mercoledì 13 giugno 2012

NO - io non intendo mantenere in vita col mio sangue il vampiro che mi sta prosciugando da anni e se possedere la casa è un reato,mi dichiaro sin d'ora assolutamente colpevole e senza troppi convenevoli vi mando esplicitamente affanculo!"


"Da qualche giorno in posta ci sono file spaventose di gente che deve buttar via una mattinata per pagare l'IMU ! l'IMU !!! l'IMU... questa specie di mefistofelico rebus cripto-tassa, estorsione di stato, obolo forzato odioso pizzo preteso dal sistema, senza altro fine che quello di far perdurare se stesso ancora un pò fino alla prossima spremitura del popolo bue .
Tutti in fila ordinatamente col numerino in mano per versare poi allo sportello grasse mazzette di euro.
A me personalmente non è arrivato alcun avviso e dato che sinceramente non so quali siano le modalità da seguire per pagarla e siccome non ho tempo da perdere con i dottori commercialisti, preferirò opporre ricorso all'eventuale notifica che mi dovesse arrivare.
Ciò che davvero procura maggior fastidio è sapere in anticipo che questo nuovo sacrificio non arrecherà alcun vantaggio alla collettività ma servirà esclusivamente a mantenere intatti i privilegi di coloro che hanno rovinato l'italia.
NO - io non intendo mantenere in vita col mio sangue il vampiro che mi sta prosciugando da anni e se possedere la casa è un reato,mi dichiaro sin d'ora assolutamente colpevole e senza troppi convenevoli vi mando esplicitamente affanculo!" Dario Del Sogno, Trieste
Dal blog di Beppe Grillo

lunedì 11 giugno 2012

I partiti e le sfide del Grillo-Montismo



di ILVO DIAMANTI, da repubblica

Il post-berlusconismo, oggi, ha due eredi, due volti, due modelli. Monti e Grillo. Diversi e anche di più. Quasi alternativi. Eppure complementari, simmetrici. Interpretano le due principali risposte alla crisi della "democrazia del pubblico" all'italiana. Dove il rapporto con la società è mediato dai media tradizionali, in primo luogo la televisione. Dove i partiti sono "personali", più che personalizzati. Prolungamenti del leader. Dove il leader si presenta ai cittadini, pardon: al pubblico e agli "spettatori", in modo "immediato", più che diretto. Imitandone i vizi assai più delle virtù. Dove, nella selezione della classe politica e dirigente, non importano le qualità etiche. Semmai quelle estetiche. Conta l'immagine. Contano i rapporti - professionali, di interesse, personali e di varia natura - con il "Capo". Conta la fedeltà al leader, ben più della competenza. Il PMM: il Partito Mediale di Massa, creato da Berlusconi. Ha rimpiazzato la partecipazione sociale con i sondaggi. I valori e l'identità con il marketing politico.

Questo modello non funziona più. Perché la distanza fra la realtà mediale e quella reale è divenuta insostenibile. La narrazione della vita ha perso il contatto con la vita. E, alla fine, i cittadini si sono stancati dello spettacolo della politica. Non sopportano più di essere spettatori e attori, al tempo stesso, di un irreality show frustrante. Così è finito il Berlusconismo.
Abbandonato dai fan. Ma dal suo declino non ha tratto grande vantaggio l'opposizione. I partiti di centrosinistra. Troppo invischiati nel passato e nel presente. Come nel 1992, dopo Tangentopoli.

Sono emersi, invece, due soggetti (in parte) nuovi. Monti, anzitutto. Una risposta politica "dall'alto". Perché interpreta la domanda di competenza e di autorevolezza delle classi dirigenti. È il governo degli esperti, voluto dal Presidente e legittimato dal Parlamento a causa dell'impotenza dei partiti. Monti. Non imita la "gente comune". Non ne sarebbe capace. Anche se cerca la complicità dei talk tivù Pop-olari, non è facile assumere un profilo Pop annunciando misure imPop-olari. Monti: interpreta la Politica senza - in qualche misura "contro" - i partiti. E senza i Media. Non a caso a capo della tv pubblica ha posto tecnici. Con poche esperienze televisive. (Sollevando il risentimento del PMM, per cui la tv è tutto). Monti. Il suo potere è legittimato dalle competenze e dalla fiducia di cui dispone presso i mercati. Internazionali. Che pesano anche sul consenso popolare.

Grillo e il Movimento 5 Stelle (M5S) costituiscono la risposta "dal basso". Alla crisi politica del Berlusconismo, ma anche ai limiti del Montismo. Dal Basso, perché il M5S veicola la domanda di partecipazione espressa dai movimenti e dai comitati, sorti intorno a rivendicazioni locali e sociali legate ai beni comuni. Perché promuove nuovi leader, giovani, attivi nella società. Perché intercetta la contestazione e la protesta contro "l'Alto": i Partiti e i loro gruppi dirigenti. Contro le oligarchie dei partiti e contro i partiti ridotti a oligarchie. Grillo e il M5S sono "alternativi" al Berlusconismo, anche se ne ereditano alcuni tratti. Anzitutto, la capacità di gestire la comunicazione e la personalizzazione. Grillo è un professionista, un attore della scena mediatica - e teatrale. Da molto più tempo di Berlusconi. Ma ha abbandonato la televisione. Per necessità oltre che per scelta. È andato nelle piazze. E ha sperimentato la rete e i Social Network, che realizzano una comunicazione "orizzontale". Servendosi della consulenza di "esperti" e professionisti della Rete, come Casaleggio. Il M5S è una sorta di nuovo modello di Network politico. Che mette in comunicazione molti, diversi luoghi - o meglio, "siti" - sociali e locali. Ma Grillo e il M5S sono l'antipartito - oltre che l'Anti-Berlusconi.

Alternativi al Montismo. A sua volta, espressione della Politica dall'Alto. In mano ai tecnici. Ai poteri economici e finanziari. Interni e internazionali. Mentre i giovani del M5S, come ha sostenuto Grillo, intervistato da Gian Antonio Stella: "Hanno dietro i più bravi consulenti della rete. Fiscalisti, urbanisti, geologi, esperti di bilanci. Tutta gente che si mette a disposizione gratuitamente. Con un entusiasmo che gli altri se lo sognano". Monti e Grillo: sono entrambi "dentro" e "fuori" la democrazia rappresentativa.

Dentro. Monti, ovviamente. Perché occupa ruoli istituzionali importanti, già da molti anni. Prima e dopo l'avvento del Berlusconismo. E perché la sua azione, oggi, è legittimata dai partiti e dal Parlamento degli eletti (o, meglio, dei "nominati"). Grillo e il M5S: perché agiscono mercato politico. Competono alle elezioni - oggi amministrative e domani legislative - per eleggere i loro candidati. Nelle istituzioni rappresentative. Perché danno visibilità e rappresentanza a domande politiche e a componenti sociali, altrimenti escluse, comunque ai margini. Fuori. Perché entrambi sono emersi "fuori" dai canali tradizionali della democrazia rappresentativa. I partiti e la classe politica. Fuori dai media che caratterizzano la "democrazia del pubblico". Di cui Monti sottolinea l'incapacità di governare. Grillo e il M5S: l'incapacità di "rappresentare" - e di far partecipare direttamente - i cittadini.

È il Grillo-Montismo. Diagnosi e denuncia del male che oggi affligge la Politica e la "democrazia rappresentativa". Entrambi anti-partitici e post-berlusconiani. Due risposte, peraltro, anch'esse parziali. Perché le istanze partecipative espresse da Grillo devono dimostrare di essere in grado di "governare" e di aggregare le diverse componenti e i diversi interessi della società. Perché l'aristocrazia di governo espressa da Monti e dagli esperti deve, comunque, guadagnarsi il consenso dei cittadini, oltre a quello, incerto, dei mercati. E il consenso dell'opinione pubblica, misurata dai sondaggi, resta elevato. Ma è instabile e in sensibile calo, rispetto a due mesi fa. Mentre il consenso elettorale - l'unico che conti nelle democrazie rappresentative - dipende dalla disponibilità dei tecnici di "mettersi in gioco" alle prossime politiche. In una lista - nuova o tradizionale. Così, ad oggi, Monti deve affidarsi al "consenso" del Parlamento dei - vecchi - partiti.
Il Grillo-Montismo annuncia, dunque, cambiamenti profondi. Come e forse più dei primi anni Novanta. Una stagione instabile, dove le fratture e le idee politiche tradizionali rischiano di essere fuori tempo. E all'alternativa fra destra, centro e sinistra o fra liberismo e laburismo si sostituisce quella, fluida e indefinita, fra vecchio e nuovo. Che non è certamente nuova, ma resta quanto mai attraente e dirompente.
(11 giugno 2012)

sabato 9 giugno 2012

PD E PDL VERSO LA SICURA ESTINZIONE


Il Pd e il Pdl faranno la fine dei partiti greci Pasok e Nuova Democrazia, spazzati via nelle urne dal popolo ellenico, intuitivamente consapevole del rapporto incestuoso e politicamente corruttivo che lega i leader dei principali partiti, Venizelos e Samaras, alla tecnocrazia schiavista insediata a Bruxelles in posizione di assoluta subalternità. Questa convergenza parlamentare tra forze di finta-destra e forze di fonta-sinistra, unite nell’applicare le stesse identiche politiche folli e criminali cristallizzate anche nel famoso Memorandum, ha determinato l’ovvia esplosione elettorale di un partito, Syriza, che esprime una classe dirigente credibile, ben guidata dalla figura carismatica di un giovane leader come Alexis Tsipras. Nei Paesi dell’area euro culturalmente più deboli e provinciali, come l’Italia  e la Grecia, l’oligarchia che usurpa  le istituzioni europee ha deciso di applicare lo stesso schema di gioco al  fine di valutarne freddamente gli effetti. Questo esperimento, non meno crudele di quelli più noti del nazista Mengele, ha dimostrato alcune cose. 1) La formazione di governi di larghe intese, sulla scia dell’atteggiamento complice e ipocrita della nomenclatura dei partiti che esprimono una nutrita compagine parlamentare, genera ad ogni latitudine vuoti di consenso riempiti da chi assume posizioni di forte critica.2) Non è più sufficiente, al fine di impedire che la pubblica opinione colga la strumentalità interessata di alcune spericolate operazioni politiche (tipo quella che ha portato Monti al governo), il controllo  ossessivo dei principali media, televisivi e cartacei. Internet ha già evidentemente modificato equilibri e rapporti di forza che parevano granitici. Se in Grecia Syriza diventa dal nulla il primo partito, in Italia il Movimento 5 Stelle conosce una crescita inarrestabile di consensi. Dinamiche simili ma logiche profondamente differenti. Syriza è un partito che ha sviluppato una piattaforma politica coerente ed economicamente ferrata, il movimento di Grillo vive invece sulle folate istrioniche del suo geniale ma cameratesco guru barbuto. Non è una differenza da poco. In ogni caso Pdl e Pd si avviano con animo differente verso la sicura estinzione. Mentre l’atteggiamento di Berlusconi è chiaramente il risultato di un cinico baratto (immolo il partito alla causa, sembra dire il re di Arcore, a patto che mi garantiate impunità e salvaguardia dei miei personalissimi interessi economici), il Pd morirà come al solito di stupidità e supponenza. Bersani, e con lui quella specie di orripilante politburo che guida il partito con rara miopia, è intriso di quella stessa cultura sovietica convinta che le masse asinine vadano guidate perché incapaci di cogliere la profondità degli eventi. Nelle urne invece l’imitatore di Crozza a sua insaputa si accorgerà che le masse, per quanto coglione, non sono stupide quanto il segretario del Pd e hanno capito tutto benissimo. Alcuni quarantenni che militano con ruoli differenti nel Pd e nel Pdl, ancora troppo giovani per finire sulle panchine dei giardinetti, fiutata l’aria, hanno cominciato intelligentemente a riposizionarsi. A sinistra, il responsabile economico del Pd Stefano Fassina ha infranto il tabù delle elezioni anticipate, ritrovando la voce dopo un lungo e colpevole periodo di ingiustificata afonia. A destra, dove la percezione di imbarcare acqua fino ad affondare è ben più presente, è improvvisamente uscito allo scoperto, attraverso un’intervista al quotidiano dei vescovi Avvenire, il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti, calato nelle insolite vesti del rottamatore per l’occasione (clicca per leggere). Il mare è in tempesta e le scialuppe sono finite. Questa volta si salveranno solo quelli che sanno nuotare per davvero.

di Francesco Maria Toscano, da www.il moralista.it

Cosa c'è sotto l'Italia


di MARIO TOZZI, dalla stampa

Sotto la Pianura Padana, il luogo anche simbolicamente più tranquillo e produttivo del paese, non c’è un mostro e nemmeno un killer silenzioso e infido. Però là sotto si annida una realtà geologica che non rassicura e che, anzi, allarma cittadini e istituzioni. Successioni di rocce stratificate che giacciono piegate e spezzate al di sotto dei sedimenti sabbiosi del Po, un frammento avanzato del continente africano che si scontra con quello europeo da milioni di anni.

Da questa collisione sono nati Alpi e Appennini, e da questa collisione derivano i fenomeni vulcanici del Sud Italia e, più o meno direttamente, i sismi dell’intero Paese. Conosciamo bene questa grande piega sotterranea allungata per decine di km in direzione Est-Ovest da Modena a Ravenna. È ben rappresentata nelle mappe e nelle sezioni geologiche e sappiamo che si trova attualmente in uno stato di stress attivo che ha già generato almeno tre rotture di rocce in punti diversi: Finale Emilia, Mirandola e Ravenna per semplificare. Purtroppo l’osservazione diretta di queste strutture geologiche non è possibile: non basterebbe un solo pozzo e il più profondo che gli uomini abbiano mai scavato arriva appena a 14 km, contro una fascia sismica terrestre che può toccare i 700 km di profondità.

Per questo è possibile fare una previsione del tempo e non una del terremoto: non riusciamo a guardare in faccia gli elementi che si scontrano in profondità e possiamo solo condurre deduzioni indirette, fondate su pochi dati del sottosuolo e sulla geologia di superficie. Non sappiamo perciò, e non possiamo sapere, quando la struttura accumulerà abbastanza tensione per rompersi ancora, ma sappiamo che lo farà prima o poi, perché quella tensione è in accumulo ed è quell’accumulo che ha generato la struttura stessa.

Sono i dati geologici a dircelo più che quelli sismologici: non si sono riscontrati, per intenderci, fenomeni eclatanti che potrebbero portare a una previsione o a un allarme: non si intorbidano le acque, non si sprigionano gas dal sottosuolo. Un dato che abbiamo (del Cnr) è che, dopo la scossa del 29 maggio, il suolo nell’area si è sollevato di 12 cm, anche se questo non vuol dire che si approssimi un sisma.

Non possiamo prevedere i terremoti, ripetono gli esperti come in un mantra, ed è vero; ma possiamo prestare attenzione al quadro geologico complessivo quando questo si è improvvisamente attivato dopo cinquecento anni, come è accaduto nel Ferrarese. Sappiamo che le scosse di replica si susseguiranno per settimane, che ce ne possono essere di magnitudo comparabile a quella iniziale e non possiamo escludere che un altro segmento di quella struttura sepolta si possa riattivare.

Quello che però meglio sappiamo è che una scossa che dovesse colpire ancora le zone in cui le strutture sono state così indebolite sarebbe estremamente più distruttiva della magnitudo che potrebbe sviluppare. E sappiamo che scosse che dovessero colpire il settore orientale dell’Emilia troverebbero quegli abitanti e quelle case impreparati come i cittadini di Finale o di Mirandola. Molte volte l’energia del sottosuolo si è accumulata per mesi e poi si è liberata asismicamente oppure si è cristallizzata: questa è la speranza.

L'intervista del direttore della Gazeta Wyborcza al presidente della Repubblica


Napolitano: il mio cammino verso il Quirinale
"Mito dell'Urrs fu anche una prigione per il Pci"
L'intervista del direttore della Gazeta Wyborcza al presidente della Repubblica. Che ripercorre 70 anni di storia italiana e ricorda i grandi nomi della politica. Senza dimenticare l'autocritica. E sul futuro dice: "Per l'Europa non ci sono alternative all'unità. In Italia dobbiamo riaffermare il concetto di solidarietà"
di ADAM MICHNIK, da Repubblica

Il dialogo che pubblichiamo tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il direttore della Gazeta Wyborcza, Adam Michnik, esce oggi in contemporanea su "Repubblica" e sul quotidiano polacco alla vigilia della visita del Capo dello Stato in Polonia. Napolitano è legato a Michnik da un'antica consuetudine, che risale agli anni in cui l'intellettuale polacco era uno degli esponenti di primissimo piano del dissenso e dell'opposizione al regime comunista.

Signor Presidente, fra alcuni giorni Lei verrà in Polonia. Che idea se ne è fatto? E gli Italiani che idea ne hanno?
"Nel nostro paese è sempre vivo il sentimento della tradizionale amicizia che ci lega ai polacchi. L'anno scorso si è celebrato il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Abbiamo cercato di ricostruire e trasmettere il senso di quello che fu per l'Europa di quel tempo l'unificazione nazionale dell'Italia rispetto al movimento per l'indipendenza nazionale in altri paesi, e tra questi la Polonia. Ho visitato Bergamo, la città natale di Francesco Nullo  -  un esempio eccezionale di combattente per la libertà sia in Italia che in Polonia. Oggi la Polonia è considerata da noi un paese amico di vecchia data e un partner importante per l'Europa, un anello di congiunzione fra il nucleo storico dell'Europa Occidentale e quei paesi che, dopo il 1989, sono entrati a farne parte. Forse nessuno meglio di Bronislaw Geremek ha espresso una visione dell'Europa che ha nella sua diversità
una grande ricchezza e un patrimonio per il futuro. A parte i tre grandi Stati fondatori della Comunità Europea  -  la Francia, la Germania e l'Italia  -  e oltre il quarto grande paese, la Gran Bretagna poi entrata a farne parte, oggi la Spagna da un lato e la Polonia dall'altro sono diventati e possono diventare ancora, più di altri, protagonisti fondamentali nell'Unione Europea.

Ci siamo conosciuti 35 anni fa. Sono venuto a trovarLa a Roma quando ero, all'epoca, ufficiosamente ambasciatore del Comitato di Difesa degli Operai in Occidente.
"Me ne ricordo perfettamente".

Ho pensato allora che Lei aveva iniziato da comunista ad opporsi al fascismo. Poi si è fatto strada: è stato eletto presidente dell'Italia democratica. Che cosa pensa quando ripercorre tale periodo?
"Il sentiero della mia vita è un processo passato attraverso prove ed errori. Sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato  -  più che per scelta ideologica  -  per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio paese. Nell'arco dei decenni, ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all'inizio era rimasta chiusa la mia formazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute. Ho riassunto questo mio percorso nel titolo della mia autobiografia Dal Partito Comunista Italiano al socialismo europeo. Le ultime parole del mio libro (uscito nel 2005), nelle quali ancora mi riconosco, sono state che per l'età che avevo ero destinato 'alla testimonianza e alla riflessione'. Non immaginavo che poco dopo sarei stato richiamato in servizio! Finivo dicendo "è il tempo del ricordo affettuoso dei tanti con i quali ho combattuto buone battaglie e sostenuto cause sbagliate, e cercato via via di correggere errori, di esplorare strade nuove".

Capisco che, parlando di errori, Lei intende il periodo staliniano?
"Intendo il periodo in cui ero membro attivo di un Partito Comunista che non era un partito stalinista come molti altri in quanto aveva una fondamentale matrice antifascista e democratica e comprendeva forti componenti liberali, ma era pur sempre nato nel solco dell'Internazionale Comunista, e quindi portava nel suo Dna il mito dell'Unione Sovietica e il legame col movimento comunista mondiale. Questi elementi originari, a un dato  momento, sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi".

Ho avuto sempre la sensazione che il Partito Comunista Italiano fosse diverso dagli altri. Ho seguito le pubblicazioni dei comunisti italiani. Vorrei chiederLe di alcuni personaggi. Parliamo prima di Antonio Gramsci.
"Gramsci, gravemente malato, era stato trasferito dal carcere in una clinica dove morì nel 1937. Per un giovane come me, nato nel 1925 nell'Italia fascista, il suo nome era totalmente sconosciuto. Per tutti coloro che in Italia si occupavano di politica, e anche per il mondo della cultura, Gramsci, a partire dal 1946-47, rappresentò una grande scoperta. Prima furono pubblicate le sue Lettere dal Carcere e poi tutte le sue note ne I quaderni, che lo hanno rivelato come uno dei più forti e originali pensatori del XX secolo, lontano dal dogmatismo, e molto attento ad ogni aspetto della storia d'Italia e della storia internazionale".

E Palmiro Togliatti?
"Compagno di studi all'università di Torino di Antonio Gramsci, fu con lui tra i fondatori del Partito Comunista Italiano. Con l'avvento del fascismo visse fuori d'Italia  -  in Francia, e soprattutto nell'Urss. Fu un campione di 'Realpolitik'. Costruì un partito di notevole rilievo e conservò la sua autonomia nel mondo comunista, però non ruppe mai il legame con l'Urss. All'avvento di Kruscev, e rispetto alla famosa pubblicazione del suo rapporto segreto, Togliatti mostrò sconcerto e anche diffidenza verso il nuovo leader sovietico. Tuttavia egli fu spinto da alcuni dirigenti del partito  -   faccio due nomi, Giancarlo Pajetta e Giorgio Amendola, non ancora cinquantenni, che erano considerati 'giovani promesse' del partito  -  ad abbracciare la linea della destalinizzazione".

Vorrei chiederLe dell'anno 1956. Da un lato apparivano sentimenti antistaliniani nel partito, dall'altro si verificava l'appoggio all'intervento sovietico a Budapest.
"Innanzitutto fu una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti. Poi, anche prima che si ammettesse l'errore, si comprese la lezione: per cui, quando nel 1968 (Togliatti era già deceduto da 4 anni) ebbe luogo l'intervento armato dell'Urss e degli altri paesi del blocco sovietico in Cecoslovacchia, il Pci ufficialmente si schierò contro quell'intervento".

Nel 1968 ero in prigione, dove l'unica fonte di informazione era il giornale ufficiale del Partito Trybuna Ludu. Quando lessi che tale intervento era stato appoggiato dal Partito Comunista del Lussemburgo, mi resi conto subito che il Pci si era opposto.
"Altrimenti un comunicato di appoggio del Pci sarebbe certamente apparso sul giornale".

Naturalmente, in prima pagina, e loro si vantarono del Lussemburgo. Ancora un nominativo: Ignazio Silone.
"Silone ci riporta al periodo oscuro del fascismo. Ignazio Silone era un comunista, che lasciò il partito e diventò fondamentalmente un socialdemocratico. Dopo l'apertura degli archivi fascisti, apparvero documenti che lo indicavano come un collaboratore della polizia fascista. Una sentenza definitiva sul piano storico non è stata possibile".

Quali erano, nel periodo dell'eurocomunismo, dalla metà degli anni settanta, i rapporti fra la direzione del Pci e i dirigenti sovietici? Come reagì il partito al rifiuto del modello sovietico da parte di alcuni partiti comunisti?
"In quel periodo iniziarono forti tensioni. C'era una grande preoccupazione tra i dirigenti sovietici che, se non accusarono il Pci di tradimento, poco ci mancò. In quel periodo venne pubblicata in Italia la storia dell'Unione Sovietica di Giuseppe Boffa, uno storico comunista italiano. Nell'Urss venne tradotta solo per i membri del comitato centrale, perché si pensava che solo le persone "vaccinate" potessero leggerla (fu poi Gorbacev che la fece pubblicare normalmente). La direzione del Pcus elaborò un documento nel quale alcuni dirigenti del partito italiano furono accusati, insieme a Boffa, di antisovietismo. Tra quei nomi c'era anche il mio. Per fortuna vivevo in Italia".

Ha mai parlato con Breznev?
"Mai".

Con chi della direzione sovietica ha parlato?
"Con Michail Suslov, il grande ideologo. Indubbiamente era un uomo molto intelligente, ma schematico e duro. Non si spostava minimamente dalle sue posizioni. Ho incontrato anche Boris Ponomariov, personaggio meno importante, che nel Pcus si occupava dei rapporti con gli altri partiti comunisti. Se Suslov era considerato l'ideologo, Ponomariov ne era il fedele esecutore. Naturalmente ho avuto a che fare, anche in seguito, con personaggi interessanti dal punto di vista intellettuale".

Con Gorbacev?
"Gorbacev venne in Italia ai tempi di Breznev, ma allora non mi incontrai con lui. Ritornò anche nel 1984 per il funerale di Enrico Berlinguer, quando ancora non era segretario generale del Pcus. In seguito, lo incontrai  parecchie volte in Italia: in una di quelle occasioni,  sottolineò che era stato molto influenzato dall'eurocomunismo del Pci. Quando, nel 1987, andai a Mosca accompagnando il segretario generale del Pci di allora, Alessandro Natta, successore di Berlinguer, parlammo con Gorbacev per sei ore. Egli ci espose il suo progetto e disse che era convinto che nell'Urss si dovesse creare uno Stato di diritto. Lo interruppi e gli chiesi se la traduttrice avesse capito bene le sue parole - ed egli le confermò. Probabilmente non si rese conto dei cambiamenti radicali che avrebbe implicato la creazione di uno Stato di diritto nel suo paese".

Che tipo di uomo era Berlinguer?
"Di carattere era molto discreto, riservato e severo, tratti comuni e tipici del temperamento sardo. Era una persona molto seria che faceva politica in maniera molto rigorosa. Era arrivato fin sull'orlo della rottura con il Pcus, ma lì si fermò. Penso che temesse che il Pci, un grande partito di massa e popolare, se avesse in qualche modo rinnegato la propria origine, si sarebbe diviso e disgregato. A mio avviso, il grande equivoco fu quello del carattere rivoluzionario del partito. Secondo questa visione mitica, il partito non poteva rinunciare all'idea di un'altra società, di un altro sistema. Berlinguer, che pure era profondamente legato a tutte le conquiste democratiche e che dimostrò di difenderle tenacemente quando esse, in Italia, erano in pericolo, riteneva che il Pci dovesse essere portatore di una idea (o di una utopia) di un diverso sistema economico e sociale, di un socialismo radicalmente alternativo al capitalismo".

Quando si è consolidata la convinzione che il modello sovietico era semplicemente una dittatura?
"Berlinguer ne appariva consapevole già negli anni '70. Ma questa convinzione coesisteva in qualche modo con la fiducia nell'utopia di cui ho detto, e in palese contrasto con essa. Berlinguer manifestò un grandissimo coraggio, quando nel 1977 andò al congresso del Pcus a Mosca per dire (è una sua frase famosa) che 'la democrazia è un valore universale'. L'affermazione fu un colpo fortissimo all'edificio ideologico, propagandistico, creato intorno all'Urss. Ma Berlinguer esitò a trarne tutte le conseguenze".

E Lei, quando ha pensato che il modello sovietico non era quello che ci voleva?
"A partire da Dubcek: la Primavera di Praga fu per me assolutamente rivelatrice".

Come sono state, nella politica italiana, le relazioni tra il mondo cattolico e quello laico.
"Hanno assunto una nuova prospettiva ai tempi della lotta contro il fascismo. Esisteva allora nel cattolicesimo una importante corrente antifascista, con personaggi come Alcide de Gasperi che ancora prima della Grande Guerra ('14-'18) si era affermato come deputato nel Parlamento di Vienna, dove rappresentava gli interessi della popolazione italiana del Trentino. Ai tempi del fascismo fu completamente emarginato e riparò in Vaticano. Vi fu poi un secondo momento di avvicinamento tra democratici cattolici e laici, con la generazione successiva, più giovane, di cattolici avvicinatisi alla politica democratica  nell'Assemblea Costituente del 1946,  partecipando ai lavori sulla legge fondamentale. La nostra Costituzione è stata scritta da molte mani, e un ruolo importante vi hanno svolto menti e mani cattoliche, come Amintore Fanfani e, meno noto ma molto importante, Giuseppe Dossetti, più di sinistra".

Una formula a suo tempo popolare, anche in Polonia, era stata il "compromesso storico" (nel testo polacco il termine viene usato in italiano e in polacco). In che cosa consisteva - fu un'idea del partito comunista con la democrazia cristiana?
"Se dovessi definirlo in termini europei, lo chiamerei semplicemente un progetto di grande coalizione. Ma nel concetto di 'compromesso storico' c'erano molte sovrastrutture ideologiche. E il Partito Comunista Italiano, e soprattutto Berlinguer, per giustificare la prospettiva di alleanza politica e di governo con i democristiani, elaborarono una idea di possibile confluenza tra i valori cattolici e i principi socialisti. A mio avviso, questa visione ideologica rappresentò un elemento di debolezza. Infatti, quando dal 1976 al gennaio 1979 i comunisti e i democristiani collaborarono in Parlamento, da parte della Democrazia Cristiana la giustificazione di tale stato delle cose fu puramente politica. Ricordo che nel 1976 il Pci ottenne un ottimo risultato elettorale, il 34% ; i democristiani invece persero un po' di terreno prendendo il 38%. Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana, affermò : "Ci sono due vincitori" e lavorò perché raggiungessero un accordo. I leader del partito comunista dal canto loro sostennero che bisognava trovare una intesa per vincere il terrorismo interno e l'inflazione galoppante che minacciavano il Paese. In effetti, da ambedue le parti le motivazioni furono politiche, così come furono politici i motivi di chiusura di questa fase della vita politica e di rottura di quell'accordo ; e risultò artificiosa l'impalcatura ideologica del 'compromesso storico'. Per il Pci divenne insostenibile l'appoggio al governo (interamente democristiano) restandone fuori, anche se con possibilità di influire sulle sue decisioni. Questa era una posizione molto scomoda, 'in mezzo al guado' come allora si diceva. E d'altra parte la Democrazia Cristiana non arrivava ad accettare la partecipazione del PCI al governo".

Quello fu in Italia tempo di assassinii politici, di attentati  -  gli anni di piombo (termine usato in italiano e in polacco). Da dove derivava questo piombo?
"Ogni anno si svolge in Italia una giornata di commemorazione delle vittime del terrorismo, sulla base di una legge adottata dal Parlamento, e ho voluto sempre celebrarla in Quirinale. Negli anni di piombo confluirono due componenti molto diverse. Da un lato gruppi di estrema destra, neofascista, con appoggi nell'apparato dello Stato, diventati attivi dopo il 1968, dopo la grande ondata dei movimenti sindacali che avevano ottenuto rilevanti conquiste sociali, e nello stesso tempo, di fronte al pericolo che il Pci diventasse sempre più forte e giungesse al governo. Con la  cosiddetta "strategia della tensione", queste forze eversive compirono terribili attentati per destabilizzare il Paese,  bloccare i sindacati e il partito comunista. Per anni si protrassero indagini e processi il cui obbiettivo era scoprire e punire i colpevoli, ma spesso senza risultati concreti (condanna dei responsabili). Però è risultato chiaro  -  dagli stessi processi  -  che erano i  gruppi neofascisti, che godevano di sostegno nei servizi segreti e nell'apparato dello Stato, gli attori di quella strategia eversiva. La seconda componente fu l'estremismo di sinistra".

Le Brigate Rosse?
"Ancor prima delle Br, hanno operato gruppi politici come Potere Operaio, che respingevano ogni compromesso, e giudicavano che nessuna conquista operaia fosse soddisfacente. Finirono per porsi obbiettivi di violenza rivoluzionaria. Ad un certo momento i gruppi neofascisti erano stati bloccati e non poterono più esercitare la pressione di cui ho parlato (anche se nel 1980 ci fu l'attacco terroristico di Bologna, di matrice ancora neofascista). Divennero molto più pericolose, durante tutti gli anni '70,  le formazioni terroristiche dell'estrema sinistra, e tra queste crebbero grandemente le Brigate Rosse".

Rossana Rossanda, giornalista, già una delle leader del Pci, ha scritto: "Quando leggo le dichiarazioni delle Brigate Rosse è come se leggessi i miei appunti del diario da ragazzina".
"E' una intellettuale di tutto rispetto, ma da 30 anni non siamo d'accordo su nulla".

Ma le dichiarazioni delle Brigate Rosse non erano per caso una caricatura delle dichiarazioni comuniste dei primi anni '50?
"Erano molto più rozze. Comunque, una caricatura sanguinosa".

Sono d'accordo. E il suo percorso?
"Sono stato uomo di partito impegnato in politica attiva. Ma allo stesso tempo per 38 anni sono stato impegnato nelle istituzioni, come deputato italiano e successivamente, soprattutto dal 1999 al 2004, membro del Parlamento Europeo. Divenni via via sempre di più un uomo delle istituzioni. Ho svolto diverse funzioni nel Parlamento italiano, e anche un ruolo nelle relazioni internazionali (sono stato per dieci anni nell'Assemblea parlamentare della Nato). Nel 1992 sono stato eletto Presidente della Camera dei Deputati. Poi nel Parlamento Europeo sono stato Presidente della Commissione Affari Costituzionali. Da questo percorso di uomo delle istituzioni è poi scaturita la mia elezione a Presidente della Repubblica. E l'esperienza da me maturata in Parlamento mi ha preparato a poter svolgere la mia funzione attuale, come faccio ormai da sei anni, in quanto garante di imparzialità e promotore dei principi e dei valori della Costituzione".

In tutti i Paesi europei abbiamo a che fare con la corruzione. E' un elemento ineliminabile dall'ordine democratico, dall'economia di mercato? Come cavarsela?
"Nessuno di noi pensa alla vita pubblica come a un idillio. Alcuni rischi, alcune sorgenti di corruzione non sono eliminabili. Ma certamente possono esserne seriamente limitate le dimensioni e l'ampiezza, rafforzando i controlli e le sanzioni. Tuttavia, una questione io sento molto in Italia: la corruzione si estende anche perché l'attuale modo di fare politica ha perso la forza degli ideali, i principi morali e la dimensione culturale".

Ma ciò non riguarda solo l'Italia.
"Sì, la politica oggi è in affanno in tutta Europa. In Italia constato un particolare impoverimento culturale e morale della politica. Vi sono naturalmente molte differenze, non tutti i partiti sono da mettere sullo stesso piano, ma l'atmosfera generale è che la politica è diventata troppo contesa per il potere, disbrigo di affari correnti, personalismi, e questo è un clima nel quale può prosperare la corruzione".

La classica divisione tra destra e sinistra è ancora viva oggi? O forse è più importante la divisione tra una società aperta e quella chiusa?
"Bisogna ripensare le vecchie categorie. Vediamo l'Austria o l'Olanda, dove i partiti della sinistra, della destra e del centrodestra prendevano complessivamente il 70% dei voti, mentre oggi raccolgono si e no il 50%. Avvengono notevoli cambiamenti in paesi fino ad ora stabili, come la Germania, dove adesso vi sono cinque partiti e si è aggiunto perfino un Partito dei Pirati. Sono fenomeni di rottura dei vecchi equilibri. E poi c'è il preoccupante fenomeno di partiti populisti come il Partito dei Veri Finlandesi. C'è da ripensare molto della esperienza dello scorso secolo".

Quale sarà il futuro dell'Unione Europea?
"Non c'è alternativa all'unità. Mi è rimasta in mente l'opinione espressa un mese fa da Angela Merkel durante l'incontro con il nostro premier Mario Monti e con me: dobbiamo capire che gli europei costituiscono appena il 7% della popolazione mondiale; o riusciamo ad operare uniti o diventiamo irrilevanti. E' molto importante che l'abbia detto la leader della Germania, paese in cui potrebbe facilmente trovare terreno l'illusione dell'autosufficienza. Invece nemmeno il paese europeo più popoloso, dinamico e competitivo può contare davvero nel mondo se non si integra con gli altri paesi dell'Unione. Penso che il futuro dipenderà dalla piena consapevolezza che ne avranno tutti i governi nazionali, e dipenderà dalla loro volontà e capacità di condividerla con i cittadini, con gli elettori".

L'ultima domanda: che cos'è il berlusconismo?
"Con le definizioni e le categorie bisogna andarci sempre molto cauti. Si è parlato di berlusconismo come di un certo modo di fare politica e conquistare l'elettorato. Sia nella storia che nella politica vi sono cicli che si sviluppano e poi si esauriscono. Berlusconi ha compreso che non poteva continuare a reggere il governo: si è reso conto della crisi, dell'impossibilità di continuare come prima, e si è collocato in una posizione molto più distaccata".

E al di là del cambiamento di governo?
"Altra questione importante è che nella società italiana debbono rafforzarsi certi valori, offuscatisi negli ultimi anni, e che hanno molto a che fare con la visione della politica, le sue basi culturali e morali. Innanzitutto, in Europa, così come in Italia, è molto importante che si riaffermi il concetto di solidarietà. Adam Michnik conosce bene questa parola".

La ringrazio molto, Signor Presidente. L'ho affaticata.
"Un po'. Anche perché abbiamo parlato non tanto di attualità, quanto di complesse vicende del passato".

(09 giugno 2012)

Anonymous attacca il sito di Beppe Grillo


Di seguito il comunicato divulgato da Anonymous che illustra i motivi alla base dell'attacco informatico:
da nocensura.com

BEPPEGRILLO.IT TANGO DOWN FROM 15:40 UNTIL TONIGHT - STOP HYPOCRISY

www.beppegrillo.it

Salve Beppe Grillo,
Anonymous oggi ha deciso di regalarti un po della sua attenzione.
Il semplice fatto che l'accesso alle tue liste sia proibito agli stranieri, che tu sia un populista che cerca di raccogliere consensi senza arte né parte e che per più volte (come da foto) ha magistralmente eseguito il saluto romano al tuo seguito e ai media, sostenendo la politica di repressione fascista, basterebbe per giustificare il perché di tanto accanimento.

Sfortunatamente altri motivi ci spingono a schierarci contro di te (e sia chiaro, non contro i poveri ignari che credono a tutto ciò che dici prendendolo per oro colato, ergo il tuo movimento).
Il fatto che sostieni la medicina alternativa, chiamata "nuova medicina" dai presunti medici che la praticano, e approvi iniezioni di bicarbonato di sodio in perfusione endovenosa per liberare il corpo dai "funghi che provocano il cancro" ha creato taciti consensi che han causato persino morti.


Tralasciamo inoltre la devastazione della barriera corallina indotta dalla miseria che è la tua barca e i tuoi inutili tentativi di riparare al danno proponendone la ricostruzione (come se l'equilibrio ambientale fosse rimpiazzabile).

Ci chiediamo, in verità, perché non liberi il movimento dal tuo nome.
Il caso più deplorevole riteniamo che tu lo abbia raggiunto con la scomparsa del microscopio elettronico (per cui hai contribuito nella raccolta fondi ai tuoi comizi) che serviva ai ricercatori per dimostrare che il plasma utilizzato negli inceneritori di ultima generazione è peggiore ai metodi precedenti, poiché in grado di produrre nanoparticelle che, per via aerobica quanto per contatto penetrando dall'epidermide, ricerche da prima che hai sostenuto quali veritiere, ma che poi hai tacciato non solo di esser state copiate, ma persino di essere sbagliate, sottraendo il microscopio che (preventivamente) avevi fatto intestare ad una ONLUS ai ricercatori, impedendo così il loro lavoro.

Ti ringraziamo per aver fatto tremare la politica italiana (seppur blandamente), ma da bravo cittadino, con la massima deferenza, dovresti dare le chiavi del tuo movimento a chi porta avanti la causa, cioè al cittadino stesso, evitando di speculare e lucrare ancora sui tuoi spettacoli che di candido non hanno nulla ma sono sordidi di ipocrisia e menzogne.

Le nostre più sentite scuse agli amministratori del tuo sito e al provider per l'attacco.

We are Anonymous.
We are Legion.
We do not Forgive.
We do not Forget.
Expect us.

Trucchi di fine legislatura


di MARCELLO SORGI, dalla stampa

Con una simultaneità mai vista prima, dai vertici di Pd e Pdl sono uscite due proposte simmetriche e contrapposte: primarie e liste civiche.

In autunno quindi, secondo se lo scioglimento delle Camere sarà ordinario o anticipato, prima o poco prima delle elezioni, il popolo del centrosinistra e quello del centrodestra saranno convocati separatamente per decidere sui loro candidati premier, sui confini delle coalizioni che li sosterranno e sui programmi. E su questa base, subito dopo Pd e Pdl si rivolgeranno agli elettori, chiamati a votare per il nuovo Parlamento e per il nuovo governo. Contemporaneamente però - ed ecco la novità - sarà dato pieno riconoscimento alle liste che, pur non riconoscendosi negli stessi partiti, ritengono di concorrere nei due campi aggregandosi alle rispettive coalizioni.

Apparentemente, sembra un espediente abbastanza logico, mirato dichiaratamente a ottimizzare la raccolta dei consensi, in un’elezione in cui più forti s’annunciano le contestazioni e la forza d’urto dei movimenti dell’antipolitica, usciti vincitori dalla recente tornata di amministrative. Ma di fatto, è inutile nasconderlo, c’è un’evidente contraddizione tra primarie e liste civiche. Le prime, infatti, puntano a unire gli elettori di un campo e a contrapporli a quelli del campo opposto. Le seconde, al contrario, nascono per dividere o comunque per segnare delle differenze.

Facciamo un paio di esempi per chiarire. Se a Palermo le primarie del centrosinistra non si fossero concluse come sappiamo, con almeno due candidati dello stesso Pd in campo e l'intervento abbastanza dichiarato di pezzi di centrodestra per condizionarne il risultato, non sarebbe nata la lista Orlando che ha portato alla vittoria l’ex nuovo sindaco per la quarta volta. E se a Napoli un anno fa il Pdl avesse organizzato le primarie come adesso dice di voler fare, sarebbe stata scelta una candidata come Mara Carfagna piuttosto che Gianni Lettieri, l’uomo dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino che poi risultò sconfitto. Magari De Magistris, candidato di Di Pietro uscito a sorpresa come personaggio di rottura contro le primarie del centrosinistra che avevano designato il prefetto Mario Morcone, avrebbe vinto lo stesso. Ma certo la Carfagna gli avrebbe dato più filo da torcere.

Esempi come questi dimostrano che la forza dei ras locali - quelli che una volta, con disprezzo, D’Alema definì «cacicchi» - si misura sempre con le designazioni che vengono dal centro o dall’alto. Quando non riesce a prevalere, vedi i casi di Palermo o di Napoli, sfocia appunto in liste civiche. Le quali, se possono, cercano di vincere a dispetto di tutti, oppure negoziano i loro voti per ottenere vantaggi. Sono evidenti e ormai sperimentati i limiti, sul piano locale, di un simile meccanismo - sia pure perfettamente democratico, dal momento che per candidarsi basta raccogliere le firme, e che i partiti alle volte purtroppo si presentano con firme false. Ciò che finora non era stato provato, e invece lo sarà la prossima volta, è cosa possa accadere spostando le liste civiche, dalle contese cittadine e strapaesane, a quella nazionale per il governo.

Si può solo provare ad immaginare le conseguenze. Poniamo, anche se finora su questa materia Bersani s’è tenuto sul vago, che il Pd decida di far rispettare il limite dei tre mandati per le ricandidature dei deputati e dei senatori uscenti: cosa impedirebbe, magari non ai dirigenti importanti che in un modo o nell’altro saranno recuperati, ma agli altri che si sentono ingiustamente esclusi, di formare le loro liste civiche e correre nel proprio territorio accanto, ma anche contro, il partito che li ha esclusi? E poniamo - ma anche qui siamo nel campo delle ipotesi - che il segretario del Pdl Alfano, che aveva esordito con lo slogan del «partito degli onesti», decida di far seguire agli enunciati i fatti e introduca una regola per cui gli inquisiti devono restare fuori dalle liste del suo partito. Cosa vieterebbe ai numerosi parlamentari berlusconiani coinvolti in inchieste giudiziarie (a cominciare dal Cavaliere, leader maximo) di farsi le loro liste, e colorarle tra l’altro di venature garantiste a cui l’elettorato di centrodestra è sempre stato più sensibile?

I due esempi possono essere capovolti ed applicati - anche se non indifferentemente - all’uno o all’altro dei due partiti, entrambi alle prese con problemi di rinnovamento generazionale, di gruppi dirigenti usurati e litigiosi, di indagini di magistrati che hanno colpito esponenti molto importanti di una parte e dell’altra, oltre che di forte concorrenza di nuovi movimenti e della cosiddetta antipolitica. Ma la conseguenza comune e più diretta, destinata a colpire la coalizione vincente - ammesso che dalle prossime elezioni ne esca una che si possa definire così e sia in grado di ridare un governo politico al Paese - sarà che chiunque vinca si ritroverà alle prese con i problemi già emersi in passato di divisioni interne e scarsa governabilità, moltiplicati per il numero di radici locali delle numerose liste civiche che, in nome della nuova dottrina annunciata ieri, saranno associate al centrosinistra e al centrodestra.

Per questo, prima di aprire la strada a un’evoluzione così pericolosa della nostra già claudicante democrazia, occorrerebbe pensarci bene. Basterebbe riformare seriamente la legge elettorale, per evitarlo. Invece, al posto di rinnovarsi davvero, per gareggiare con i nuovi movimenti, nati e prosperati sulla loro crisi, i due maggiori partiti si preparano a legittimare tutto il «nuovo» (e spesso anche quello autodefinitosi tale) che non riescono a portare al loro interno e tutta la monnezza che non possono trattenere, a rischio di intossicazione, ma che temono, una volta espulsa, faccia perdere voti. Come coronamento della legislatura della Grande riforma (mancata), che doveva concludere finalmente l’interminabile transizione italiana, non c’è male.

venerdì 8 giugno 2012

La mia Germania cambi rotta


Chi crede che l'Europa possa essere risanata solo grazie ai tagli alla spesa dovrebbe studiare le nefaste ripercussioni della politica deflazionistica perseguita da Heinrich Brüning nel 1930-1932 che provocò la depressione e un'insostenibile disoccupazione, avviando di fatto il declino della prima democrazia tedesca. Oggi come ieri, il prezzo del nostro fallimento politico ed economico può essere altissimo.

di Helmut Schmidt, da il Sole 24 Ore, 5 giugno 2012

Quando si è ormai avanti con l'età, si tende a ragionare per ampi lassi di tempo, con uno sguardo alla storia passata, ma anche verso un futuro auspicato e desiderato. Tuttavia, qualche giorno fa non sono stato in grado di dare una risposta univoca a una domanda molto semplice: "Quando la Germania diventerà finalmente un Paese normale?" Ho risposto che in un futuro prossimo la Germania non diventerà un Paese "normale" a causa del nostro enorme e peculiare fardello storico e della posizione centrale e soverchiante che il nostro Paese occupa a livello demografico ed economico in un continente molto piccolo, ma articolato in una compagine variegata di Stati nazionali.

Ogni volta che i sovrani, gli Stati o i popoli al centro erano deboli, i vicini avanzavano dalla periferia verso iI centro svigorito. Quando però le dinastie o gli Stati dell'Europa centrale erano più potenti o quando credevano di esserlo, sono stati loro ad attaccare la periferia.
Mentre la conoscenza e il ricordo delle guerre medioevali sono praticamente sprofondati nella coscienza dell'opinione pubblica e di massa delle nazioni europee, la memoria del secondo conflitto mondiale e dell'occupazione tedesca svolge ancora oggi un ruolo dominante anche se latente. Per noi tedeschi è decisivo il fatto che quasi tutti i nostri vicini e quasi tutti gli ebrei sparsi nel mondo ricordano l'Olocausto e le infamie commesse nei Paesi della periferia durante l'occupazione tedesca. Forse. Non ci è sufficientemente chiaro il fatto che quasi tutti i nostri vicini, probabilmente ancora per molte generazioni, coveranno una diffidenza latente nei nostri confronti.

Anche le generazioni che sono venute dopo devono fare il conto con questo fardello. La generazione di oggi non deve dimenticare che è stata la diffidenza verso un futuro sviluppo della Germania che nel 1950 ha aperto la strada all'integrazione europea.
Due le ragioni che indussero Churchill nel 1946 a invitare i francesi a riconciliarsi con i tedeschi per fondare gli Stati Uniti d'Europa: la creazione di una resistenza comune contro la minaccia dell'Urss e l'imbrigliamento della Germania in una più ampia unione. Con lungimiranza Churchill aveva previsto il rafforzamento della Germania. I leader europei e americani (cito George Marshall, Eisenhower, Kennedy, Churchill, Jean Monnet, Adenauer, de Gaulle, De Gasperi ed Henri Spaak) non agirono in forza di un "euro-idealismo", ma perché conoscevano la storia. Intravvedevano la necessità di evitare una prosecuzione della lotta tra periferia e centro tedesco.

Chi non ha compreso questo motivo originario dell'integrazione europea ignora una premessa imprescindibile per la soluzione dell'attuale crisi. Quanto più nel corso degli anni la Repubblica federale tedesca andava incrementando il proprio peso economico, militare e politico, tanto più l'idea di un'integrazione europea si profilava ai leader europei come una garanzia contro una presumibile inclinazione e debolezza dei tedeschi nei confronti del potere. La resistenza che Margaret Thatcher, Mitterand o Andreotti opposero nel 1989-1990 a una riunificazione nasceva dalla preoccupazione nei confronti di una Germania troppo potente. Ho ascoltato Jean Monnet quando fui chiamato a partecipare al Comitato "Pour les États Unis d'Europe" nel 1955 e ritengo che, in materia d'integrazione, il suo acume si palesò proprio nell'idea di perseguire l'intento mediante un processo graduale.

Da allora, non per ragioni ideologiche, ma perché comprendo l'interesse strategico della nazione tedesca, sono un sostenitore dell'integrazione e dell'imbrigliamento della Germania. L'intesa che instaurai con Giscard d'Estaing aprì le porte a un periodo di cooperazione franco-tedesca e al rafforzamento dell'integrazione, continuati con successo da Mitterand e Kohl. Al tempo stesso, dal 1950-1952 al 1991 la Comunità europea crebbe gradualmente da sei a dodici Stati.
Sul terreno preparato da Jacques Delors, Mitterand e Kohl diedero vita nel 1991 a Maastricht, all'Unione monetaria, concretizzatasi nel 2001. Alla base c'era, la preoccupazione francese per una Germania troppo potente e per un marco tedesco troppo forte. Nel frattempo l'euro è diventato la seconda valuta nell'economia mondiale.

Nelle relazioni interne come in quelle esterne la moneta unica si è rivelata la più stabile del dollaro e di quanto fosse stato il marco nei suoi ultimi dieci anni di vita. Tutto il parlare di questi tempi su una presunta "crisi dell'euro" non è altro che uno sventato ciarlare.
Dal Trattato di Maastricht il mondo ha vissuto grandi cambiamenti. C'è stata la liberazione dell'Europa dell'Est e l'implosione dell'Urss, la straordinaria ascesa della Cina e degli altri "emergenti". L'economia reale è ormai "globalizzata" e gli attori dei mercati finanziari globali si sono accaparrati un potere incontrollato. Al tempo stesso, la popolazione mondiate entro la prima metà del XXI secolo arriveremo a 9 miliardi di persone e gli europei ne rappresenteranno solo il 7% mentre fino al 1950, per ben due secoli, ne costituivano più del 20%. Parimenti diminuisce la quota europea del Pil globale: entro il 2050 si ridurrà al 10% dal 30% del 1950.

Se guardiamo dall'esterno, notiamo che da un decennio la Germania suscita un certo disagio. Sono poi emersi dubbi rilevanti sulla continuità della politica tedesca e sulla sua affidabilità. Tali dubbi nascono anche da errori commessi dai nostri politici e dall'altra parte dalla forza economica della Germania. Tuttavia non siamo sufficientemente consapevoli che la nostra economia è fortemente integrata nel mercato europeo ed è anche largamente dipendente dalla congiuntura mondiale. Andremo perciò incontro a un rallentamento della crescita delle esportazioni tedesche. Allo stesso tempo assistiamo a uno squilibrio nel nostro sviluppo a fronte di una persistente e massiccia eccedenza della bilancia commerciale e delle partite correnti.

Queste eccedenze rappresentano da anni il 5% del Pil e sono pari a quelle della Cina. Non ne siamo del tutto coscienti perché non sono più espresse in marchi tedeschi, ma i politici sono però costretti a prenderne atto. Tutte le nostre eccedenze sono in realtà deficit per gli altri. I crediti che abbiamo verso gli altri sono i loro debiti. Si tratta di una incresciosa lesione dell'«equilibrio nei rapporti economici con l'estero» che un tempo abbiamo elevato a ideale di legge. Questa infrazione preoccupa i nostri partner. E le voci che negli ultimi tempi si sono sollevate, soprattutto dagli Stati Uniti, che pretendono dalla Germania l'assunzione di un ruolo di leader europeo, non fanno che aumentare il sospetto dei nostri vicini, richiamando in vita i temuti fantasmi del passato.

Lo sviluppo economico e la contemporanea crisi della capacità d'azione degli organi della Ue hanno spinto la Germania ancora una volta a occupare un ruolo centrale. Insieme al presidente francese, il cancelliere Merkel ha accettato questo ruolo. Ma in diverse capitali europee cresce l'ansia nei confronti dì un dominio tedesco.
Questa volta non si tratta di un potere politico e militare, ma di una preponderanza economica. Se noi tedeschi ci lasciassimo tentare a pretendere una leadership europea avremo come risposta una decisa opposizione da un numero sempre crescente di Paesi limitrofi. La preoccupazione della periferia nei confronti di un centro troppo forte tornerebbe alla ribalta in tempi rapidi e le conseguenze ipotizzabili sarebbero deleterie per la Ue e implicherebbero un isolamento di Berlino.

La posizione centrale che la Germania occupa dal punto di vista geopolitico, l'infausto ruolo che ha assunto nel corso della storia europea fino alla metà del XX secolo, il rendimento attuale impongono a ogni governo tedesco di acquisire la capacità di immedesimarsi negli interessi dei partner europei e di mostrarsi pronti a offrire aiuto.
Del resto lo straordinario processo di ricostruzione degli ultimi decenni non è frutto solo delle nostre forze. La ricostruzione sarebbe stata impensabile senza l'aiuto delle potenze vincitrici del blocco occidentale, senza il nostro inquadramento all'interno della Comunità europea e del Patto atlantico, senza l'apertura dell'Europa dell'Est e senza la fine della dittatura comunista. Noi tedeschi abbiamo buone ragioni per essere riconoscenti e abbiamo l'obbligo di ricambiare con dignità la solidarietà ricevuta. Sono convinto che rientri nell'interesse strategico a lungo termine dell Germania non isolarsi e non farsi isolare.

L'isolamento all'interno dell'occidente sarebbe pericoloso, ma nell'Unione europea o nella zona euro ancor più rischioso. Ritengo che questo vada ben oltre qualsiasi altro interesse di partito.
Effettivamente la Germania è stata per lunghi decenni un contribuente netto. Ce lo potevamo permettere e lo abbiamo fatto fin dai tempi di Adenauer. E naturalmente la Grecia, il Portogallo o l'Irlanda sono stati sempre beneficiari. Di questa solidarietà l'attuale classe politica tedesca non è sufficientemente cosciente; eppure fino a oggi è stata data sempre per scontata. Come scontato, e sancito dal trattato di Lisbona, è il principio di sussidiarietà; l'Unione Europea deve farsi carico di ciò che uno Stato non è in grado di regolare e superare da solo.

Adenauer ha valutato correttamente l'interesse strategico tedesco nel lungo termine, nonostante la divisione della Germania. Tutti i suoi successori, Brandt, Schmidt, Kohl e Schröder hanno proseguito la politica di integrazione. Qualsiasi tattica di politica interna o estera non ha mai messo in discussione l'interesse strategico nel lungo periodo. Per questo motivo i nostri partner hanno potuto fidarsi per decenni della continuità della politica europea perseguita dai tedeschi, indipendentemente dai cambi di governo. Questa continuità è necessaria anche in futuro. Non esiste formula sicura per far fronte all'attuate crisi di leadership della Ue.

Né possiamo presentare l'ordinamento del nostro Paese come un modello, ma solo come un esempio. Tutti insieme abbiamo la responsabilità per quello che la Germania fa e non fa e per gli effetti futuri della sua condotta sull'Europa. Abbiamo bisogno di una razionalità europea ma anche di un animo aperto nei confronti dei nostri partner. Su un punto importante concordo con Jürgen Habermas che di recente ha affermato: «Per la prima volta nella storia della Ue stiamo assistendo a uno smantellamento della democrazia». Ed è proprio cosi: il principio democratico non è stato accantonato solo dal Consiglio europeo e dai suoi presidenti, ma dalla Commissione e dai suoi presidenti mentre l'Europarlamento non ha saputo esercitare un ruolo decisivo.

Ci troviamo di fronte a uno scenario in cui alcune migliaia di speculatori finanziari americani ed europei e qualche agenzia di rating hanno preso in ostaggio i governi in Europa. Non possiamo aspettarci che Obama contrasti queste dinamiche. Lo stesso vale per il governo britannico. Nel 2008 e 2009 i governi di tutto il mondo hanno salvato le banche con le garanzie e il denaro dei contribuenti. Ma già dal 2010 questa schiera di manager finanziari super intelligenti ha ripreso a giocare al vecchio gioco dei profitti e dei bonus. Un gioco d'azzardo che va a scapito di tutti quelli che non partecipano.
Se nessun altro è disposto ad agire devono scendere in campo i membri dell'Eurozona. La strada da seguire è l'articolo 20 del Trattalo di Lisbona. Il quale prevede che uno o più membri della Ue «potenzino la loro collaborazione». In ogni caso gli Stati che adottano l'euro dovrebbero mettere in atto una serie di regole per i propri mercati finanziari che abbiano ripercussioni su tutta l'Eurozona.

Dalla distinzione tra le normali banche commerciali da una parte e le banche d'investimento e "banche ombra" dall'altra, al divieto di vendite allo scoperto di titoli e di commercio dei prodotti derivati se non ammessi dagli organi di vigilanza sulle borse, fino a un'efficace limitazione di giri d'affari delle agenzie di rating che si rìpercuotono sull'Eurozona, attività finora non soggette a vigilanza. È certo che la lobby bancaria globalizzata ostacolerà con ogni mezzo questo tipo di provvedimenti, come ha fatto finora contro analoghe misure drastiche, permettendo che la schiera di speculatori costringesse i governi europei a stanziare nuovi "fondi salva-Stati" e a escogitare ogni mezzo per ampliarli. E' giunto il momento di opporsi a questo sistema.

Se gli europei avranno la forza e il coraggio di portare a compimento una drastica regolamentazione del mercato finanziario, potremmo pensare di diventare a medio termine una zona di stabilità. Se falliremo il peso dell'Europa continuerà a diminuire, mentre il mondo si avvierà verso il duumvirato Washington-Pechino.
Per l'immediato futuro dell'Eurozona sono senza dubbio da compiere i passi fin qui annunciati, in cui rientrano i "fondi salva-Stati", le soglie massime di indebitamento e il loro controllo, una politica economica e fiscale comune e una serie di riforme nazionali in materia di fisco, spesa pubblica, politica sociale e mercato del lavoro. Per forza di cose diventerà inevitabile anche un indebitamento comune che noi tedeschi non dobbiamo rifiutare per ragioni di egoismo nazionale.

Nei contempo non dobbiamo però propagare una politica di deflazione estrema per tutta l'Europa. Jacques Delors ha ragione quando pretende che insieme al risanamento dei bilanci debbano essere introdotti e finanziati anche progetti di crescita economica. Senza crescita, senza nuovi posti di lavoro, nessuno Stato potrà risanare le proprie casse. Chi crede che l'Europa possa essere risanata solo grazie ai tagli alla spesa dovrebbe studiare le nefaste ripercussioni della politica deflazionistica perseguita da Heinrich Brüning nel 1930-1932 che provocò la depressione e un'insostenibile disoccupazione, avviando di fatto il declino della prima democrazia tedesca.

(5 giugno 2012)

Perché le nomine all'Agcom non rispettano la legge


Perserverare è diabolico

Più delle parole contano i fatti. E i fatti dimostrano ogni giorno che i vertici di questa classe politica sono da archiviare, perché perseverano nel prendere decisioni contrarie all’interesse generale. Mercoledì il Parlamento ha scelto i nuovi commissari per l’Agcom. La legge richiede indipendenza e riconosciuta competenza nel settore, poiché senza indipendenza la competenza può essere utilizzata per favorire una parte contro l’altra, e senza competenza l’indipendenza è inutile e fonte di decisioni casuali.
Da mercoledì un settore strategico per il nostro futuro come quello delle comunicazioni è nelle mani di Decina, Martusciello, Posteraro e Preto. L’indipendenza di Martusciello è dubbia, considerata la sua storia di ex dipendente Mediaset ed ex deputato Forza Italia, mentre la sua incompetenza specifica nel settore delle comunicazioni (sia sulle questioni tecniche che in quelle di prodotto) è pressoché certa. Idem per Preto (Pdl) e Posteraro (Udc). Decina (indicato dal Pd), pur essendo competente, è stato consigliere di amministrazione di Telecom Italia ed è, con le aziende di sua proprietà, consulente di moltissimi operatori soggetti alla vigilanza dell’Agcom. In sostanza 4 nomine che violano i requisiti di legge, e che danno vita ad un Consiglio pure squilibrato. È infatti ragionevole attendersi che su tutti i temi di interesse per Mediaset (la gara delle frequenze, le nuove regole sul diritto d’autore, il destino della rete Telecom) i commissari espressi dal Pdl abbiano un punto di vista favorevole all’azienda da cui proviene il commissario Martusciello. Quindi la maggioranza sarà saldamente nelle mani del commissario Posteraro scelto dall’Udc, indipendentemente dall’opinione del presidente (che deve ancora essere indicato dal Premier Monti) e del commissario indicato dal Pd.

In sostanza il commissario Posteraro, con competenze limitate o assenti, deciderà sul futuro delle comunicazioni italiane. E questo dipenderà da dove si posizionerà Casini. Poteva andare diversamente se il Pd, dopo aver sbraitato per mesi su competenza e curricula, avesse indicato e preteso due tecnici autorevoli, indipendenti e competenti. Avremmo ora la garanzia di affrontare nel merito ogni singola questione, e con un importante ruolo “super partes” del Presidente in caso di parità tra i membri di nomina parlamentare. Purtroppo non sarà così e ce ne accorgeremo molto presto.

Alla fine di agosto scadono i 120 giorni che il Decreto Fiscale del Governo Monti ha concesso ad Agcom e Ministero dello Sviluppo Economico per definire il destino delle frequenze da assegnare agli operatori televisivi. Meno di tre mesi per decidere:
1) come riorganizzare i 6 “multiplex” televisivi previsti dal “beauty-contest”; 2) per quanto tempo e con quali diritti d’uso assegnarle; 3) se assegnarle solo alle televisioni o anche agli operatori mobili, e infine come organizzare l’asta, cioè quanto farsi pagare. Dopodiché la mano passa al Ministero dello Sviluppo Economico per la gestione della gara.

Decisioni urgenti e che condizioneranno pesantemente il panorama televisivo italiano. In che modo? L’Autorità potrebbe decidere di destinare le frequenze a nuovi operatori televisivi e non consentire la partecipazione alla gara di Rai e Mediaset. Potrebbe anche decidere di cederne una parte a Tim, Vodafone, Wind e La3, che sarebbero certamente disposti a pagare cifre molto alte a fronte di un aumento del traffico e della qualità del servizio per i propri clienti. L’Agcom potrebbe, infine, decidere di utilizzare una parte dello spettro per soddisfare le legittime richieste di Centro Europa 7 e delle emittenti locali, o per tentare di porre rimedio alla disastrosa ricezione del digitale terrestre Rai che affligge centinaia di migliaia di abbonati del servizio pubblico.

Ma la maggioranza dei commissari potrebbe invece decidere di consentire la partecipazione alla gara di Rai, Mediaset e La7, ma non quella di Tim e Vodafone. La mancata partecipazione degli operatori di telefonia mobile ridurrebbe di molto il possibile incasso dello Stato. Ci sarebbe così meno competizione nell’asta e verrebbero a mancare gli operatori più ricchi. A questo punto l’Agcom sarebbe giustificata a suggerire al Ministero basi d’asta molto basse. Mediaset potrebbe dire “Visto? Le frequenze non le vuole nessuno”, e comperarle per un tozzo di pane. Una bella beffa per tutti coloro che si sono battuti per evitare che le frequenze venissero assegnate gratuitamente.

L’azienda di Cologno invece potrebbe utilizzare quei canali e, fra qualche anno, in presenza di una forte pressione europea per liberare lo spettro dalle trasmissioni televisive a favore della telefonia mobile, potrebbe pretendere un congruo rimborso economico o il diritto di poterle utilizzare per la banda larga e fare concorrenza a Tim, Wind, Vodafone e La3, che l’anno scorso hanno speso più di un miliardo di euro a testa per assicurarsi frequenze analoghe.

Come si può capire, due soluzioni dagli effetti economici diametralmente opposti per Mediaset e per i cittadini italiani. Bersani e il suo Pd hanno affidato la “golden share” su questa decisione nelle mani di una persona che, certamente, non ha mai sentito parlare di frequenze, “multiplex” e banda larga mobile.

A breve vedrà la luce una nuova autorità, importantissima e decisiva, quella dei trasporti, che vuol dire Cai, Ferrovie, Alta Velocità, tassisti, trasporti urbani. Qui i regolamenti devono essere ancora definiti. Ci aspettiamo che Monti stabilisca regole e requisiti più stringenti, che renda tutto il procedimento trasparente e garantisca un collegio realmente super partes. Per allinearsi con la parte più civile dell’Europa, più che ai cacciatori di teste, si potrebbe pensare ad un concorso europeo. Quello che non vorremmo vedere è un esperto in telecomunicazioni, o un transfuga dall’autorità per i contratti pubblici, decidere per esempio sulle regole di competizione fra Italo e Frecciarossa.

di Milena Gabanelli, dal corriere

Il mercatino delle autorità


SCELTE (NON TROPPO) INDIPENDENTI
Il mercatino delle autorità
È davvero bizzarro un Paese nel quale si pensa di risolvere ogni problema creando una nuova authority . L'ultima in ordine di apparizione è l'organismo indipendente che Camera e Senato dovranno costituire per sorvegliare le pubbliche finanze, previsto dalla legge costituzionale con cui è stato introdotto il pareggio di bilancio. Non bastava la Corte dei Conti, cui la nostra Carta fondamentale assegna quel compito? Per non parlare della Ragioneria generale, considerato il gendarme dell'Erario. E senza considerare che ciascuno dei due rami del Parlamento ha già una propria struttura dedicata all'esame dei bilanci.
Il tutto mentre lo Stato ha una vaga idea del perimetro della spesa pubblica, conosce a malapena il numero di stipendi pagati dai contribuenti e ignora perfino quanto guadagnano i suoi alti burocrati: al punto da dover chiedere a loro stessi, per poter applicare il tetto alle buste paga, di dichiarare la reale retribuzione percepita.


In compenso, sappiamo con certezza come saranno individuati i membri di questa ennesima authority . Dopo aver visto che cosa è successo con il Garante delle comunicazioni non ci facciamo illusioni. Sia chiaro: nessuno ce l'ha con i singoli. Non con Antonio Martusciello, ex dipendente di Silvio Berlusconi ed ex onorevole azzurro sbalzato fuori ancora giovane dai ranghi più elevati del partito, che non poteva certo ritrovarsi, a soli 50 anni, nella penosa condizione di baby pensionato del Parlamento. Né con Antonio Preto, ex capo di gabinetto del commissario europeo Antonio Tajani e autore di saggi insieme all'ex ministro Renato Brunetta. Ma neanche con Francesco Posteraro, vice segretario generale di Montecitorio sponsorizzato da Pier Ferdinando Casini, che potrà sommare alla lautissima pensione della Camera anche i 260 mila euro dello stipendio da commissario Agcom. E neppure con Maurizio Dècina, considerato superesperto del settore, indicato dal Partito democratico. Ce l'abbiamo con chi li ha scelti, per il modo in cui l'ha fatto. Attendersi che questi partiti rinunciassero alle loro prerogative, magari designando i componenti dell' authority con bandi pubblici europei, era forse troppo.


Ma è pacifico che quei 90 curriculum arrivati in Parlamento per la selezione delle candidature nessuno di chi ha avuto voce in capitolo li ha mai aperti. Nemmeno nel Pd. Tutto era stato già deciso nelle trattative interne e con gli altri leader di partito: sfogliando non le note caratteristiche dei candidati, ma il caro vecchio manuale Cencelli in base al quale nella prima Repubblica i partiti si dividevano le nomine nelle aziende pubbliche. Con l'obiettivo non secondario, concedendo a Casini la seconda poltrona dell'Agcom teoricamente di spettanza democratica, di spianare la strada per un posto all'Autorità della privacy al primario dermatologo Antonello Soro, l'ex capogruppo democratico che aveva dovuto liberare quella poltrona per Dario Franceschini.


E gli altri, ovvio, non sono stati a guardare. La Lega ha piazzato alla Privacy Giovanna Bianchi Clerici, consigliere Rai. Mentre il partito di Silvio Berlusconi è stato soddisfatto con Augusta Iannini, capo dell'ufficio legislativo della Giustizia prima con Angelino Alfano e poi con Paola Severino, incidentalmente consorte del conduttore di «Porta a Porta», Bruno Vespa.
La sceneggiata penosa dei curriculum, quella almeno ce la potevano risparmiare.

di Sergio Rizzo,dal corriere
7 giugno 2012