lunedì 9 gennaio 2012

Idee e coraggio, non solo regole.


di Alberto Orioli, dal Sole 24 Ore

Non sono tempi in cui perdersi in diatribe sul metodo. Concertazione, dialogo sociale o confronto che sia, il negoziato sulle nuove regole per il mercato del lavoro deve decollare. E atterrare al più presto con una disciplina per rendere universali gli ammortizzatori sociali e per rendere meno diseguali, quanto a tutele e garanzie, i trattamenti dei nuovi assunti e dei lavoratori senior.

È stato un bene che l'azione diplomatica del ministro Elsa Fornero abbia spento una miccia strumentale che avrebbe rischiato di sviare la discussione dal merito e di ingessarla fino alla paralisi.

L'Italia ha improvvisamente preso coscienza dei suoi ritardi: nell'aprire al mercato i monopoli del sottogoverno; nel creare infrastrutture pari a quelle dei Paesi competitori in grado di supportare le azioni di sviluppo; nel mettere a punto un sistema efficiente di istruzione ai diversi livelli in modo da programmare una efficiente selezione della classe dirigente.

E poi ancora nel fisco che permette un'evasione annua da 120 miliardi; nella riforma delle istituzioni, con un federalismo rabberciato e squilibrato rispetto al mancato riassetto di Camera e Senato; nella riforma dell'amministrazione, percepita come fardello e non come risorsa, ostacolo al cittadino e non servizio agli italiani.
Il welfare, spina nel fianco di una intera Europa in fase di ripensamento del suo ormai costosissimo Stato sociale, è stato corretto con ruvidezza dall'ultima manovra che, inevitabilmente, doveva affrontare il tema per incidere sulle dinamiche strutturali della spesa.

Il tema lavoro entra a buon titolo nel novero delle riforme ineludibili. In nome dell'equità e della crescita che sono – come indica sempre più spesso lo stesso premier Mario Monti – due dei tre pilastri portanti dell'azione di questo Governo d'emergenza (l'altro è il rigore). Almeno due generazioni hanno subito la iperflessibilità nella fase di avvio al lavoro per compensare le ipertutele dei lavoratori delle due generazioni precedenti. La iperflessibilità ha creato anche una scorciatoia per la gestione del costo del lavoro e, in alcuni casi non sporadici, ha indotto a una pigrizia strategica negli investimenti e nell'innovazione (come ha rilevato la Banca d'Italia).

Le regole dunque vanno riviste: per rendere più fluido il mercato, per portarne gli standard a livello europeo, per indurre innovazione e per rendere più eque le opportunità.
Ma le regole da sole non fanno il lavoro. Il lavoro lo fanno le idee e le intraprese. E averne cura passa dall'agenda della fase 2 per modernizzare un'Italia finora troppo sfuocata e distratta rispetto alle grandi sfide del nostro tempo.

Il tema si chiama produttività e riguarda la capacità di tutti i fattori produttivi (capitale e lavoro ma anche il sistema Paese) di creare ricchezza da suddividere. In questa Italia da anno zero, dunque, sul grande tavolo della concertazione (o come altro si voglia chiamare) si affastellano i dossier mai risolti: il peso esorbitante del fisco sugli onesti (vicino al 60%) e su chi vuole fare impresa; i costi del l'energia che spiazzano anche il più convinto degli imprenditori-patrioti (il 30% in più); i costi di una giustizia civile non credibile se per avere ragione di un assegno scoperto passano 1.600 giorni; il malvezzo di uno Stato che non paga i fornitori se non dopo 800 giorni salvo scuoiarli anche per il più banale degli errori formali verso il Fisco. C'è anche un deficit progettuale delle amministrazioni locali colpevolmente inette nel predisporre iniziative idonee a creare sviluppo usando i fondi europei.

È scoraggiante pensare a quanto tempo abbia perso finora la politica "ufficiale" e a quanto poco ne abbia il Governo Monti. Ma tant'è. I problemi sono noti, le soluzioni anche: servono determinazione e chiarezza nella traiettoria strategica dei propri passi. I risultati attesi superano – nella scadenza temporale – il ciclo corto della politica politicante. Ma se ben congegnati diventano credibili per un Paese laborioso e intelligente come è l'Italia degli italiani (assai migliore dell'Italia delle corporazioni o delle rappresentazioni caricaturali dei particolarismi). L'Italia ha bisogno di uscire dal cloroformio delle ideologie per rilanciare con tutta la forza che può le energie esistenti, alcune già visibili, altre ancora nascoste. E il dimezzamento dei tassi a breve sui nostri titoli pubblici fa capire che anche i mercati lo stanno capendo (nonostante il dramma di uno spread sui BTp ancora oltre quota 500).

Il presidente Napolitano ci sprona quotidinamente a credere nel nostro Paese. Ha ragione. I risultati per quanto difficili, sono alla portata. Sta in noi crederci fino in fondo. A cominciare da chi, da oggi, avvia il delicato confronto sui temi del lavoro.

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