Una nuova sinergia tra noi e il mondo
di UMBERTO GENTILONI, dalla Stampa
Un macigno incombe sulla testa degli italiani: lettere, diktat, imposizioni, speculazioni annunciate, parametri in scadenza stabiliti da istituzioni europee e organismi internazionali. Questo il tono minaccioso che prevale nei commenti di queste ore. Nulla di più lontano dalle dinamiche che hanno legato il nostro Paese alle sorti del Continente europeo nel lungo dopoguerra del ‘900. Logiche strumentali o calcoli di parte (per non dire di bottega) rischiano di far perdere di vista il portato decisivo di atti fondamentali della classe dirigente italiana, a partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale: collocazione atlantica e dimensione europea decisive nel nostro percorso di nazione inserita nel contesto internazionale della guerra fredda.
La giovane repubblica piegata dalle macerie della guerra e dalle eredità del ventennio fascista non avrebbe avuto la forza di risollevarsi materialmente e spiritualmente senza trovare nella nuova Europa un terreno di sviluppo, un orizzonte ideale e culturale su cui misurarsi mettendosi alla prova. Sin dai primi passi Alcide De Gasperi aveva insistito sulla necessità di uscire dalle narrazioni nazionali, di portare il Paese tutto, con le sue differenze, i suoi limiti, le sue arretratezze, la sua cultura, nel vivo del nuovo mondo che si stava faticosamente costruendo. Lungo questo binario l’uscita dalla tragedia delle guerre e del fascismo incontra le speranze di un nuovo sistema internazionale, i vagiti delle nuove istituzioni globali, il percorso di democrazie continentali che diventano partner di un cammino comune. Sappiamo che è stato un processo contraddittorio, segnato da passi avanti insperati e da improvvise battute d’arresto, accompagnato da grandi conquiste e sonore sconfitte. Ma il segno di tale itinerario, nel suo complesso non può essere ridotto alle semplificazioni di uno scetticismo diffuso e pervasivo che si nutre delle tante difficoltà, nuove o antiche.
L’Italia rinasce nel solco della costruzione di una nuova Europa figlia degli orrori del passato e capace di tratteggiare un futuro per tutti, vincitori e vinti, protagonisti o comprimari. Come non vedere il peso delle scelte fondamentali nel loro progressivo dipanarsi: politiche di sicurezza, crescita economica di un’area integrata e stabile, diritti individuali e sociali, nuove istituzioni comunitarie fino ai pronunciamenti popolari nell’ultima fase del secolo scorso. Certo si è fatto poco per rafforzare la componente politica, radicare una democrazia europea in grado di offrire poteri certi e riconosciuti. Ai processi dell’economia globale non ha corrisposto una progressiva capacità di costruire una democrazia oltre i recinti e gli strumenti degli Stati nazionali, nella difficile ricerca di nuovi confini della sovranità politica. A questo livello si colloca la sfida dei prossimi anni, con l’Euro e oltre la moneta, per dare all’Europa la forza necessaria a sostenere la competizione del mondo globalizzato.
Un Paese come l'Italia ha avuto le stagioni più incoraggianti e positive quando la sintonia con i condizionamenti esterni ha permesso, garantito e talvolta motivato scelte strategiche: dalla ricostruzione al boom economico, dalla crisi degli Anni Settanta al difficile scorcio dei primi Anni Novanta. Le politiche di risanamento e di contenimento del debito, le parziali riforme della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro e dei sistemi formativi sono avvenute non malgrado le sollecitazioni delle istituzioni europee e internazionali, ma anche in virtù di quel vincolo, quella spinta verso un orizzonte comune condiviso. Siamo cresciuti in termini economici e culturali, abbiamo acquisito mercato e consapevolezze, siamo diventati più ricchi e solidali quando ci siamo incontrati e contaminati con processi su scala continentale. Nessuno può salvarsi da solo si diceva fino a qualche anno fa riferendosi alle compatibilità del modello di sviluppo; dentro la crisi che stiamo attraversando nessuno può pensarsi da solo, isolato da compagni di strada, rifugiandosi nelle motivazioni dettate dall’emergenza o dai pericolosi paradigmi dell’eccezionalità.
Per l’Italia, oggi come nel passato, si tratta di un profilo da difendere e da rafforzare come antidoto sperimentato ai facili cantori del declino. Non esistono burattinai o stanze segrete che a Bruxelles o a Washington decidono le sorti di una comunità nazionale o i destini di un processo storico. La sfida di una nuova classe dirigente è ancora una volta quella di saper costruire una sinergia, un nesso positivo tra il quadro interno e il contesto internazionale entro cui ci muoviamo.
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