mercoledì 24 luglio 2013

di Simonetta Fiori, da Micromega
«Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo». Il nuovo papa della sinistra «altra» — quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete — ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute. 

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso. «È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica». 

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione. 
«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità». 

Una parola molto presente nella tradizione cattolica. «In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo». 

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti? «Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso ». 

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere. «Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?». 

No, molto chiaro. «È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra». 

Lei cominciò nelle file radicali. «No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore del Mondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti». 

La «storiella da cane sciolto» ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica? «Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale». 

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini. «Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta». 

Ma i Cinquestelle sono di sinistra? «Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo». 

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra. «Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo ». 

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali? «È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento». 

Nessun risentimento? «No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso». 

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso? «Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire».

sabato 20 luglio 2013

I CATTOLICI IN POLITICA: PRESENTI OVUNQUE, IRRILEVANTI DAPPERTUTTO

Le recenti polemiche sul silenzio dei cattolici, soprattutto quelli di destra, dopo le critiche dell’onorevole Cicchitto a papa Francesco sul viaggio a Lampedusa, hanno evidenziato ancor più la sudditanza e l’irrilevanza dei cattolici nelle vicende italiane, il loro scarsissimo coraggio e l’infinita distanza che li separa dalla dottrina sociale della Chiesa. In questi ultimi decenni siamo passati dalla democristiana “balena bianca” a un indistinto “bianco pesciolino” in via di estinzione. I cattolici, ovunque schierati, sono diventati l’appendice di altre formazioni politiche. O, peggio, una loro stampella, se non addirittura la “foglia di fico” a coprire vergognosi provvedimenti xenofobi, attacchi alle istituzioni dello Stato, leggi ad personam e comportamenti immorali, mossi più da ragioni di potere legate a Machiavelli che ispirati al Vangelo. Nonostante alcuni abbiamo conquistato o “implorato” una poltrona ministeriale (vedi Virginio Rotondi, ex “ministro del nulla”), i politici cattolici sono tuttora afoni e insignificanti in entrambi i poli: poco considerati a destra e mal sopportati a sinistra. Comunque, non più protagonisti, ma gregari e portatori d’acqua. E anche servili verso un leader populista con una concezione padronale e aziendale della democrazia e delle istituzioni. 

In più occasioni, non hanno mostrato neanche un briciolo di orgoglio e dignità personale, come quando hanno difeso la doppia morale di Berlusconi o votato per Ruby nipote di Mubarak. Così hanno contribuito a scrivere una delle più squallide pagine del Parlamento italiano. Da Todi in poi, nell’autunno di due anni fa, i cattolici erano tornati a incontrarsi e dibattere, accendendo la speranza di un loro significativo “rientro” nella politica italiana, sempre più eticamente degradata e distante dagli interessi della gente e dal bene comune. Ma si sono subito smarriti, tra divisioni, incomprensioni e protagonismi personali e di gruppo. Un fuoco di paglia di brevissima durata, una grande occasione mancata.  Il bipolarismo ha reso i cattolici non solo poco incisivi nella vita del Paese, ma li ha spaccati in due fronti contrapposti: quelli che difendono la vita e quelli che difendono la solidarietà, come se i valori fossero tra loro inconciliabili. Mai una volta che i cattolici schierati a destra abbiano alzato la voce a difesa dei valori sociali e della solidarietà. E lo stesso a sinistra sui temi della bioetica. 

L’unità dei cattolici va ritrovata sui “contenuti” prima ancora che sul “contenitore”, senza abdicare alla propria identità cristiana per una poltrona o un “piatto di lenticchie”. E senza assoggettare il Vangelo alla disciplina di partito e agli ordini di scuderia. Se in questi anni i politici cattolici avessero ispirato i loro comportamenti alla dottrina sociale della Chiesa  con lo stesso zelo con cui hanno diffuso il “verbo berlusconiano”, oggi l’Italia sarebbe senz’altro migliore, più solidale e con più equità sociale. Anche l’ultima infornata di cattolici in politica, come Andrea Olivero ex presidente Acli, Mario Marazziti ex portavoce di Sant’Egidio,Ernesto Preziosi ex vice direttore nazionale dell’Azione cattolica sono già sulla strada dell’insignificanza politica totale. Per non dire del ministro Mario Mauro che eccelle solo per eccesso di zelo nella difesa dei cacciabombardieri F-35 e per aver “armato la pace”. Al Paese manca un grande progetto unitario dei cattolici italiani.  

di Antonio Sciortino, da Famiglia Cristiana

martedì 16 luglio 2013

Antiossidanti naturali: 10 cibi contro i radicali liberi e l’invecchiamento

Antiossidanti naturali: 10 cibi contro i radicali liberi e l’invecchiamento

Sentiamo parlare spesso degli antiossidanti. Che cosa sono? Si tratta di sostanze presenti in numerosi alimenti, che aiutano l’organismo a contrastare i radicali liberi, a prevenire l’invecchiamento e a mantenere i tessuti sani.
 Gli antiossidanti, con particolare riferimento a polifenoli e flavonoidi, proteggono la salute degli occhi e la vista, migliorano la circolazione e favoriscono il benessere del cuore e dei vasi sanguigni. Ecco alcuni degli alimenti più ricchi di antiossidanti.

1) KIWI

Il kiwi è tra i frutti più ricchi di antiossidanti. Il suo primato è dato dall’elevata presenza di polifenoli, che sono in grado di proteggerci dall’invecchiamento e dalle malattie degenerative, tra le quali troviamo il Parkinson e l’Alzheimer. E’ il kiwi di qualità gold a contenere un tasso maggiore di polifenoli rispetto al kiwi comune, di colore verde. Approfittiamo dei benefici di questo frutto quando è di stagione: da novembre a giugno.
2) TÈ VERDE
Il tè verde è un vero e proprio concentrato naturale di antiossidanti, tra i quali troviamo polifenoli, bioflavonoidi e tannini. Può essere gustato sia in inverno che in estate, in versione casalinga. Un consumo regolare di tè verde può apportare numerosi benefici al nostro organismo: rimineralizza e tonifica ossa, pelle e capelli, rafforza il sistema immunitario, facilita la digestione e riduce l’assorbimento degli zuccheri.
3) MELOGRANO
Il melograno presenta una concentrazione di antiossidanti molto elevata, superiore anche al tè verde. Tra gli antiossidanti contenuti nel melograno troviamo i flavonoidi, che proteggono il cuore e le arterie e che presentano proprietà antinfiammatorie e gastroprotettive. Grazie all’acido ellagico, il melograno ci aiuta a contrastare i radicali liberi.
4) MIRTILLI, FRUTTI ROSSI E E BACCHE DI ACAI
I mirtilli presentano spiccate proprietà antiossidanti. Il contenuto di sostanze benefiche è superiore nei mirtilli selvatici, che sono ritenuti migliori rispetto ai mirtilli coltivati in serra dal punto di vista nutrizionale. Il potere antiossidante dei mirtilli è dovuto al loro contenuto di flavonoidi, che ci aiutano a prevenire malattie metaboliche, degenerative e cardiovascolari. Inoltre, ci proteggono dal cancro. Sono ricchi di antiossidanti tutti i frutti di bosco e i frutti rossi, comprese fragole eciliegie. Tra i frutti ricchi di antiossidanti simili ai mirtilli troviamo le bacche di Acai, considerate benefiche per le loro proprietà antinfiammatorie e anticancro.

5) GRAVIOLA

La graviola è un frutto tropicale dalla polpa molto morbida a cui vengono attribuite importantiproprietà anticancro, soprattutto dal punto di vista della prevenzione. I benefici della graviola nel contrastare i tumori sono dovuti alla sua ricchezza di antiossidanti. Alcuni di essi rappresentano infatti delle sostanze citotossiche in grado di contrastare le cellule tumorali. La graviola, inoltre, ha proprietà antibatteriche e favorisce la digestione.
6) Avocado
L’avocado è ricco di vitamina A e di vitamina E, sostanze antiossidanti che aiutano il nostro organismo a liberarsi dai radicali liberi, ritardando l’invecchiamento dei tessuti. L’olio estratto da questo frutto presenta uno spiccato contenuto di antiossidanti. Studi recenti hanno indicato l’olio d’avocado come un vero e proprio toccasana per la salute, in grado di contrastare i danni del tempo in mood naturale. I suoi pigmenti potrebbero rappresentare una nuova frontiera nella cura delle malattie degenerative.
7) CAROTE
La presenza di vitamina C e di beta-carotene rende le carote degli ortaggi particolarmente ricchi di antiossidanti. Secondo studi recenti, mangiare carote allunga la vita. Gli scienziato hanno scoperto che elevati livelli di carotene presenti nel sangue sono inversamente associati al rischio di morte prematura, con particolare riferimento alle malattie cardiovascolari e ai tumori. In generale, mangiare frutta e verdura fresca aiuta a mantenersi in salute e a prevenire la morte prematura.
8) POMODORI
I pomodori sono famosi per la loro ricchezza di licopene, un potente antiossidante. Proprio grazie al licopene, sono ritenuti un alimento benefico per proteggere il nostro organismo dall’ictus. Una percentuale elevata di licopene nel sangue è in grado di prevenire le malattie cardiovascolari. Mangiare pomodori è inoltre utile per contrastare il colesterolo e la pressione alta. Il contenutodi licopene dei pomodori è pari a 11 mg/100 g nella polpa ed a 54 mg/100 g nella buccia. La concentrazione di antiossidanti è stata valutata come superiore nei pomodori biologici.
9) CACAO E CIOCCOLATO
Il potere antiossidante del cioccolato è garantito dalla presenza di cacao, un alimento ricco di flavonoidi. Il cioccolato migliore è quello con il più elevato contenuto di cacao e con la minore presenza di zuccheri raffinati. Ci riferiamo soprattutto al cioccolato amaro extra-fondente. Il cacao migliore proviene da agricoltura biologica ed è coltivato secondo criteri etici. Il cacao, con i suoi antiossidanti naturali, garantisce il buon umore e regola colesterolo e pressione sanguigna.
10) GOJI
Le bacche di goji si distinguono per il loro elevato contenuto di antiossidanti naturali, che le rendono un aiuto prezioso nel contrastare i radicali liberi, con un effetto benefico sia per i tessuti dell’organismo che nella prevenzione delle malattie tumorali legate alla pelle. Secondo gli studi più recenti, le bacche di goji sono in grado di rallentare il moltiplicarsi delle cellule tumorali. Hanno inoltre proprietà antinfiammatorie e sono utili per proteggere la vista.
fonte: Greenme.it

lunedì 15 luglio 2013

La Rivoluzione dei diritti

Vi È un filo robusto che unisce alcune vicende di questi giorni  -  il discorso all'Onu della giovane pakistana Malala e il Datagate, le parole di Papa Francesco a Lampedusa e le decisioni in materia economica di corti costituzionali di diversi Paesi. In tutti questi casi vi è un visibile conflitto tra diritti e poteri globali: il diritto all'istruzione contrapposto al potere del terrore; il diritto alla privacy di fronte al potere di chi vuole esercitare un controllo planetario sulle persone senza limiti e senza frontiere; il diritto dei migranti contro il potere escludente degli Stati; il diritto di ciascuno a non essere ridotto ad oggetto contro il potere del mercato.

Si è venuta accreditando, in questi anni, una lettura del mondo che lo vede sempre più dominato da poteri incontrollabili, perché la dimensione globale sfugge alla possibilità di regolazione degli Stati e perché l'unica legge sarebbe ormai solo quella del mercato, legge "naturale" di fronte alla quale ogni altra regola diviene priva di forza e di senso. Davvero un mondo ad una sola dimensione, unificato dalle pretese di una superpotenza o affidato a soggetti nuovi, come Facebook, ormai terza "nazione" del pianeta con il suo miliardo di "abitanti". Ma le vicende ricordate prima ci dicono che non è così, che di fronte ai nuovi padroni del mondo, ai nuovi sovrani globali, si manifesta con intensità crescente la forza regolatrice dei diritti, che può restituire alla politica il ruolo che le è stato sequestrato dal riduzionismo economico.

Lo sfondo, peraltro, è quello delle molte e difficili "primavere", delle proteste diffuse che inducono più d'uno a parlare dell'avvio di una "rivoluzione globale" proprio intorno alle rivendicazioni di diritti.
Nelle parole ferme ed eloquenti di Malala si deve cogliere proprio questo spirito. Non vi è soltanto il rifiuto del terrorismo, l'orgogliosa rivendicazione del "non mi piegheranno". Vi è una indicazione politica precisa: il diritto all'istruzione è l'arma più potente, e per ciò più temuta, nella lotta al terrorismo. Sì che la strategia militare, l'unica effettivamente praticata con enorme dispendio di risorse economiche, non può mai essere sufficiente. Vi è un dovere degli Stati di intervenire perché il diritto all'istruzione sia effettivo e garantito a tutti: quelli che insistono sulla necessità di accompagnare al discorso dei diritti quello dei doveri, dovrebbero cimentarsi con temi come questo, e non usare l'insistenza sui doveri come strumento per svuotare di significato soprattutto i diritti sociali.

La riflessione sulla lotta al terrorismo al di là della pura logica militare o poliziesca incontra la questione del Datagate. La reazione ad una schedatura planetaria ad opera degli Stati Uniti ha rimesso in onore un diritto, quello alla privacy, alla protezione dei dati personali, di cui si era certificata la morte proprio per legittimare qualsiasi raccolta di informazioni personali, riducendo le persone al ruolo di fornitori obbligati di dati ritenuti necessari per il funzionamento del mercato e di meccanismi totalizzanti di controllo. Di nuovo la rivendicazione planetaria di un diritto, di cui siamo tornati a scoprire la funzione di tutela di libertà fondamentali.

Al fondo di queste due vicende si scopre l'assoluta mancanza di rispetto per i diritti di tutti e di ciascuno, sempre sacrificabili per una ragion di Stato o di mercato. Si è radicata quella indifferenza peraltro denunciata a Lampedusa dal Pontefice, con accenti che toccano in primo luogo e giustamente i migranti, ma che davvero riguardano tutti. La costruzione intorno ai migranti di un nuovo modo d'intendere i diritti è davvero questione ineludibile, per la qualità e quantità del fenomeno, globale per definizione e dal quale dipende l'assetto futuro del mondo. È una "politica dell'umanità" che deve essere avviata, indispensabile perché ciascuno di noi possa uscire da una condizione che ci ha fatto prigionieri dell'egoismo, che ha interrotto i legami sociali, che ci consegna una società frammentata nella quale, come ha scritto Luigi Zoja, facciamo i conti con "la morte del prossimo".

Nel suo ultimo romanzo, Aldo Busi ha descritto con parole dirette questa condizione: "C'erano una volta gli altri e poi improvvisamente scomparvero dalla faccia della terra e io non fui pertanto più un altro per nessuno". Alla scomparsa delle persone, sostituite da astratti simulacri modellati sulle esigenze del consumo o del controllo, si reagisce proprio rivendicando la materialità dell'essere e dei bisogni, e misurando su questi i diritti di ciascuno. Ritorna imperioso il bisogno di pronunciare la parola più negletta della triade rivoluzionaria, "fraternità", ricordando che l'articolo 2 della nostra Costituzione parla di "doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Non a caso si invoca oggi una "solidarietà globale" come orizzonte della politica. Così la rivendicazione dei diritti, che qualcuno vuol leggere come estrema frontiera dell'individualizzazione, si immerge invece nel contesto sociale, trova le sue radici in una "rivoluzione della dignità" che non è solo quella del singolo, ma la "dignità sociale" alla quale si riferisce l'articolo 3 della Costituzione. Forse possono tornare tempi propizi per quello che Eligio Resta ha chiamato un "diritto fraterno".

Queste non sono dichiarazioni di buoni propositi o sentimenti, ma linee direttive lungo le quali si muovono concretissimi interventi a tutela della persona e dei suoi diritti. Se, per fare un solo esempio, si considerano le molte sentenze con le quali diverse corti hanno affrontato il conflitto tra il diritto fondamentale alla salute e il potere di Big Pharma, delle grandi multinazionali farmaceutiche, si coglie una tendenza a far prevalere le ragioni della salute su quelle del profitto con caratteristiche davvero globali, visto che si va dalle corti costituzionali di Sudafrica e India alla Corte di Giustizia dell'Unione europea, alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Quest'ultima, il 13 giugno, ha pronunciato una sentenza che pone limiti alla brevettabilità del genoma, con diverse specificazioni, ma sostanzialmente accogliendo le sollecitazioni di chi voleva infrangere il monopolio di una società, Myriad Genetics, per quanto riguardava i test riguardanti il cancro al seno. E, in più di una decisione, la prevalenza accordata ai diritti fondamentali è strettamente collegata con la considerazione come beni comuni dei mezzi direttamente necessari per la loro attuazione.

Nel mondo globale, dunque, si sprigiona oggi una forza dei diritti che si manifesta nei luoghi più vari e ad opera di una molteplicità di soggetti. Si affiancano, e talora si sostengono reciprocamente, movimenti popolari e interventi delle corti, iniziative legislative e azioni di gruppi sociali organizzati. Qui la politica deve fare le sue prove, pena la sua crescente marginalizzazione. Dobbiamo ricordarlo oggi, perché si avvicinano le elezioni europee e la delegittimazione dell'Unione, dovuta alla sua totale identificazione con la logica dei "sacrifici", può essere arrestata solo se si ricorda che esiste un ordine europeo nel quale, con lo stesso valore giuridico dei trattati, esiste una Carta dei diritti fondamentali.
Fonte : Repubblica

giovedì 11 luglio 2013

Santanchizzati

So che rischio di ripetermi, ma pazienza: quello che è successo lo motiva parecchio, credo.
No, perché qualcuno in giro – anche brava gente – tenta di minimizzare il voto di ieri: in fondo, che cosa sono poche ore di chiusura dell’Aula, non è che un pomeriggio di vacanza delle Camere cambi qualcosa, ed è prassi sospendere i lavori anche quando ci sono i congressi di partito.
Forse chi lo dice non si rende del conto del gigantesco valore simbolico e politico dell’accaduto. Fosse stata anche di un solo minuto, la serrata di palazzo Madama e Montecitorio.
Qui abbiamo un partito personale che da vent’anni sostiene che il suo capo è perseguitato dalla magistratura, quindi ha diritto a non sottoporsi alla giustizia come gli altri cittadini, il che giustificherebbe i lodi Alfano e i legittimi impedimenti, ma anche gli attacchi alla Consulta: due organi costituzionali (magistratura e Consulta) delegittimati quindi delle loro prerogative costituzionali.
Questa – lo vedono anche i bambini – è semplicemente eversione, illegalità: che poi si incarna nelle manifestazioni a Palazzo di Giustizia, nei voti surreali come quello secondo cui Ruby era nipote di Mubarak, nelle trasmissioni di Canale 5 per muovere l’opinione pubblica contro i giudici, giù giù fino ai calzini di Mesiano.
E tutto questo si sa, appunto.
Fino a quattro mesi fa, il Pd (pur con molte timidezze) a questa eversione non partecipava con i suoi voti in Parlamento: appunto sul legittimo impedimento, sul lodo Alfano, su Ruby nipote di Mubarak etc.
Poi ci poteva soddisfare o no il modo in cui il Pd si chiamava fuori da questa eversione (io lo trovavo abbastanza codardo e pochissimo determinato) ma insomma, almeno guardando ai voti in Parlamento non si poteva dire che il Pd si fosse schierato con il Cavaliere contro la Costituzione.
Quando Di Pietro e altri sul legittimo impedimento fecero un referendum, arrivarono a metterci il cappello sopra, ex post.
Bene: quello che è successo ieri è invece il passaggio di là, anche formale.
Votare la sospensione dei lavori (anche fosse di un solo minuto, ripeto) di fronte a una richiesta di serrata delle Camere contro la Cassazione, vuol dire diventarecomplici attivi della battaglia di Berlusconi contro la magistratura.
Non ci sono cazzi, non ci sono scuse: questo è quello che è successo ieri.
Per questo è politicamente cosa più grave dei 101 e perfino del governo di larghe intese, pur essendone una conseguenza, come una palla che prende velocità su un piano inclinato. Perché è la prima volta che con un voto formale alle Camere il Pd si schiera con Berlusconi e i suoi eversori contro la magistratura.
Insomma, si sono santanchizzati
Lo sapevano, quando hanno accettato le larghe intese, che sarebbe finita così?
Voglio dire, non era evidente che prima o poi la dinamite giudiziaria che Berlusconi si porta in pancia dal ‘94 sarebbe esplosa alle Camere?
Si rendono conto di quello che hanno fatto?
Si rendono conto che dopo aver trasformato otto milioni e mezzo di voti contro Berlusconi in un governo con Berlusconi, li hanno usati anche per difendere Berlusconi dalla magistratura?
Capiscono la scelta di campo che hanno compiuto, schierandosi con l’eversione del Cavaliere contro la Costituzione repubblicana?
Di Giglioli, dal blog "piovono rane"

martedì 25 giugno 2013

Ristrutturare il debito

Spese militari, grandi opere, pensioni d'oro, evasione: anche cambiando molte voci della spesa l'Italia non potrà evitare il tracollo e lo spettro della Grecia. Lo dicono le cifre degli 80-90 miliardi di interessi sul debito, più i 45-50 per riportarlo al 60% del Pil. È giunto il momento di ristrutturare il nostro debito pubblico?

di Guido Viale, da il manifesto
Ci siamo assuefatti a convivere con un meccanismo economico e finanziario che ci conduce inesorabilmente a una progressiva distruzione del tessuto produttivo del paese e delle istituzioni fondanti della democrazia: in questo quadro la perdita di imprese, posti di lavoro, know-how e mercati in corso è irreversibile, come lo è la progressiva abolizione dei poteri degli elettori, del Parlamento e, soprattutto, degli Enti locali: cioè dei Comuni, che sono le istituzioni del nostro ordinamento giuridico più vicine ai cittadini. La Grecia, avanti a noi di un paio di anni in quel percorso di distruzione delle condizioni di esistenza di un'intera popolazione imposto, con una omogeneità impressionante, a tutti i paesi europei del Mediterraneo, ci mostra come alla devastazione provocata dai diktat della finanza e dalla governance europea non ci sia mai fine. 

Il Governo italiano non sa dove trovare otto miliardi per soddisfare le richieste su Iva e Imu a cui Berlusconi ha subordinato la sua permanenza nella maggioranza. Ma nessuno mette in discussione il fatto che ogni anno lo Stato italiano riesca sempre a trovare - e paghi - 80-90 miliardi di interessi ai detentori del debito pubblico italiano. E nessuno dice che dall'anno prossimo, a quegli 80-90 miliardi se ne dovranno aggiungere ogni anno altri 45-50 per riportare in 20 anni il debito pubblico al 60 per cento del PIL. Nel frattempo il PIL cala e il debito cresce mentre interessi e quota del debito da restituire aumentano; e nessuno sa o dice dove troverà tutto quel denaro che, con il pareggio di bilancio in Costituzione, non può che essere estratto da nuove tasse - ovviamente a carico di chi già le paga - facendo precipitare ancor più in una spirale senza fine occupazione, redditi, bilanci aziendali e spesa pubblica, cioè scuola, sanità, pensioni, ricerca, salvaguardia del territorio e del patrimonio artistico. C'è stata una cessione di sovranità a favore della finanza internazionale sia in campo economico che politico e ciò a cui molti di noi si sono assuefatti è l'idea che a tutto ciò "non c'è alternativa".

Quell'alternativa va dunque trovata, ma bastano i pochi numeri citati per capire che a queste condizioni nessuna promessa, o anche solo proposta, di "rilancio produttivo" e di lotta alla disoccupazione e alla povertà ha la minima possibilità di funzionare; e che coloro che le fanno, ignorando volutamente questo quadro, mentono; forse anche a se stessi. Certo, all'interno del bilancio statale si potrebbero spostare molte poste: per esempio dalla spesa militare a quella civile; dalle grandi opere inutili e costose al reddito di cittadinanza; dalle 100mila pensioni oltre i 90mila euro (per un totale di 13 miliardi all'anno!) a quelle sotto i 10mila; oppure recuperare fondi dall'evasione: in fin dei conti il debito pubblico italiano (2.040 miliardi) è meno della somma dell'evasione fiscale e degli interessi sul debito degli ultimi 20-25 anni: e in gran parte, probabilmente, i beneficiari sono gli stessi. 

Il debito pubblico italiano, con gli interessi, è insostenibile e incompatibile con qualsiasi prospettiva che non sia la chiusura e il degrado progressivo di tutte le nostre fonti di sostentamento; lo Stato italiano, come quello greco, di fatto è già fallito. Ridurre in misura sostanziale il debito svendendo il patrimonio pubblico, più che un'illusione è un imbroglio: la svendita della quota pubblica di Eni, Enel, FS, Finmeccanica e Fincantieri oggi frutterebbe poco più di 100 miliardi, meno di quanto continueremmo a pagare ogni anno tra interessi e quota di restituzione; la svendita di tutto il demanio e degli immobili di Stato ed Enti locali a prezzi di mercato frutterebbe ancor meno. 

Meno che mai potrebbe funzionare, per rimettere in piedi il tessuto economico, "l'uscita dall'euro", che probabilmente si verificherà comunque come conseguenza dello sfascio di tutto l'edificio dell'UE a cui ci sta portando la sua governance; non prima, però, di aver ridotto a zero il potenziale economico di metà del continente. Né c'è da sperare che dopo le elezioni tedesche la musica cambi... Che una svalutazione anche consistente possa far ripartire esportazioni e domanda interna a un'economia ormai in frantumi è una mera illusione: il quadro internazionale è profondamente cambiato e niente è più come prima. E che il problema principale non sia la sopravvalutazione dell'euro ma il blocco della spesa pubblica lo dimostra il fatto che le imprese italiane rimaste solide hanno esportato e continuano a esportare anche con l'euro.

Il fatto è che senza una radicale ristrutturazione del debito (il suo consolidamento; o un "default" controllato; o una moratoria sul pagamento degli interessi) ben più radicale di quella attraverso cui, senza dirlo, è già passata la Grecia (senza peraltro trarne alcun beneficio, perché è stata insufficiente e tardiva) e possibilmente adottata congiuntamente da tutti i paesi non più in grado di far fronte al loro debito, non c'è che il tracollo. Ma ristrutturare il debito non basta. Senza una radicale riconversione del tessuto economico per dare nuovi sbocchi alle imprese che hanno perso il loro mercato interno o estero; o a quelle che per produrre fanno più danni che benefici - e non sono poche, dall'Ilva all'industria bellica, per non parlare dell'auto - non c'è alcuna possibilità di salvare quel che resta dell'apparato produttivo italiano, del suo patrimonio impiantistico, del suo know-how, dell'occupazione. E meno che mai di creare i milioni e milioni di nuovi posti di lavoro necessari a restituire a tutti un presente e un futuro decenti.

Una riconversione del genere non può essere fatta che mettendo al centro l'obiettivo della sostenibilità: sia per spostarsi sulle produzioni che hanno un futuro, anche di mercato; sia per prevenire i costi sempre più pesanti, e destinati a crescere, provocati dai cambiamenti climatici. Tutto ciò richiede produzioni e consumi ecologici e processi che esigono decentramento e ridimensionamento degli impianti, la loro differenziazione in base alle caratteristiche del territorio, la partecipazione ai processi decisionali di maestranze, cittadinanza attiva e governi locali e, soprattutto, riterritorializzazione (cioè rilocalizzazioni): attraverso accordi diretti tra produttori e consumatori o utilizzatori che non annullano certo le funzioni del mercato, ma che le regolano e lo sottraggono, senza cadere nel protezionismo, a quella competitività selvaggia e globalizzata che è solo una corsa verso il sempre peggio.

In questo processo un ruolo cruciale possono e devono giocarlo i servizi pubblici locali riconquistati al controllo dei poteri pubblici e, attraverso di loro, di una cittadinanza capace di imporre nuove forme di democrazia partecipata. E' l'unica strada per sottrarsi al dogma del "non c'è alternativa" e andrebbe sottoposta a una a un confronto pubblico tra tutte le forze che si ritengono "alternative"; ma soprattutto tra quelle miriadi di organizzazioni che operano, spesso in silenzio. per costruire un modo di vivere e convivere diverso, a volte senza nemmeno realizzare di essere la parte attiva di quel 99 per cento della popolazione vessata dal capitale finanziario. Un confronto del genere andrebbe esteso anche a livello europeo (con un occhio alle prossime elezioni) per ricavarne un programma generale, di respiro internazionale nel suo impianto, ma articolato e sorretto da una molteplicità di proposte, di rivendicazioni, di buone pratiche e di casi di successo a livello locale.

Per chi si pone in questa prospettiva governo significa innanzitutto autogoverno e le cose da fare non sono la "sintesi" - come spesso si dice e si cerca di fare - tra le mille istanze differenti che agitano il movimento; occorre invece aiutare queste stesse forze a fare loro stesse questa sintesi: a riconoscere nel proprio agire l'embrione insostituibile e irrinunciabile di un programma di governo alternativo. In tutti i luoghi dove già sono all'opera, queste forze sono le sedi potenziali di un'aggregazione di istanze consimili, di un confronto tra rivendicazioni diverse ma convergenti, di una volontà di coinvolgere nei propri progetti il governo del territorio. La riformulazione di un programma e l'aggregazione intorno a esso delle forze disponibili è la condizione per legittimare il rigetto dei patti di stabilità e per sostenere le ragioni di questa prospettiva a livello europeo. 

Su questa stessa strada si costruiscono anche le premesse per fare fronte alle ritorsioni che immancabilmente seguirebbero alla scelta di ristrutturare i debiti; ma anche alle conseguenze di un'eventuale dissoluzione dell'euro causato dall'impasse politica in cui sta precipitando la governance europea; e, ancor più, per prevenire il progressivo deterioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione, se le cose continueranno a procedere nella direzione in cui le spinge il governo delle larghe intese.

(25 giugno 2013)

lunedì 24 giugno 2013

Intervista a Gianni Vattimo

Maestri, letture, amori, disperazioni del fondatore del pensiero debole: "La religione non ha niente a che fare con certe asserzioni, tipo Dio c’è o Gesù è resuscitato. Cosa ne sappiamo? Ma è la caritas verso gli altri il solo modo di vivere l’amor dei intellettuale".

Intervista a Gianni Vattimo di Antonio Gnoli, da Repubblica, 23 giugno 2013
Ormai fa coppia fissa con Sancho. Mentre siamo a tavola davanti a un piatto di involtini primavera cucinati dalla domestica filippina — una suora laica, scoprirò più avanti — Sancho scuote pigramente la testa e guarda incuriosito l’intruso, che poi sarei io. «Non è geloso, glielo assicuro», dice Gianni Vattimo, «è solo che gli piace essere al centro dell’attenzione. I gatti sono così: un misto di curiosità, indifferenza e abitudine». La conversazione va avanti già da un po’. Prima nella penombra del salotto. Poi qui nella stanza dove ceniamo, ricompresa nel vasto appartamento torinese. C’è un poster colore rosso acido che attira la mia attenzione: ritrae Vattimo, sotto una frase di Keynes: «La repubblica dei miei sogni si colloca all’estrema sinistra della volta celeste». «Fu un dono di certi amici per i miei settant’anni», ricorda il professore.

Si sente anche lei all’estrema sinistra di qualcosa?«Sono affetto da un sinistrismo legato alla mia militanza cattolica. A volte sogno un comunismo ermeneutico la cui verità si realizzi nel dialogo».

Non è più una posizione liberale?«No, il mondo liberale è stato inghiottito dal liberalismo che ha cancellato ogni forma di verità e di dialogo. Il comunismo al quale io penso non è quello scientifico, con pretese positivistiche. Sono convinto che se Stalin avesse letto qualche pagina sul pensiero debole avrebbe probabilmente ammazzato molta meno gente».

Ho qualche dubbio.«Lui ha fatto quello che da noi eseguono i governi tecnici: ciò che era necessario, in quel caso, per l’industrializzazione forzata dell’Urss. Bisogna guardarsi da coloro che si appellano all’oggettività
delle cose».

Realismo uguale repressione?«Vanno a braccetto. Forse per questo i governi occidentali a quanto pare acquistano sempre più armi da antiguerriglia urbana».

Era una considerazione alla quale giunse parecchi anni fa Michel Foucault.«Vedeva l’Occidente sempre più preda dei controlli. Sorvegliare e punire. E non solo nelle cliniche per matti o nelle carceri. Ma nei centri urbani. Si era invaghito della rivoluzione iraniana. Lo conobbi nel 1964, o forse era il ’65, in un’abbazia non lontana da Parigi dove si teneva un convegno su Nietzsche. Era abbastanza scostante, non cercò neppure di sedurmi».

Allude alla sua omosessualità?«Scherzo, naturalmente. Anche perché allora non si sapeva niente di nessuno. Comunque arrivai fin lì da Heidelberg — dove studiavo con Löwith e Gadamer — mi presentai, con la mia faccia da ragazzino, a Gilles Deleuze, che era l’organizzatore. Mi squadrò sorpreso. Gli sembravo troppo giovane. Volle leggere la relazione prima, non si fidava».

Com’era Deleuze?«Aveva certi unghioni stranissimi, sembrava un vampiro. Anni dopo ho introdotto in Italia qualche suo libro. Ma le confesso che del suo pensiero ho capito ben poco».

Si creano equivoche leggende.«Un giorno fui invitato a Seattle a un convegno sull’architettura post-moderna. Un tizio mi introdusse e cominciò a citare i miei libri. Non capivo nulla di cosa stesse dicendo. Mi sembravano delle follie».

È l’ermeneutica quando impazzisce.«Come la maionese. La filosofia può essere un bel gioco ma non tutti i giochi sono filosofici».

Lei con chi ha studiato filosofia?«Mi sono laureato con Luigi Pareyson nel 1959. Mi ero allora invaghito di Adorno e dei francofortesi. Pareyson mi disse: “Ma perché vuole studiare questi qui? Si dedichi piuttosto a Nietzsche che è alla base di tutti loro”. Cominciai così. Poi nel 1960 comparve il libro di Heidegger su Nietzsche. Per leggerlo avrei dovuto conoscere il tedesco. E allora mi recai a studiare in Germania ».

Prima della filosofia cosa era accaduto nella sua vita?«Di rilevante il fatto che avessi lavorato in Rai. Entrai nel 1954 con un concorso. Me ne andai dopo qualche anno su sollecitazione del mio direttore spirituale che considerava l’ambiente televisivo un luogo corrotto».

Il direttore spirituale?«Monsignor Caramello, grande studioso di San Tommaso. Sosteneva che la mia vocazione era la filosofia. Naturalmente, sperava che diventassi un filosofo cristiano».

E lei l’ha deluso?«Fino a un certo punto. Come si dice? Santi in chiesa e fanti in taverna».

Crede nell’aldilà?«Sarebbe un’affermazione azzardata. Credo di più nella speranza di una giustizia divina senza la quale non muoveremmo neanche un dito nella storia. Poi, se l’anima esala e va da qualche parte, non lo so. Non si può spiegare tutto. Le confesso però che la sera, prima di dormire, recito delle parti del breviario. È la compieta ».

È cosa?«Nella liturgia delle ore è l’ultima preghiera della giornata. È molto bella».

Cosa le trasmette?«Un senso di tranquillità. Ho cominciato a recitarla quando si ammalò il mio amico Giampiero. Mi faceva stare meglio. In fondo, è come se mi figurassi di quando ero piccolo e avevo più speranze nel futuro. La religione è un’abitudine infantile che ti porti dentro».

Come è stata la sua infanzia?«Erano gli anni della guerra. Ricordo i fischi delle bombe a Torino in Borgo San Paolo. Distrussero la casa dei miei genitori. Decidemmo di raggiungere alcuni parenti di mio padre in Calabria. Mia madre aveva quarant’anni e si adattò a tutto questo stravolgimento. Restammo lì dal 1942 al 1945. Tornammo a Torino andando incontro alla povertà più assoluta. La mamma si mise a fare la sarta e io l’aiutavo nel sopraggitto: è un punto di cucito nel quale divenni particolarmente abile. In fondo, il mio provvidenzialismo si lega a delle situazioni di assoluta disperazione».

Disperazione anche quando scoprì le sue tendenze sessuali?«Venivo pur sempre dal mondo cattolico, dove la repressione ha la sua importanza. Dicevo interi rosari con le mani sul pavimento sotto le ginocchia. Un male tremendo e avevo diciotto, forse vent’anni. Quando compresi la natura della mia sessualità mi venne l’ulcera. Mi operarono ed ebbi la fortuna di conoscere un ballerino cubano, con cui sono stato per un paio di mesi».

Fu la rivelazione?«No, perché in realtà già sapevo. Ma fu la liberazione. Era il 1968. Per lungo tempo degli orientamenti sessuali non ho parlato con i miei amici, con le persone che mi stavano più vicine».

Le sue scelte si rivestono, di solito, di un senso di ironia.«Direi più di epicureismo. Gratta gratta, sono una persona che non è mai diventata padre. Mi considero più giovane di quanto in realtà sia e, a volte, mi comporto come un enfant gâté che in un signore di quasi ottant’anni suona alquanto ridicolo».

Ha mai desiderato un figlio?«Certe volte, soprattutto in passato. Ma ora non più. E poi credo che uno debba vivere bene l’esperienza di figlio prima di averne di propri. E io non l’ho vissuta nel migliore dei modi. Ho sognato una sola volta che sciavo dietro mio padre; ma io mio padre non l’ho mai visto. Quando è morto avevo un anno e mezzo. Però posso dirle che ho un sacco di “figli di puttana”, o meglio, di giovani amici di cui sono diventato una specie di padre. Vengono spesso a mangiare qui, attorno a questa tavola. Mi spolpano».

Le piace farsi spolpare?«Un po’ sì. Ho sempre pensato che sia più facile dire sì che dire no. Non mi so difendere abbastanza dai legami che si incrostano e che, come dice un’amica, diventano delle spese fisse».

Che rapporto ha con il denaro?«Per molti anni non mi sono amministrato da me. Prendevo lo stipendio e lo consegnavo a mia madre. Era lei a darmi i soldi. Non ho mai fatto preventivi sul denaro. Finché ce ne è bene, poi si vedrà».

E i suoi desideri?«I miei desideri cosa?»

Come convive con il loro calo?«Resta pur sempre la nostalgia del desiderio»

Accennava alla malattia di un suo compagno. Poi si è aggiunta quella di un altro amico. Cosa è stato per lei il dolore di vedere morire due figure così care?«A volte mi rimprovero di essere diventato un po’ cinico. Esperto in un genere letterario un po’ particolare: i necrologi. Ma in certi momenti mi viene il magone. L’altra settimana viaggiavo in macchina con un giovane amico che aveva messo una canzonetta in cui c’entrava Fidel Castro. Improvvisamente mi sono messo a piangere. Non mi era mai accaduto. Almeno non così platealmente. E ho pensato: sto invecchiando. Poi mi è tornato alla mente che in quel famoso convegno su Nietzsche, quando fu il mio turno di parlare, Gabriel Marcel si mise a piangere. E io pensai: ma guarda che discorso commovente che sto facendo. Un collega guardandomi disse: non ti preoccupare, da quando è vecchio lui piange sempre se ascolta qualcuno al microfono. Un’amica psicologa dice che vivo di sensi di colpa. Li ho ormai così estesi che se di notte prendo un taxi mi scuso con il tassista se il percorso è breve».

Ha mi fatto analisi?«No. Tanto tempo fa, la moglie di Pareyson voleva che entrassi in analisi. Diceva: si sbrighi, che poi diventa vecchio».

C'è un'età giusta?«Come per tutte le cose, quando è tardi è tardi. Ma non sono un campione degli addii».

Che ne è del giovane brillante, il primo della classe, che stupiva i professori?«È una zona del passato che ogni tanto mi piace rievocare. C’è sempre un tempo in cui il pugile ha danzato sul ring».

Dà l’impressione che non gliene freghi più molto della filosofia.«Da quando ho scoperto la prassi sono un po’ distante dalla filosofia accademica. Vogliamo ancora dare un contributo a una nuova lettura di Heidegger? Boh. La verità è che non mi sento più a mio agio nei convegni troppo tecnici. Sto rileggendo Spinoza e in particolare il Trattato teologico politico. Aveva intuito e anticipato che la vera religiosità è postmoderna. La religione non ha niente a che fare con certe asserzioni, tipo Dio c’è o Gesù è resuscitato. Cosa ne sappiamo? Ma è la caritas verso gli altri il solo modo di vivere l’amor dei intellettuale. Finirò col fare il predicatore in qualche comunità religiosa, magari concedendomi qualche libertà nei costumi».

(24 giugno 2013)

A lezione di Ignoranza

A lezione di Ignoranza


Un corso sorprendente ma serissimo alla Columbia di New York
Lo tiene un professore
di neuroscienze
PIERO BIANUCCI
Sapevate che alla Columbia University di New York c’è un corso di Ignoranza? Lo tiene Stuart Firestein, che è anche professore di neuroscienze e direttore del Dipartimento di biologia.  
Immaginare come funzioni un corso di Ignoranza porta a paradossi curiosi. L’esame misura quanto si sa sull’ignoranza o quanto si ignora? Per gli studenti è meglio prendere 18 o 30 e lode? Ancora: con quali criteri si organizza un concorso alla cattedra di Ignoranza? Come si forma la commissione? Con docenti di quali discipline? I suoi componenti dovranno essere di chiara fama o precari sfigati? I candidati presenteranno una lista di pubblicazioni scadenti? Vincerà la cattedra chi ha il curriculum peggiore? 

Messa così non sembra una cosa seria. Invece lo è. Possiamo immaginare la conoscenza come un’isola che cresce in mezzo a un oceano che rappresenta l’ignoranza. All’inizio la scienza era un atollo piccolissimo, oggi è una grande isola divisa in varie regioni: fisica, chimica, biologia, informatica e così via. E si allarga sempre più rapidamente. Ma attenzione: con la stessa velocità si allunga la sua linea di costa. Cioè il confine con l’oceano dell’ignoranza. Dunque, osserva Firestein, il prodotto finale della conoscenza è l’ignoranza. Però, aggiunge, una «ignoranza informata», che si configura come nuove domande, che a loro volta produrranno risposte, cioè conoscenza, e quindi altra ignoranza. 

Fin qui è tutto abbastanza normale. Socrate insegnò che la vera conoscenza è sapere di non sapere e il cardinale Nicola Cusano (1401-1464) parlava di «dotta ignoranza», intendendo che si può conoscere l’ignoto solo mettendolo in relazione con ciò che già si conosce, ma perché ciò avvenga, occorre avere qualche vaga conoscenza dell’ignoto; solo Dio possiede una conoscenza infinita. 

È tuttavia necessario un passo ulteriore, e Stuart Firestein lo fa: al di là dell’ignoranza che sappiamo di avere perché è il confine con il conosciuto (la linea di costa dell’isola), bisogna sapere che può esistere qualcosa che ignoriamo di ignorare. È un po’ come se, dalla costa dell’isola, vedessimo soltanto oceano e oceano e oceano: ciò non significa che oltre l’orizzonte non ci siano altri continenti, cioè l’ignoto immerso nell’ignorato. Questa, se volete, è una «dotta ignoranza» di secondo livello. Una meta-ignoranza o, da un altro punto di vista, una meta-conoscenza. 
Stuart Firestein, da buon americano, non si avventura in ragionamenti così sottili, tipici della nostra filosofia europea. Però coglie il centro del bersaglio: la scienza progredisce tanto più rapidamente quanto più gli scienziati prendono consapevolezza della loro ignoranza e – ancora meglio – del fatto che esiste una ignoranza che ignorano. 

Oggi quasi tutti i ricercatori lavorano chiusi dentro le soffocanti pareti della specializzazione. Firestein ricorda che nel 2002 «sono stati archiviati nel mondo cinque esabyte di informazioni, cioè quanto basta a riempire la Biblioteca del Congresso Usa trentasettemila volte». Ma dal 2002 «questo dato è cresciuto di un milione di volte». Nessuno potrà mai dominare una tale massa di informazioni neppure nell’ambito della propria disciplina. Figuriamoci che cosa potrà sapere delle discipline altrui. Eppure le cose più interessanti (le scoperte) si fanno sulla frontiere tra scienze diverse. Una dotta ignoranza dovrebbe portare a questa consapevolezza. Se poi si vuole davvero scoprire qualcosa di rivoluzionario, serve la meta-ignoranza: sapere che può esserci qualcosa che ignoriamo di ignorare. 

Ecco perché, nel suo corso alla Columbia University, Firestein invita colleghi fisici, biologi, chimici, matematici, e chiede loro di tenere una lezione su ciò che non sanno. Non contento, ha scritto un libro -Viva l’ignoranza!, ora tradotto per Bollati Boringhieri (pp. 156 pagine,  14) - dove ha raccolto il suo messaggio e una serie di «case history». Tra le «case history» c’è anche la sua. Incominciò a lavorare come aiuto direttore di scena di una compagnia teatrale e fece carriera fino a diventare regista. A quel punto, senza abbandonare il palcoscenico, si laureò in etologia alla San Francisco State University. Dopo aver indagato sul ruolo dell’olfatto negli animali, poiché il senso dell’odorato è costituito da terminazioni nervose, passò allo studio del cervello, l’organo più misterioso. Un percorso dall’ignoranza totale all’ignoranza che sa di ignorare e sa che potrebbe non sapere di non sapere. 

Non vorrei però che qualcuno, scoprendo i paradossi di Firestein, giungesse alla conclusione che la scienza sa poco o niente e finisse con lo svalutarla, come tanti oggi tendono a fare. Se così fosse, il rimedio c’è. È il libro di Gilberto Corbellini Scienza (Bollati Boringhieri, pp. 156,  9): qui troverete risposta a tutte le critiche che una cultura ignorante della propria ignoranza muove alla conoscenza scientifica. Tipo: la scienza è riduzionista e quindi inadeguata a spiegare la complessità del reale, gli scienziati non vanno d’accordo neppure tra loro, la scienza è un’organizzazione di potere, la scienza non genera valori e quindi è sottoposta all’etica, la scienza annulla la soggettività e quindi è sorda ai valori umanistici.... E se fosse vero proprio il contrario? 
fonte: la stampa

sabato 15 giugno 2013

La paura del popolo

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 12 giugno 2013
Di tanto in tanto, quando si temono rivoluzioni, o si fanno guerre, oppure nel mezzo di una crisi economica che trasforma le nostre esistenze, torna l’antica paura del suffragio universale.

Del popolo che partecipa alla vita politica, che licenzia i governi inadempienti e ne sceglie di nuovi, che fa sentire la propria voce. È la paura che le classi alte, colte, ebbero già nella Grecia classica. Aristotele paventava la degenerazione democratica, se sovrano fosse diventato il popolo e non la legge. Ancora più perentorio un libello anonimo (La Costituzione degli Ateniesi, attribuito a Senofonte) uscito nel V secolo aC: «In ogni parte del mondo gli elementi migliori sono avversari della democrazia (…). Nel popolo troviamo grandissima ignoranza e smoderatezza e malvagità. È la povertà soprattutto, che lo spinge ad azioni vergognose». Il dèmos respinge le persone per bene: «vuole essere libero e comandare, e del malgoverno gliene importa ben poco ». Sotto il suo dominio tutte le procedure si rallentano, ed è il caos che oggi chiamiamo ingovernabilità.

L’orrore del populismo o dei democratici demagoghi ha queste radici, che Marco D’Eramo illustra con maestria in un saggio uscito il 16 maggio su Micromega.
Ma è dopo la Rivoluzione francese, e in special modo quando comincia a estendersi gradualmente il diritto di voto, nella seconda parte dell’800, che fa apparizione un’offensiva ampia, e concitata, contro il suffragio universale. Inorridiscono i democratici stessi. Nei primi anni del ’900, il giurista Gaetano Mosca vede già le plebi e le mafie del Sud distruggere istituzioni e buon governo. È diffusa l’idea che i migliori, e le migliori politiche, saranno travolti e annientati dal popolo elettore. Si formano chiuse oligarchie, con la scusa di tutelare il popolo dai suoi demoni.

È una paura che va a ondate, e non sempre l’oggetto che spaventa è esplicitamente indicato. Quella che oggi torna a dilagare pretende addirittura di salvare la democrazia, imbrigliandola e tagliando le ali estremiste (gli «opposti estremismi», spiega d’Eramo, diventano sinonimi di populismo). Ma gli elementi dell’annosa offensiva contro il suffragio universale sono tutti presenti, sotto traccia. Il popolo smoderato e incolto va vigilato, spiato: o perché chiede troppo, o perché rischia di avere troppi grilli per la testa. Sono aggirate anche le Costituzioni, fatte per proteggere i cittadini dai soprusi delle cerchie dominanti. Ovunque le democrazie sono alle prese con i danni collaterali di questa ferrea legge oligarchica.

Accade proprio in questi giorni in America, dove prosegue una guerra antiterrorista sempre più opaca, condotta senza che il popolo (e neppure gli alleati per la verità) possa dire la sua. Il culmine l’ha raggiunto Obama, che pure aveva criticato la torbida sconfinatezza delle guerre di Bush. Il 6 giugno, viene svelata un’immensa operazione di sorveglianza dei cittadini americani da parte dell’Agenzia di sicurezza nazionale: milioni di numeri telefonici e indirizzi mail, raccolti non in zone belliche ma in patria col consenso segreto di vari provider. Indignato, il New York Times commenta: «Il Presidente ha perso ogni credibilità» (poi per prudenza rettifica: «Ha perso ogni credibilità su tale questione »).

Analogo orrore dei popoli è ravvivato dalla crisi economica, governata com’è da trojke e tecnici separati dai cittadini: anch’essa, come la guerra, va affidata a pochi che sanno (poche persone per bene, pochi migliori, direbbe lo Pseudo-Senofonte). Gli ottimati sapienti stanno come su una zattera, e non a caso il loro nome è «traghettatori». Sotto la scialuppa ribolle il popolo: forza infernale, miasma imprevedibile e contaminante. Infiltrato da meticci, demagoghi, gente colpevole due volte: sia quand’è sprecona, sia quando non consuma abbastanza. Sono invisi anche gli sradicati, o meglio chi pensa all’interesse generale oltre che locale: se vuoi lusingare un partito, oggi, digli che non è un meteco ma «ha un forte radicamento territoriale». Nei cervelli dei traghettatori s’aggira il fantasma, temuto come la peste dagli anni ’70, dell’esplosione sociale e dell’ingovernabilità.

È in questa cornice che le parole si storcono, sino a dire il contrario di quel che professano. La riforma significava miglioramento delle condizioni dei cittadini, del loro potere di influire sulla politica. Furono grandi riforme il suffragio universale, e subito dopo l’introduzione del Welfare: ambedue malandate. Adesso il riformista escogita strategie per tenere al guinzaglio gli eccessi esigenti dei governati. Il proliferare in Italia di comitati di saggi (per cambiare la Costituzione, per il Presidenzialismo) è sintomo di un crescente scollamento di chi comanda dal popolo, e al tempo stesso dai suoi rappresentanti. Ci si adombra, quando il Parlamento è definito una tomba. Per fortuna non lo è. Ma un Parlamento fatto di nominati più che di veri eletti somiglia parecchio a un sepolcro imbiancato: e così resterà, finché non avremo diritto a una legge elettorale decente.

Tale è la paura del popolo-elettore, che per forza quest’ultimo si ritrae e fugge. Si esprime in vari modi (nei referendum, sul web, attraverso la stampa indipendente) ma ogni volta sbatte la testa contro un muro. Lo Stato ne diffida, al punto di spiare milioni di cittadini come in America. E i nemici peggiori diventano i reporter e le loro fonti, che gettano luce sulle malefatte dei governi. Nel 2010 fu il caso di Wikileaks. Oggi è il turno del Guardian e del Washington Post, che hanno scoperchiato il piano di sorveglianza spionaggio (nome in codice: Prism) del popolo americano. Non restano che loro, fra lo Stato-Panoptikon che ti tiene d’occhio e i cittadini mal informati. In inglese le gole profonde che narrano i misfatti si chiamano whistleblower: soffiano il fischietto, in presenza di violazioni gravi della legalità, e antepongono il dovere civico alla fedeltà aziendale. Ben più spregiativamente, politici e giornali benpensanti li definiscono spie, se non traditori. «Non chiamateli talpe!», chiede molto opportunamente Stefania Maurizi su Repubblica online di lunedì. Il soldato Bradley Manning, che smascherò tramite Wikileaks i crimini Usa nella guerra in Iraq, è da 3 anni in prigione. Ora è processato, rischia l’ergastolo.

Il whistleblower che ha rivelato il piano di sorveglianza voluto da Obama è Edward Snowden, 29 anni, ex assistente della Cia e della Nsa: è rifugiato a Hong Kong, e da lì fa sapere: «L’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) ha costruito un’infrastruttura che intercetta praticamente tutto. Con la sua capacità, la vasta maggioranza delle comunicazioni umane è digerita automaticamente, senza definire bersagli chiari. Se volessi vedere le tue email o il telefono di tua moglie, devo solo usare le intercettazioni. Posso ottenere le tue email, password, tabulati telefonici, carte di credito. Non voglio vivere in una società che fa questo genere di cose. Non voglio vivere in un mondo in cui ogni cosa che faccio e dico è registrata. Non è una cosa che intendo appoggiare o tollerare».

Il popolo reagisce ai soprusi e all’indifferenza del potere in vari modi: impegnandosi in associazioni (ricordiamo i referendum italiani sul finanziamento dei partiti e sull’acqua, o il voto contro il Porcellum); oppure ritirandosi quando si accorge di non contare nulla. Altre volte smette di credere e diserta le urne, come alle amministrative di questi giorni. Ma sempre potrà sperare di avere, come alleati, i whistleblower che toglieranno il sigillo alle illegalità, alle cose nascoste o sporche della politica. Ecco cosa produce lo sgomento causato dal dèmos.
Il popolo stesso s’impaura, entra in secessione. La paura del suffragio universale non è mai finita, sempre ricomincia. Nacque nell’800, ma come nella ballata di Coleridge: «Dopo di allora, ad ora incerta – Quell’agonia ritorna».

(12 giugno 2013)