mercoledì 11 gennaio 2012

L’urlo del Quinto Stato contro il Moloch della crisi


L’urlo del Quinto Stato contro il Moloch della crisi
di Francesca Coin, da Micromega

È un libro di poesia e rivolta, quello di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri: "La furia dei cervelli" (Manifestolibri). Un grido ruvido di rabbia e zerbini randagi, un canto di resistenza. Non voglio ripercorrere il testo per intero, voglio soffermarmi su quello che per me è il suo nodo centrale. Il conflitto in corso non è solamente un conflitto contro i nostri corpi. La precarietà ai limiti dell'inoccupazione, l'assenza di garanzie sociali e di reddito, la riforma delle pensioni e del ciclo della vita, lo sfregio continuo del vivere insieme e della tenerezza, non sono semplicemente corollari di uno stato di emergenza che è divenuto permanente. Sono di più: sono i sintomi di un pensiero che in modo sempre più feroce negli ultimi decenni ha sfigurato la vita.

Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri ripercorrono questo processo dall'interno. Guardano, in altre parole, alle modalità con cui la nuova generazione, quella che adesso ha venti, trenta o quarant'anni, si è trovata, a partire dagli anni Novanta, a lavorare in un contesto immateriale caratterizzato dalla crescente autonomia dei processi di valorizzazione sulla produzione. Protagonisti, da allora, non sono più solamente i corpi ma le menti. Travolte in un flusso immateriale incessante nel quale il lavoro intellettuale si snoda, si divarica e si concatena producendo nuove prossimità e nuove soggettività, i lavoratori cognitivi diventano da un lato i funzionari della rendita del neoliberismo, coloro che, attraverso la pubblicità, la moda, la finanza, lo spettacolo, la conoscenza o l'editoria si fanno strumenti di un pensiero affilato; e dall'altro sono fucina di linguaggi, immagini, saperi, informazione, soggettività.

È qui che si colloca l'aporia, intrigante e insidiosa scrivono giustamente gli autori, del lavoro della conoscenza. Mentre l'“oligarchia degli incapaci”, come scrive Sophie Coignard, difende un pensiero tecnico dedito al generale declassamento della vita, i lavoratori cognitivi quali soggetto dell'autonomia creatrice diventano fautori di un'eresia contagiosa che afferma diritti, saperi e universi liberi. È qui che il libro di Ciccarelli e Allegri diventa il grido del nostro tempo.

Lungo l'intero ragionamento di Ciccarelli e Allegri si staglia la stessa aporia, in modo incessante, ossessivo, liberatorio: produrre cultura o divenirne ostaggio, esserne appendici oppure registi, fuggire o scrollarsela di dosso? Ciccarelli e Allegri ci portano nel cuore di questo processo. Dentro un'Italia metropolitana retta quasi esclusivamente dal lavoro cognitivo professionale, tra pubblicitari, informatici, stagisti e tirocinanti iper-specializzati, gli autori insinuano lentamente tra le pagine una domanda: che succede se questa infinita potenza, questo ceto medio dei professionisti istruiti, colonna portante della società, scriveva Ballard, si rivolta? È allora che il testo diventa un fiume in piena che alternando gli odori delle strade alle intuizioni delle menti ci riporta negli anni Novanta, nel magma culturale hip hop e punk che segna la prima forma di ribellione della psiche collettiva alla colonizzazione del tempo.

Ciccarelli e Allegri vedono nel movimento studentesco della Pantera “un vero e proprio sommovimento politico indotto dall'urgenza della presa di parola collettiva” (p. 44), l'inizio di una vera e propria ribellione della psiche che in queste pagine emerge come un processo di ricomposizione delle menti e dei corpi, dei corpi con i corpi. Certo, gli autori sono curiosi e non si accontentano degli anni Novanta, vogliono conoscere i nostri antenati, e dunque ci portano nel 1700, tra i seduttori. Si chiamavano seduttori, allora, “i pensatori eretici e radicali, liberali e proto-comunisti, attori e medici, ottici e alchimisti, professionisti e lavoratori di bottega, folli visionari profeti, aristocratici ripudiati e figli illegittimi, piccole sette para-massoniche che celebravano il “cane Spinoza”, odiavano le corti europee, trafficando dall'alba al tramonto con il popolo e le classi avanzate nei mestieri urbani” (p. 81).

Il libro insegue ferocemente quel desiderio nei secoli e nelle pagine, quel desidero sublime, indomito, maledetto di disprezzare liberamente la mondanità mercenaria per afferrare nello slancio della follia le visioni mai confessate, i sogni mai ammessi di un presente sublime sino ad afferrarli oltre alle stelle in un'insurrezione terrena. Arriviamo qui in uno slalom tra intellettuali alla vaselina e cervelli a cottimo alla messa in scena dell'estasi, all'abbandono delle monete a lungo risparmiate, della competizione che non porta a nulla, di tutto ciò che è utile per l'inutile affermando un'altra vita così, con semplice tenerezza come si trasforma un palcoscenico dismesso nella danza sensuale dei corpi.

Non sono parole al vento, sono fatti: è questa la storia del Teatro Valle Occupato, che dal 14 giugno ha trasformato in arte la vita. È questo il manifesto degli scrittori TQ, che producono immaginario affinchè vi si adegui la realtà. È questo il rovesciamento che ispira gli intermittenti dell'Acta o gli studenti, perchè è la realtà che deve cambiare, non i nostri desideri. Il Quinto Stato è la potenza creatrice che afferma il dovere d'esilio di Moloch dalle nostre vite. È questa d'altro canto per me l'inevitabile colonna sonora del testo: l'Urlo di Ginsberg. Nemmeno a ridosso degli anni Sessanta già Ginsberg percepisce che è in atto una guerra.

“Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate isteriche nude, […] che attraversavano universita' con freddi occhi splendenti allucinando l'Arkansas e la tragedia della Blake-light fra gli studiosi della guerra […] Quale sfinge di cemento e alluminio gli ha spaccato il cranio e ha mangiato i loro cervelli e la loro immaginazione? Moloch! Solitudine! [...] Moloch! Incubo di Moloch! Moloch il senza amore! Moloch Mentale! Moloch il grande giudicatore di uomini! Moloch il carcere incomprensibile! Moloch prigione senz'anima”.

Sono strazianti le parole di Ginsberg ma è con un atto di poesia che Ginsberg umilia Moloch, il complesso di industrie e guerra responsabile di aver stretto l'immaginazione nella sua metallica geometria. L'urlo del 14 dicembre 2010 è un canto d'amore a Ginsberg. È l'eruzione “tre volte maledetta e quattro volte benedetta” dei sogni nelle piazze. È la vittoria dell'anima sull'inutile. L'affermazione ultima, appassionata e resiliente che “questo mondo e questo cervello sono nostri” (p. 71).


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