Scotti, la Dc, la mafia
e le verità nascoste
di FRANCESCO LA LICATA, dalla Stampa
Quest’anno si celebra il ventennale delle stragi mafiose che provocarono la fine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i migliori magistrati che l’Italia abbia avuto. Vent’anni sono passati, quasi un quarto di secolo per ritrovarsi oggi ad arrovellarsi sui tanti misteri che nessuna indagine e nessun processo riescono a chiarire. Anzi, a distanza di tanti tempo, dall’inesauribile filo investigativo continuano a giungere notizie che - piuttosto che far luce - gettano ombre sinistre sul già complesso contesto politico di quel momento.
Il 5 dicembre scorso, la Procura di Palermo ha ascoltato (vent’anni dopo i fatti) l’ex ministro Vincenzo Scotti, che nel 1992 guidava il Viminale e venne misteriosamente rimosso senza una comprensibile ragione. I magistrati di Palermo sono gli stessi che indagano sulla famigerata trattativa tra mafia e Stato ed è quindi probabile che in quel trasferimento forzoso vedano qualche attinenza con la decisione politica di avviare - allora - un contatto con Cosa nostra per cercare di fare cessare le stragi mafiose.
Le risposte di Scotti non ci consegnano una bel ricordo di quella stagione. Si potrà dire che si tratta di notizie datate, di «archeologia giudiziaria«, degli ultimi fuochi di una guerra interna alla Dc sul fronte della lotta alla mafia. Si dica quel che si vuole, ma rimane l’amaro in bocca per un boccone indigesto che ha avuto come conseguenza il sacrificio «inutile» di diversi servitori dello Stato.
Dice, in sostanza, Scotti che nel ‘92 (governo Andreotti) la lotta alla mafia andava per «due linee diverse»: una, rappresentata anche da lui, intesa come «strategia di guerra senza condizioni», un’altra «più prudente». E spiega anche di aver subito una vera aggressione per aver lanciato l’allarme che riguardava l’incolumità di alcuni uomini della politica, indicati da un pentito come obiettivi del terrorismo mafioso.
Fu rimproverato da Andreotti per aver dato credito «a una bufala», rivela Scotti. Una «bufala» divenuta drammaticamente attendibile, subito dopo, a giudicare dal terrore disegnato sul volto di Andreotti ai funerali dell’eurodeputato Salvo Lima e dall’apprensione dimostrata dall’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi.
Ricorda anche, Scotti, di aver subito due strane intrusioni nel suo alloggio fino ad arrivare alla sua rimozione, con telefonata imbarazzata di De Mita e lettera del presidente Scalfaro che spiegava: «...se ci fossimo parlati forse le cose sarebbero andate diversamente...».
Ecco, per anni la sostituzione di Scotti è stata rimossa nel silenzio generale e le anomalie della cosiddetta trattativa - prima negata drasticamente poi ammessa a mezza bocca per essere alla fine relegata come esclusiva iniziativa di singoli investigatori - lasciate senza risposte.
Il tempo non sempre è galantuomo.
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