venerdì 23 marzo 2012

Il nucleare italiano


Slovacchia, dopo 17 anni ripresi i lavori della centrale nucleare dal ‘cuore’ italiano Il sito è quello di Mochovce, in Slovacchia, dove la Slovenské Elektrárne (controllata da Enel e finanziata anche da alcune banche di casa nostra) sta lavorando a due nuovi reattori della potenza di 400 MW, che si aggiungeranno ai due già operativiLa centrale nucleare di Mochovce Mentre in Italia qualcuno festeggia ancora per il risultato referendario, non lontano dai nostri confini sta sorgendo uno dei più contestati impianti nucleari del dopo-Cernobyl. Il sito è quello di Mochovce, in Slovacchia, dove la Slovenské Elektrárne sta lavorando a due nuovi reattori della potenza di 400 MW, che si aggiungeranno ai due già operativi. Il problema, denunciano le associazioni ambientaliste, sta all’origine: verranno riciclate tecnologie sovietiche vecchie almeno di 40 anni e prive di sistemi di sicurezza come il cosiddetto “guscio di contenimento”, che dovrebbe evitare fuoriuscite di radioattività e proteggere il reattore da eventi esterni. Un difetto che innalza a dismisura il livello di rischio e che in Germania portò al blocco di tutte centrali sovietiche ereditate dall’unificazione. L’altro importante attore è il Gruppo Enel, che controlla la Slovenské ed è controllato dal nostro ministero dell’Economia. Quasi un paradosso, se pensiamo che la decisione dell’Italia di uscire dall’atomo coincide con la fase decisiva dei lavori in territorio slovacco.

Ma la bandiera italiana ha sventolato, almeno fino a poco tempo fa, anche sul versante finanziario. In campo scesero direttamente i big: Unicredit e Intesa Sanpaolo, entrambi finanziatori storici del Gruppo Enel, in una cordata capeggiata dall’olandese Ing. Era il 2004 e vennero messi sul tavolo 500 milioni di euro, seguiti tre anni dopo da una nuova linea di credito di 800 milioni (da cui si sfilò Unicredit). Scoppiarono proteste in tutta Europa e nel 2008 le banche furono costrette a rinegoziare le condizioni dell’ultimo prestito, con la clausola che quei soldi non dovevano essere utilizzati per Mochovce. Impegno difficile da verificare, una volta che il denaro è entrato nel ciclo produttivo, ma tant’è. Pochi giorni fa, Bank of Austria (Unicredit) ha annunciato di aver annullato la sua linea di credito, mentre per le altre banche resta valida la clausola del 2008. Tuttavia un recente rapporto commissionato dalla rete europea BankTrack apre più di un interrogativo.

Mochovce costerà 2,8 miliardi di euro e al momento resta l’investimento principale della società slovacca. Nonostante la liquidità proveniente dalle bollette degli utenti sarà inevitabile il ricorso al credito, tanto che la stessa Slovenské ha parlato di prestiti “multi-scopo” per integrare il reperimento di fondi. Enel, d’altro canto, ha già manifestato l’intenzione di incassare parte dei profitti della controllata, riducendo così le disponibilità per nuovi investimenti.

Slovenské, secondo il rapporto, potrebbe avere sostituito il prestito del 2004 con parte del nuovo prestito del 2007 a condizioni che non sono state rese pubbliche. Fatto sta che a fine 2010 erano iscritte a bilancio linee di credito per 1,3 miliardi, a cui si aggiungevano due nuove aperture (una di 35 e una di 242 milioni, quest’ultima utilizzabile per Mochovce) provenienti da banche o altri enti sconosciuti. Nei giorni scorsi l’ong italiana Crbm ha chiesto a Intesa Sanpaolo di chiarire la sua posizione. “Per noi resta valida la clausola concordata nel 2008 – ha precisato a ilfattoquotidiano.it Valter Serrentino, responsabile CSR del Gruppo Intesa Sanpaolo – e non ci sono state altre erogazioni destinate al nucleare. Non escludo rapporti di finanziamento relative all’operatività ordinaria delle società, ma non sul nucleare. Quanto al rispetto della clausola, è stato firmato un contratto e ci fidiamo della nostra controparte”.

Intanto i lavori proseguono e stavolta l’intenzione è arrivare fino in fondo. A 26 anni dall’apertura dei primi cantieri e dopo un’interruzione di quasi 17 anni, Slovenské ha annunciato l’inaugurazione al massimo entro il 2013, almeno per il primo reattore. E reperire i soldi, nonostante la crisi di liquidità che sta attanagliando l’economia di mezzo mondo, non sembra essere un problema.

di Roberto Cuda, da il fatto quotidiano

La riforma del gattopardo


di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, da Repubblica, 22 marzo 2012

La riforma del lavoro che si va delineando ha due pregi e molti difetti. Il primo pregio è nel metodo. Sancisce, almeno sulla carta, la fine del diritto di veto delle parti sociali, che è cosa diversa dalla concertazione. Il lungo negoziato si concluderà senza firma delle parti sociali ma con un verbale in cui si annotano le differenti posizioni. E poi il governo procederà comunque. Staremo a vedere se il Parlamento permetterà all'esecutivo di intervenire senza il consenso delle parti sociali. Sembra, infatti, che si procederà non per decreto – come sin qui previsto nel caso di accordo – ma per legge delega e sappiamo quanto lungo, tortuoso e spesso inconcludente sia il processo di attuazione delle leggi delega. Ad ogni modo la novità è importante e positiva: le parti sociali non possono porre il veto su materie di portata così generale.

Il secondo pregio è nell'ampiezza della riforma. I problemi da affrontare erano quattro 1) l'entrata nel mercato del lavoro 2) la cosiddetta “flessibilità in uscita” 3) il riordino degli ammortizzatori sociali e 4) il dualismo fra lavoratori precari e lavoratori assunti con i contratti di lavoro a tempo indeterminato. La riforma indubbiamente affronta tutti questi temi.
Purtroppo questa ampiezza avviene a scapito della profondità e si ha come l'impressione di un intervento voluto dal Principe di Salina, “affinché tutto cambi perché nulla cambi”, per accontentare gli investitori esteri con il tabù infranto dell'articolo 18 e l'opposizione ricercata della Cgil (segnale del fatto che “è una riforma vera”), ma volendo di fatto conservare lo status quo. Vediamo perché, iniziando dalla flessibilità in uscita, dall'articolo 18.

La riforma dell'articolo 18 non riduce l'incertezza per le imprese dal partecipare alla roulette russa del licenziamento. La nuova norma – stando a quanto dichiarato dal ministro Fornero e ai testi circolati sino ad oggi – lascia in vigore il fronte esistente tra licenziamento giuridicamente legittimo e illegittimo, ma apre un nuovo fronte che sin qui non c'era: quello della distinzione fra licenziamenti economici individuali e licenziamenti disciplinari. Fino ad oggi il lavoratore licenziato in maniera illegittima non aveva interesse a chiedere di far valere la distinzione fra licenziamento disciplinare e licenziamento economico. Con la nuova riforma questa distinzione diventa cruciale. Col licenziamento disciplinare, infatti, il lavoratore è maggiormente compensato e, giudice permettendo, può essere reintegrato. La distinzione fra licenziamento economico e disciplinare è nella pratica molto labile. Chi è davvero in grado di stabilire se un lavoratore è poco produttivo perché lavora male (licenziamento disciplinare) o perché inserito in un'unità in crisi in cui non può “dare di più” (licenziamento economico)? In verità tutte e due le ragioni sono sempre vere, altrimenti l'azienda non lo avrebbe licenziato. Per questo il contenzioso inevitabilmente finirà per riguardare anche la qualifica, economica o disciplinare, del licenziamento.

Insomma, con la riforma si trasferisce un potere enorme ai giudici che, d'ora in poi, dovranno prendere le seguenti decisioni. Se il licenziamento è legittimo o illegittimo. Nel caso in cui fosse illegittimo, se è discriminatorio o non discriminatorio. Nel caso in cui non sia legittimo e non discriminatorio, se il licenziamento è economico o disciplinare. Nel caso in cui il licenziamento sia disciplinare, se si deve imporre la reintegrazione o solo il risarcimento del lavoratore.
Si aumenta così l'incertezza del procedimento e molto probabilmente la sua lunghezza. Chi guadagnerà veramente da questa riforma non saranno nè le imprese, nè i lavoratori, bensì gli avvocati specializzati in cause di lavoro.

Sugli ammortizzatori sociali non c'è allargamento nella platea dei potenziali beneficiari, estesa dalla riforma ai soli apprendisti e artisti-dipendenti, meno di 250.000 persone in tutto. I lavoratori a progetto e i precari continueranno ad essere esclusi dagli ammortizzatori. Non c'è neanche il promesso riordino degli strumenti esistenti. Non verrà abolita la cassa integrazione straordinaria, né di fatto verrà soppressa la cassa integrazione in deroga, destinata a trasformarsi in un ampio numero di fondi di solidarietà, presumibilmente uno per settore produttivo. Non viene abolito il sussidio di disoccupazione a requisiti ridotti e l'indennità speciale per i lavoratori agricoli e nell'edilizia, che servono oggi per lo più a integrare i salari di chi già lavora, piuttosto che ad aiutare chi ha perso il lavoro e ne sta cercando un altro. La recessione non è comunque il momento migliore per avviare queste riforme. Si rischia, infatti, di far decollare nuovi strumenti che sono strutturalmente in passivo e che richiederanno, ben oltre la recessione e la “paccata di soldi” data oggi, trasferimenti dalla fiscalità generale.

La riforma ridurrà in parte le differenze tra lavori precari e non. I lavori precari costeranno di più in termini di contributi, sia nel caso di contratti a tempo determinato che di lavori a progetto. Questa avviene aumentando il cuneo fiscale, la differenza tra costo del lavoro pagato dalle imprese e reddito netto percepito dal lavoratore. Nel caso di un vero riordino degli ammortizzatori, l'aumento dei contributi sarebbe potuto apparire ai lavoratori come un premio assicurativo piuttosto che una tassa. Così il legame fra contributi e prestazioni sarà tutt'altro che evidente.

In assenza di un salario minimo, nel caso di lavoratori a progetto e altri lavoratori parasubordinati, il maggiore carico contributivo potrà facilmente essere fatto pagare al dipendente sotto forma di salari più bassi. I lavoratori parasubordinati stanno già ricevendo lettere dai datori di lavorano in cui si annunciano riduzioni del loro compenso nel caso di riforme che aggravino i costi delle imprese.

Il meccanismo di entrata principale sarà quello dell'apprendistato. è un contratto che offre poche protezioni durante il periodo formativo, perché può essere interrotto al termine del periodo di apprendistato senza alcun indennizzo. Inoltre si applica soltanto ai giovani fino a 29 anni, mentre oggi più del 50 per cento dei lavoratori precari ha più di 35 anni. Inoltre le parti sociali si aspettano un alleggerimento fiscale per l'apprendistato. Quello di aver aperto il portafoglio è stato forse il maggiore errore negoziale fatto del governo, poiché non è servito nemmeno a “comprare” il consenso delle parti sociali. E avrà effetti negativi sul deficit di bilancio.

In conclusione, gli interventi sul dualismo possono peggiorare la condizione dei lavoratori duali e aggravano i costi delle imprese senza offrire una vera e propria nuova modalità contrattuale in ingresso. Tutto questo rischia di ridurre fortemente la domanda di lavoro. La vera sconfitta e il vero paradosso sarebbe proprio quello, che la grande riforma non solo cambi tutto per non cambiare nulla, ma addirittura riduca il numero dei lavoratori occupati.

giovedì 22 marzo 2012

L'Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro?


di Domenico Gallo, da Micromega

Lo sciopero indetto dalla FIOM lo scorso 9 marzo si fondava sull'ammonimento che il lavoro è un bene comune, da rivendicare con intransigenza, perchè particolarmente maltrattato in questa contingenza storica. Non si può non essere d'accordo, il lavoro è un bene comune, ma non è un bene esistente in natura, come l'acqua, è un bene comune in quanto istituito dalla Costituzione come supremo bene pubblico repubblicano.

Il principio lavorista, generato dall'art. 1 della Costituzione (l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro) costituisce uno dei cinque principi fondamentali che reggono l'edificio delle Costituzione (gli altri – secondo la nota definizione di Costantino Mortati - sono il principio democratico (art. 1), il principio personalista (art. 2 e 3), il principio pluralista (art.2), il principio internazionalista o supernazionale (artt. 10 e 11).

Il lavoro è posto a fondamento della Repubblica. Non si tratta di una espressione lieve o banale. Basti pensare quanto essa appare polemica, oggi, rispetto ad un modello economico-sociale in cui tutti gli indici di riferimento sono fondati sul mercato e sulla proprietà privata. Né si tratta di una scelta di classe a favore dei lavoratori dipendenti, quale avrebbe potuto essere adombrata nell’espressione “Repubblica democratica di lavoratori” proposta dai partiti di sinistra nell’Assemblea costituente. In realtà la dignità del lavoro è strettamente collegata ai diritti della persona. Di qui l’affermazione del diritto-dovere al lavoro, riconosciuto a tutti i cittadini, e del dovere della Repubblica di renderne effettivo l’esercizio (art. 4). Di qui il principio, contenuto nell’art. 35, secondo cui “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme.”

Il bene comune lavoro richiede che le persone siano occupate in modo qualitativamente accettabile e coerente con il pieno rispetto dei diritti costituzionali. Il lavoro come bene comune comporta la tutela di questo bene sia nei confronti del capitale privato (proprietà), sia nei confronti del sistema politico (governo) che del capitale privato sempre più frequentemente è succube. E' stato osservato, che: “il fine precipuo della difesa del lavoro come bene comune è quello di consentire ai lavoratori l'accesso ad una esistenza libera e dignitosa nell'ambito di una produzione ecologicamente sostenibile” (Mattei, 2011).

Non v'è dubbio che da lungo tempo il bene comune lavoro è sottoposto ad un attacco durissimo da una politica assoggettata ai dictat del potere privato che vuole smantellare i presidi che la legge ha posto a tutela della dignità del lavoro. L' aggressione al bene della dignità del lavoro è avvenuta attraverso la precarizzazione crescente dei rapporti di lavoro e la demolizione delle garanzie e delle tutele giurisdizionali, fino ad arrivare all'art.8 del decreto legge della manovra dell’ agosto 2011 (D.L. 13/8/2011 n. 138 conv. convertito con la L. 14/9/2011 n. 148), con il quale la tutela della dignità del lavoro e dei lavoratori è stata sottratta all'impero della legge e consegnata alla dinamica dei rapporti di forza, consentendo a soggetti privati la facoltà di dettare regole, in deroga a quelle leggi dello Stato, attraverso le quali si è incarnato il principio lavorista.

Adesso con la riforma Monti-Fornero l'aggressione al bene della dignità del lavoro fa un ulteriore passo avanti e raggiunge quegli obiettivi che il Governo Berlusconi aveva perseguito invano, trovando uno sbarramento insuperabile nello sciopero generale indetto dalla CGIL il 23 marzo 2002. La sostanziale abrogazione dell'art. 18, annunziata nel piano del governo sul lavoro, al di là delle chiacchiere sulla tutela dei lavoratori da comportamenti discriminatori, si risolve nello smantellamento, puro e semplice della tutela pubblica contro il licenziamento illegittimo, in violazione della costituzione e della stessa Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione Europea, che esige (art. 30) la tutela dei lavoratori contro ogni licenziamento ingiustificato.

Il problema non è che possono aumentare i licenziamenti, come paventano alcuni, in una situazione già difficile per l'occupazione, il problema è che cambia la natura del rapporto di lavoro. L'art. 18 è una norma di chiusura, rappresenta la sanzione che tiene in piedi l'intero edificio dei diritti dei lavoratori. Se si toglie la sanzione, l'edificio crolla e lo Statuto dei lavoratori che definisce i diritti dei lavoratori ed i limiti del potere privato diviene un pezzo di carta. Quando fu varato lo Statuto dei lavoratori, il commento unanime fu che finalmente la Costituzione entrava in fabbrica. Che finalmente anche i lavoratori acquistavano la libertà di esprimere le proprie opinioni, di iscriversi al sindacato da loro scelto, di non essere sottoposti alle vessazioni di polizie private, di non essere controllati nelle loro opinioni politiche, etc.

Tutto questo è destinato a sparire, la dignità del lavoratore ed il rispetto dei suoi diritti costituzionali, diventeranno merce di scambio da inserire nella contabilità dei costi e ricavi. La cancellazione dell'art. 18 (cioè della sanzione contro i comportamenti illegittimi del potere privato) espelle la Costituzione dai territori che sono dominio del potere privato e trasforma il lavoratore in un non-cittadino, realizzando la profezia nera di Marchionne, che aveva annunziato l'avvento di una nuova era.
Siamo proprio sicuri che è di questo che l'Italia ha bisogno?

(21 marzo 2012)

lavoro, la fine del PD


di Fabio Sabatini, da Micromega

L’attacco all’articolo 18 da parte di un governo sostenuto dal Pd promette di porre fine alla lenta agonia di un partito che non ha più ragione di esistere. Ecco, forse questo è l’aspetto più apprezzabile della proposta presentata ieri da Monti e Fornero.

Allo stato attuale, la riforma del mercato del lavoro disegnata dal governo comporta uno schiacciamento della forza contrattuale dei lavoratori dipendenti e lascia sostanzialmente inalterato il potere delle imprese e dei lavoratori autonomi. Che sono i veri vincitori di questa prima stagione politica del governo Monti, nato e vissuto finora con l’appoggio a tratti entusiastico del Partito Democratico.

È una situazione paradossale. Con il crollo del Pdl, il centrosinistra oggi è maggioranza relativa nel Paese, e vincerebbe le elezioni. Se volesse, Bersani potrebbe ribaltare il tavolo. Impedire al governo di cambiare l’articolo 18 oppure, meglio, presentare una proposta alternativa di riforma del mercato del lavoro.

Il leader del Pd potrebbe affermare che non è possibile cancellare la più importante forma di tutela del lavoro dipendente se contemporaneamente non si ridimensionano i privilegi delle categorie sociali antagoniste. Se non si svuotano di ogni potere monopolistico gli ordini e le associazioni professionali, se non si argina la prepotenza di Confindustria e se non diventa possibile licenziare per motivi economici anche i manager delle grandi imprese. Se non si elimina una volta per tutte la miriade di forme contrattuali che oggi consentono ai datori di lavoro di praticare le più becere forme di sfruttamento dei propri dipendenti. Se non si istituisce uno schema organico di assicurazione pubblica contro la disoccupazione corredato da interventi efficaci a sostegno della formazione professionale e del ricollocamento in posizioni dignitose, perché i lavoratori, anche i più svantaggiati, siano messi in condizione di maturare la capacità, gli incentivi e la possibilità materiale di adattarsi ai cambiamenti della domanda di lavoro.

Una controriforma con tali contenuti avrebbe dovuto essere già pronta nel cassetto di Bersani, specie in un momento tanto favorevole dal punto di vista elettorale (negli ultimi due decenni il centrosinistra non è mai stato così avanti nei sondaggi).

Oggi invece il Pd sta perdendo una occasione storica, probabilmente l’ultima, per guidare il cambiamento del paese e porre le basi di una nuova stagione politica che, dopo venti anni di dominio del peggior centrodestra del mondo occidentale, avrebbe potuto ripristinare un briciolo di equità sociale in Italia.

Per Bersani sarebbe stato una sorta di match point. Non ci state? Bene, costruiamo una alleanza con tutte le forze di centrosinistra che condividono il nostro programma, scegliamo con le primarie di coalizione il candidato premier, vinciamo le elezioni e realizziamo il nostro progetto dai banchi del governo.

Un sogno. Il segretario continua a traccheggiare immerso in un brodo di “se” e di “ma”, tentando di mettere d’accordo un partito sostanzialmente diviso tra montiani entusiasti, montiani tiepidi, non montiani e anti-montiani. Sul sito del Pd stamattina l’apertura era dedicata all’ennesimo comunicato vuoto e scialbo, che riporto per intero perché a suo modo esemplare: “Credo che il governo abbia tutti gli elementi per capire le distanze da colmare e trovare i possibili punti di caduta. Spero che vada bene, che si trovi un punto di sintesi. E come sempre nei momenti difficili, l’Italia riesce a costruire la coesione sociale che mette il Paese sulla strada della fiducia per me questo è il messaggio che deve arrivare al mondo”.

Insomma non ha detto niente. Il leader del primo partito di centrosinistra italiano sembra inerme di fronte al più significativo indebolimento dei diritti dei lavoratori mai realizzato nel dopoguerra. L’immagine più incisiva di Bersani che le cronache ci hanno regalato in questi giorni rimane il sorriso un po’ imbarazzato e di circostanza con cui è stato ritratto nella foto a casa Monti postata da Casini su Twitter, della serie: “sono qui ma anche lì, vedremo, ragazzi, non mettetemi in mezzo” (come lo ha felicemente descritto Alessandro Gilioli sul suo blog).

Il Pd non è il partito dei lavoratori, questo era chiaro da un pezzo. È una scelta legittima, ci mancherebbe, ognuno è libero di adottare la linea politica che più gli è congeniale. Né del resto è il partito dei padroni, i cui interessi sono ben più efficacemente tutelati altrove. L’unica categoria sociale fedelmente rappresentata dal Pd oggi sono i dirigenti del Pd, che dettano la linea ignorando, a volte smaccatamente, le aspirazioni dei loro elettori.

Un partito del genere le prossime elezioni non può che perderle. Anche perché il lavoro non è certo l’unico tema su cui il Pd difetta di una posizione ufficiale. Basti pensare ai diritti civili degli omosessuali, su cui nessuno ha corretto la posizione nauseante espressa da Rosy Bindi qualche giorno fa, o al conflitto di interessi, che sembra diventato addirittura un tabù.

Nel frattempo Berlusconi si prepara a incassare. E ci riuscirà senz’altro, visto che il suo potere mediatico ed economico è intatto, e la sua strategia politica è per ora ben più accorta e lungimirante di quella del centrosinistra. L’ex premier sa che oggi non ci sono le condizioni per tornare al governo in prima persona. Quindi l’unica strada per rimanere al potere è allearsi col governo in carica, sommando quanto resta dei propri consensi con quelli di una ipotetica forza centrista guidata da Monti o da altri esponenti dell’esecutivo (un 20-25 per cento, secondo i sondaggi). Tale alleanza avrebbe l’appoggio incondizionato dell’impero mediatico di famiglia, e darebbe in cambio le consuete garanzie sul piano giudiziario e della tutela di Mediaset e delle sue consorelle.

Contro questo centrosinistra, la vittoria sarebbe assicurata. Il Pd subirebbe l’ennesimo, decisivo, ridimensionamento, e l’Italia rimarrebbe ancora, forse definitivamente, impantanata nel conflitto di interessi che ha paralizzato l’economia e la società negli ultimi venti anni.

(21 marzo 2012)

L'agitazione delle anime


LABURISTI E LIBERALI NEL CENTROSINISTRA
L'agitazione delle anime
Si raccoglie quello che si è seminato. Per ragioni evidenti - il legame con la Cgil, ma anche convinzioni antiche di una parte della sua dirigenza - sul tema della riforma della legislazione del lavoro il Pd ha lasciato convivere al suo interno posizioni molto diverse, l'anima di Damiano e l'anima di Ichino, per ricordarne gli esponenti più noti. Come l'asino di Buridano, tra queste anime non ha mai deciso e le ha lasciate polemizzare al suo interno. Quando è stato al governo ha sempre evitato di porre il tema sul tappeto nei suoi aspetti più ostici. Quando al governo era Berlusconi, questi si è ben guardato dall'affrontare il problema: in altre faccende affaccendato, egli ha seguito la sua ben nota strategia di galleggiamento e quieto vivere. Ad affrontare il toro per le corna c'è voluto Monti, e ora il Pd è nei guai.

Questo è un brutto momento per fare «la» riforma della legislazione del lavoro. Ciò che veramente incide sulle condizioni di benessere dei lavoratori - quelli che già sono occupati e quelli che vogliono entrare nel mercato - sono i livelli e la dinamica dell'occupazione, della domanda di lavoro: quando questi sono sostenuti, ci saranno assunzioni massicce, licenziamenti scarsi, e i licenziati in un'azienda troveranno facilmente lavoro in un'altra: l'articolo 18 interessa allora a ben pochi. Le cose stanno in modo diverso quando l'occupazione è scarsa e la domanda di lavoro è fiacca, se non addirittura in regresso. È la situazione attuale e temo che sarà destinata a durare per molto tempo, perché una ripresa economica non è in vista. In questa situazione ciò che influisce sul benessere dei lavoratori sono le garanzie di sostegno del reddito nel caso non si trovasse o si perdesse il lavoro: è questo che interessa, assai più dell'articolo 18. Qui però ci si scontra con il secondo motivo che rende il momento poco adatto alla riforma: la scarsità di risorse finanziarie disponibili per un ridisegno robusto degli ammortizzatori sociali.

Ma i momenti per riformare spesso non si scelgono, si verificano, e bisogna coglierli al volo. Di una riforma che aggiornasse la nostra obsoleta disciplina avevamo un grande bisogno: non solo perché ce la chiedono l'Europa e i mercati, ma per le iniquità e gli ostacoli allo sviluppo che essa contiene. Il centrodestra e il centrosinistra che abbiamo conosciuto non l'avrebbero mai fatta e, se rimanessero gli stessi, mai la farebbero in futuro: bene hanno dunque fatto Monti e Fornero a proporla. La riforma è solo abbozzata. Alcune misure mi convincono, altre meno. Oltretutto non si tratta di un testo definitivo ed è probabile (anzi, sperabile) che il Parlamento lo discuta a fondo e dunque alcune misure vengano riformulate. E qui, forse, il Pd può recuperare in extremis quella credibilità che le sue incertezze hanno sinora appannato. Può farlo, però, solo se l'asino di Buridano decide a quale mucchio di fieno rivolgersi, se a quello riformista o a quello della conservazione sindacale: concentrarsi sull'articolo 18 e definire la sua riforma come «pericolosa e confusa», come ha fatto D'Alema, non è un buon segno. Così come non lo è avanzare l'argomento della sacralità della concertazione. La concertazione all'italiana è stata una fase della nostra storia recente, motivata da circostanze eccezionali e ci voleva un governo frutto anch'esso di circostanze eccezionali per ribadire un principio costituzionale ovvio: che il governo ascolta e discute con i rappresentanti degli interessi - e questo governo ha ascoltato e discusso -, ma poi propone al Parlamento un testo legislativo. E il Parlamento decide.

di Michele Salvati, dal corriere

mercoledì 21 marzo 2012

Art.18, Romaniello: “condividiamo la battaglia della Cgil”


Art.18, Romaniello: “condividiamo la battaglia della Cgil”
l “la sinistra ha il dovere di interrogarsi sulla sua capacità di costruzione di un nuovo progetto di società capace di tenere insieme diritti, difesa dell’ambiente, un welfare inclusivo con le nuove dinamiche dello sviluppo”

ACR“Condividere le motivazioni che hanno portato la Cgil a decidere l’unica cosa da fare, lo sciopero generale di otto ore contro la cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, è per noi condividere una battaglia di democrazia e di civiltà nei diritti”. E’ quanto sostiene il capogruppo Sel in Consiglio regionale Giannino Romaniello sottolineando che “il governo Monti sta cercando di fare quel che non era riuscito a Berlusconi: introdurre la libertà di licenziamento. Non c’è nulla che possa compensare la cancellazione del diritto, peraltro garantito dalla Costituzione, alla dignità dei lavoratori, che merce non sono e non devono tornare a essere. Aspettiamo che qualcuno ci spieghi perchè favorendo i licenziamenti si possa incrementare l'occupazione”.

“Dunque – continua il capogruppo Sel - noi saremo al fianco della Cgil nello sciopero generale, in tutte le altre mobilitazioni con cui i lavoratori e i precari si opporranno. Non lo faremo per testimoniare ma per raggiungere un obiettivo concreto e preciso: impedire che la libertà di licenziare diventi legge. Ma non è, non può e non deve essere una battaglia solo della Cgil e nostra. Riguarda tutti i lavoratori e tutti coloro che si battono per difendere i diritti e la dignità del lavoro. Sono le radici sociali, politiche e culturali del centrosinistra, la sua ragion d’essere. La rottura non solo è stata esplicita, è anche stata enfatizzata dal Presidente del Consiglio con parole sul diritto di veto che speravamo di non dover più sentire, e che non possono non farci pensare ad un precisa strategia: quella di mettere nell’angolo la Cgil, il sindacato confederale più rappresentativo, per sostenere una riforma che risponda ai desiderata dei mercati. Per questo qui e ora il centro sinistra deve indicare una visione ed una politica alternativa, e soprattutto affermare che la crisi strutturale non si risolve con lo smantellamento forzato del modello sociale europeo”.
“In questa situazione – dice Romaniello – avvertiamo un grande rischio: se il centro sinistra non coglie immediatamente l’occasione per ‘alzare la propria voce’ è ovviamente destinato a sparire assieme ai diritti dei lavoratori e dei cittadini; la speranza di una prospettiva di un radicale cambiamento di passo è appesa alla nostra capacità di spiegare alla gente un ‘percorso possibile’, far percepire con nettezza la differenza concreta dei modelli che il centro sinistra saprebbe mettere in campo se potesse governare questo Paese. Infine, la Cgil non ha bisogno di tifoseria e sostegni virtuali, ma di una sinistra politica capace di costruire in tutti i luoghi e sedi istituzionali in cui è presente, iniziativa, azione, progetti che caratterizzano la sua scelta. Una scelta capace, sotto il profilo programmatico e comportamentale di interpretare i bisogni sociali, difendere i diritti e la dignità del lavoro per costruire un nuovo blocco sociale e politico in grado di contrastare la deriva neoliberista e con tratti di autoritarismo interpretato da questo Governo tecnico. E’ sin troppo evidente che con la proposta sul mercato del lavoro oltre ad aprire la strada ai licenziamenti facili, si intende modificare il sistema delle relazioni industriali mettendo in discussione il ruolo dei corpi intermedi della società, parti fondamentali di quella Costituzione materiale che ha affiancato la Costituzione ‘formale’ ed ha permesso al Paese di superare crisi ben più significative”.

“La sinistra – conclude Romaniello - ha il dovere di interrogarsi sul suo ruolo e la sua capacità di costruzione di un nuovo progetto di società (un’altra idea di sviluppo) capace di tenere insieme i diritti, la difesa dell’ambiente, un modello di welfare inclusivo con le nuove dinamiche dello sviluppo”.

Fonte Consiglio Informa

Rotondella, cordoglio dell’amministrazione per scomparsa Ielpo


Rotondella, cordoglio dell’amministrazione per scomparsa Ielpo
21/03/2012 18:23

Il sindaco di Rotondella, a nome dell’intero Consiglio comunale e della comunità rotondellese, esprime cordoglio per la scomparsa, avvenuta oggi a Roma, dell’ing. Nicola Jelpo, direttore della Zecca dal 5 marzo 1979 al 21 novembre 1999. Profondamente legato a Rotondella, dove era nato il 5 marzo del 1936, aveva di recente donato al Comune dei locali per ospitare il Museo Numismatico con l’esposizione permanente di 600 esemplari di monete (della propria collezione) per il quale proprio alcuni giorni fa la Giunta comunale ha approvato il progetto definitivo che verrà realizzato con risorse del Piot. E all’ing. Ielpo, illustre concittadino, l’amministrazione intende intitolare il Museo numismatico.
Fonte : Basilicatanet

Chi ha fatto contratti da mld coi derivati?


Chi ha fatto contratti da mld coi derivati?
 di Gianni Credit * * da www.ilsussidiario.net

Ha ragione Alessandro Penati su Repubblica a punzecchiare (noi) giornalisti italiani: sull'esposizione in derivati della Repubblica Italiana un sistema di “media” evoluto in una democrazia degna di questo nome non si sarebbe limitato a registrare burocraticamente e frettolosamente la notizia della chiusura di un debito “derivato” dell'Italia presso Morgan Stanley con una perdita di 2,6 miliardi. Anzitutto perché - come del resto segnala Penati - la storia non è affatto chiusa: l'esposizione in derivati della Repubblica includerebbe, al momento, altri 24 miliardi di euro di perdita presunta (l'1,5% del Pil italiano), mentre altri 9 miliardi di rischio penderebbero sui bilanci delle banche italiane. «Debito sommerso», scrive il commentatore. «Bilanci falsi» ci permettiamo di aggiungere qui noi: usando né più né meno le espressioni di dura condanna usati dall'Europa nei confronti della Grecia. E il bilancio pubblico di Atene era stato «falsificato», per la cronaca, da un'operazione derivata contratta nel 2001 con la Goldman Sachs. L'attuale presidente della Bce, Mario Draghi, allora “executive vice president” di questa banca d'affari in Europa, dovette faticosamente negare il proprio coinvolgimento. E a proposito, l'operazione Italia-Morgan Stanley è datata 1994: il direttore generale del Tesoro era Draghi. Fino alla primavera di quell'anno il premier era il “super-tecnico” Carlo Azeglio Ciampi, poi lui stesso ministro del Tesoro con Romano Prodi dal '96 al '98. Nel maggio '94 con il Berlusconi-1 arriva al Tesoro Lamberto Dini, poi lui stesso premier. Nel 2001 con il Berlusconi-2 in via XX settembre approda Giulio Tremonti, con Domenico Siniscalco direttore generale e poi ministro. Con il Prodi-2 all'Economia c'è Tommaso Padoa-Schioppa, mentre alla direzione generale s'è intanto installato Vittorio Grilli, oggi viceministro dell'Economia del premier Monti. Intanto Draghi viene richiamato dalla Goldman in Bankitalia. Nessuno s'è mai accorto di nulla, soprattutto quando i mercati si sono rovesciati? In ogni caso - in estrema sintesi - l'Italia ha pagato un differenziale d'interessi fuori dagli esercizi di competenza: spalmandoli su trent'anni. I contribuenti italiani - oltre alle autorità Ue - sono stati tenuti all'oscuro dei rischi reali insiti nel loro debito? Oppure, peggio: qualcuno sapeva (ad esempio, le agenzie di rating o grandi intermediari globali) e ha speculato quest'estate? Inevitabile interrogativo finale: l'austerity che i tecnici stanno somministrando agli italiani con molta enfasi morale, sta, in realtà, tappando qualche buco lasciato da qualche altro super-tecnico (impreparato, imprudente, troppo amico delle grandi banche)? Su questa vicenda molti colleghi - non solo di Repubblica - potrebbero aprire un dibattito di più ampia cultura politica e professionale: per il bene della democrazia è meglio battersi a colpi di intercettazioni sui comportamenti privati del premier o a colpi di trasparenza pubblica sui comportamenti pubblici di altri responsabili del Paese?

I Sindacati hanno fatto la loro parte, ora tocca al Parlamento.


di Stefano Folli, dal sole24 ore

Di fronte ai passaggi stretti di una storica trattativa sul mercato del lavoro, il Governo Monti poteva scegliere fra una linea dura e una, diciamo così, molto morbida.
La linea dura si sarebbe riassunta così: mettere fine al negoziato con i sindacati presentando un testo del tipo "prendere o lasciare" per poi trasformarlo, con o senza la firma delle forze sociali, in un decreto legge sul quale il Parlamento avrebbe avuto sessanta giorni di tempo per deliberare. Magari sospinto da un voto di fiducia. Questa procedura avrebbe costituito una vera e propria sfida a tutto campo. In particolare nei confronti della Cgil, da un lato, e del Pd, dall'altro. E non occorre molta fantasia per immaginare gli effetti di una simile scelta.
La linea morbida era l'opposto. Voleva dire proseguire nella trattativa fino all'estenuazione. Avere la Cgil come interlocutore privilegiato, subire in qualche caso i suoi veti e accettare via via le sue condizioni per un compromesso che avrebbe creato molti scontenti nel mondo delle imprese. Questa posizione sarebbe stata, è ovvio, gradita ai partiti della sinistra. Ma avrebbe determinato non poche fratture sul versante destro del Parlamento. Anche in questo caso, probabile instabilità nel tripartito della quasi-maggioranza.
Sembra di capire che Monti abbia scelto una terza via. Vediamo in che termini. Si tiene ferma la scadenza prevista per il negoziato, in modo che non si dica che il governo ha menato il can per l'aia. Si presentano le linee di un testo concreto e ambizioso, anche sulla controversa riforma dell'articolo 18. È il testo che costituisce la proposta finale dell'esecutivo alle parti sociali. Con la Cisl di Bonanni che si dichiara d'accordo e la Cigl invece negativa; mentre la Uil è a favore chiedendo correttivi. Si mette l'accento su ciò che ha unito gli interlocutori seduti intorno al tavolo di Palazzo Chigi. E si tende a circoscrivere, pur rispettandolo, il dissenso della Cgil proprio sulle modifiche dell'articolo 18 (nodo peraltro cruciale).
Quel che conta, non si chiedono le firme ai sindacati e alle altre parti sociali in calce a ipotetici «patti». Al contrario, si prende atto dei punti d'intesa e di quelli su cui è rimasto il disaccordo, riunendoli in una sorta di «verbale». E sulla base di questo racconto complessivo della trattativa, il governo Monti si prepara a rivolgersi al Parlamento. Chiamerà in causa le forze politiche, offrendo loro il risultato di una complessa mediazione, non del tutto riuscita. Spetterà al Parlamento recepire o no il lavoro del governo e calarlo nella cornice di una legge equilibrata che segnerà una svolta nelle relazioni di lavoro (in serata peraltro girava ancora l'ipotesi più drastica e perentoria di un decreto).
Dopo le forze sociali, spetta dunque ai partiti rinunciare a qualcosa e contribuire alla soluzione del rebus. Il sentiero rimane stretto. Ma il risultato di ieri deve molto al passo compiuto lunedì da Giorgio Napolitano, con la richiesta a tutti i soggetti coinvolti nel negoziato di guardare soprattutto agli interessi generali del paese.
Sta di fatto che Monti ha dimostrato di non aver paura di decidere. La concertazione c'è stata, ma – in ossequio alle promesse fatte – non si è rivelata paralizzante. Alla Cgil non è stato concesso di esercitare il potere di veto. E ora il coinvolgimento del Parlamento permette alle forze politiche di intervenire con la loro autonomia per correggere e integrare questo o quel punto del progetto governativo. È questa la via che Bersani intravede per togliersi da una difficoltà che senza dubbio esiste e non è trascurabile per un partito di sinistra. La pressione della Cgil, a sua volta incalzata dalla Fiom, non sarà irrilevante nelle prossime settimane. Ma ognuno dovrà fare la sua parte.
La giornata di ieri dice che sulla riforma del lavoro non c'è stata l'intesa, ma nemmeno una frattura senza speranza. Si è verificato un dissidio ampio e profondo, ma suscettibile di essere gestito con senso di responsabilità, attraverso tempi politico-parlamentari che non saranno troppo brevi.

Buste paghe col trucco


di MASSIMO BRANCATI , dalla gazzetta del mezzogiorno

POTENZA - Quasi una sindrome di Stoccolma: la vittima è consapevole del proprio sfruttamento e lo accetta per sopravvivere, al punto da proteggere il suo «carnefice». Più donne, più giovani, più attività manuali che impiegatizie. Sono soprattutto loro le vittime del «lavoro grigio»: lavoratori che firmano una busta paga da 800-1000 euro e ne incassano materialmente la metà, se non di meno. Non lavoro retribuito in nero, non un’occupazione precaria, ma forse a maggiore rischio, perchè può scomparire all’improvviso, appena si spezza la sottile complicità tra datore di lavoro e dipendente.

Sono situazioni, senza generalizzare, presenti ovunque: le commesse dei negozi, le cassiere del supermercato, i banconisti, i baristi, ma anche i braccianti, i muratori. Negli ultimi quattro-cinque anni è cresciuto in maniera impressionante il numero dei lavoratori che percepiscono retribuzioni inferiori a quelle segnate sulla busta paga e che accettano questa situazione come alternativa alla disoccupazione.

Il fenomeno interessa almeno il 25 per cento degli occupati in Basilicata: a chi va bene capita di portare a casa il 70 per cento di ciò che è scritto sulla busta, ma non sempre è così.

«In assenza di lavoro - commenta Carmine Vaccaro, segretario regionale della Uil - è chiaro che la gente si adatta a fare di tutto. Le stime sul sovraindebitamento delle famiglie è il sintomo che le cose non vanno bene ed è terreno fertile per la crescita di forme subdole di occupazione, qual è anche il lavoro a chiamata per un’ora. Ci auguriamo che la riforma del mercato del lavoro di cui si sta discutendo in questi giorni possa mettere ordine e restringere il campo di azione da parte di imprenditori o pseudo tali».

A molti lavoratori viene chiesto di pagarsi da soli i contributi, cosa illecita, se vi fosse ancora bisogno di dirlo, ma c’è anche di peggio. Tante lavoratrici che sono in maternità debbono dividere a metà il proprio stipendio con il datore di lavoro. Quasi che rimanere a casa per il periodo stabilito dalla legge sia una concessione elargita dall’azienda. Le donne, soprattutto se sono alla loro prima occupazione, sono fra le più esposte al rischio-sfruttamento: tra i 20 e i 30 si verifica la maggior parte degli episodi di lavoro grigio.

La media delle vertenze, nell’ultimo quinquennio, è di 120 all’anno ed è un numero assolutamente sottostimato rispetto alla reale situazione, dal momento che si riferisce soltanto ai ricorsi gestiti dai sindacati. A questo dato, insomma, va aggiunto quello relativo a lavoratori che si rivolgono direttamente a un legale.

Di certo i tempi sono lunghi per tutti «perchè aziende e datori di lavoro - chiariscono le organizzazioni sindacali - sono meno propensi ad arrivare ad una transazione di quanto non lo fossero in passato, attendono che il contenzioso legale faccia il proprio corso, fino ai decreti ingiuntivi. Tanto con il daffare che c’è nei tribunali».

Eppure senza i lavoratori in grigio tante attività non andrebbero avanti. Rispetto a dieci anni fa ci sono più denunce e, nel caso dei supermercati, anche più controlli, ma il turnover dei lavoratori sfruttati è diventato anche più veloce.

Pizzerie, ristoranti, pub sono fra gli esercizi commerciali in cui è più frequente la presenza di queste situazioni illegali, ma nonostante le vertenze, via un lavoratore in grigio ce n’è subito un altro pronto ad accettare condizioni anche peggiori. Il ricatto della disoccupazione e del licenziamento l’ha sempre vinta.