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venerdì 2 agosto 2013

Semi di finocchio: 10 straordinari benefici per la salute

Semi di finocchio: 10 straordinari benefici per la salute

I semi di finocchio (Foeniculum vulgare) sono considerati una spezia da utilizzare in cucina per arricchire di sapore i nostri piatti e come ingredienti nella preparazione casalinga di pane, crackers e grissini. Sono ottimi anche per guarnire i pretzel. Il loro sapore è piuttosto dolce e ricorda quello dell'anice. A scopo curativo vengonoutilizzati soprattutto per la preparazione di tisane adatte a ridurre i gonfiori e a stimolare la diuresi. Quali sono i benefici per la salute dei semi di finocchio? Ecco i principali.

1) Prevenzione del cancro

Gli antiossidanti presenti nei semi di finocchio possono contribuire a ridurre il rischio di cancro associato con i danni provocati dai radicali liberi alle cellule e al Dna. Inoltre sono considerati un alleato per la prevenzione del cancro al colon, in quanto essi contribuiscono, insieme alle fibre vegetali, alla rimozione delle tossine dall'intestino, preservandone la salute.

2) Proprietà antinfiammatorie

Gli antiossidanti presenti nei semi di finocchio non sono soltanto utili nella prevenzione del cancro, ma vengono ritenuti salutari per l'organismo per via delle loro proprietà antinfiammatorie. Il loro impiego potrebbe essere utile nel trattamento di disturbi come l'artrite e il morbo di Crohn, due malattie autoimmuni, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche scientifiche per poterne dare conferma.

3) Contenuto di fibre

I semi di finocchio sono ricchi di fibre. Le fibre sono presenti unicamente negli alimenti vegetali e sono assenti nei cibi di origine animale. L'esempio più lampante in proposito è la carne. Le fibre sono fondamentali per favorire il transito degli alimenti di cui ci nutriamo lungo l'intestino e per permettere l'eliminazione delle tossine. Le fibre, in generale, sono utili per migliorano la digestione. 100 grammi di semi di finocchio contengono il 150% della dose giornaliera raccomandata di fibre.

4) Colesterolo

L'accumulo di colesterolo nelle arterie e l'aumento della sua produzione da parte del fegato è una delle principali cause di patologie come ictus, infarto e ipertensione. Il colesterolo può essere tenuto sotto controllo grazie ad un'alimentazione ricca di cibi vegetali e quindi di fibre.Le fibre contenute nei semi di finocchio riducono le possibilità di accumulo del colesterolo sulle pareti delle arterie e prevengono così le patologie cardio-circolatorie.

5) Pressione alta

Esiste un sale minerale fondamentale nella regolazione della pressione sanguigna. Si tratta del potassio, una sostanza presente in numerosi alimenti vegetali, compresi i semi di finocchio. Il potassio contribuisce a mantenere stabile la pressione sanguigna e, di conseguenza, a regolare il battito cardiaco. 100 grammi di semi di finocchio contengono 1694 milligrammi di potassio.


6) Proprietà diuretiche

I semi di finocchio presentano proprietà diuretiche e drenanti. Per questo motivo vengono utilizzate per la preparazione di tisane che possono favorire la diuresi, oltre che attenuare i gonfiori addominali. La tisana viene preparata sotto forma di infuso, lasciando riposare in 200 millilitri d'acqua bollente per 10 minuti 1 cucchiaino di semi di finocchio, per poi filtrare e bere senza dolcificare.

7) Proprietà antiossidanti

I semi di finocchio sono ricchi di flavonoidi. Si tratta di un gruppo di antiossidanti ritenuto in grado di ridurre lo stress ossidativo dell'apparato cardio-circolatorio e di proteggere l'organismo dai danni neurologici. I flavonoidi contribuiscono inoltre a prevenire l'invecchiamento precoce, contrastando i radicali liberi.

 Digestione

I semi di finocchio contribuiscono a migliorare la digestione. Le proprietà digestive di questi piccoli semi sono note ormai da secoli e vengono sfruttate dalle medicine popolari soprattutto per la preparazione di tisane e di decotti da bere a fine pasto per rendere la digestione meno lunga e pesante. Le tisane di finocchio sono di solito considerate adatte come rimedio naturale digestivo anche per i bambini.

9) Fonte di calcio

I semi di finocchio sono una ricca fonte di calcio, da tenere in considerazione anche se se ne consumano piccole quantità. Il calcio è presente in numerosi alimenti vegetali, compresa la frutta secca, come le mandorle, le verdure a foglia verde, come gli spinaci, e i semi, con particolare riferimento al sesamo. 100 grammi di semi di finocchio contengono il 120% della dose giornaliera raccomandata di calcio, ne contengono infatti 1196 milligrammi.


10) Globuli rossi

La produzione di globuli rossi da parte del nostro organismo viene favorita dai cibi che introduciamo attraverso l'alimentazione. I semi di finocchio presentano un elevato contenuto di rame, un minerale fondamentale per la formazione delle cellule del sangue, con particolare riferimento ai globuli rossi. 100 grammi di semi di finocchio contengono 1067 milligrammi di rame.

di Marta Albè, fonte:

http://www.greenme.it/mangiare/alimentazione-a-salute/11038-semi-finocchio-benefici

martedì 16 luglio 2013

Antiossidanti naturali: 10 cibi contro i radicali liberi e l’invecchiamento

Antiossidanti naturali: 10 cibi contro i radicali liberi e l’invecchiamento

Sentiamo parlare spesso degli antiossidanti. Che cosa sono? Si tratta di sostanze presenti in numerosi alimenti, che aiutano l’organismo a contrastare i radicali liberi, a prevenire l’invecchiamento e a mantenere i tessuti sani.
 Gli antiossidanti, con particolare riferimento a polifenoli e flavonoidi, proteggono la salute degli occhi e la vista, migliorano la circolazione e favoriscono il benessere del cuore e dei vasi sanguigni. Ecco alcuni degli alimenti più ricchi di antiossidanti.

1) KIWI

Il kiwi è tra i frutti più ricchi di antiossidanti. Il suo primato è dato dall’elevata presenza di polifenoli, che sono in grado di proteggerci dall’invecchiamento e dalle malattie degenerative, tra le quali troviamo il Parkinson e l’Alzheimer. E’ il kiwi di qualità gold a contenere un tasso maggiore di polifenoli rispetto al kiwi comune, di colore verde. Approfittiamo dei benefici di questo frutto quando è di stagione: da novembre a giugno.
2) TÈ VERDE
Il tè verde è un vero e proprio concentrato naturale di antiossidanti, tra i quali troviamo polifenoli, bioflavonoidi e tannini. Può essere gustato sia in inverno che in estate, in versione casalinga. Un consumo regolare di tè verde può apportare numerosi benefici al nostro organismo: rimineralizza e tonifica ossa, pelle e capelli, rafforza il sistema immunitario, facilita la digestione e riduce l’assorbimento degli zuccheri.
3) MELOGRANO
Il melograno presenta una concentrazione di antiossidanti molto elevata, superiore anche al tè verde. Tra gli antiossidanti contenuti nel melograno troviamo i flavonoidi, che proteggono il cuore e le arterie e che presentano proprietà antinfiammatorie e gastroprotettive. Grazie all’acido ellagico, il melograno ci aiuta a contrastare i radicali liberi.
4) MIRTILLI, FRUTTI ROSSI E E BACCHE DI ACAI
I mirtilli presentano spiccate proprietà antiossidanti. Il contenuto di sostanze benefiche è superiore nei mirtilli selvatici, che sono ritenuti migliori rispetto ai mirtilli coltivati in serra dal punto di vista nutrizionale. Il potere antiossidante dei mirtilli è dovuto al loro contenuto di flavonoidi, che ci aiutano a prevenire malattie metaboliche, degenerative e cardiovascolari. Inoltre, ci proteggono dal cancro. Sono ricchi di antiossidanti tutti i frutti di bosco e i frutti rossi, comprese fragole eciliegie. Tra i frutti ricchi di antiossidanti simili ai mirtilli troviamo le bacche di Acai, considerate benefiche per le loro proprietà antinfiammatorie e anticancro.

5) GRAVIOLA

La graviola è un frutto tropicale dalla polpa molto morbida a cui vengono attribuite importantiproprietà anticancro, soprattutto dal punto di vista della prevenzione. I benefici della graviola nel contrastare i tumori sono dovuti alla sua ricchezza di antiossidanti. Alcuni di essi rappresentano infatti delle sostanze citotossiche in grado di contrastare le cellule tumorali. La graviola, inoltre, ha proprietà antibatteriche e favorisce la digestione.
6) Avocado
L’avocado è ricco di vitamina A e di vitamina E, sostanze antiossidanti che aiutano il nostro organismo a liberarsi dai radicali liberi, ritardando l’invecchiamento dei tessuti. L’olio estratto da questo frutto presenta uno spiccato contenuto di antiossidanti. Studi recenti hanno indicato l’olio d’avocado come un vero e proprio toccasana per la salute, in grado di contrastare i danni del tempo in mood naturale. I suoi pigmenti potrebbero rappresentare una nuova frontiera nella cura delle malattie degenerative.
7) CAROTE
La presenza di vitamina C e di beta-carotene rende le carote degli ortaggi particolarmente ricchi di antiossidanti. Secondo studi recenti, mangiare carote allunga la vita. Gli scienziato hanno scoperto che elevati livelli di carotene presenti nel sangue sono inversamente associati al rischio di morte prematura, con particolare riferimento alle malattie cardiovascolari e ai tumori. In generale, mangiare frutta e verdura fresca aiuta a mantenersi in salute e a prevenire la morte prematura.
8) POMODORI
I pomodori sono famosi per la loro ricchezza di licopene, un potente antiossidante. Proprio grazie al licopene, sono ritenuti un alimento benefico per proteggere il nostro organismo dall’ictus. Una percentuale elevata di licopene nel sangue è in grado di prevenire le malattie cardiovascolari. Mangiare pomodori è inoltre utile per contrastare il colesterolo e la pressione alta. Il contenutodi licopene dei pomodori è pari a 11 mg/100 g nella polpa ed a 54 mg/100 g nella buccia. La concentrazione di antiossidanti è stata valutata come superiore nei pomodori biologici.
9) CACAO E CIOCCOLATO
Il potere antiossidante del cioccolato è garantito dalla presenza di cacao, un alimento ricco di flavonoidi. Il cioccolato migliore è quello con il più elevato contenuto di cacao e con la minore presenza di zuccheri raffinati. Ci riferiamo soprattutto al cioccolato amaro extra-fondente. Il cacao migliore proviene da agricoltura biologica ed è coltivato secondo criteri etici. Il cacao, con i suoi antiossidanti naturali, garantisce il buon umore e regola colesterolo e pressione sanguigna.
10) GOJI
Le bacche di goji si distinguono per il loro elevato contenuto di antiossidanti naturali, che le rendono un aiuto prezioso nel contrastare i radicali liberi, con un effetto benefico sia per i tessuti dell’organismo che nella prevenzione delle malattie tumorali legate alla pelle. Secondo gli studi più recenti, le bacche di goji sono in grado di rallentare il moltiplicarsi delle cellule tumorali. Hanno inoltre proprietà antinfiammatorie e sono utili per proteggere la vista.
fonte: Greenme.it

mercoledì 24 aprile 2013

Fosforo: le 10 migliori fonti vegetali

Fosforo: le 10 migliori fonti vegetali

Il fosforo è un elemento nutritivo presente prevalentemente nelle nostre ossa, accanto al calcio, oltre che nei liquidi extracellulari e nei tessuti molli del corpo.

E' essenziale nel nostro metabolismo ed è coinvolto nelle funzioni vitali di tutti gli esseri viventi. Ma è sbagliato credere che esso sia presente solo nel pesce. Le fonti vegetali di fosforo sono numerose e sono costituite principalmente da alcune tipologie di frutta a guscio e di semi oleosi.
Dosi raccomandate

Negli adulti di età superiore ai 25 anni la dose raccomandata di fosforo è di 800 milligrammi al giorno. I neonati sino a 6 mesi hanno un fabbisogno di fosforo di 300 milligrammi al giorno, mentre dai 6 mesi a 1 anno la dose raccomandata è di 600 milligrammi al giorno. I bambini da 1 a 10 anni hanno un fabbisogno di 800 milligrammi al giorno; dagli 11 ai 24 anni il fabbisogno di fosforo è pari a 1200 milligrammi al giorno.
Carenza di fosforo

Data l'ampia diffusione del fosforo negli alimenti, una sua carenza è di solito rara. Nel caso vi sia una carenza di fosforo, le conseguenze della stessa possono portare ad anoressia, turbe mentali, alterazione del sistema muscolo-sceheletrico, alterazioni della conduzione nervosa, stanchezza mentale e fisica, difficoltà nella crescita. La carenza di fosforo può verificarsi in caso di malassorbimento, malnutrizione ed uso prolungato di antiacidi in grado di legarsi al fosforo.
Eccesso di fosforo

Un eccesso nell'assunzione di fosforo attraverso l'alimentazione viene riequilibrato da parte dell'attività renale, che permette di evitare uno sbilanciamento del rapporto tra fosforo e calcio nei fluidi corporei. Alti livelli di fosforo nel sangue possono provocare una crisi tetanica da ipocalcemia.

1) Semi di zucca
I semi di zucca non rappresentano soltanto una fonte di zinco e di ferro, un alimento utile per la protezione del cuore, per il benessere intestinale e per la regolazione del pH, ma anche una delle fonti vegetali maggiormente ricche di fosforo. 100 grammi di semi di zucca contengono 1233 milligrammi di fosforo. I semi di zucca arrostiti, sia salati che non, nella quantità di 100 grammi, ne contengono 1174 milligrammi.

2) Semi di girasole
Un ulteriore fonte molto semplice a cui ricorrere per integrare fosforo nella propria alimentazione è rappresentata dai semi di girasole, da considerare dei veri e propri semi della salute, insieme a quelli di zucca. 100 grammi di semi di girasole (salati o non salati) contengono 666 milligrammi di fosforo.

3) Anacardi
Per quanto riguarda la frutta secca, al primo posto per il contenuto di fosforo troviamo gli anacardi. 100 grammi di anacardi contengono 593 milligrammi di fosforo, un contenuto di poco superiore al fosforo presente in un alimento di origine animale, come il formaggio caciocavallo (590 milligrammi) e di poco inferiore al formaggio svizzero (605 milligrammi).

4) Pinoli secchi
Ecco un alimento saporito, prelibato e particolarmente gustoso, utilizzato comunemente per la preparazione del pesto e da rivalutare anche per la creazione di altre pietanze, per via del suo contenuto di sali minerali. 100 grammi di pinoli secchi presentano un contenuto di fosforo pari a 575 milligrammi.

5) Amaranto
L'amaranto è un alimento antico che necessiterebbe di essere riscoperto, adatto alla preparazione di sformati e dai chicchi dalla consistenza simile alla più nota quinoa. E' ricco di proteine e di sali minerali ed risulta di facile digeribilità. 100 grammi di amaranto contengono 557 milligrammi di fosforo.

6) Noci
Tra la frutta a guscio ricca di fosforo troviamo le noci, che devono essere annoverate inoltre tra gli alimenti vegetali da considerare come importanti fonti di omega-3, accanto ad olio di lino e semi di lino. 100 grammi di noci secche contengono 513 milligrammi di fosforo.

7) Farina di segale
La farina di segale scura rappresenta l'ingrediente principale per la preparazione del pane nero, tipico della tradizione contadina ed ancora preparato in alcune regioni italiane, soprattutto nelle zone montane. Dovremmo imparare ad arricchire la preparazione casalinga del pane con farina di segale. 100 grammi di farina di segale contengono 499 milligrammi di fosforo.

8) Mandorle
Le mandorle, oltre a rappresentare una delle più importanti fonti vegetali di calcio, accanto ai semi di sesamo, devono essere considerate una fonte di fosforo da non sottovalutare. 100 grammi di mandorle contengono infatti 484 milligrammi di fosforo.

9) Pistacchi
Tra le fonti principali di fosforo domina la frutta a guscio, i pistacchi rappresentano un alimento particolarmente benefico per la salute. Sono infatti ricchi di antiossidanti, vitamine, acidi grassi benefici e sali minerali, tra i quali troviamo il fosforo. 100 grammi di pistacchi contengono 469 milligrammi di fosforo.

10) Quinoa
La quinoa è un alimento simile ad un cereale, ma in realtà appartenente alla medesima famiglia di spinaci e barbabietole. Presenta un buon equilibrio tra proteine e carboidrati ed il suo contenuto proteico è superiore a quello di grano riso e miglio. Per quanto riguarda la presenza di fosforo, 100 grammi di quinoa ne contengono 457 milligrammi.


di Marta Albè ,da Informazione libera

sabato 13 aprile 2013

Cos'è il lievito madre e come si fa? Tutto quello che c'è da sapere.

di Giulia Landini, da Informazione libera 

La leggenda narra che intorno al 2000 a.c., sotto il caldo sole egiziano, fu lasciato un pezzo crudo di impasto per il PANE AZZIMO. Esso iniziò a fermentare, divenne gonfio e grande. Fu così che, cuocendolo, si ebbe un pane più leggero, fragrante e di una consistenza decisamente piacevole.
Che cosa poteva mai essere quella magia? L'esperimento fu ripetuto e si comprese che, tenendo da parte un pezzettino dell'impasto crudo per il pane appena fatto, esso innescava la lievitazione nella panificazione successiva. Questo pezzettino si gonfiava, presentava bollicine dentro e fuori, odorava di acido.

Nasceva così il lievito madre, chiamato altresì PASTA MADRE, pasta acida o lievito naturale, nient'altro che una parte della pagnotta per il pane lasciata per più giorni a fermentare.
Il lievito madre è un impasto di acqua, farina e un agente attivatore contenente zuccheri semplici, una mela o il miele sono gli attivatori più efficienti: questi tre elementi si mischiano tra loro, con i batteri e i lieviti presenti nell'atmosfera, sulle proprie mani e sul piano di lavoro.
Lieviti e batteri attaccano gli zuccheri dell'attivatore e delle FARINE: grazie alla presenza di enzimi specifici, trasformano le sostanze zuccherine presenti nella farina e nell’attivatore di fermentazione in acidi, alcol e sostanze aromatiche. Nasce così il lievito madre.

Fisicamente il lievito madre è un pezzettino di impasto bucherellato: ogni persona che panifica con il lievito madre vi suggerirà il suo metodo di rinfresco pre-panificatorio. Ne esistono, infatti, moltissimi e la via più saggia è quella di provarli tutti!
Qui se ne riportano due.
Ogni volta che si panifica si stacca una porzione di lievito madre rinfrescato la sera prima, al quale si andrà ad aggiungere la farina, acqua, un poco di miele e ciò che preferiamo per il nostro pane casalingo (spezie, semi, aromatiche).
L'altro metodo consiste nel prendere tutto il lievito madre, aggiungere il quantitativo di farina e acqua che ci occorre a seconda della quantità di pane che si andrà a cuocere, lasciare lievitare dalle 5 alle 8 ore (prima lievitazione), staccare un pezzo di lievito madre da mettere via e proseguire con la panificazione.

Turorial: come fare il lievito madre
http://www.youtube.com/watch?v=W-V2uk5yVEM&feature=player_embedded


In entrambi (e forse più) metodi, il lievito madre “avanzato” si conserva in un vasetto di vetro, in inverno a temperatura ambiente, in estate in frigorifero.
Il lievito madre si rinfresca ogni tre-quattro giorni se tenuto a temperatura ambiente, una volta a settimana se sceglierete il frigorifero: ossia andrà nutrito e abbeverato, con circa 3-4 cucchiai di farina biologica, circa 100 gr, e acqua quanto basta. Versate gli ingredienti in una ciotola di ceramica nella quale avrete precedentemente versato il vostro lievito madre, impastare bene fino a creare una pallina compatta ma leggermente appiccicosa. Riponetela nel suo vasetto di vetro, a temperatura ambiente in inverno, in frigorifero d'estate.

Altro aspetto importantissimo del lievito madre è che “lui” vive: è, cioè, un organismo vivente che ha fame e sete.
Dovrete averne estrema cura e imparare a conoscere il vostro lievito madre: solo così vi donerà un pane eccelso nel gusto e nella consistenza.
Ultima cosa: date un nome al vostro lievito madre, siate un poco bohemienne. Non chiamatela “pasta madre”: Caterina, Costanza, Genoveffa, Contessa, qualsiasi nome, purché sentito, andrà bene.

Lievito madre: DOVE LI TROVO?
Il punto più discusso riguardo il lievito madre è la sua reperibilità: dove lo compro?
Ci sono buone (o cattive?) notizie: la pasta madre NON si compra, o si autoproduce, o la si riceve in regalo. Se si riceve in regalo, basterà iniziare a prendersene cura: solitamente più il lievito madre è vecchio (ne esistono alcun centenari, ossia che vengono rinfrescati, regalati, portati avanti da centinaia di anni) più aumenta la sua stabilità, il suo sapore sarà meno acido, il PH del vostro pane migliorerà; se invece opterete per autoprodurre la pasta madre, leggete la ricetta di seguito.

Ricetta per autoprodurre il lievito madre in casa
Ci sono molti modi per autoprodurre il lievito madre: in rete ognuno condivide il proprio e nessuno si può dire sbagliato.

Passo 1
Ingredienti
200 grammi di farina tipo “0” biologica
100 grammi di acqua tiepida
1 cucchiaino di miele biologico (serve a far partire la fermentazione, in quanto composto da zuccheri semplici più facilmente “attaccabili” dai microorganismi)
Impastate tutti gli ingredienti per bene, fino ad ottenere una piccola palla morbida e liscia. Riponete questo primo impasto in una ciotola coperta da un panno umido e lasciatelo riposare a temperatura ambiente (tra i 18 e i 25 gradi) per 48 ore.
Trascorse queste 48 ore noterete che qualcosa è già successo: l’impasto si è leggermente gonfiato e sono comparsi i primi alveoli.

Passo 2
200 grammi dell’impasto precedente
200 grammi di farina tipo “0” biologica
100 grammi di acqua tiepida
Stemperate l’impasto precedente nell’acqua tiepida e una volta sciolto per bene aggiungete la farina. Procedete dunque come al punto precedente, fino ad ottenere un nuovo impasto ben modellato.
Avete appena eseguito quello che si chiama “rinfresco”, cioè avete dato da mangiare nuovi zuccheri semplici e complessi ai vostri lieviti.
Coprite e fate riposare per altre 48 ore.

Passi successivi
Continuate questa procedura di “rinfresco” per almeno una/due settimane, finché il vostro impasto non sarà in grado di raddoppiare il suo volume in circa 4 ore.
Terminato questo processo, la vostra pasta madre è pronta per essere utilizzata per produrre il vostro pane. Si conserverà in frigorifero in un vasetto di vetro anche per più di una settimana, tra un rinfresco e l’altro.

Infine, a coloro che si cimenteranno nella panificazione casalinga con pasta madre, è bene ricordare che il pane perfetto non esiste: sarà solo l'esperienza che vi aiuterà a trovare piccoli escamotage. 

domenica 7 aprile 2013

Lo spettacolo della vita dentro il bicchiere


Che cosa è meglio, il vino o la birra? La migliore risposta la dà uno dei più grandi scrittori di un popolo che beve birra: Thomas Mann, tedesco di Lubecca. Nei «Buddenbrook» la sorella del protagonista si sposa con un uomo ricco ma volgare; quando il fratello la va a trovare, suo marito gli chiede se vuol bere qualcosa, «Grazie sì», «Birra o vino?», «Come volete», «No no, come volete voi», «Vino, grazie», «Ma non volete birra?», «Come volete», «No no, come volete voi». A questo punto l’ospite si secca: «Allora vino, grazie». La sorella diventa paonazza per la vergogna. La volgarità è non sapere che un uomo per bene, a un ospite per bene, offre vino e non birra. Mi piacerebbe sapere quale vino fu offerto all’erede dei «Buddenbrook». Oggi non mi stupirei se in una famiglia tedesca per bene si offrisse vino veronese: perché i tedeschi amano il Lago di Garda, «Unser Gardasee», scendono per un’autostrada che li porta dritti fin qui (e prosegue fino a Lignano, che è la loro spiaggia), e qui conoscono i ristoranti, e sanno distinguere i grandi vini. A Lignano Hemingway era di casa, ci aveva un capanno per la caccia. Tra tutti i vini veneti Hemingway prediligeva il Valpolicella. Lo definiva: «Cordiale come l’abbraccio di un amico». Quando moriva l’Unione Sovietica, son venuti a trovarmi tre scrittori russi, Breitburd, Ajtmatov e Bondarev. Li porto in un ristorante, e loro: «Come si chiama la vostra vodka?», «Grappa». Chiamano il cameriere e chiedono grappa. Il cameriere porta un bicchierino a testa. Tutti e tre tracannano il bicchierino in un sorso. Io no. Mi chiedono perché. «Noi beviamo prima vino, per fare amicizia, e alla fine grappa». Il più autorevole, Breitburd (ma il più grande era Ajtmatov) si alza in piedi, china la testa e fa: «Potrai mai perdonarci di non avere rispettato la vostra usanza del vino?». Avevano il complesso di venire dal Paese del proletariato, temevano di non conoscere l’etichetta borghese, specialmente in tema di bere. Sollevavano il bicchiere di vino per il gambo, attenti a non toccare il calice. Come se celebrassero una messa. Il vino è un pacificatore. All’università, discutendo tesi di laurea, succedeva che verso le 11 tutti eravamo sfiniti. Si usciva un attimo e si andava al bar. A bere la bevanda che qui tutti bevono: lo spritz, un miscuglio di vino, seltz e Bitter Campari. Dopo di che le discussioni filavano più lisce, e i voti erano più alti. Alla Maturità, stessa cosa: se la commissione litigava e alzava i toni, il preside portava in tavola tre bottiglie di Prosecco. Tutto scorreva come l’olio. Al Premio Viareggio, quando in giuria ci sentiva litigare, perché non saltava fuori il vincitore, il patron dell’Albergo Principe di Piemonte portava tartine e Verdicchio fresco: in dieci minuti trovavamo il libro da premiare. A Stoccolma ho parlato di Primo Levi all’Istituto italiano di cultura, e c’era tutta l’intellighenzia della città. Anche votanti del Nobel. Il direttore m’ha spiegato: «Quando presentiamo un autore qui, si fiondano tutti, perché sanno che trovano il vino italiano». Non è che il vino italiano non si trovi in giro per Stoccolma, nei negozi e nei ristoranti, ma costa carissimo, perché è gravato da una pesante tassa d’importazione, il cui ricavato va alla Casa Reale. E così, qualcuno s’è diplomato grazie al vino. Qualcuno s’è laureato. Qualcuno ha vinto il Premio Viareggio. E forse qualcuno ha vinto pure il Nobel. 
Fonte: la Stampa

domenica 31 marzo 2013

Kiwi: frutto dalle mille proprieta', utilizzi e benefici



Il kiwi è un frutto dalla polpa di colore verde o gialla prodotto da alcune piante della famiglia delle Actinidiaceae, la cui varietà principale è costituita dall'Actinidia deliciosa. La sua buccia è di tonalità tendente al marrone ed all'interno del frutto sono presenti numerosi semi di colore nero. Il suo sapore può essere più o meno acidulo a seconda del livello di maturazione ed il suo gusto è rinfrescante.



Il frutto del kiwi è originario della Cina, dove veniva coltivato già 700 anni fa. La sua diffusione in Europa è avvenuta verso la fine del '900, rendendo in breve tempo l'Italia il maggior produttore mondiale di questo frutto, con particolare riferimento alle regioni del Lazio e del Piemonte.

Proprieta' e benefici del kiwi

Il kiwi è un frutto particolarmente ricco di vitamine. Esso presenta un quantitativo di 85 milligrammi di vitamina C ogni 100 grammi. Consumare un kiwi al giorno contribuisce a mantenere constante l'apporto giornaliero di tale vitamina per l'organismo. Il kiwi è povero di sodio, ma ricco di potassio, caratteristica che permette di riequilibrare i livelli di tali importanti minerali nella nostra alimentazione.

La composizione del kiwi vede la presenza di acqua per l'84% del frutto. Esso contiene circa il 9% di carboidrati e, per la restante parte del frutto, tracce di grassi e di proteine. Il kiwi è un frutto a basso contenuto calorico, in grado di apportare circa 44 chilocalorie ogni 100 grammi di prodotto.

Oltre alla vitamina C, il kiwi contiene vitamina E, utile per proteggere il nostro corpo dalle conseguenze dell'invecchiamento dei tessuti. Il kiwi è considerato un potentissimo alimento antiossidante. Per quanto riguarda i sali minerali, 100 grammi di kiwi forniscono 70 milligrammi di fosforo, 25 milligrammi di calcio, 0,5 milligrammi di ferro e non più di 5 grammi di sodio. I kiwi contengono inoltre fibre vegetali utili per favorire il buon funzionamento dell'intestino

L'elevata presenza di potassio (400 milligrammi ogni 100 grammi) rende il kiwi un frutto particolarmente consigliato a coloro che soffrono di pressione alta, in quanto alla base dell'ipertensione potrebbe esservi uno squilibrio nel rapporto tra il sodio ed il potassio assunti giornalmente, che è possibile riequilibrare attraverso l'alimentazione.

Il kiwi è considerato un alimento benefico al fine di proteggere l'organismo da malattie come il cancro e per la protezione del Dna. Il kiwi contribuisce inoltre a proteggere il nostro organismo dalle malattie, per via del suo elevato contenuto di vitamine e minerali. Secondo uno studio condotto presso la Rutgers University, il kiwi rappresenta il frutto a maggior densità di nutrienti. Gustare il kiwi può inoltre rappresentare un aiuto per coloro che soffrono di asma, dato che studi scientifici hanno dimostrato la sua capacità di ridurne i sintomi più tipici, come attacchi tosse notturni e difficoltà respiratorie.

Il contenuto di fibre di questo frutto contribuisce a diminuire i livelli di colesterolo nel sangue, oltre che a regolare l'assorbimento degli zuccheri nel corso della digestione, mentre la sua ricchezza di vitamina C è considerata benefica non soltanto al fine di rafforzare il sistema immunitario, ma anche per proteggere i vasi sanguigni, per migliorare la circolazione e ridurre lo stress ossidativo nel nostro organismo.




martedì 12 marzo 2013

Cinquant’anni fa l’Italia si scoprì Doc


Dopo mezzo secolo ha il marchio Doc il 70% della produzione
di  SERGIO MIRAVALLE, dalla Stampa

Doc, l’acronimo più famoso d’Italia, compie cinquant’anni. Era nato ufficialmente il 12 luglio 1963 con il severo Decreto legge n. 930, istituito su proposta di un senatore democristiano di Casale Monferrato, Paolo Desana, per mettere ordine nell’intricata giungla dei vini italiani.

Ma ben presto la Denominazione di origine controllata ha superato i confini di etichette e bottiglie e si è conquistata uno spazio nel linguaggio e nell’immaginario comune, diventando sinonimo di qualità e ricercatezza. Doc è anche un film da intenditori, un paesaggio intatto, un legame saldo con il territorio, un itinerario selezionato, un prodotto realizzato con cura anche se non è né da bere, né da mangiare. Renzo Arbore usò l’acronimo per dare il titolo a una trasmissione musicale di culto andata in onda su Raidue nel 1987. E se proprio si vuole strafare, si può ricorrere anche alla sorella maggiore Docg: la Denominazione di origine controllata e garantita nata anch’essa in ambito enologico, nel 1980.

Circoscrivendo il terreno a vigneti e vini, oggi la mappa delle denominazioni italiane conta ben 521 riconoscimenti: oltre alle 330 Doc e alle 73 Docg, ci sono anche le 118 Igt, ovvero le più recenti e meno selettive Indicazioni geografiche tipiche. Tutte insieme, rappresentano il 70% della produzione vinicola italiana, ma con grandi squilibri e qualche confusione garantita al pari dell’origine.

Se da una parte c’è la neonata Doc Sicilia, la più grande d’Italia per estensione del vigneto, o il Prosecco Doc, che produce oltre 200 milioni di bottiglie, dall’altra ci sono denominazioni minuscole come il Loazzolo Doc, realizzato in non più di tremila bottiglie da un pugno di produttori della bassa Langa astigiana.
Cinquant’anni fa, la legge sulla Doc fu emanata per dare una carta d’identità e proteggere dalle imitazioni i prodotti tipici della cultura enologica italiana. I francesi lo fecero molto prima, istituendo già a inizio Novecento l’Appellation d’origine contrôlée (Aoc) a favore del Cognac.

Dal 2009, con l’approvazione della Ocm Vino, i vari marchi dei singoli Stati sono stati assorbiti nella nuova Dop (Denominazione di origine protetta) controllata direttamente da Bruxelles, ma di fatto continueranno a vivere e (un po’ meno) a proliferare.

Dunque, viene da chiedersi: quanto è ancora valido ed efficace questo sistema? «Molto» risponde Giuseppe Martelli, presidente del Comitato nazionale vini presso il ministero per le Politiche agricole e direttore generale di Assoenologi.

«In mezzo secolo è cambiato tutto, ma l’importanza e il ruolo delle denominazioni è rimasto immutato. E se fino a 35 anni fa il vino da tavola rappresentava il 90% della produzione, oggi la percentuale è quasi capovolta e rappresenta un punto di riferimento per il consumatore».

Tuttavia, qualcosa potrebbe essere migliorato: «Ci sono tante Doc che si sovrappongono, alcune addirittura non vengono neppure rivendicate ed esistono solo sulla carta. Se vogliamo migliorare la situazione, oltre alle viti dobbiamo potare drasticamente anche i campanili. Ma è un traguardo che si può raggiungere solo se c’è una seria volontà politica di lavorare per il bene comune».

Un discorso che trova d’accordo anche il presidente di Federdoc, Riccardo Ricci Curbastro. «Il sistema delle denominazioni italiane è un patrimonio pubblico che dà lustro all’immagine dell’Italia nel mondo, garantendo al 100% ogni singola partita di vino e la sua rintracciabilità».

Ma se un terzo delle denominazioni rappresenta l’80% della produzione, forse qualcuno ha esagerato. «È vero - conferma Ricci Curbastro - la corsa a ottenere il riconoscimento ha spesso creato inutili zavorre e generato confusione soprattutto tra gli stranieri: c’è senza dubbio spazio per fare sintesi, anche perché l’ottenimento della Doc non è un premio, ma l’inizio di un percorso».


domenica 6 gennaio 2013

Gli Hunza, un popolo che non conosce la malattia.


Gli Huntza, la popolazione più longeva al mondo, vive in media 130-140 anni ma non conosce neppure le nostre tanto temute patologie degenerative, il cancro, malattie del sistema nervoso, ecc..


La popolazione degli Hunza non solo vive in media 130-140 anni ma non conosce neppure le nostre tanto temute patologie degenerative, il cancro, malattie del sistema nervoso, ecc..
Vivono al
confine nord del Pakistan all’ interno di una valle sulla catena Himalayana e sono la popolazione in assoluto più longeva della terra.

La nostra èlite medica si vanta di tenere in vita i nostri anziani fino agli 80 anni e oltre. Ebbene, gli Hunza, senza ricorrere ai prodigi della nostra scienza mendica, a cento anni sono vivi, incredibilmente attivi, lavorano ancora nei campi e curano i loro figli con estrema vivacità e vitalità.
Le donne Hunza sono ancora prolifiche anche oltre i novant’anni. Chiaramente per riuscire a concepire a tale età, il loro fisico è ancora piuttosto giovanile e non ha nulla a che vedere con le nostre novantenni.
Gli strumenti indiscutibilmente più utili alla loro longevità paiono essere il lungo digiuno a cui sono sottoposti ogni anno, l’alimentazione vegetariana e l’acqua alcalina presente nelle loro terre.

Digiuno e prodotti vegetali

Gli Hunza vivono infatti dei frutti della natura e soffrono anche un lungo periodo di carestia nei mesi invernali. Adottano forzatamente quello che i naturopati definiscono “digiuno terapeutico”. L’altopiano su cui vivono, in Pakistan, è un luogo in gran parte inospitale e non dà raccolto sufficiente per alimentare i 10.000 abitanti Hunza per tutto l’anno.
Coltivano orzo frumento, miglio, grano saraceno e la verdura da orto: pomodori, cavoli, spinaci, rape, piselli e avevano numerosi gli alberi di noci e albicocche, ciliegie, more, pesche, pere e melograni. Fino a marzo però, quando matura l’orzo, digiunano anche per settimane intere (fino a due mesi in semi digiuno) per poter razionare i pochi viveri rimasti in attesa del primo raccolto.
Il bello è che questa “bizzarra” consuetudine, che secondo vecchi concetti di nutrizionismo porterebbe a debolezza, morte e distruzione, al contrario nel corso degli anni ha prodotto nella popolazione straordinarie capacità di vigore.
Un Hunza può andare, camminare tranquillamente per 200 km a passo spedito senza mai fermarsi.
Le forti doti di resistenza sono conosciute in tutto l’oriente, tanto che nelle spedizioni Himalayane, sono assoldati come portatori.

Il digiuno nel mondo animale

Anche in molti animali il digiuno è una cosa normale per la sopravvivenza, nei periodi di carenza di prede. In autunno gli stambecchi, camosci e cervi mangiano molto di più per accumulare grasso per l’ inverno, che a causa dell’ altitudine dove vivono, non permette l’ approvvigionamento di cibo sufficiente. Il bello che i violenti scontri che i cervi hanno tra di loro per l’ accoppiamento e la successiva fecondazione avvengono proprio in pieno inverno, quindi praticamente a digiuno, che non compromette, anzi enfatizza le loro energie. Gli uccelli migratori mangiano a fine estate più del fabbisogno e quando partono verso i luoghi più caldi sono talmente grassi da pesare il doppio del normale. Ma durante la migrazione, che può arrivare anche a 5000 km, non si fermano mai e a fine corsa il loro perso ritorna normale. I lupi cacciano per giorni, ma poi possono restare per settimane senza mangiare e nello stesso tempo percorrono grandi distanze per procacciare altro cibo, vivendo con il solo grasso corporeo come del resto quasi tutti i predatori. Anche i pesci digiunano, come per esempio il salmone, che nella sua famosa risalita del fiume non ingerisce nulla, nemmeno nel successivo periodo della posa delle uova. In sostanza il digiuno è una condizione che non è quindi nata da 10.000 anni, ma da milioni di anni della storia stessa dell’uomo/animali ed è per questo che apporta molti benefici.

Acqua alcalina

L’ultimo elemento fondamentale per la forza, e la longevità di questo popolo fu la composizione dell’ acqua. Dopo diversi studi emerse che l’acqua degli Hunza possedeva elevato pH (acqua alcalina), con notevole potere antiossidante ed elevato contenuto di minerali colloidali. Effettivamente come sperimentatore e ricercatore indipendente devo dire che digiunare con acqua alcalina è molto più semplice che digiunare con acqua di rubinetto o imbottigliata. L’acidosi metabolica innescata dal digiuno prolungato viene infatti compensata e il ph rimane più stabile. Per quanto riguarda l’alimentazione ho già spiegato che l’unico frutto a mantenere il ph umano stabile è la mela rossa; nel digiuno invece ci si può aiutare bevendo acqua alcalina, acqua con argilla verde ventilata, o facendo lavaggi interni/esterni con acqua e sale integrale.
Oggi il territorio degli Huntza è stato intaccato dalla società “evoluta” e anche lì sono arrivati cibi spazzatura, farina 0 impoverita, zucchero bianco, sale sbiancato chimicamente, ecc… e con loro le prime carie, le prime problematiche cardiovascolari, i primi problemi reumatici che l’Occidente evoluto conosce bene. In pochi sono riusciti a scampare da questo inquinamento “evolutivo” evitando ogni forma di contagio con usanze e abitudini percepite ad istinto come innaturali e dannose.

Conclusioni

Ragioniamo con calma e chiediamoci se hanno senso le classiche chiacchiere da bar che sentiamo comunemente:
“Aveva 80 anni, per lo meno ha vissuto a lungo e ora ha smesso di soffrire”…
“Ormai ho 35 anni, mi devo sbrigare se voglio avere un bambino”…
“Ho superato i 40 anni, devo stare attento a non esagerare con l’attività fisica”…
“Ho 30 anni, ho le ginocchia a pezzi, dovrò smettere di giocare a pallone”, ecc…
“Signora, a 60 anni è normale pensare ad una dentiera” ……….

Esiste veramente un orologio biologico incontrovertibile nell’uomo o sono gli stili di vita errati ad accelerare il corso delle lancette?
Hanno senso le ansie di alcune donne che toccati i 30 anni iniziano già a temere di non riuscire ad avere figli “in termpo”?
E’ veramente fisiologico avere ad una certa età menopausa, andropausa, osteoporosi, artrosi, demenza senile …. ?
E’ normale lo scatenarsi di così tante patologie senili, cronico-degenerative, o al sistema nervoso?
Ciò che è normale in una società malata potrebbe essere contro natura o senza senso per un popolo consapevole.

di Andrea Conti, da facebook
Dottore in Fisioterapia
Università degli Studi di Roma

mercoledì 2 gennaio 2013

Qualche chilo in più dopo le feste? Fa bene alla salute e si vive di più


ALIMENTAZIONE
NON TUTTO IL GRASSO VIEN PER NUOCERE


Durante le feste abbiamo accumulato qualche chilo in più? Non è detto che si debba per forza perderlo

Un largo studio revisionale afferma che qualche chilo in più non è deleterio per la salute ma, anzi, chi è moderatamente in sovrappeso ha meno probabilità di morire rispetto a chi ha un peso normale: è l’effetto del “paradosso obesità”
Dopo i pranzi delle feste sono in molti a dover fare i conti con qualche chilo in più.
E così, come ogni anno, a questi eventi si accompagnano le statistiche e i relativi consigli degli esperti per perdere il peso e il grasso accumulato.
Ma deve per forza essere così? Dobbiamo davvero perdere i “chili di troppo”?
Forse no. O, per lo meno, non in misura drastica. Perché, a quanto pare, avere qualche moderato chilo in più mette al riparo da una morte prematura, rispetto a coloro che sono considerati di peso normale.

E’ l’effetto insolito di quello che è stato battezzato come il “paradosso obesità”, per cui chi è moderatamente in sovrappeso pare beneficiare di alcuni vantaggi nei confronti di chi è normopeso.
Si tratta tuttavia di un moderato sovrappeso, fanno notare i ricercatori del US Centers for Disease Control and Prevention’s National Center for Health Statistics. I risultati del loro studio, pubblicati sul Journal of American Medical Association (JAMA), mostrano difatti che i vantaggi sono solo per chi non è obeso; chi invece presenta un Indice di Massa Corporea (BMI) superiore a 35 è più a rischio, dato che questa condizione farebbe aumentare del 29% il rischio di mortalità.

Le buone notizie, come detto, sono invece per coloro che rientrano in un BMI compreso tra 25 e 30: costoro avrebbero un rischio di morte ridotto del 6%, rispetto a chi possiede un BMI tra 18,5 e 25 – considerato normopeso.
Dette conclusioni arrivano dopo che i ricercatori del CDC hanno preso in esame 97 studi internazionali che coinvolgevano circa 3 milioni di persone, e comprendevano 270mila decessi.
A beneficiare di qualche chilo in più, poi, sarebbero in particolare gli anziani e le persone affette da qualche malattia cronica.

A conclusione dello studio, gli esperti ricordano che questo non deve essere uno sprone a mangiare di più, ma i risultati suggeriscono che non tutto il grasso deve essere considerato nocivo.
Insomma, se abbiamo accumulato qualche chilo in più non dobbiamo necessariamente farne un dramma o sentirci in colpa: consultiamoci con un esperto e poi valutiamo se è il caso di restare così o meno.
Fonte : la stampa

mercoledì 7 novembre 2012

Le qualità della melagrana



Apprezzato sin dai tempi antichi, il frutto del melograno è particolarmente ricco di proprietà che collaborano in modo attivo alla cura dei tumori
Apprezzato da Ebrei, Egizi, Fenici, Greci e Romani il frutto del melograno è citato anche nella bibbia. Appartenente alla famiglia delle Punicaceae, il cui nome scientifico è Punica Granatum, la melagrana è particolarmente ricca di sali minerali come potassio, manganese, zinco, rame e fosforo, e in quantità minore si possono trovare anche ferro, sodio e calcio.

Fin dall'antichità questo particolare frutto è stato simbolo di abbondanza e longevità e già da allora le sue molteplici proprietà terapeutiche erano ben note. La virtù più importante che la contraddistingue è quella che riguarda la presenza di sostanze ad alta attività antitumorale come l'acido ellagico, i flavonoidi ed altre sostanze con proprietà antiossidanti, che nel loro insieme collaborano in modo attivo alla cura di vari tumori, come quello alla prostata, alla pelle, al seno, ai polmoni.

Anche nei confronti del morbo di Alzehimer il succo di melagrana ha dimostrato di avere proprietà benefiche: l'assunzione giornaliera è in grado di erigere una barriera protettiva e di attaccare le proteine nocive. L'artrite stessa trova benefici nell'assunzione di succo di melagrana, infatti grazie ad esso viene inibito il processo degenerativo della cartilagine. In tempi antichi veniva utilizzato anche per altri fini oltre a quello alimentare, ad esempio per ricavare cuoio dalla scorza interna. Reperibile solo da settembre a novembre, con il suo succo si prepara una bevanda dissetante, la granatina.

Una gustosa ricetta che si può preparare in questo periodo dell'anno è l'Anatra all'arancia e melograno. Per 4 persone occorrono un'anatra pulita, 4 melograni, 1 arancia chiara, salvia, rosmarino, 3 cucchiaio d'olio, 30 grammi di burro, sale e pepe quanto basta. Si inizia spolverando internamente l'anatra di sale e pepe e introducendo nella pancia il burro, la salvia e il rosmarino. In un tegame con l'olio caldo si rosola e si rigira l'anatra completando la salatura e aggiustando di pepe.

Una volta sgranati i melograni in modo da recuperare solo i chicchi, se ne passano due al setaccio per conservarne il succo. Si introduce quindi il tegame, coperto, con l'anatra in forno caldo a 180° alla quale si sono aggiunti i chicchi ed il succo di melograno e l'arancia tagliata a fette. Ai controlli periodici della cottura si aggiunge il liquido di cottura. Verso la fine si filtra il liquido e senza coperchio si fa dorare la pelle. Su un piatto fondo di portata si serve l'anatra e tutto il sugo di cottura.
di FLAMINIA GIURATO (NEXTA), dalla Stampa

lunedì 5 novembre 2012

La formula dell'immortalità custodita in un'isola greca


SCIENZA E SALUTE

A novantasette anni Stamatis Moraitis è ancora lì, a lavorare l'orto dietro casa. A coltivare frutta e verdura. A bere ogni giorno il latte di capra e il fliskouni , il tè delle montagne con foglie di menta. A farsi le sua pennichella pomeridiana. A ritrovarsi con gli amici, vecchietti arzilli pure loro, per giocare. Nel 1976, a Stamatis Moraitis, negli Usa, avevano diagnosticato un cancro ai polmoni. «I medici mi avevano dato al massimo nove mesi di vita», racconta lui al magazine del New York Times . «Ma io sono ancora qui. Loro, i dottori, sono tutti morti».

LE «ZONE BLU» - Il «qui» di Moraitis si chiama Ikarìa. Un'isoletta greca nell'Egeo di circa 10 mila abitanti dove l'aria è buona. Le strade un continuo sali-scendi. Le case bianche e basse. Ikarìa è anche una «blue zone». Non per il colore del mare. Ma perché gli abitanti superano con facilità il secolo di vita. «Abbiamo semplicemente dimenticato di morire», racconta una donna di 101 anni a Dan Buettner, giornalista scientifico che si occupa da tempo di longevità.Di «zone blu», nel mondo, ce ne sono poche. Una si trova nell'Ogliastra, in Sardegna. Altre aree sono l'isola di Okinawa, in Giappone, la penisola di Nicoya, in Nicaragua, Loma Linda, in California. Il termine si deve all'italiano Gianni Pes e al belga Michel Poulain quando nel 2000, studiando la longevità nell'Ogliastra, usavano un pennarello blu per segnare le aree ad alta concentrazione di centenari.

L'OLGIASTRA - «L'Ogliastra è la zona dove soprattutto i maschi vivono più a lungo», spiega al Corriere proprio Gianni Pes, ricercatore presso il dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell'università di Sassari. E i fattori sarebbero almeno tre: «L'intensa attività fisica legata alla pastorizia, l'inclinazione elevata del terreno, la distanza dal luogo del lavoro». Poi, certo, l'alimentazione. La scoperta della longevità degli abitanti di Ikarìa è importante «perché il territorio dell'isola e gli stili di vita sono quasi identici a quelli dell'Ogliastra», sottolinea Pes, che ha iniziato a studiare l'isola greca nel 2008-2009 insieme a Poulain e Buettner.

LO STUDIO - I ricercatori hanno controllato la sorte dei nati di Ikarìa tra il 1900 e il 1920. Poi hanno analizzato le cause di morte. Infine hanno trascorso settimane con gli anziani. Scoprendo che gli over 90enni sono più del doppio della media nazionale, che sono meno depressi e presentano tassi di demenza senile ridotti. «Tra le cause di morte, a Ikarìa come nell'Ogliastra - spiega il ricercatore italiano - le malattie cardiovascolari sono all'ultimo posto. Il contrario di quello che succede in Occidente».

NIENTE STRESS E BUONA ALIMENTAZIONE - La mancanza di stress, poi, sembra essere un altro dei fattori che aiutano a raggiungere i cent'anni di vita. «Facciamo sempre la pennichella», ha raccontato Ilias Leriadis, medico del posto. «Eppoi qui il tempo non ha importanza». Quanto al cibo, a Ikarìa si consumano molta maggiorana e salvia, menta e rosmarino, finocchio e artemisia. La colazione è a base di latte di capra, tè o caffè, pane e miele. A pranzo non mancano lenticchie e ceci, patate e verdure. Per cena, invece, si sta leggeri: pane e, di nuovo, latte di capra.

LA GENETICA NON CONTA - E il patrimonio genetico quanto conta? «Poco o nulla», risponde Pes. «Al massimo pesa per il 20-25%, ma uno studio che sto concludendo in questi giorni riduce ulteriormente l'impatto del Dna sulla longevità». Insomma, arrivare a cent'anni resta ancora una questione di stile. Di vita.

di Leonard Berberi, dal Corriere del 5 novembre 2012

martedì 23 ottobre 2012

Funghi, è arrivata la stagione e… le intossicazioni


Tutti  gli indirizzi  utili per non correre rischi di avvelenamento
 I CONSIGLI PER RACCOGLIERE E MANGIARE I FUNGHI IN SICUREZZA


Se si seguono i consigli degli esperti si può fare una scorpacciata di funghi senza rischiare la salute o anche la vita
Raccogliere e consumare funghi in sicurezza con le indicazioni del Ministero della salute
Le cronache ce lo confermano: è arrivata la stagione dei funghi e, con essa, anche i casi di intossicazione, più o meno grave.

Sono infatti in molti che, anche solo per un’occasione di una gita fuoriporta, si cimentano nell’arte della raccolta di queste prelibatezze di natura che, tuttavia, possono nascondere seri pericoli.
I rischi cui si va incontro con una raccolta e poi consumo sconsiderato dei funghi vanno dalla “semplice” intossicazione finanche alla morte. Improvvisarsi esperti dunque non è la strada migliore da seguire. Così, per aiutare tutti coloro che intendono cucinare quanto raccolto nei boschi, il Ministero della salute ha predisposto tutta una serie di servizi e opuscoli scaricabili gratuitamente.

L’iniziativa del Ministero nasce a seguito delle diverse segnalazioni ricevute dal Centro Antiveleni (CAV) di Milano. Gli esperti del CAV hanno evidenziano come negli ultimi due anni ci sia stato un aumento delle richieste di consulenza che sono state fornite, sia per telefono che in sede, a pazienti coinvolti in presunte o reali intossicazioni da funghi. A molti di questi soggetti è stato anche necessario prestare le specifiche cure.

Le manifestazioni determinate dai funghi tossici – avvertono dal Ministero – spesso possono essere confuse con sindromi influenzali e vengono trattate come tali, in genere con un pericoloso ritardo nella impostazione della terapia adeguata.

Proprio per prevenire i casi di intossicazione sono stati predisposti l’opuscolo “I funghi: guida alla prevenzione delle intossicazioni” (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_149_allegato.pdf) e il decalogo “Consumare funghi... in sicurezza” (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_149_ulterioriallegati_ulterioreallegato_0_alleg.pdf) con utili consigli per i consumatori che si possono scaricare qui facendo clic sul titolo.

Per approfondire è possibile consultare la Sezione funghi (http://www.salute.gov.it/sicurezzaAlimentare/paginaMenuSicurezzaAlimentare.jsp?menu=funghi&lingua=italiano), L’elenco degli Ispettorati micologici (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_1178_listaFile_itemName_0_file.pdf) sul territorio nazionale, a cui i consumatori possono rivolgersi in caso di dubbi e, infine, l’Elenco Strutture ospedaliere di (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_1179_listaFile_itemName_0_file.pdf) di riferimento per le intossicazioni da funghi.

Seguendo i consigli del Ministero possiamo assicurarci una buona mangiata di funghi in tutta sicurezza.
Fonte : La Stampa

venerdì 19 ottobre 2012

La causa primaria del cancro


Tratto da “L’altra medicina Magazine”

Pochissime persone in tutto il mondo lo sanno, perché questo fatto è nascosto dall’industria farmaceutica e alimentare.
Nel 1931 lo scienziato tedesco Otto Heinrich Warburg ha ricevuto il Premio Nobel per la scoperta sulla causa primaria di cancro.
Proprio così. Ha trovato la causa primaria del cancro e ha vinto il Premio Nobel.
Otto ha scoperto che il cancro è il risultato di un potere anti-fisiologico e stile di vita antifisiologico.
Perché?

Poiché sia con uno stile anti-fisiologico nutrizionale (dieta basata su cibi acidificanti) e l’inattività fisica, il corpo crea un ambiente acido.
(Nel caso di inattività, per non avere una buona ossigenazione delle cellule.)
L’acidità della cellule espelle ossigeno.
La mancanza di ossigeno nelle cellule crea un ambiente acido.
Egli ha detto: “La mancanza di ossigeno e l’acidità sono due facce della stessa medaglia:. Se una persona ha uno, ha anche l’altro”
Cioè, se una persona ha eccesso di acidità, quindi automaticamente avrà mancanza di ossigeno nel suo sistema.
Se manca l’ossigeno, avrete acidità nel vostro corpo.

Egli ha anche detto:
“Le sostanze acide respingono ossigeno, a differenza delle alcaline che attirano ossigeno.”
Cioè, un ambiente acido è un ambiente senza ossigeno.
Egli ha dichiarato:
 “Privare una cellula del 35% del suo ossigeno per 48 ore, è possibile convertire in un cancro.”
“Tutte le cellule normali, hanno il bisogno assoluto di ossigeno, ma le cellule tumorali possono vivere senza ossigeno”. (Una regola senza eccezioni.)
“I tessuti tumorali sono acidi dei tessuti, mentre i tessuti sani sono alcalini.”
Nella sua opera “Il metabolismo dei tumori,” Otto ha mostrato che tutte le forme di cancro sono caratterizzate da due condizioni fondamentali: acidosi del sangue (acido) e ipossia (mancanza di ossigeno).

Ha scoperto che le cellule tumorali sono anaerobiche (non respirano ossigeno) e non possono sopravvivere in presenza di alti livelli di ossigeno.
Le cellule tumorali possono sopravvivere soltanto con glucosio e in un ambiente privo di ossigeno.
Pertanto, il cancro non è altro che un meccanismo di difesa che ha alcune cellule del corpo per sopravvivere in un ambiente acido e privo di ossigeno.
In sintesi:
Le cellule sane vivono in un ambiente ossigenato e alcalino che consente il normale funzionamento.
Le cellule tumorali vivono in un ambiente acido e carente di ossigeno.

Importante:

Una volta terminato il processo digestivo, gli alimenti, a secondo della qualità di proteine, carboidrati, grassi, vitamine e minerali, forniscono e generano una condizione di acidità o alcalinità nel corpo. in altre parole ….. dipende unicamente da ciò che si mangia.
Il risultato acidificante o alcalinizzante viene misurata da una scala chiamata PH, i cui valori vanno da da 0 a 14, con un pH neutro 7.
E ‘importante sapere come gli alimenti acidi e alcalini influiscono sulla salute, poiché le cellule..per funzionare correttamente dovrebbe essere di un ph leggermente alcalino(poco di sopra al 7).
In una persona sana, il pH del sangue è compreso tra 7.4 e 7.45.
Se il pH del sangue di una persona inferiore 7, va in coma.

Gli alimenti che acidificano il corpo:
* Lo zucchero raffinato e tutti i suoi sottoprodotti. (E’ il peggiore di tutti: non ha proteine, senza grassi, senza vitamine o minerali, solo carboidrati raffinati che schiaccia il pancreas)
Il suo pH è di 2,1 (molto acido)
* Carne. (Tutte)
* Prodotti di origine animale (latte e formaggio, ricotta, yogurt, ecc)
* Il sale raffinato.
* Farina raffinata e tutti i suoi derivati. (Pasta, torte, biscotti, ecc)
* Pane. (La maggior parte contengono grassi saturi, margarina, sale, zucchero e conservanti)
* Margarina.
* Soft.
* Caffeina. (Caffè, tè nero, cioccolato)
* Alcool.
* Tabacco. (Sigarette)
Antibiotici * e medicina in generale.
* Qualsiasi cibo cotto. (Cottura elimina l’ossigeno e si trasforma in acido. Anche le verdure cotte)
* Tutti alimenti trasformati, in scatola, contenenti conservanti, coloranti, aromi, stabilizzanti, ecc.

Costantemente il sangue si autoregola per non cadere in acidosi metabolica garantire il buon funzionamento e ottimizzare il metabolismo cellulare.
Il corpo deve ottenere delle basi minerali alimentari per neutralizzare l’acidità del sangue nel metabolismo, ma tutti gli alimenti già citati
(Per lo più raffinati) acidificano il sangue e ammorbidiscono il corpo.
Dobbiamo tener conto che il moderno stile di vita di questi cibi vengono consumati almeno 3 volte al giorno, 365 giorni l’anno e tutti questi alimenti sono anti-fisiologici.

Gli alimenti alcalinizzanti:
* Tutte le verdure crude. (Alcune sono acide al gusto, ma all’interno la reazione corpo è alcalinizzante. Altre sono un po acide, tuttavia, forniscono le basi necessarie per il corretto equilibrio)
Verdure crude producono ossigeno, quelle cotti no.
* I Frutti, stessa cosa. Ad esempio, il limone ha un pH di circa 2,2, tuttavia, all’interno del corpo ha un effetto altamente alcalino. (Probabilmente il più potente di tutti)
(non fatevi ingannare dal sapore acidulo)
* I frutti producono abbastanza ossigeno.
* Alcuni semi, come le mandorle sono fortemente alcalini.
* I cereali integrali:
L’unico cereale alcalinizzante è il miglio. Tutti gli altri sono leggermente acida, tuttavia, siccome la dieta ideale ha bisogno di una percentuale di acidità, è bene consumare qualcuno.
Tutti i cereali devono essere consumati cotti.
Il miele è altamente alcalinizzante.
* La clorofilla la pianta è fortemente alcalina.
(Da qualsiasi pianta) (in particolare aloe vera, aloe noto anche come)
* L’acqua è importante per la produzione di ossigeno.
“La disidratazione cronica è la tensione principale del corpo e la radice della maggior parte tutte le malattie degenerative.” Lo afferma il Dott. Feydoon Batmanghelidj.
* L’esercizio ossigena tutto il corpo.
Uno stile di vita sedentario.

L’ideale è avere una alimentazione di circa il 60% alcalina piuttosto che acida, e, naturalmente, evitando i prodotti più altamente acidi, come bibite, zucchero raffinato e dagli edulcoranti.
Non abusare del sale o evitarlo il più possibile.
Per coloro che sono malati, l’ideale è che l’alimentazione sia di circa 80% alcalina, eliminando tutti i prodotti più nocivi.
Se c’è  il cancro, il compito è quello di alcalinizzare il massimo possibile.
Inutile dire altro, non è vero?
Dr. George W. Crile, di Cleveland, uno dei chirurghi più rispettati al mondo, dichiara apertamente:
“Tutte le morti chiamate naturali non sono altro che il punto terminale di un saturazione di acidità nel corpo.”
Come precedentemente accennato, è del tutto impossibile per il cancro di comparire in una persona che libera il corpo dagli acidi con una dieta alcalina, che aumenta il consumo di acqua pura e che eviti i cibi che producono acido.
In generale, il cancro non si contrae e nemmeno si eredita. Ciò che si eredita sono le abitudini alimentari, ambientali e lo stile di vita. Questo può produrre il cancro.

Mencken ha scritto:
“La lotta della vita è contro la ritenzione di acido”.
“Invecchiamento, mancanza di energia, stress, mal di testa, malattie cardiache, allergie, eczema, orticaria, asma, calcoli renali, arteriosclerosi, tra gli altri, non sono altro che l’accumulo di acidi”.
Dr. Theodore A. Baroody ha detto nel suo libro “Alcalinizzare o morire” (alcaline o Die):
in realtà, non importano i nomi delle innumerevoli malattie. Ciò che conta è che essi provengono tutti dalla stessa causa principale:. Molte scorie acide nel corpo”
Dr. Robert O. Young ha detto:
“L’eccesso di acidificazione nell’organismo è la causa di tutte le malattie degenerative. Se succede una perturbazione dell’equilibrio e un corpo inizia a produrre e immagazzinare più acidità e rifiuti tossici di quelli che è in grado di eliminare allora le malattie si manifestano.”

E la chemioterapia?
La chemioterapia acidifica il corpo a tal punto che ricorre alle riserve alcaline del corpo immediatamente per neutralizzare l’acidità tale, sacrificando basi minerali (calcio, magnesio e potassio) depositati nelle ossa, denti, articolazioni, unghie e capelli.
Per questo motivo osserviamo tali alterazioni nelle persone che ricevono questo trattamento e tra le altre cose la caduta dei capelli.
Per il corpo non vuol dire nulla va senza capelli, ma un pH acido significherebbe la morte.
Niente di tutto questo è descritto o raccontato perché, per tutte le indicazioni, l’industria del cancro (leggi: industria farmaceutica) e la chemioterapia sono alcune delle attività più remunerative
che esistano..Si parla di un giro multi-milionario e i proprietari di queste industrie non vogliono che questo sia pubblicato.

Tutto indica che l’industria farmaceutica e l’industria alimentare sono un’unica entità e che ci sia una cospirazione in cui si aiuta l’altro al profitto.
Più le persone sono malate, più sale il profitto dell’industria farmaceutica.
E per avere molte persone malate serve molto cibo spazzatura tanto quanto l’industria alimentare produce.
Quanti di noi hanno sentito la notizia da qualcuno che ha il cancro e quando qualcuno dice: “… Può capitare a chiunque …”
No, non poteva!

“Che il cibo sia la tua medicina, la medicina sia il tuo cibo”.
Ippocrate (il padre della medicina ).


sabato 8 settembre 2012

La salsiccia di Cancellara verso la certificazione Deco


La salsiccia di Cancellara verso la certificazione Deco
08/09/2012 17:45

BAS“Stamane, nel corso di un convegno promosso dall'Alsia, è stato presentato il progetto per l'assegnazione della cosiddetta denominazione comunale (Deco) alla salsiccia cancellarese”. Lo rendono noto gli organizzatori, che tra oggi e domani promuovono, a Cancellara, una manifestazione dedicata a una delle specialità lucane.
“La Deco – si legge in una nota - è una sorta di carta d'identità che certifica il luogo d'origine del prodotto, un modo per legare le produzioni d'eccellenza al territorio e alla sua comunità e tutelarne l'originalità. Attualmente sono quasi 200 le Deco attive in tutta Italia. Il progetto della Deco “Salsiccia a catena di Cancellara” è il frutto della proficua collaborazione tra amministrazione comunale, Alsia e Gal Basento Camastra. L'obiettivo, ha annunciato il sindaco di Cancellara, Antonio Lo Re, è di concludere l'iter di approvazione della Deco entro febbraio e presentarla in occasione della tradizionale sagra della salsiccia”.
“Al progetto di valorizzazione messo in campo in questi anni dal Comune di Cancellara – informa una nota - guardano con interesse anche da fuori regione. Il Comune di Bucine, in provincia di Arezzo, che ospita ogni anno il Festival delle Regioni, è presente con una propria delegazione istituzionale al Salsiccia Festival. Un connubio, quello tra Bucine e Cancellara, che nasce all'insegna della valorizzazione delle produzioni tipiche delle rispettive comunità in una logica di filiera corta.
Di gastronomia d'eccellenza si parlerà anche domani con un doppio appuntamento per il ciclo “Momenti del Sapere”. Il presidente dell'Unione regionale cuochi lucani Rocco Pozzulo parlerà del ruolo della tradizione nella cucina creativa, mentre il giornalista e studioso di trazioni alimentari Beppe Lo Russo illustrerà la figura del gastronomo. La quarta edizione del Salsiccia Festival si concluderà all'insegna del teatro e della musica. Alle 20, nel chiostro superiore del convento dell'Annunziata, spettacolo per voce e violoncello “I racconti del cortile” con Alessandra Maltempo e Giovanna D'Amato e alle 22, in Largo Monastero, concerto del Francesco Citera Quartet.

martedì 21 agosto 2012

Nonna a me? Mi offendo


di MARGHERITA HACK, dalla Stampa

Sentirsi ancora giovani a 90 anni, credo sia questo l’unico vero segreto della longevità. Ai tanti anni che ho lasciato alle spalle non ci penso, non sono abituata a guardare indietro, ho sempre vissuto alla giornata, lo facevo da bambina e lo faccio ora.

Preferisco volgere gli occhi al futuro, agli impegni che mi aspettano, a breve e a lunga scadenza. Oggi il mio corpo è stanco, sono zoppicante, il respiro è sempre più affannoso e parlare mi affatica, ma la testa è viva, vivissima: i libri, gli aggiornamenti, i convegni, gli incontri di divulgazione, le domande che mi fanno e la ricerca di risposte chiare e puntuali, sono il mio allenamento quotidiano, sono il mio personale elisir di lunga vita. Non esistono medicine miracolose, ma tenere acceso e attivo il cervello ti porta a non spegnerti, a non farti schiacciare dal tempo che passa. Senza rimpianti e senza rammarichi.

Io stessa mi meraviglio del fatto che mi dovrebbe dispiacere e mettere malinconia il non poter più giocare a pallavolo come ho sempre fatto, il non farcela a nuotare in mare o il non riuscire più a fare lunghe camminate: inutile piangersi addosso, il mio fisico è vecchio, mi accontento di quello che mi permette ancora di fare e mi basta così. Sicuramente l’aver fatto sempre tanto sport mi ha mantenuto in forma, così come ha contribuito l’alimentazione sana avuta fin da bambina: già i miei genitori erano vegetariani e io non ho mai toccato un pezzo di carne in tutta la mia esistenza, e i benefici del non nutrirsi con animali ammalati sono smisurati.

La longevità però non è un valore assoluto: non basta vivere a lungo, ma bisogna vivere bene, con consapevolezza. Io non penso mai alla morte, è una dimensione di cui non me ne frega niente, quello che mi spaventa è il soffrire inutilmente: penso che la vita ad un certo punto, per mille motivi diversi, possa stancare, e che le persone debbano essere libere di poter scegliere di spegnere l’interruttore. Per fortuna io mi sento ancora giovane: quando una mamma mi incontra per strada e dice al proprio figlio: «Guarda, c’è nonna Margherita», mi volto anche io a cercare questa nonna Margherita: perché di sicuro non sono io.

Poco cibo, tanta curiosità


di UMBERTO VERONESI, dalla Stampa

La longevità è un patrimonio insostituibile ed è una delle conquiste più importanti della nostra epoca. Nei ranking mondiali dell’aspettativa di vita il nostro Paese ha una posizione di tutto rispetto: non stupisce che sia italiana la famiglia più longeva del Pianeta.

Non si tratta di un caso isolato ed è questa la buona notizia, perché significa che l’Italia ha garantito uno sviluppo sociale e ambientale globalmente adeguato. Dal 1921 al 2004 i centenari in Italia sono passati da 49 a 7.700. Sono la fascia di popolazione in più rapida espansione. Certo, emergono differenze marcate da regione a regione. Perché esiste una geografia così diversificata della longevità? I fattori genetici hanno certamente un ruolo.

Abbiamo scoperto (all’Istituto europeo di oncologia, grazie al team di Pier Giuseppe Pelicci) che la durata della vita è regolata da un gene, il P66. Non si spiegherebbe, se non con il Dna, perché la durata media della vita di un uomo è di 80 anni, quella di un cane 15 e quella di un elefante 120. Ma i geni da soli non bastano a svelare il segreto: contano gli stili di vita e per dimostrarlo porto ad esempio il caso dell’isola giapponese di Okinawa.

Il Giappone è, con l’Italia, la nazione più longeva al mondo, con 20 centenari ogni centomila abitanti, ma l’isola è un record in sé: la durata media della vita è 81,2 anni e centenari sono il 20% della popolazione, con tassi di malattia - tumori, malattie cardiovascolari e perfino osteoporosi - inferiori rispetto al resto del mondo. La loro ricetta si basa su due pilastri: lo «Ishokudoghen», che significa il cibo è la tua medicina, e lo «Yuimaru» che indica il senso di appartenenza alla comunità. L’alimentazione degli isolani è basata su frutta, verdura, soia e i suoi derivati, pesce, il tutto integrato da curcuma e dall’alga konbu. Dunque seguono una dieta povera di calorie (circa 1100 al giorno) e ricca di aminoacidi, vitamine, sali minerali. La prima regola è quindi mangiare poco e vegetariano, per mantenere in forma il corpo. Ma altrettanto importante è mantenere in forma la mente, con la consapevolezza di essere necessari e importanti per la famiglia e la società.

A Okinawa gli anziani non conoscono la solitudine: gli ultranovantenni continuano ad avere un ruolo sociale e sono così rispettati da essere invogliati a sviluppare spiritualità e pensiero. Sono i saggi, amati e onorati. Molti studi dimostrano che mantenere interessi culturali, suggestioni intellettuali e artistiche aiuta la mente a rimanere vigile e attiva e, salvo casi di malattie neurodegenerative, salvaguardare la sua salute. Io sono convinto che proveremo scientificamente che parte della longevità è legata alla capacità di essere curiosi e mantenere le passioni intellettuali e le relazioni umane; oltre che all’alimentazione frugale.

Del resto i dati di Okinawa sono chiari: i benefici sulla longevità si perdono quando i suoi abitanti emigrano. Per vivere a lungo e bene, allora i geni hanno un’influenza limitata: occorrono condizioni di vita generali, comportamenti individuali e cultura. Lo ripeto: credo che la longevità sia un patrimonio, qualunque sia la nostra convinzione su ciò che accade dopo la sua fine. È un peccato sottovalutare il periodo che trascorriamo in questa vita.

giovedì 9 agosto 2012

Berremo vino norvegese?


di MARIO TOZZI, dalla Stampa

Iniziare la vendemmia nostrana nel giorno più caldo dell’anno, ancora all’inizio di agosto, colpisce il nostro immaginario più del calo della produzione che pure giustamente preoccupa gli agricoltori. Ma già da qualche anno non è più settembre il mese dedicato alla raccolta dei grappoli e la fascia climatica della vite si sta spostando con rapidità verso nord in tutta Europa.

Fra qualche anno anche gli ulivi potrebbero iniziare a migrare più a settentrione e stessa sorte potrebbe toccare a molte coltivazioni tipiche del Mediterraneo meridionale come le palme. Spostamenti del genere non ci dovrebbero sorprendere, basti pensare che, tra l’XI e il XIII secolo, si vendemmiava allegramente perfino in Cornovaglia e lungo il Tamigi, mentre, ai tempi di Erik il Rosso, l’orzo veniva mietuto in Islanda e perfino in Groenlandia.

Fino al 1500 a.C. la temperatura media dell’emisfero boreale era più elevata di circa 3°C (in media) rispetto a quella attuale. Oscillazioni caldo-freddo si susseguirono poi fino alla fine dell’epoca romana (V secolo), quando iniziò un brusco raffreddamento fino all’800 e poi un riscaldamento fino al 1250. Ma già nel 1315 freddo, ghiaccio e carestie diedero un segno di come il clima influiva sulla vita degli uomini: precipitazioni intense riducevano tutto a pantani fangosi, il grano non maturava più e, nel ciclo più freddo (fra il 1680 e il 1730), non si riusciva neppure a riscaldare le abitazioni delle isole britanniche, al cui interno si arrivava a malapena ai 3°C. Dal 1300 al 1850 circa l’Europa e l’emisfero settentrionale furono investiti da un peggioramento climatico senza precedenti. Il Tamigi ghiacciò diverse volte in quei secoli, tanto che poteva esser ridisceso in slitta; nel 1440 la viticoltura scomparve dalla Gran Bretagna. E tutto questo in ragione di solo mezzo grado centigrado in meno nelle temperature medie invernali rispetto al XX secolo: sono sufficienti centesimi di grado per mettere in pericolo intere popolazioni e cambiare la storia, figuriamoci per stravolgere l’agricoltura.

Il clima cambia da sempre, anche se il mutamento attuale ha qualcosa di diverso. Intanto è molto veloce e molto robusto, tanto da risentirsi in poche stagioni su coltivazioni tradizionalmente stabili. Poi è a scala globale, cioè riguarda tutto il pianeta. Infine porta come corollario uno sconvolgimento meteorologico che è ancora più pesante: tempeste fuori stagione e fuori dalle regioni tradizionalmente interessate, bombe d’acqua vere e proprie, trombe d’aria e dissesti generalizzati. Siccome insieme alle fasce climatiche si sposta il mondo vegetale nel suo complesso, tutto ciò ha un impatto micidiale per l’agricoltura, che ancora più ne risentirà nei prossimi anni. Oltretutto le piante, per definizione, non si spostano velocemente, dunque potrebbe accadere che si traslino le tradizionali zone di produzione di vini per portarle più a nord; ma si sa che, oltre al clima, contano il vitigno e soprattutto il suolo: si potrà produrre il Nero d’Avola in Friuli? O l’Aglianico in Piemonte? Per non parlare della possibilità che i vini italiani si ritrovino domani a competere con rinomati rossi magari della penisola scandinava.


domenica 15 luglio 2012

La dieta mediterranea? Fa risparmiare


La dieta mediterranea? Fa risparmiare
Non è vero che per mangiare sano bisogna spendere di più. Il caso dell'Inran, che sarà soppresso con la spending review

 Mangiare mediterraneo solo apparentemente significa spendere di più per comprare alimenti più costosi come vegetali, frutta, olio d'oliva e pesce. In effetti non è così. Mangiare mediterraneo significa spendere meno guadagnando anche salute. Guardiamoci: più di un terzo dei bambini sono oltre il peso desiderabile e in età adulta, dopo i 50 anni più di un italiano su due è in eccedenza ponderale. Significa che, almeno quantitativamente, stiamo comprando calorie che non solo sono in eccedenza e si depositano sulla pancia, ma oltretutto ci fanno spendere soldi in medicine, palestre, dietologi e altri tipi di rimedi. Eppure basterebbe mangiare meno. La dieta mediterranea era consumata da individui magri, i quali, non certo per virtù ma per necessità si saziavano con zuppe, minestre fatte di scarti e legumi, di cipolle, di patate e altri prodotti della terra.

CASO INRAN - L'energia, poca, era ricavata da pane (integrale ovviamente) e poca pasta o riso, mentre l'apporto proteico (scarso) era costituito da uova e latticini. Scarso il consumo di olio che, pur costoso, veniva consumato nell'ordine di una trentina di grammi al giorno. Ancora oggi un'alimentazione mediterranea sarebbe la migliore risposta alla crisi, permettendoci si spendere poco ma guadagnare salute, con notevole risparmio di risorse che dovremmo devolvere in medici o farmaci. A questo proposito duole ricordare che in vista della spending review si è pensato di sopprimere l'INRAN, l'ente pubblico italiano devoto alla ricerca sugli alimenti e la nutrizione, che tanto ha contribuito agli studi sulla dieta mediterranea, portando alla sua valorizzazione e diffusione in Italia e all'estero, all'educazione alimentare e alla tutela della salute del cittadino. Il Paese della dieta mediterranea, il Paese la cui industria agroalimentare è un traino essenziale per l'economia, il Paese che ospita l'EFSA, il Paese che ospiterà EXPO 2015 "nutrire il pianeta", ha soppresso l'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione.

di Andrea Ghiselli, dal Corriere

mercoledì 21 marzo 2012

Verso il salutismo: nello studio Inran 150 anni di alimentazione in Italia


Verso il salutismo: nello studio Inran 150 anni di alimentazione in Italia

di VERONICA ULIVIERI, dalla stampa
In 150 anni di Unità di Italia non abbiamo sempre mangiato allo stesso modo. Oggi andare al sushi bar o provare ricette con il tofu ci sembra naturale, ma in realtà si tratta di cibi arrivati nel nostro paese solo recentemente. Anche il caffè non è sempre stato un piacere quotidiano. Nel ventennio fascista, causa embargo e mito dell’autarchia, il regime incoraggiava il consumo di surrogati dell’arabica, dal caffè d’orzo a quello di cicoria.

L’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizone (Inran) ha ripercorso, in uno studio, le abitudini alimentari degli italiani dall’Unità d’Italia ad oggi – 150 anni esatti il 17 marzo scorso. Una storia di scostamenti e riavvicinamenti alle abitudini della dieta mediterranea, dalla scarsità all’abbondanza alimentare. «In 150 anni abbiamo assistito a una diminuzione dei consumi di alimenti quali risone (riso greggio, ndr), segale e orzo, granturco, legumi secchi, frutta secca, vino e carni ovine e caprine», mentre «per tutti gli altri gruppi alimentari si osserva un aumento di consumo, più o meno marcato». Il momento di maggiore cambiamento sono gli anni del boom economico, quando, spiega Aida Turrini dell’Inran, «la carne, il latte, i formaggi diventano accessibili a tutti. Sono gli anni della carne tutti i giorni, della margarina e del burro al posto dell’olio d’oliva, dell’allontanamento dalla dieta mediterranea, della sedentarietà diffusa e di un modello alimentare sempre meno frugale e conviviale». Allo stile alimentare mediterraneo, si torna però nel «primo decennio del nuovo millennio. È la riscoperta del modello alimentare dell’Italia rurale dei primi anni del secolo scorso, declinato però secondo canoni contemporanei». Negli ultimi anni, dunque, si mangia forse di meno, ma meglio. «Dagli anni Settanta ai Duemila – sottolinea Denis Pantini, responsabile Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma – la spesa delle famiglie italiane per i consumi alimentari è diminuita di 13 punti. In compenso, la salubrità è il primo fattore di scelta dei cibi, nel 62% dei casi, prima ancora della marca conosciuta e della convenienza economica».

Considerata la vocazione agricola dell’Italia, parlare di cambiamenti nell’alimentazione equivale spesso a trattare l’evoluzione che nei secoli ha investito la nostra agricoltura. O forse sarebbe meglio dire agricolture, «prodotte – racconta lo storico Piero Bevilacqua – da un’ampia varietà geografica e climatica. Già l’impero romano raccoglieva al suo interno una’ampia varietà di piante e modi di coltivare diversi». Con il risultato che, per usare le parole di Francesca Giarè dell’Inea, «tempo, persone e luoghi hanno dato vita a varietà di piante e di modi di preparazione, conservazione e consumo dei cibi che oggi fanno parte del nostro patrimonio agricolo e culturale». Ne è un esempio il trapianto di specie vegetali e conoscenze che gli Arabi hanno operato in Sicilia nel Medioevo, introducendo, continua Bevilacqua, «diverse specie di agrumi, il riso, il cotone, la canna da zucchero e una notevole varietà di piante da orto prima sconosciute o note in poche varietà, dalla melanzana agli spinaci».

E proprio dall’orto passa oggi il riavvicinamento a un’alimentazione più attenta all’impatto ambientale dei cibi, più salutista, con meno componenti animali e più ingredienti vegetali. «Negli ultimi anni sono usciti molti libri sugli orti, in particolare pensili e da balcone, che assumono un significato simbolico: io non posso risolvere i problemi del sistema nel suo complesso, ma il fatto di coltivare la salvia sul balcone mi qualifica all’interno di questo sistema», spiega Alberto Capatti, docente di Storia della Gastronomia all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. L’orto diventa cioè un simbolo dello stile di vita sostenibile, ma è anche il crocevia delle contraddizioni della nostra epoca: «In una raccolta di ricette con i prodotti dell’orto c’era quella dei cavolini di Bruxelles con la panna. Che senso ha? La tradizione deve reintegrare l’orto, non solo coltivarlo». Riscoprendone cioè i sapori.

E se non abbiamo sempre mangiato allo stesso modo, lo stesso dicasi per quello che beviamo. Sempre secondo l’Inran, il consumo di vino è diminuito negli anni tra il 1941 e il 1950, per poi rimanere stabile. Oggi ne consumiamo meno del caffè, ma molto di più di bevande gassate e succhi di frutta. Il preferito è il vino rosso, seguito dalla birra e dal vino bianco. Un consumo minore, a cui però corrisponde, anche qui, una ricerca di bottiglie più salutari. Una tendenza di cui si è accorta anche Vinitaly, la storica fiera vinicola di Verona (quest’anno dal 25 al 28 marzo), che nel 2012 dedicherà, per la prima volta, un focus ai vini biologici e biodinamici.