Scherzare col fuoco
Le convulsioni del centrodestra di fronte all'ipotesi del governo di Mario Monti segnalano un pericolo: che una maggioranza divisa sia tentata di scaricare sul Paese i propri contrasti interni. Gli incontri senza soluzione di continuità a Palazzo Grazioli e la spola di Umberto Bossi fra il proprio partito e la residenza di Silvio Berlusconi sottolineano la vera questione: i rapporti fra Pdl e Lega. La resistenza del Carroccio ad accettare la candidatura che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha in animo di proporre, sembra dettata da ragioni tutte «lumbard».
Per una forza disorientata, il passaggio all'opposizione può apparire la scorciatoia più comoda per ricompattarsi. L'irrigidimento notato ieri nel premier nasce probabilmente dalla preoccupazione che si spezzi un'alleanza ferrea; e che una rottura a livello nazionale provochi un «effetto domino» nelle giunte del Nord dove Pdl e Carroccio governano insieme. La fioritura di possibili alternative a quella dell'ex commissario europeo nasce dalla difficoltà di convincere i vertici leghisti a entrare nella «maggioranza di emergenza economica» progettata dal Quirinale: una soluzione obbligata ma finora incapace di ottenere il «sì» preventivo di tutti.
È vero che lo stesso Antonio Di Pietro, inizialmente a favore del voto anticipato, sta assumendo un atteggiamento più responsabile: forse anche perché i militanti dell'Idv lo hanno costretto a ripensarci; e questo toglie un argomento al «no» della Lega. Ma certamente si capta un filo di incertezza in più sull'epilogo della crisi. D'altronde, lo scenario ha subito un'accelerazione così traumatica, dopo le ripetute bocciature di Berlusconi da parte dei mercati, da resuscitare antiche ostilità contro un «governo di tecnocrati»; e resistenze aperte o larvate, a destra come a sinistra, verso una soluzione data per scontata ma vissuta come una costrizione difficile da accettare a scatola chiusa.
Per paradosso, la pressione degli altri governi continentali, attestata dai contatti avuti ieri da Napolitano e dalla visita a Roma del presidente del Consiglio dell'Ue, Herman Van Rompuy, suscita reazioni contraddittorie. Conferma la spinta internazionale a decidere in fretta; e sottolinea l'urgenza di offrire lunedì, all'apertura delle Borse, l'immagine di un Monti già designato premier: il garante della credibilità degli impegni presi e di quelli che dovranno seguire. Ma il protagonismo europeo rischia di essere percepito come una forzatura che umilia il sistema politico. E l'uscita fuori luogo fatta ieri da Sarkozy può alimentare questi dubbi.
In realtà, non esiste alternativa a un'assunzione collettiva di responsabilità. Pensare che dopo le dimissioni di Berlusconi, previste per oggi, l'Italia possa permettersi di sprecare altro tempo significherebbe immolarsi sull'altare della speculazione finanziaria; e in modo irreversibile. Anche l'appello delle parti sociali va in questa direzione. Ma occorrerà un supplemento di persuasione e di chiarezza per convincere un Paese e un Parlamento lacerati troppo a lungo, alla conclusione che non esistono margini per rinviare. Illudersi del contrario significa fare il gioco di chi scommette sul crollo dell'Italia e della moneta unica.
di Massimo Franco ,dal corriere
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