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giovedì 16 giugno 2011

Referendum: una vittoria che viene da lontano.

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 16 giugno 2011




Tutto è cominciato poco più di un anno fa, quando la raccolta delle sottoscrizioni per i referendum sull'acqua come bene comune s'impennò fino a raggiungere il picco di un milione e quattrocentomila firme, record nella storia referendaria. Pochi si accorsero di quel che stava accadendo. Molti liquidarono quel fatto come una bizzarria di qualche professore e di uno di quei gruppi di "agitatori" che periodicamente compaiono sulla scena pubblica. O lo considerarono come un inciampo, un fastidio di cui bisognava liberarsi. Basta dare un'occhiata ai giornali di quei mesi.



E invece stava succedendo qualcosa di nuovo. Il travolgente successo nella raccolta delle firme era certamente il frutto di un lavoro da tempo cominciato da alcuni gruppi. In quel momento, però, incontrava una società che cambiava nel profondo, dove l'antipolitica cominciava a rovesciarsi in una rinnovata attenzione per la politica, per un'altra politica. Ai referendum sull'acqua si affiancarono quelli sul nucleare e sul legittimo impedimento. Nasceva così un'altra agenda politica, alla quale, di nuovo, non veniva riservata l'attenzione necessaria.



Mentre i referendari lavoravano per blindare giuridicamente i quesiti e farli dichiarare ammissibili dalla Corte costituzionale, le dinamiche sociali trovavano le loro strade, anzi le loro piazze. Sì, le piazze, perché tra l'autunno e l'inverno questi sono stati i luoghi dove i cittadini hanno ritrovato la loro voce e la loro presenza collettiva. Le donne, le ragazze e i ragazzi, i precari, i lavoratori, il mondo della scuola e della cultura hanno creato una lunga catena che univa luoghi diversi, che si distendeva nel tempo, che faceva crescere consenso sociale intorno a temi veri, nei quali si riconosceva un numero sempre maggiore di persone - il lavoro, la conoscenza, i beni comuni, i diritti fondamentali, la dignità di tutti, il rifiuto del mondo ridotto a merce.



Le piazze italiane prima di quelle che simboleggiano il cambiamento nel nord dell'Africa? Le reti sociali, Facebook e Twitter come motori delle mobilitazioni anche in Italia? Proprio questo è avvenuto, segno evidente di un rinnovamento dei modi della politica che non può essere inteso con le categorie tradizionali, che sfida le oligarchie, che rende inservibile la discussione da talk show televisivo. Forse è frettoloso parlare di un nuovo soggetto politico per una realtà frastagliata e mobile. Ma siamo sicuramente al di là di quei "ceti medi riflessivi" che segnarono un'altra stagione della società civile. Di fronte a noi sta un movimento che si dirama in tutta la società, prensile, capace di costruire una agenda politica e di imporla.



Mentre tutto questo avveniva, le incomprensioni rimanevano tenaci. Patetici ci appaiono oggi i virtuosi appelli contro il "movimentismo", provenienti anche da persone e ambienti dell'opposizione, che oggi dovrebbe riflettere seriamente sulla realtà rivelata dalle elezioni amministrative e dai referendum invece di insistere nella ricerca di categorie astratte - il centro, i moderati. E se la maggioranza vuol cercare le radici della sua sconfitta, deve cercarle proprio nell'incapacità totale d'intendere il cambiamento, con un Presidente del consiglio che ci parlava di piazze piene di fannulloni, una ministra dell'Istruzione che non ha incontrato neppure uno studente, una maggioranza che pensava di domare il nuovo con la prepotente disinformazione del sistema televisivo.



Guardiamo alle novità, allora, e alle prospettive e ai problemi che abbiamo di fronte. Il voto di domenica e lunedì ha restituito agli italiani un istituto fondamentale della democrazia - il referendum, appunto. Ma ci dice anche che bisogna eliminare due anomalie che continuano a inquinarne il funzionamento. È indispensabile riscrivere la demagogica legge sul voto degli italiani all'estero, fonte di distorsioni, se non di vere e proprie manipolazione. È indispensabile ridurre almeno il quorum per la validità dei referendum. Pensato come strumento per evitare che l'abrogazione delle leggi finisse nelle mani di minoranze non rappresentative, il quorum ha finito con il divenire il mezzo attraverso il quale si cerca di utilizzare l'astensione per negare il diritto dei cittadini di agire come "legislatore negativo". Si svilisce così anche la virtù del referendum come promotore di discussione democratica su grandi questioni di interesse comune.



Ma il punto cruciale è rappresentato dal fatto che ai cittadini è stato chiesto di esprimersi su temi veri, che liberano la politica dallo sguardo corto, dal brevissimo periodo, e la obbligano finalmente a fare i conti con il futuro, con una idea di società, con il rinnovamento delle stesse categorie culturali. Un'altra agenda politica, dunque, che dà evidenza all'importanza dei principi, al rapporto nuovo e diverso tra le persone e il mondo che le circonda, all'uso dei beni necessari a garantire i diritti fondamentali di ognuno. La regressione culturale sembra arrestata, il risultati delle amministrative e dei referendum ci dicono che un'altra cultura politica è possibile.



Il voto sul nucleare non ipoteca negativamente il futuro dell'Italia. Al contrario, impone finalmente una seria discussione sul piano energetico, fino a ieri elusa proprio attraverso la cortina fumogena del ritorno alla costruzione di centrali nucleari. Il voto sul legittimo impedimento ci parla di legalità e di eguaglianza, esattamente il contrario della pratica politica di questi anni, fondata sul privilegio e il rifiuto delle regole. Il voto sull'acqua porta anche in Italia un tema che percorre l'intero mondo, quello dei beni comuni, e così parla di un'altra idea di "pubblico". Proprio intorno a quest'ultimo referendum si è registrato il massimo di disinformazione e di malafede. Si è ignorato quel che da decenni la cultura giuridica e quella economica mettono in evidenza, e cioè che la qualificazione di un bene come pubblico o privato non dipende dall'etichetta che gli viene appiccicata, ma da chi esercita il vero potere di gestione. Si sono imbrogliate le carte per quanto riguarda la gestione economica del bene, identificandola con il profitto. Si sono ignorate le dinamiche del controllo diffuso, garanzia contro pratiche clientelari, che possono essere sventate proprio dalla presenza dei nuovi soggetti collettivi emersi in questa fase.



Quell'agenda politica deve ora essere attuata ed integrata. È tempo di mettere mano ad una radicale riforma dei beni pubblici, per la quale già esistono in Parlamento proposte di legge. E bisogna guardare ad altre piazze. Quelle che affrontano il tema del lavoro partendo dal reddito universale di base. Quelle che ricordano che le persone omosessuale attendono almeno il riconoscimento delle loro unioni: un diritto fondamentale affermato nel 2009 dalla Corte costituzionale e che un Parlamento distratto e inadempiente non ha ancora tradotto in legge, com'è suo dovere.

La fuga dai referendum non è riuscita. Guai se, dopo un risultato così straordinario, qualcuno pensasse ad una fuga dai compiti e dalle responsabilità che milioni di elettori hanno indicato con assoluta chiarezza.



(16 giugno 2011)



martedì 14 giugno 2011

Affluenza boom, quesiti validi.


Se si votasse per le politiche, Berlusconi


perderebbe di qualche lunghezza

UGO MAGRI, dalla "Stampa"



ROMA

L’Italia sbatte la porta alle tecnologie rischiose, intima «giù le mani» dai beni pubblici, grida «mai più» alle leggi «ad personam». Un decreto a firma presidenziale dichiarerà, tempo qualche giorno, che tutte le norme sottoposte al referendum sono state giustiziate dalla rabbia popolare. La «Gazzetta ufficiale» pubblicherà un necrologio senza lacrime. Nel frattempo la Suprema corte avrà accertato l’esito che già sappiamo: il 57 per cento degli elettori si sono recati alle urne, ben il 95 ha votato «sì».



Tromba d’aria

E’ la seconda, in un mese, che si abbatte sulla politica. Il vuoto d’aria risucchia Berlusconi, che non più tardi di giovedì s’era lasciato andare in tono bisbetico, quasi incapricciato: «C’è pure il diritto di non votare...». Ora il premier finge disinvoltura. Su consiglio di Letta e Bonaiuti proclama: «La volontà di partecipazione non può essere ignorata, governo e Parlamento hanno ora il dovere di accogliere pienamente il responso dei referendum» che pure «non è lo strumento più idoneo per affrontare questioni complesse...». Già, perché al Cavaliere è riuscito il miracolo involontario di resuscitare Lazzaro, l’istituto referendario morto e sepolto dal 1995. Si sta cucendo addosso l’abito del perdente. Dicono i sondaggi (compresi quelli che Silvio legge con più attenzione): se si votasse domani la sinistra sfonderebbe e il Pd sarebbe il primo partito. Guarda che combinazione, Bersani cavalca il referendum che altri (Grillo, Di Pietro) hanno innescato, chiede elezioni subito quale effetto del «divorzio tra governo e Paese». Sempre se si votasse domani, sarebbe ineluttabilmente lui il candidato premier, senza nemmeno bisogno delle primarie.



I vincitori

Grillo sostiene: è un trionfo di tutti noi, «i cittadini hanno mandato affan... i partiti». Idem Di Pietro. L’ex pm ci vede una scelta corale né di sinistra né di destra perché «sono andati a votare sì anche molti del Pdl». E in effetti, secondo una rilevazione Emg per «La 7», ha contribuito all’esito quasi la metà degli elettori berlusconiani. Per Veltroni stavolta «vince la società civile», secondo Vendola si fa largo «l’Italia dei beni comuni». Emergono gli umori profondi, la «pancia» del Paese, grandi questioni su cui riflettere. Dunque s’inalbera Di Pietro quando il Pd (Bersani, ma pure Franceschini, D’Alema, la stessa Bindi) «strumentalizza i risultati referendari». Qui c’è un ciclone che spazza via tutto, altro che intestarsi il fenomeno. «Non chiederemo le dimissioni del Cavaliere», insiste polemico Tonino, il quale lancia se stesso «come alternativa al premier». Ormai tutti trattano Berlusconi come un pugile suonato, se lo litigano per farci a cazzotti. Un vecchio combattente di sinistra come Angius arriva a canticchiare «menomale che Silvio c’è», con lui sul ring la vittoria dei nipotini di Stalin sarebbe certissima. Anche per questo i terzopolisti uniti (dichiarazione a firma Fini-Casini-Rutelli) mandano messaggi a Pdl e Lega, il referendum «è un no grande come una casa a questo governo», prima quello lo levate di lì e meglio sarà per tutti. Anziché votare subito, Rutelli vedrebbe bene un governo-cuscinetto, una fase di decantazione. Casini invece non si fa illusioni: «Conoscendo Berlusconi, tutto farà tranne che un passo indietro».



I vinti

Alcuni come Scajola ammettono «il segnale di forte disagio verso il governo», altri ancora (Cicchitto e il quasi-segretario Pdl Alfano) applaudono Di Pietro che manda a farsi un giro Bersani, altri ancora si domandano se ora Napolitano controfirmerà la «prescrizione breve» sotto esame al Senato. Tutti tengono d’occhi la Lega che domenica celebra Pontida. Brutti presagi per il premier. Calderoli: «Gli indicheremo cosa portare in Aula per la verifica il 22 giugno... Prendere sberle sta diventando un’abitudine». Pare però che Silvio voglia ricominciare la campagna acquisti, per rimpolpare le fila dei Responsabili, e della Lega dica spavaldo: «Tanto quelli non vanno da nessuna parte...».





Il trionfo della passione civile
di GIUSEPPE GIULIETTI, da "Micromega"

Ognuno festeggi come crede, dove vuole e con chi preferisce, ma si ricordi che questa è anche una vittoria della passione civile, della unità tra diversi, dei tanti che hanno contribuito a costruire la vittoria del SÌ.


Questa giornata non ci sarebbe stata se alcuni non avessero deciso di contrastare radicalmente Berlusconi e non avessero avviato la raccolta di firme tra il fastidio e le critiche di quelli che: “Così si fa un favore al piccolo Cesare… questo è il modo migliore per rafforzarlo… il nucleare ci serve… il quorum non ci sarà mai…”, basterebbe una buona rassegna stampa per ridare memoria delle scemenze sparate e degli opportunismi di sempre.



Del resto lo stesso campionario lo avevamo dovuto ascoltare per le candidature di De Magistris a Napoli e di Pisapia a Milano; sarà bene non dimenticare quanto è stato detto e scritto, se non altro per il piacere di replicare quando i soliti noti verranno a spiegarci che: “non avete capito nulla siete solo dei velleitari, degli antiberlusconiani di professione”.



Si, questa è anche una vittoria degli antiberlusconiani di professione, anzi lo rivendichiamo con un certo malcelato piacere!



Eppure sarebbe un errore, proprio ora, abbandonarsi alle polemiche, alle divisioni, alle feste separate, alla lettura settaria dei risultati di queste settimane.



Quello che sta accadendo indica che ormai è in atto un sommovimento profondo, una rivolta etica e civile e questa rivolta ha bisogno di essere accompagnata da un coordinamento di tutte le energie, dalla definizione immediata di un programma comune fondato sulle primarie sulla tutela dei beni comuni, intesi nel senso più ampio.



Del resto i risultati raggiunti non sarebbero stati possibili se nelle urne delle amministrative e dei referendum, non si fossero sommati i voti dei comitati, delle associazioni dei partiti, dei sindacati, dei gruppi di democrazia civica, di tante cittadine e cittadini, anche di destra che non ne possono più e attendono di essere messi in condizione di poter scegliere una alternativa chiara, credibile, distante nei modi, nelle forme, nei comportamenti, nelle politiche non solo da Berlusconi, ma anche dal berlusconismo.



Nelle prossime ore Berlusconi reagirà alzando i toni e tentando di imbavagliare quello che non gli piace, guai ad abbassare la guardia, anzi forse è giunto il momento di rilanciare e di dar vita ad un movimento di popolo, ampio, unitario, di lunga durata, che chiede, con voce crescente, le dimissioni del piccolo Cesare e della sua corte.



La vittoria del SÌ, clamorosa nelle qualità e nella quantità, ha segnato il trionfo dell’interesse generale e dei beni comuni contro l’egoismo ed il conflitto di interessi, adesso sarà il caso di accompagnare alla porta l’amico italiano del colonnello Gheddafi.



Giuseppe Giulietti



(13 giugno 2011)



di  GIORGIO CREMASCHI, da "Micromega"
 Vince il popolo dei beni comuni, perdono i 4B



Ha vinto il popolo dei beni comuni, quel popolo che dice no alla privatizzazione dell’acqua così come alla distruzione della natura, della salute delle persone e dei loro diritti, nel nome del profitto.


Questo è il primo chiaro segnale che viene dall’eccezionale risultato di partecipazione del referendum. Ha vinto il popolo che vuole la democrazia, i diritti, il lavoro e non vuole più le privatizzazioni e gli affari sui beni comuni, su quei beni comuni di cui l’acqua è il primo e il più importante.



Ha vinto il popolo dei beni comuni e ha dato una svolta, che dovrà continuare e consolidarsi, alla democrazia e alle scelte di politica economica dell’Italia. E ha dato anche un segnale a tutta l’Europa perché non bisogna dimenticare che le banche tedesca e inglese hanno chiesto al governo greco, per garantirsi i propri conti, la privatizzazione dell’acqua e di tutti i beni comuni.



La catastrofe di Fukushima ha determinato un rifiuto di massa del nucleare, che è stato determinante nel voto. La catastrofe economico sociale che sta percorrendo il mondo con la crisi sta finalmente producendo un analogo rifiuto del modello liberista.



E’ un segnale di cambiamento che segna l’avvio di un’altra fase nella storia sociale e politica del paese e che premia tutti coloro che hanno lottato, spesso in grande isolamento, per affermare i principi della democrazia e della partecipazione. Così in questo momento ci sentiamo particolarmente vicini al popolo dei No Tav, che lotta in Valle Susa per il bene comune della propria valle e che sicuramente troverà maggiore forza nella sua battaglia con questo voto.



Ha vinto il popolo dei beni comuni e hanno perso tutti coloro che si sono opposti alla partecipazione democratica e che vogliono continuare con la politica liberista di questi anni. Per questo, in particolare, questo referendum vede sconfitti i 4B: Berlusconi, Bombassei, Bonanni, Bossi, che hanno sperato fino all’ultimo nel non raggiungimento del quorum. Ci sono vinti e vincitori in questo referendum, come in tutte le battaglie politiche, adesso sulla strada indicata dalla vittoria dei Sì bisogna andare avanti.



Giorgio Cremaschi





(13 giugno 2011)




Le sigle dei partiti espulse dal palco .


"Una vittoria dei cittadini e di Internet"

di FRANCESCA PACI, dalla "Stampa"

ROMA

I referendari romani non scelgono a caso la Bocca della Verità per prendere la bici e precipitarsi a festeggiare la notizia del quorum espugnato: il luogo non potrebbe essere più simbolico.



«Li abbiamo smascherati» recita il cartello improvvisato dall’insegnate di scuola media Anna. A chi si riferisce? La sua risposta sintetizza l’umore della piazza che si gonfia a vista d’occhio come i palloncini azzurri dei «Comitati per il sì all’acqua bene comune»: «I politici ovviamente, abbiamo smascherato i politici». Sebbene la gioia collettiva abbia un netto colore antigovernativo, gli autoconvocatisi davanti al mascherone di Santa Maria in Cosmedin non vogliono farsene scippare il merito da nessuno. Non a caso i partiti sono stati esclusi dal palco che amplifica la gioia moltiplicando lo slogan «Non ci siamo abituati ma abbiamo vinto!». Tutti i sostenitori della consultazione popolare sono benvenuti. Compresi il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero, l’ex ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, il responsabile della green economy del Pd e il leader dell’Idv Antonio Di Pietro, l’unico a essere accolto con calore. Ma qui, ora, non c’è spazio per le vecchie bandiere: i protagonisti sono gli uomini, le donne, i volenterosi senza altra affiliazione che quella alla «cittadinanza responsabile».



«E’ il trionfo del bene comune: dal nucleare all’acqua fino alla legge, che Berlusconi pretendeva essere suo appannaggio, gli italiani si sono ripresi il futuro» afferma la quarantottenne Silvia Del Guercio, che per l’occasione ha lasciato per un’oretta l’ufficio del piccolo hotel di cui è proprietaria.



Tra una canzone di Manu Chao e una dei 99 Posse si leva il coro «dimissioni, dimissioni». Eppure, per quanto non si trovi tra i festanti un solo sostenitore del centrodestra, sarebbe riduttivo attribuire il trionfo all’opposizione. Vince «la democrazia» argomenta Adriana Fornaro, presidente dei comitati di quartiere Amici della Madonnetta: «Il governo è stato eletto a maggioranza, ma quella maggioranza non c’è più perché non avremmo vinto senza il voto di tanti elettori di Berlusconi persuasi ormai che la legge sia uguale per tutti».



Il leitmotiv è la riscossa del cittadino comune. «La gente ha ripreso a ragionare rifiutando il diktat dei politici» sostiene Massimo Di Bartolomeo, 56 anni, impiegato in un’azienda farmaceutica. Chi è travolto dai sì insomma, l’intero parlamento? «Perdono il Pdl e una parte della Lega. Ma il referendum è anche un banco di prova per il centrosinistra che su temi come lavoro, sicurezza, energia, è ancora un po’ indietro».



«E’ la prima volta che sono felice di votare, spero che i partiti capiscano la lezione» nota Laura, 37 anni, progettista in un’organizzazione non governativa ed elettrice del centrosinistra. Gli under 40, tanti, ammettono di non essersi esattamente precipitati alle urne negli ultimi vent’anni. «Più del merito dei quesiti conta la prova che gli italiani non sono assuefatti alla politica, che hanno una coscienza» insiste Silvia Ortolani, 33 anni, precaria in una società che si occupa di ambiente. Gli aspiranti filosofi Michele Raspanti e Margherita Porena, entrambi ventitreenni, tirano le somme: «Vincono i cittadini, vince Internet e perde la vecchia politica».



La voglia di festeggiare è tanta, ma c’è anche la consapevolezza che la sfida inizia adesso. Fabio Zuccaro, imprenditore quarantanovenne, prova a spiegare «l’evento» al figlioletto Federico che l’ha accompagnato in piazza e un po’ anche a se stesso: «Gli italiani sono esasperati e hanno bocciato le scelte del governo. Mi rendo contro che se il popolo discutesse ogni iniziativa politica ci sarebbe la paralisi, ma forse bisognerebbe ripensare la legge elettorale e il meccanismo di rappresentanza. E’ ora che l’opposizione si rimbocchi le maniche».



Un successo tattico necessita strategia. «L’Italia è libera dal berlusconismo ma dobbiamo studiare alleanze e programmi, non mischiamo la Tav alla vittoria» ragiona l’attrice-autrice Silvia Nebbia mentre dal palco il militante Daniel Gontarvo tuona contro l’alta velocità. Sarà che è vicina al Pd, ma Silvia ci tiene a non dividersi: «Servono i partiti e serve la Rete, bisogna fondere la cultura di governo alla capacità movimentista di dire no: uniti nella distinzione insomma, proprio per il bene comune».

Risultati referendum.


Latronico (Pdl): "Rispettare responso degli italiani"

13/06/2011 «I risultati del referendum vanno rispettati nelle loro indicazioni. Il Pdl e il centrodestra avevano lasciato libertà di espressione agli elettori e molti votanti del centrodestra, come documentano istituti di rilevazione, hanno partecipato all’esperienza referendaria». Lo ha detto il senatore Cosimo Latronico (Pdl). «Ora – ha aggiunto Latronico – bisognerebbe rispettare da parte di tutti il responso degli italiani che si sono recati alle urne per esprimersi su argomenti sensibili come la gestione dei beni pubblici ed il tema nucleare che ha finito per condizionare il giudizio delle persone dopo i fatti tragici del Giappone. E' quindi da evitare ogni forma di strumentalizzazione sul piano del governo e della sua tenuta. L'esecutivo dovrà ripartire dai problemi del Paese e dalle reali aspettative, le prossime verifiche parlamentari saranno utili a guadagnare lo spirito della colazione e la sua forza riformatrice». Secondo il sindaco di Potenza, Vito Santarsiero (Pd), “l'esito del referendum va ben oltre il suo stesso significato e le chiare scelte di merito che ha voluto fare l’elettorato. E' evidente che il Paese chiede una nuova stagione amministrativa, una nuova idea di sviluppo, un nuovo modo di essere governati. Si chiude definitivamente una fase, quella che ha visto il Paese illuso da un progetto che non c'era e governato in funzione non già di un interesse generale ma in funzione, di volta in volta, di interessi di singole parti, da quelle dei territori a quelle più personali. Si chiude un’era. È in tale contesto che si pone anche la questione federalismo, attuato ben lontano dai sani principi ispiratori, oggi ostacolo e non opportunità per i Comuni. Da oggi si cambia anche su tale tema». Per il consigliere regionale Antonio Autilio (Idv), «la buona percentuale di affluenza dei lucani alle urne è un segnale chiaro e inequivocabile di voglia di partecipazione e di riappropriarsi di strumenti di democrazia, ridando valore all’istituto referendario, oltre che un messaggio politico al Governo di centrodestra. Ci sono diversi significati politici, sociali e civili che vengono dall’esito del referendum, tutti convergenti ad affermare un nuovo modo di fare politica attiva da parte dei cittadini proseguendo la scia positiva delle amministrative di metà maggio». Il presidente dei Verdi per la Costituente, Mario Di Dio, ha detto che «i Verdi sono entusiasti come no mai. Il voto ha dimostrato che il Governo viaggia su una strada diversa da quella su cui viaggiano l’Italia e gli italiani. Questo referendum dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge». Il comitato «Vota sì per fermare il nucleare» ha espresso “entusiasmo» per l’esito del referendum che «conferma ancora una volta, dopo il netto no del 1987, l’inequivocabile volontà degli italiani di rinunciare definitivamente all’energia dell’atomo».

Fonte : il quotidiano della Basilicata

Referendum acqua e nucleare: la democrazia dal basso vince sempre.
Risultati referendum: il comunicato delle associazioni promotrici.



13/06/2011 Circa un anno e mezzo fa iniziammo la prima raccolte firme per il referendum sull’acqua, fu già un primo successo. Nacque il primo comitato acqua a Policoro. Nella nostra ormai decennale campagna contro il nucleare fu un piacere iniziare a divulgare il referendum contro le centrali nucleari spuntato dall’IDV (e ostacolato dal governo fino a due settimane fa). Siamo stati i primi a unire i fronti di lotta sui due referendum sul bene comune acqua energia invitando tutti gli altri comitati a fare altrettanto. Il lavoro svolto è stato premiato dalla partecipazione di questi due giorni al voto referendario, questo risultato ci riempie di gioia e di orgoglio, convinti di aver contributo alla crescita sociale della comunità e di aver tutelato in democrazia i nostri diritti di cittadini e consumatori.

Ringraziamo il disoccupato che con i suoi pochi euro ha volantinato il messaggio contro un’energia costosa e pericolosa come il nucleare contro gli enormi investimenti pubblicitari che le lobby dell’energia hanno investito. Ringraziamo tutti quei volti di uomini e donne semplici che hanno trasmesso il messaggio del sì al referendum contro i volti famosi e prezzolati della medicina e del giornalismo. Chi ha lanciato messaggi da un megafono contro gli spot delle tivù vigliacche che non hanno nascosto la verità e i direttori dei giornali amanti della pagina a pagamento.

Ringraziamo lo studente che inviato le sue mail e modificato il suo profilo su facebook per dare visibilità al referendum.Ringraziamo soprattutto gli anziani che sono stati i primi ad arrivare nei seggi, tra di loro abbiamo visto ultraottantenni, asmatici accompagnati da bombole di ossigeno e invalidi in carrozzella, uomini e donne che vogliono lasciare un futuro migliore ai loro figli e ai loro nipoti contrariamente agli “anta” della politica che eletti dal popolo pensano esclusivamente al business delle lobby industriali.

Ringraziamo quei pochissimi religiosi che si sono schierati per la difesa del bene comune e contro il pericolo nucleare e padre Alex Zanotelli che nonostante la sua età non ci ha fatto mancare il suo messaggio di forza e sostegno .

Ringraziamo le casalinghe, gli operai, i precari, gli insegnanti che hanno realizzato insieme con noi i banchetti informativi e le iniziative di piazza. Ringraziamo quei talenti in erba della musica e del teatro che offerto la propria arte per allietare le serate pro acqua e contro il nucleare.

Il risultato di questo referendum è la conferma che la democrazia vince dal basso, ed è dal basso che si cambiano le cose, anche se con enormi sacrifici.

IL vento del cambiamento torna a soffiare sulla nostra terra e sulla nostra società. In Basilicata sul nucleare e sull’acqua è solo l’inizio di un altro lungo percorso per difendere il nostro patrimonio idrico dall’inquinamento, dalle trivelle e dalle discariche e per denuclearizzare questa terra dalle scorie americane di Elk River.







Comitato Acqua Pubblica Policoro

Noscorie Trisaia

Karakteria

Movimento Cinque Stelle Policoro

Comitato Bosco Soprano Policoro

Fonte : il quotidiano della Basilicatal



lunedì 13 giugno 2011

NOVA SIRI
A Nova Siri hanno votato 2752 cittadini  su  5307 aventi diritto al voto, pari al 51,85%. QUORUM SUPERATO.
Un'altra bella pagina di cultura  democratica è stata scritta  dal nostro Paese. Grazie a quelli che hanno votato. Grazie a tutti quelli che si sono spesi per raggiungere questo risultato.
La maggior parte delle persone sotto i 40 anni non si informa con la tv. Facebook ha un ruolo chiave Carlo Massarini, giornalista e conduttore tv


La spinta dei social network per il voto «Se c'è la soglia è merito di Facebook»

Il tam tam crea una «massa critica». E ogni elettore diventa attivista Astensione Online anche i gruppi sostenitori dell'astensione: uso strumentale, bisogna disertare i seggi Strategie Inviti alla mobilitazione, offerte, regali, scambi di confidenze: il ruolo della Rete nella campagna per spingere il Paese a «riscoprire» l'istituto del referendum

La maggior parte delle persone sotto i 40 anni non si informa con la tv. Facebook ha un ruolo chiave Carlo Massarini, giornalista e conduttore tv



La spinta dei social network per il voto «Se c'è la soglia è merito di Facebook»



Il tam tam crea una «massa critica». E ogni elettore diventa attivista Astensione Online anche i gruppi sostenitori dell'astensione: uso strumentale, bisogna disertare i seggi Strategie Inviti alla mobilitazione, offerte, regali, scambi di confidenze: il ruolo della Rete nella campagna per spingere il Paese a «riscoprire» l'istituto del referendum



MILANO - Per il sì oppure per il no o ancora per l'astensione, fate come volete ma fatelo sapere. Twitter. Le email. Facebook. I blog. Dicono gli esperti che i manifesti elettorali nelle strade sono superati e gli spot televisivi nemmeno più considerati. Da Obama alle rivoluzioni nordafricane fino alla vittoria del sindaco Pisapia a Milano, è Internet che racconta. E spinge, insiste, (s)muove.

Del resto non deriva forse, referendum, dal verbo latino che significa riferire, riportare? Ieri s'è cominciato presto. Maurizio Simonetto informava su Facebook: «Ore 8.35 fatto». E da lì in avanti apriti Rete. Una via l'altro. Sempre e comunque. Alessandra Pizzuto: «Ore 12.30 dopo messa il voto». Leonardo Mastroleo: «Dopo il mare 16.40 missione compiuta». E nel mentre consigli ripetuti («Non sovrapponete le schede, la carta è copiativa»), offerte promozionali (sconti nei negozi, biglietti aerei a prezzi ridotti, e da ultima in Versilia «se ti presenti con il certificato elettorale timbrato ti danno ombrellone sdraio + merenda») e un'infinità, davvero un'infinità di incoraggiamenti. Da corridore all'ultimo tornante. In un senso e nell'altro. «Andate a votare!», «Dai dai dai», «Mandate mail ai vostri conoscenti!», «Citofonate al vicino», e anche naturalmente «se avete dignità votate no», «boicottateli», «state a casa». Come andrà a finire? Antonio Sestomino, classe '91, da Gioia del Colle postava: «Se il quorum viene raggiunto è merito di Facebook». Chiedetegli l'amicizia e magari aggiungerà altro.

Fu molto online la campagna elettorale di Obama. Un'arma vincente. Spiegò Sam Graham-Felsen, «chief blogger» del presidente americano, che il segreto è stato trattare gli utenti d'Internet come parte dello staff. Non censurarli. Piuttosto ascoltare le loro storie. Dar voce, fiato e spazio. Un'operazione rischiosa, per carità. Ha ammesso Roberto Basso, a capo della campagna pro Pisapia, impostata proprio su Internet, che la «Rete non perdona». Nel senso che «ti scruta, esamina. E se necessario ti sbugiarda. Senza pietà». Ha raccontato Carlo Massarini, giornalista e fra i primi a credere in Internet, che è davvero cambiata l'aria. «La maggior parte delle persone sotto i 40 anni non si informa più attraverso la tv. Facebook ha assunto un ruolo chiave. E chi non lo capisce è in posizione di difficoltà».

Su Internet non basta esserci. Bisogna viverci. Per l'occasione sono stati modificati perfino nomi e cognomi. Nei profili sempre su Facebook una si è trasformata in Emanuela referendumquattrosì Giovannini e un altro in Marco antinucleare Galullo. Identificarsi. Per esempio in chi la pensa diversamente. Ecco nascere in Rete un giochino: compilare una lista di persone che probabilmente non voterebbero dopodiché contattarli in tutti i modi e accertarsi che prendano la via del seggio. Non sappiamo se saranno riusciti con Patti Fiorini, che voce forte d'un gruppo pro astensione insisteva: «Non vado a votare per l'uso strumentale e politico dei referendum. Su questioni serie si deve discutere nel modo più condiviso».

Domanda: ma quanti saranno? Nelle ultime settimane centinaia di migliaia di persone hanno usato la Rete per creare una «massa critica». Democrazia 2.0 è una forma di partecipazione diretta del cittadino alla politica. Si realizza grazie a Internet 2.0, piattaforme create per condividere rendendo il navigatore-elettore un protagonista. Sì, dite bene: come con Obama. «Da noi è un trend cominciato con le scorse elezioni amministrative» sostiene Marco Cacciotto, docente di Marketing politico alla Statale di Milano. Video creati dai cittadini, fotomontaggi, elaborazioni grafiche d'ogni sorta. «La creatività diventa un grandissimo strumento di mobilitazione. E sono gli stessi utenti che mandano agli amici link e generano opinione». Ma il vero ingrediente è l'ironia. «Far sorridere è tutto». Perché per la prima volta è cambiata la maniera di far campagna. E il suo pubblico. «Per molti anni», prosegue il professor Cacciotto, «si è pensato che si vince sfruttando gli anziani. Adesso è fondamentale investire su una generazione per anni messa da parte. I giovani». I giovani. I quali, vero, non scendono più in piazza. Quanta poca gente, almeno rispetto alle attese, l'altro giorno a Roma in piazza del Popolo per la chiusura della campagna a favore dei referendum. Drappelli anziché un esercito per un motivo preciso. È stata scelta la piazza virtuale. Dopo Facebook (17,8 milioni di utenti in Italia), Twitter comincia a piacere. E proprio ieri, le parole iohovotato e referendum2011 erano le più inviate. A spedirle politici, attori, cantanti. Un mare di appelli «a prescindere dalla preferenza».

Resta fin troppo ovvio che la Rete non fa miracoli, la realtà è un'altra cosa, e quelli siamo. Avviso ai naviganti di Paola Verdat: «Votato alle 11 io e mia madre... 80 anni... si è dovuta fare le scale a piedi, xkè il seggio era al primo piano... ma ascensore guasto...».





di Benedetta Argentieri, dal corriere della ser4a

Andrea Galli

13 giugno 2011

Segnali dal Paese

Per capire se sarà raggiunto il quorum bisognerà aspettare qualche ora. Ma per la prima volta dopo sedici anni, l'istituto referendario ha dato un segnale di vitalità non scontato. Disubbidendo a Silvio Berlusconi e a Umberto Bossi che suggerivano l'astensione, un numero rilevante, sebbene non ancora decisivo, di italiane e di italiani è andato alle urne. A sentire il capo della Lega, che ieri continuava a parlare di inutilità del voto, il premier non saprebbe più comunicare.

La sintonia fra il capo del governo e il suo elettorato non è più quella di una volta: le Amministrative insegnano. Ma la lezione vale altrettanto per il Carroccio, vista l'affluenza alta al Nord. Alcuni ministri confessano che non sanno se andranno ai seggi, aperti anche oggi: i referendum, dicono, hanno assunto contorni troppo antigovernativi. La loro titubanza, però, è un presagio di ulteriore delegittimazione per la maggioranza.

Seguendo il ragionamento, la vittoria dei quesiti referendari sarebbe un altro «no» a chi governa, dopo anni di democrazia diretta usata male e naufragata nel non voto. Così, quorum sfiorato o raggiunto, c'è da chiedersi se già il risultato di ieri avrà qualche effetto. La tentazione di far finta di niente rimane la più prepotente; ma forse anche la più illusoria, perché una spinta alla partecipazione sembra venuta proprio dagli inviti a disertare le urne.

Lo smarcamento di Bossi da Berlusconi vuole placare una Lega passata in poche settimane dall'illusione del trionfo alla sconfitta. Mattone dopo mattone, il Carroccio sta costruendo un muro di distinguo che vanno dalla missione in Libia all'immigrazione e alla riforma fiscale. È una parete al riparo della quale cerca di recuperare una diversità appannata dall'alleanza con il berlusconismo, col quale tuttavia pare destinato a convivere ancora un po'.

La barriera sancisce una crepa nell'«asse del Nord» perfino nei confronti del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. E annuncia un leghismo più rivendicativo di quanto sia mai stato negli ultimi tre anni. Eppure il referendum comunica un messaggio allarmante per l'intero centrodestra. Se quanto stanno rivelando le urne è la perdita di contatto con il Paese, il problema riguarda tutta l'alleanza. La bocciatura di alcune leggi del governo, che il quorum sancirebbe, assumerebbe un valore anche simbolico.

Ma forse l'aspetto più eclatante sarebbe di sistema: quello della crisi di una Seconda Repubblica forgiata all'inizio degli anni Novanta del secolo scorso anche per via referendaria; e vissuta per un quindicennio con una democrazia parlamentare legittimata, messa in mora adesso da referendum che sembrano essersi assunti un ruolo di supplenza: per quanto segnati dall'emotività e usati in modo strumentale.


Massimo Franco
Dal Corriere delle sera

domenica 12 giugno 2011

Un voto per cambiare l’Italia,



Voterò sì perché i beni comuni sono l’antitesi dell’interesse particolare e del confitto di interessi,



perché contro i referendum sono stati scagliati centinaia di illegittimi impedimenti,

perché il Tg1 e d il Tg2 hanno sbagliato persino le date,



perché mandano via dalla Rai chi le notizie le ha date e si tengono chi le ha oscurate,



perché Berlusconi ha chiesto e ottenuto la chiusura di Annozero,



perché vogliono incappucciare tutto quello che non piace al capo,



perché se il quorum non ci sarà questi regaleranno gli acquedotti agli amici degli amici,



perché se non ce la faremo diranno che anche il popolo ha dato il via libera alle leggi porcata e alle porcate del piccolo Cesare,



perché un minuto dopo una loro vittoria ai referendum darebbero la stura alle loro pulsioni colpendo a testa bassa, come hanno già annunciato, i contratti nazionali, la scuola pubblica, la ricerca, tutti i mondi che loro considerano ostili, oppure anomali.



Scateneranno la caccia all’anomalia, per usare l’espressione utilizzata dal consigliere della Rai Verro a proposito di Rai tre. Tutto quello che non sarà considerato utile per l’interesse del capobanda sarà considerato anomalo, e dunque da espellere ed eliminare.



Per questo le anomalie di ogni tipo e di ogni colore faranno bene ad unirsi, a conquistare gli ultimi voti, a trascinare amici e parenti ai seggi, perché questo sarà non solo un confronto sul merito dei quesiti, ma anche uno scontro tra chi crede nella società aperta, inclusiva, attenta ad ogni diversità e chi, invece, ha ormai scelto di tutelare le oligarchie, i piccoli gruppi trasversali, le logge, le mafie, interessate solo alla conservazione dell’esistente e alla tutela di sé.



Ciascuno ci metta il suo perché, le sue ragioni, persino i suoi sentimenti ed i risentimenti, ma non ceda alle sirene dell’astensionismo, del rifiuto, del “tanto nulla cambierà”, mai come in questa occasione ogni singolo voto potrà determinare le differenza e il raggiungimento del quorum.



Il voto, ogni voto, sarà pesantissimo, perché potrà determinare la fine di una stagione segnata dal disonore, dalla illegalità, dall’oltraggio nei confronti della Costituzione.



Berlusconi ha invitato tutti ad andare al mare, ad astenersi, imitando il Craxi “politicamente morente”, sarà il caso di contribuire, anche con il nostro voto, a determinare anche per lui un analogo finale di partita.



Giuseppe Giulietti, da micromega



(10 giugno 2011)





sabato 11 giugno 2011

Il 12 e 13 giugno vota sì






Caro amico e cara amica,



è giunto il momento di andare a votare domenica 12 (dalle 8 alle 22) e lunedì 13 giugno (dalle 7 alle 15.00) per i tre referendum sulla privatizzazione dell’acqua (due quesiti) e sul rilancio dell’energia nucleare (un quesito).



Il WWF chiede che si voti SI’ per abrogare le norme che:

• garantiscono una corsia preferenziale alla gestione privata dei servizi idrici (scheda rossa);

• introducono nella bolletta un sovrapprezzo di almeno il 7%, ad esclusivo vantaggio di chi gestisce l’acqua che esce dal rubinetto delle nostre case (scheda gialla);

• rilancia la costruzione di centrali nucleari in Italia (scheda grigia).



Come hai visto, in queste ultime due settimane, ci sono stati vari tentativi per ostacolare il voto e confondere le idee della gente sui referendum. E’ bene, comunque la si pensi, che questo gioco finisca e si vada alle urne: perché solo se la maggioranza esprimerà il suo voto, la consultazione popolare sarà ritenuta valida e ognuno/a di noi potrà veramente dire la sua su argomenti tanto importanti per l’ambiente.



“Non farti prendere per il naso”: questo è stato lo slogan del WWF in questa campagna referendaria (visita il nostro sito: wwf.it ).



Il WWF ha ricordato a tutti/e che bisogna votare SI’ perché:

• Non è vero che l’energia nucleare è sicura e non costa;

• Non è vero che l’acqua in mano ai privati è la scelta migliore per la salute e l’ambiente



Ti ricordo che già nel 1987 il popolo italiano aveva chiesto con un referendum di abbandonare il nucleare, evitando così una seconda Cernobyl, un’altra Fukushima. Eppure ancora dopo 23 anni paghiamo sulle nostre bollette 1 miliardo l’anno per mettere in sicurezza le scorie radioattive e gli impianti nucleari spenti.



E’ stato dimostrato, inoltre, che la gestione privata dei servizi idrici non migliora la qualità del servizio e dell’acqua erogata dai rubinetti, anzi fa aumentate le tariffe del 60% e diminuire del 66% gli investimenti (lo conferma un’indagine del Centro Studi di Mediobanca).



Il 12 e 13 giugno è bene che tutti/e noi riprendiamo la parola, decidendo del nostro futuro. Vai a votare e convinci le persone che conosci ad andare a votare.



Stefano Leoni

Presidente WWF Italia

www.wwf.it/referendum









La grande rapina della privatizzazione dell’acqua. Che cosa insegna all’Italia il caso inglese


Anticipiamo il testo dell'introduzione all'edizione italiana dello studio di David Hall ed Emanuele Lobina – ricercatori del PSIRU (Public Services International Research Unit) dell'Università di Greenwich – "Da un passato privato ad un futuro pubblico. La privatizzazione del servizio idrico in Inghilterra e nel Galles", edizioni Aracne (di prossima uscita).



di Tommaso Fattori



Questo rigoroso studio sugli effetti della “più grande rapina legalizzata” della storia britannica – definizione del quotidiano conservatore Daily Mail – contiene elementi importanti per il dibattito sulla privatizzazione del servizio idrico che sta attraversando il nostro paese, grazie all’iniziativa referendaria "2 sì per l’acqua bene comune" promossa da una vastissima coalizione sociale.



Un dibattito nel quale colpisce l’astrattezza ideologica delle tesi dei privatizzatori, aggrappati a modelli economici irreali, talvolta per l’ingenuità tipica di chi vive asserragliato nell’accademia senza contatto con il mondo esterno, più frequentemente per i forti interessi materiali connessi ai processi di privatizzazione. L’astrattezza di queste argomentazioni, spesso comicamente ammantate di pragmatismo, rifiuta con ostinazione di confrontarsi con i dati di fatto e con l’esperienza empirica, là dove i processi di privatizzazione del servizio idrico integrato siano avanzati e consolidati da anni. Anzi, sono proprio alcune esperienze di privatizzazione “riuscita”, come quella inglese o gallese, ad essere portate ad esempio da chi evidentemente non ha idea di ciò di cui sta discettando o confida nell’ignoranza di chi ascolta. Non è un mistero che in Italia il modello inglese venga portato ad esempio tanto dal governo di centro-destra che da parte dell’ opposizione, soprattutto perché consente di pronunciare una parola magica di gran moda: authority. L’authority, intesa come autorità indipendente di regolazione e controllo, appare alle menti neoliberiste un’entità quasi metafisica, che tutto dovrebbe risolvere all’interno di un mercato monopolistico privatizzato, coniugando armoniosamente il profitto di pochi e l’interesse generale. David Hall ed Emanuele Lobina mostrano invece, con dati incontrovertibili, come la mitica authority dell’acqua –più precisamente si tratta dell’Office of Water Service (Ofwat)- non sia affatto in grado di regolare o controllare alcunché, per limiti strutturali ed insuperabili di questo meccanismo, lasciando alle società private la possibilità di ricavare immensi profitti e di distribuire agli azionisti lauti dividendi attraverso la gestione monopolistica dell’acqua. Il servizio idrico è a domanda anelastica (la stessa quantità vitale d’acqua è necessaria ad una famiglia in tempi prosperi e in tempi di crisi, ai ricchi e ai poveri) ed è un servizio fondamentale perchè permette concretamente l’accesso ad un bene comune essenziale ed insostituibile per la vita. Un bene che dovrebbe riguardare la sfera dei diritti fondamentali è così consegnato al dominio dei profitti. L’authority finisce per essere una mera foglia di fico, che copre e legittima questo processo di spoliazione.



Hall e Lobina evidenziano come l’ente regolatore Ofwat sia stato continuamente raggirato dai gestori privati, che, nel migliore dei casi, hanno intascato extraprofitti riducendo gli investimenti programmati (ossia già pagati in tariffa dai cittadini). I casi più gravi non sono però emersi grazie al controllo di Ofwat ma perchè denunciati, a posteriori, dagli stessi autori dei misfatti, pentiti e decisi a svelare i meccanismi messi in piedi a danno dell’interesse generale. Negli scandali che hanno coinvolto Severn Trent, ad esempio, “l’informatore” è stato un ex manager che ha ammesso d’aver ricevuto l’ordine di alterare dati rilevanti al fine d’ottenere dal regolatore un aumento delle tariffe. Una vicenda che ha poi permesso di scoprire, attraverso successive confessioni, come una gran mole di dati forniti dalle società private ad Ofwat fossero falsi o gonfiati: dai dati sulle perdite di rete fino a quelli sulla consistenza reale delle morosità. Tutto ciò non fa che corroborare la tesi dell’impossibile governo e controllo pubblico delle gestioni privatizzate, avvolte nel guscio del diritto privato e regolate dal diritto societario. Un’impossibilità, aggiungerei, che non dipende tanto dalla cattiva volontà di singoli individui o da limiti organizzativi contingenti ma da fenomeni strutturali, come le “asimmetrie informative”: le conoscenze rilevanti si trovano tutte in mano al gestore (il gestore “sa” perché “fa”) ed è il gestore privatizzato che trasmette le informazioni sensibili al controllore, il quale non può che dipendere, nella sua attività di regolazione e controllo, da questi dati. Altrimenti detto, il gestore ha strutturalmente maggiori informazioni rispetto al regolatore e cerca di trarre il massimo vantaggio da questa asimmetria conoscitiva, a discapito del pubblico interesse. “Fare” significa “sapere” e sapere significa “potere”: nessun ente regolatore potrà mai recuperare quel cumulo di conoscenze legate alla gestione diretta che migra inevitabilmente dalla sfera del pubblico alla sfera del privato nel momento stesso in cui viene privatizzato un servizio essenziale. Il pubblico perde le conoscenze necessarie per esercitare il proprio controllo nel momento in cui è all'impresa che passa tanto il "fare" che il "saper fare" (know how), che gli è inscindibilmente connesso. Un soggetto regolatore esterno, per esempio, non può essere in grado di avere perfetta conoscenza dei processi produttivi e delle tecnologie impiegate, dati necessari per stabilire con precisione i costi di produzione del gestore privato. Ecco perché al fenomeno delle asimmetrie informative segue automaticamente la “cattura del regolatore”: se l’autonomia conoscitiva del regolatore è limitata, anche la capacità di giudizio e intervento viene impedita, così l’ente che dovrebbe regolare e controllare tende piuttosto ad adeguare le sue analisi alle interpretazioni offerte dai gestori, perdendo ogni neutralità e schiacciando il proprio punto di vista su quello dei soggetti controllati. Oltretutto, gli enti regolatori si devono solitamente rapportare a società privatizzate la cui governance effettiva è in mano a grandi soggetti multinazionali, che entro la società hanno il reale potere decisionale. Il caso inglese gallese trova quindi un perfetto pendant nell’esperienza italiana, dove le Aato, ossia le autorità di ambito che dovrebbero regolare e controllare i gestori, non sono affatto riuscite a regolare le società privatizzate, adeguandosi sostanzialmente alle richieste e alle esigenze dei controllati, a partire da quelle relative alla definizione delle tariffe. Agli albori della privatizzazione in Italia vi è il caso dell’Ato aretino, in Toscana, dove alla fine degli anni ’90 la gestione fu affidata tramite gara ad una società mista, con all’interno una cordata di privati guidati dalla multinazionale francese Suez. Proprio ad Arezzo il presidente dell’autorità di controllo si dimise dal suo incarico denunciando l’impossibilità di regolare la società privatizzata e rilevando la "debolezza endemica del rapporto pubblico-privato" [1] all’interno di una società mista, per quanto formalmente a maggioranza pubblica. In Italia il governo s’appresta nel 2011 a sostituire le autorità d’ambito territoriali con un’authority regolatrice nazionale sul modello inglese, ma si tratta di uno specchietto per le allodole: privatizzare il servizio idrico significa consegnare di fatto saperi e poteri alle gestioni privatizzate, come l’esperienza d’oltremanica mostra in modo limpido.



Qualcuno potrebbe ottimisticamente sostenere che in Italia la nuova ondata di privatizzazione dell’acqua offrirà maggiori garanzie perché intende muovere da premesse diverse: a differenza del modello inglese e gallese analizzato da Hall e Lobina, il modello di privatizzazione italiano dovrebbe prevedere, in origine, l’affidamento della gestione ad operatori privati tramite gara (o, in alternativa, l’ingresso di soci privati nelle Spa in house almeno con il 40% di partecipazione nel pacchetto azionario, soci da individuare sempre tramite procedura ad evidenza pubblica). Le gare potrebbero pur esser vinte da società di capitali interamente pubbliche, si aggiunge, come per velare ed occultare la logica privatrizzatrice del provvedimento [2], il cui obiettivo immediato è spazzar via proprio le gestioni in house. Lo si sarà facilmente intuito, in questo caso la nuova parola magica è gara: come se la gara potesse mutare d’incanto un pervicace “monopolio naturale” – in ogni territorio passa un solo acquedotto e c’è un solo fornitore possibile - in un mercato concorrenziale. Invece il monopolio naturale si trasforma così in un solido monopolio privato, con vita peraltro assai lunga, solitamente ventennale o trentennale (addirittura 50 anni in Inghilterra e Galles, dove sono state privatizzate persino le infrastrutture). Per sua natura il servizio idrico non può essere liberalizzato ma solo privatizzato e l’esperienza, ancora una volta, dimostra come la “concorrenza per il mercato” (il meccanismo di gara), che nella teoria dovrebbe compensare e risarcire l’assenza di un’impossibile “concorrenza nel mercato”, si riveli solo l’evanescente copertura per l’ingresso di soggetti privati a caccia di rendite garantite in un mercato monopolistico. Lo dimostra l’esperienza internazionale ma anche italiana, dato che le offerte presentate in occasione di gare effettuate nel nostro paese sono state una o due al massimo: il mercato dell’acqua privatizzata è dominato da oligopoli e questi pochi attori si mettono d’accordo fra loro per spartirsi rendite monopolistiche, come accaduto fra le presunte “concorrenti” Acea e Suez nelle gare realizzate in Italia nel decennio passato. L’Autorità antitrust, nel 2007, multò le due multinazionali “per aver posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza (…), che ha avuto per oggetto e per effetto un coordinamento delle rispettive strategie commerciali nell’ambito del mercato nazionale della gestione dei servizi idrici”. Più precisamente “l’istruttoria ha consentito di verificare che Acea e Se (Suez ndr) hanno raggiunto sin dal 2001 un accordo di massima sul coordinamento delle rispettive attività nel settore dei servizi idrici. In particolare, le parti hanno concordato la partecipazione congiunta a numerose gare relative a gestioni idriche in Italia – a partire da quelle bandite in Toscana, dove la forma operativa del PPP è stata adottata per la prima volta in maniera estesa (…) – ovvero combinazioni con soggetti terzi al fine di condizionare gli esiti di procedure ad evidenza pubblica (gare, ndr)”. Né sarebbe stato difficile immaginarlo, dal momento che la quota di capitale azionario di Acea in mano alla “concorrente” Suez è sempre stata consistente (nella primavera del 2011 la partecipazione è salita addirittura dal 10 all’11,5%). Il fine di questa alleanza era evidente: “un simile accordo di cooperazione (…) è stato volto a mantenere ed aumentare il rispettivo potere di mercato secondo criteri di mera strategia imprenditoriale e non di maggior efficienza industriale”. Suez non intendeva “lasciare Acea ad approfittare da sola dei margini realizzabili nel settore non regolamentato”: “obiettivo: utilizzare Acea come ‘braccio armato’ di Suez per l’acqua in Italia.” [3]



Per un altro verso, non esiste un solo economista (in grado di separarsi, anche per un istante, dagli amatissimi modelli astratti), che non conosca la banale verità: nel servizio idrico, dove gli affidamenti durano decenni, non sono mai possibili gare che permettano di valutare con attendibilità quale sia la migliore offerta economica, perché i termini fondamentali del contratto dovranno essere necessariamente rivisti nel tempo e ha ben poca importanza l’offerta avanzata in origine. In altre parole, tutti gli elementi economicamente determinanti su cui basare la scelta -a partire dagli investimenti e dalle tariffe- dovranno essere rinegoziati svariate volte dopo la gara, nel corso del lungo periodo d’affidamento del servizio. In gare di questa natura conta l’arbitrarietà e la discrezionalità di chi sceglie ma ancor più conta la forza ed il potere dei soggetti economici privati che si propongono per la gestione del servizio. Sarà poi il gestore che avrà ottenuto l’affidamento ad essere, nel corso delle successive rinegoziazioni, in posizione dominante (detenendo sapere e potere), anche se trovasse di fronte a sé il miglior regolatore al mondo. Insomma, la pragmatica Thatcher, nel demolire i servizi pubblici, ha almeno evitato ai poveri inglesi la ridicola pantomima della gara.



I privatizzatori sostengono inoltre che l’arrivo dei privati porti di per sé un aumento degli investimenti nel settore, per la ristrutturazione degli impianti e per la realizzazione di nuove infrastrutture (in Italia soprattutto per la depurazione delle acque reflue). Per innescare un simile meccanismo virtuoso, si dice, basta legare i profitti agli investimenti: se il privato tanto più investe quanto più guadagna, sarà spinto ad investire moltissimo, perseguendo il proprio interesse che si tradurrà anche in beneficio per tutti. Certo, le bollette si alzerebbero, sia perché gli investimenti vanno pagati interamente in tariffa (in base al sistema del full cost recovery), sia perché è giusto “premiare”, con i legittimi profitti, l’investitore privato; ma se il gestore privato risultasse efficiente, s’aggiunge, potrebbe diminuire i costi operativi e così i cittadini quasi non s’accorgerebbero del profitto e dei dividendi privati caricati sulle tariffe. Il caso inglese e gallese dimostrerebbero bene la realizzabilità di un simile miracolo, viene spesso ribadito. Se invece dal magico mondo dei modelli astratti torniamo all’esperienza del mondo reale, vediamo che le cose non stanno così, né mai potrebbero stare così. Innanzitutto, a proposito di profitti occorre una premessa: chiunque abbia dimestichezza con i processi di privatizzazione sa bene quali e quanti modi vengano utilizzati normalmente dai privati dell’acqua per ottenere profitti ed extra-profitti, fra cui, ad esempio, il travestire da investimenti spese che nelle gestioni pubbliche figuravano più onestamente in bilancio come voci per normalissimi costi di gestione ordinaria; spacciare per consulenze e trasferimento di know-how quelli che invece sono “utili anticipati” per i soci privati; affidare appalti a società direttamente o indirettamente controllate o collegate, senza passare da gara (spezzettando l’appalto in più parti quando si tratti di lavori superiori ai 4,8 milioni di euro). Ma è necessario porci la domanda di fondo: davvero sono i privati a far partire gli investimenti? Cosa ci insegna, in proposito, il famoso caso inglese-gallese? Hall e Lobina mostrano chiaramente due cose. La prima è che il motore degli investimenti in Inghilterra e Galles è stata più semplicemente la necessità esogena di rispettare le nuove direttive UE, specialmente in materia di qualità delle acque. In altre parole, qualunque gestore, pubblico o privato, avrebbe dovuto realizzare le opere e programmare nuovi investimenti. La seconda, che negli ultimi anni di gestione pubblica (dalla metà degli anni ’80), dopo un periodo precedente di stallo, il ciclo d’investimenti era già ripartito ad un tasso di crescita medio persino superiore a quello riscontrato nei successivi anni di gestione privata.



Ma gli elementi importanti che Hall e Lobina evidenziano sono molteplici. Prima di tutto mostrano come nei primi dieci anni di privatizzazione un terzo degli investimenti siano stati in realtà finanziati da un insieme di “sussidi pubblici”. Anche in Italia le associazioni di categoria che riuniscono le Spa dell’acqua continuano a chiedere finanziamenti pubblici a fondo perduto –quindi denaro della fiscalità - a favore dei gestori privati per effettuare investimenti straordinari, in violazione della normativa europea e del meccanismo del full cost recovery (implicita ammissione, fra l’altro, che il meccanismo della privatizzazione della fonte di finanziamento e della gestione non sta funzionando) [4]. Insomma, socializzare i costi e privatizzare gli utili.



I due autori ricordano anche come, dopo il picco raggiunto nel 1992, gli investimenti delle gestioni privatizzate abbiano iniziato a calare costantemente, mentre non scendono affatto le tariffe pagate dai cittadini che anzi continuano a lievitare, malgrado il loro andamento debba essere teoricamente legato agli investimenti. Nelle tariffe i cittadini inglesi e gallesi pagano per decenni investimenti in gran parte mai realizzati. Gli operatori privati ottengono continuamente da Ofwat l’applicazione di tariffe più salate, gonfiando con regolarità le spese per investimento previste, salvo poi ridistribuire agli azionisti, sotto forma di dividendi, la differenza fra investimenti programmati e investimenti effettivamente realizzati. Un furto scandalosamente spacciato per capacità dei privati di risparmiare sulle spese previste migliorando in corso d’opera l’“efficienza del capitale” (fulgido esempio di cosa s’ intenda per “efficienza” della gestione privata). Di fatto, si tratta di milioni di extra-profitti che passano dalle tasche dei cittadini a quelle degli azionisti privati delle società di gestione, malgrado l’esistenza della mitica Authority a regolare e vigilare, con aplomb britannico. Hall e Lobina portano dati precisi su questa impennata di profitti ed extra-dividendi distribuiti dalle società privatizzate dell’acqua: nel 2005-6 l’ammontare del “risparmio” tocca il miliardo di sterline (il 22% di spesa in meno rispetto alla stima degli investimenti su cui Ofwat aveva stabilito la tariffa).



Così i privati hanno continuato ad intascare dividendi da favola mentre le tariffe dei cittadini hanno continuato a crescere senza sosta. Gli studi citati concordano nel rilevare una relazione diretta fra aumenti delle tariffe ed incremento dei profitti per i gestori. Nei primi 10 anni di privatizzazione i profitti delle principali dieci società idriche inglesi sono cresciuti del 147%: circa il 30% della bolletta pagata dal cittadino è intascata dagli azionisti privati sotto forma di dividendi. Nelle Spa dell’acqua italiane, quel 7% di “adeguata remunerazione del capitale investito” contro cui si è rivolta l’iniziativa referendaria [5] incide mediamente, nel 2011, per il 15% sul totale della bolletta pagata (senza mettere in conto extra-profitti e utili indiretti che i soci privati sono in grado di realizzare a danno dei cittadini). In Inghilterra e Galles all’impennata del 245% delle tariffe dal 1989 al 2006 (39% oltre il tasso d’inflazione), non è corrisposto nessun miglioramento del servizio, nessuna “efficienza” magicamente infusa nel sistema dai privati. L’analisi dei dati mostra come, in termini reali, i costi operativi siano rimasti gli stessi mentre l’aumento costante delle tariffe sia da imputare principalmente “a vari elementi associati al capitale – i costi del capitale, l’interesse, i profitti- che sono quasi raddoppiati in termini reali”. Vale la pena ricordare come vi sia universale accordo fra gli studiosi del settore sul fatto che un aumento dell’1% della remunerazione del capitale investito equivale a oltre il 10% di riduzione dei costi di gestione: il maggiore costo del capitale divora facilmente eventuali margini di efficienza, intesi come riduzione dei costi operativi. Le gestioni privatizzate costano di più e sono nella maggior parte dei casi tutt’altro che efficienti. Il mantra ideologico della maggior efficienza del privato rispetto al pubblico, ossessivamente ripetuto negli anni ’80 e ’90, ormai non è più intonato neppure da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, che pure avevano puntato molto sulla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, acqua in primis. Tutti gli studi sui servizi idrici ribadiscono che non esiste alcuna superiore efficienza delle gestioni private rispetto a quelle pubbliche, come ammette la stessa analisi pubblicata dalla Banca Mondiale nel 2005, opportunamente citata da Hall e Lobina: statisticamente “non c’è una differenza significativa fra l’andamento dell’efficienza degli operatori pubblici e quello dei privati”. A parità d’efficienza gestionale, però, l’ottimo privato costerà necessariamente alla collettività molto più dell’ottimo pubblico, data l’intrinseca necessità del privato di produrre profitti e remunerare i capitali investiti: l’obiettivo di una gestione privatistica del servizio idrico è, innanzi tutto, la creazione di valore per gli azionisti (non la garanzia del diritto d’accesso universale al bene acqua). Maggiori profitti si possono ottenere aumentando le tariffe, tagliando il costo del lavoro, riducendo la qualità del servizio. I profitti si possono incrementare anche aumentando i volumi d’acqua venduti (anziché incoraggiare il risparmio e la tutela della risorsa), riducendo gli investimenti effettivi rispetto a quelli programmati (e perciò pagati in tariffa), spacciando interventi d’ordinaria manutenzione per investimenti.



I dati e gli studi raccolti da Hall e Lobina compongono un quadro preoccupante- per quanto non inaspettato - degli effetti della privatizzazione, che va ben al di là degli impressionanti aumenti tariffari che hanno colpito i cittadini e in particolare le famiglie più povere (costrette a spendere il 4% del loro reddito per pagarsi l’acqua, se non a subire il “distacco” dal servizio per morosità). Mostrano gli impatti negativi sul lavoro e sui lavoratori, diminuiti nel settore del 21%, anche se le gestioni private hanno fatto in seguito massiccio ricorso ad esternalizzazioni e lavoro precario (meno pagato e meno qualificato), a danno della qualità del servizio. Mostrano il gran numero d’incidenti ambientali causati dalle società privatizzate, Suez ed Enron in testa. Mostrano infine come le reti idriche siano peggiorate e si siano deteriorate ad una velocità superiore alla capacità dei gestori di rinnovarle e come, a dieci anni dalla privatizzazione, la qualità dell’acqua potabile risultasse ormai al di sotto degli standard minimi, presentando quasi ovunque valori oltre i limiti consentiti rispetto a numerose sostanze dannose per la salute.



Scorrendo i dati raccolti si scopre come casi d’acqua razionata e di fornitura interrotta non riguardino solo alcune realtà del sud Italia (dove sono gli interessi mafiosi a condizionare il “governo” dell’acqua e la sua fornitura) ma, in occasioni di siccità, abbiano colpito persino aree dell’est inglese, a causa di incapacità gestionali delle società private dell’acqua, che in precedenza avevano preferito distribuire maggiori dividendi anziché realizzare importanti investimenti. A proposito delle perdite di rete (terreno su cui avrebbe dovuto misurarsi la capacità d’investimento privato), difficile non notare come la città più grande della Gran Bretagna, Londra - gestita dalla privatissima Thames Water - abbia perdite del 40%. Volendo fare un paragone con realtà comparabili del nostro paese, ossia con le città italiane più grandi, si osserverà come a Roma, gestita dalla Spa mista e quotata in borsa Acea (nel cui capitale sociale vi sono Suez, banche private e l’imprenditore delle costruzioni Caltagirone) si registrino perdite di rete del 35%. A Milano, dove si ha una gestione ancora a totale capitale pubblico che ha ereditato strutture e saperi dell’azienda municipalizzata, si registrano a tutt’oggi perdite del 10%, fra le più basse di tutta Europa. A Milano si registrano anche tariffe fra le più basse del continente, tra l’altro. Pure a Napoli l’acqua è gestita da una società a totale capitale pubblico: le tariffe sono basse e le perdite di rete sono del 18%, il miglior dato del paese subito dopo Milano, sempre secondo i dati dell’indagine Civicum-Mediobanca del 2010.



Il caso inglese-gallese impone dunque una riflessione complessiva sul capitolo degli investimenti. In Italia per anni è stato ripetuto che l’ingresso dei privati all’interno di Spa miste sarebbe stato indispensabile per ottenere i capitali freschi necessari per gli investimenti. In verità, ora che i soci privati fanno parte già da molti anni di un numero considerevole di Spa, l’esperienza indica alcune evidenze. La prima è che i privati sono entrati ottenendo, in cambio di basse capitalizzazioni (i capitali vengono conferiti per poter entrare nella compagine azionaria), la governance effettiva della società, a partire dalla nomina dell’amministratore delegato. La seconda è che i capitali utilizzati per gli investimenti derivano dall’autofinanziamento - la liquidità messa a disposizione dai cittadini attraverso le tariffe - ma soprattutto sono il frutto dei prestiti ottenuti a caro prezzo dalle banche (capitale di debito conseguito attraverso mutui o project financing), che saranno a loro volta ripagati dalle future bollette. Le banche che prestano il denaro alle società, a tassi d’interesse di mercato, sono a loro volta socie delle medesime Spa. Anche in Inghilterra e Galles la dinamica è stata la medesima: privatizzato il servizio, ben presto le principali fonti dei capitali per le società private sono state le banche. Il livello dell’indebitamento delle società con gli istituti di credito è cresciuto da un valore pressoché nullo ad un valore medio del 60% con punte del 75%.



Il costo del capitale privato è notoriamente molto più alto del costo del capitale ottenibile tramite finanza pubblica. Il modo in assoluto più costoso per finanziare gli investimenti è quello di ricorrere al capitale privato, vuoi che si tratti di capitale equity (azioni), vuoi che si tratti di capitale di debito (indebitamento con le banche). A maggior ragione ciò vale in un servizio come quello idrico, che necessita di notevoli quantità di denaro per realizzare gli investimenti e dove quindi il costo del capitale incide enormemente sul costo complessivo del servizio. Questa semplice verità è confermata ancora una volta dal caso inglese e gallese: quando si debba trovare denaro per far funzionare un servizio -mostrano le cifre e i grafici raccolti da Hall e Lobina- il finanziamento tramite capitale azionario si è rivelato il più costoso in assoluto (dividendi da pagare agli azionisti). Segue il finanziamento degli investimenti tramite prestito bancario, che è più conveniente dell’equity ma pur sempre costoso (interessi sul capitale prestato). Il modo in assoluto più conveniente per ottenere capitale per gli investimenti è, ovviamente, il ricorso a forme di finanza pubblica. In altre parole, se invece di finanziarsi attraverso l’equity, se invece di ricorrere alla borsa o di prendere prestiti in banca vi fossero aziende pubbliche dell’acqua, il passaggio a forme di finanziamento privo di rischi (titoli di debito pubblici) permetterebbe di risparmiare ogni anno cifre colossali.

Per gli stessi motivi anche in Italia la proposta alternativa di finanziamento del servizio idrico avanzata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua prevede, al posto della costosissima combinazione di capitale equity e capitale di terzi che la privatizzazione porta con sè, un insieme di strumenti di finanza pubblica e di fiscalità generale, nel contesto di una gestione del servizio tramite soggetti di diritto pubblico [6]. Ciò permette di fuoriuscire dalla morsa stritolante del grande capitale finanziario, che, per far funzionare servizi d’interesse generale, obbliga a ricorrere all’equity e al costosissimo mercato privato del credito, con l’unico fine di far fruttare il capitale. La tariffa dell’acqua si trasforma in “prezzo” e il cittadino si trasforma in consumatore, obbligato a finanziare la creazione di ricchezza per i detentori di capitale privato per poter accedere ad un bene vitale come l’acqua. E’ questo il senso profondo della trasformazione di un bene comune in “merce”.



Gli strumenti di finanza pubblica in grado di mettere a disposizione risorse per gli investimenti ad un costo notevolmente più basso sono molteplici, dai titoli di debito classici a quelli più innovativi, dai “Bot di scopo” di lunga o lunghissima scadenza ai bond irredimibili (che possono esser emessi anche localmente). Il “prestito irredimibile” non prevede la restituzione del capitale -non incide quindi sul debito pubblico- e in cambio garantisce al prestatore una rendita perpetua ad un tasso d’interesse congruo. Questo strumento, il cui costo sarebbe pagato attraverso le tariffe, potrebbe esser utilizzato per coprire gli investimenti necessari a ristrutturare le reti. Allo stesso tempo occorre quantomeno ripensare la funzione delle banche pubbliche, o di ciò che ne resta (Cassa depositi e prestiti), se non proporsi di progettare una nuova generazione d’istituti di credito pubblici, che potrebbe contemplare anche l’istituzione di una specifica banca dell’acqua, sul modello dell’olandese Nederlandse Waterschapsbank.



La logica autentica del servizio pubblico si sposa in modo naturale e automatico con gli strumenti della finanza pubblica perché rifiuta ogni finalità speculativa: non è orientata alla distribuzione di dividendi e di profitti, ossia alla remunerazione dei capitali, bensì alla copertura dei costi attraverso i ricavi e alla necessità di reinvestire nel servizio tutti gli “avanzi di bilancio” (che per questo non possono essere definiti “utili”). In altre parole, la logica pubblica si pone il problema del costo del capitale ma non quello della sua remunerazione in termini speculativi. In tal senso sono pensati gli strumenti della finanza pubblica per reperire fondi per gli investimenti al minor costo possibile. Affinché si dia questo cambio di paradigma, però, occorre uscire definitivamente dal quadro delle società di capitali, che sono per loro natura costrette a ricorrere al mercato privato del credito per finanziarsi.



Ma è ineludibile un altro nodo. E’ necessario anche il parziale ricorso alla fiscalità generale per finanziare l’accesso al minimo vitale d’acqua cui ha diritto ciascuna persona (indipendentemente dalla sua condizione sociale) e per effettuare gli investimenti in nuove infrastrutture. Il full cost recovery, viceversa, è il meccanismo che pretende di caricare sulle tariffe tutti gli investimenti, oltre ai consumi, ai costi di gestione del servizio, ai profitti e ai dividendi per gli azionisti. Un meccanismo che, peraltro, non sta funzionando: in Italia, da quando è stato adottato circa a metà degli anni ’90, gli investimenti sono crollati di due terzi ed oggi vengono realizzate poco più della metà delle opere programmate. La domanda di fondo è: chi deve pagare gli investimenti per nuove infrastrutture, solo il cliente-utente o anche il cittadino-contribuente? I costi di una nuova infrastruttura acquedottistica o di un nuovo depuratore (esattamente come un nuovo ospedale o una nuova scuola) se costruiti grazie a fondi provenienti dalla fiscalità generale saranno pagati, in proporzione, in misura maggiore dai contribuenti più ricchi. In altri termini, le aree più avanzate di un paese o di una regione sosterranno quelle più povere e i cittadini più facoltosi parteciperanno alla realizzazione dei diritti dei concittadini meno abbienti, dato che l’imposizione fiscale è progressiva. All’opposto, caricare tutti i costi infrastrutturali in tariffa significa costruire un meccanismo di finanziamento fortemente regressivo dal punto di vista distributivo. Insomma, quando un bene essenziale come l’acqua viene interamente finanziato tramite tariffa, compresi gli investimenti infrastrutturali straordinari, ricchi e poveri si trovano a pagare l’investimento senza nessuna proporzione al reddito percepito e senza alcun meccanismo di solidarietà sociale. Inoltre -dato che ricchi e poveri hanno bisogno della stessa quantità d’acqua per bere, cucinare, lavarsi- tariffe più salate incideranno in misura molto diversa sui redditi, come ben mostra il capitolo che Hall e Lobina dedicano all’impatto della privatizzazioni sulle fasce deboli.



C’è chi taglia corto e sostiene che privatizzare interamente la fonte di finanziamento del servizio attraverso il full cost recovery, pur con i suoi effetti socialmente regressivi, è una necessità dei tempi: i soldi pubblici sono scarsi ed è inevitabile scegliere fra sanità e acquedotti, fra scuole e depuratori, come se si potesse vivere senza diritto alla salute o senza accesso all’acqua potabile, come se qualcuno ci chiedesse di scegliere se preferiamo smettere di dormire o smettere di respirare. Certamente se oggi vi è un problema di priorità di spesa questo non si pone fra acquedotti e ospedali bensì, più probabilmente, fra servizi essenziali e spese per armamenti, ad esempio. Se gli italiani potessero scegliere direttamente se considerano prioritaria l’acqua o l’acquisto dei nuovi caccia F35, la cui spesa assorbirà nei prossimi anni circa 13,5 miliardi di euro, l’esito della consultazione sarebbe scontato. Insomma, altre sarebbero le priorità o le alternative su cui dovremmo interrogarci come cittadini, dato che la fiscalità generale viene impiegata direttamente o indirettamente per cofinanziare tante delle inutili “grandi opere” previste nella così detta legge obiettivo. Senza aerei da guerra o senza nuove autostrade si può vivere, persino meglio, ma non senz’acqua. Se poi venisse rafforzata la lotta all’evasione fiscale, al contrario incoraggiata dai governi attraverso condoni di ogni genere, e se si studiassero specifiche “tasse di scopo” (ad esempio una tassa sulle bottiglie in plastica per le acque minerali) sarebbe possibile ricostruire a perfezione l’intero sistema idrico integrato del paese, grande opera utile e necessaria, senza incidere sul debito e sul deficit pubblico.



Infine, la vera vittima della privatizzazione è la democrazia. I nodi sono l’assenza di qualsiasi controllo democratico sul bene acqua una volta che ne sia stata privatizzata la gestione e la perdita di ogni potere decisionale da parte dei cittadini. Amministrazioni locali, consigli elettivi e cittadini sono allontanati dal governo del bene e le scelte si trasferiscono nelle società di gestione private e nei loro consigli d’amministrazione. Persino la proprietà del bene acqua, che formalmente resta bene demaniale e pubblico (tanto in Inghilterra quanto in Italia) passa sostanzialmente nelle mani di chi gestisce il servizio idrico: si tratta della differenza fra proprietà formale e sostanziale del bene. Il reale proprietario del bene diviene il soggetto che gestisce ed eroga il servizio. Hall e Lobina mostrano come in Inghilterra e Galles il deficit democratico investa tanto le società di gestione quanto l’ente regolatore, l’Ofwat: né le prime né quest’ultimo sono responsabili davanti agli organi rappresentativi, locali o nazionali. L’ Ofwat è talmente indipendente da essere indipendente persino dai cittadini, si potrebbe dire. Pur in un quadro differente, anche in Italia la privatizzazione ha necessariamente condotto allo stesso esito: le Spa che gestiscono il servizio idrico integrato sono divenute vere e proprie istituzioni post-democratiche, arene decisionali chiuse e opache in cui si è spostato il governo del territorio. Le Spa, guidate dalla logica della massimizzazione del valore per gli azionisti, rappresentano il nuovo luogo d’elaborazione e definizione delle politiche territoriali. Gestiscono beni comuni fondamentali come l’acqua, spesso assieme ad altri servizi pubblici locali (Multiutilities). La Spa mista pubblico-privata, declinazione su scala territoriale delle forme post-democratiche della governance globale, è in Italia il modello prevalente di privatizzazione: la Spa mista è un tavolo di concertazione a-democratico cui siedono cordate di soggetti privati (fra cui multinazionali italiane e straniere, banche, imprenditori del cemento) e personale nominato dai sindaci, senza alcun legame con i consigli elettivi. Ricostruire le catene di responsabilità all’interno dei meccanismi decisionali delle Spa è impossibile, la privatizzazione delle decisioni e delle scelte è definitiva: non vi è più nulla di pubblico nè di democratico in questo sistema di governance locale.



Sarebbe lungo ripercorrere come si sia giunti fin qui. Certo è che all’origine di questi processi di privatizzazione e “de-democratizzazione” vi sono precise scelte politiche, in buona parte legate ai cicli di riforma della pubblica amministrazione avviati negli anni ’90. In Italia le responsabilità della politica nell’erosione del pubblico sono spesso anche precedenti: non di rado élites politiche si sono surrettiziamente appropriate dei beni di tutti, considerando i beni comuni come loro beni privati e trasformando la gestione pubblica in una gestione clientelare o lottizzata. Le Spa miste – le partnership pubblico-private – rappresentano l’esito finale e il perfetto connubio di questa doppia forma di privatizzazione del bene comune: emancipatesi dal diritto pubblico per abbracciare il diritto privato, allontanatesi da ogni partecipazione e controllo dei cittadini, élites politiche e cordate di soggetti privati hanno dato vita ad un nuovo luogo di governance opaco e a-democratico. A queste istituzioni viene consegnato il governo dell’acqua e dei beni comuni, ossia de facto il governo del territorio e l’elaborazione concreta delle politiche pubbliche locali. Queste istituzioni sono fortezze senza porte né finestre, in cui privatezza e segretezza si fondono nell’opposto di ciò che dovrebbe essere una gestione pubblica, trasparente e democraticamente partecipata dei beni comuni.



Hall e Lobina ricordano come alla fine degli anni ’80 fu Margareth Thatcher, dunque ancora una volta la politica, a decidere la privatizzazione di servizi e beni che, essendo “comuni”, non avrebbero dovuto essere alienabili, in quanto non a disposizione delle maggioranze politiche e del princeps di turno. In quell’epoca le aziende private furono persino fatte entrare nella governance dello stato, ottenendo voce in capitolo nella stesura di alcune leggi (attraverso la creazione delle istituzioni così dette “quasi governative”, spiegano Hall e Lobina). Uno studio sul peso delle Spa privatizzate nella definizione delle leggi nazionali e regionali sui servizi pubblici probabilmente rivelerebbe elementi interessanti anche sul potere effettivo assunto in Italia – nella definizione del quadro giuridico – da soggetti privati e dalle loro organizzazioni di categoria. Potenti amministratori delegati si sono vantati, in alcune occasioni pubbliche, di avere “ispirato”, se non direttamente scritto, questo o quel determinato articolo di legge relativo alle privatizzazioni.



Nel passato remoto, in Italia come in gran parte dei paesi europei, le prime strutture e le prime gestioni del servizio idrico erano private. Gestioni la cui inefficienza, il cui costo e la cui incapacità di assicurare l’universalità del servizio – e di conseguenza di garantire la salute pubblica – spinsero a compiere una scelta di civiltà: all’inizio del ‘900 un’ondata di municipalizzazioni condusse alla gestione pubblica dell’acqua, per garantire a tutti l’accesso a questo bene fondamentale. Chi pensa alla privatizzazione come ad un sinonimo di “modernizzazione” ha un concetto molto antico e regressivo di modernità. I nuovi cicli di privatizzazione costituiscono un ritorno al passato, a logiche di profitto e d’esclusione, non certo un passo avanti. Il futuro deve essere certamente “pubblico”, come ricorda il titolo del saggio di Hall e Lobina, ma il pubblico deve essere ripubblicizzato. Se infatti la gestione pubblica è una condizione necessaria, perché consente di escludere i profitti di pochi da un bene di tutti, non è però una condizione di per sé sufficiente. Il nuovo pubblico deve essere trasparente e partecipato democraticamente dai cittadini, non espropriato da oligarchie politiche. Clientelismi, lottizzazioni, degenerazioni burocratiche e tecnocratiche sono state il primo stadio della “privatizzazione” e del sequestro dei beni di tutti da parte degli interessi di pochi. In futuro la gestione dell’acqua e dei beni comuni dovrà essere “comune”: gli esempi in questo senso si stanno moltiplicando, da Siviglia a Parigi. Beni comuni e ripubblicizzazione del pubblico sono la sostanza di una nuova politica per il XXI secolo, come insegnano i movimenti per l’acqua di tutto il pianeta.



NOTE



(1) Rimando a Tommaso Fattori, Impero Spa: i mercanti d’acqua, 2008 disponibile all’indirizzo http://www.perunaltracitta.org/images/quaderni/fattori.pdf



(2) Si tratta del “Decreto Ronchi”, oggetto del primo dei due quesiti referendari del 12/13 giugno 2011 (abrogazione dell’art.23 bis della legge 133/08 e successive modifiche, appunto quelle introdotte da Ronchi nel 2009).



(3) E’ possibile scaricare qui la delibera del 22 novembre del 2007 dell’autorità garante della concorrenza e del mercato: http://www.acquabenecomunetoscana.it/IMG/pdf/Sentenza_antitrust_Acea-Suez_Nov_2007.pdf



(4) Nella primavera del 2010 Federutility ha scritto al governo chiedendo senza giri di parole lo stanziamento di “fondi pubblici di accompagnamento e sostegno per cofinanziare gli interventi previsti” nel settore idrico. Nella stessa direzione anche le richieste di Cispel alla regione Toscana, regione in cui il servizio idrico integrato in 5 Ato su 6 è gestito da Spa miste.



(5) Si tratta del secondo quesito sottoposto a referendum popolare il 12/13 giugno 2011: abrogazione parziale dell’art. 154 del D.lgs 152/06 (decreto ambientale)



(6) La proposta è consultabile all’indirizzo http://www.acquabenecomune.org/investimenti.pdf



(10 giugno 2011)



venerdì 10 giugno 2011

IL12 e 13 giugno: quattro sì per liberare l'Italia


di Riccardo Petrella*, da il manifesto, 10 giugno 2011

La battaglia dell'acqua in corso da alcuni anni nel nostro Paese ha già prodotto due risultati di grande importanza storica sul piano politico-culturale. Il primo riguarda l'affermazione in seno alla società italiana di milioni di persone che pensano che le nostre società, per funzionare in maniera giusta e corretta, devono essere fondate su una reale partecipazione dei cittadini al governo della res publica. Il notevole successo popolare, spontaneo, della campagna di raccolta delle firme per la legge regionale toscana sull'acqua di iniziativa popolare, poi per la legge nazionale e infine per i referendum, insieme alle lotte dei No Tav, contro il nucleare, del movimento viola, del movimento 5 stelle, dei Gas, di Altraeconomia, Altrafinanza, dei Comuni virtuosi, dimostrano che i cittadini italiani vogliono cessare di essere trattati come dei sudditi da mantenere tali grazie a un sistema nazionale di media asserviti e di proprietà dei potenti. Non vogliono più essere ridotti a consumatori beati, a degli indivualisti profittatori (evasori, abusivi...), ma vogliono (ri)diventare cittadini nel pieno senso della parola.



La battaglia per l'acqua pubblica rivela che gli italiani non desiderano affatto ritornare allo Stato di prima, ma vogliono partecipare alla costruzione di un altro Stato, di una maniera differente di vivere e far funzionare i comuni, le province, le regioni. Vogliono un altro pubblico, giusto, efficace, trasparente, dove i cittadini sono partecipanti attivi. Quel che nei referendum (nucleare ed impedimento inclusi, ovviamente) è fonte di paura per i gruppi al potere (anche della sinistra autodefinitasi moderata) è proprio questo gran desiderio di voler essere cittadini.



Dopo quarant'anni di politiche che hanno deliberatamente distrutto il welfare non clientelare, in Italia soprattutto, il senso dello Stato e della comunità «cittadina»; dopo quasi tre generazioni di giovani educati a considerare le istituzioni pubbliche - i comuni, le regioni, lo Stato - come degli enti inutili, dilapidatori delle risorse pubbliche; e dopo l'enorme propaganda ideologica che per anni ha fatto credere che solo l'impresa privata possiede le competenze e i saperi adeguati per gestire tutti i servizi pubblici detti «locali» e che solo la finanza privata dispone delle risorse per fare gli investimenti necessari, la voglia di essere cittadini rappresenta un fatto notevole, esplosivo. Si può dire che i referendum rappresentano il momento simbolico di una «rivoluzione dei cittadini» dal basso, come è accaduto nel mondo arabo, in Spagna, in America latina.



Negli ultimi anni, a partire dalla difesa dell'acqua pubblica, centinaia di migliaia di italiani sono scesi nelle strade e nelle piazze di centinaia di città con i loro banchetti, le marce, gli spettacoli, i dibattiti per dire «non vogliamo né più Stato, né più Stato corrotto, né più privato, né più privato corrotto e predatore (prendi e scappa), né potentati finanziari, partitici o sindacali, né istituzioni politiche inefficaci, né parlamenti composti da persone che non meritano di essere rappresentanti dei cittadini. L'acqua pubblica significa non solo l'acqua dei cittadini, ma anzitutto l'acqua ai cittadini, per i cittadini e dai cittadini». L'acqua pubblica diventa uno degli strumenti più importanti per ricittadinare la città del vivere insieme.



Centralità dei beni comuni

Il secondo risultato non è da meno. Concerne la (ri)scoperta della centralità dei beni comuni in una società che pretende di essere efficace, di ottimizzare il vivere insieme in termini di «progresso» economico, sociale e civile. Chi mai l'avrebbe detto solo pochi anni orsono che i «beni comuni» sarebbero diventati un'idea cosi popolare nel nostro Paese? Una moda? Un fuoco di paglia? Per il momento, la realtà è che si contano a centinaia, in tutte le regioni d'Italia, i gruppi territoriali «acqua bene comune» nati spontaneamente.

Senza alcun dubbio, l'acqua è all'origine del fenomeno. Chi dice «beni comuni» dice beni essenziali ed insostituibili per la vita, dice beni cui corrispondono intrinsecamente diritti (e doveri) individuali e collettivi, beni che esprimono la ricchezza comune messa al servizio del diritto ad una vita decente per tutti, beni che richiedono la responsabilità di tutti i cittadini. Quando si parla di beni comuni ci si inserisce in un visione del mondo e della società profondamente diversa da quella imposta negli ultimi quarant'anni. Con i beni comuni si afferma il primato del vivere insieme sulla logica di sopravvivenza individuale, dei più forti, dei più prepotenti, dei più furbi. In Italia la battaglia per l'acqua bene comune ha largamente contribuito a (ri)dare il loro titolo di nobiltà di bene comune anche al sole, all'aria, alla conoscenza, alla terra, all'informazione, all'educazione, alla salute, la cui mercificazione e privatizzazione si sono affermate con forza, e con la condiscendenza di tutte le classi dirigenti, a partire dagli anni '80. Molto verosimilmente è grazie all'acqua che i beni ora menzionati sono nuovamente, in quanto beni comuni, all'ordine del giorno dei dibattiti e dell'agenda politica concreta nazionale e soprattutto delle collettività locali.



Una spallata al liberismo

Per concludere, il vivere insieme è diventato un nodo centrale della politica italiana tout court. In questo senso i referendum rivelano problemi, sfide e scelte non imprigionabili in sacchetti per uso immediato. Leggere i referendum nei termini di una nuova spallata contro il governo Berlusconi è una tendenza facile cui molti non hanno resistito. In realtà essi debbono essere letti contemporaneamente come simbolo e sintomo di un rigetto, sempre più diffuso in Italia, del sistema economico capitalista di mercato, che ha condotto alla mercificazione di ogni forma di vita, alla privatizzazione del potere politico e alla confisca del ruolo di cittadini.

Voler (ri)diventare cittadini per la propria dignità e anche per vivere insieme agli altri nel contesto di una umanità da inventare è il secondo risultato della battaglia per l'acqua in Italia. La vita è un diritto per tutti. L'acqua, in quanto elemento essenziale e insostituibile per la vita, è anch'essa un diritto per tutti. È tempo di concretizzare i principi. La vittoria aprirà le vie a nuovi percorsi di rinnovamento, d'innovazione e di sviluppo di nuove «città».



* Fondatore del Comitato italiano per il Contratto mondiale dell'acqua, Presidente dell'Institut européen de recherche sur la politique de l'eau (Ierpe) a Bruxelles



(10 giugno 2011)




mercoledì 8 giugno 2011

12 e 13 giugno: quattro sì per liberare l'Italia



Referendum e quorum, tutti a caccia del ‘più uno’

da fermiamoilnucleare.it



50% più uno. Sta lì il segreto del quorum, in quel ‘più uno’. Il ‘più uno’ può nascondersi nel vicino di pianerottolo cui non hai ricordato la data del voto, nella zia alla quale non hai spiegato che le centrali non stanno solo in Giappone ma le vogliono portare anche in Italia. O nell’amico che non hai accompagnato al seggio prima di andare al mare. Allora forza: tutti a caccia del ‘più uno’, per buttare il nucleare fuori dall’Italia.



La ricetta è semplice:



1) presto ai seggi: vai a votare nelle prime ore di domenica 12 giugno: se i primi dati sull’affluenza sono buoni anche gli indecisi si decideranno;



2) informazione a domicilio: se vai a cena da un amico scarica il volantino o l’adesivo e mettilo nelle cassette delle lettere del condominio



3) mail virali: spedisci a tutta la tua rubrica e condividi coi tuoi amici un promemoria per il referendum (il volantino, un video che ti piace, una foto…)



4) taxi referendario: quando vai al seggio passa a prendere un amico, accompagna qualcuno che non ha la macchina o ha problemi ad andare a votare;



5) fantasia: telefonate, sms, cene referendarie, manifesti, fai tu. E fai girare questo messaggio.



Grazie per tutto ciò che riuscirai a fare.



Comitato VOTA SI per fermare il nucleare



martedì 7 giugno 2011

Come si diceva una volta, il 12 e il 13 Giugno VOTA e fai VOTARE 

                                    SI          SI            SI           SI


SI             SI                          SI                                SI                          SI                              SI

VERSO IL 12-13 GIUGNO.  Referendum,
 i settimanali cattolici fanno campagna per i quattro Sì.
Valanga di appelli, digiuni e slogan sulle testate diocesane, un milione di copie per 190 giornali: con poche eccezioni tutti a favore delle abrogazioni
di ORAZIO LA ROCCA, da " Repubblica

CITTÀ DEL VATICANO - "Salviamo sorella acqua!". "La legge è uguale per tutti". "No all'energia nucleare". Una valanga di frasi e di slogan a favore dei "sì" ai 4 referendum, ma anche forti, convinti inviti a "credenti, non credenti e uomini di buona volontà" a partecipare compatti al voto di domenica e lunedì prossimi per "centrare l'obiettivo di raggiungere il quorum". E' il grande tam tam messo in atto dai settimanali diocesani in questi giorni in edicola in vista del voto referendario.



Nella stragrande maggioranza dei giornali di proprietà dei vescovi italiani (190 testate per un tiratura media di oltre un milione di copie), campeggiano editoriali che non fanno mistero di tifare apertamente per i "sì", in linea con analoghi appelli fatti in anche da sigle storiche come Azione cattolica italiana, Acli, Pax Christi, e da ben 40 diocesi.



Tra gli interventi più autorevoli, quello di Roma 7, il settimanale diocesano di Roma (la diocesi del Papa) guidata dal cardinale vicario Agostino Vallini, che nell'ultimo numero pubblica un ampio intervento contro il nucleare e a favore della difesa dell'acqua "come bene comune", ricordando che su queste tematiche venerdì prossimo la Cei organizzerà un convegno dal titolo "Per una Chiesa custode del creato" presso la facoltà teologica di Padova. Appuntamento cruciale alla vigilia dei referendum, come ricorda anche La difesa del popolo (Padova).



Dello stesso tenore è l'appello della Azione cattolica pubblicato su Millestrade, testata della diocesi di Albano, retta dal vescovo Marcello Semeraro, presidente della editrice del quotidiano cattolico Avvenire: "L'acqua, l'energia, la giustizia sono temi di interesse comune e centrali per i singoli cittadini e per l'intera comunità" per cui "partecipare attivamente al voto diventa un'alta forma di democrazia". Ancora nel Lazio, il settimanale della diocesi di Civita Castellana, nella nota "Non privatizzare sorella acqua" ricorda che domani in piazza San Pietro "missionari, suore e sacerdoti si riuniranno per digiunare e pregare in difesa dell'acqua" su invito dei missionari Alessandro Zanotelli e Adriano Sella.



Anche La voce del popolo (Brescia), invita i cittadini a recarsi "massicciamente" alle urne per centrare l'obiettivo del quorum", polemizzando con i "tentativi" fatti dal governo per vanificare il voto sul nucleare e di mettere la sordina ad "una questione di rilevanza universale come è la gestione dell'acqua come bene comune".



Non mancano editoriali che legano la sorte del governo Berlusconi ai referendum: "Inizia una nuova fase?" si chiede, infatti, La Cittadella (Mantova). Sferzante, La Vita casalese (Casale Monferrato): "Il vento è cambiato" per un "governo cabarettista ed umiliato ogni volta che ha partecipato a consessi internazionali. "C'è un tempo per... cambiare", tuona - evocando l'Ecclesiaste - Risveglio Duemila, (Ravenna-Cervia).



Tante le schede sui "sì" e sui "no", come fanno, ad esempio, Il Popolo (Pordenone) - "Acqua nostra e gli altri referendum"; L'Azione (Vittorio Veneto) - "Referendum sul nucleare, una scelta per quale futuro?" - ; Il nostro tempo (Torino) che, però, ricorda pure che "l'acqua è anche una questione etica". Per Vita Trentina (Trento) "l'acqua è di tutti come l'aria, e le politiche che vogliono privatizzarla sono contrarie all'approccio cristiano". Dello stesso tono il Corriere Cesenate (Cesena-Sarsina), che, però, avverte che " il vero problema è la partecipazione".



Non meno significativi i richiami di Notizie di Carpi, ("Alle urne per decidere su acqua, nucleare e legittimo impedimento"), del Corriere Apuano (Massa Carrara-Pontremoli), che di fronte a tentativi di vanificare i referendum parla di "scippo e insulto alla sovranità popolare" e definisce "l'abolizione del legittimo impedimento non un sì antiberlusconiano, ma un sì alla Costituzione che sancisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge".



Ancora "convinti sì" ai 4 quesiti da Toscana Oggi (diocesi di Firenze), che correda il servizio con schede tecniche", e dai francescani del Sacro Convento di Assisi che sulla loro rivista, San Francesco Patrono d'Italia, in più occasioni hanno sposato la causa dei referendum in difesa di "nostra sorella acqua, dell'ambiente e di tutto il creato". Pochissime, invece, le voci fuori dal coro, come quelle de L'Avvenire di Calabria (Reggio Calabria) e de La Voce (Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino), che invitano ad appoggiare il decreto Ronchi "perché il vero problema dell'acqua sono le condutture e l'inadeguatezza dei servizi pubblici".

(07 giugno 2011)