROGRAMMA DI SANTORO
Il Fatto: «Un complotto contro il Papa»
Il Vaticano: «Siamo alla follia»
Sul quotidiano una lettera (di cui non si conosce l'autenticità) su un presunto attentato a Benedetto XVI


MILANO - «Vaticano, trame e veleni. Un complotto contro il Papa, entro 12 mesi morirà». E' questo il titolo della prima pagina del Fatto Quotidiano in edicola venerdì 10 febbraio.

SCRITTO IN TEDESCO - La notizia verrebbe data in un appunto consegnato dal cardinale Castrillon a Benedetto XVI. E nella nota sarebbe riportata una conversazione dell'arcivescovo di Palermo Romeo in cui afferma che il Santo Padre correrebbe un grosso rischio e che si teme un attentato entro 12 mesi. Il documento sarebbe datato 30 dicembre 2011 ma è stato consegnato al Papa a gennaio 2012. E' scritto in tedesco, «in modo da farlo circolare il meno possibile». Romeo parlerebbe anche del possibile successore e indica Scola, arcivescovo di Milano. L'autore dell'articolo è il giornalista Marco Lillo. Il direttore del Fatto Quotidiano, Antonio Padellaro, ha detto che il documento sarà pubblicato integralmente sul giornale. L'annuncio della notizia è stato dato durante la trasmissione «Servizio Pubblico» di Santoro in onda anche su CorriereTv.

IL VATICANO - Poco dopo è arrivata la replica dal Vaticano, attraverso padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: «Si tratta evidentemente di farneticazioni che non vanno prese in alcun modo sul serio. Siamo alla follia».

dalla Redazione Online del corriere

giovedì 9 febbraio 2012


Il Sindaco di Nova Siri informa che, causa il protrarsi delle abbondanti nevicate, le scuole di ogni ordine grado insistenti nel Centro storico di Nova Siri resteranno chiuse fino all’11 febbraio 2012, come da Ordinanza sindacale emanata in data odierna.
“Nei giorni scorsi – si legge in una nota del Comune - si è provveduto al rispristino dell’accessibilità a varie contrade rurali ubicate nella parte collinare. Allo stato permangono condizioni di criticità in alcune contrade e, segnatamente, nella zona Salice, Foresta e Serra Maiori ove insistono nuclei abitativi stabilmente residenti ai quali si sta tentando di fornire medicinali e generi alimentari”.

mercoledì 8 febbraio 2012

Rimpalli e doveri


Protezione cvile ed emergenze
Rimpalli e doveri
​A chi tocca? E con che mezzi e poteri? L’ennesima emergenza made in Italy scatena, ancora una volta, il botta e risposta sulla responsabilità della prevenzione e dei soccorsi. È colpa della Protezione civile che è diventata solo una «passacarte», tuona il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. No, replica in modo fermo il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, toccava al Comune che secondo la legge è il primo responsabile delle emergenze. Sullo sfondo la concreta sensazione che un fiore all’occhiello del nostro Paese, ammirato e copiato nel mondo, sia sfiorito, depotenziato e burocratizzato. Lo stesso Gabrielli aveva dato l’allarme da tempo. «Saremo la migliore ex Protezione civile del mondo», aveva avvertito poco meno di un anno fa. L’occasione era l’approvazione (nel decreto "milleproroghe") dell’ennesima riforma della Protezione civile.

Poche ma importantissime norme che di fatto rallentano il potere di ordinanza. «Queste riforme, così come sono, ci affonderanno come il Titanic», si era sfogato Gabrielli. Da allora è infatti necessario il concerto con il ministero dell’Economia e il visto della Corte dei Conti. Per terremoti, alluvioni, frane e quant’altro. Così può accadere che l’ordinanza arrivi, ed è successo, anche sei mesi dopo l’evento. Alla faccia dell’emergenza e dell’urgenza. Inoltre, altra novità, i fondi li devono mettere le Regioni (anche aumentando le accise sui carburanti) e solo in alcuni casi la Protezione civile nazionale, il cui Fondo, però, è azzerato da anni.
Effetto "cricca", sicuramente. Le inchieste che hanno coinvolto Guido Bertolaso, gli affari del G8, gli appalti per i "grandi eventi" hanno messo in seconda fila la struttura che prima tutti osannavano. Da protagonista a comprimaria. Meno visibile, certo. Basti vedere la vicenda della Costa Concordia per la quale Gabrielli è stato nominano commissario, ma solo per le vicende ambientali (non per i soccorsi) e solo molti giorni dopo il disastro. Ma meno visibile vuol dire anche meno efficiente?

Facciamo un passo indietro. Alle norme che regolano le emergenze. La legge "madre", la 225 del 1992 che ha istituito il Servizio nazionale di Protezione civile, classifica gli eventi in tipo "a", "b" e "c". Nel primo caso il sindaco ha il compito di provvedere ad assicurare i primi soccorsi alla popolazione, coordinando le strutture operative locali, tra cui i gruppi comunali di volontariato di protezione civile. Solo se non riesce a fronteggiare l’emergenza può chiedere l’intervento di Provincia, Prefettura e Regione (evento "b"). E solo nelle situazioni più gravi, su richiesta della giunta regionale, subentra il livello nazionale, con la dichiarazione dello stato di emergenza (evento "c"). Nel passato ci si è abituati male e sono così fioccate a sproposito le richieste di stato di emergenza. «Me lo chiedono tutti», ci aveva detto più volte Bertolaso. Che così volava da una frana a una discarica, da un’eruzione a un inquinamento. Occupandosi poi di campionati del Mondo di tutti gli sport e di manifestazioni. In nome di non si sapeva bene quale reale e grave emergenza. Che, però, veniva sempre sbandierata.

Sindaci e presidenti di Regione incapaci o solo "scaricabarile"? Comunque comodo (e per qualcuno anche un ricco affare). Tanto se ne occupava Bertolaso... Ora non è più così. Ed è il momento che ognuno si assuma davvero le sue responsabilità, a livello locale e regionale. Quelle previste dalla legge. Con vera prevenzione ed efficiente organizzazione. Ma è necessario anche ridare agilità e velocità alla Protezione civile nazionale che, lo ricordiamo, è il coordinamento di un felice mix di strutture pubbliche e volontariato. Questo, per fortuna, c’è sempre, dai Vigili del fuoco alle Misericordie, dalle Forze armate ai volontari della Croce rossa. L’esercito dell’emergenza c’è, e quando è chiamato arriva sempre e opera con cuore e efficienza. Non servono nuove strutture e probabilmente neanche spostamenti di "palazzo" (c’è chi vorrebbe un ritorno al Viminale), ma solo una messa a punto delle "armi" a disposizione e delle modalità di intervento. Con reali poteri, rapidità di intervento, procedure di verifica quasi istantanee. Per le vere emergenze che, purtroppo, nel nostro Paese non mancano mai.

di Antonio Maria Mira, da Avvenire

Il Generale Inverno pesa sul Pil


di MARIO DEAGLIO, dalla stampa

Non bastava l’emergenza finanziaria, ora ci si mette anche il Generale Inverno. L’economia italiana, già metaforicamente gelata da una caduta produttiva - sensibilmente superiore a quella degli altri paesi avanzati - è andata, anche da un punto di vista fisico, duramente sotto zero. I Tir che qualche settimana fa rimanevano fermi per l’agitazione degli autotrasportatori sono adesso bloccati dal ghiaccio; le derrate alimentari che prima marcivano sugli autotreni fermi ai posti di blocco, ora non vengono ritirati dagli stessi autotreni bloccati dalla neve.

In aggiunta al maltempo, i problemi energetici che ci sono letteralmente cascati addosso negli ultimi dieci giorni, completano il cerchio. Dal momento che l’anno lavorativo delle industrie è di poco più di 200 giorni, ogni giorno di produzione industriale completamente perduta varrebbe all’incirca lo 0,5. L’arresto completo per tre giorni delle industrie per mancanza di combustibile - un’eventualità molto remota, quasi un’ipotesi scolastica, utile comunque a fissare le idee e le dimensioni del problema porterebbe così a una caduta dell’1,5 per cento della produzione industriale dell’intero 2012 introducendo un nuovo stimolo negativo.

Tra blocchi dei Tir e maltempo, in ogni modo, il primo trimestre del 2012 mostrerà un segno negativo superiore alle previsioni di qualche settimana fa e un’economia con prodotto in diminuzione paga minori imposte. La caduta della colonnina del termometro potrebbe così riflettersi sull’indice delle Borse e sulla finanza pubblica.

L’Italia, si scopre nuda non solo per il freddo eccezionale - e, in un certo senso, difficile da prevedere in una cultura dominata dalla convinzione semplicistica che il «riscaldamento globale» significhi che ogni anno farà progressivamente più caldo - ma anche per le tre vulnerabilità che la diminuzione delle forniture internazionali di gas stanno mettendo in luce: la rapidità e la mancanza di preavviso con cui si è manifestata l’emergenza energetica, la debolezza del controllo effettivo, a tutti i livelli, delle autorità competenti, la relativa opacità delle procedure unita alla discontinuità dell’informazione.

La rapidità con cui il problema energetico è apparso all’orizzonte è naturalmente sotto gli occhi di tutti: in quattro-cinque giorni siamo passati dalle immagini-cartolina di Roma paralizzata dalla neve alle prospettive più preoccupanti di treni fermi e ciminiere spente, dall’idea di un fine settimana anomalo a quella di un freddo senza fine. Tutto questo ci è caduto addosso all’improvviso, a seguito di una riduzione - di entità notevole ma non catastrofica - delle forniture di gas in arrivo dalla Russia, mostrando che il sistema energetico italiano è, di fatto, molto carente in elasticità. Il che significa che siamo vissuti a lungo nell’anticamera dell’emergenza energetica senza saperlo veramente, o senza esserne informati.

Sulla debolezza del controllo è inutile soffermarsi se non per ricordare che i due-tre anni di tagli ai bilanci degli enti locali hanno quasi inevitabilmente portato alla diminuzione degli spartineve e perfino del sale da spargere sulle strade con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. L’opacità deriva infine dal fatto che è difficile trovare risposte a domande fondamentali: a termini di contratto, i russi possono davvero ridurre senza preavviso il flusso di gas? Quale ruolo ha l’Ucraina, che in passato ha operato prelievi non autorizzati dai gasdotti che attraversano il suo territorio per arrivare in Italia, nell’improvviso aggravamento della crisi? Quanto incide sull’attuale scarsità energetica la situazione creatasi in Libia dopo Gheddafi con forniture che probabilmente non sono a pieno regime? Su tutti questi punti l’informazione è scarsa, discontinua, lacunosa, comunque insoddisfacente.

La crisi del freddo ha poi provocato una crisi di funzionamento delle istituzioni. Lo dimostra il caso della Protezione Civile che, a detta del suo stesso capo «non è più operativa». Il suo collasso segna la fine del tentativo, durato circa un ventennio, di dotare il Paese di un organismo pubblico di pronto intervento che non venisse strangolato dalle regole della burocrazia e fosse quindi in grado di agire con immediatezza. E anche il caso dell’esercito che, in questi periodi di ristrettezze di bilancio, vuole essere pagato dai sindaci che richiedono il suo intervento per spalare la neve: la cifra non è del tutto trascurabile, trattandosi di settecento euro al giorno per ogni squadra di dieci spalatori. Lo scollamento nazionale spinge poi il sindaco di Roma a vedere nei servizi sul maltempo nella capitale che compaiono sui giornali del Nord una bieca congiura per togliere a Roma la possibilità di ospitare le Olimpiadi del 2020.

Sotto le nevicate, insomma, è l’Italia che rischia di sfarinarsi. Nei Paesi di montagna di un tempo, neve e freddo portavano con sé impulsi di solidarietà e di condivisione. Invece di condivisione, la situazione attuale porta divisione, con i «forconi» siciliani che minacciano di bloccare le uscite dalle raffinerie dell’isola, nelle quali si «lavora» una quota importante del petrolio italiano per impedire che venga inviato nel resto d’Italia.

Forse proprio di qui, dalla presa di coscienza della realtà di un Paese infreddolito, lacerato, oltre che in bolletta, occorre partire per cercare di rilanciare l’idea stessa di un Paese reso irriconoscibile, ancor più che da una coltre bianca, da una coltre di acrimonia ed egoismo. Senza tale presa di coscienza, qualsiasi politica di rilancio rischia di essere fondata sulla sabbia; o, se si preferisce, su un tappeto di neve scivolosa.

mario.deaglio@unito.it

domenica 5 febbraio 2012

Il paese sconfitto


IL COMMENTO
Il paese sconfitto
di GIOVANNI VALENTINI,da repubblica
Nevica in mezza Italia, Roma nel caos
Alemanno attacca i servizi meteo
sette le vittime per neve e gelo
NON c'era bisogno di un'altra triste metafora, dopo i rifiuti di Napoli, i crolli di Pompei e il naufragio del Giglio, per rappresentare la crisi del nostro Paese sul piano mediatico planetario. Ma la disfatta di Roma, sotto una nevicata di poche ore e di pochi centimetri, è piuttosto un esplicito atto d'accusa contro un apparato pubblico palesemente inadeguato.

"Capitale inetta, Nazione sconfitta", si potrebbe dire parafrasando uno storico slogan del settimanale L'Espresso.
Quando il maltempo si combina con il malgoverno, non c'è scampo per i cittadini. Allora la forza della natura s'incarica di mettere a nudo tutta la debolezza dell'uomo: per dire l'incapacità di prevenire e affrontare un'emergenza ambientale già ampiamente annunciata. Per l'occasione, il sindaco Alemanno avrebbe potuto almeno risparmiarsi (e risparmiarci) il consueto scaricabarile con la Protezione civile sulla puntualità delle previsioni meteorologiche: bastava ascoltare nei giorni scorsi un qualsiasi giornale radio o telegiornale, per informarsi e provvedere di conseguenza.

La "Città eterna", dunque, degna Capitale del Malpaese. Centro nevralgico di un intero sistema  -  ferroviario, aereo, stradale e autostradale  -  obsoleto e inefficiente. Ma anche simbolo di un cattivo governo del territorio, del suo assetto idro-geologico, del suo contesto ambientale. Non a caso, fin dai tempi del boom economico, Antonio Cederna denunciava il "sacco di Roma" come paradigma di un malcostume nazionale, alimentato dalla speculazione edilizia e dalla cementificazione selvaggia.

Di questa cultura o incultura collettiva, fa parte integrante la mancanza o insufficienza cronica dell'ordinaria manutenzione. Cioè di quei "piccoli lavori" quotidiani che, a differenza delle mitiche "grandi opere", si possono (e si devono) realizzare con minori costi e rischi. È proprio questa, in realtà, la forma di prevenzione più efficace per arginare e contenere l'impatto delle fenomeni o delle calamità naturali.

Basta allora una nevicata, neppure tanto catastrofica, per mettere in ginocchio una Capitale e mandare in tilt mezzo Paese. A parte, poi, le vittime e i danni che un evento del genere riesce in queste condizioni a provocare. Danni materiali, economici e comunque anche d'immagine, se è vero che quella del turismo resta tuttora la prima industria nazionale.

Il fatto è che il nostro appare oggi un Paese a rischio permanente. E a dispetto del suo incomparabile patrimonio storico, artistico e culturale, come della sua antica tradizione di accoglienza e civiltà, non offre un'ospitalità adeguata ai visitatori e ai turisti italiani o stranieri. C'è uno spreco intollerabile di risorse che pure appartengono al patrimonio pubblico e non influiscono quanto potrebbero sul Prodotto interno lordo, né in termini finanziari né tantomeno di occupazione.

Qualsiasi politica di rilancio e di crescita, invece, non può che fondarsi sulla sicurezza ambientale e civile. E questo vale in particolare per il Mezzogiorno, afflitto dal degrado e dall'abusivismo edilizio oltre che dalla criminalità organizzata. Senza sicurezza non c'è turismo e senza turismo per noi non c'è sviluppo.
È tanto paradossale quanto inaccettabile, perciò, che una nevicata spacchi il Paese in due, paralizzando la Capitale, i collegamenti stradali e ferroviari. Che centinaia di passeggeri rimangano bloccati per un giorno intero in stazioni gelate, che intere zone rimangano isolate, che quasi duecentomila famiglie rimangano senza elettricità. Mentre cerchiamo faticosamente di risalire la china della credibilità internazionale e di ridurre finalmente lo spread, per pagare meno interessi sul finanziamento del debito pubblico, nello stesso momento mostriamo al mondo intero il nostro volto peggiore: quello di un popolo arruffone, disorganizzato, inefficiente. Un'Italia occupata in gran parte da catene montuose, le Alpi in tutto l'arco settentrionale e gli Appennini come spina dorsale da nord a sud, ma senza spazzaneve e camion spargi-sale a sufficienza.

A Roma e dintorni, nei prossimi giorni il ghiaccio si scioglierà. La circolazione stradale tornerà più o meno regolare. I treni e gli aerei riprenderanno a viaggiare più male che bene. Ma, prima che arrivi un'altra nevicata, un'altra alluvione o un'altra frana, dovremmo imparare una buona volta la lezione che di tanto in tanto la natura severamente impartisce.
(05 febbraio 2012)

La colpa dei disagi è sempre degli altri



 
 
di LUCA MERCALLI, dalla stampa

Cinquant’anni fa un’ondata di gelo siberiano ti colpiva alle spalle e basta, perché le previsioni erano quello che erano. Oggi la si individua con una settimana di anticipo. Mercoledì 25 gennaio, nelle città del Nord splendeva ancora il sole, ma già si pensava alla prevenzione.
Comuni e viabilità avevano messo in moto la macchina per far fronte alla nevicata attesa sul Piemonte da sabato 28 e poi in estensione sull’Appennino emiliano-romagnolo. La neve a Firenze e Roma era data per certa, così come le temperature boreali, da giovedì in poi.

Nessuno è stato sfiorato dal dubbio che le previsioni meteo non fossero da prendere sul serio, tanto che nei giorni successivi si è sviluppata una vera tempesta mediatica sull’imminente irruzione dell’inverno russo, al punto che si leggevano i valori dei record meteorologici prima ancora che si fossero verificati! Sarà l’ondata di gelo peggiore dal 1985, nevicherà a Roma, ghiaccio e neve creeranno disagi ai trasporti: nemmeno un condizionale. Più di così per informare istituzioni e cittadini non si poteva fare! Poi neve e gelo sono puntualmente arrivati, e con essi i treni soppressi, le code in tangenziale, le cadute sul ghiaccio e ogni genere di polemiche. Tutto come da copione, una fotocopia di quanto avvenuto dopo il devastante nubifragio di Genova del 4 novembre, anche quello annunciato con congruo anticipo.

Ma se dunque non riusciamo ad attrezzarci di fronte agli eventi meteorologici anomali nemmeno ora che abbiamo la possibilità di prevederli con ragionevolissima affidabilità, cosa non ha funzionato? Non si può scaricare sempre la colpa sulle pubbliche amministrazioni. E’ vero che qualche locale italica manchevolezza ci sarà pur stata, è vero che il traffico ferroviario potrebbe essere migliore anche quando non nevica, ma tutti i mezzi spartineve erano in servizio, condotti da personale addestrato e disciplinato, il sale e la sabbia erano stati sparsi in tempo e la vita è andata avanti dignitosamente anche a Cesena, a Bologna, a Urbino, dove la nevicata è stata imponente, talora superiore al metro. Eppure c’era sempre chi si lamentava che la neve non era stata spazzata anche su quel marciapiede di periferia e alla fermata del bus 39 sbarrato, dimenticando che la macchina sgombraneve ha un costo molto rilevante per le pubbliche casse. Bisogna agire di compromesso privilegiando alcuni assi viari, assegnando priorità agli ospedali, non si può asportare ogni fiocco di neve appena tocca terra, si spenderebbero milioni di euro per un ben effimero risultato.

A Roma una nevicata così abbondante non la si vedeva dall’11 febbraio 1986, quando ne caddero 23 cm. Poi solo un paio di spruzzate subito fuse nel febbraio 1991 e 2010. Per una città con una così bassa frequenza di nevicate tenere in piedi un servizio di sgombero neve come quello di Torino o Milano sarebbe una follia. Una fortezza Bastiani per combattere un sol giorno in 26 anni. E se non hai le armi - e qui era giusto non averle, per ragioni economiche e di buon senso - ritirati! Ma grazie alle previsioni, che sia una ritirata ordinata e programmata.

Invece, e qui sta il nocciolo della questione, l’impressione è che ormai ognuno pensi che il mondo ruoti tutto intorno a sé. Che la bufera soffi solo sugli altri, che il coefficiente di attrito dinamico sul ghiaccio aumenti magicamente sotto le proprie gomme, che le scarpette con i tacchi non si immiseriscano nella fanghiglia gelata, che la neve fonda istantaneamente sotto i propri specialissimi passi, che si possa insomma continuare a fare tutto quello che si sarebbe fatto con il sole anche nella settimana più glaciale degli ultimi trent’anni. Senza cambiare programmi, senza adeguare comportamenti e incolpando sempre gli altri per i disagi subiti. La vera anomalia non sta nei termometri, ma nell’incapacità di leggerli.

giovedì 2 febbraio 2012

Il silenzio su Scampia prigioniera del coprifuoco


LA POLEMICA
Il silenzio su Scampia 
prigioniera del coprifuoco
Si è ripreso a sparare nei territori di Gomorra. E i clan, per evitare morti innocenti, "consigliano vivamente" di stare in casa la sera, di non uscire. Ma il clan scissionista è spaccato e un movimento dal basso, sul modello degli Occupy americani, vuole riprendersi le piazze. E si dà appuntamento nel centro di Scampia. Per non far calare il silenzio
di ROBERTO SAVIANO, da Repubblica


Accade che un ordine dato da un clan imponga il coprifuoco e che il resto del Paese quasi non se ne accorga. Accade a Secondigliano, Scampia, Melito, Giugliano, in un territorio che raggiunge quasi 300 mila persone. I clan danno l'ordine: entro le sette, sette e mezza di sera bisogna chiudere i negozi. Entro le otto tornare a casa. I bar al massimo entro le 22 devono avere le saracinesche chiuse.

Accade anche che si dica dopo poco che questo coprifuoco non esiste, che è un inutile allarmismo, un'invenzione. Le associazioni si spaccano, i magistrati indagano, i messaggi di diverso segno iniziano a diffondersi.

È un coprifuoco anomalo. Lo consigliano piuttosto che imporlo. Lo consigliano caldamente. E il calore dell'intimidazione prevede un'unica cosa: dichiarazione di guerra. Le ragioni del coprifuoco sembrano infatti le ragioni tipiche di ogni conflitto, e siccome nel 2004 la faida che scoppiò interna al clan Di Lauro di Secondigliano generò molti morti innocenti, questa volta i clan chiedono a chi vive lì di non diventare un bersaglio sbagliato. O forse non lo chiedono affatto. Accade che le persone si comportino così sentendo paura e basta.

Eppure quasi nessuno parla di quel che accade. Il destino della battaglia alle mafie è sempre identico. Diventano grimaldello utile quando le parti politiche si scontrano e quando invece l'attenzione si sposta su altro decadono dall'attenzione pubblica. Eppure il più grande tesoro da poter far tornare nelle risorse dello Stato è proprio quello delle mafie. In questo caso Twitter sta dando il suo contributo. Pina Picierno, deputata del Pd, ha dato avvio con un tweet a un movimento spontaneo che, sulle orme di OccupyWallStreet, invita a riprendere il controllo delle strade di Scampia, a sottrarle a chi sente di possederle e di poterne disporre liberamente.

Venerdì prossimo in piazza Giovanni Paolo II Scampia vorrebbe diventare un piccolo Zuccotti Park, e ci si riapproprierà del quartiere. OccupyScampia avrà il merito di riportare attenzione su luoghi dove o ci si spara addosso o si muore o si scompare dalle carte geografiche. Sperando di trovare unità tra le diverse associazioni antimafia attive sul territorio, che sono molte e spesso serie.

Il coprifuoco, ovviamente, non nasce dalla filantropia dei clan. Morti - e soprattutto morti innocenti - significano attenzione; attenzione significa telecamere e forze dell'ordine e questo significa niente più affari nella più grande piazza di spaccio d'Europa. Gli Scissionisti usciti vincitori dalla faida si sono spaccati.

Il clan vincente governato dalle famiglie Amato e Pagano ha sempre più rapporti con la Catalogna e sempre meno con il territorio. Il loro nome di Spagnoli era infatti determinato dal potere che avevano costruito a Barcellona. Gli Amato-Pagano avendo le spese più importanti in Spagna hanno smesso di tenere a stipendio le famiglie dei detenuti.

Errore grave che commettono sempre i clan in ascesa che perdono di vista il territorio considerandolo ormai a loro disposizione. Tutte le mafie hanno regole disciplinate e infrangibili circa gli stipendi e gli indennizzi in caso di arresto. Con pene inferiori ai dieci anni l'affiliato riceve una parte dei soldi in carcere per sopravvivere meglio in prigione, una fetta va alla sua famiglia e un'altra al suo avvocato (a meno che non sia l'avvocato di uno studio già a disposizione degli affiliati). Con una pena superiore ai dieci anni l'indennizzo alla famiglia aumenta.

Questa volta dinanzi ai ritardi nei pagamenti e alle distrazioni il clan Scissionista si è spaccato. E hanno iniziato a sparare. Le altre famiglie hanno smesso di lavorare per loro e gli hanno imposto di non oltrepassare il ponte di Melito. Se lo fanno sono morti.

Gli Amato-Pagano con le piazze di spaccio ferme e con questi divieti si sono armati e sono pronti alla risposta. I morti già ci sono stati ma anche questi sono stati relegati alla cronaca nera locale. Il primo morto è stato Rosario Tripicchio, 31 anni, poi Raffaele Stanchi, 39, poi Patrizio Serrao, 52 anni, poi Fortunato Scognamiglio, 28 anni.

Tutto questo nel solo mese di gennaio. Eppure è calato il silenzio. "Fa più notizia se il panettiere ti fa lo scontrino che fiumi di danaro della cocaina qui a Melito" scrive un ragazzo commentando la notizia su Facebook. Quello che mette paura ai cittadini di questo territorio è che gli Amato sono quasi tutti in galera e quindi hanno delegato la guerra ai ragazzini.

La promessa è: se riuscite a riprendervi i territori sarete i nuovi reggenti. Spesso non pagare le mesate in carcere serve proprio a mettere le giovani generazioni di camorristi contro le vecchie. I ragazzini sono comandati da Mariano Riccio che ha sposato la figlia del capo scissionista Cesare Pagano e vuole rinnovare il clan, scegliendo lui chi pagare e chi no affiliando persone nuove, facendo pace con vecchi nemici responsabili spesso di aver ucciso familiari degli alleati del suo clan.

Le altre famiglie, da Abbinante a Petriccione, dai Marino ai Pariante, si sono messe contro. Ma la figura centrale è Arcangelo Abate, nuovo capo dell'asse Scissionista: senza la sua autorizzazione Riccio non potrebbe agire, senza la sua autorizzazione la guerra non potrebbe partire. Abate è stato nei mesi scorsi scarcerato ed è oggi il nuovo re dei narcos.

E ora il territorio, già vittima in passato delle più cruente faide mai viste in Italia (decine di morti, uso di esplosivi, interi stabilimenti bruciati con persone dentro, esecuzioni di persone scelte a caso), diventa l'ambito in cui fronteggiarsi. E allora le ragazze smettono di uscire in tacchi e indossano scarpe da ginnastica con cui è più facile scappare, non si va in macchina in due, ma solo uno per auto, perché potresti essere scambiato per una paranza (gruppo di fuoco). Si guida possibilmente tenendo le due mani sullo sterzo. Non si indossa casco, si evitano luoghi pubblici. Persino i negozi di pesce abituati a vendere di più la domenica ordinano meno pesce perché si vende sempre meno.

Dettagli di un territorio in guerra. Negarlo sarebbe omertà. Perché la disattenzione di questi giorni sta portando i gruppi a poter decidere un coprifuoco. E i clan si nutrono di buio, di ordinarietà, di abitudine. Tutto normale. Tutto solito. L'attenzione costante si oppone a questo. Il contrasto alla crisi economica si fa anche fermando l'economia criminale e il furto di territorio che le mafie compiono.

A Scampia lo sanno: ogni anno a carnevale c'è un appuntamento per riprendersi (simbolicamente, e non solo) il territorio. Anche quest'anno il 19 febbraio ci sarà la festa di carnevale, una delle poche in questi territori che non si ferma dinanzi alle case dei boss, che non mostra nessun rispetto per i poteri criminali ma che ricorda il diritto fondamentale alla felicità. Sarebbe bello se questo governo trovasse il modo di esserci, se le luci non si spegnessero per riaccendersi solo quando è troppo tardi. Solo quando si spara e si uccide molto. Solo quando torna la guerra, la solita guerra a sud.

martedì 31 gennaio 2012

2011, un anno record per furti, rapine e borseggi


I DATI
2011, un anno record
per furti, rapine e borseggi
Boom di assalti alle abitazioni: +28%. Reati contro il patrimonio aumentati del 15%. La quota degli stranieri irregolari denunciati in Italia per reati di droga ha raggiunto il 34,5% del totale. Tra il 2004 e il 2007 l'incremento era stato più graduale e legato agli scippi e ai borseggi
di FABIO TONACCI,da Repubblica


UN DILAGARE di rapine a mano armata negli appartamenti. E un esercito di scippatori e borseggiatori in strada a minacciare la sicurezza pubblica. La criminalità in Italia sta vivendo una svolta. Nel 2011, dopo anni di calo costante, c'è stata un'impennata a sorpresa dei reati contro il patrimonio, aumentati del 15 per cento rispetto al 2010.

Per le rapine nelle abitazioni è un vero quanto allarmante boom: sono cresciute del 28 per cento in pochi mesi. Un'inversione di tendenza che spiazza i sociologi e preoccupa tutte le forze di polizia. A documentarlo sono i dati riservati che le prefetture di tutta Italia stanno inviando al Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, e che Repubblica è in grado di anticipare.

I furti in appartamento sono cresciuti nell'ultimo anno del 15 per cento, così come le rapine e i borseggi. Gli omicidi sono  "stabili": 610 casi nel 2011. Aumenta invece il peso degli stranieri nella contabilità criminale. La percentuale degli immigrati senza permesso di soggiorno nel totale delle denunce per reati legati alla droga è arrivata a 34.5 per cento. Un record, non è mai stata così alta.

Sono numeri ricavati dalle denunce presentate a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza. Sono provvisori, perché ancora non tutti gli uffici hanno provveduto a inviare le statistiche. Ma chi li sta raccogliendo prevede che quelli definitivi sulle rapine e i furti saranno corretti al rialzo, intorno al 18-19 per cento. Abbastanza per parlare di emergenza sicurezza.

Emergenza che i recenti casi di cronaca nera avevano fatto solo intuire. Per esempio il duplice omicidio a scopo di rapina del commerciante cinese e della figlioletta di pochi mesi, avvenuto a Roma qualche settimana fa. O lo scippo con aggressione di sei giorni fa in centro a Milano, di cui è stata vittima una imprenditrice che girava in bicicletta. Episodi che hanno fatto rumore, ripresi da tutti i telegiornali.

Ma è sfogliando le cronache locali che si ha la percezione della paura e del disagio vissuto da chi vive lontano dall'attenzione delle telecamere, negli angoli meno esposti della provincia italiana. Rapine in villa, aggressioni ai proprietari, il crimine che entra in casa e terrorizza. E poi scippi e borseggi subiti in pieno giorno, furti con scasso. Cioè le varie forme in cui si declina il reato predatorio contro la ricchezza.

Un incremento come quello del 2011 non si verificava dal triennio 2004-2007, ma allora la fase espansiva era stata più graduale. A determinare quell'impennata avevano contribuito solo una parte di reati: i borseggi, i furti di automobili e nei negozi. Quelli commessi in appartamento e gli scippi in realtà erano in costante diminuzione.

Nel 2009, come si legge nell'ultimo Rapporto sulla Criminalità e la sicurezza in Italia, le denunce di furto erano 2500 ogni 100 mila abitanti. Lo stesso trend per le rapine, in netta flessione negli ultimi venti anni, eccezion fatta per il picco del 2007 (90 casi ogni 100 mila abitanti, 18 volte di più rispetto al 1970). Dopo quell'anno nero, erano crollate e sembravano destinate a diminuire.

I sociologi sono i primi ad essere sorpresi dall'impennata del 2011. Una prima spiegazione la azzarda il sociologo Marzio Barbagli in questa pagina. Sarebbe colpa della crisi economica, entrata negli ultimi dodici mesi nella fase più aggressiva, con licenziamenti in aumento e sempre più giovani tenuti ai margini del mercato del lavoro.

Un periodo in cui, politicamente, si sono sovrapposte la fase decadente dell'ultimo governo Berlusconi e l'ingresso del tecnico Mario Monti. E nel quale si assiste all'oggettiva difficoltà delle forze dell'ordine, che da mesi denunciano carenza di mezzi e strutture. Anche per questo la crisi ha dispiegato i suoi effetti più oscuri e criminali.
(31 gennaio 2012)

mercoledì 25 gennaio 2012

Una nave e un paese inclinati


Una nave e un paese inclinati




di MARIO DEAGLIO, dalla Stampa

Nave senza nocchiero in gran tempesta»: già settecento anni fa Dante si servì di una metafora marittima per parlare dell’Italia. Anche oggi una nave che può servire da metafora del Paese e delle sue difficoltà. Si tratta naturalmente della «Concordia», abbandonata dal suo capitano, ossia «nocchiero», incagliata, con il pericolo di affondare, in prossimità di un bellissimo tratto di costa italiana. Non si tratta solo di accostamenti superficiali, occorre invece riflettere sulla «Concordia» quale concentrato delle debolezze italiane.

Questa riflessione deve partire dalla società proprietaria, la Costa Crociere, quasi una sintesi dei successi e delle debolezze del capitalismo italiano. La Costa Crociere (allora Giacomo Costa fu Andrea) venne fondata sette anni prima dell’unità d’Italia e la famiglia Costa ha spesso giocato ruoli di primo piano nella storia imprenditoriale italiana. Angelo Costa, fu un leader storico degli industriali italiani e presiedette la Confindustria per ben 14 anni in due periodi distinti, ai tempi del miracolo economico.

La Costa Crociere è tra le prime società italiane a sperimentare le opportunità e le durezze del capitalismo globale e le difficoltà italiane ad adeguarsi. Lancia le crociere come nuovo prodotto, si dota di navi modernissime nelle quali si fondono la tecnologia avanzata e la raffinatezza del made in Italy. Diventa così la prima impresa croceristica del mercato europeo, forse l’unica società italiana di servizi turistici che si rivolge davvero al mercato mondiale. Allarga l’azionariato, diversifica, entra in Borsa ma non basta: l’Italia non crede nelle sue imprese e non riesce a far affluire il risparmio - tra i maggiori del mondo verso le imprese e i loro progetti di espansione. A credere nella Costa Crociere è invece la multinazionale americana Carnival che nel 1997 ne acquista la maggioranza: la Carnival investe fortemente e, oltre alla Concordia, fa costruire per la Costa Crociere ben 10 grandi navi da crociera, sulle quali lavorano complessivamente oltre diecimila persone, capaci di trasportare 3-5 mila passeggeri l’una. La Costa Crociere contribuisce per circa il 25 per cento al fatturato e ai profitti della sua capogruppo.

In queste condizioni, l’episodio del Giglio si configura come molto di più di un incidente, diventa il sintomo sia di un male oscuro del capitalismo italiano che, oltre certe dimensioni, non riesce a mettere assieme idee, strategie e capitali sia di un più vasto male oscuro: il caso della Concordia e le difficoltà italiane possono infatti essere entrambe ricondotte a una crisi di «governance», ossia del modo di funzionare della nave e, più in generale, del Paese. L’inchiesta scopre scatole nere non funzionanti, radar fuori uso, forse clandestini a bordo, manovre irregolari su una nave che andava troppo veloce in acque nelle quali non avrebbe dovuto trovarsi, con un ponte di comando pieno di gente che non avrebbe dovuto essere lì. Più in generale mette a nudo una diffusa atmosfera di faciloneria, un costante stiracchiamento delle regole.

L’analogia può anche andare oltre. La Concordia ha «in pancia» diverse migliaia di tonnellate di carburante e di altri prodotti tossici che, se si squarciassero i serbatoi o la nave affondasse, procurerebbero un danno gravissimo a fondali e zone costiere che sono tra le più belle del Mediterraneo; la nave Italia ha «in pancia» circa millenovecento miliardi di debiti. In situazioni di grave turbolenza finanziaria potrebbero «inquinare» la finanza europea e globale qualora l’Italia non riuscisse a onorare il suo vasto debito pubblico, oggi rifinanziabile a tassi di interesse troppo elevati. Ecco allora il momento dei tecnici. I sommozzatori, i palombari, gli incursori della Marina impegnati ad aprire dei varchi nello scafo, gli specialisti olandesi dello svuotamento di serbatoi; e forse, in futuro, grandi rimorchiatori che cercheranno di raddrizzare la nave. A livello nazionale, ecco gli esperti chiamati al governo, con vari ruoli, non solo a Roma ma anche ad Atene e in molti paesi europei.

Il risultato è una nave inclinata, in un Paese inclinato, in un’Europa inclinata. Per un’ironia della sorte, il nome «Concordia» era stato inteso, al momento del varo, appena cinque anni e mezzo fa, come un omaggio alla nuova Europa in cui Stati molto litigiosi cercavano di andare d’accordo. Tanto che a ciascuno dei suoi tredici ponti era stato dato il nome di uno Stato europeo. Sarebbe un incoraggiamento per l’Italia e per l’Unione Europea, entrambe chiamate in questi giorni a decisioni difficili, se la metafora volgesse in positivo. Evitare il disastro ecologico e raddrizzare la nave sarebbero di auspicio ad altri, ben più ampi, raddrizzamenti.
mario.deaglio@unito.it


venerdì 20 gennaio 2012

Tragedia del Giglio: in Capitaneria gli strumenti salva navi quella sera erano spenti


Inattivo fino a dopo l’allarme il sistema di controllo satellitare
di PAOLO COLONNELLO, dalla stampa
IIn tutta questa storia del naufragio della Concordia c’è una cosa che stona vistosamente e su cui gli inquirenti si stanno interrogando da alcuni giorni. Riguarda il momento in cui, venerdì scorso, scattò l’allarme nella Capitaneria di porto di Livorno. Rileggendo il «cronologico» fornito alla Procura dalla Capitaneria infatti, si nota che alle 22, ovvero quasi 20 minuti dopo l’impatto della Concordia con gli scogli della «Scola», l’operatore in servizio alla sala radio, segna sul brogliaccio che il traffico marittimo di quella sera è regolare. Alle 22,06 però riceve una telefonata dal brigadiere Formuso dei carabinieri di Prato che lo informa a sua volta di aver ricevuto dalla figlia di una passeggera a bordo del Concordia una telefonata nella quale la donna ha raccontato che durante la cena «il soffitto del ponte sopra il ristorante ha ceduto».

È da questo allarme che scatta la mobilitazione della Capitaneria in un crescendo che raggiungerà lo zenit nella famosa telefonata tra il capitano di fregata Gregorio De Falco e il comandante Francesco Schettino: «Salga a bordo! Cazzo!». La domanda che circola in procura è questa: ma se una passeggera non avesse telefonato, possibile che alla Capitaneria non si sarebbero accorti di niente?

Da qui discendono una serie di considerazioni che portano ancora una volta ai momenti finali della rotta seguita dalla Concordia e monitorata dal sistema satellitare AIS. Un sistema gestito dalla società Elman srl di Pomezia installato in tutte le capitanerie dal 2005, che dovrebbe permettere ai militari di seguire il traffico navale nel Tirreno in presa diretta. Il sistema fornisce le rotte di tutte le navi, segnalando in VHS ogni 10 secondi gli avanzamenti, la velocità, le correzioni, eventuali «inchini» compresi. È un appalto costato allo Stato due milioni di euro che dovrebbe garantire una certa tranquillità in caso di problemi. «Le posso dire spiega Manuela Rondoni, direttore commerciale della Elman - che se l’AIS fosse stato utilizzato come doveva, visto che poteva far scattare un allarme per l’eccessivo avvicinamento della nave all’isola, forse l’incidente della Concordia non sarebbe accaduto».

Invece, si desume dal brogliaccio, il percorso della Costa in quel momento era sconosciuto alla Capitaneria. Tanto che, alle 22,10, dopo la telefonata del carabiniere di Prato, da Livorno contattano la «Capitaneria di Savona, la quale comunica che nella giornata odierna non sono partite navi della Costa crociere». Forse non da Savona, ma da Civitavecchia quella sera, alle 19, era partita la Concordia. Alla Capitaneria però, danno segno di non averne idea. Finchè il sottocapo Tosi decide di consultare l’Ais e scrive nel brogliaccio alle 22,12: «Da verifica AIS individuiamo la M/N Costa Concordia in prossimità dell’isola del Giglio in località punta Lazzeretto». Ovvero nel punto in cui la nave si è andata ad arenare davanti agli scogli del Giglio.

Il filone d’indagine è al momento molto esile in Procura ma solletica la curiosità degli inquirenti che vorrebbero capire come può succedere che un transatlantico di 110mila tonnellate naufraghi a pochi metri da una costa e, nonostante i sofisticati sistemi di rilevamento satellitare, nelle Capitanerie lo si debba venire a sapere solo dalla telefonata di un carabiniere in terraferma. Una parziale risposta potrebbe arrivare dal fatto che sebbene sia fatto obbligo alle navi per il trasporto passeggeri e di merci pericolose di avere a bordo, nella scatola nera, l’Ais, non è obbligatorio per la Guardia Costiera tenere sotto controllo attraverso il sistema satellitare tutte le rotte delle navi se non nei punti considerati a rischio, come ad esempio vicino a basi militari o nel trafficatissimo stretto di Messina. E il tratto di mare tra il Giglio e l’Argentario non rientra tra questi punti. Però, spiegano alla Elman, non dovrebbe nemmeno essere considerato un percorso per navi di quelle dimensioni, vista la presenza di secche e scogli.

Ma c’è di più. Nelle capitanerie italiane, dal 2009 è stato installato un ulteriore sistema di sicurezza e monitoraggio, il VTS. È un sistema integrato con una rete di radar e satelliti in grado di tracciare delle autostrade marine nelle quali dovrebbero muoversi con sicurezza le navi di grande tonnellaggio e prevede un sofisticato sistema di allarmi che allerti le capitanerie in caso di cambi di rotta o avvicinamenti pericolosi alle coste, tipo quello della Concordia per l’inchino di rito. Il progetto, firmato da Finmeccanica-Selex è costato ai contribuenti 320 milioni di euro, gli impianti sono stati installati in tutte le capitanerie compresa quella di Livorno. Ma, tranne che a Messina, non funziona praticamente da nessuna parte. In alcuni casi non è nemmeno cominciato il collaudo. Come mai? Mistero all’italiana: soldi già spesi, servizio inattivo. Certo se fosse stato in funzione, il doppio allarme avrebbe impedito con certezza matematica il naufragio della Concordia, le bugie di Schettino e i morti, ancora senza pace in fondo al mare.

martedì 17 gennaio 2012

Se la viltà batte il "compito della vita"


17/1/2012

Se la viltà batte
il "compito della vita"
PIERANGELO SAPEGNO,dalla Stampa

Non sappiamo se come Lord Jim anche il comandante Francesco Schettino dovrà correre tutta la sua vita, da un posto all’altro, fra la vergogna e il rimpianto, per sfuggire ai suoi demoni.

Anche nel romanzo di Joseph Conrad, il primo ufficiale era scappato su una scialuppa dalla sua nave in tempesta. Processato e degradato, fu costretto a scappare con la sua ignominia senza riuscire a perdonarsi il suo errore, trovando riscatto solo alla fine in una terra lontana. L’eroismo serve nei film, o nei libri. Francesco Schettino dev’essere costretto ad affrontare altri fantasmi, cercando fra i rimorsi di un errore. Ma come per Lord Jim, ormai niente sarà più come prima.

E’ che ci sono errori che cambiano la vita. L’errore dell’uomo ha sempre qualcosa di imponderabile in sé, qualcosa che resta difficile da giudicare, come il peccato: una paura, un sentimento, a volte solo un pensiero, che ne determina l’azione. In fondo, che cos’è l’errore se non un peccato. Sono le conseguenze che ne classificano la gravità. Ecco, la fuga e l’atto di viltà, hanno una accezione più grave di tutti gli altri, semplicemente perché appartengono anche a noi, alle nostre fragilità e alle nostre miserie, e noi sappiamo bene quanto dobbiamo combattere ogni giorno per superarle. La viltà di un altro ci indebolisce. Ma la viltà di chi comanda ci umilia, ha qualcosa in sé che non è spiegabile se non con il rifiuto e lo spregio. Il generale Giacomo Zanussi raccontava così in un suo diario la fuga del Re e degli Alti Comandi da Roma, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943: «Sono passate le sei. Qualche soldato, fermo sui marciapiedi, davanti agli edifici del Ministero della Guerra e dello Stato Maggiore, saluta. Ma gli altri, i più, restano come sono, berretto di traverso, viso torvo, mani in tasca. Annusano la fuga dei capi». Quel peccato costò la vita di 1300 soldati e cittadini anonimi, mentre una fila vociante di 250 ufficiali con le loro famiglie si riversava disordinatamente sulla tolda della corvetta Baionetta nel porto di Pescara, fra insulti preghiere e spintoni, per scappare a Brindisi.

Come si vede, c’è sempre, nella diversità delle azioni, una diversità ancora più evidente di comportamento. Non è solo la dignità del coraggio, o la vergogna della fuga. Il commissario di bordo Manrico Giampedroni risponde quasi sorridendo, sdraiato su un lettino, con la mano e il braccio fasciato e la gamba ingessata, che lui ha fatto quello che doveva fare, mica di più. «Quello era il mio compito», dice. «Credo che anche il comandante abbia fatto il suo». E’ il senso del dovere, quello che ti eleva, la fatica di fare il tuo compito ogni giorno e tutti i giorni. Non è così semplice come sembra. Molti di noi ci riescono. Ma sono i migliori. Perché non devi sbagliare. L’ammiraglio Persano, nel 1866, perse la battaglia di Lissa contro Wilhelm von Tegetthoff, il comandante austriaco che parlava in veneto ai suoi marinai, che erano tutti triestini, istriani, dalmati e veneziani. Ritornò in Italia annunciando una grande vittoria, fino a quando non vennero pubblicati i bollettini della battaglia: gli italiani, nonostante una flotta numericamente superiore, si erano ritirati con due navi corazzate affondate e 620 morti, contro i soli 38 degli austriaci, che non avevano perso alcuna unità. Il proprio compito bisogna farlo sino alla fine. Nessuno riuscì a capire l’enorme e inutile bugia raccontata dall’ammiraglio. Ma certo, per commettere un errore del genere, tutti pensarono che doveva averne nascosto uno più grande.

Quello più grande commesso da Francesco Schettino, non possiamo giudicarlo. Tocca agli altri farlo. Come quei soldati che vedevano correre via la Fiat 2800 grigioverde con il re e il generale Puntoni, anche a noi non resta che guardare. E lui non l’abbiamo visto fra i volti dolenti dei turisti disperati e di tutti quelli che adesso stanno lottando contro il mare e contro il tempo per salvare l’ultima vita. Lì c’erano solo gli uomini di tutti i giorni, quelli che accettano il compito della vita. Fino in fondo.

mercoledì 4 gennaio 2012

Le vacanze a sette stelle di Rutelli e Casini


Le vacanze a sette stelle
di Rutelli e Casini

Un giorno d’estate di 11 anni fa, Sandra Bonsanti, all’epoca mio direttore, mi mandò a intervistare Francesco Rutelli a Capalbio. Rutelli, nonostante fosse bello e abbronzato, era già un candidato moribondo. Quando gli chiesi la differenza tra lui e Berlusconi mi spiegò che lui era a Capalbio, in vacanza in un hotel tre stelle, insieme alla famiglia, tutti in una camera. Berlusconi se la spassava tra villa Certosa, il Billionaire, Lele Mora e Costantino Vitagliano.

Bene pensai. Ha già perso, perché si chiama Rutelli, ma almeno sembra un candidato normale. Uno da cui puoi comprare un’auto usata, forse. Oggi apro il sito del Corriere della sera e scopro che Rutelli trascorre le vacanze alle Maldive, sempre con la stessa moglie, ma invece di un hotel a tre stelle alloggia in una villa di un resort da 5000 dollari a notte. Per fortuna non comprai quell’auto, penso.

Ma interessante è l’allegra combriccola che fa compagnia a Rutelli. Primo, in ordine di mia indignazione, Pierferdinando Casini. Da uno allevato a pane, Democrazia cristiana e Forlani, l’auto usata non l’avrei mai comprata. Ma resto comunque senza parole. Non si sono ancora ridotti lo stipendio di parlamentari – nonostante a casa Rutelli e Casini i soldi veri arrivino grazie a matrimoni di sostanza – e ci sbattono in faccia le Maldive. Torneranno abbronzati in gennaio per chiederci sacrifici. Se qualcuno vi manda a quel paese non prendetevela, può anche essere una reazione normale. Non dico le operaie della Omsa o i lavoratori della Malaguti, magari se vi incontro lo penso anche io. Non ve lo dirò perché sono educato, ma lo penserò un bel vaffa… Lo sto già meditando.

Per di più scordatevi di vendermi un’auto usata. Non mi fido di entrambi. Non mi fidavo quando eravate pallidi e affannati, figuriamoci oggi.

La combriccola è completata da Stefania Craxi e Renato Schifani. Sulla prima stendiamo un velo pietoso, ha già una grana enorme all’anagrafe. Schifani, seppure come cognome non sia il massimo, fa il presidente del Senato. Non mi pare abbia ambizioni da playboy: c’era bisogno di andare ad abbronzarsi a 5000 dollari a notte?

Questione di stile, non stiamo qui a fare i bacchettoni. Ma vedi, Casini, Rutelli o Schifani, se invece di andare per Capodanno nel resort fosse partiti a fine gennaio, nessuno se ne sarebbe accorto. La vostra presenza in parlamento non è che sia fondamentale, diciamocelo, siete in tanti là dentro, uno più uno meno, il governo avrebbe lavorato allo stesso modo. Avete sbagliato i tempi. Ora ve ne tornate tutti insieme, allegri e abbronzati, pronti per pronunciare la parola magica, sacrifici. Bene, ci sto. Ma fateci un favore. Andate a chiederli porta a porta i sacrifici. Magari a chi ha perso da poco il lavoro. Vediamo, come direbbe Jannacci, l’effetto che fa.

Un consiglio: l’abbronzatura passa in pochi giorni, non aspettate molto. Altra cosa: so che non avete auto usate da vendere e, comunque, ci penserebbe Giovanni Malagò che è del settore e adora i tipi da spiaggia, ma provate a proporre se la vogliono. Magari qualcuno ci casca ancora. Io no.
Fonte : Il fatto quotidiano

«Mia moglie ha fatto la spesa e cucinato»


LEGA NORD
Botta e risposta al veleno tra Calderoli e Monti sul cenone di Capodanno
Il coordinatore del Carroccio attacca il premier. La replica ironica : «Mia moglie ha fatto la spesa e cucinato»



MILANO - La Lega Nord torna ad attaccare il governo dando vita a un botta e risposta d'inconsueta ironia. Prima Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie nazionali del Carroccio, presenta un'interrogazione a risposta scritta al presidente del Consiglio, Mario Monti. La richiesta? L'ex ministro vuol sapere «se corrisponda alla verità la notizia secondo cui la notte dell'ultimo dell'anno si siano tenuti dei festeggiamenti presso la presidenza del Consiglio dei ministri in Palazzo Chigi».
CHI HA PAGATO LA SERATA? - Ma non solo. Nell'interrogazione si chiede «se la festa avesse le caratteristiche di manifestazione istituzionale ovvero di natura privata; quanti fossero gli invitati alla festa di cui sopra e a che titolo vi abbiano partecipato; se l'iniziativa sia stata effettivamente disposta dal presidente del Consiglio Mario Monti; se tra gli invitati figurassero anche le persone care al presidente; chi abbia sostenuto gli oneri diretti e indiretti della serata, con particolare riferimento alla sicurezza e agli straordinari del personale addetto, e se gli stessi sono stati già corrisposti; se non si ritiene inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare, in un momento di crisi come quella attuale, una festa utilizzando strutture e personale pubblici».

«LA NOTIZIA STA GIRANDO» - Poi l'affondo e la richiesta di dimissioni. «La notizia sta girando e necessita di una rapida risposta », ha sottolineato Calderoli in una nota. Che ha aggiunto: «Francamente non riesco a crederci, perché in un momento del genere - in cui i cittadini sono costretti a tirare la cinghia, per usare un eufemismo, dalle misure adottate da questo governo - sarebbe davvero incredibile, oltre che gravissimo, se venisse confermato che il premier ha utilizzato un palazzo istituzionale e il relativo personale per una festa di natura privata. E in questo caso mi pare evidente che Monti dovrebbe rassegnare immediatamente le dimissioni e chiedere scusa al Paese e ai cittadini».

COTECHINO E LENTICCHIE: LA REPLICA - Pronta è arrivata la risposta del Professore. Alle richieste di spiegazioni il presidente Monti ha replicato con una nota ironica pubblicata sul sito del governo precisando che «non c'è stato alcun tipo di festeggiamento presso Palazzo Chigi, ma si è tenuta presso la residenza di servizio del presidente del Consiglio, una semplice cena di natura privata per una decina di persone, tutte di famiglia». Oltre a fornire l'elenco dei partecipanti, il premier sottolinea che «gli oneri della serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti». E, ancora, nella replica il Professore fa sapere che la moglie Elsa ha provveduto a fare personalmente la spesa - tortellini, cotechino e lenticchie - indicando l'indirizzo dei negozi scelti per gli acquisti. Poi, l'ironia «Il presidente Monti non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’amministrazione di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente». Il Professore non ci sta dunque a farsi bacchettare e coglie l'occasione per ricordare come «la presidenza del Consiglio eviti di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni, quali gli incontri con rappresentanti istituzionali o con membri di governo stranieri».

BOTTA E RISPOSTA - E quando la polemica sembrava conclusa, è arrivata la contro-replica di Calderoli che non ha incassato il colpo di Palazzo Chigi. «Come si dice in questi casi, la toppa è peggio del buco. La nota scritta diramata da Mario Monti conferma pienamente che c'è stata una festa privata e, indipendentemente dal lavoro che sarebbe stato svolto dalla signora Monti in cucina e nel servizio ai tavoli - ma verificheremo che non ci fossero davvero dei cuochi o dei camerieri - chiediamo al presidente Monti se sia al corrente di quanto costa tenere aperto Palazzo Chigi, con tutto il personale conseguente, incluso quello relativo alla sicurezza». Poi, il coordinatore del Carroccio ha deciso di rispondere anche al democratico Ettore Rosato del Pd che su Twitter gli aveva ricordato il bunga bunga di Berlusconi: «Io non sono un moralista e Berlusconi le sue feste le faceva a palazzo Grazioli o ad Arcore, ovvero nelle sue residenze private, e che le sue feste le è sempre pagate di persona e quindi devo ritenere che Berlusconi dia lezioni di morale anche al presidente Monti ...».

IN RETE - Lo scambio di battute tra il premier e l'ex ministro sul cenone di San Silvestro ha scatenato gli utenti di Twitter. Sul social network in pochi minuti l'hastag #cotechinoelenticchie è balzato al primo posto della classifica italiana dei trends.

dalla Redazione Online del Corriere
4 gennaio 2012 | 22:07