domenica 4 novembre 2012

«Hikikomori», nulla oltre il pc


ADOLESCENTI
«Hikikomori», nulla oltre il pc

Li chiamano "reclusi sociali", adolescenti eremiti", "ragazzi spariti": sono le vittime della nuova patologia che colpisce i nostri teenager, fenomeno in espansione ma di cui in Italia si sa e si parla ancora poco. Non vanno a scuola, rifiutano ogni contatto con l’esterno (genitori compresi), si barricano nella loro cameretta per mesi, talvolta anni, e vivono incollati al pc, sempre connessi, immersi in una realtà puramente virtuale, svegli di notte e svaniti nel sonno di giorno. In Giappone gli hikikomori (termine che tradotto in italiano suona come "stare in disparte, isolarsi") raggiungono il terrificante numero di un milione: in una società competitiva fin dall’asilo, in cui l’insuccesso è vissuto come intollerabile e come vergogna sociale, l’autoreclusione è la patologia più diffusa fra i ragazzi che non stanno al passo delle aspettative altrui. Meglio barricarsi in casa e scomparire al mondo piuttosto che affrontarlo. Ma quanti sono gli hikikomori d’Italia? «Dalla mia esperienza direi che un ragazzo ogni 250 presenta comportamenti a rischio di reclusione sociale. In una città come Milano si tratta di duemila adolescenti», afferma Antonio Piotti, filosofo e psicoterapeuta, docente all’Alta scuola di psicoterapia Arpad "Minotauro" di Milano. In questi ultimi anni si è specializzato nell’aiuto a ragazzi "reclusi", tanto da dare alle stampe per Franco Angeli un libro originale e drammatico, Il banco vuoto (pagine 128, euro 16,50), con la presentazione di Gustavo Pietropolli Charmet, in uscita nei prossimi giorni. Non è un trattato "tecnico", non almeno nella sua forma classica: Piotti infatti ha scelto di compilare una sorta di diario esistenziale, con i racconti in prima persona di un autorecluso, Enrico, e i "commenti", come una voce fuori campo, dello psicoterapeuta (l’autore stesso) con il quale a un certo stadio del suo disturbo il ragazzo viene in contatto.
Un espediente letterario, perché nella realtà gli adolescenti che si isolano dal mondo non hanno parole per descrivere il loro malessere, rifuggono dai contatti con gli altri se non nella modalità online dei giochi elettronici. Il rischio di isolarsi in casa, dunque, secondo Piotti è dello 0,4 per cento tra gli adolescenti: i sintomi, secondo Piotti, sono principalmente «la fobia scolare e l’uso del computer per 7 o 8 ore al giorno». Il protagonista del libro, Enrico, inizia a stare male appena entra in classe, un male fisico fatto di scariche continue di dissenteria, accompagnate da una grande sensazione di vergogna, che lo porta a interrompere la frequenza della prima liceo. Non è semplicemente un rifiuto della scuola perché percepita come troppo esigente, piuttosto è una fuga dal contatto con i compagni, dalla relazione sociale che costringe al confronto. Nel suo diario, Enrico scrive: «Se dovessi dire chi sono dovrei dire semplicemente: io sono uno che si vergogna». Bambino bravissimo alle elementari, alla fine delle medie Enrico si confronta con l’insuccesso. E, anni dopo, chiuso nella sua cameretta, scrive, pensando alle aspettative deluse dei genitori: «Come dichiarare che tu non ce la farai? Come accettare lo sguardo triste e infelice di chi ti ha così profondamente amato? Con che coraggio andar davanti a loro e confessare che tu non sei all’altezza?».

Così nasce la voglia di fuga, il disagio della scuola, la vergogna, il disprezzo cieco e immotivato per i compagni. Infine, la decisione di rinchiudersi e di non vedere più nessuno: «Io mi sono nascosto perché non ero costruito in modo tale da affrontare l’esistenza». Per passare il tempo, ricorre ai videogiochi on line, soprattutto a quello "spara-spara": «Intento com’eri a uccidere nemici, cominciavi a intuire che esisteva almeno un posto dove la realtà non poteva raggiungerti e dove il sapore acre della vergogna si attutiva, mentre ogni pensiero poteva essere ucciso prima ancora di venire formulato (…). Il tempo passava e, mentre lui scorreva, tu godevi del fatto di non esserci». L’isolamento sociale acuto, del quale la dipendenza da internet non è una causa ma casomai un effetto, per la sua radice nella corporeità non accettata è imparentato con l’anoressia e con l’autolesionismo: altre patologie che attaccano i nostri giovani, spesso troppo fragili di fronte alle attese del mondo. È inevitabile, per lo psicoterapeuta che va a caccia delle radici della patologia, soffermarsi sulla figura della madre. Se nel libro una buona parte della responsabilità del comportamento di Enrico è attribuita a una madre iperprotettiva, nella realtà le cose sono più complesse. «Il fattore chiave – analizza Piotti – è la difesa dell’unicità del figlio. Dietro un isolato sociale c’è quasi sempre una madre che costruisce con il figlio un progetto di successo poco realistico e, d’altro canto, un padre che non sa riportarla alla realtà».

Quanto alle cure, si tratta di un processo lungo, che non sempre porta a una totale guarigione. «Possono bastare 7/8 mesi, ma a volte ci sono voluti anche 2 o 3 anni» conclude Piotti. Lo stesso Enrico non ne è venuto fuori del tutto, dopo che dai 15 ai 21 anni è vissuto nella trincea della sua cameretta, non uscendo dal suo guscio maleodorante neppure per consumare i pasti, che gli venivano semplicemente passati attraverso uno spiraglio della porta, da una madre impaurita e incapace di reagire. Serve la psicoterapia, accompagnata a proposte di laboratori (musica, teatro, recitazione) per re-imparare a socializzare, ma è necessario anche intervenire con i genitori per aiutarli a interagire con i figli, servono strutture scolastiche flessibili che consentano di sostenere esami senza l’obbligo di tornare sui banchi. Servirebbe, forse, una società meno schizofrenica.

di Antonella Mariani,da Avvenire

giovedì 1 novembre 2012

Senza grammatica che lingua è?



​Evviva la grammatica. Ma che sia spiegata partendo dalla lettura di ottimi autori e dalla comprensione dei loro testi, «perché chi ascolta o legge può osservare come questa grammatica agisce, come dà forma alle parole, come le mette in fila, come le collega fra loro. Può capire come sono fatti i testi, in rapporto a ciò che dicono e alle situazioni comunicative in cui sono stati prodotti; può giungere a scoprirne i dettagli, le sfumature... Se qualcuno mi chiedesse come imparare piacevolmente un uso corretto del congiuntivo, risponderei: leggendo Dino Buzzati, Primo Levi, Italo Calvino». Maria Luisa Altieri Biagi, linguista, membro dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia delle Scienze di Bologna affronterà questo tema il 4 novembre al Festival della Scienza di Genova. Per lei la parola chiave per chi vuole imparare a esprimersi con efficacia in Italiano è «semplicità». E «semplice», come tiene a sottolineare lei stessa, è il suo ultimo libro (Rosenberg & Sellier, pp 115, euro 9,50), che "semplicemente" si intitola Parola.

Insomma, scrive bene chi scrive semplice?«Se devo scrivere per farmi capire, per comunicare, devo usare un italiano semplice. L’uso di parole semplici e di una sintassi lineare garantisce la comprensibilità e la bellezza del testo. L’esatto contrario del "burocratese", che è una lingua complessa e assurda, difficilmente comprensibile. Guido Ceronetti la definiva la lingua dell’"imbecille onnipotente"».

Nel comune modo di scrivere c’è più complicazione o più trascuratezza?
«Entrambe le cose. Ma soprattutto complicazione sintattica. È inutile usare "periodesse" di venti righe. Meglio scrivere frasi semplici e brevi, pur senza esagerare. Ma queste cose s’imparano. La complessità di certi testi deriva dall’incapacità di dominare la sintassi».

Come la mettiamo con chi denuncia un uso sempre più povero della lingua italiana?
«La ricchezza della lingua scritta sta nella varietà delle parole e nella precisione della loro scelta. Ma la complicazione è sempre un danno. Tanto più che la scarsa chiarezza rivela poca padronanza della materia e poca lucidità di analisi».

Ci si domanda se la bella lingua italiana sopravviverà.
«La lingua si salva evolvendo. Siamo in tanti a denunciare l’abuso di una lingua raffazzonata, approssimativa, burocratica, insulsa. A un certo punto si diffonderà il disgusto per questo modo di scrivere e di parlare. In quest’ottica i professori dovrebbero insegnare la cura delle parole, insistere sull’esercizio della scrittura e sull’analisi linguistica dei testi. Nelle Università arrivano studenti che non sanno scrivere perché non hanno fatto esercizio di scrittura. Sarebbe utile che tutte le facoltà prevedessero un corso di lingua italiana».

Si può dire che la lingua va allenata come in palestra?
«E c’è bisogno di molto allenamento».

Oggi qual è il metodo migliore?
«Resta sempre la lettura. È la grande maestra della lingua. Bisogna leggere buoni autori se si vuole imparare a scrivere con semplicità ed efficacia».

Chi consiglia fra i contemporanei?
«Io dico Buzzati e Calvino. Sono i miei preferiti come modelli di stile. La loro lingua ha una struttura elegante, è semplice, immediata. La loro sintassi è pulita. La scelta delle parole è precisa e questa scelta non è cosa facile. Tanti scrittori contemporanei usano parole... sfocate, nel senso che non mettono a fuoco il concetto che intendono esprimere. Una persona che sa scrivere usa parole che dicono nitidamente quel che si vuole comunicare».

In questa logica chi è il più grande scrittore italiano?
«Senza dubbio Galileo. Lo sosteneva anche Calvino. Perché i suoi testi, nonostante siano stati scritti nel ’600, sono chiari. La sua sintassi, anche quando usa frasi complesse, è un’architettura perfetta. La lettura di Galileo fa comprendere che la semplicità nella scrittura non vuol dire fragilità, ma lucidità, solidità ed efficacia architettonica».

Nel libro ha più volte citato Calvino, anche con esempi di come in <+corsivo>Marcovaldo<+nero> abbia usato il congiuntivo... qualche volta, però, non convincono.
«In effetti ha ragione. Calvino fa un uso del congiuntivo abbastanza personale. E in realtà la grammatica stessa prevede situazioni in cui non è obbligatorio, ammettendo la scelta dell’indicativo. Riguardo all’uso del congiuntivo, spesso ci sono esagerazioni. Non è il purismo a fare la buona scrittura, ma nemmeno il lassismo. Per questo dico che la lettura attenta di buoni autori è la migliore maestra».

Sempre in Parola, lei sostiene che parliamo già "europeo" senza accorgercene.
«Ci sono tanti francesismi o anglicismi, anche di recente introduzione, che usiamo comunemente senza esserne consapevoli. Questo vale anche per le altre lingue europee, cominciando dalla quantità di parole assunte dal latino e dal greco antico. La verità è che stiamo andando verso forme di crescente omogeneità linguistica. E il processo è più spontaneo di quanto si supponga. Nel ’700 Lazzaro Spallanzani ha bisogno di un traduttore francese per far circolare in Europa i suoi testi. A un certo punto, lo dice lui stesso in una lettera, modifica la sua scrittura italiana per facilitare la traduzione nelle costruzioni sintattiche francesi. È così che un po’ alla volta potrebbe formarsi una lingua europea».

di Roberto I. Zanini, da Avvenire

IL PIU' GRANDE TRASFERIMENTO DI RICCHEZZA DELLA STORIA UMANA



di Paolo Cardenà, da informazione libera

Che siamo seduti su una montagna di debiti pronta ad esplodere, non è una novità. Non lo è neanche sapere che il sistema bancario, seppur con le opportune distinzioni del caso, da Paese a Paese, è sullo'orlo dell'insolvenza e ad un passo dal fallimento. Così come lo sono una moltitudine di stati, di imprese e di famiglie.
Di fatto, questa montagna di debiti, viene mantenuta a galla a forza di stampare moneta e gonfiando artificiosamente bolle finanziarie allo scopo di tentare di riassorbire nel tempo distorsioni economiche e finanziarie prodotte in oltre un ventennio, o forse più. Allo stesso modo, l'apparente solvibilità bancaria è mantenuta proprio grazie ad una pioggia di denaro senza precedenti nella storia umana. Di fatto, la BCE, così come la FED e le altre banche centrali sparse per il mondo, stanno garantendo un flusso pressoché continuo di liquidità, tale da scongiurare l'insolvenza di un nutrito numero di banche e stati che causerebbe un armageddon economico-finanziaria su scala planetaria. I primi e forse gli unici che troveranno giovamento da queste politiche monetarie che non trova precedenti nella storia, sono proprio i primi prenditori di queste risorse: ossia le banche e le grande multinazionali. Gli stati devono ridurre l'indebitamento, e devono poterlo fare nel più breve tempo possibile; peraltro in mancanza di adeguati gettiti tributari che vengono meno per effetto della congiuntura economica negativa. Le banche, a causa del deteriorarsi dei propri attivi, stanno riducendo le rispettive esposizioni nei confronti di un mercato che sembra contrarsi sempre più per effetto della crisi in atto che compromette il normale flusso di capitali di famiglie e imprese, che stentano a ripagare i rispettivi debiti bancari a scadenza. Analogo discorso può essere riprodotto per le imprese e le famiglie. Le prime non si fidano più dei loro clienti e, nella necessità di dover rientrare dalle loro esposizioni debitorie nei confronti del sistema bancario, tendono a ridurre i tempi nei pagamenti delle loro forniture commerciali, drenando ulteriori risorse. Mentre le seconde, le famiglie, a causa della compressione dei redditi disponibili, vedono il futuro sempre con maggior preoccupazione e tendono a scrollarsi di dosso (ove possibile) gli indebitamenti contratti con troppa leggerezza nei periodi di vacche grasse; debito che ha offerto loro la possibilità di poter abusare di un tenore di vita al di sopra della proprie possibilità, che ora sta presentando il conto.
In un simile contesto, accade che il reddito derivante dalla ricchezza che si produce, una volta che si sono ripagati i fattori necessari per produrlo (merci, materi prime, personale ecc ecc) e l'immancabile tassazione, anziché essere reinvestito nell'economia (attraverso maggiori consumi, investimenti, ecc. ecc. ), viene sottratto dal ciclo economico per poter essere destinato al ripianamento dei debiti. Si innesta così in circolo vizioso che autodetermina una maggiore contrazione economica per poi sfociare nella depressione. Gli stati, con i propri bilanci dissestati, sono nell'impossibilità di poter sopperire alla compressione di ricchezza che gli agenti economici virtuosi, in condizioni di normalità, reinvestirebbero nell'economia reale. In altre parole, gli Stati sono privi della possibilità di sostenere l'economia attraverso investimenti pubblici (strade, porti, scuole infrastrutture ecc). Dovendo anch'essi ridurre l'indebitamento, imprimono il colpo di grazia all'economia inasprendo la pressione fiscale che colpisce i veri produttori di ricchezza che a quel punto, oltre a trovarsi nella condizione di non poter investire nell'economia reale per sostenere azioni di sviluppo, godono via via di minori risorse disponibili anche per ripagare i debiti. Ciò, nella migliore delle ipotesi, determina un allungamento dei piani di rientro delle rispettive posizioni debitorie e quindi, conseguentemente, anche un maggior esborso di oneri finanziari che decurtano ancora di più le già ridotte disponibilità di risorse. Questo riduce sempre di più il bacino dal quale lo Stato trae la sua linfa vitale. Ma dovendo nutrirsi di risorse sempre crescenti per mantenere un apparato pubblico e amministrativo vezzo a nutrirsi con dosi crescenti di ricchezza, l’unica cosa che riesce a fare, anziché mettersi a dieta, è quella di chiedere sempre di più, anche a costo di affamare a uccidere chi produce ricchezza reale: imprese e famiglie. In altre parole, Si creano così un insieme di processi, attività e veicoli normativi idonei a trasferire (rapinare) ricchezza finanziaria (già ampiamente tassata) da chi ne ha la disponibilità e da chi è in grado di produrla, a favore di chi ne necessita facendo un percorso univoco da privato a pubblico, ovvero da privato a sistema bancario.
Nel primo caso, lo Stato, poiché dispone dell’autorità di imporre la propria pretesa tributaria, ottiene le risorse necessarie attraverso l'imposizione fiscale.
Nel secondo, le banche, poiché conniventi e simbiotiche in modo sistemico con il potere politico per reciproca convenienza, trovano un giusto alleato proprio nei governi che si rendono disponibili a porre in essere operazioni di sostegno o di salvataggio dei dissestati bilanci bancari. E anche in questo caso, lo fanno attingendo ricchezza da chi ne ha la disponibilità e da chi la produce.
In altre parole si sta assistendo ad un fenomeno epocale le cui radici dovrebbero essere abortite da qualsiasi morale umana: la privatizzazione dei profitti - per lo più a favore di grandi banche (poche) e multinazionali -, finalizzati per lo più al mantenimento dei privilegi dei pochi, e la socializzazione delle perdite spalmate su vasta scala proprio in capo alla collettività, oppressa dal potere coercitivo esercitato in maniera illegittima da uno Stato padre padrone.
Ciò vuol dire che, almeno nel contesto europeo ed in particolar nell'area mediterranea, benché con le opportune distinzioni del caso, è in atto il più grande trasferimento di risorse dal privato al pubblico e da questo, almeno in parte, al mondo bancario.
Quanto sopra affermato, trova ampio riscontro nelle politiche economiche e monetarie varate in questo periodo di crisi e, in tal senso, le scelte fatte nel contesto europeo e quindi nei vari stati appartenenti all’unione monetaria, ne costituiscono un esempio paradigmatico.

Disoccupazione il prezzo per i giovani


di WALTER PASSERINI, dalla Stampa

Non vi sono più alibi: siamo in piena emergenza occupazionale e, dentro la crisi che divora posti di lavoro, a pagare di più sono i giovani. I dati non ammettono ignoranza.

Cinque anni fa un giovane su cinque tra i 18 e i 24 anni risultava disoccupato (20,1%); oggi lo è più di uno su tre (35,1%), un balzo di 25 punti. Sempre a settembre 2007, la disoccupazione totale era al 6,1%; oggi è al 10,8% ed è prevedibile che supererà l’11%. In carne e ossa i disoccupati ufficiali sono 2,8 milioni, 554 mila in più di un anno fa (+24,9%). Possiamo adottare la ricetta di Mitridate, che conquistò l’immunità dai veleni bevendone nel tempo in piccole dosi, ma non scampò alla morte per spada; oppure passare al modello Virgilio, costruendo una rete di guide, di servizi e un accompagnamento nel viaggio dentro gli incubi della disoccupazione. L’assuefazione ai veleni e la rassegnazione sono le malattie da battere. Per definire un’agenda per l’emergenza, che ci scrolli dal sonno e dall’indolenza.

Mentre la politica parla d’altro, è necessario selezionare le priorità, mettendo al centro il lavoro e, in particolare, il futuro dei giovani. Ci sono soglie oltre le quali i fenomeni diventano irreversibili, non solo strutturali. E il filo di lana dei tre milioni di senza lavoro è un baratro devastante che si sta aprendo davanti a noi. Nell’immediato, al primo posto va sottoscritto un patto per la ripresa e per la crescita. Il paese è sospeso. Tutti rallentano le decisioni. Gli investimenti attendono, i consumi calano. E’ un circolo vizioso che non può aggrapparsi all’alibi della crisi internazionale.  

Il rigore deve accettare di fertilizzarsi con lo sviluppo e tutti, comprese le parti sociali, devono deporre le armi e imparare a competere: «cum petere», insegnano i latini, significa puntare tutti insieme allo stesso obiettivo, e non farsi la guerra. Se si vuole arrestare l’emorragia di posti e ottenere ora e subito un delta aggiuntivo di occupazione, è necessario favorire una nuova flessibilità in entrata. Qui i 230 milioni messi in campo per agevolare l’assunzione di giovani e donne fanno sorridere. Certo vi è un deficit di risorse, ma a volte anche di idee. Le forze sociali non possono non farsene carico. Per esempio, stabilendo una franchigia di 24-36 mesi sulle nuove assunzioni: più fiscalizzazione e meno rigidità nei contratti di ingresso per più occupazione. Allo sforzo per aiutare le aziende ad assumere, va appaiata una campagna eccezionale a favore della scuola e dello studio. Orientare i giovani sin dalla terza media e negli ultimi anni delle superiori è un fatto di civiltà. Non basta predicare l’iscrizione agli istituti tecnici: i giovani e le famiglie lo stanno facendo. Quest’anno solo il 6,6% degli studenti si è iscritto al liceo classico (cinque anni fa erano il 10,2%); il 22% al liceo scientifico (erano il 23%).

L’inversione di tendenza c’è stata ed è in corso, ma i 53 ragazzi su cento che si iscrivono ai tecnici (32%, cinque anni fa erano il 33,5%) e ai professionali (21%, erano il 22,2%) vogliono sapere perché continuano a non trovare il lavoro. Quello che manca alla nostra scuola, sia agli istituti tecnici che ai licei, è il rapporto costante con il mondo del lavoro. Vanno resi stabili i dialoghi tra apprendimento e mercato del lavoro, puntando sui fabbisogni nazionali e su quelli territoriali. Alternanza scuola-lavoro, apprendistato e stage devono essere strumenti di proficua conoscenza reciproca e non misere furbizie per risparmiare qualcosa su stipendi e costo del lavoro. Infine, al modello Virgilio da applicare nelle scuole va affiancato un sistema di sostegno e di relazioni d’aiuto per chi cerca e per chi deve cambiare lavoro.

La rete dei servizi all’impiego pubblici e privati non ha nerbo né energia; non per questo va affossata, ma rigenerata, assegnandole un ruolo alto di creazione di occupazione e di cambiamento culturale e non solo di intermediazione. Orientare giovani e adulti a trovare un lavoro è il mestiere più bello a cui si possa aspirare. Non chiediamoci che cosa l’economia e la crescita possono fare per i giovani. Chiediamoci che cosa possiamo fare noi, oggi e subito, perché i giovani abbiano un lavoro e un futuro migliore.

Forse i partiti non hanno ascoltato bene il messaggio siciliano.


I PARTITI E L'ONDA ASTENSIONISTA
Il senso perduto dell'emergenza
Forse i partiti non hanno ascoltato bene il messaggio siciliano. Certo, ammettono che c'è qualche problema se oltre la metà dell'elettorato non si reca alle urne. Si dicono sensibili al disagio che si esprime nel massiccio voto a Grillo. Promettono di cambiare. Assicurano che saranno «concreti». Si mostrano pensierosi sui «problemi della gente». Ma è tutto qui. Non hanno capito che un astensionismo rivendicato così esteso è un segnale di rivolta. Che siamo prossimi al ripudio globale. E che manca pochissimo per raggiungere il livello più basso della credibilità dei partiti. Non di un partito, ma dell'intero sistema dei partiti.

Forse non hanno capito che qualche partito è leggermente messo meglio di un altro ma non è che se il Pdl è alla dissoluzione, gli altri non esibiscano una debolezza che fa spavento quando c'è da affrontare, senza l'ausilio di un governo tecnico, una crisi che moltiplica tensioni e rabbia. Dovrebbero tenere aperto a oltranza il Parlamento per prendere nei tre mesi che restano provvedimenti drastici. Ridurre al minimo i finanziamenti scandalosamente elevati e senza rendiconti ai partiti vivi e ai partiti defunti ancora gratificati delle risorse pubbliche. Non mettere ostacoli al ridimensionamento delle Province. Calmierare le spese delle Regioni. Fare una legge elettorale decente. E invece, dopo aver ritualmente mostrato di comprendere l'inquietudine dell'elettorato, si sentono finalmente liberi dai vincoli del governo Monti. Si sentono in libera uscita. Sospirano fiduciosi al prossimo «ritorno della politica». Pensano che l'emergenza sia conclusa. Che si possa tornare come prima. Costringono il governo a fare retromarcia sulla riduzione dei costi della politica. Fanno ostruzionismo sulla spending review . Si gingillano con le più astratte soluzioni per riformare sul serio la legge elettorale.

I partiti stanno diventando la fabbrica del qualunquismo nazionale: si comportano in modo tale da acuire il senso di estraneità che il loro linguaggio suscita nella stragrande maggioranza dei cittadini. La loro totale incapacità di reagire impedisce di capire che i numeri hanno un loro valore incancellabile, e che oramai i principali partiti tradizionali godono di percentuali sempre più irrisorie. Vincerà chi perderà di meno: non è normale. I vincitori diranno che hanno «tenuto», come a evocare un naufragio, ma non fanno nulla per evitarlo. Manca loro il senso di un'emergenza. Di un allarme vero. Cosa devono aspettare ancora per capire che un astensionismo così rabbioso ed esteso è il sintomo di un rapporto spezzato e che il compito di una politica responsabile è di ricucire un filo, un legame, il superamento di un disprezzo tanto corale? In Sicilia si è rotto un tabù.
Finora l'astensionismo è stato visto come disaffezione contenuta. Ma in Sicilia la disaffezione ha voluto parlare. E ha parlato in una lingua che non lascia spazio a interpretazioni indulgenti. Ora i partiti hanno davanti a sé meno di cento giorni. Possono far finta di niente. O addirittura illudersi di trarre reciprocamente vantaggio dalle difficoltà di tutti. O possono affrontare l'emergenza. L'ultima chiamata. Ecco il messaggio siciliano.

di Pierluigi Battista,dal Corriere

«Il mondo digitale è anarchico»


Nel 1954, a 41 anni, Alan Turing scelse di morire come in una favola anarchica: addentando una mela avvelenata. Quasi a ribadire la purezza della sua Biancaneve interiore, dopo che il governo di Sua Maestà britannica lo aveva punito con la castrazione chimica: l'omosessualità, all'epoca, era un reato. Quest'anno il matematico e crittologo, nonché padre della moderna informatica, avrebbe compiuto cento anni. George Dyson, docente di Storia della scienza e della tecnologia, lo ricorderà al Festival della scienza, dopo averne raccontato la storia nel suo libro Turing's Cathedral . «Ma attenzione - avverte - guai a farne una banale icona della memorialistica».

Turing infatti è stato uomo volutamente sfuggente, denso di contraddizioni. Con le sue ricerche anticipò l'era della comunicazione ma al tempo stesso ne fissò i limiti: nonostante risponda alle leggi degli algoritmi, l'universo digitale sarà sempre imprevedibile. Di indole bizzarra (legava la tazza del tè al termosifone, andava in bici con la maschera antigas), fece del rigore una legge imprescindibile. Ma, soprattutto, anticipò la più stretta, sfaccettata attualità. «Aveva 24 anni - dice Dyson - quando ideò la famosa Macchina universale, apparecchio potenzialmente in grado di imitare il comportamento di qualsiasi altro congegno. Tutto o quasi doveva essere codificato in forma di stringhe composte da 1 e 0. Bene, oggi tutto il sistema di software o hardware segue questo percorso. E quando compriamo un iPhone nuovo iniziamo a "scaricare" stringhe in codice o "applicazioni" che lo trasformano in quello che vogliamo».

Accanto a questa idea, Turing però pose le basi per un altro (importantissimo) principio: «La conseguenza della sua Macchina - continua Dyson - è che non sarebbe potuto esistere un modo per capire a prima vista in cosa poteva concretizzarsi una stringa di numeri. Quindi, il suo messaggio è: non importa quanto possa crescere la capacità dei computer o quanto un governo, un'organizzazione o una multinazionale cerchino di servirsene per esercitare forme di controllo: l'universo digitale sarà sempre imprevedibile, anarchico». È come se (anche inconsapevolmente) avesse voluto impiantare anticorpi alla sua stessa creatura, consapevole delle conseguenze delle «macchine pensanti». Sta qui forse il fascino più segreto di questo londinese così poco capito, forse anche poco studiato. «Certo - afferma il professore - lui è stato anche un eroe di guerra, grazie alla sua macchina che permise di decrittare informazioni tedesche, il Codice Enigma, durante il secondo conflitto mondiale. Codice che ha ispirato un libro di Robert Harris e poi l'omonimo film di Michael Apted. Ma vedete, questo dettaglio è stato come separato dal resto della sua storia, fino a tempi recenti». Ricordato per il supercomputer, dimenticato per altro.


Il Codice Enigma in un’opera all’Heinz Nixdorf Museumsforum di Paderborn (Thissen/Corbis)La sua omosessualità e l'atteggiamento antiaccademico (come ricorda Piergiorgio Odifreddi, a trentasei anni era ancora un assistente) non hanno aiutato nella costruzione di una memoria. Venne arrestato e castrato chimicamente nel 1952. La cura ormonale a cui fu sottoposto gli fece crescere il seno. Solo nel 2009 l'allora primo ministro britannico Brown pronunciò parole di completa riabilitazione. Eppure.
Eppure la sua vita intensa, eclettica, fuori dagli schemi avrebbe potuto incuriosire di più il cinema e la letteratura. Dalle parole (e dal libro) di Dyson, nonché dagli aneddoti sulla vita di Turing, la sensazione che si avverte è quella di un personaggio che aveva capito troppo (e troppo in anticipo, negli anni Cinquanta) di alcuni nodi cruciali di oggi: la potenza senza controllo di Internet, il potenziale intellettuale delle macchine, persino la modernissima guerra che si combatte con le armi dell'informazione. Domande all'epoca brucianti, confuse, che spaventavano. Si pensi ai racconti dello scrittore di fantascienza americano Fredric Brown che ne La risposta (in Italia edito da Einaudi) mette in guardia sui pericoli nascosti nelle macchine troppo pensanti. «Oggi - conclude Dyson - Turing resterebbe impressionato davanti alla nostra capacità di mettere in pratica le sue idee. Chi meglio ne ha descritto l'indole è stato Charles G. Darwin, nipote del naturalista, nonché suo tutor nella ricerca, che sottolineò: "Lui cerca di capire fino a che punto la macchina impara dall'esperienza"». Chissà.

di Roberta Scorranese, dal corriere
24 ottobre 2012
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Lo studioso


George Dyson (1953), è storico della Scienza e della tecnologia. È stato anche director’s visitor all’Institute for Advanced Study di Princeton. Nel libro «Turing’s Cathedral» ha raccontato l’avventura di Alan Turing (1912-1954) nonché quella di John von Neumann, che ha sviluppato le intuizioni del matematico. Domenica 28 ottobre, Dyson interverrà al Festival con la lectio magistralis «La cattedrale di Turing. Le origini dell’universo digitale» a Palazzo Ducale dalle ore 18

mercoledì 31 ottobre 2012

Dai classici l’insegnamento per i nostri politici



La forza di questa lettera sta nell’aver posto il problema dei fondamentali, delle pre-condizioni, quelle che dovrebbero essere scontate e basilari ma da tempo non lo sono più.
Fa impressione che a ricordare come l’interesse generale debba essere il principio ispiratore di chi fa politica sia una ragazza di 17 anni, che lo scopre leggendo i classici e non i giornali.
Come nota oggi nel nostro editoriale Luigi La Spina, la rivolta dei cittadini - che si esprime nel non voto come nel voto a Grillo - nasce dalla distanza che si percepisce tra i sacrifici e l’austerità a cui si sono dovuti adeguare i cittadini e la «disinvoltura» che continua a mostrare il sistema dei partiti.

Mario Calabresi, dalla Stampa


La lettera della diciasettenne  Chiara Orlassino

A scriverle è una diciassettenne amareggiata e delusa dalla situazione politica italiana.
A dicembre compirò 18 anni; parteciperò quindi attivamente alle elezioni che si terranno questa primavera. Come parecchi miei coetanei, non ho la minima idea di chi voterò. Da una parte, il caos che domina la situazione mi rende difficile orientarmi nella scelta: seguo il telegiornale e mi sembra che tanti urlino, senza però dire nulla. Capita solo a me? Dall’altra, non riesco nemmeno a trovare una ragione per votare. Mi sento un’arida goccia in questo mare.
Questa settimana l’insegnante di latino ci ha assegnato una versione da svolgere. Il testo, tratto dal De Officiis di Cicerone, mi ha colpita per la sua attualità. Mano a mano che lo traducevo, aumentava in me il desiderio, il bisogno, di farlo leggere a tutti quei politici che non ci ascoltano, truffano, se ne fregano. Siccome io non posso, Le chiedo di aiutarmi.
«In sintesi, coloro che hanno intenzione di dedicarsi alla vita politica si attengano a due insegnamenti di Platone: uno, di difendere l’interesse dei cittadini in modo tale da mirare ad esso, dimentichi del proprio utile, qualunque cosa facciano, l’altro, di occuparsi dell’intero complesso dello Stato, affinché, mentre fanno gli interessi di una parte, non trascurino tutte le altre. Tanto la tutela quanto l’amministrazione dello Stato devono infatti essere condotte a vantaggio di coloro che sono stati affidati ai governanti, non di coloro a cui esse sono state affidate. Coloro che invece hanno cura di una parte dei cittadini, ma ne trascurano l’altra parte, introducono nello Stato un fattore pericolosissimo, e cioè la rivolta e le lotte civili; ne consegue che alcuni sembrano difensori degli interessi del popolo, altri di tutti gli aristocratici (io attualizzerei “gli esponenti della classe dirigente”), ma pochi solleciti nei confronti di tutti i cittadini. [...] Un cittadino serio ed onesto e degno di governare lo Stato fuggirà e odierà questi mali, dedicherà tutto se stesso allo Stato, non ricercherà la ricchezza o il potere e proteggerà tutto lo Stato in modo tale da aver cura di tutti. E inoltre non provocherà nessuno all’odio o alla malevolenza con false accuse e aderirà integralmente alla giustizia e all’onestà. [...] In generale, sono davvero miseri l’ambizione e il desiderio di prestigio; su questi argomenti si legge, sempre in Platone, che “coloro che litigavano per chi dei due amministrasse principalmente lo Stato si comportano come se fossero marinai che lottano per chi in particolare governi la barca”».
«Solo perché certi problemi sussistono ancora, nonostante siano sorti più di 2000 anni fa, non credo che non si possano risolvere. Anzi: se così fosse, non mi roderei tanto. Non è tutto un “magna magna”. Però serve consapevolezza! E dignità! E coerenza! Gli ultimi fatti di cronaca - purtroppo solo i più recenti di una lista troppo lunga - mi hanno sconcertata. Che brutto doversi chiedere, come sto facendo io, a soli 17 anni, se non sia il caso di aprire la porta della disillusione e del cinismo. Politici: per voi stessi, per me, per tutti i ragazzi come me - dimostrateci che possiamo avere fiducia».
Chiata Orlassino





Titan, nuovo re dei super computer grazie a un cuore tutto "grafico"



E’ americano il nuovo super computer più potente del mondo, con una velocità di calcolo doppia rispetto al computer giapponese “K”. Il suo segreto è il calcolo parallelo su schede grafiche, come ci spiegano i responsabili di Nvidia, azienda che ha realizzato le unità di calcolo nel cuore del potentissimo elaboratore
di MASSIMILIANO RAZZANO,da Repubblica

Titan, il supercomputer

TITAN, 20 petaflop. E’ questo l’impressionante biglietto da visita del nuovo super computer presentato oggi all’Oak Ridge National Laboratory 1 in Tennessee. Con una simile potenza di calcolo, Titan supera il computer giapponese “K” 2, balzando in testa alla classifica dei super computer più potenti del mondo. Ma a differenza di molti suoi “cugini” elettronici, Titan sfrutta in maniera massiccia la potenza di calcolo offerta dalle schede grafiche, particolarmente adatte per il calcolo parallelo. Il cuore di Titan è infatti costituito da oltre 18 mila schede Tesla K20 prodotte da NVIDIA 3, l’azienda californiana leader nel settore delle schede grafiche e della grafica computerizzata. L’enorme potenza offerta da questo nuovo super computer aiuterà gli scienziati a studiare molti complessi problemi in vari campi della ricerca moderna, dalla medicina allo studio dei cambiamenti climatici.

Dai videogiochi alla scienza - Per avere computer sempre più veloci, una strategia molto sfruttata è quella del calcolo parallelo. Invece di far svolgere un compito ad una singola unità processore (CPU), si suddivide il lavoro fra molti processori, che lavorano in maniera coordinata, ciascuno svolgendo una piccola parte del calcolo iniziale. E’ questa la tecnologia usata in molti super computer e persino nei nostri personal computer, che possono essere dual-core o simili, ed avere cioè due, quattro o persino otto unità di calcolo.

Ma secondo gli esperti, la rivoluzione nel calcolo parallelo non arriverà da sofisticati progetti scientifici, bensì da un campo completamente diverso: quello dei videogiochi. La grafica tridimensionale dei videogiochi moderni richiede infatti una grande quantità di operazioni, ad esempio per calcolare gli effetti di ombre e di luci sugli oggetti. Per questo motivo sono state sviluppate delle schede grafiche dotate di moltissimi processori capaci di svolgere singoli calcoli in parallelo. Queste unità di accelerazione grafica, dette Graphics Processing Unit (GPU) contengono centinaia di processori paralleli capaci di svolgere semplici operazioni in modo molto rapido. Le potenzialità delle schede GPU non sono di certo sfuggite agli scienziati, che hanno imparato a programmarle per eseguire simulazioni e calcoli scientifici.

Tra le molte soluzioni presenti sul mercato, le schede NVIDIA sono estremamente utilizzate per il calcolo scientifico, grazie anche allo sviluppo di CUDA, un apposito linguaggio di programmazione che permette di programmare in maniera relativamente semplice queste schede. Siccome poi queste schede sono inoltre prodotte su grande scala per il mercato dei videogiochi, la tecnologia GPU è risultata relativamente a basso costo, altro punto di forza.

L’azienda di Santa Clara ha quindi iniziato un percorso di grande successo, che dalle schede grafiche per videogiochi ha portato allo sviluppo di schede apposite per il calcolo scientifico, come le schede Tesla K20 che costituiscono il cuore di Titan. Titan è un punto significativo nella corsa verso il calcolo all’esascala, ovvero la realizzazione di computer da 1000 petaflop.

Ma quali sono i segreti e le potenzialità del nuovo super computer Titan? Lo abbiamo chiesto a Sumit Gupta, General Manager della Tesla Accelerated Computing Unit di NVIDIA.

Come possiamo confrontare Titan con gli altri super computer nel mondo?
“Essendo il super computer più veloce per la ricerca scientifica, Titan sta aprendo la via ad una nuova era di super-calcolo accessibile ed efficiente, l’”Era del calcolo accelerato”. In questa era, i super computer aggiungono acceleratori grafici, come le GPU, alle CPU x86 per aumentare in modo significativo la velocità delle applicazioni scientifiche e commerciali. Titan risalta fra i molti super computer tradizionali perché una porzione significativa delle sue capacità di calcolo sono fornire dalle GPU. La maggior parte degli esperti in questo campo crede che i cluster tradizionali, basati solamente sulle CPU x86, non siano abbastanza efficienti da portarci nel futuro del super-calcolo. Questa nuova era è appena iniziata. Secondo la classifica Top500  pubblicata a giugno 2012, il numero di super computer che sfruttano gli acceleratori GPU è cresciuto del 400% nel giro di un anno. Una delle caratteristiche chiave di Titan è l’uso di processori e acceleratori GPU standard e “preconfezionato”. Il computer K in Giappone o il super computer Sequoia negli Stati Uniti, basato sul sistema IBM Blue Gene/Q System, sono basati su tecnologie proprietarie realizzate appositamente per l’industria del calcolo ad alte prestazioni. A causa dei grandi costi e del basso volume di produzione, i sistemi proprietari stanno lasciando il passo a sistemi GPU più efficienti ed accessibili“.

Quali sono i vantaggi principali dell’uso delle GPU in Titan?
“Le prestazioni di picco di Titan sono di più di 20 petaflop, ovvero 20 milioni di miliardi di operazioni in virgola mobile al secondo (la potenza di K è circa 10.5 petaflop, ndA). Circa il 90% di questa potenza viene dalle 18688 schede GPU Tesla K20 della NVIDIA. Titan è circa dieci volte più veloce e cinque volte più efficiente del suo predecessore, il sistema Jaguar da 2,3 petaflop. Soprattutto, le GPU hanno trasformato Jaguar nel più potente strumento per gli scienziati per accelerare il passo di scoperta ed innovazione in un intervallo di campi scientifici, dalla predizione degli impatti degli uragani ad una migliore precisione nel trovare cure per il cancro. Gli scienziati nel settore di ricerca sulla combustione stanno già iniziando ad usare Titan per accelerare la scoperta di idrocarburi più efficienti, riducendo i tempi di simulazione dai mesi alle settimane”.

Quanto tempo ha richiesto la progettazione costruzione e test di Titan?
“Titan  era un progetto a più fasi iniziato un anno fa quando 56 dei 200 cabinet del sistema Jaguar sono stati aggiornati alla più recente architettura Cray XK6. OAk Ridde ha installato le 18,688 schede Tesla in meno di un mese”.

Quali sono alcuni esempi di applicazioni scientifiche?
“In aggiunta alle ricerche sulla combustione, due altri esempi di applicazioni scientifiche sono lo studio nel settore nucleare e dei cambiamenti climatici. L’energia nucleare fornisce circa il 20% del consumo di elettricità degli Stati Uniti.  Gli scienziati di Oak Ridge usano le simulazioni per migliorare la sicurezza e le prestazioni delle centrali nucleari. Con Titan, le simulazioni 3D di un reattore nucleare sono completate nel giro di ore anziché settimane. Gli scienziati del Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica 5 stanno tracciando l’impatto del cambiamento climatico simulando il sistema Terra con l’atmosfera, gli oceani, le terre emerse ed i ghiacciai. In un singolo giorno di simulazione, Titan permette agli scienziati di simulare 1-5 anni di dati confrontati con i soli 3 mesi di dati su Jaguar”.

Titan sarà accessibile a tutti gli scienziati?
“Come parte del programma INCITE del Dipartimento dell’Energia, Oak Ridge ha accettato proposte dagli scienziati di tutto il mondo ed ha assegnato tempo di calcolo su Titan a 32 progetti. Questi sono altri ricercatori che avranno ampio accesso a Titan nel 2013.”
(29 ottobre 2012)

domenica 28 ottobre 2012

Cambiare il Paese per non cambiare Paese .


NOI VOGLIAMO RESTARE: L'APPELLO

Più di un italiano su tre, tra i 18 e i 24 anni, è senza lavoro, e negli ultimi 5 anni sono stati persi 1,5 milioni di posti di lavoro tra gli under 35. La disoccupazione giovanile cresce tre volte più velocemente di quella complessiva, con picchi che superano il 50% per le donne nel Mezzogiorno. I pochi che lavorano, se non sono in nero, sono costretti a destreggiarsi tra i vari contratti precari, senza alcuna tutela da parte del sistema di welfare, senza alcuna protezione contro discriminazioni e licenziamenti arbitrari, senza alcuna possibilità di costruirsi autonomamente un percorso di vita dignitoso. Le disparità tra i generi vengono ampliate da una precarietà che è generalizzata, ma da cui le donne escono più difficilmente. Al paradosso di un Paese che ha pochissimi laureati, e non riesce a dare un lavoro neanche a quei pochi, si risponde chiudendo sempre di più l’accesso al sapere ed espellendo un numero sempre crescente di studenti dai luoghi della formazione con tagli e aumenti delle tasse.

Politici, editorialisti, imprenditori ci dicono che precarietà e disoccupazione giovanile sono un dramma, quasi non fossero le conseguenze di scelte politiche condivise, mirate a scaricare su noi tutti le contraddizioni del nostro sistema economico e i costi della crisi.

La politica continua a rifiutare di assumersi le proprie responsabilità, ed emblema di ciò è la recente riforma del mercato del lavoro che – nonostante le false promesse – non ha dato alcuna risposta concreta a tale situazione.

"Dobbiamo adattarci. Dobbiamo capire. Dobbiamo sacrificarci." A chiedercelo è una classe dirigente fatta in gran parte di corrotti e incapaci, che ha distrutto il tessuto economico, ambientale e civile del Paese, lasciandoci solo le macerie.

Cervelli in fuga? Noi vogliamo restare

Dalle macerie in tanti e tante hanno deciso di scappare. Precari in cerca di lavoro, ricercatori senza borsa, studenti stanchi di scuole e università fatiscenti. Migliaia sono le energie, le intelligenze, le risorse che vanno via dall’Italia.

Perché mai dovremmo restare in Italia, se qui non è possibile vivere con dignità, dare corpo alle nostre aspirazioni, mettere in gioco le nostre competenze?

Eppure noi crediamo di essere una risorsa. Se questo Paese va ricostruito, noi sappiamo di poterlo e doverlo fare.

Per riuscirci però abbiamo bisogno di un cambiamento qui e ora, che ci permetta di restare: non vogliamo il posto di qualcun altro, vogliamo costruire il nostro. Non chiediamo privilegi, ma semplicemente le condizioni di dignità e agibilità necessarie a prendere in mano il nostro futuro e quello dell’Italia, a mettere competenze, formazione e capacità al servizio di un progetto collettivo di cambiamento, senza favoritismi e senza clientele.

Serve però un grande sforzo collettivo, mettendo da parte ogni interesse parziale, avendo ben chiaro in testa l’obiettivo da condividere: un Paese all’altezza delle nostre aspettative, dei nostri bisogni, delle nostre speranze. Vogliamo cambiare l'Italia, vogliamo poter restare qui per farlo.

Cambiare il Paese, per non dover cambiare Paese

Dobbiamo costruire tutte e tutti insieme una grande battaglia contro la precarietà, per cancellare tutte le forme contrattuali che travestono da lavoro autonomo il lavoro subordinato e da lavoro parasubordinato il puro e semplice sfruttamento, per conquistare la dignità del lavoro, per combattere gli abusi e le illegalità che subiamo ogni giorno sulla nostra pelle, per sancire il diritto a una giusta retribuzione e a un sistema di tutele e ammortizzatori sociali che garantisca tutti e tutte, a prescindere dalla forma contrattuale.

Vogliamo cancellare la precarietà per entrare a testa alta in un mondo del lavoro che a sua volta deve essere rifondato su diritti e libertà. Dobbiamo ricostruire il diritto del lavoro, perché non sia possibile essere licenziati senza motivo, perché i nostri diritti fondamentali vengano sanciti da leggi e contratti nazionali inderogabili, perché valgano per tutti i settori e in tutti i territori, in una prospettiva di piena e vera cittadinanza europea. Perché la democrazia non si fermi alle porte dei luoghi di lavoro, ma a tutti e tutte venga garantita la possibilità di organizzarsi liberamente e decidere da chi essere rappresentati.

I diritti, le tutele e le libertà devono crescere per stare al passo del lavoro che cambia, per non lasciare indietro nessuno. Serve un nuovo sistema di welfare universale, che dia la possibilità di vivere in maniera dignitosa a uomini e donne, a chi ha un lavoro dipendente e a chi ne ha uno autonomo, un sistema che ci tuteli durante i periodi di lavoro intermittente e disoccupazione, che ci sostenga quando siamo sottoimpiegati o sottopagati, che ci garantisca l’accesso a diritti fondamentali come la casa o la scelta di avere un figlio. E questo nuovo welfare, come avviene ormai in tutta Europa, deve prevedere un reddito minimo garantito, che ci renda autonomi dalla famiglia e liberi dal ricatto occupazionale. Che contribuisca a fermare il livellamento verso il basso di salari e diritti, permettendoci di scegliere liberamente i nostri percorsi personali, di formazione e professionali e di valorizzare al meglio le nostre capacità, le nostre competenze, le nostre energie.

Stabilire queste condizioni minime di dignità significherebbe permetterci di restare in Italia e di metterci al lavoro, liberando le energie nuove che servono a ricostruire il nostro Paese. Ma non servirebbero a molto, se non avessimo in mente la direzione da prendere. Perché ci siano i diritti del lavoro, per dirla brutalmente, ci dev’essere il lavoro. La nostra generazione deve essere in grado di far fare all’Italia uno scatto di innovazione senza precedenti, imprimendo una nuova direzione allo sviluppo, coinvolgendo le università, le forze sociali e le comunità locali nella costruzione di nuove filiere produttive, al servizio del territorio e della società, invece che della loro distruzione. Un nuovo sviluppo che sappia liberare i nostri territori dall’illegalità dilagante nell’economia e nella società, dal dominio feroce e violento della criminalità organizzata, da connivenze e complicità tra affari, mafia e politica. Dobbiamo valorizzare il più possibile tutte le esperienze che arrivano dal basso, dalla cooperazione, dell'associazionismo, dal mutualismo, in un'ottica di apertura e condivisione di tutte le politiche pubbliche, in particolare quelle sociali e culturali. Serve la pianificazione democratica e partecipata di un nuovo modello produttivo per l’Italia, servono nuove politiche industriali, ambientali ed energetiche che vadano nella direzione di una nuova idea di sviluppo, rispettosa dell’ambiente e delle persone, libera dai dogmi del profitto e capace di compiere una vera redistribuzione della ricchezza.

Una sfida del genere richiede risorse e competenze all’altezza, mentre l’Italia ha ancora meno della metà dei laureati rispetto alla media OCSE e un investimento su scuola, università e ricerca tra i più bassi in Europa. Non si può pensare di cambiare l’Italia senza portare il nostro sistema di istruzione e formazione al livello di finanziamento degli altri Paesi europei, senza liberare l’accesso ai saperi da barriere economiche oggi insormontabili, senza porsi l’obiettivo di un’istruzione e formazione di qualità per tutte e per tutti, di una ricerca pubblica al servizio dell’innovazione in senso ambientale e sociale, di un sapere libero da vincoli aziendali e confessionali.

La sfida non è più rimandabile

Ci mettiamo in gioco, in prima persona, perché non abbiamo mai delegato nulla a nessuno e non vogliamo e non possiamo cominciare a farlo adesso Le idee e la voglia di partecipare che abbiamo dimostrato nelle mobilitazioni degli ultimi anni ci devono tenere insieme, non permettendo alle logiche partitiche ed elettorali di dividerci e strumentalizzarci. Dobbiamo metterci tutte e tutti al lavoro da subito, costruendo le condizioni per una partecipazione di massa della nostra generazione, rafforzando e moltiplicando i tanti utili percorsi che sono già in campo, dai referendum su articolo 8 e articolo 18 alla proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo. Presi singolarmente, questi percorsi rischiano di risultare isolati e limitati, ma se lavoriamo insieme possiamo costruire una proposta all’altezza della complessità delle sfide che abbiamo davanti.

Vogliamo quindi lanciare alle realtà e alle persone che condividono questi obiettivi un percorso partecipato, una grande campagna di idee e azioni, capace di incidere a livello locale e nazionale, confrontandoci chiaramente nel merito delle questioni e attivandoci in prima persona.

Proponiamo di iniziare a discuterne tutti insieme a Firenze nell’ambito delle iniziative per il decennale del Forum Sociale Europeo, un appuntamento fortemente simbolico che vogliamo riempire di contenuti veri e attuali, per evitare inutili autocelebrazioni e inserire la nostra battaglia nel contesto europeo delle mobilitazioni contro l'austerity e per la costruzione di un nuovo modello democratico e sociale per tutti i popoli del continente.

Ci incontreremo il 10 novembre per confrontarci, a partire da questi spunti, su come dar vita a una campagna nazionale di partecipazione politica, impegno sociale e iniziativa pubblica radicata in tutti i territori, con tutti gli strumenti che individueremo assieme come opportuni, su questione generazionale, precarietà, welfare, lavoro e ambiente, sul nostro presente e il nostro futuro, che è il futuro di tutte e tutti.

Sappiamo che fuggire può essere la strada più semplice, sappiamo che spesso è necessario ed inevitabile, ma noi vogliamo restare qui e sappiamo che l’alternativa alla fuga dipende da noi.

Fonte : da www.facebook.com/vogliorestare

martedì 23 ottobre 2012

Funghi, è arrivata la stagione e… le intossicazioni


Tutti  gli indirizzi  utili per non correre rischi di avvelenamento
 I CONSIGLI PER RACCOGLIERE E MANGIARE I FUNGHI IN SICUREZZA


Se si seguono i consigli degli esperti si può fare una scorpacciata di funghi senza rischiare la salute o anche la vita
Raccogliere e consumare funghi in sicurezza con le indicazioni del Ministero della salute
Le cronache ce lo confermano: è arrivata la stagione dei funghi e, con essa, anche i casi di intossicazione, più o meno grave.

Sono infatti in molti che, anche solo per un’occasione di una gita fuoriporta, si cimentano nell’arte della raccolta di queste prelibatezze di natura che, tuttavia, possono nascondere seri pericoli.
I rischi cui si va incontro con una raccolta e poi consumo sconsiderato dei funghi vanno dalla “semplice” intossicazione finanche alla morte. Improvvisarsi esperti dunque non è la strada migliore da seguire. Così, per aiutare tutti coloro che intendono cucinare quanto raccolto nei boschi, il Ministero della salute ha predisposto tutta una serie di servizi e opuscoli scaricabili gratuitamente.

L’iniziativa del Ministero nasce a seguito delle diverse segnalazioni ricevute dal Centro Antiveleni (CAV) di Milano. Gli esperti del CAV hanno evidenziano come negli ultimi due anni ci sia stato un aumento delle richieste di consulenza che sono state fornite, sia per telefono che in sede, a pazienti coinvolti in presunte o reali intossicazioni da funghi. A molti di questi soggetti è stato anche necessario prestare le specifiche cure.

Le manifestazioni determinate dai funghi tossici – avvertono dal Ministero – spesso possono essere confuse con sindromi influenzali e vengono trattate come tali, in genere con un pericoloso ritardo nella impostazione della terapia adeguata.

Proprio per prevenire i casi di intossicazione sono stati predisposti l’opuscolo “I funghi: guida alla prevenzione delle intossicazioni” (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_149_allegato.pdf) e il decalogo “Consumare funghi... in sicurezza” (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_149_ulterioriallegati_ulterioreallegato_0_alleg.pdf) con utili consigli per i consumatori che si possono scaricare qui facendo clic sul titolo.

Per approfondire è possibile consultare la Sezione funghi (http://www.salute.gov.it/sicurezzaAlimentare/paginaMenuSicurezzaAlimentare.jsp?menu=funghi&lingua=italiano), L’elenco degli Ispettorati micologici (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_1178_listaFile_itemName_0_file.pdf) sul territorio nazionale, a cui i consumatori possono rivolgersi in caso di dubbi e, infine, l’Elenco Strutture ospedaliere di (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_1179_listaFile_itemName_0_file.pdf) di riferimento per le intossicazioni da funghi.

Seguendo i consigli del Ministero possiamo assicurarci una buona mangiata di funghi in tutta sicurezza.
Fonte : La Stampa