giovedì 23 febbraio 2012

Un'imposta patrimoniale sulla ricchezza mobiliare può creare 800.000 posti di lavoro


La soluzione della crisi passa per un maggiore e migliore intervento dello Stato: un'imposta patrimoniale sulla ricchezza mobiliare può creare 800.000 posti di lavoro
di Francesco Scacciati , Guido Ortona , Ugo Mattei

In questo intervento proponiamo quanto segue:

Ottocentomila disoccupati vengono assunti nel settore pubblico dell'economia con una retribuzione netta di 1.200 euro al mese. L'operazione è finanziata con un'imposta patrimoniale sulla ricchezza mobiliare (escludendo cioè le abitazioni, i terreni ecc.)
Prima di entrare nel merito chiariamo che:
a) gli 800.000 posti e i 1.200 euro al mese vanno intesi come ordine di grandezza; nell'elaborazione tecnica che dovranno effettuare gli enti competenti se la proposta verrà accettata si potrà pensare a modifiche anche consistenti, come per esempio la differenziazione delle retribuzioni in funzione della qualifica;
b) le aliquote fiscali che verranno citate più sotto sono anch'esse un ordine di grandezza medio. È sicuramente preferibile ricorrere ad aliquote progressive. Analogamente, si potrà pensare anche a una limitata tassazione del patrimonio immobiliare. Tutto ciò di nuovo deve essere demandato a una sede tecnica.
Ci siamo sforzati di esporre la proposta nel modo più chiaro possibile; donde la forma un po' inusuale di questo testo.
1. Premessa. L'emergenza economica in cui ci troviamo è l'insieme di più emergenze. Una è quella occupazionale. Gli economisti seri concordano su questi quattro punti: a) i prossimi mesi, o anni, di recessione aggraveranno questa emergenza; b) una crescita debole, paragonata a quella degli ultimi anni prima della recessione, non è sufficiente a risolvere questa emergenza, e forse nemmeno a impedirne l'aggravarsi; c) i costi di questa emergenza sono enormi, e di lungo periodo: in quanto oltre alle gravi sofferenze di natura sia economica sia psicologica per i disoccupati (che molti politici trascurano) comprendono anche la perdita di capacità lavorative, la disaffezione verso il lavoro, e vari tipi di degenerazione del tessuto sociale; d) il mercato non è in grado di risolvere questa emergenza.
Ne consegue inevitabilmente quanto segue:
a) l'emergenza occupazionale va affrontata come tale, cioè con provvedimenti di emergenza, che devono durare fino a che dura l'emergenza.
b) È compito dello stato sostituirsi al mercato per creare occupazione.
c) Le risorse per affrontare questa emergenza devono essere sottratte al ricatto dei mercati finanziari. Infatti un aumento del costo del debito implica una riduzione delle risorse pubbliche disponibili, il che fa aumentare la disoccupazione; e contrastare la disoccupazione con nuova spesa pubblica implica un aumento del costo del debito, e così via.
d) Le risorse necessarie devono quindi provenire da una fonte consistente e stabile. La via più percorribile in tempi brevi è la tassazione della ricchezza mediante un'imposta patrimoniale.
Donde la proposta qui illustrata. Essa solleva quattro ordini di problemi: tecnici, cioè come implementarla; economici, cioè la valutazione degli effetti che avrebbe sull'economia; finanziari, cioè dove trovare i soldi per attuarla; e infine politici. Degli aspetti tecnici, economici e politici discuteremo più sotto; è importante prima di continuare verificare che i soldi ci siano, per dirla un po' brutalmente.
Ci sono. A quanto riferisce la Banca d'Italia, la ricchezza mobiliare netta degli italiani, cioè quella costituita da moneta e titoli (e non da abitazioni e altri immobili, e calcolata sottraendo i debiti) è di circa 2700 miliardi di euro, di cui almeno il 45% è nelle mani del 10% più ricco. Il costo della manovra suggerita è di poco meno di 12.5 miliardi (includendo una tredicesima mensilità). Ciò implica che il suo costo potrebbe essere coperto con un'imposta patrimoniale media pari allo 0.46%, cioè al 4.6 per mille (nell'ipotesi che i contributi previdenziali vengano interamente pagati da altre fonti, vedi sotto). Per avere un'idea della portata di una simile imposta si consideri quanto segue: un cittadino che disponga di una ricchezza finanziaria di 10.000 euro (un valore piuttosto basso, dato che il patrimonio include ogni tipo di risparmio, compresi i conti correnti bancari) dovrebbe pagare 46 euro all'anno; non c’è motivo per cui non possa essere autorizzato a pagare in dodici rate mensili di tre euro e ottantatre centesimi ciascuna. Ci sentiamo di dire che questo esborso è ampiamente alla sua portata; e lo è quindi, a maggior ragione, quello richiesto ai cittadini dotati di un patrimonio maggiore.
2. Alcune questioni tecniche. Veniamo adesso ad alcune considerazioni tecniche. Ovviamente questo elenco è assolutamente preliminare: come abbiamo notato più sopra, le questioni tecniche andranno affrontate attentamente e rigorosamente in sede di attuazione della manovra.
1. Quanto deve durare questo provvedimento? Fino a quando dura l'emergenza sociale. Il prelievo potrebbe comunque essere ridotto man mano che vada a regime la lotta all'evasione fiscale. L'esiguità dell'aliquota richiesta fa sì che non ci siano problemi a tenerlo in vigore a lungo.
2. Non sarebbe meglio un'imposta progressiva? Sì. la somma richiesta potrebbe essere ottenuta esentando dal contributo i piccoli patrimoni, e imponendo un'aliquota maggiore ai patrimoni più consistenti. Nel primo paragrafo abbiamo voluto sottolineare che anche un'aliquota proporzionale è ampiamente sostenibile, e quindi una progressiva lo è a maggior ragione.
3. Non bisognerebbe considerare anche i contributi previdenziali, il che aumenterebbe il costo della manovra? Sì, ma la variazione di costo non sarebbe rilevante. Una parte potrebbe essere versata dallo stato, grazie alle maggiori entrate dell'IVA dovute ai consumi dei nuovi percettori di stipendio; un'altra parte potrebbe essere ricavata da una riduzione delle spese per la tutela dei disoccupati; e infine una terza parte potrebbe essere ottenuta con un'aliquota maggiore sui patrimoni più alti, mediante un'aliquota progressiva. Anche se l'intero ammontare dei contributi fosse finanziato con questo schema, comunque, l'aliquota media salirebbe allo 0.5% (il che per il nostro esempio del primo paragrafo implicherebbe un esborso di 4 euro e 17 centesimi al mese).
4. Non c'è pericolo che questa imposta faccia fuggire i capitali all'estero? No, per due motivi. Il primo è l'esiguità delle aliquote implicate. Il secondo è che i capitali che potrebbero fuggire sono già all'estero. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è costituita da depositi bancari solo per il 30% (e questa quota è assai più bassa per i grandi patrimoni); il resto sono titoli di vario genere, italiani o esteri a seconda di quali rendono di più, o sono più sicuri. Ciò che sarebbe tassato è la proprietà del patrimonio, indipendentemente da come e dove è investito. Difficilmente qualcuno affronterebbe i costi di intestare il proprio patrimonio a prestanome esteri solo per risparmiare meno dello 0.46% all'anno per qualche anno: coloro che attuano pratiche di questo genere lo farebbero comunque, e coloro che non lo fanno non lo farebbero solo per evitare un'aliquota così bassa. Naturalmente si può e si deve sperare che si riesca a tassare pesantemente i patrimoni occultati all'estero, ma questo è un altro discorso.
5. Ci possono essere difficoltà perché non si sa di chi siano i patrimoni. Falso. Ogni deposito, sia esso in contanti o in titoli, ha una sua nominalità. La tassazione inciderebbe sul patrimonio indipendentemente da chi ne è il titolare, e può quindi persino essere effettuata in regime di anonimato, come si è fatto per i capitali scudati, anche se secondo noi ciò non sarebbe affatto giusto.
6. È possibile che ci sia uno scarto fra le qualificazioni che si offrono e quelle che vengono domandate, e quindi che i lavoratori siano assunti per lavorare "per finta". Il rischio c'è. Può essere fortemente limitato con l'istituzione di corsi di qualificazione considerati come parte dell'attività lavorativa e destinati a chi abbia qualifiche sufficientemente prossime a quelle richieste. Per esempio, i laureati in lettere disoccupati potrebbero essere utilizzati come insegnanti di sostegno in materie letterarie, dopo un opportuno corso di pedagogia.
7. Perché tassare solo il patrimonio mobiliare e non anche quello immobiliare? Perché il patrimonio mobiliare è un indicatore più corretto della ricchezza effettiva. In primo luogo i valori catastali sono poco attendibili; in secondo luogo è relativamente facile che un immobile del valore di, poniamo, 300.000 euro sia un'eredità di famiglia e il suo proprietario non abbia altre risorse, e quindi che il pagamento di un'imposta dello 0.15% (le aliquote sarebbero naturalmente più basse che nel caso in cui venga escluso il patrimonio immobiliare), cioè di 450 euro, sia per lui molto gravoso, o comunque indebitamente più gravoso rispetto a un altro cittadino che possegga un patrimonio di pari entità ma di diversa natura. Inoltre, il patrimonio immobiliare è, di fatto, già gravato da imposte di altro tipo in misura piuttosto consistente. Tuttavia è possibile pensare a schemi che includono anche il patrimonio immobiliare (e quindi, come abbiamo visto, con aliquote più basse) con aliquote progressive e soglie di esenzione.
8. Non c'è il pericolo che questo schema si traduca solo nella sistemazione degli attuali precari della pubblica amministrazione? Sì, anche se questo "solo" sarebbe comunque un buon passo in avanti. Dato però che si utilizzerebbero risorse aggiuntive, deve essere chiaro che anche la manodopera deve essere tale; quindi l'assunzione in un dato ente deve essere condizionata alla non riduzione del personale del medesimo, precario o no. Un'amministrazione che assuma nel quadro di questa manovra chi è già un precario nella PA deve contestualmente assumere un altro precario a condizioni almeno eguali a quelle del lavoratore precario che avrà sostituito. Naturalmente rimane aperta la questione più generale della riduzione del precariato, che però esula da questa manovra.
3. Alcune questioni economiche.
1. Quali mansioni dovrebbero svolgere i neo-assunti? Le mansioni per le quali sono qualificati o qualificabili, e delle quali ci sia effettivamente bisogno. Questa proposta nasce dalla constatazione dell'esistenza di un triangolo di cui tutti e tre i lati sono fondamentali, e cioè la disponibilità di una vasta offerta di lavoro non utilizzata, una vasta domanda di servizi pubblici insoddisfatta, e l'esistenza delle risorse necessarie a far sì che questa domanda possa incontrarsi con l'offerta. Il secondo "lato" del triangolo implica che i lavoratori vengano impiegati dove servono davvero; questo schema non deve sostituire le politiche di sostegno e riqualificazione dei disoccupati, che però sarebbero naturalmente rese meno costose dalla riduzione del loro numero.
2. Non sarebbe meglio investire i fondi resi disponibili dall'imposta patrimoniale in grandi opere pubbliche? No. Da una parte ciò che di cui l'Italia ha bisogno è in primo luogo uno sviluppo dei servizi sociali e ambientali; dall'altra i disoccupati, e in particolare i giovani disoccupati, sono in buona parte dotati di una qualifica che li rende poco adatti alle mansioni tipiche delle grandi opere, e più adatti all’occupazione nel settore dei servizi. Ancora, le grandi opere sono tipicamente capital intensive, e quindi poco utili se l'obiettivo che si vuole raggiungere è aumentare l'occupazione. Infine esse sono tradizionalmente uno dei luoghi di massimo spreco delle finanze pubbliche.
3. Non c'è il pericolo che i fondi vengano usati in modo da una parte clientelare, e dall'altra per assumere "i soliti raccomandati" in "lavori socialmente inutili", in pratica creando un ceto di "disoccupati di professione?" Sì, il pericolo c'è, ma può essere evitato; bisogna naturalmente fare le cose bene. Per esempio, potrebbero essere i comuni a indicare le mansioni su cui effettuare le assunzioni, che però dovrebbero essere a carico di un'agenzia nazionale, cui spetterebbe anche il compito di valutare le richieste dei comuni. Comunque non sembra che gli eventuali pericoli siano tali da togliere validità alla manovra; e in ogni caso la loro valutazione è un problema che va affrontato dopo che si sia presa la decisione politica di procedere in questa direzione.
4. Non c'è il pericolo di una concorrenza indebita al mercato del lavoro ufficiale, con effetti distorsivi sull'occupazione ordinaria? Il pericolo è molto limitato. Esso può essere drasticamente ridotto limitando le assunzioni ai settori dei beni pubblici, cioè di quei beni che il settore privato non è in grado di fornire in modo efficiente; essi sono anche quelli in cui si hanno in Italia i maggiori ritardi. Un esempio ovvio è la tutela dell'ambiente, un altro i servizi universalistici di assistenza, per esempio la prevenzione sanitaria sul territorio.
5. Non si creerebbe un'anomalia italiana, vale a dire un eccesso di occupazione pubblica? Al contrario, si rimedierebbe, sia pure parzialmente, a una grave anomalia italiana, e cioè la carenza di occupazione pubblica (e quindi dei servizi pubblici), come risulta chiaramente dal confronto con i paesi europei paragonabili al nostro. In base agli ultimi dati confrontabili resi disponibili dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (si veda il sito http://laborsta.ilo.org/data_topic_E.html), nel 2008 i dipendenti pubblici erano 3.600.000 in Italia, ma 5.780.000 nel Regno Unito e 6.030.000 in Francia (quest'ultimo dato è relativo al 2006); entrambi i paesi hanno un numero di abitanti molto simile a quello dell'Italia. In Germania erano 5.840.000, meno che in Francia, ma sempre il 62% più che in Italia, mentre la popolazione è superiore solo del 36%; analogamente, in Spagna erano 3.050.000, circa il 15% meno che in Italia, ma con una popolazione inferiore del 24%. Perfino gli USA (dato del 2009) hanno un numero di dipendenti pubblici pro capite, esclusi i militari, superiore di circa il 20% rispetto all'Italia.
6. C'è il rischio che si renda meno flessibile il mercato del lavoro, in quanto il pericolo della disoccupazione sarebbe meno temibile, e quindi che la politica proposta sia in contrasto con un’importante componente della strategia fin qui adottata, vale a dire la riduzione del costo del lavoro sino al ripristino di una sufficiente competitività. Esatto. Questa politica si inserisce in una diversa strategia di lotta alla crisi economica. Di ciò ci occupiamo più sotto a proposito degli aspetti politici; qui però vogliamo sottolineare che il tentativo di uscire dalla crisi operando sulla flessibilità del lavoro non solo ha dei costi umani enormi, ma è anche votato quasi sicuramente al fallimento, come dimostrato da numerosi esempi storici, anche molto recenti.
7. Cosa fare dei lavoratori assunti con questo schema una volta finita l'emergenza? Nulla. Per definizione l'emergenza sarà finita solo quando il mercato e lo stato saranno in grado di garantire un livello soddisfacente di occupazione. Va inoltre ricordato che il tasso di occupazione (il rapporto tra numero di occupati e popolazione in età lavorativa) in Italia è di gran lunga tra i più bassi d’Europa (56,9% in Italia, 63,8% in Francia, 69,5% nel Regno Unito e 71,1% in Germania).
8. Cosa fare se l'iperinflazione o una durata eccezionalmente lunga della recessione dovessero ridurre la ricchezza patrimoniale mobiliare a un punto tale da rendere impossibile la tassazione richiesta da questo schema? BÈ, a quel punto avremmo ben altri problemi...
9. Due considerazioni generali. È bene affermare con tutta chiarezza che la politica economica non deve riguardare solo l’efficienza di un sistema, ma anche la sua equità, e non solo i redditi monetari ma anche il benessere complessivo delle persone. La politica economica deve quindi porsi il problema di come sostenere il reddito, le speranze e la qualità della vita dei soggetti che non possono procurarsi adeguatamente queste cose sul mercato. Il problema non è allora se aumentare l'occupazione pubblica è efficiente o no, ma di come fare a soddisfare quelle tre esigenze nel modo più efficiente. È chiaro che uno schema come quello proposto è superiore a un semplice sussidio di disoccupazione.
Infine, qualsiasi politica economica sensata deve partire da un confronto fra costi e benefici. Nel nostro caso è giusto sottolineare come sia impressionante lo scarto fra i sacrifici che sarebbero richiesti da una parte e i benefici che si otterrebbero dall'altra. I primi sarebbero minuscoli, i secondi enormi.
4. Alcune considerazioni politiche. Abbiamo visto che il trasferimento di somme quasi insignificanti per chi ne dovrebbe sopportare l’onere consentirebbe di raggiungere risultati molto ampi in termini di occupazione. Se si preferisce, che la creazione di un numero molto elevato di posti di lavoro in settori che vengono quasi unanimemente giudicati sottodimensionati costerebbe molto poco. Ciononostante questa ipotesi non viene presa in considerazione dalle forze politiche di governo, a dispetto del suo basso costo. Come mai? A nostro avviso il motivo non è il trasferimento di risorse richiesto dall'operazione (forse solo un fanatico tea partist potrebbe opporsi alla creazione di ottocentomila posti di lavoro utili a un costo così basso), ma la paura di dare allo Stato il compito di creare direttamente dei posti di lavoro. Infatti questa manovra implicherebbe un notevole cambiamento nel pensiero dominante: da un lato l'abbandono dell'idea che l'unico modo per risolvere la crisi è liberare le pure forze del mercato, dall’altro l'accettazione dell'idea che la soluzione della crisi passa per un maggiore e migliore intervento dello Stato. Anche se questa da sempre è stata una discriminante fra sinistra e destra, e pensiamo che sia bene che torni a esserlo, vogliamo sottolineare che la nostra proposta non ha nulla di estremista. Se essa fosse accettata, l'occupazione pubblica resterebbe comunque bassa rispetto agli standard dei paesi europei paragonabili all'Italia, e il trasferimento di reddito sarebbe comunque molto basso, assai meno dell'1% del PIL.
 fonte: www.sbilanciamoci.info

Super-stipendi


Super-stipendi , le resistenze dei manager
Scovare nomi e paghe dei burocrati è una specie di nascondino.
E il salva Italia è pieno di eccezioni


Filippo Patroni Griffi, ministro della Funzione pubblica
ROMA - Punto primo: chi ha i dati? L'interrogativo è rimbalzato per giorni fra i ministeri della Funzione pubblica e dell'Economia. E non è un quesito da ridere. Perché per far scattare la tagliola prevista dal decreto salva Italia, servono innanzitutto i dati. Cioè i nomi, con relativi importi, dei nostri burocrati d'oro. Il censimento, a quanto pare, si è rivelato tutt'altro che semplice: alla faccia della trasparenza. Già, la trasparenza.

Alla Funzione pubblica ci sono i dati dei direttori generali, ma non di capi dipartimento, responsabili delle agenzie e altre persone che hanno ruoli «apicali». Quelli ce li ha sicuramente chi paga gli stipendi. Cioè il Tesoro. Le retribuzioni di presidenti e commissari delle autorità indipendenti, sono invece consultabili su Internet. Ma solo quelli o poco più. Meglio, nei siti dei ministeri si trovano, è vero, gli stipendi dei dirigenti anche di seconda fascia, ma non le retribuzioni reali dei più alti in grado. C'è scritto da qualche parte quanto guadagna il capo di gabinetto del ministero dell'Economia Vincenzo Fortunato, accreditato già tre anni fa di un reddito di 788 mila euro? Viene il sospetto che la promessa di mettere tutti i dati su Internet, visto che i siti istituzionali non contengono proprio quelli più importanti, sia stata una bella presa in giro. E forse è proprio questo l'aspetto più grottesco di quest'ultima vicenda. Perché se l'operazione trasparenza avesse davvero funzionato, per sapere i nomi dei megadirigenti che superano il tetto dei 295 mila euro (alla fine pare sia questa la retribuzione del primo presidente della Corte di cassazione) sarebbe stato sufficiente un clic. Senza fare ricorso, com'è stato invece necessario, ai potenti mezzi del Tesoro: il centro di Latina, responsabile dei cedolini degli stipendi statali.

Il bello è che nemmeno i cedolini basteranno. Perché nel tetto devono essere compresi anche gli emolumenti relativi agli incarichi supplementari. Come quelli che molti burocrati ricoprono in aziende pubbliche. Un esempio? Nel 2010 l'incarico di vicepresidente di Equitalia, come si ricava dall'ultima relazione della Corte dei conti su quella società, dava diritto a un compenso complessivo di 465 mila euro. Somma addirittura superiore di 170 mila euro non soltanto al tetto del salva Italia, ma anche a quello, identico, già fissato dal regolamento scritto da Renato Brunetta un paio d'anni fa, secondo il quale nessun incarico aggiuntivo avrebbe comunque potuto oltrepassare lo stipendio del primo presidente di Cassazione. Una falla evidente e clamorosa della quale sarebbe stato facile accorgersi se quei dati, anziché essere pietosamente nascosti nelle note integrative dei bilanci, fossero stati pubblicati con tutta evidenza su Internet come ci era stato garantito dall'ex ministro dell'Innovazione.

Per conoscere nei dettagli l'Eldorado degli emolumenti pubblici serviranno dunque a poco le buste paga. Si dovranno recuperare le dichiarazioni dei redditi. Una fatica di Sisifo, per rispettare la scadenza di oggi: giovedì 23 febbraio è il giorno in cui il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi aveva previsto di dare al Parlamento la lista dei dirigenti statali (si stima un centinaio di persone) che hanno una retribuzione, compresi gli altri incarichi, di oltre 295 mila euro l'anno. Limite che a questo punto si annuncia, a meno di sorprese, piuttosto tassativo. C'era chi aveva sperato che sotto sotto il decreto salva Italia avrebbe «salvato» anche il suo stipendio. Magari introducendo in sede di applicazione deroghe a tappeto. O risparmiando il supplizio ai rapporti di lavoro in essere. Del resto, non avevano già fatto saltare il tetto, identico a quello di Monti, introdotto quattro anni fa da Romano Prodi? Ricordiamo com'era andata. Il regolamento attuativo era stato partorito oltre due anni dopo l'entrata in vigore della legge dal ministero allora guidato da Renato Brunetta, e ne aveva annullato l'efficacia: interpretando la norma nel senso che il famoso tetto dello stipendio del primo presidente di Cassazione non si doveva applicare alla somma di tutti gli emolumenti, ma soltanto agli incarichi aggiuntivi. Con il risultato che chi portava a casa una busta paga di mezzo milione l'ha mantenuta, dovendo fare il sacrificio di accontentarsi di «soli» 295 mila euro in più per gli extra. Senza che poi quel regolamento, tuttora vigente, sia stato nemmeno rispettato integralmente: almeno se sono vere le cifre della Corte dei conti su Equitalia.

Non che la nuova norma del salva Italia non sia piena di buchi. Tanto per cominciare, non è chiarissimo a chi si applica. Servirebbe un emendamento che lo precisasse per filo e per segno: non fosse altro, per mettere i tagliatori al riparo dal prevedibile contenzioso. E non è escluso che si veda comparire nel decreto sulla semplificazione.

Poi c'è il capitolo delle società statali: per loro ci saranno dei tetti variabili, per fasce «sulla base», dice il decreto, «di indicatori quantitativi e qualitativi». Bene. E chi li stabilisce? Ovvio: un decreto del Tesoro che doveva essere emanato entro 60 giorni. Doveva. Perché i sessanta giorni sono scaduti lunedì scorso e il decreto, tanto per cambiare, non si è visto. Con un emendamento nel Milleproroghe si è così spostato il termine al 31 maggio. Ma nessuno può assicurare che verrà rispettato. E questo è ancora niente. Il salva Italia, infatti, ne «salva» un bel po' di alti dirigenti. Sono quelli di Regioni ed enti locali, esclusi dal tetto. Lì ci sono di mezzo le prerogative costituzionali, le sensibilità autonomistiche... Tutte cose comprensibilissime. Al contrario, però, dei paradossi che si potrebbero determinare. Come quello di un city manager o di un alto dirigente regionale che arriverebbe a guadagnare più del ragioniere generale dello Stato.

Per non parlare delle società regionali e municipalizzate, escluse anche loro dal tetto, e nelle quali si toccano spesso retribuzioni che non hanno nulla da invidiare a quelle delle grandi imprese statali per le quali verranno invece introdotti dei limiti. Come dimostrano le vicende del Comune di Roma. Il precedente amministratore delegato dell'Ama (la società di raccolta dei rifiuti), Franco Panzironi, cumulava emolumenti per 490.225 euro. Inarrivabili rispetto a quelli (596 mila) di Gioacchino Gabbuti, attuale amministratore delegato di Atac patrimonio, mentre l'ex capo dell'Atac Adalberto Bertucci si fermava a 359 mila. Da Roma a Milano, dove la retribuzione dell'ex presidente dell'Atm Elio Catania, sostituito la scorsa estate dal nuovo sindaco Giuliano Pisapia, si attestava tutto compreso sui 450 mila euro. Duecentomila in meno rispetto alla paga del direttore e amministratore della Sea, Giuseppe Bonomi. Per la cronaca, 650 mila euro è più del doppio dello stipendio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama: quattrocentomila dollari. Non fa un certo effetto?
di Sergio Rizzo, dal corriere
23 febbraio 2012 | 7:24

Il Pdl e il rischio dell'isolamento


Il Pdl e il rischio dell'isolamento
di MARCELLO SORGI, dalla stampa

Il segretario Angelino Alfano minimizza e sostiene che il Pdl andrà alle prossime elezioni amministrative con il proprio simbolo e la propria bandiera, scegliendo "il migliore candidato sindaco in base alle esigenze delle singole città". Ma è proprio quest'ultimo aspetto del problema che tiene ancora il partito in uno stato d'ansia: man mano che la scadenza si avvicina, infatti, il dato che sta venendo fuori è la difficoltà del Popolo della libertà di aggregare consensi e costruire alleanze. Nelle situazioni più in vista, quelle che da Vicenza a Palermo daranno la tendenza del risultato elettorale, l'alternativa per il Pdl sta tra sostenere un candidato di altri senza presentarne uno espresso dal partito, o presentarlo sapendo che molto probabilmente non arriverà al ballottaggio.

Con tutti gli aggiornamenti del caso è quel che capitò alla Democrazia cristiana nel '93 - '94, alle prime due tornate di elezioni dirette dei sindaci, in cui appunto il partito non riuscì ad eleggere alcun primo cittadino. Ma la Dc per sua natura era impreparata a correre nel maggioritario e aveva osteggiato in ogni modo la scelta di un sistema a doppio turno, com'è appunto quello dei sindaci. Mentre il Pdl è nato e cresciuto nella Seconda Repubblica e, pur avendo sempre affrontato con più sofferenza le elezioni amministrative, non s'era mai trovato in difficoltà del genere. L'appuntamento della prossima primavera trova i grandi partiti alle prese con le novità introdotte dalla cura Monti e con la dissoluzione delle precedenti alleanze, determinata dal fatto che Pd e Pdl stanno con il governo, mentre i loro alleati sono schierati all'opposizione. Così al Nord la Lega ha scelto di presentarsi da sola e minaccia in campagna elettorale di ritirarsi anche dai governi regionali di tutto il Nord, se Berlusconi continuerà a garantire il sostegno a Monti. E al Centro-Sud, grazie anche al doppio turno, il Terzo polo, in gran spolvero per il suo convinto appoggio al governo, non ha alcuna necessità di scegliere subito le alleanze e può puntare a portare al ballottaggio i propri candidati a spese, in molti casi, di quelli del Pdl.

E' la ragione per cui Alfano a Palermo, la maggiore delle città in cui si voterà, ha proposto di schierare il partito fin dall'inizio a favore del candidato terzista Massimo Costa, che sarebbe favorito in un ballottaggio con Rita Borsellino, candidata, per ora soltanto alle primarie, di Bersani e di una parte del Pd. Ma anche di fronte a questa disponibilità Casini nicchia, mentre Fini è dichiaratamente contrario. Il calvario amministrativo del Pdl per adesso è solo cominciato.

mercoledì 22 febbraio 2012

Riflessi condizionati


Riflessi condizionati
Due giorni fa il ministro Elsa Fornero al presidente dell'Associazione bancaria Giuseppe Mussari, che le chiedeva maggiori ragguagli sulle intenzioni del governo in materia di flessibilità in uscita, ha risposto come si fa con uno studente: «Lei vorrebbe sapere subito il voto che prenderà alla fine». In questo episodio, o se preferite in questa gag, sono racchiuse molte delle contraddizioni di una trattativa che non sta facendo passi avanti. Il presidente del Consiglio ribadisce in tutte le sedi italiane ed estere la sua ferma determinazione a procedere anche senza l'accordo dei sindacati, i ministri raccontano alle parti sociali i capitoli sui quali vogliono intervenire (ma non le vere soluzioni che hanno in testa), industriali e confederali si guardano attoniti e quando è il loro turno al microfono balbettano. È questo il quadro che ha fatto prendere al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, una decisione difficile. Il cartellino giallo che ieri ha sventolato davanti a Mario Monti serve a saldare un fronte neo-laburista tra la sinistra e le organizzazioni sindacali (e non più la sola Cgil), ma assegna di nuovo al Pd la patente di partito della conservazione e dell'immobilismo. Bersani non si sarebbe sicuramente mosso se non avesse percepito il profondo disagio e ascoltato le richieste di aiuto della rappresentanza sociale. Ma sa che, se sbaglia, il conto lo pagherà di persona.

La verità è che la politica è dovuta tornare in gioco perché si assiste a una sorta di rassegnazione che ha pericolosamente contagiato i vertici della rappresentanza, sia essa d'impresa o del lavoro. Al governo che indica, magari in maniera didascalica, la necessità di una profonda revisione delle distorsioni di un welfare imperfetto, la risposta che arriva dalle parti sociali assomiglia alla pigra difesa dello status quo. Come se piegate dai colpi della Grande Crisi le rappresentanze avessero ceduto la primogenitura del cambiamento.

Una volta era dai convegni confindustriali o da qualche elaborazione sindacale eterodossa che venivano le provocazioni più lungimiranti, le sfide più intriganti per affrontare le contraddizioni dello sviluppo. In qualche caso il passo si rivelava troppo più lungo della gamba, ma la tensione a innovare era sempre fortissima, costituiva l'identità stessa di quel lavoro. Oggi no, industriali e sindacati sono dei giocatori di shanghai che hanno paura di toccare i bastoncini e di far venir giù tutto. E così facendo si consegnano all'inerzia, riconoscono l'ingiustizia di molti dei meccanismi in vigore, ma hanno paura di disegnarne di più equi. Qualcuno di loro, più consapevole di ciò che sta avvenendo, ma anche più cinico, pensa in questo modo di riuscire a non sporcarsi le mani, di salvarsi l'anima e alle brutte di lasciar fare al premier Mario Monti. «Tanto con lo spread che scende - si sente dire - lui avrebbe sempre e comunque ragione. E noi sempre e comunque torto». Qualcun altro, vista la difficoltà, ha però preferito cercare un partito amico e bussare a casa Bersani.

Si consuma così tra pigrizie e ultimatum l'ennesimo paradosso. Mentre tutto cambia e gli italiani si chiedono con frequenza quotidiana che fine farà il loro Paese e persino la bistrattata politica si interroga da dove/come ripartire, la rappresentanza appare immobile nelle certezze esibite. In fondo è rimasta la stessa dei tempi della Prima Repubblica, i soggetti protagonisti sono ancora quelli delle epiche battaglie sulla scala mobile e si ripresentano all'appuntamento con il nuovo tabù, l'articolo 18, come se niente fosse successo nel frattempo, da Bettino Craxi a Monti.

Sia chiaro, nessuno dimentica i meriti dei corpi intermedi e tanto meno chiede loro di sparire dalla scena: le società complesse hanno bisogno di infrastrutture di coesione e persino i conservatori inglesi che una volta sostenevano con la Lady di ferro «la società non esiste», oggi la propugnano in taglia «big». Ma è pur vero che la rappresentanza italiana in un quarto di secolo abbondante non è stata nemmeno capace di concepire un'autoriforma degna di questo nome e rischia di consegnarsi al futuro con le mani legate. Per salvare il nostro welfare, però, e per evitare di passare alla storia come la generazione del default, ci tocca riprendere confidenza con il verbo «cambiare».

E allora, prima di rassegnarsi, industriali e sindacati dovrebbero fare in fondo il loro mestiere, partire dai problemi e individuare delle soluzioni coraggiose. Li staremo sicuramente ad ascoltare. Perché se, come dicono i leader sindacali in privato, «non si può lasciare al solo Monti il compito di disegnare l'Italia di domani», il modo per evitarlo è solo uno: mettersi in gioco. Non è stagione per leadership stanche.

Dario Di Vico, dal corriere
22 febbraio 2012

Il ritorno dello scontro vecchia maniera sul welfare Il ritorno dello scontro vecchia maniera sul welfare Il ritorno dello scontro vecchia maniera sul welfare Il ritorno dello scontro vecchia maniera sul welfare


Il ritorno dello scontro 
vecchia maniera sul welfare




di MARCELLO SORGI, dalla stampa

Anche se un accurato e sotterraneo lavoro diplomatico ieri per tutta la giornata ha tentato di limitarne le conseguenze, l’attacco della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia al sindacato «che difende fannulloni e ladri» non è certo un toccasana per la trattativa sul mercato del lavoro, arenata sulla secca dell’articolo 18 e sull’irrigidimento che a questo proposito è emerso negli ultimi giorni, sia da parte della Cgil che del Pd.

Ora la Camusso pretende una marcia indietro della Marcegaglia da una posizione che, al di là della frase infelice che ha dato fuoco alle polveri, metteva in discussione i rapporti tra le parti sociali, proprio mentre il negoziato al tavolo del governo, dopo qualche iniziale progresso, segna il passo. La Confindustria ha cercato di chiarire, senza ovviamente smentire l’intervento della presidente, ma senza molti risultati.

D’altra parte la frenata della Cgil s’intuiva anche prima dello scontro tra Camusso e Marcegaglia. E la dura polemica interna al Pd, con il responsabile economico Fassina che ha criticato l’intervista di Veltroni favorevole all’intenzione del governo di riformare il mercato del lavoro, lascia capire le preoccupazioni del centrosinistra di ritrovarsi entro marzo di fronte a una decisione di Monti nel bel mezzo della campagna elettorale per le amministrative.

Stretto tra l’impossibilità di rompere con il governo e le pressioni del sindacato, Bersani, che in un primo momento era parso deciso a non lasciarsi condizionare dalla resistenza della Cgil, adesso preme di nuovo per l’accordo e aspetta di vedere se riprenderà e quali effetti produrrà la trattativa, che al momento, tuttavia, sembra bloccata. La strategia del governo, ribadita dalla ministra del Lavoro Fornero, punta a raggiungere un’intesa sul maggior numero possibile di problemi (come ad esempio ammortizzatori sociali, formazione, apprendistato), prima di andare all’osso duro dell’articolo 18. Con questo metodo, se anche alla fine non si dovesse trovare l’accordo, l’iniziativa autonoma del governo, di cui Monti ha parlato lunedì nell’incontro con gli operatori di Borsa a Milano, avverrebbe in un quadro meno dirompente, e forse potrebbe puntare a ottenere un sofferto «si» del Pd in Parlamento. È esattamente questo che i sindacati hanno capito, e, dopo un’iniziale disponibilità, ha motivato le riserve emerse al tavolo del negoziato, che il governo proverà a rimuovere nei prossimi giorni.


martedì 21 febbraio 2012

Alle origini dell’antipartitismo, fra Cavour e Gramsci


Alle origini dell’antipartitismo, fra Cavour e Gramsci
di Emilio Carnevali, da micromega

Non passa giorno che non venga registrato e ribadito – meno frequentemente indagato – l'infimo livello di fiducia di cui godono i partiti, ovvero le organizzazioni alle quali l'articolo 49 della Costituzione assegna il compito di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Secondo una recente inchiesta condotta da Ilvo Diamanti la fiducia dei cittadini nei confronti dei partiti è arrivata a toccare il valore record (in negativo) del 3,9% (in una scala dove il primato positivo è detenuto dalle forze dell'ordine, con il 71,8%), e infatti quasi la metà degli italiani non li ritiene necessari al funzionamento della democrazia. Coerentemente con questo dato la fiducia nel Parlamento si assesta su livelli altrettanto bassi – 9% –, inversamente proporzionale al consenso di cui sembra godere, secondo altri sondaggi, l'attuale governo di “tecnici” (per definizione e senso comune “estranei alla politica”). Tanto che lo stesso Diamanti è arrivato a ipotizzare – sulla Repubblica di oggi – una Terza Repubblica non più «fondata 'da' e 'su' i partiti, ma 'contro' i partiti».

Si tratta di un fenomeno di cui non va assolutamente sottovalutata la portata sociale – anche per individuare pericoli e potenzialità che ne accompagnano l'accentuazione – ma di cui non va nemmeno sopravvalutata la novità storica. E dato che abbiamo appena celebrato il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia può forse essere utile ricordare che la polemica sui partiti e il parlamento è antica almeno quanto il nostro Stato, ne accompagna la vita civile fin dalla sua nascita. Anzi, la precede persino (per quanto, naturalmente, il concetto di partito fosse allora molto diverso da quello “novecentesco” ancora operante, tutto sommato, nelle nostre democrazie).

«I partiti», scriveva Vincenzo Cuoco nel suo Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, «corrompono l'uomo e l'uomo corrompe la nazione». Il patriota napoletano puntava allora il dito contro «i faziosi (importa poco di qual partito siano: è fazioso chiunque non sia del partito della patria)» così come Ugo Foscolo ammoniva che nel nuovo Stato ci si dovrà salvaguardare «dalla rabbia delle parti; che le parti là regnano dove uno, assoluto, universale non è il governo» (Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione). Riecheggiava ovviamente negli scritti di entrambi la dottrina contenuta nel Contratto sociale di Rousseau: «È necessario, perché si abbia chiaramente l'espressione della volontà generale, che non vi siano società particolari nello stato e che ogni cittadino non ragioni che con la sua testa».

L'antipartitismo che innervava la retorica del movimento nazionale poté in parte confluire, insieme ad altri elementi molto eterogenei, nell'antiparlamentarismo dell'epoca liberale immediatamente successiva all'unificazione secondo un curioso intreccio di processi storico-culturali. Come ha osservato lo storico Alberto Mario Banti nel suo Risorgimento italiano tale retorica «ha un notevole grado di coerenza con le argomentazioni di chi considera il Parlamento il luogo della corruttela perché, fra le altre cose, funzionalmente incapace di interpretare la volontà della nazione, incapace di individuare i superiori interessi della collettività».

Argomentazioni come quelle contenute in Corruzione elettorale. Studio teorico pratico (pubblicato nel 1894), nel quale Carlo Morini denunciava la corruzione dilagante e formulava una particolare speranza di riscatto: «Si riavrà, sì, la mia patria si riavrà, perché l'Italia ha due grandi presidi, la dinastia di Savoia e il popolo». A patto naturalmente che il potere regio possa manifestarsi «in tutta la sua libera, larga, razionale esplicazione». Da qui la necessità – predicata con grande forza da Sidney Sonnino nel suo celebre saggio del 1897 Tornare allo Statuto (albertino) – di ristabilire il primato regio sul governo, primato che gli era stato “usurpato” dal Parlamento fin dagli anni '50 (in epoca pre-unitaria, quindi), ovvero dalla prassi del mandato di fiducia introdotta dal primo ministro Camillo Benso di Cavour.

Si trattava di una letteratura esaminata anche da Gramsci nei sui scritti sul Risorgimento contenuti nei Quaderni del carcere, una letteratura – scriveva il fondatore del Partito comunista italiano – «dovuta ad elementi conservatori, furiosi per la caduta della Destra e della 'consorteria' (cioè della diminuita importanza nella vita statale di certi gruppi di grandi proprietari terrieri e dell'aristocrazia, ché di una sostituzione di classe non si può parlare), fegatosa, biliosa, acrimoniosa, senza elementi costruttivi»: «l''accusa' fatta al regime parlamentare di non essere 'nazionale' ma copiato da esemplari stranieri rimane una vuota recriminazione senza costrutto, che nasconde solo il panico per un anche piccolo intervento delle masse popolari nella vita dello stato».

D'altronde nella stessa tradizione risorgimentale – meglio ancora, nella stessa componente liberal-moderata che egemonizzò e guidò il movimento nazionale – è possibile rintracciare anche una cultura che fa della difesa del parlamento e dei partiti il principale argine per la salvaguardia dell'appena conquistata libertà costituzionale: «Un'esperienza di tredici anni», scriveva Cavour poco prima della spedizione dei Mille, «mi ha convinto che un ministero onesto ed energico, che non abbia nulla da temere dalle rivelazioni della tribuna e non si lasci intimidire dalla violenza dei partiti, ha tutto da guadagnare dalle lotte parlamentari. Io non mi sono mai sentito debole se non quando le Camere erano chiuse. D'altra parte non potrei tradire la mia origine, rinnegare i principi di tutta la mia vita. Sono figlio della libertà: è ad essa che debbo tutto quel che sono».

Abbiamo a che fare con discussioni troppo lontane nel tempo? Apparentemente non ci sono legami con il dibattito attuale: la crisi di autorevolezza della politica e dei partiti corre parallela all'affermarsi di soluzioni “tecniche” maturate con il combinato disposto dell'“iniziativa” dei mercati finanziari – capaci di defenestrare governi “a colpi di spread” – e di figure di garanzia come il Presidente della Repubblica (il rappresentante dell'«unità nazionale», art. 87). E in parte è così: l'apparenza non falsa realtà storiche davvero distanti e difficilmente sovrapponibili. Ma ci sono anche aspetti di quelle vicende, come abbiamo visto poco sopra, che – con la dovuta prudenza – possono essere fonte di utili ammonimenti.

E di lezioni utili è ricco anche il passato recente. Ad esempio può essere importante ricordare come il discredito in cui cadde “la politica” all'indomani della Rivoluzione di Tangentopoli (un grandioso sussulto contro la “corruzione elettorale” del nostro tempo), fu politicamente capitalizzato dall'“uomo dell'impresa”. Un uomo che si presentava estraneo ai giochi di palazzo della Prima Repubblica, alle stantie liturgie delle burocrazie di partito, alla lentezza esasperante delle procedure democratiche, all'ipocrisia della mediazione, del politicamente corretto, dell'omaggio reso ai decrepiti equilibri istituzionali su quali si fondava la nostra “Costituzione sovietica”.

Oggi ci troviamo di fronte ad un bivio: la crescente insoddisfazione verso “questa politica” può servire a far germogliare i semi di cambiamento e di rinnovamento presenti nel terreno della società italiana. Oppure può essere strumentalizzata in chiave regressiva da quelle che Gramsci chiamava «le 'forze occulte' e 'irresponsabili' che hanno per portavoce i 'giornali indipendenti'» (oggi potremmo aggiungere televisioni e blog): «esse hanno bisogno ogni tanto di creare movimenti occasionali di opinione pubblica, da mantenere accesi fino al raggiungimento di determinati scopi e da lasciare poi illanguidire e morire. Sono manifestazioni come le 'compagnie di ventura', vere e proprie compagnia di ventura ideologiche, pronte a servire i gruppi plutocratici o d'altra natura, spesso appunto fingendo di lottare contro la plutocrazia».

(20 febbraio 2012)

Una terza Repubblica contro i partiti?



di ILVO DIAMANTI,da repubblica

NON E' FACILE prevedere che ne sarà dei partiti e del sistema partitico italiano, dopo il governo Monti. (Mi accontento di prevedere il passato. E non sempre mi riesce bene.) Tuttavia, mi sentirei di avanzare un'ipotesi. Facile. Nulla resterà come prima. L'esperienza del governo tecnico, infatti, sta mettendo a dura prova la tenuta dei principali partiti, ma anche  -  soprattutto  -  delle alleanze e delle coalizioni precedenti.

Oggi, d'altronde, appare in crisi la legittimazione stessa dei partiti in quanto tali. La fiducia nei loro confronti è, infatti, scesa a livelli mai toccati in passato (4%: Demos, gennaio 2012). D'altronde, non può essere privo di conseguenze, il fatto che la gestione della crisi sia stata affidata a un governo di "tecnici". Segno dell'incapacità dei partiti di assumere responsabilità  -  di governo ma anche di opposizione  -  di fronte agli elettori. Da ciò deriva la "popolarità" di questo governo (una settimana fa l'Ipsos la stimava intorno al 60%), in grado di prendere decisioni "impopolari". Mentre i partiti sostengono le decisioni del governo tecnico  -  oppure vi si oppongono  -  al "coperto". Dietro le quinte. In Parlamento. Nulla resterà come prima, nei partiti e nel sistema partitico, dopo Monti. Perché questa fase di "sospensione" ne accentua le difficoltà.
Quanto alla dimensione organizzativa e al rapporto con la propria base, basti osservare quel che sta succedendo nei principali partiti  -  Pdl e Pd. Il Pdl ha avviato una fase congressuale per affrontare il dopo-Berlusconi. Ma ciò che sta avvenendo in numerose province  -  sia del Sud che del Nord (in Veneto e a Vicenza, ad esempio)  -  dimostra quanto il partito sia esposto alle pressioni  -  non sempre lecite  -  di lobby locali. Non a caso il segretario del partito, Angelino Alfano, alcuni giorni fa, ha dovuto precisare  -  e minacciare  -  che "non faremo svolgere i congressi se si riscontrano situazioni gravi, nelle quali non vediamo chiaro".

D'altra parte, nel Pd, le tensioni e le divisioni, a livello nazionale e locale, sono diffuse ed evidenti. E hanno prodotto effetti non desiderati  -  per quanto prevedibili. Soprattutto nella selezione dei candidati alle prossime elezioni amministrative, mediante le "primarie". Le quali continuano ad essere utilizzate "à la carte". Talora a livello di partito, altre volte di coalizione. Con il risultato, in alcuni casi, da ultimo a Genova (e prima in Puglia, a Milano e a Cagliari), di favorire il candidato di un altro partito (seppure alleato). Da ciò il paradosso. Le primarie, "mito fondativo del Pd", secondo Arturo Parisi (forse il primo a concepirle), hanno legittimato leader di altri partiti  -  alleati ma anche concorrenti. E indebolito, di conseguenza, la leadership del Pd nel Centrosinistra. Locale e nazionale.

Ma altrettanto critica appare la questione dei rapporti e delle alleanze tra i partiti. Nell'attuale maggioranza, solo l'Udc e il Terzo Polo appaiono "organici" al governo Monti. Voluto e imposto dal Presidente Napolitano. I principali partiti della maggioranza, Pdl e Pd, considerano questa coabitazione "necessaria", quasi "coatta". Ma incoerente con la loro base elettorale e con la loro storia politica.

Elettori e dirigenti del Pdl, in particolare, vedono il governo Monti come il soggetto che ha "scalzato" il Centrodestra, guidato da Berlusconi. Per questo stesso motivo il governo Monti piace agli elettori del Pd. I quali, tuttavia, ne avversano alcune importanti scelte  -  dalle pensioni al mercato del lavoro e all'art. 18. Le considerano coerenti con le politiche del Centrodestra. Pdl e Pd, inoltre, si vedono "sfidati" dai loro tradizionali alleati  -  la Lega a centrodestra, Idv e Sel, a centrosinistra. I quali, a loro volta, da soli, rischiano di divenire periferici. Alle elezioni amministrative che incombono. Tanto più in quelle politiche, del prossimo anno.

Da ciò emerge una serie di conseguenze rilevanti, in prospettiva futura.
1. Se i partiti della Seconda Repubblica si sono personalizzati, la leadership personale dei partiti si sta rapidamente indebolendo. L'unico leader che mantenga un alto livello di consensi, tra gli elettori, infatti, è Monti  -  intorno al 60%. Tutti i leader di partito, da metà gennaio ad oggi, hanno, infatti, perso consensi e si posizionano molto più in basso.
2. Anche i partiti maggiori, però, hanno perduto consensi. Il Pdl, in particolare, ridotto al 22%. Mentre il Pd, da gennaio (quando aveva superato il 29%), sta declinando, seppure lentamente.
3. Se si valuta la posizione degli elettori sullo spazio politico, però, emerge con chiarezza come la struttura delle coalizioni non sia cambiata. In particolare, la distanza tra gli elettori del Pdl e del Pd si è allargata, per reazione alla coabitazione "coatta".
Tuttavia, i giudizi sulle specifiche questioni politiche e sulle scelte politiche del governo appaiono meno condizionate dall'appartenenza di partito e più dettate dal merito. Quindi meno distanti fra loro.
4. In altri termini, l'esperienza del governo Monti ha ridimensionato la frattura pro-antiberlusconiana. (Anche perché Berlusconi, per ora, se ne sta sullo sfondo.) Ma sta delineando una nuova frattura, o meglio, "distinzione". Pro-antimontiana. Che sta indebolendo i partiti maggiori a favore degli alleati di ieri  -  oggi all'opposizione. Peraltro, incapaci, da soli, di costruire una vera alternativa.

Da ciò la tentazione del Pd e del Pdl: difendersi dalla concorrenza degli alleati  -  oggi all'opposizione  -  con una legge elettorale che renda loro difficile correre da soli. Tuttavia, se i partiti  -  di maggioranza e opposizione  -  non dessero soluzione al loro deficit di rappresentanza sociale e di leadership, difficilmente potrebbero  -  potranno  -  riprendere la guida del Paese. Andare oltre l'emergenza.

Soprattutto se il governo Monti ottenesse i risultati sperati, dal punto di vista economico e istituzionale. Se svelenisse davvero il clima sociale e d'opinione. Allora fra un anno diverrebbe un "soggetto politico" forte. E potrebbe coltivare l'idea di proseguire l'esperienza "in proprio". Oppure, qualcun altro potrebbe occuparne lo spazio, raccoglierne l'eredità. Tecnica ed extra-politica. Cercando autonomamente il consenso elettorale, con il sostegno di una parte, almeno, dell'attuale maggioranza. Dove non mancano coloro a cui non spiacerebbe continuare questo esperimento.
In un Paese che ha conosciuto 50 anni di democrazia bloccata, intorno alla Dc e ai suoi alleati. E che arranca da vent'anni, inseguendo un bipolarismo sin qui ir-realizzato. Si tratterebbe di una Terza Repubblica che, per alcuni aspetti, rammenta e ridisegna la Prima. Con una differenza importante. Non sarebbe fondata "da" e "su", ma "contro" i partiti.
(20 febbraio 2012)

L'Europa che passa dall'Italia


di FABIO MARTINI, dalla stampa

Sembravano prediche inutili, stanno diventando proposte tangibili e condivise da tanti leader europei, ansiosi di scovare il prima possibile le ricette giuste per uscire da una crisi epocale. Per anni Mario Monti, da stimato professore, aveva dispensato consigli, scritto ponderosi rapporti per i capi di governo europei, ma ora che lui stesso è diventato leader di uno dei Paesi fondatori dell’Unione, quelle proposte stanno entrando, di «peso», in documenti fatti propri da avanguardie, gruppi di Paesi più sensibili su alcuni dossier.

Ieri è stato reso noto un documento, firmato da 12 Paesi e promosso da Italia e Regno Unito, una lettera indirizzata ai vertici dell’Unione, ma che in realtà si rivolge ai due Paesi-guida dell’Ue, Germania e Francia, sinora i più tenaci nella difesa dei «campioni nazionali», soprattutto nel campo dell’energia e dei servizi. In questo senso, nella lettera c’è un passaggio esplicito, nel quale gli estensori hanno rinunciato all’algido lessico di Bruxelles, preferendo un’ironia «montiana»: «Non sempre i Paesi più grandi e più forti sono anche i più virtuosi». Un documento che in diversi passaggi riprende proposte e suggestioni del rapporto Monti, realizzato nel 2010 su richiesta della Commissione europea. Ma contemporaneamente - e qui sta la novità della strategia italiana - già da tempo si sta lavorando sotto traccia per un’altra Dichiarazione, in questo caso di forte rilancio del processo europeista. Ma questa volta Roma gioca di sponda con Germania e Francia.

Certo, il lavorio degli sherpa è ancora embrionale, un primo incontro a livello di ministri degli Esteri e di Politiche comunitarie potrebbe tenersi il 20 marzo a Berlino e il punto di approdo dovrebbe essere il Consiglio di Bruxelles di giugno.

Le due iniziative, complementari ma non sovrapponibili, prefigurano una strategia italiana del «doppio pedale»: assieme agli inglesi, liberisti per vocazione e tradizione, Monti spinge la leva del completamento del mercato interno, del superamento di barriere e difese nazionaliste; assieme a tedeschi e francesi, Paesi fondatori dell’Unione (e col consenso di «medie potenze» come Polonia e Spagna), si spinge per un rilancio energico del processo di integrazione, per un’Europa comunitaria e non solo a parole.

La volatilità dei mercati e la profondità dei debiti rendono friabili le strategie di medio periodo, compresa quella italiana.

Ma è pur vero che Mario Monti, senza complessi di inferiorità, ha iniziato a comporre i tasselli del suo piano, appena arrivato a Palazzo Chigi. Ai primi di gennaio, quando è rimasto a tu per tu con Nicolas Sarkozy all’Eliseo, Monti ha chiesto al presidente francese se non fosse il caso di far rientrare gli inglesi nel gioco. E quando Sarkozy ha fatto capire che lui non era di quell’avviso, Monti gli ha risposto senza perifrasi: «Ma questo è un errore». In quel colloquio si sono creati i presupposti, politici e psicologi, del documento italo-inglese sul mercato interno, al quale hanno dato un contributo anche gli olandesi.

Ma stimoli significativi sono venuti a Monti anche nel corso dell’incontro con Barack Obama. Il 9 febbraio, nello studio Ovale della Casa Bianca, il presidente americano aveva chiesto l’opinione di Monti su come stanare l’«orso tedesco», così insensibile alla crescita dell’Unione e il premier aveva risposto che era del tutto inutile immaginare che i tedeschi possano allentare i vincoli sul disavanzo, mentre un effetto indotto sulla crescita può essere prodotto, «inducendoli a liberalizzare di più il loro mercato dei servizi».

Il documento reso noto ieri e quello in gestazione spiegano anche alcune decisioni di politica interna. L’annuncio della futura separazione tra Eni e Snam, nella vulgata dei mass media letta come una delle tante decisioni del governo, in realtà colpisce al cuore uno dei colossi nazionali. Monti aveva bisogno di quello «scalpo» anche per essere più credibile in Europa. Anche perché l’1 e 2 marzo, al Consiglio europeo di Bruxelles, si compie una nemesi lunga 20 anni: nel 1992, a Maastricht, quando si fece l’euro, la Germania cedette agli altri partner la sua sovranità sul marco, la prossima settimana, col fiscal compact, saranno gli altri 16 Paesi a cedere la sovranità sul proprio bilancio per compiacere la Germania. Pagato pegno, l’«altra Europa» spera di ritrovare voce e argomenti.

Le liste civiche per nascondere i problemi Le liste civiche per nascondere i problemi Le liste civiche per nascondere i problemi vv


di MARCELLO SORGI, dalla stampa

Se davvero alle prossime amministrative avremo una fioritura inattesa di liste civiche, non diciamo, per favore, che la crisi politica e dei partiti ha trovato una soluzione: semmai è il contrario. Le liste civiche infatti erano già diventate un problema tra il '98 e il '99, quando furono scoperte dai primi sindaci di centrosinistra che avevano sperimentato l'elezione diretta.

Dopo cinque anni di governo delle città, i primi cittadini avevano acquisito un potere personale così forte che l'idea di ripresentarsi sotto il simbolo di un partito la consideravano una costrizione. al massimo, erano disposti ad accettare un collegamento con la coalizione che li sosteneva. Ma di rinunciare a una propria lista, o a una lista con il loro nome, non volevano sentirne.

Come disse D'Alema, allora il leader di partito più sorpreso da questa sorta di insubordinazione, i sindaci si erano trasformati in «cacicchi», ras locali disposti al massimo a riconoscere ai partiti il ruolo di portatori d'acqua (e di voti). Ovviamente la sottrazione dei consensi che, invece di confluire sui simboli dei partiti, andavano alle liste civiche, faceva sì che i risultati delle amministrative fossero spesso a sorpresa; senza dire che alle successive politiche, il sindaco rieletto, forte del peso della propria lista, era pronto a negoziare in proprio posti in Parlamento per i suoi.

Non per niente in molti casi i sindaci preferirono non concludere il secondo mandato e tornare a dedicarsi alla politica nazionale. Come molte incompiute della lunga transizione italiana, anche questo della frammentazione locale è rimasta irrisolto. Anzi, cammin facendo, il problema rischia addirittura di diventare la soluzione. Le primarie, specie a sinistra, hanno finito col complicare il rapporto tra il potere centrale dei partiti e quello periferico dei padroni di pacchetti di voti.

L'idea che affiora adesso nel centrodestra, di capovolgere il quadro e sostituire direttamente, dove conviene, i simboli nazionali dei partiti screditati con quelli locali delle liste, per limitare i danni dell'attacco dell'antipolitica, sembra piuttosto una scorciatoia. Anche perché la Lega, da una parte, e Di Pietro e Vendola, per non dire Grillo, dall'altra, non rinunceranno a presentarsi con i loro volti e simboli. Di questo passo, presto, forse già pure questa volta, diventerà impossibile capire chi ha vinto e chi ha perso le elezioni. E magari anche chi potrà candidarsi, domani, alla guida del Paese.


lunedì 20 febbraio 2012

Essere prudenti è poco saggio


LAVORO, LA RIFORMA TRA ITALIA E SPAGNA
Essere prudenti è poco saggio
A meno di due mesi dal suo insediamento, il nuovo governo spagnolo ha varato una riforma del mercato del lavoro che affronta alcune delle questioni che sono sul tavolo anche in Italia, a cominciare dalla situazione dei giovani. In Spagna la disoccupazione totale è molto più alta che in Italia (23% rispetto a 9%), ma il rapporto tra la disoccupazione dei giovani (28% in Italia e 48% in Spagna) e quella degli anziani è più grave nel nostro Paese. In Spagna il tasso di disoccupazione dei giovani è il doppio di quello dei lavoratori più anziani. In Italia il triplo.

La nuova legge spagnola accorcia la distanza fra contratti a tempo determinato e indeterminato modificando questi ultimi: il costo, per un'impresa, di licenziare un lavoratore a tempo indeterminato scende da un compenso corrispondente a 45 giorni lavorativi per ogni anno di servizio, a 33 giorni. Quindi, chi aveva un contratto a tempo indeterminato e lavorava da solo 6 mesi riceverà un ammontare equivalente a 16,5 giorni di lavoro. Se lavorava da dieci anni, un ammontare equivalente a 330 giorni (il compenso massimo è di due anni). Se poi l'impresa dimostra che il licenziamento non avviene per ragioni disciplinari, ma economiche (ad esempio se l'impresa non riesce più a vendere i suoi prodotti), il compenso si riduce a 20 giorni per anno di servizio con un massimo corrispondente a 12 mesi di retribuzione netta.

La strada spagnola è quella giusta: far pagare alle imprese una parte dei sussidi di disoccupazione fa sì che esse ci pensino bene prima di licenziare un dipendente, tanto più quanto più a lungo è durato il rapporto di lavoro. Agevolarle se il licenziamento dipende da motivi economici evita che si tengano artificialmente in vita imprese decotte, come invece avviene in Italia quando si prolunga oltre misura la cassa integrazione.

Vincoli simili a quelli imposti dall'articolo 18 del nostro Statuto dei lavoratori erano stati eliminati in Spagna già nel 1997. Nei dieci anni successivi la disoccupazione scese di circa dieci punti: dal 17,8% all'8,3. Ciò che il governo di Mariano Rajoy non ha invece avuto il coraggio di fare è introdurre un contratto unico. Come in Italia, anche a Madrid l'opposizione al contratto unico è venuta dai sindacati e dall'associazione delle imprese. I primi (come mostrano Juan Dolado e Samuel Bentolila, Economic Policy 1994), perché la presenza di lavoratori precari segmenta il mercato del lavoro e consente di mantenere più elevato il salario di chi ha un contratto a tempo indeterminato; le imprese perché i contratti a tempo indeterminato offrono flessibilità a costo zero.

Fino ad oggi una riforma del mercato del lavoro che elimini le disparità fra giovani e anziani è stata un tabù in Italia. Ora, fortunatamente, pare non lo sia più. Il presidente del Consiglio Monti e il ministro del Lavoro Fornero sembrano pronti ad affrontare sia il tema dei contratti che quello dei sussidi, due riforme che vanno fatte insieme perché (come abbiamo spiegato in un articolo del 22 gennaio) non si può riformare il mercato del lavoro senza rivedere il sistema di sussidi alla disoccupazione. E non si tratta solo di riformare il sistema di protezione per chi perde il lavoro.

I dati dell'Ocse mostrano che l'Italia detiene (insieme a Messico e Turchia) il record nella percentuale di giovani che né lavorano né partecipano ad attività formative, in una scuola, un'università, o all'interno di un'azienda. Una situazione molto diversa da quella tedesca, dove non c'è praticamente alcuna differenza fra il tasso di disoccupazione dei giovani e quello dei lavoratori più anziani (7% contro l'8% dei giovani). Ciò che fa la differenza in Germania (e modalità analoghe esistono in Austria, Svizzera e Olanda) è un sistema che consente ai giovani di inserirsi molto presto nel mondo del lavoro. Terminata la scuola elementare, le famiglie tedesche devono scegliere, per i loro figli, fra tre strade distinte: una scuola simile al nostro liceo, che non prevede formazione professionale; la Realschule in cui si alternano periodi di formazione generale e periodi di esperienza in azienda; e la Hauptschule che prevede un graduale inserimento in azienda già a partire dai 15-16 anni. Non sono scelte irreversibili: previa verifica del suo rendimento scolastico, uno studente può passare da una scuola all'altra.

Un'impresa tedesca su tre offre esperienze di apprendistato e metà dei ragazzi che fanno questa esperienza vengono poi assunti dalla stessa impresa con un contratto a tempo indeterminato. In Italia le imprese usano l'apprendistato come un modo per assumere lavoratori precari e le attività di formazione sono spesso fasulle. Il risultato è che i giovani apprendisti il più delle volte non imparano nulla e alla fine del contratto vengono lasciati a casa (si leggano Pietro Garibaldi e Tito Boeri «Un nuovo apprendistato contro lo spreco di capitale umano» sul sito lavoce.info ). E così ci si continua a illudere che la laurea sia l'unica strada per trovare lavoro: il risultato è che a un anno dalla laurea triennale tre giovani su dieci non hanno ancora trovato un lavoro, e uno su due a un anno dalla laurea specialistica (dati di AlmaLaurea). Anche perché, durante gli anni dell'università, in Italia, diversamente da quanto avviene in altri Paesi, le imprese non fanno alcuno sforzo per avvicinare i giovani al mondo del lavoro, anche solo con stage estivi, e le università sono fabbriche di esami organizzate in modo tale che gli studenti non hanno mai due mesi liberi.

Monti e Fornero possono seguire due strade: procedere con cautela, cambiare pochissimo, cercare il consenso della Confindustria e dei sindacati, e così evitare scontri. Oppure attuare una riforma vera, che parta dal contratto unico a tempo indeterminato per tutti, con la possibilità di terminare il rapporto di lavoro (per tutti, anche i dipendenti pubblici) con i dovuti costi per le imprese o per lo Stato.

Noi pensiamo che vada abbandonata ogni cautela e che si debba avere il coraggio di chiamare «riforma» solo una modifica sostanziale dei contratti, dei sussidi e delle modalità di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Limitarsi a qualche aggiustamento marginale è peggio che non far nulla: si creerebbe l'illusione che un problema è stato risolto, quando invece non è vero. Lo scoprirà anche la Spagna che si è fermata a metà strada. Oggi la prudenza non è segno né di saggezza né di lungimiranza.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi,dal corriere
20 febbraio 2012 |