mercoledì 28 dicembre 2011

L'Italia a doppia velocità


L’ultima trovata dell’inamovibile a.d. del Gruppo Fs, ingegner Moretti, è l’eliminazione dei treni notte. La rottura dell’asse Nord-Sud. La cancellazione di un migliaio di posti di lavoro e il disinteresse per quel milione e mezzo di con-cittadini che viaggiavano su quei treni, il cui servizio è stato nel corso degli anni deliberatamente boicottato dal management dell’azienda, per poi dimostrare che ormai la causa era persa. Le sovvenzioni pubbliche, ossia soldi nostri, concessi a Trenitalia sono stati dirottati sulle famose “alte velocità”, a scapito delle altre linee, quelle “normali”: La divisione di classe è ormai nettissima anche nelle ferrovie, nella sanità, come nella scuola, nell’università, e così via.

Servizi di di pregio, scuole d’élite, supertreni per gli abbienti, il cui tempo vale, la cui salute conta, il cui denaro – tanto, troppo – pesa ben più di quello, poco e ormai destinato alla pura sopravvivenza, quando basta, degli sfigati. Cancellare quei treni è stato un preciso messaggio in questa direzione. E, nel contempo, ha significato affermare, nella dura evidenza di un atto brutale, che il ministero della Coesione territoriale è una vuota espressione.

Come si fa a non capire che si spezza il Paese? Che non si può pretendere che tutti abbiano i mezzi finanziari per compiere il tragitto da Torino a Reggio Calabria in aereo (costo verificato Torino-Lamezia Terme, in data 22 dicembre, 400 euro!), o con le famose Frecce ferroviarie, ammesso che coprano tali destinazioni: e così, tra l’altro, non è. E che dire del fatto che il servizio sia stato interrotto, anzi ucciso, in data 8 dicembre? Non è forse un’aggravante, farlo nel ponte dell’Immacolata? E nell’imminenza delle festività di fine anno, quando milioni di meridionali “tornano al Paese”, per condividere con i parenti gioie a amarezze, le paure del futuro e ricordare i tempi belli del passato, ammesso ve ne siano davvero stati. Non è forse stato canagliesco? Un’aggravante imperdonabile. E perché i partiti tacciono? Perché solo i sindacati di categoria si stanno muovendo? Perché l’encomiabile movimento “No Tav”, non considera il ripristino di queste linee e dei treni notte un obiettivo da accogliere come proprio e sostenerlo? Se nella loro Valle si tratta di dire no, qui, nell’Italia tutta, occorre ribadire un “sì”: quei treni servono. E dove sono i “no Ponte”, “no Dal Molin”, e quant’altro? Dove sono i giovani delle università?

Dove, i lavoratori precari e in nero di ogni settore? E perché le alte gerarchie ecclesiastiche, pronte ad alzare la voce quando si tratti di “difese della vita fin dal suo concepimento” o altre occasioni relative a temi “eticamente sensibili”, non si rendono conto che quelle famiglie, che in questi giorni stanno impiegando 48 ore per raggiungere Palermo da Milano, o Messina da Torino, sono offese innanzi tutto nella loro dignità? Che quegli uomini donne e ragazzi che vagano da un binario all’altro trascinando pesanti bagagli, pronti ad attese di ore e ore in gelide sale d’attesa sporche e buie, sono altrettanti (poveri) Cristi, da difendere, proprio nei giorni in cui si accetta da parte di tutta la Chiesa che venga onorato il “santo Bambino” con una grottesca corsa al superfluo? Dobbiamo renderci conto che come si è fatto per i referendum di giugno 2010 anche questa è una battaglia – mi si lasci dire, sacrosanta – per i “beni comuni”. E che dietro la specifica questione si affaccia un problema generale: dobbiamo far capire in ogni modo a “lorsignori” che non possono decidere sulle nostre teste, dobbiamo incalzarli, e, quando necessario, contribuire a scalzarli dal potere. La dirigenza FS e Trenitalia, ormai, è un centro di potere che a dispetto della debordante pubblicità (milioni di euro investiti che quanto sarebbero più necessari nella manutenzione delle carrozze o delle stazioni, ormai involgarite da assordanti pubblicità televisive, che stanno ora anche aggredendo i viaggiatori nei vagoni), prescinde completamente dagli interessi della maggioranza della popolazione di questo Paese. Gliela vogliamo dar vinta?

Angelo D’Orsi – da il Fatto Quotidiano

(28 dicembre 2011)

La matematica si studia coltivando i pomodori e il basilico, a leggere e scrivere ci si mette alla prova tutti insieme e la musica si apprende sotto gli alberi.


La matematica si studia coltivando i pomodori e il basilico, a leggere e scrivere ci si mette alla prova tutti insieme e la musica si apprende sotto gli alberi. Succede alla Rinnovata Pizzigoni, una scuola elementare di Milano, pubblica, vicino al Ponte della Ghisolfa, nella zona frequentata e descritta da Giovanni Testori e filmata da Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli. Una scuola orto e fattoria, a pochi minuti dal centro della città, con una tradizione centenaria di generazioni che l’hanno frequentata e ancora oggi la portano nel cuore. A Milano, la Pizzigoni si inserisce nel movimento delle esperienze pedagogiche innovative legate alla manipolazione, ponendosi in prima linea nell’operare cambiamenti organizzativi e di metodo. Combattere il verbalismo e superare l’impianto dogmatico utilizzato per trasmettere il sapere, la Pizzigoni, facendo leva sul ruolo dell’esperienza diretta ed interattiva nel processo d’apprendimento, sostiene con forza l’idea di una scuola aperta al mondo ed all’esperienza che ne può scaturire. La storia di questa scuola, le sue ore di lezione sui banchi e nella terra, sono descritte nel documentario La mia scuola-Un anno alla Rinnovata Pizzigoni. La regista Renata Tardani, produttrice di alcuni film di Marina Spada e da qualche settimana nel consiglio d’amministrazione delle Scuole Civiche Milanesi, ha passato parecchi mesi a riprendere con la telecamera la quotidianità di una classe quinta, intrecciandola alle attività dei bambini più piccoli. “Mi ha spinto la curiosità e il desiderio di far conoscere questo luogo unico. La Rinnovata Pizzigoni è stata fondata cento anni fa da una donna speciale. Erano gli inizi del novecento e Giuseppina Pizzigoni, con la forza della sua personalità e della convinzione nell’idea di educare in un modo diverso e all’avanguardia sia in Italia che in Europa, è riuscita a coinvolgere intellettuali, industriali e banchieri per farsi finanziare la costruzione di questa scuola fondata su questo suo metodo di insegnamento.” La scuola è tutta costruita su un piano a livello della terra, all’interno di un parco che profuma di glicine, con campo di calcio e di basket, oltre ai famosi orti e serre, in cui i bambini imparano non ascoltando, ma facendo. “La prima sensazione che ho provato entrando alla Pizzigoni è stata quella di scoprire la scuola della gioia –ricorda la regista. I bambini si spostano da una parte all’altra e imparano cose sugli animali e sulla natura, che noi non sappiamo. Per esempio, pesando le patate che hanno coltivato e poi raccolto, imparano il peso netto, il peso lordo, il guadagno”. Guardando il documentario, commovente, di Renata Tardani si avverte che un altro mondo è possibile; sorprende il fatto che esista un luogo che possieda realmente le caratteristiche di cui un bambino ha bisogno per la sua crescita e per il suo apprendimento: la manualità, il contatto continuo con il verde, la scoperta degli orti e della terra. Commuove vedere questi bambini, che escono dalle classi e si recano con grembiuli, stivaloni e attrezzi da giardino a coltivare, innaffiare, potare. E che poi questo accada in una città come Milano, che più di altre ha assorbito le politiche rampanti, individualiste e malsane del berlusconismo, sorprende ancora di più. Allora perché non ce ne sono altre di scuole come la Rinnovata Pizzigoni? “Bella e brutta domanda –risponde Lucia Sacco, insegnante di musica che compare nel film. Lo scopo di Giuseppina Pizzigoni infatti, era quello di diffondere questo tipo di scuola in tutta Italia e nel 1911 l’Italia era nel pieno di una riforma scolastica. Giuseppe Lombardo Radice e Giovanni Gentile avevano studiato i metodi della Pizzigoni riproponendone alcuni aspetti. Il problema però sono i costi per poter includere nell’organico un insegnante di agraria, un altro per l’insegnamento del nuoto, uno per la musica. Inizialmente era previsto anche l’insegnamento della lingua francese e negli anni ’60 è stato introdotto l’inglese. Se era difficile allora, oggi con tutti i cambiamenti suggeriti dalla Gelmini e con i tagli all’ordine del giorno, questo metodo non è più esportabile”. Negli anni ’70 a Milano ce n’erano di più di scuole sperimentali, come le medie Roberto Franceschi e Rinascita, o le elementari della Casa del Sole all’interno del Parco Trotter, che negli anni hanno un po’ omologato il loro metodo particolare, tranne la Pizzigoni che ha mantenuto la sua identità originaria. I bambini che escono da questa scuola hanno evidentemente una marcia in più, ma fanno più fatica ad acquisire un metodo di studio e di socializzazione più convenzionale. “Il primo anno fuori, la prima media, per questi bambini rappresenta sempre uno scoglio –conferma Lucia Sacco, ma dopo qualche mese superano le difficoltà ritrovando il loro sapere e la curiosità per il conoscere, che si è radicato in loro. Gli allievi escono dalla Pizzigoni con meno nozioni rispetto agli altri, ma come diceva Quintiliano: i bambini non sono anfore da riempire, ma fiaccole da accendere e il vero pregio di questa scuola è proprio quello di accendere la conoscenza”.

di Barbara Sorrentini, da micromega

(28 dicembre 2011)

Berlusconi, le tasse e la facile demagogia



di MARCO RUFFOLO, da Repubblica
Che la manovra Monti alzi le tasse è fuor di dubbio.
Ma che l’ex maggioranza di destra e il suo stesso leader gridino oggi allo scandalo ventilando rivolte fiscali un giorno sì e uno no, è semplicemente paradossale. La pressione fiscale è costantemente aumentata durante il governo Berlusconi fino al 45 per cento del Pil, come ha recentemente confermato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. In particolare, come era ampiamente prevedibile, l’esordio del federalismo fiscale si è tradotto in una nuova dolorosa sventagliata di tasse locali.  E non è tutto, perché prima della scorsa estate il ministro Tremonti ha compiuto il suo capolavoro: aumentare ancora il peso del fisco scaricandone la responsabilità sui successivi governi, cioè facendo scattare le nuove tasse a scoppio ritardato. Così è stato messo in conto un taglio in due tranche di tutte le detrazioni e deduzioni tributarie, che avrebbe elevato a regime (cioè nel 2014) l’onere fiscale del 20%. Manovra che poi nel corso dell’estate è stata anticipata di un anno. Il problema è che tra le agevolazioni tagliate non c’erano solo sconti più o meno ingiustificati, come quelli sulle spese veterinarie o sul costo delle palestre. C’erano le detrazioni per carichi familiari, le detrazioni per lavoro dipendente nonché l’esenzione Irpef sulla prima casa.

Insomma l’insieme di quegli sgravi basilari destinati a dare progressività e quindi equità al nostro sistema fiscale. Dunque, più tasse per le famiglie con figli, alla faccia dei tanto sbandierati impegni ad aiutare i nuclei più numerosi. E reintroduzione dell’Irpef sulla prima casa, ben più dolorosa dell’Ici. Questo è quello che si accingeva a fare il governo Berlusconi, anzi quello che aveva già contabilizzato in Finanziaria, impegnandosi anche con Bruxelles. Una manovra contro i ceti medi e medio-bassi, tanto più scandalosa in quanto arrivata dopo una serie di regali generosamente offerti ai più ricchi: condono per gli esportatori di capitali con minimi costi e garanzia dell’anonimato; taglio delle tasse per i proprietari di seconde e terze case, grazie alla cedolare secca; Ici esente anche per i più abbienti. Appena arrivato al governo, Mario Monti ha scardinato quella manovra contro i ceti medi e, pur aumentando il carico fiscale generale, lo ha distribuito tassando anche dieci volte di più i contribuenti più benestanti. Questa è la storia, e sarà bene qualcuno la ricordi a quanti oggi (speriamo pochi) si lasciano di nuovo aizzare dalla demagogia di Berlusconi e della Lega

il Governo Studia un Fondo taglia-debiti


BILANCIO
il Governo Studia un Fondo taglia-debiti
Allo studio del Tesoro la proposta per abbattere 150 miliardi l'esposizione

E il debito pubblico? Il ministero dell'Economia, di cui ha l'interim il primo ministro Mario Monti, sta studiando come abbattere di 100-150 miliardi il debito del Tesoro valorizzando il meglio del patrimonio pubblico. Sono stati ascoltati gli sherpa di Mediobanca, Deutsche Bank e Bnp Paribas. Non siamo ancora agli incontri al vertice come quelli di vent'anni fa tra il ministro del Tesoro, Piero Barucci, e il banchiere Enrico Cuccia per studiare la fusione Eni-Iri o alle presentazioni ufficiali delle privatizzazioni, come quella avvenuta nel 1992 sul panfilo reale Britannia. Del tema, in verità, aveva già cominciato ad occuparsi il ministro Giulio Tremonti, ma la crisi del governo Berlusconi l'aveva fermato. D'altra parte, dal seminario del 5 ottobre gli ottimisti avevano estratto stime del patrimonio pubblico pari a 1.800 miliardi, fuori dalla realtà commerciale.


Poi, per qualche settimana, l'Italia ha pensato di domare il proprio enorme debito pubblico tornando agli anni 90, quando il bilancio statale chiudeva con un avanzo di qualche punto percentuale prima degli interessi sul debito e il Tesoro privatizzava società e partecipazioni in quantità senza precedenti in Occidente. In particolare, la politica si è cullata nell'illusione che la crescita dell'economia avrebbe ridotto di per sé il peso del debito sul Pil. E poiché nella crisi dei titoli degli Stati più deboli dell'eurozona c'è lo zampino della speculazione globale, molto ci si attendeva dalla Banca centrale europea (Bce) e dall'Unione Europea.


Con il governo Monti, l'Italia ha avuto il rigore, non ancora la crescita. Anzi, è in arrivo la recessione. È lecito sperare qualcosa dalle riforme, se si faranno. Sarebbe imprudente, dato anche il quadro internazionale, aspettarsi troppo. Sul piano europeo, la Bce ha prestato quasi mezzo trilione di euro all'1% alle banche, scontandone gli attivi. Ma da questa operazione si pretende tutto e il contrario di tutto: troppo.
Si dice, per esempio, che tali denari debbano andare alle imprese per contrastare la recessione. Bene. E le banche questo promettono, a partire da Unicredit le cui fondazioni hanno infine deliberato l'adesione all'aumento di capitale. Ma, con le assicurazioni, le banche sono anche e da sempre le massime acquirenti di titoli del debito pubblico. E così si insinua che, senza strombazzarlo, le banche faranno pure il loro secondo lavoro, magari per approfittare della forbice dei tassi. Con astuzia machiavellica, insomma, Mario Draghi si avvierebbe al quantitative easing dei titoli pubblici per interposte banche private. Da un punto di vista pubblico, sarebbe più logico che a sottoscrivere le nuove emissioni fosse la Bce. Ma le regole europee fanno questo regalo alle banche. Eppure...


Fino a ieri, i titoli pubblici dell'eurozona erano considerati risk free , privi di rischio. Di più: erano raccomandati dalle autorità monetarie internazionali per costituire in ogni banca i cuscinetti di liquidità indispensabili a fronteggiare le emergenze. Ebbene, come possono le banche continuare nel loro secondo lavoro se ciò che era risk free non lo è più per decisione della European Banking Authority (Eba) e del Consiglio europeo, nel silenzio della Bce e se comprando titoli pubblici rischiano nuove svalutazioni e nuovi aumenti di capitale?
L'Eba e il Consiglio europeo hanno gridato al mondo che il re è nudo, dimenticando che la civiltà si regge anche su qualche tabù. È possibile che, per continuare a vivere, il re debba rapidamente ricoprirsi, è possibile cioè che il debito pubblico dell'eurozona torni a essere considerato senza rischio nei bilanci bancari. Ma quel che è detto è detto. Non a caso il rendimento dei Btp a 10 anni è tornato a un preoccupante 7%.


Nessuno sa interpretare davvero i mercati, entità irrazionali. Perché i tassi sui Btp erano bassi quando l'Italia perdeva il 7% del Pil e sono esplosi nel 2011, anno scarso, ma non terribile come il 2009? Il fatto è che adesso si è acceso il faro sui debiti pubblici. E allora anche la quantità è entrata nel computo dei rischi. Come, del resto, accade in tutte le aziende. Accanto ai provvedimenti per la crescita, serve dunque una mazzata al debito per riportarne il costo a livelli più sostenibili.
Sulla carta le idee sono due, non necessariamente alternative: a) un consistente prelievo una tantum sulla ricchezza delle famiglie da una certa soglia in su; b) una realistica valorizzazione delle attività pubbliche in tempi stretti. La prima idea, sostenuta soprattutto dai sindacati, non è stata adottata dal governo Monti. Che si è limitato a una somma di imposte patrimoniali (lusso, bolli, Ici) che vale quasi l'1% del Pil. Più o meno quanto chiedeva Confindustria. L'idea del prelievo straordinario potrà essere ripresa, magari con parziali compensazioni sulle dichiarazioni dei redditi future come consigliava sul Corriere il banchiere Pietro Modiano? Al momento nessuno può dirlo, anche perché nel Pdl e nello stesso Pd si nutrono molte riserve sul prelievo pesante.


La seconda idea può avere attuazioni diverse, purché immediate e senza dimenticare che non siamo più negli anni 90, con le Borse al rialzo e tutta l'argenteria ancora da vendere. Qui siamo al cesello, per incassare subito e non svendere. Per smobilizzare gli edifici delle pubbliche amministrazioni centrali e locali, Deutsche Bank suggerisce di importare dagli Usa il modello dei Real estate investment trust , grandi fondi immobiliari con benefici fiscali ai sottoscrittori. Tra i tecnici ministeriali non si esclude di usare questa formula, che può coinvolgere i cittadini, anche per le partecipazioni (Eni, Enel, eccetera). Un fondo da 2-300 miliardi potrebbe indebitarsi per la metà dando tutti gli attivi in garanzia e ricomprare titoli di Stato approfittando delle basse quotazioni.
Mediobanca propende per la costituzione di una società, anche pubblica, alla quale Tesoro ed enti locali dovrebbero cedere partecipazioni e immobili appetibili per 100 miliardi. Questa società pagherebbe emettendo obbligazioni a un tasso assai più basso dei Btp perché garantite non solo dallo Stato ma anche dagli attivi. Queste obbligazioni verrebbero riservate a banche e assicurazioni in cambio dei loro Btp. Che il Tesoro potrebbe poi cancellare.


In ogni caso, ci vorrà sapienza politica per convincere gli enti locali a conferire case ed ex municipalizzate e, ancor più, per avere il consenso dell'Unione Europea a far uscire i nuovi debiti dal perimetro del debito pubblico. Come fa la Germania con la KfW. E ci vorrà pure il placet della Bce se saranno coinvolte le banche. Ma in ogni caso, è da queste manovre che l'Italia potrebbe emanciparsi in tutto o in parte dai colossali e pericolosi rinnovi di titoli di Stato nel biennio di ferro 2012-13. Con prevedibili e non trascurabili risparmi sui tassi.


di Massimo Mucchetti, dal corriere
28 dicembre 2011

La debolezza dei partiti


CRISI E DEMOCRAZIA PARLAMENTARE
La debolezza dei partiti
Ha ragione il presidente Napolitano: in Italia non c'è alcuna «democrazia sospesa». Chi lo dice non sa ciò di cui parla. Ma c'è, eccome!, una crisi gravissima della democrazia parlamentare: cioè di quella specifica forma di democrazia adottata sessanta anni fa dalla nostra Costituzione - sia pure con alcune modifiche non decisive (principale delle quali l'esistenza di una Corte costituzionale) - e che si sostanzia per l'appunto nell'assoluta centralità del Parlamento.

La realtà e il motivo primo di tale crisi sono presto detti. Stanno nel fatto che il Parlamento - il quale, è bene ricordarlo, resta pur sempre il solo organo del potere legittimato in via diretta dalla sovranità popolare - non solo non è più al centro del processo politico reale, ma non è più al centro di nulla: neppure del processo di formazione delle leggi, essendo perlopiù divenuto, ormai, solo una sede passiva di convalida e ratifica di decisioni prese comunque altrove.

Questo è quanto è più o meno accaduto, beninteso, in quasi tutte le democrazie. Ma con un'importante differenza. Mentre altrove, infatti, lo storico declino del Parlamento è andato sì di pari passo con un aumento del potere di fatto dei partiti, ma si è comunque accompagnato anche a un aumento delle prerogative del governo e/o del suo capo (dal dominio sull'agenda dei lavori parlamentari alla preminenza assoluta del premier nei confronti degli altri ministri, fino al potere di sciogliere le Camere o di essere sfiduciato ma solo previa indicazione da parte del Parlamento del suo successore) solo in Italia, invece, il suddetto declino parlamentare si è accompagnato a una crescita esclusivamente del ruolo e del potere dei partiti. Sarà pure da ricordare che proprio la crisi storica della centralità del Parlamento ha motivato altrove, in un gran numero di casi, l'adozione di sistemi di democrazia presidenziale o semipresidenziale. Solo in Italia, invece, come dicevo, siamo sempre rimasti formalmente in una condizione di classica democrazia parlamentare, ma con l'intero potere politico nelle mani dei partiti, di fatto padroni assoluti del Parlamento. E con esso del governo, alla completa mercé delle maggioranze partitiche.

È stata questa, per l'appunto, la stagione del lungo dopoguerra, della partitocrazia dominatrice della Prima Repubblica. Ma con la fine di quest'ultima, dopo il crollo del muro di Berlino e dopo le inchieste di Mani pulite, è accaduto che la forza e il prestigio dei partiti siano andati rapidamente declinando fino a diventare l'ombra di ciò che erano. È a questo punto - si tratta della fase nella quale siamo immersi da anni - che si è creato un vuoto gigantesco: con un Parlamento espropriato da sempre, con i partiti ridotti allo stato evanescente, con un presidente del Consiglio e un governo tradizionalmente privi di poteri propri significativi. Ed è a questo punto, e per queste ragioni, che ha cominciato a diventare sempre più centrale e incisivo il ruolo del presidente della Repubblica.

Fino a diventare assolutamente determinante nell'ultima crisi di governo allorché, mentre era ancora formalmente in carica il ministero Berlusconi che aveva preannunciato le proprie dimissioni, Napolitano, nominando senatore a vita il professor Monti - prima ancora che avesse inizio qualunque consultazione con i gruppi parlamentari, per il momento ancora detentori formali del potere di convalida - ha reso evidentissime le proprie intenzioni e la propria designazione. Ma mettendo così i partiti, ridotti ormai allo stato larvale, di fronte al fatto compiuto, nell'impossibilità politica di rifiutare il proprio sostegno a un governo destinato ad assommare in sé, in modo singolarissimo, la duplice natura di «governo dei tecnici» e insieme di «governo di unità nazionale» (cioè del governo più politico che ci sia, quello per esempio tipico dei periodi di guerra).

In una materia così delicata è bene essere chiari, anzi chiarissimi. Il presidente della Repubblica non ha certo commesso alcun atto contro la Costituzione, men che meno ha «sospeso la democrazia». Con ogni probabilità, la sua azione - dai tratti così oggettivamente «estremi» - è valsa a riacchiappare per i capelli una situazione del Paese che forse era a un passo dall'andare fuori controllo. E che proprio perciò ha reso inevitabile il ricorso a procedure così insolite. Ma ciò non muta la sostanza: e cioè che l'equazione reale dei poteri pubblici italiani, il quadro dei loro rapporti effettivi, sono ormai lontani dallo schema disegnato nella nostra Carta costituzionale. Solo un cieco potrebbe negarlo. Nell'ambito che stiamo qui discutendo, la Costituzione «materiale» ormai vigente, le sue regole che ormai cominciano ad avere valore di «precedente», hanno, per così dire, un rapporto sempre più problematico con la Costituzione scritta del lontano 1948. Secondo il mio umile parere sarebbe una degna conclusione del settennato del presidente Napolitano se, con un solenne messaggio alle Camere, proprio lui - che di quella Costituzione ha sondato come nessun altro tutta l'elasticità interpretativa, ma sempre servendone con lealtà lo spirito - proprio lui, dicevo, indicasse agli Italiani la necessità di apportarvi le necessarie e ormai improcrastinabili modifiche.
Ernesto Galli della Loggia

di Ernesto Galli Della Loggia, dal Corriere
28 dicembre 2011 |

Cosa manca per convincere i mercati


28/12/2011

di FRANCO BRUNI, dalla stampa

Il nuovo governo non ha ancora avuto il plauso pieno dei mercati: lo spread sui nostri titoli di Stato rimane alto, anche se gli acquisti della Bce si sono potuti alleggerire. I cittadini non vedono ancora la corrispondenza fra i sacrifici richiesti per aggiustare i conti e il miglioramento dell’affidabilità creditizia del Paese. Quanto dovranno aspettare? Tutti sanno che occorre tempo perché i provvedimenti diano frutto concreto. Ma si era sperato in un miracolo di credibilità. Cambiato il governo e il suo stile, i mercati avrebbero anticipato i benefici della sua azione, il costo del nostro debito lo avrebbe mostrato e ci sarebbe stato più ottimismo degli investitori e dei consumatori. Quanto occorrerà attendere perché questo succeda?

La risposta dipende da tre insiemi di fattori. Il primo è, ovviamente, la capacità che il governo mostrerà nel continuare la sua azione con decisione, affrontando i problemi sui quali non ha ancora inciso abbastanza. Il secondo fattore è l’atteggiamento dei partiti. Monti ha ottenuto una tregua alle baruffe e ha avuto una gran quantità di voti in Parlamento.

Ora serve una più esplicita adesione all’idea che occorre una fase politica nuova, anche dopo la fine di questa legislatura, una fase di concordia e convergenza che veda nell’elettorato e nei suoi rappresentanti la piena consapevolezza che i problemi del Paese non potranno, ancora per diversi anni, essere affrontati litigando, con l’occhio all’ultimo sondaggio e a guadagni effimeri nelle prossime elezioni. I tre partiti che appoggiano il governo devono accelerare il chiarimento delle loro strategie e, se credono davvero in una fase di azione condivisa, devono smettere di dar l’impressione che non riescono a scordare i litigi passati e non vedono l’ora di riprendere a litigare. Per i mercati la credibilità del governo non può resistere senza progressi più evidenti nella credibilità del quadro politico d’assieme che, fra l’altro, ha non più di un anno per prepararsi a far proposte decenti per la prossima legislatura.

Il terzo fattore necessario perché l’azione del governo trovi un’eco più netta nei mercati, riguarda le politiche europee. In Europa c’è disordine. Gli ultimi vertici si sono conclusi in modo confuso e pasticciato. Non c’è niente di veramente chiaro e ben condiviso: né i meccanismi di sostegno finanziario e di solidarietà che dovrebbero calmierare la speculazione dei mercati, né i modi per mettere in pratica la riforma del Patto di Stabilità e il controllo centralizzato degli squilibri macroeconomici, né il ruolo della Bce. La quale ha appena deliberato un colossale finanziamento triennale a favore delle banche e vede ridepositare presso di sé gran parte di quanto ha prestato. Significa che il sistema creditizio europeo è ancora ingolfato, che non è stata fatta la necessaria pulizia nelle banche, che la fiducia e la trasparenza non sono ritornate, che il mondo del credito non è indifferente ai dubbi che circolano sul futuro politico dell’Unione. In queste condizioni non è facile, indipendentemente dalla credibilità dell’Italia, che i nostri titoli pubblici detenuti all’estero in gran quantità vedano migliorare rapidamente le loro quotazioni. Difficoltà analoghe trova il debito di diversi altri Paesi europei.

Fra i tanti chiarimenti necessari nelle politiche europee, alcuni ci sarebbero particolarmente utili, in questa fase delle nostre politiche nazionali. Innanzitutto il capitolo dei provvedimenti per la crescita deve diventare subito più importante anche in Europa: senza un progetto di crescita europea, la credibilità di quelli nazionali ha limiti insuperabili. Il punto chiave è l’azione per il completamento del mercato unico, che è il pilastro principale dell’Ue. Non c’è crescita duratura per i singoli Paesi europei se non si sfrutta il maggior vantaggio dell’economia comunitaria: quello di avere a disposizione, se lo si valorizza sul serio, il grande mercato comune, quello che ancora oggi è il più grande mercato interno del mondo. Sulla questione la tabella di marcia dell’Ue, per eliminare i tanti residui di segmentazione e protezionismo, riflette un progetto preparato più di un anno fa proprio dal nostro attuale premier. Speriamo che il suo contributo ai prossimi vertici serva ad accelerare l’effettiva marcia verso il mercato unico e verso una strategia di crescita comunitaria dove si inserisca bene quella italiana. Si dice (ma sarà ancora vero?) che il tema del mercato unico è particolarmente caro agli inglesi. Servirebbe allora rimediare al pasticcio fatto con la Gran Bretagna nell’ultimo vertice europeo.

Un altro risultato da ottenere in Europa è il chiarimento del rapporto fra gli aggiustamenti richiesti per i bilanci pubblici e la fase del ciclo economico in cui essi devono avvenire. Non bisogna temere di essere costretti a una nuova restrizione fiscale se l’anno venturo avremo un rallentamento del Pil o, addirittura, una recessione. Altrimenti il Pil andrà ancor peggio e, per riaggiustare il rapporto fra deficit e Pil, serviranno nuovi tagli, e così via, un insensato circolo vizioso. L’aggiustamento del bilancio pubblico deve rimediare alla miopia della politica, non deve aggravarla. Certamente la cosa non riguarda solo l’Italia. In materia le regole di Bruxelles non sono ancora chiare o non sono state ancora abbastanza chiarite. Fino a quando non lo saranno i mercati avranno diritto di lesinare credibilità alla disciplina fiscale dei Paesi europei, anche quando si mostra rigorosa: hanno diritto di ritenerla inefficace, controproducente e perciò, a lungo, insostenibile.

Il segreto di Asti capitale dei centenari


28/12/2011
di GIORGIO CALABRESE, dalla stampa

Se volete vivere 100 e più anni venite ad Asti. Prima le notizie sulla longevità record degli italiani arrivavano dalla Sardegna e da Comuni del profondo Sud Italia, ora aumentano i centenari anche al Nord. Gli ultimi dati forniti ufficialmente dai Comuni della provincia astigiana riferiscono che nel 2011 in 18 hanno varcato il confine del secolo di vita. Due su tre sono donne e tutti o quasi sono in buona salute e nel 2012, altri 16 supereranno la soglia del secolo di vita. Chi scrive, due anni fa aveva festeggiato i 100 anni del proprio caro amato papà, coevo di un’altra più famosa donna astigiana, la Senatrice e Premio Nobel, Rita Levi Montalcini. Mio padre, uomo del Sud, ha vissuto felice più di 30 anni ad Asti, e diceva: «Si respira aria buona e ci si nutre proprio bene».

La Provincia di Asti è la più longeva di tutte le province piemontesi e ogni giorno milanesi e torinesi decidono di venire a vivere fra queste meravigliose colline. Non c’è da sorprendersi, noi astigiani abbiamo inventato la Dieta di Asti: un tipo di cucina e di alimentazione che brilla per naturalezza e gusto, oltre che tipicità e terroir. Ha ragione la Coldiretti quando difende la filiera corta e il chilometro zero. Questi sono i pregevoli risultati che si ottengono applicando questa regola, cioè: comprare frutta, verdura, legumi, carne, uova e latticini del nostro territorio (e ciò dovrebbe valere per tutte le Province d’Italia) non per sciovinismo ma per valorizzare la produzione locale. Una scelta che aiuta l’ecologia: non fa aumentare l’anidride carbonica nell’aria (visto che i prodotti fanno pochissimi chilometri a volte solo centinaia di metri), inoltre, si incrementa la produzione ortofrutticola dei piccoli contadini locali (a tal proposito, consiglio di rinforzare e di non abbandonare i mercati generali dove i contadini conferiscono i loro prodotti, infatti la tendenza attuale è quella di chiuderli, come sta avvenendo proprio ad Asti). Ancora un vantaggio è quello di mangiare prodotti meno inquinati, più gustosi e più salutari; condizioni queste capaci di farci vivere più di 100 anni prevenendo malattie metaboliche di tipo cardiovascolare, diabetico, ipertensivo e tumorale. Ma il segreto dove sta? Soprattutto nell’integrazione gastronomico-nutrizionale, oltre a quella di tipo sociale e politica come il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha sottolineato celebrando i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il menù è ricco: verdure in pinzimonio per antipasto, condite con ottimo olio extravergine di oliva, agnolotti o tajarin tirati freschi da buona farina locale oppure polenta di mais o anche ottimo riso, conditi con sugo di arrosto o salsa di pomodoro (magari derivanti dal fantastico pomodoro Cerrato che ce l’ha solo Asti e nessuno più al mondo!) o quando ci sono funghi e tartufi, e formaggio dei nostri alpeggi; e ancora, l’olio extravergine o una noce di burro crudo, carni rosse magre, tipo fassone, con tante ottime proteine di alto valore biologico e pochissimo colesterolo (ciò è stato certificato dagli americani che l’hanno apprezzata e comparata con altri tipi di carne di varie nazioni), oppure polli biologici come quelli di Tonco d’Asti o la gallina bionda di Villanova d’Asti, in cui allevatore e pollame quasi si parlano, tanto sono amici, con reciproco rispetto; e poi insalate di ogni colore, a seconda della stagione, con condimenti semplici e frutta fresca tipica della zona. Infine i buoni vini: Barbera, Grignolino, Freisa e Ruchè e spumanti insuperabili, tipo l’Asti Spumante e il Moscato d’Asti. Ecco il vero segreto della longevità degli astigiani: il fatto che tanti cibi del territorio si sono integrati con i prodotti del Sud grazie all’arrivo di persone giunte qui durante la grande immigrazione dal Meridione. Il risultato è stato che all’inizio del ‘900 in Asti si viveva fino a 43-45 anni di media ed oggi si superano i 100 anni! E la vita continua ad allungarsi. Un miracolo astigiano.

martedì 27 dicembre 2011

2012 ,accumulare tutti i contributi.Così la pensione si potrà salvare


Così la pensione si potrà salvare



Le sette regole da seguire tra anzianità e vecchiaia


di WALTER PASSERINI, dalla stampa

La riforma delle pensioni dal primo giorno del prossimo anno ci fa entrare nel mondo del sistema contributivo. Significa che d'ora in avanti ci sarà un rapporto diretto tra ciò che viene versato in contributi e l’assegno che verrà ritirato quando andremo in pensione.
Conto corrente. E’ come se ciascuno di noi d'ora in avanti avesse aperto un conto corrente individuale previdenziale, da cui dipenderà il nostro futuro. Per questo è necessario accumulare quanti più contributi possibile, senza i quali la pensione futura rischia di essere insufficiente. Molti avranno un sistema misto, altri solo il contributivo. Come si può fare? Che strategie adottare?
Nero e grigio. Lavorare al nero è doppiamente sbagliato: dà l’illusione di guadagnare di più, ma è un boomerang per la pensione che senza contributi versati non ci sarà. Ci sono persone costrette a lavorare al nero, ma è necessario fare di tutto perché ciò non accada. Inoltre attenti all’elusione e che tutti i contributi corrispondano ai periodi effettivamente lavorati.
La busta arancione. E’ importante avere periodicamente l’estratto conto della propria situazione contributiva e le proiezioni sull’ammontare della pensione futura. Purtroppo in Italia la busta arancione non c’è. L’Inps l’ha promessa in temi rapidi, speriamo che arrivi presto a ogni italiano, come succede in molti paesi europei: il resoconto contributivo è indispensabile.
Gestione separata. In attesa del contratto a tutele crescenti a tempo indeterminato, che sarà la probabile novità della imminente riforma del lavoro, è un canale utile a fare contributi. Introdotta dalla riforma Dini, la gestione separata raccoglie i contributi di diverse categorie: in primis di coloro che non hanno una specifica cassa, che vengono introdotti nell’Inps; poi tutte le forme di collaborazione (cococo, contratti a progetto), i parasubordinati e così via; le partite Iva; i lavoratori autonomi occasionali; gli associati in partecipazione; i prestatori di lavoro occasionale accessorio, pagati con i buoni lavoro. L’ammontare dei contributi dei collaboratori è per due terzi a carico del committente e per un terzo a carico del collaboratore. L’aliquota è intorno al 26-27% contro il 33% del lavoratore dipendente.
Somministrazione. Un caso a sé è il contratto di somministrazione, ex interinale, che permette di accumulare contributi nei modi e nei valori del lavoro dipendente a tempo indeterminato. Di fronte a 400mila finte partite Iva e a 800mila collaboratori a progetto, sottoposti ad aliquota del 27%, la somministrazione coinvolge quasi 300mila lavoratori, circa la metà giovani, che in questo modo hanno più tutele e possono sommare periodi di contribuzione che valgono il 33%. In aggiunta, i lavoratori del settore hanno anche un fondo pensioni integrativo di categoria, garantito da un ente bilaterale, che si chiama Fontemp. Il fondo aggiuntivo prevede che la quota del lavoratore (1%) e quella del datore di lavoro (1%) vengano entrambe versate dagli enti bilaterali e integrate fino al 4%. Inoltre anche se si lavora solo per un mese il fondo destina sei mesi di contributi.
Totalizzazione. Una delle norme dell'ultima manovra introduce finalmente la totalizzazione. Si tratta della possibilità di sommare e cumulare spezzoni contributivi di tutte le casse anche se inferiori ai tre anni. In questo modo si possono recuperare contributi che in passato sono andati persi.
Riscatto laurea. Infine un modo per incrementare contributi è quello di riscattare il periodo di laurea. La legge del 2008 è molto favorevole, il costo non è da tutti ma abbordabile (da 5mila a 7mila euro per ogni anno circa) e, se non servirà a uscire prima dal mercato del lavoro, avrà la funzione di incrementare il valore della futura pensione.

Scrivere un curriculum


Scrivere un curriculum (da "Vista con granello di sabbia")
di Wislawa Szymborsk

Che cos'e' necessario?
E' necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si e' vissuto
e' bene che il curriculum sia breve.
E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di piu' chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perche'.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.
E' la sua forma che conta, non cio' che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Una politica a corto di idee


BIPOLARISMO E PREFERENZE
Una politica a corto di idee
Forse esagero, ma è da cinquant'anni che dalla politica italiana non nasce una sola idea. Siamo partiti con il Bipartitismo Imperfetto di Giorgio Galli, dove «imperfetto» stava per dire che non c'era alternanza al potere. È sì un difetto. Ma sin da allora facevo notare che i Paesi senza alternanza di governo erano parecchi, specialmente il Giappone, che pure è stato per lungo tempo un Paese di prima fila.

Poi si è affermata l'idea che se un Paese non aveva una struttura bipolare non poteva funzionare. Per anni ho cercato di spiegare che una struttura bipolare (tipo destra-sinistra) veniva di solito da sé, che era fisiologica. Chi si prova, ogni tanto, a dichiararsi «terzo polo» è un politico spiazzato dagli eventi. D'altronde, i sistemi bipolari hanno spesso bisogno di un piccolo partito intermedio di sostegno. Come in Germania.

Qual è, allora, lo scandalo italiano? È che non abbiamo il voto di preferenza. Lo avevamo, ma a furor di popolo venne cancellato da due referendum. Non era un secolo fa, eppure ce ne siamo dimenticati. E ci siamo anche dimenticati perché non funzionò allora, e perché funzionerebbe ancora peggio se ripristinato. In passato la prassi costante, tra gli scrutatori dei seggi, era di controllare attentamente i voti di lista ma di consentire a sé stessi di aggiungere crocette di preferenza ai raccomandati del proprio partito. Oggi siamo più smaliziati. Così è ancora più sicuro che il votante non riuscirà quasi mai a eleggere chi voleva. Eppure ci crede.

In questo cinquantennio la vera novità è invece passata inosservata. Nel 1918 Max Weber scriveva un saggio, La politica come professione, che è illuminante già nel titolo, e che stabilisce una volta per tutte qual è il problema. Questo: che si è man mano consolidata e moltiplicata una popolazione che vive di politica e che non sa fare altro. Se perde il posto o le entrature nella «città del potere», allora resta disoccupato: o politica o fame. È evidente che la politica come professione è una inevitabile conseguenza della entrata in politica delle classi povere. Finché l'accesso al potere era ristretto ai benestanti, il cosiddetto «politico gentiluomo», non si faceva pagare. Non ne aveva bisogno. Ma i nullatenenti, invece, sì.
Va da sé che il politico di professione esiste oramai un po' dappertutto. Ma da noi con una virulenza inedita che ci assegna tra i Paesi più corrotti al mondo (al 69° posto).

È che da noi mancano le controforze politiche, manca un vero pluralismo politico. Il fascismo ha favorito lo sviluppo di quelle che oggi ci siamo abituati a chiamare lobbies , ovvero corporazioni di interessi economici. Dopodiché il dopoguerra ci ha restituito un sindacalismo largamente massimalista. Mentre nel 1959 i sindacati tedeschi ripudiavano a Bad Godesberg il sindacalismo rivoluzionario e da allora collaborano con le aziende, noi continuiamo il rito di inutili e dannosi scioperi.

Il punto è, allora, che lo strapotere della nostra casta di politici di professione non si imbatte in vere controforze che lo combattono. Noi siamo precipitati nel momento in cui la stupidità della sinistra, allora di D'Alema e di Violante, ha consegnato il Paese a Berlusconi regalandogli tutta o quasi tutta la televisione.

di Giovanni Sartori, dal corriere
27 dicembre 2011