mercoledì 3 agosto 2011

Il Cipe sblocca 9 miliardi per il Sud.

Vendola: «Dal Cipe primo vero assegno staccato per il Mezzogiorno»


Il Cipe sblocca 9 miliardi per il Sud

Ok al progetto preliminare della Tav

Saranno realizzate 6 opere strategiche tra cui il completamento della Salerno-Reggio Calabria


MILANO - Il Cipe dà il via libera al Piano per il Sud e al progetto preliminare della Tav Torino- Lione. Nel caso del Piano, ha spiegato il ministro Altero Matteoli «si tratta di infrastrutture per complessivi 9 miliardi di euro circa, di cui oltre 7 miliardi a valere sui fondi Fas che finanziano il Piano stesso» (le restanti risorse sono in buona parte fondi privati) e di interventi che «daranno certamente un forte impulso allo sviluppo». La notizia è stata accolta con grande soddisfazione da tutti i governatori delle Regioni meridionali e in particolare da Nichi Vendola. Per presidente della Puglia si tratta, infatti, di un «primo vero assegno staccato per il Sud». Le risorse sbloccate dal Cipe sono destinante alla realizzazione di 6 opere strategiche fondamentali per lo sviluppo del territorio, tra cui il completamento della Salerno-Reggio Calabria, l'Alta velocità Napoli-Bari, la direttrice ferroviaria Salerno-Reggio Calabria e alcuni assi stradali della Sardegna.



LE OPERE - Le opere inserite nel Piano per il Sud sono tutte immediatamente cantierabili e interessano il Molise per circa 576 milioni di euro, la Campania per oltre 1,7 miliardi, la Puglia per 1,1 miliardi, la Basilicata per oltre 500 milioni, Calabria, Sardegna e Sicilia per circa 1 miliardo ciascuna.



LA TAV - Il comitato interministeriale per la programmazione economica ha anche approvato i progetti definitivi della Tangenziale esterna di Milano (Tem) e del collegamento ferroviario Orte-Falconara con la linea adriatica, oltre al progetto preliminare della Tav. «Un fatto di grande rilievo», ha commentato il commissario di governo Mario Virano, presidente dell'Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione. «Grazie all'impegno straordinario di Matteoli e Letta - ha aggiunto Virano - siamo in linea con le scadenze ricordate dal commissario Ue ai Trasporti Siim Kallas. A settembre, oltre all'avvio del progetto definitivo, il 21 del mese si concluderà l'aggiornamento dell'accordo intergovernativo tra Italia e Francia, e sono fiducioso perché la trattativa sta procedendo bene. Stiamo rispettando tutti gli impegni chiesti dall'Europa». Non preoccupa Virano il dichiarato fallimento della Italcoge, la principale azienda finora impegnata nei lavori di preparazione del cantiere alla Maddalena di Chiomonte. «Già domani la situazione sarà risolta con l'affidamento ad un'altra azienda - ha chiarito il presidente dell'Osservatorio - la sospensione dei lavori sarà brevissima, in pratica non ci sarà alcuno stop».

Fonte : il corriere della sera




E' nel cervello il segreto dell'ansia.

NEUROLOGIA
Un cortocircuito di informazioni


È nel cervello il segreto dell'ansiaUno studio italiano svela la causa del disturbo. Tutto dipende da un difetto di comunicazione delle aree cerebrali che controllano lo stress e le emozioni negative: quando l'emisfero destro e sinistro non "parlano" tra loro allora inizia il panico

di FLAVIO BINI, da "Repubblica"



ROMA - Se ne conoscono i sintomi più comuni, apprensione, paura, difficoltà di concentrazione, la diffusione - quasi il 2-3% della popolazione - e le possibili terapie. Ora, uno condotto dall'Irccs Medea di San Vito al Tagliamento, in collaborazione con le università di Udine e di Verona, sembra averne identificato anche la causa. All'origine del disturbo di ansia generalizzato c'è un difetto di comunicazione tra diverse aree del cervello. Quando queste non "parlano" tra loro allora scatta il panico. Le zone "osservate" dai ricercatori sono quelle che controllano la risposta allo stress e le emozioni negative, situate nell'emisfero destro del cervello.



"Le aree parietali e callosali posteriori dell'emisfero destro si sa che partecipano alla percezione sociale e al riconocimento del proprio corpo nello spazio ", spiega Paolo Brambilla, 39 anni, coordinatore del team responsabile della ricerca, pubblicata sulla rivista dell'università di Cambridge "Psychological medicine. Gli studiosi hanno però compiuto un passo ulteriore, andando ad indagare l'interconnessione tra queste parti dell'encefalo. "Abbiamo applicato una metodica relativamente nuova, in collaborazione con l'istituto di radiologia dell'università di Udine, che permette di compiere degli studi di connettività tra le varie aree del cervello", spiega Brambilla.



Si tratta, in sostanza, di identificare il livello di "dialogo" tra due aree specifiche dell'emisfero destro,

il corpo calloso destro e la corteccia parietale. Per farlo, e ottenere informazioni sull'organizzazione microstrutturale dei tessuti nella sostanza bianca, la porzione del sistema nervoso responsabile del collegamento e della diffusione dei segnali nervosi, i ricercatori hanno scelto il coefficiente di diffusione dell'acqua (Adcs, Apparent diffusion coefficients), un indicatore che descrive quanto l'acqua si diffonde all'interno di un tessuto.



Un'indagine svolta grazie ad una sessione di imaging con risonanza magnetica, una sorta di "fotografia" del cervello su 12 malati e 15 controlli sani. Soltanto nei pazienti sarebbe stata rilevata questa alterazione nella connettività tra i tessuti. Ma le scoperte potrebbero non fermarsi qui. "Per questo studio abbiamo utilizzato sequenze "tradizionali", non destinate specificatamente alla ricerca", sottolinea il coordinatore del team. "Con sequenze più sofisticate - conclude Brambilla - potremo sicuramente svolgere indagini ancora più approfondite, raccogliendo dati più precisi sull'origine di questo disturbo".

(02 agosto 2011)

Le acque lucane e novasiresi controllate da Legambiente e Goletta Verde.

Data: 02 Agosto 2011

Categoria: Comunicati Stampa



Goletta Verde di Legambiente
presenta i dati sullo stato di salute del mare e delle coste della Basilicata






Due punti campionati risultati fortemente inquinati











Legambiente: “Sono 150.000 i lucani sprovvisti di sistemi di depurazione.



È arrivato il momento di completare l’impiantistica



a ormai 35 anni dalla prima legge sul trattamento delle acque reflue”







Goletta Verde, la celebre campagna itinerante di Legambiente che ogni estate naviga per il mare italiano realizzando un attento monitoraggio sulla qualità delle acque e sulla gestione delle coste, presenta i dati dei campionamenti realizzati nella regione lucana. Il team dei biologi di Legambiente che, viaggiando a bordo di un laboratorio mobile, effettuano puntuali analisi dei punti critici di ogni regione, concentrano le loro ricerche su scarichi, foci dei fiumi, canali e torrenti che confluiscono direttamente al mare. Il lavoro dei tecnici di Goletta Verde permette di compiere una istantanea del livello di inquinamento microbiologico dato dalla presenza di batteri fecali nelle acque e di conseguenza evidenziare i deficit dei sistemi depurativi locali.



Le analisi compiute in Basilicata hanno evidenziato due punti fortemente inquinati entrambi ricadenti nella provincia di Matera. Il primo, insiste nel comune di Nova Siri, presso la località Torre Bollita, nel Canale dove sfocia il depuratore, in fondo a Via La Strada che incrocia Via Tre Passi nel Delirio. Il secondo prelievo ad allarme rosso, campionato nel comune di Bernalda, riguarda la foce del fiume Basento, che è risultata fortemente inquinata: nonostante l’area sia una zona SIC, i valori indicati dagli esami di Goletta Verde sono ben oltre i limiti di legge.



“I risultati delle analisi di Goletta Verde mettono in evidenza ancora una volta l’inadeguatezza del sistema di depurazione regionale - afferma Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. Nella regione lucana, secondo l’elaborazione della nostra associazione dei dati del Blue Book di Anea e Utilitatis, ci sono ben 150.000 abitanti non serviti da adeguati sistemi di depurazione, un dato significativo visto che parliamo di circa un quarto della popolazione complessiva regionale a ormai 35 anni dall’approvazione della legge Merli, la prima sul trattamento delle acque reflue. Le criticità rilevate dai nostri tecnici in Basilicata, hanno confermato una condizione che accomuna tutte le regioni del nostro paese: il 30% degli italiani non è servito da un adeguato sistema di depurazione delle acque reflue, vale a dire che 18 milioni di cittadini scaricano direttamente nei fiumi e nei mari senza passare dal depuratore, compromettendo fortemente le condizioni di salute dei nostri mari. La priorità dunque è l’adeguamento delle reti fognarie e il completamento della copertura dei comuni. Non parliamo solo delle località costiere ma anche dei comuni dell’entroterra che sono ugualmente interessati dall’inadeguatezza del trattamento dei reflui. Occorre che le istituzioni e gli enti preposti si impegnino immediatamente e individuino tra le priorità l’adeguamento delle condotte fognarie”.



“Per la Basilicata è prioritario puntare sulla qualità ambientale e, per innalzare sempre di più i livelli di gestione sostenibile del territorio, occorre estendere i servizi depurativi anche a quei comuni che ne sono sprovvisti - dichiara Marco De Biasi presidente di Legambiente Basilicata -. Il cammino che ci auspichiamo per la nostra regione è caratterizzato dallo sviluppo di attività legate alla tutela ambientale, alle aree marine protette, al turismo di qualità ed alle energie ecocompatibili: solo così potremmo uscire da quella marginalità economica che ci ha nostro malgrado contraddistinti per tanto tempo. Le esperienze positive dei comuni lucani premiati dalla Guida Blu di Legambiente e Touring Club sono degli esempi concreti di quanto è possibile realizzare rispettando l’ambiente e creando un valore economico aggiunto. Caso emblematico è il comune di Maratea, quest’anno insignito per la prima volta con l’ambito riconoscimento delle 5 vele che è riuscito a coniugare al meglio qualità del territorio, dei servizi e politiche di tutela e sostenibilità”.



Quest’anno il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati è main partner della storica campagna estiva di Legambiente. “La difesa dell’ambiente, e del mare in particolare, rappresenta uno dei capisaldi della nostra azione”, spiega il presidente del COOU Paolo Tomasi. L’olio usato è ciò che si recupera alla fine del ciclo di vita dei lubrificanti nei macchinari industriali, ma anche nelle automobili, nelle barche e nei mezzi agricoli di ciascun cittadino. “Se eliminato in modo scorretto - continua Tomasi - questo rifiuto pericoloso può danneggiare l’ambiente in modo gravissimo: 4 chili di olio usato, il cambio di un’auto, se versati in mare inquinano una superficie grande come un campo di calcio”. A contatto con l’acqua, l’olio lubrificante usato crea una patina sottile che impedisce alla flora e alla fauna sottostante di respirare. Lo scorso anno in Basalicata il Consorzio ha raccolto 1.235 tonnellate di oli lubrificanti usati: 844 in provincia di Potenza e 391 a Matera.



Il Monitoraggio scientifico



I prelievi alla base delle nostre considerazioni, vengono eseguiti dalla squadra di tecnici di Legambiente, l’altra anima della Goletta Verde, che viaggia via terra a bordo di un laboratorio mobile grazie al quale è possibile effettuare le analisi chimiche direttamente in situ con l’ausilio di strumentazione da campo. I campioni per le analisi microbiologiche sono prelevati in barattoli sterili e conservati in frigorifero, fino al momento dell’analisi, che avviene nei laboratori mobili lo stesso giorno di campionamento o comunque entro le 24 ore dal prelievo. I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, escherichia coli) e chimico-fisici (temperatura dell’acqua, pH, ossigeno disciolto, conducibilità / salinità).







I PUNTI CRITICI DELLA BASILICATA



PROVINCIA

COMUNE

LOCALITÀ

PUNTO DI PRELIEVO

GIUDIZIO



MT

Nova Siri


Torre Bollita


Canalone dove sfocia il depuratore (in fondo a Via La Strada che incrocia Via Tre Passi nel Delirio)


FORTEMENTE INQUINATO



MT

Bernalda

Bernalda

Foce Fiume Basento

FORTEMENTE INQUINATO









LEGENDA





Facendo riferimento ai valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) i giudizi si esprimono sulla base dello schema seguente:







INQUINATO = Enterococchi intestinali maggiori di 200 UFC/100 ml e/o Escherichia Coli

maggiori di 500 UFC/100ml



FORTEMENTE INQUINATO =Enterococchi intestinali maggiori di 400 UFC/100 ml e/o Escherica Coli maggiori di 1000 UFC/100 ml









lunedì 1 agosto 2011

Le  mie critiche al “Gesù” di Flores


 "Gesù - L'invenzione del Dio cristiano"
di Piergiorgio Odifreddi, da repubblica.it

( Piergiorgio Odifreddi è direttore delle rivista " Tempi ".


L’amico Paolo Flores d’Arcais, direttore della rivista Micromega, ha pubblicato di recente per Add Editore Gesù. L’invenzione del Dio cristiano, che sta avendo un buon successo di vendite ed è entrato nelle classifiche. Mi ha chiesto il mio parere, e sono felice di darglielo. Non come supposto esperto dell’argomento, ma come reale compagno di strada sul cammino della laicità: una parola quasi sconosciuta nel nostro paese, dove ecumenicamente si dichiarano tutti cattolici, da Berlusconi a Vendola. E magari pure lo sono!




Flores ama dibattere con gli uomini di chiesa, e ha collezionato un gran numero di confronti ai massimi livelli della gerarchia cattolica, dai cardinali in giù. In particolare, una volta persino con l’allora cardinal Ratzinger, in un colloquio pubblico sponsorizzato da Repubblica, che è stato recentemente ripubblicato da Ponte alle Grazie in La sfida oscurantista di Ratzinger, con un lungo commento di aggiornamento.



E’ naturale che Flores interloquisca con l’attuale papa: in fondo, sono entrambi filosofi di formazione, e si capiscono meglio di quanto non possa succedere a chi, come me, proviene da una formazione diversa. E infatti, se devo dire spassionatamente la mia opinione, io li trovo entrambi talmente equidistanti da me, da considerarli paradossalmente quasi coincidenti nelle loro opinioni su Gesù.



Paradossalmente, dicevo, perchè Flores sicuramente si sente anni luce (divina) lontano da Ratzinger, in quanto quest’ultimo ovviamente difende le invenzioni a cui allude il sottotitolo del libro di Flores. Cioè, la dottrina costituita da un enorme castello di carte dogmatiche codificate dapprima nel Credo di Nicea e di Costantinopoli, e poi in uno sterminato elenco di sedicenti e autoproclamate “verità” di fede che definiscono appunto, a insaputa della maggior parte dei sedicenti e autoproclamati “credenti”, la fede cattolica in Gesù Cristo.



Giustamente Flores considera questo castello una costruzione immaginaria, ma stranamente cerca di smantellarlo sulla base delle testimonianze evangeliche. Egli si ferma, cioè, al primo passo della decostruzione della religione giudaico-cristiana: quello intrapreso, ad esempio, da Spinoza nel 1670 con il Trattato teologico-politico, o nel 1678 da Richard Simon nella Storia critica dell’Antico Testamento.



Ma ben altra acqua (non santa) è passata sotto i ponti del castello, in tre secoli, e ne ha scalzato le fondamenta. Oggi persino i teologi del Jesus Seminar considerano la quasi totalità delle notizie su Gesù riportate dai Vangeli inattendibili e non storiche. E lo stesso Ratzinger ammette, nelle due introduzioni ai suoi volumi su Gesù di Nazaret, che le ricerche storico-critiche hanno dimostrato che si può considerare Gesù un personaggio storico, solo se si accetta di stravolgere radicalmente il significato della parola “storia”.



Onestamente, mi aspettavo che la posizione di Flores fosse che i Vangeli sono tanto attendibili e storici quando il Mahabarata o il Ramayana, per non dire Il Signore degli Anelli o Harry Potter: cioè, come qualunque altro testo di letteratura fantastica. Il fatto che egli non la pensi così, come d’altronde non la pensa così Corrado Augias, autore di almeno due best seller su Gesù e il cristianesimo, dimostra che anche i laici possono essere vittime dell’efficace incantesimo lanciato dalle Chiese cristiane.



L’incantesimo consiste nel ripetere come un mantra che coloro che negano l’esistenza storica di Gesù sono un retaggio del positivismo ottocentesco, perchè la loro negazione sarebbe stata confutata convincentemente e non risulterebbe più credibile. Naturalmente, l’incantesimo non allega prove storiche della supposta esistenza di Gesù, e non le allega perchè le prove non esistono: a meno di non voler circolarmente considerare come tali i Vangeli, cioè appunto i testi che andrebbero confermati.



La mia critica “da sinistra” al libro di Flores è dunque che esso fa solo metà di ciò che dovrebbe: mostra sì che il cristianesimo è un castello dipinto su una roccia, ma non mostra che anche la roccia su cui il castello si fonda è dipinta, e che tutto fa solo parte di uno stesso quadro. Ma, forse, proprio questo è il segreto del suo successo, così come quello dei libri di Augias: perchè, per i lettori, un conto è criticare la dottrina della Chiesa, e un altro risvegliarsi dal sonno dogmatico e ammettere che anche Gesù adulto, così come Gesù bambino, non sono altro che sogni infantili.



Nove punti per la crescita. Il manifesto del sole 24 ore.

1 - Riduzione della tassazione sul lavoro che porti a un alleggerimento dell'Irap attraverso una rimodulazione dell'Iva. Questa ricomposizione darebbe più slancio al Pil, perché la riduzione del costo del lavoro agisce su competitività, prezzi e margini delle imprese e ampiamente compensa l'effetto negativo sui consumi dell'inasprimento dell'Iva. Per evitare che la maggior aliquota Iva finisca in maggiore evasione occorre potenziare gli strumenti di controllo.




2 -L'innalzamento dell'età pensionabile obbligatorio per tutti a 70 anni, accorciando il percorso che, con l'ultima manovra, farebbe raggiungere tale soglia nel 2050, per arrivarvi entro il 2020. Ciò permetterebbe di pagare pensioni più elevate e di ridurre gradualmente il carico dei contributi sociali molto elevati.



3 - L'Europa adotti eurobond (titoli di debito europeo) per sostenere i Paesi in difficoltà, evitando l'innalzamento nell'area euro dei tassi e garantendo la possibilità per tutti i Paesi membri di finanziarsi a costi accettabili. L'Efsf (ma si possono immaginare anche altri emittenti come la Bei o il nuovo veicolo Esm) potrebbe collocare bond fino a 2.000 miliardi (dagli attuali 225) con garanzie pari a circa 3.500 miliardi. Questa raccolta potrebbe servire anche a sostenere direttamente (e non a parole) investimenti in infrastrutture transnazionali con una importante ricaduta anche per l'Italia.



4 - Scossa forte sulle privatizzazioni a cominciare dalla Rai e dalle aziende di public utility oggi possedute da enti locali o da loro controllate. Al di là dei vantaggi diretti sul debito e quindi del risparmio sulla spesa per interessi, si ridurrebbe drasticamente l'intervento diretto della politica (e delle sue logiche spartitorie e di arricchimento) nella produzione di beni e servizi.



5 - Un piano di liberalizzazione di licenze e orari per tutte le attività del commercio, servizi, farmacie, para-farmacie e reti distributive. Liberalizzazione delle professioni. Potenziamento del ruolo dell'Antitrust. Adozione del principio per cui nessun cittadino e nessuna impresa sono tenuti a presentare certificazioni che sono già in possesso della pubblica amministrazione.



6 - Definire un patto di stabilità interno effettivamente non derogabile sui parametri dei costi standard per la spesa sanitaria.



7 - Aumento delle rette universitarie. Non c'è motivo per cui chi può permetterselo non debba pagare in modo adeguato l'investimento formativo dei figli. Gli studenti meritevoli e non abbienti vanno invece sostenuti con un sistema generoso e mirato di borse di studio e/o di prestiti (come in numerose esperienze straniere).

Ciò spingerebbe a migliorare nettamente la gestione delle università, perché ne farebbe dipendere il finanziamento in modo più marcato e diretto da quanto gli studenti versano. Abolizione del valore legale del titolo di studio, per cui non varrà più che un diploma ottenuto abbia lo stesso valore indipendentemente dalla bontà dell'ateneo in cui è stato conseguito.



8 - Trasparenza della pubblica amministrazione:una forte iniziativa con l'adozione di una legge per la libertà d'informazione ("Freedom of Information Act", secondo le migliori esperienze straniere). Questo consentirebbe di monitorare l'operato dei funzionari pubblici e li renderebbe più responsabili di inutili ritardi, evitando il rimpallo delle pratiche tra un ufficio e l'altro.



9 - Riduzione dei costi della politica: adeguamento immediato delle indennità dei parlamentari e del numero degli eletti alla media europea, abolizione delle Province e accorpamento dei Comuni più piccoli, dimezzamento delle rappresentanze dei consigli regionali, comunali e circoscrizionali e riduzione dei componenti dei cda di tutte le società controllate dagli enti locali. Queste scelte possono avere un significato speciale per restituire credibilità alle istituzioni.



Siamo ben consapevoli che la ricetta per la crescita è composta da molti ingredienti e che questa lista non li esaurisce certo tutti. Le imprese stesse devono agire sulla propria governance, patrimonializzazione, dimensione, innovazione come mostrano i sempre più numerosi casi di successo. Ma l'ingrediente principale è costituito dalla fiducia e queste misure ridarebbero slancio alla voglia di fare che negli imprenditori e nei lavoratori italiani non è mai venuta meno e che è il vero capitale del Paese.



sabato 30 luglio 2011

rapporto sullo stato della rete di akamai


L'Italia su Internet cresce al rallentatore

Aumentano gli indirizzi e le connessioni veloci, ma siamo penultimi in Europa. Ancora troppe connessione lente

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Aumentano gli indirizzi e le connessioni veloci, ma siamo penultimi in Europa. Ancora troppe connessione lente





Le connessioni con fibra ottica sono ancora poco usate in Italia (Fotolia)

MILANO – Altro che locomotiva. Sulle autostrade digitali l’Italia va a passo di lumaca, anche se lentamente migliora. È ancora una volta un bollettino scoraggiante quello disegnato da Akamai nel suo «dossier sullo stato d’Internet» relativo al primo trimestre dell’anno. Migliora la posizione complessiva del nostro Paese, ma c’è ancora tanto da fare per poter garantire a tutti una Rete accessibile e veloce.



ITALIA LENTA A CONNETTERSI – Iniziamo con l’annoso problema della velocità delle connessioni. L’Italia ha un unico primato. E non è lusinghiero. Siamo il Paese europeo con il maggior numero di connessioni lente: lo 0,9% degli italiani si connette ancora a una velocità di 256kbps. In pratica, la vecchia connessione con doppino telefonico, preistoria dell’era digitale. Un dato che pur sembrando basso, è il più alto d’Europa, in una gara per altro ridotta a 7, visto che 16 Paesi del Vecchio continente su 23 hanno già abbandonato questo tipo di connessione. Man mano che accelerano i bit per secondo, l’Italia scivola verso il fondo: se la cava ancora con le velocità standard (2 Mbps) dove siamo 14esimi (l’85% degli utenti italiani ha una connessione a banda larga, ormai considerata necessaria). Iniziamo a perdere colpi sulla media di velocità delle nostre infrastrutture digitali:18esimi su 23 (appena 3,7 Mbps, contro i 7,5 dell’Olanda, in testa alla graduatoria). Mentre raschiamo il fondo sulle cosiddette «high broadband», le autostrade digitali su fibra ottica. L’Italia è penultima (in compagnia della Spagna e solo davanti alla Grecia) per utenze connesse a una velocità superiore ai 5Mbps (appena l’11% della popolazione, contro il 56% degli olandesi, ancora una volta alla guida della classifica europea), ma in aumento rispetto al 6% dell’ultimo trimestre. Se poi parliamo di città «superveloci» e cioè dotate di cablaggi che consentono di navigare ad altissime velocità, nelle prime 200 al mondo, neanche una è italiana. A dir la verità, appena 12 centri sono europei (e nessuno nelle prime 20) e l’Asia è padrona: la città giapponese di Tokai, al top della classifica, «viaggia» a una media di 13.2 Mbps. E tre Paesi asiatici (Corea del Sud, Hong Kong e Giappone) si confermano i Paesi «più veloci». Gli altri sette Paesi della top 10 sono tutti europei (senza Italia): con Romania, Repubblica ceca e Lituania che conducono l’ex «blocco dell’Est». Più indietro gli Stati Uniti («solo» 12esimi). L’Italia è 39esima su 49 Paesi in classifica e recupera solo 3 posizioni rispetto a fine 2010.



MA CRESCE INTERNET (E GLI HACKER) – Se si parla di Internet non si può non parlare di pirati, sul web e sul mobile. In entrambi i casi, l’Italia è tra i Paesi da cui provengono più attacchi: per quanto riguarda i siti Internet, il Belpaese è in top 10. Mentre è addirittura prima sul mobile: il 25% degli hacker che attaccano i telefonini hanno una «base» in Italia. Un dato positivo per il nostro Paese però c’è. Internet cresce: gli indirizzi IP sono aumentati dell’11% rispetto agli ultimi tre mesi del 2010, toccando quota 13.632.661, il nono risultato del mondo.



UNO SGUARDO GLOBALE – In generale il dossier dà uno sguardo generale alla situazione della Rete e alla sua disponibilità nel mondo. Così si scopre che il Giappone, nonostante il cataclisma provocato dal terremoto e dal devastante tsunami dello scorso 11 marzo, non ha subito danni particolari alle proprie fibre ottiche, che si sono mantenute su livelli di altissima efficienza. Per un’infrastruttura che regge, un’altra, al contrario, si mostra molto «precaria». È ciò che è successo in Georgia, dove lo scorso aprile una signora di 75 anni ha tranciato una delle dorsali principali del Paese: «Ero solo in cerca di pezzi di metallo», ha detto l’anziana contadina in lacrime. La sua «svista» ha lasciato offline centinaia di miglia di persone in Georgia e nella vicina Armenia. «Io non so neanche cosa sia questo Internet», si è giustificata la donna.



di Maddalena Montecucco, dal corriere della sera

29 luglio 2011(ultima modifica: 30 luglio 2011 10:38)

Il lato B / Con il 30% dei laureati under 34 inattivo nel Sud d'Italia il talento è in default. ..da brivido anche i dati sulla meglio gioventù dell'Italia meridionale diffusi ieri da Svimez come anticipazione del Rapporto sull'economia del Mezzogiorno in uscita a settembre. Due giovani del Sud su tre non hanno un lavoro. Sulla sponda italiana del Mediterraneo, il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) nel 2010 era 31,7% , in calo dal 33,3% che era il dato medio del 2009. Per le ragazze si sprofonda addirittura al 23,3%.
Fonte : il sole 24 ore

 
Il Sud del lavoro impossibile è lontano 25 punti dal Nord Italia (56,5%). Ma soprattutto preoccupa, e fa parlare Svimez di "spreco generazionale inaccettabile", il dato che vede in crescita nelle Regioni meridionali la quota dei giovani Nè-nè o giovani Neet (Not in education, employment or training) con alto livello di istruzione. Oltre il 30% dei laureati del Mezzogiorno under 34 è inattivo, dice lo studio, e così quasi un terzo dei diplomati . I ragazzi meridionali con un titolo di studio universitario in tasca ma rimasti fuori dal sistema formativo e del mercato del lavoro sono circa 167 mila. Peggio di tutti stanno quelli di loro che vivono in Basilicata e in Calabria. Come dire che il talento, gli investimenti personali e collettivi sulla formazione e il futuro di una generazione, in mezza Italia sono in default. Ma non in solo i loro.

Un paio di mesi orsono, parlando ma dell'Italia under30 in blocco, non soltanto dei giovani del Mezzogiorno, il direttore generale della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni ricordava come, nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni, il tasso di disoccupazione nazionale nel 2010 (20,2 % ) fosse quasi 4 punti in più della media europea e addirittura 11 punti in più che in Germania. Risultava occupato, osservava il banchiere, solo il 35 per cento degli italiani in età tra i 15 e i 29 anni, cioè poco meno della metà della media nell’Unione Europea, mentre in Germania lavorava il 57 % dei loro coetanei.

Un mese fa , invece, era stata l 'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa a lanciare l'allarme Neet. Il livello medio d'istruzione dei giovani europei non è mai stato così alto, eppure uno su cinque non riesce a trovare lavoro e il tasso di disoccupazione è il doppio rispetto a quello del resto della popolazione in età lavorativa. Il principio vale anche per Austria, Germania, Paesi Bassi e Norvegia, dove però il tasso di disoccupazione giovanile si è mantenuto sotto il 10%.

Dove ha origine lo sprofondo che separa le percentuali dei Paesi virtuosi e quel 30% di inattivi del nostro Sud denunciati da Svimez ? Nel divario di sviluppo e ricchezza, certo. Nel gap dell'offerta e della qualità della formazione, è ovvio. Nella difficoltà, puntualmente segnalata, dell' incontro tra i profili disponibili e quelli che le aziende cercano, anche.

Ma lo sbilanciamento aumenta e, come paventa il Rapporto, è a rischio di non ritorno, là dove la pratica della raccomandazione e l'introduzione socio- familiare sono più radicate. E contano di più, o anche tutto, del merito e delle competenze, che invece non pesano niente. I giovani lavorano (e più talenti hanno da spendere, non solo quelli attestati dal pezzo di carta, prima e meglio si inseriscono perchè le aziende li riconoscono e li premiano) dove la legalità non è un argomento rituale e il lavoro sommerso e l'evasione dei contributi scontano lo stigma sociale generalizzato. Il prodotto delle politiche giovanili, infine, non sono sportelli deserti e musica rock. In questo l'Italia ha il suo Sud, ma è a sua volta il Sud d'Europa.



venerdì 29 luglio 2011

Dalla burocrazia alla politica , la lunga lista di barriere che impediscono all'Italia di crescere.

di Elisa Fazzini, dal "Sole 24 Ore"
L’Italia ha bisogno di crescere più in fretta per alleviare la pressione di un debito “strabiliante”, ma “la burocrazia e la politica spesso schiacciano l’economia”. Il New York Times stigmatizza la “lunga lista di barriere” che ostacolano la crescita del Belpaese e lancia l’allarme: se non cresce, l’Italia “ha poche speranze di ridurre un livello di indebitamento che minaccia il futuro finanziario dell’Italia e dell’euro”.




In un articolo intitolato “Uno scoraggiante cammino verso la prosperità”, Liz Alderman parte da un episodio emblematico: la rinuncia di Ikea a costruire un megastore vicino a Pisa, dopo sei anni di inconcludenti trafile.



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Vedi tutti » “Mentre vacilla sull’orlo di una crisi del debito europea, l’Italia non può permettersi altre débacles come questa”, anche se è la settima economia mondiale. Poiché i tassi di interesse più alti rendono ancora più difficile per l’Italia ridurre il suo debito, la principale risorsa appare quella di accelerare la crescita, nota il Nyt. E cita l’economista Francesco Giavazzi: “E’ l’unico grande problema per l’Italia adesso: riprendere la crescita”.



Secondo gli esperti, si legge sul Nyt, l’Italia deve non solo incoraggiare grandi investimenti come quello di Ikea, ma deve anche rimuovere gli impedimenti che soffocano la crescita di migliaia di piccole e medie imprese che sono la “spina dorsale” dell’economia italiana.



C’è il caso di Mauro Pelatti, piccolo imprenditore titolare della Omap, che fabbrica parti per motociclette: dice al Nyt che ha rinunciato a espandere l’impresa a Firenze per colpa della burocrazia e delle tasse. L’imprenditore lamenta, per esempio, di dover fare preparare le buste paga all’esterno dell’azienda (“poiché l’Italia protegge le corporazioni”, puntualizza il Nyt) e di dover pagare 20.000 euro all’anno in scartoffie. E sulle tasse, dice che su un utile di 200.000 euro, deve pagare tasse per 100.000 euro. “Anche se faccio un utile, non ne farò mai abbastanza per ingrandirmi”.



Dopo una crescita striminzita negli anni Novanta, la crisi finanziaria globale del 2007 ha ridotto più del 6% l’economia italiana. Ora la crescita è ripresa, ma il Fondo monetario internazionale prevede “un altro decennio di stagnazione” con una crescita per l’Italia dell’1,4% appena nei prossimi anni.



A ostacolare la crescita dell’Italia – spiega il quotidiano newyorchese - è il debito pubblico, che al 119% del Pil è secondo solo a quello della Grecia. Nonostante la manovra, “il governo italiano ora spende il 16% del suo bilancio per pagare gli interessi – una bolletta che aumenterà se investitori e creditori continueranno a temere che l’Italia non riesca a sfuggire alla crisi del debito”. E se l’Italia incespica, “le conseguenze saranno più dirompenti di qualsiasi altra cosa che l’eurozona abbia provato finora nella crisi”.



Le barriere alla crescita sono una lista “scoraggiante”, scrive il Nyt. Per cominciare, i leader nazionali, a cominciare da Silvio Berlusconi, “tendono a essere presi dalla politica e distratti dai problemi dell’economia”. Inoltre, la produttività è rimasta “piatta” per un decennio. E le tasse sull’impresa si aggirano intorno al 31%, senza contare le tasse locali.



L’Italia – continua il quotidiano - è anche afflitta dalla piaga di un’economia in nero “incorreggibile”, che rappresenta il 20% dell’economia e un’evasione fiscale che toglie all’Erario 100 miliardi di euro di mancati introiti.



“Pochi pensano che il governo possa eliminare alcuni dei problemi più grossi, come la mafia o l’economia sommersa. Ma, secondo molti esperti, i leader italiani hanno i mezzi per stimolare la crescita dell’economia legale”, sottolinea il Nyt. E aggiunge: Roma potrebbe cominciare con lo snellire la burocrazia.



“Solo per avviare un’impresa, ci sono tra 10 e 20 autorità con cui bisogna avere a che fare”, dice Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria. “Poi vai dal governo a chiedere aiuto, ma non ne hai”.



Le lungaggini burocratiche hanno spinto Ikea a desistere dal progetto di un megastore a Vecchiano, in provincia di Pisa. E ora la multinazionale svedese viene corteggiata dalle città di Pisa e Livorno.



Dulcis in fundo, c’è però il caso incoraggiante di Mario Carraro, imprenditore di Padova, uno dei pochi che è riuscito a sfondare. Ha puntato sul miglioramento delle tecnologie e della produttività nella sua fabbrica, che produce sistemi di trasmissione per camion per aziende come John Deere e Caterpillar. Ora la sua impresa è quotata, ha 2.000 dipendenti in Italia e 2.000 tra Cina e India.



L’Italia ha bisogno di altre imprese così. Ma Carraro – conclude il Nyt - vede intorno solo stagnazione. Una volta si diceva che “piccolo è bello”. Ma ora le piccole imprese “stanno morendo”.



Al Sud senza lavoro due giovani su tre.



Persi 281 mila posti in due anni,


è allarme in Campania e Calabria


L'Istat: "Le imprese sono ferme"


Scende la produzione industriale

ROMA

Al Sud è «emergenza giovani: 2 su 3 sono a spasso». A lanciare l’allarme è il rapporto Svimez 2011. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) si attesta nel 2010 ad appena il 31,7% (il dato medio del 2009 era del 33,3%; per le donne nel 2010 non raggiunge che il 23,3%), segnando un divario di 25 punti con il Nord del Paese (56,5%). «La questione generazionale italiana - sottolinea il rapporto - diventa quindi emergenza e allarme sociale nel Mezzogiorno». In generale al Sud, le famiglie meridionali sono «in difficoltà» sul fronte dei consumi, anche alimentari. Insomma, se «dal 2000 al 2010 la spesa delle famiglie al Nord è cresciuta dello 0,5%, al Sud è scesa dello 0,1%. Più elevata nel periodo la spesa della p.a: +1,4% al Sud, +1,6% nel Centro-Nord».



Sempre dal fronte lavoro, anche gli ultimi dati Istat non sono confortanti: l’occupazione nelle grandi imprese - al netto della stagionalità - a maggio su aprile rimane invariata al lordo dei dipendenti in Cig e diminuisce dello 0,1% al netto dei dipendenti in Cig. Ma nel confronto con maggio 2010 scende dello 0,6% al lordo dei dipendenti in cassa integrazione guadagni (Cig) e dello 0,4% al netto di questi ultimi. Infine, dal Centro Studi di Confindustria si segnala un calo della produzione industriale dello 0,4% a luglio su giugno, quando era stato stimato un incremento dello 0,2% sul mese precedente. La variazione di giugno è stata rivista al rialzo rispetto all’indicazione preliminare (-0,1%) in base ai consuntivi comunicati dalle imprese. Il livello di attività risulta del 16,9% inferiore al picco precrisi (aprile 2008) e in recupero del 12,4% dai minimi di marzo 2009. La produzione media giornaliera in luglio è stazionaria sui dodici mesi (+0,1%), contro il +1,4% di giugno. Le aziende che lavorano su commessa segnalano una riduzione del volume degli ordini: -0,2% mensile, -1,9% annuo. In giugno erano cresciuti dello 0,4% su maggio e dell’1,2% annuo.



Per gli esperti di Viale dell’Astronomia, «il dato di luglio conferma l’arresto della debole ripresa industriale italiana, in un contesto di progressivo rallentamento globale, che frena la domanda estera, e di una stagnazione della domanda interna. Il terzo trimestre inizia con un abbrivio negativo: la variazione acquisita, cioè quella che si avrebbe in caso di invarianza della produzione nei successivi due mesi, è di -0,4%».

Il pendolo speculativo

di Mario Pianta, da il manifesto, 28 luglio 2011



Immaginate una pallina che rimbalza: cade rapidamente, rimbalza a due terzi del punto di partenza, poi perde forza e torna a cadere. Le Borse internazionali sembrano arrivate a questo punto, hanno smesso di recuperare sulle irraggiungibili quotazioni del 2007, rallentano e iniziano a scendere. Qualcuna prima delle altre: la Borsa di Milano ha perso ieri quasi il 3%, ma tutte le Borse europee sono in calo. Qualche settore cade più degli altri: è la finanza a scivolare. In Italia ieri sono crollate Unicredit, Intesa, Mediobanca e Generali.



In Europa già martedi le azioni della tedesca Deutsche Bank e della svizzera Ubs – due tra le più grandi e “cattive” – avevano perso quota dopo l’annuncio di profitti ridotti. Sono gli affari della speculazione che sono diventati più difficili: nel secondo trimestre l’Ubs ha avuto 1,1 miliardi di euro di profitti, l’anno scorso erano stati il doppio e a crollare sono stati i profitti dell’ investment banking: 1,5 miliardi di euro l’anno scorso, 440 milioni quest’anno. Il paradosso è che, anche nel mezzo della crisi, le banche puntano a rendimenti stratosferici: l’obiettivo dell’Ubs per il 2014 sono 17 miliardi di euro di profitti, mentre il fondo speculativo di George Soros ha guadagnato per 40 anni rendimenti in media del 20 per cento l’anno. Sono finiti qui i soldi sottratti all’economia reale, ai salari, alla spesa pubblica.



Dopo il collasso del 2008, la finanza – salvata dai governi – da un anno a questa parte ha attaccato il debito degli stati: Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia; ora si prepara nientemeno che l’attacco agli Stati Uniti. Ma trasformare per incanto i Bot in carta straccia – come fanno le agenzie di rating – ha lo spiacevole effetto collaterale di trascinare in basso le quotazioni delle banche che li hanno in bilancio. Costringere gli stati a tagliare la spesa pubblica ha lo stesso effetto sulle azioni delle imprese che dipendono dalle commesse pubbliche per i loro profitti. Così il pendolo della speculazione torna a colpire le azioni di banche e imprese private, le Borse crollano, la finanza divora se stessa.



Senza una politica che riprenda il controllo sulla finanza, il pendolo della speculazione continuerà a muoversi tra Borse private e debito pubblico – calpestando nel suo passaggio, monete, materie prime e prodotti agricoli. La pallina delle Borse potrebbe accelerare la sua caduta, trascinando di nuovo in basso l’economia del vecchio occidente.