sabato 15 giugno 2013

Il normale che non è etico

di Paul Krugman, dal New York Times, 10 giugno 2013 (ripreso in versione italiana da www.ildialogo.org)
È da un bel po' che mi occupo di economia, da così tanto, in effetti, che mi ricordo ancora di quello che era considerato normale nei giorni di tanto tempo fa, prima della crisi finanziaria. Normale, allora, significava un'economia che cresceva ogni anno di un milione o più di posti di lavoro, abbastanza per tenere il passo con la crescita della popolazione in età lavorativa. Normale significava un tasso di disoccupazione non molto al di sopra del 5 per cento, se non per brevi recessioni. E anche se la disoccupazione c'era sempre, normale significava che pochissime persone rimanevano senza lavoro per periodi prolungati.

Come avremmo reagito, in quei giorni di tanto tempo fa, alla notizia diffusa venerdì che nel nostro paese il numero degli occupati è ancora inferiore di due milioni a quello di sei anni fa, che il 7,6 per cento della forza lavoro è disoccupato (e molti di più sottoccupati o costretti ad accettare lavori a bassa retribuzione), e che fra i disoccupati più di quattro milioni sono senza lavoro da più di sei mesi? Beh, sappiamo come ha reagito la maggior parte degli addetti ai lavori: hanno detto che tutto sommato erano buone notizie. In effetti, alcuni stanno anche celebrando queste notizie come "prova" che l’ostruzionismo del partito repubblicano non sta facendo alcun danno.

In altre parole, il nostro discorso politico è ancora molto lontano dall’occuparsi di ciò di cui si dovrebbe occupare.
Per più di tre anni, alcuni di noi hanno combattuto l’ossessione distruttiva che ha portato l’élite politica a occuparsi soprattutto dei deficit di bilancio, un'ossessione che ha portato i governi a tagliare gli investimenti, quando avrebbero dovuto aumentarli, a distruggere posti di lavoro, quando creare posti di lavoro avrebbe dovuto essere la loro priorità. Ora quella lotta sembra largamente vinta - credo di non aver mai visto un crollo intellettuale improvviso come quello delle basi razionali della politica economica fondata sulla dottrina dell’austerità.

Ma che gli addetti ai lavori sembrino aver smesso di preoccuparsi per le cose sbagliate non è sufficiente. Bisogna anche iniziare a preoccuparsi per le cose giuste - vale a dire, per la condizione dei senza lavoro e per l'immenso spreco costituito da un'economia depressa. E questo non succede. Invece, i politici, sia qui che in Europa, sembrano attanagliati da una combinazione di compiacimento e di fatalismo, dalla sensazione che non c’è niente che debba essere fatto e niente che si possa fare. La sensazione che tutto quello che si può fare è alzare le spalle.

Anche le persone che siamo abituati a considerare i buoni, i politici che in passato hanno dimostrato di preoccuparsi davvero per la nostra debolezza economica, in questi giorni non stanno mostrando molta consapevolezza dell’urgenza di intervenire. Ad esempio, lo scorso autunno alcuni di noi sono stati molto incoraggiati dall’annuncio della Federal Reserve che stava preparando nuovi provvedimenti per sostenere l'economia. Dettagli politici a parte, la Fed sembrava voler segnalare la sua intenzione di fare tutto il necessario per ridurre la disoccupazione. Ultimamente, però, da parte della Fed si sente per lo più parlare di disimpegno progressivo, anche se l'inflazione reale è al di sotto di quella prevista, mentre la situazione occupazionale è ancora disastrosa e il ritmo del miglioramento è quasi impercettibile.
E i funzionari della Fed sono, come ho detto prima, i buoni. A volte sembra che, al di fuori di essi, nessuno a Washington consideri l'elevata disoccupazione un problema.

Perché la riduzione della disoccupazione non è una delle principali priorità della politica? Una risposta potrebbe essere che l'inerzia è una forza potente, e in politica è difficile ottenere cambiamenti senza la minaccia del disastro. Finché aggiungiamo, e non perdiamo, posti di lavoro, finché la disoccupazione è sostanzialmente stabile o in calo, non in aumento, i politici non sentono alcuna necessità urgente di agire.
Un'altra risposta è che i disoccupati non hanno molta voce politica. I profitti sono alle stelle, la borsa va bene, quindi le cose sono OK per le persone che contano, giusto?

Una terza risposta è che in questi giorni noi non sentiamo più tanto i falchi del deficit, mentre i falchi monetari - cioè gli economisti, politici e funzionari che continuano ad avvertirci che i bassi tassi di interesse porteranno a conseguenze disastrose - hanno, se possibile, alzato ancor più la voce. Nessuno sembra dare importanza alla lista impressionante di previsioni sbagliate che li accompagna (dov'è l'inflazione galoppante che avevano promesso?) proprio come quella che accompagnava i falchi fiscali. Ora gli argomenti cambiano (parlano di bolle speculative), ma la richiesta politica che fanno - bilanci più rigidi e tassi di interesse più elevati - è sempre la stessa. È difficile sfuggire alla sensazione che la Fed non si muova perché intimidita.

La tragedia è che tutto questo è inutile. Sì, si sente parlare della "nuova normalità" di un tasso di disoccupazione molto più alto, ma tutte le ragioni per questa presunta nuova normalità, come ad esempio la presunta mancata corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e le esigenze dell'economia moderna, cadono a pezzi quando le si esamina accuratamente. Se Washington avesse invertito i suoi distruttivi tagli di bilancio, se la Fed avesse mostrato la "determinazione rooseveltiana" che Ben Bernanke chiese ai funzionari giapponesi quando era un economista indipendente, avremmo da tempo scoperto che non c'è niente di normale e necessario nella disoccupazione di massa di lunga durata.
Quindi, ecco il mio messaggio ai politici: così com’è l’economia non va affatto bene. Smettetela di alzare le spalle, e fate il vostro lavoro.

Traduzione di Gianni Mula

L'ottavo pilastro della saggezza

di Alberto Asor Rosa, da il manifesto, 14 giugno 2013
Non c'era un piano (così almeno presumo). Ma da un certo momento in poi il piano ha preso corpo: quando i soggetti interlocutori (ovvero, sia pure moderatamente e modestamente, distinti e contrari) sono così deboli e/o rinunciatari, è facile - diviene cammin facendo sempre più facile, - costruire un piano alternativo alle loro (peraltro estremamente confuse) intenzioni. E da quel momento, - e cioè dal momento in cui è diventata chiaramente visibile la confusione in cui i vari proponenti versavano, - il piano è stato applicato con sempre più lucida consapevolezza e con una davvero superiore capacità di controllo della crisi.

La gente comune, però, -cioè noi, - ha visto solo la punta dell'iceberg. Chissà se esiste in Italia un valoroso giornalista d'inchiesta, che, oltre ad occuparsi delle malefatte dei consiglieri regionali laziali e della compravendita di voti in Lombardia, sia disposto ad occuparsi di ciò che è accaduto in Italia nelle "alte sfere" della politica, dietro l'apparenza degli scenari visibili, nel corso degli ultimi tre-quattro mesi? Sarebbe il colpo della sua vita (si spera non in senso definitivo).
Andiamo per ordine, perché andare per ordine significa fermarsi un momento e dare ordine alle cose.

Il primo movimento è consistito nel negare al Pd di Bersani e conseguentemente all'intera alleanza di centro-sinistra, di presentarsi alle Camere con il proprio programma e di chiedervi il voto di fiducia. Non esistevano le condizioni che tale verifica si concludesse positivamente? E allora? Il centro-sinistra aveva la maggioranza assoluta dei voti alla Camera dei deputati e una consistente maggioranza relativa al Senato. Aveva cioè il diritto d'invocare una verifica parlamentare diretta, non istituzionalmente traslata e, come dire, pregiudizialmente anticipata in senso negativo (primo passaggio, dunque: questa cosa non può funzionare, dunque non mi piace e perciò non si può fare).

Negargliela (ma si poteva?) significava mettere fin dall'inizio il resto del processo sui binari giusti. Tolta quella verifica, non restava infatti gran che. Come in tutti i piani ben congegnati, infatti, si poteva fin dall'inizio tener conto sapientemente non solo delle proprie mosse e intenzioni ma soprattutto (ripeto: soprattutto) di quelle altrui, deboli e rinunciatarie fino alla dabbenaggine. In questo senso il piano disponeva, spontaneamente e senza sforzo alcuno, di un possente alleato: il Movimento 5 Stelle o, per essere più esatti, la rozza ma coerente strategia del comico Giuseppe Grillo.

Questi, infatti, non avrebbe mai dato una mano al centro-sinistra per superare la difficile impasse. Un eventuale affermazione del centro-sinistra avrebbe rappresentato, a giudizio del comico, la fine della propria espansione (non è detto peraltro che in quest'altro modo tale espansione sia meglio garantita, ma tant'è: in certi casi si naviga a vista). Negando il proprio appoggio al centro-sinistra di Bersani e Vendola il comico Giuseppe Grillo si iscriveva perciò volontariamente nella lista dei più potenti alleati di Silvio Berlusconi, anzi, almeno in quell'occasione, di sicuro il più potente. Al tempo stesso, la mossa grillina accentuava la deriva irresistibile verso un'altra possibile soluzione di governo, quella che il piano portava in corpo dall'inizio: la rendeva infatti con evidenza sempre più consistente, anzi l'unica possibile.

Mancava però ancora un fattore essenziale del processo: chi, da possibile, lo rendesse reale. La partita perciò si spostava dalla faticosa ricerca di una maggioranza parlamentare per la formazione di un governo all'altrettanto faticoso scioglimento del nodo presidenziale. Qui il piano, svolgendosi ulteriormente, dava il meglio di sé.

Il Pd, messo di fronte a quell'impegno, dimostra platealmente di non essere in grado di esprimere un proprio candidato, condiviso e fino in fondo sostenuto. Due politici, in vario modo e misura rappresentativi, Marini e Prodi, vengono sacrificati sull'altare di questa incapacità.

Ma davvero si tratta soltanto d'incapacità? Davvero quell'incapacità è il frutto di lacerazioni correntizie e personali, che il Partito nel corso della sua storia non è mai riuscito a comporre e a superare? Oppure si tratta della naturale prosecuzione di quel disegno che c'era fin dall'inizio? I cento voti che vagano nel chiuso delle urne onde impedire l'affermazione di questo o di quello, rappresentano la sommatoria casuale di malanimi fra loro contrapposti o costituiscono la forza d'urto consapevole e unitaria con la quale raggiungere uno scopo?

L'acme del disvelamento si raggiunge quando, alle altre fallite candidature, ne subentra una particolarmente fuori della norma, quella di Stefano Rodotà. Essa viene fuori, in maniera inequivocabilmente strumentale, dal ventre del Movimento 5 Stelle. Ma, data la natura fuori di dubbio alta e incontestabile del personaggio (il quale, per intenderci, prima della consultazione elettorale, aveva insieme con altri invitato pubblicamente a votare per il Pd), essa poteva essere la via d'uscita dalla morsa che sempre più chiaramente s'andava serrando attorno a quel partito; e, al tempo stesso, avrebbe rovesciato sul Movimento 5 Stelle la natura strumentale dell'operazione, costringendolo finalmente a una scelta. Che mi risulti, questa possibilità non è stata neanche discussa negli organismi dirigenti del Pd, certamente non nei gruppi parlamentari. Se non è così, vorrei essere smentito (l'inchiesta giornalistica di cui parlavo potrebbe partire proprio da qui).

Il fatto è che l'assunzione da parte del Pd della candidatura Rodotà, quale che ne risultasse anche in questo caso l'esito finale, avrebbe messo in crisi il piano: e questo non era tollerabile. Qui s'intreccia il nodo che si vorrebbe conoscere più a fondo. Infatti, per portare alle sue conclusioni ultime il piano, era necessario sconfiggere (no, non sconfiggere: fare a pezzi) Bersani; e per sconfiggere Bersani, era necessario sconfiggere (no, non sconfiggere: fare a pezzi) il Pd.

Ecco il punto sul quale i politologi, se ancora ne esistono, si dovrebbero buttare a pesce. Nell'ombra delle organizzazioni politiche italiane la "figura" partito è, da tempo, sempre meno presente. E' un partito il Pdl? E' un partito Scelta civica? E' un partito il Movimento 5 Stelle? In questo coacervo di gruppi proprietà personale di questo o di quello, il Pd manteneva una sua, vecchiotta ma dignitosa, fisionomia di partito (novecentesco) di massa. L'alleanza con Sel, foriera di un allargamento di quel partito a sinistra, da adottare secondo logiche, anche in questo caso, tradizionali, di partito, non faceva che accentuare questa sua caratteristica e tendenza.

Ebbene, non è difficile capirlo: per realizzare fino in fondo il piano bisognava distruggere persino il simulacro di quella centenaria unità organizzativa, qualcosa in cui esiste un qualche, per quanto approssimativo, canale di trasmissione fra la base e il vertice, i gruppi dirigenti si presentano e agiscono (almeno formalmente) secondo una logica democratica e gli eletti si sentono (o almeno dovrebbero sentirsi) obbligati a rispondere agli elettori, e cioè, per esempio, a non fare da eletti il contrario di ciò per cui sono stati eletti.

Il "governo delle larghe intese" comportava questa distruzione: e questa distruzione è stata puntualmente e rigorosamente compiuta. Il "governo delle larghe intese" rappresenta nel nostro prontuario l'ottavo pilastro della saggezza. Retrospettivamente, e sulla base dell'esperienza, ci si è resi conto che il "governo tecnico" non sarebbe stato sufficiente a conseguire tutti gli obbiettivi prefissati: ossia, per restare all'essenziale, un nuovo equilibrio di potere fondato sulla totale cancellazione dei vecchi parametri dell'agire politico in Italia, e forse, in prospettiva, in Europa, l'angolo visuale costituito dalla contrapposizione destra-sinistra, le politiche di governo orientate socialmente e, infine, la promessa di una promozione non fondata sulla corruzione (sostanziale, di comportamenti e di scelte, non necessariamente di soldi).

Ci voleva un governo di tutti per cancellare perfino il ricordo di un governo politicamente e socialmente orientato. Un governo che è di tutti non è però propriamente di nessuno. O meglio, è solo di un potere astrattamente considerato e simbolicamente rappresentato: quello che trascende il modesto gioco democratico al quale modestamente siamo stati educati nel quarantennio post-resistenziale e costituzionale, quello che affidava al voto la distinzione tra maggioranza e opposizione, tra governanti e governati, tra sostenitori della democrazia e suoi avversari.

La distruzione, anzi l'umiliazione, del Pd e, anche sul piano personale, del suo maggior leader, Pierluigi Bersani, costituiva infatti un solo versante, per quanto preliminare e fondativo, dell'ottavo pilastro della saggezza. L'altro, altrettanto indispensabile (se no, come si sarebbe giunti ragionevolmente a proporre e imporre il "governo delle larghe intese"?), era la restituzione al capo italiano del centro-destra (questo peculiarissimo, inconfondibile capo squisitamente "italiano", che tanto ci ha distinto e a quanto pare continuerà a distinguerci nel mondo) della patente di grande e rispettabile "statista". E' quel che è puntualmente avvenuto. Tutto il resto è stato messo fra parentesi. Sicché non è illegittimo pensare che questa colossale rimozione etico-politica sia da considerarsi un tassello essenziale nella costruzione della politica delle "larghe intese". E' come se il concetto di morale pubblica fosse sacrificato sull'altare dell'opportunità politica. Anche il dirlo è diventato da qualche tempo a questa parte riprovevole.

Chiamerei tutto questo una sapiente "normalizzazione" del quadro politico italiano: ossia la sua costrizione a farlo funzionare anche quando non ne esisterebbero le condizioni. E' la caratteristica, con aspetti più o meno rilevanti, di qualsiasi operazione d'impronta autoritaria. Solo che in Italia le "normalizzazioni" di tale natura sono sempre state piuttosto un "andare fuori della norma" con effetti, come tutti ricorderanno, in qualche caso devastanti. La mia impressione è che anche questa volta i dati principali dell'aggregato spingano in tale direzione.

(14 giugno 2013)

giovedì 6 giugno 2013

Pensare con la proria testa, amare con il proprio cuore

Pensare con la proria testa, amare con il proprio cuore

06/06/2013
Padre Vitangelo Denora, gesuita, delegato per i collegi della provincia d'Italia e d'Albania e direttamente responsabile per le scuole di Torino, Milano e Napoli. Foto Riccardo Venturi/Contrasto.
Padre Vitangelo Denora, gesuita, delegato per i collegi della provincia d'Italia e d'Albania e direttamente responsabile per le scuole di Torino, Milano e Napoli. Foto Riccardo Venturi/Contrasto.
Pensare con la propria testa e amare con il proprio cuore. Sapere che i talenti ricevuti vanno coltivati non solo per sé stessi, ma messi a disposizione del mondo. Le scuole dei Gesuiti – oltre 5 mila studenti in Italia e circa due milioni nel mondo– continuano a proporre un modello educativo che ha come obiettivo, con le parole di padre Pedro Arrupe, quello di «formare uomini con e per gli altri», di far capire a ciascuno quali sono le sue qualità e come metterle a disposizione degli altri «per costruire un mondo più umano e più giusto».

All’appuntamento con il Papa, in aula Nervi il 7 giugno, arrivano in oltre 9mila. Molti anche da Scutari, dal liceo Atë Pjetër Meshkalla, l’ultima scuola aperta dai Gesuiti italiani. È l’unica, delle sette, fuori dal territorio nazionale.Insieme con loro, gli alunni del Sociale di Torino, del Leone XIII di Milano, del Massimo di Roma, del Pontano di Napoli,del Sant’Ignazio di Messina, del Centro educativo ignaziano a Palermo.Hanno preparato disegni, poesie,lettere e domande. Dai più piccoli delle scuole materne fino agli studenti delle superiori ciascuno ha un suo pensiero da consegnare a Francesco. Con lo stile tipico di queste scuole che è quello di lasciare la parola agli studenti più che agli insegnanti. «È una tradizione antica che viene da sant’Ignazio», spiega padre Vitangelo Denora, delegato per i collegi della Provincia d’Italia e di Albania e direttamente responsabile per le scuole di Torino, Milano e Napoli.

«Sant’Ignazio pensava a una pedagogia più attiva: non il professore che parla,ma gli alunni che intervengono, che fanno molto lavoro personale e cooperativo. Il tutto, e questa è una nostra caratteristica che anche molti ex alunni ci riconoscono,per arrivare a sviluppare il pensiero critico, per aiutare le persone a pensare con la propria testa». La rete italiana fa parte di una più vasta che comprende, nella sola Europa, 170 istituti.Scuole all’avanguardia per ricerca e tecnologie, che si rifanno però tutte al modello pedagogico ignaziano, cioè, spiega padre Denora, «a una didattica molto laboratoriale, molto centrata sulla persona e sul percorso che ciascuno ha.Ognuno è chiamato a scoprire le proprie passioni, i propri talenti, a nascere a sé stesso, a vivere da protagonista». 
Foto Riccardo Venturi/Contrasto.
Foto Riccardo Venturi/Contrasto.
Quando la prima scuola fu aperta a Messina nel 1500, con l’idea di aiutare le persone a partecipare ai cambiamenti che si stavano producendo intorno a loro, una delle frasi più usate dai gesuiti era «il mondo è la nostra casa». Oggi,spiega padre Denora, «le frontiere della nostra pedagogia sono ancora quelle di costruire cittadini del mondo, aperti a quello che sta succedendo intorno a noi, a loro. Il mondo si fa più grande, più connesso e l’apertura è una delle caratteristiche che devono avere oggi i ragazzi per abitare questo mondo da protagonisti. Dobbiamo aiutare i ragazzi a vivere il mondo come la loro casa». Concretamente, significa imparare le lingue, usare le nuove tecnologie. In ogni classe c’è la lavagna elettronica e si usa il tablet per insegnare che gli strumenti possono servire anche per la scuola, per apprendere, per costruire la lezione insieme con gli insegnanti. In modo gioioso, altra caratteristica del metodo ignaziano.

E poi l’apertura agli altri, anche con l’inserimento, per esempio, dello studio del cinese come lingua curriculare per gli studenti del liceo classico di Torino e come attività integrativa pomeridiana per gli altri istituti. Alle ultime classi, poi, viene proposta la gita di fine anno a Pechino. Sempre a Torino, ma anche a Milano, è stato avviato il liceo sportivo. Per i liceali di tutti gli indirizzi sono previsti, nei programmi obbligatori,i campi missionari. Volontariato in Italia o all’estero, in particolare in Romania e Perù. E poi attività espressive, laboratori d’arte, teatro.Seguiti da docenti formati con appositi corsi, gli studenti imparano «a sorgere a sé stessi e ad abitare il mondo», sottolinea padre Denora.

Spesso da protagonisti, come dimostra la storia dei tanti uomini politici, scienziati, imprenditori,artisti che sono passati dai banchi dei Gesuiti. Qualcuno entra anche nella Compagnia di Gesù, ma questo non è l’obiettivo. «La nostra tradizione», conclude Denora, «è più laica e ha la caratteristica della totale gratuità. Gesù non guariva le persone perché poi lo seguissero.Le guariva perché si tirassero su e andassero per il mondo a testa alta. È quello che cerchiamo di fare anche noi facendo sì che i ragazzi, che spesso non ci credono, diventino consapevoli della loro dignità. Per essere capaci di scoprirei propri talenti e di utilizzarli a servizio dell’umanità intera».
di Annachiara Valle,da Famiglia Cristiana

mercoledì 5 giugno 2013

Noam Chomsky, “ecco 10 modi per capire tutte le menzogne che ci dicono”

Noam Chomsky, “ecco 10 modi per capire tutte le menzogne che ci dicono”

 Noam Chomsky, padre della creatività del linguaggio, definito dal New York Times “il più grande intellettuale vivente”, spiega attraverso dieci regole come sia possibile mistificare la realtà.
La necessaria premessa è che i più grandi mezzi di comunicazione sono nelle mani dei grandi potentati economico-finanzi
ari, interessati a filtrare solo determinati messaggi.
1) La strategia della distrazione, fondamentale, per le grandi lobby di potere, al fine di mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su argomenti poco importanti, così da portare il comune cittadino ad interessarsi a fatti in realtà insignificanti. Per esempio, l’esasperata concentrazione su alcuni fatti di cronaca (Bruno Vespa é un maestro).

2) Il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Un esempio? Mettere in ansia la popolazione dando risalto all’esistenza di epidemie, come la febbre aviaria creando ingiustificato allarmismo, con l’obiettivo di vendere farmaci che altrimenti resterebbero inutilizzati.

3) La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4) La strategia del differimento. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, al momento, per un’applicazione futura. Parlare continuamente dello spread per far accettare le “necessarie” misure di austerità come se non esistesse una politica economica diversa.

5) Rivolgersi al pubblico come se si parlasse ad un bambino. Più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Per esempio, diversi programmi delle trasmissioni generaliste. Il motivo? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni, in base alla suggestionabilità, lei tenderà ad una risposta probabilmente sprovvista di senso critico, come un bambino di 12 anni appunto.

6) Puntare sull’aspetto emotivo molto più che sulla riflessione. L’emozione, infatti, spesso manda in tilt la parte razionale dell’individuo, rendendolo più facilmente influenzabile.

7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. Pochi, per esempio, conoscono cosa sia il gruppo di Bilderberg e la Commissione Trilaterale. E molti continueranno ad ignorarlo, a meno che non si rivolgano direttamente ad Internet.
 Imporre modelli di comportamento. Controllare individui omologati é molto più facile che gestire individui pensanti. I modelli imposti dalla pubblicità sono funzionali a questo progetto.

9) L’autocolpevolizzazione. Si tende, in pratica, a far credere all’individuo che egli stesso sia l’unica causa dei propri insuccessi e della propria disgrazia. Così invece di suscitare la ribellione contro un sistema economico che l’ha ridotto ai margini, l’individuo si sottostima, si svaluta e addirittura, si autoflagella. I giovani, per esempio, che non trovano lavoro sono stati definiti di volta in volta, “sfigati”, choosy”, bamboccioni”. In pratica, é colpa loro se non trovano lavoro, non del sistema.

10) I media puntano a conoscere gli individui (mediante sondaggi, studi comportamentali, operazioni di feed back scientificamente programmate senza che l’utente-lettore-spettatore ne sappia nulla) più di quanto essi stessi si conoscano, e questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un gran potere sul pubblico, maggiore di quello che lo stesso cittadino esercita su sé stesso.

Si tratta di un decalogo molto utile. Io suggerirei di tenerlo bene a mente, soprattutto in periodi difficili come questi.

Fonte : Informazione libera

mercoledì 29 maggio 2013

Politica e menzogna

Luciano Violante nel suo libro recente su Politica e menzogna (Einaudi 2013), dopo avere accompagnato il lettore attraverso un vasto panorama di come l’albero della menzogna non abbia mai smesso di dare frutti politici e di come nell’età dell’informazione sia più robusto che mai, svolge alcune considerazioni su come si possa difendere la democrazia, intesa come la forma politica più di ogni altra fondata sulla trasparenza della verità . E qui emerge la necessità di una opposizione. Non una qualunque: «Tutti gli studiosi dei sistemi politici – scrive Violante – ritengono che una opposizione credibile sia essenziale presupposto per la trasparenza del potere politico». L’opposizione è la parte che in un sistema democratico si prepara ad andare al governo nella legislatura seguente e intanto svolge un compito di controllo su chi sta governando. Dunque è essenziale che opposizione ci sia. Ma dov’è oggi l’opposizione in Italia? Il Pd, che aveva raccolto la maggioranza dei voti su un programma di alternativa, oggi sta governando: ma secondo il programma della forza politica contro cui aveva chiesto voti. Ne nasce un disorientamento e una sfiducia devastanti in mezzo a chi è interessato al cambiamento politico: parliamo dei circa 9 milioni di italiani per i quali il lavoro è un’entità fantomatica, inesistente o inafferrabile. La democrazia italiana era fondata sul lavoro: se il lavoro non c’è non c’è nemmeno la democrazia . Così le forme parlamentari diventano una imitazione della democrazia, un gioco teatrale. Il disordine è arrivato al punto che quello che fu il grande partito di opposizione oggi si astiene per lealtà verso il governo dalla presenza nelle piazze dove i lavoratori manifestano. C’è di che risuscitare la definizione di “cretinismo parlamentare”. Ma non è più tempo di rimpianti: oggi il problema della verità come unica via per tornare a una effettiva democrazia passa attraverso un appuntamento non più rinviabile. Dobbiamo sapere chi e perché ha fatto fallire la candidatura di ben tre uomini del centrosinistra a Presidente della Repubblica. E se questo potesse significare l’espulsione di chi ha puntato nel segreto dell’urna al fallimento di quelle candidature ben sapendo che così si consegnava la vittoria al populismo di destra, tanto meglio. Preoccupa il fatto che a questo chiarimento non si voglia arrivare e che si rinvii il più possibile l’appuntamento facendo di tutto per nascondere le divisioni nelle nebbie di quel gergo politico che, come scrive Violante, è una «lingua di legno».

Cultura, diritti, democrazia. Ecco le 15 idee di Salvatore Settis per l’Italia


Il mondo della cultura scende in campo. left organizza un convegno attorno alla figura di Salvatre Settis. L’archeologo della Normale di Pisa affida a left il suo “manifesto”, che verrà presentato a Roma giovedì 30 maggio al teatro Eliseo
Intervengono:
Fabrizio Barca, Pippo Civati, Michele Dantini, Vittorio Emiliani, Vladimiro Giacchè, Ernesto Longobardi, Gennaro Migliore, Massimo Monaci, Tomaso Montanari, Andrea Ranieri, Maria Letizia Sebastiani, Renato Soru, Carlo Testini, Adriano Zaccagnini, Teatro Valle Occupato
Le 15 idee di Settis
1. La crisi della democrazia rappresentativa, presente ovunque, è particolarmente grave in Italia, a causa di due peculiarità del suo sistema politico: la legittimazione di un leader (Berlusconi) che non avrebbe titolo a esser tale sia per i conflitti di interesse che per i reati comuni di cui è accusato, e una legge elettorale (il Porcellum) iniqua e anticostituzionale.
2. Un governo di “larghe intese”, che capovolge il responso delle urne, aggrava ulteriormente questa crisi, inseguendo l’impossibile modello di una democrazia senza popolo.
3. La natura estrema di questa crisi non colloca l’Italia fuori dal contesto mondiale. Al contrario, ne fa un caso-limite (per ciò stesso esemplare) di crisi della democrazia. Quello che accadrà in Italia (la vittoria della casta politica contro l’elettorato, o la riscossa dei cittadini) è perciò di grande rilevanza nel quadro globale. Grande è la nostra responsabilità.
4. Ingranaggio-chiave della crisi della democrazia è la dominanza dei mercati, cioè di persone, gruppi di interesse, lobby bancarie e finanziarie che determinano il corso dell’economia. Queste oligarchie, in quanto sfuggono ad ogni controllo democratico, sono la vera e sola “antipolitica”. L’Europa si è ridotta a essere il territorio di caccia di queste oligarchie e tecnocrazie, e le scelte politiche italiane viaggiano con questo «pilota automatico», secondo la frase di Mario Draghi. Su questa tendenza si sono appiattite in Italia tanto la destra quanto la “sinistra”, che ha con ciò rinunciato alla propria missione storica di difensore dei diritti dei cittadini, nascondendosi dietro un passivo “ce lo chiede l’Europa”.
5. La dominanza dei mercati, con la complicità della politica, genera (in Italia come altrove) un’“austerità” che non crea ricchezza, ma la concentra nelle mani di pochi; pone il lavoro e la dignità della persona al servizio del mercato; mortifica libertà e uguaglianza comprimendo la spesa e i servizi sociali; innesca disoccupazione, disagio sociale, emarginazione, povertà.
6. L’anestesia che ci viene proposta come “pacificazione” o “responsabilità” consiste non solo nell’annientare le differenze fra “destra” e “sinistra”, ma anche nel chiudere gli occhi davanti ai problemi dei cittadini in ossequio alla dittatura dei mercati. Questa è stata la base del “governo tecnico”, fase di rodaggio delle “larghe intese” oggi all’opera. Ma gli inviti all’amnesia vanno respinti perché sono contro gli interessi dei cittadini e contro la legalità costituzionale.
7. Il progetto di “democrazia senza popolo” sussiste perché l’antica funzione dei partiti come luogo di riflessione e di progettazione è morta. Quel che resta degli apparati di partito si è trasformato in un macchinario del consenso, fondato sulla perpetuazione dei meccanismi e delle caste del potere.
8. Una parte larghissima del Paese esprime una radicale opposizione a questo corso delle cose. Lo fa secondo modalità diverse, anzi divergenti: (a) la sfiducia nello Stato e il rifugio nell’astensionismo; (b) gesti individuali di protesta (fino al suicidio); (c) vasti movimenti che tendono alla rappresentanza parlamentare e alla forma-partito, come il M5s; (d) piccole associazioni di scopo, dichiaratamente non-partitiche, per l’ambiente, la salute, la giustizia, la democrazia. Queste ultime sono ormai alcune decine di migliaia, e coinvolgono non meno di 5-8 milioni di cittadini. È a partire dall’autocoscienza collettiva generata da questo associazionismo diffuso (ma anche nei sindacati) che si può avviare la necessaria opera di restauro della democrazia.
9. Queste forme di opposizione “vedono” quel che sembra sfuggire a chi ci governa: il crescente baratro che si è aperto fra l’orizzonte delle nostre aspirazioni e dei nostri diritti e le pratiche di governo. Tuttavia, le associazioni e i movimenti, pur generando anticorpi spontanei alle pratiche antidemocratiche, stentano a trovare un denominatore comune, un manifesto che possa tradursi in azione politica.
10. Questo manifesto esiste già. È la Costituzione della Repubblica. Essa va studiata e rilanciata come la Carta dei diritti della persona e della collettività, che corrisponde in grandissima parte all’orizzonte delle aspirazioni e agli anticorpi spontanei della protesta.
11. Costituzione alla mano, l’universo dei movimenti e delle associazioni si può rivelare a un tempo stesso come il sintomodi un malessere e la cura della democrazia italiana. Sintomo, perché mette allo scoperto il carattere anti democratico della politica “ufficiale”. Cura, perché i movimenti sono un serbatoio di idee, di elaborazioni, di progetti, di riflessioni, nell’esercizio del diritto di resistenza (che, secondo la Costituzione della Repubblica Partenopea del 1799, è «il baluardo di tutti i diritti»).
12. Questa forma di resistenza civile in nome del bene comune (che la Costituzione definisce “interesse della collettività” o “utilità sociale”) va intesa come adversary democracy: e cioè come l’esercizio pieno della cittadinanza, che non si esaurisce nel voto, ma si estende a una continua vigilanza critica e capacità propositiva. Essa non sostituisce la rappresentanza politica, ma si affianca ad essa, la controlla e la stimola. Non è contro la democrazia: al contrario, intende salvare la democrazia mediante la partecipazione dei cittadini, secondo il disegno della Costituzione.
13. La Costituzione non va intesa come una litania di articoli staccati, ma come una salda architettura di principi, coerente e inscindibile. L’adversary democracy va esercitata partendo simultaneamente dalla consapevolezza dei propri diritti e dalla difesa della legalità costituzionale. In nome della Costituzione vanno rimesse in onore le vittime sacrificali della presente dittatura dei mercati: le regole della politica e i pilastri del progresso sociale (politiche del lavoro, welfare state, diritto alla cultura e alla salute).
14. Nel crepuscolo della democrazia, è possibile, desiderabile, necessario ripartire dai movimenti per riformare i partiti e i sindacati, per ricreare la cultura politica che muove le regole.
15. Salvaguardare la Costituzione negando legittimità a qualsivoglia “Costituente” autonominatasi è precondizione necessaria del ritorno a una piena democrazia costituzionale. È urgente, piuttosto, l’alfabetizzazione costituzionale dei cittadini, simile a quella promossa dal ministero per la Costituente (governi Parri e De Gasperi, 1945-46). Perché «ogni legislatore dev’esser guidato, sorretto, confortato dalla coscienza del suo popolo»
di  (A.C. Jemolo), da LEFT

martedì 28 maggio 2013

Poteri forti in una Regione debole

Lucida analisi, sui "Poteri" che condizionano la vita in questa Regione.
di Michele Finizio
Qui, da almeno 20 anni,  il potere è in pochi fondamentali e “strategici” settori: l’energia, il petrolio, l’acqua, i rifiuti. E’ chiaro che in questi settori i player principali sono L’Eni, L’Enea, La Total, La Shell, L’Edf, la Fiat insieme alle loro articolazioni societarie.  Tutti, in un modo o nell’altro collegati da interessi reciproci. Intorno a questa “aristocrazia” di interessi orbitano attori secondari locali, funzionali agli scopi economici e finanziari dell’Olimpo nazionale e multinazionale. Si tratta di poteri subordinati che hanno un ruolo fondamentale sul territorio. La Società Energetica Lucana, L’acquedotto Lucano, in primo luogo. Intorno a questi poteri subordinati si espande un arcipelago di enti e istituzioni da tenere necessariamente al guinzaglio. E sono in prima battuta l’Arpab, Tecnoparco, i dipartimenti regionali della Sanità, dell’Ambiente, delle Attività produttive e delle Infrastrutture. In sostanza la Politica regionale. Questi ultimi organismi, articolati nelle connessioni vitali con i poteri subordinati e con i Poteri superiori, funzionano da service governato dalla Politica locale e dalle sue ramificazioni territoriali di base. Insomma la Basilicata è “gestita” da Roma e dalle dinamiche di affari internazionali che si sviluppano nei palazzi romani e delle altre capitali europee.
“La Regione modello”
Spesso i cittadini non capiscono le ragioni per cui la Basilicata in diverse circostanze e in anni diversi è stata definita “Regione modello”, nonostante i disastri in ogni settore. Ebbene, i giudizi sulla Basilicata sono espressi sulla base di criteri e parametri che non appartengono alla vita reale dei cittadini. Tutto dipende dal tasso di obbedienza del sistema politico locale al Partito di Roma o al circolo degli affari nazionali e internazionali che vantano “ragioni superiori”.  Qualcuno in questi anni ha pensato che “non è facile opporsi a certi Poteri.” Meglio conviverci o ancora più opportuno allearsi e mettersi a disposizione. “Tanto loro vincono sempre.” Ma vince anche chi a Potenza e a Matera obbedisce.  A proposito dell’Eni il presidente della Basilicata conferma: “Il problema è che è molto difficile, per una Regione con un bilancio di due miliardi di euro e 500mila abitanti, trattare con un’azienda con un fatturato di 109 miliardi, 6 miliardi di utili e 75mila dipendenti. La sproporzione è lampante. E l’Eni non è più l’azienda totalmente pubblica di Mattei, che cercava sviluppo per il territorio e non profitti.” (Dichiarazione rilasciata nel luglio 2012 da Vito De Filippo al giornalista  Manuele Bonaccorsi pubblicata su www.left.it)
Poveri, ma interessanti
Questa dichiarazione si commenta da sola e ci spiega una delle ragioni fondamentali per cui la Basilicata è nelle condizioni che conosciamo tutti. Una politica soccombente, magari suo malgrado, e incapace negli anni di cogliere gli aspetti più oscuri di presunte scelte di sviluppo che si sono rivelate un vero boomerang per le popolazioni locali. Nel tempo si è resa sempre più evidente questa soccombenza. Oggi la Basilicata conta nello scacchiere nazionale e internazionale in proporzione agli interessi coltivati dai Poteri forti. La sua gente però conta meno di un fico secco. In questo scenario i poteri locali dei partiti e degli affari sono in fibrillazione e stanno cercando le loro collocazioni future sgomitando senza esclusione di colpi. Le dimissioni di De Filippo sono anche figlie di questa lotta. Una feroce battaglia interna sui cui pesa l’influenza di certi Poteri. Non è escluso che siano loro a decidere molte cose in questa Basilicata incapace di pensare a se stessa.


Lun, 27/05/2013 - 22:10

sabato 25 maggio 2013

terresconosciute: Benigni a Nova Siri

terresconosciute: Benigni a Nova Siri: Immaginate di essere presenti ad un evento pubblico, di presentazione dei candidati alla guida di una lista per le elezioni amministrativ...

giovedì 23 maggio 2013

Con la testa sotto il braccio L’apologo di San Dionigi


CULTURA

Con la testa sotto il braccio
L’apologo di San Dionigi


Una metafora della nostra
nuova condizione nell’era del web. Cosa cambia nella costruzione
e nella trasmissione
della conoscenza?
di MARCO BELPOLITI, dalla Stampa
Dionigi, vescovo di Parigi, deve essere decapitato per ordine dell’imperatore Domiziano durante una delle persecuzioni dei cristiani. L’esecuzione sarà eseguita su una collina. I soldati romani sfaticati gli mozzano la testa a metà del percorso. 

Si rialza, prende la testa sotto braccio e raggiunge la cima. Il filosofo ed epistemologo francese Michel Serres, uno dei pensatori più acuti del contemporaneo con i suoi Hermès (Minuit), pubblicati negli Anni Settanta, racconta questo apologo nel suo libro Non è un mondo per vecchi (Bollati Boringhieri): oggi la nostra testa intelligente fuoriesce dalla testa ossuta e neurale, e come il santo la teniamo sotto braccio.  
Possibile? Sì. È la scatola-computer, smartphone o tablet, cui deleghiamo facoltà che un tempo erano totalmente nostre: memoria potentissima ed estesa, immaginazione ricca di milioni d’icone, ragione che ci serve per risolvere decine di problemi. Cosa ci resta sulle spalle? L’intuizione innovatrice, dice l’epistemologo: «Caduto nella scatola, l’apprendimento ci lascia la gioia incandescente di inventare. Fuoco: siamo condannati a diventare intelligenti?». 

In questo pamphlet Serres affronta un problema che già si era già posto il suo collega Edgard Morin, quando aveva redatto per il ministero dell’Istruzione francese un rapporto sul futuro dell’apprendimento nelle scuole francesi: La testa ben fatta . Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (Cortina editore). Quello della testa è un vecchio problema. Nel XVI secolo Montaigne, che disponeva nella sua biblioteca personale di circa mille volumi, aveva sostenuto che alla «testa ben piena» della cultura classica, precedente l’invenzione della stampa, bisognava sostituire la «testa ben fatta». Ma ora che la testa si trova in tasca, nella borsa o nello zaino, come deve essere? Ovvero: come procedere nella costruzione e trasmissione del sapere? 

Oggi i ragazzi – lo possono testimoniare gli insegnanti – non leggono né hanno più voglia di ascoltare l’esposizione orale di ciò che è scritto. È finita l’«era del sapere», dal momento che questo sovrabbonda da tutte le parti, nel web prima di tutto. È contenuto nei piccoli aggeggi situati vicino al portamonete e al fazzoletto. Nel contempo è anche finita anche l’«epoca degli esperti»: l’ha spiegato David Weinberger, ricercatore americano, in La stanza intelligente(Codice edizioni). 

La vecchia expertise, alla base della cultura degli esperti, nel passato si fondava su materie e discipline ben differenziate, a loro volta appoggiate a una gerarchia progressiva. Oggi il sapere del web è invece multidirezionale, e l’orizzontalità ha scalzato il vecchio sistema piramidale. Il sapere si presenta sotto forma di una ragnatela informe di connessioni, e il tutto appare non più come il patrimonio di un autore solitario, che lo trasmette ai suoi lettori, bensì della rete medesima. Si sono dissolte le varie Repubbliche delle Lettere, della Fisica, della Matematica, e tutti gli altri regni chiusi e ben governati da sacerdoti e papi. 

Proviamo a seguire Michel Serres. L’uso del computer e del cellulare, dice, porterà presto alla fine dell’«età dei decisori». Usando i nuovi media, gli strumenti elettronici, il corpo stesso dei ragazzi mal sopporta di essere passivo. Provate a entrare in un’aula scolastica, dove sotto i banchi, tra le mani, in mezzo ai libri, decine di mani toccano e sfiorano tastiere virtuali, connettendosi con il mondo e verificando quello che l’insegnante sta dicendo in quel momento. 

Nelle aule, ma anche fuori, non ci sono più solo spettatori, come nell’era televisiva. I ragazzi non sopportano più di stare al posto del passeggero passivo, mentre al volante c’è il docente. Sono entrati in fibrillazione. Vogliono decidere. 

Tutti valutano, a torto o a ragione, tutti. E siamo solo agli inizi del processo. Le vecchie appartenenze si frantumano una dopo l’altra: parrocchie, patrie, sindacati, partiti, famiglie. Dicono i ragazzi: ci prendete in giro perché usiamo la parola «amico» nei social network? Ma voi adulti siete sin qui riusciti a creare gruppi così consistenti, che ora arrivano a numeri stratosferici, comprendendo gran parte dell’umanità? Portando la loro testa sotto braccio alla maniera di san Dionigi, i giovani hanno capito una cosa: gli adulti temono che da queste nuove aggregazioni nascano forme politiche che spazzano via quelle vecchie diventate di colpo obsolete. 

Esercito, nazione, chiesa, popolo, classe, proletariato, famiglia, mercato, sembrano, dentro le teste sottobraccio, feticci del passato. Quando fu dato il voto a tutti, aggiunge Serres, si gridò allo scandalo; oggi la democrazia del sapere dà una «presunzione di competenza» in modo potenziale a tutti. I grandi apparati pubblici e privati, la burocrazia, i media, la pubblicità, i ceti tecnocratici, le imprese, le università, le amministrazioni grandi e piccole, ricorrono alla vecchia «presunzione d’incompetenza» e trattano il grande pubblico come una massa di ignoranti informatizzati, o poco più. Ed è anche vero che gli esperti non possono più ignorare quello che si dice in rete di ogni singolo problema da loro trattato. 

In La stanza intelligente David Weinberger fornisce decine di esempi. Quando la conoscenza entra a far parte di una rete, la persona più intelligente, scrive, non è quella che tiene la lezione dalla cattedra, e neppure la stessa folla delle persone presenti: «La persona più intelligente nella stanza è la stanza stessa».  

Certo non è tutto così semplice. Ci sono luci e ombre. Questi cambiamenti hanno il loro lato oscuro e problematico. Evgeny Morozov, studioso, ricercatore e blogger, insiste da tempo su questi problemi; ne parla ampiamente in L’ingenuità della rete (Codice edizioni), libro davvero indispensabile. Tuttavia il cambio di paradigma sembra avvenuto, e bisognerà tenerne conto, tanto nel campo dell’istruzione quanto della società, e ora anche della politica; il Movimento Cinque Stelle è solo l’avanguardia del futuro. La crisi che stiamo attraversando non è solo economica, bensì culturale. Leggete il libro di Michel Serres e lo capirete. 

sabato 11 maggio 2013

In piazza contro i giudici. E la Carta?


In piazza contro i giudici. E la Carta?

Finché la Repubblica si basa sulle regole scritte nella Costituzione è inammissibile che gli esponenti di un potere dello Stato manifestino contro l'esercizio di un altro potere.

11/05/2013
La "convocazione" della manifestazione. (Ansa).
La "convocazione" della manifestazione. (Ansa).
Comunque la si pensi, qualunque sia l’idea politica che si sostiene, finché resta in vigore l’attuale Costituzione, nessuno, men che meno chi fa parte di un partito al Governo, può parlare di «Magistratura fuori controllo». Se non altro perché è un ossimoro. Se la Magistratura fosse sottoposta al controllo di chicchessia, perderebbe le prerogative che la Costituzione le assegna: l’«autonomia» e l’«indipendenza», volute dai costituenti per garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Per la stessa ragione non è ammissibile, stando dentro la  Costituzione, che chi rappresenta un potere dello Stato scenda in piazza contro l’esercizio di un altro potere. Indagare ed emettere sentenze, senza obbedire ad altri che alla legge, è il dovere della Magistratura. I magistrati non possono sottrarsi agli atti imposti da questo dovere e i cittadini, quand’anche fossero cittadini che governano o ambiscono a governare, non possono sottrarsi agli effetti di questo dovere.

Sul bilanciamento dei poteri si regge l’architettura dello Stato che abitiamo: chi rifiuta quel bilanciamento si colloca di fatto fuori dalla Costituzione. Un magistrato che non condivida una legge approvata dal Parlamento, qualora dubiti che sia una legge incostituzionale, può chiedere alla Corte Costituzionale di verificarne la compatibilità con la Carta, ma non può rifiutarsi di applicarla non appena sia entrata in vigore. Chi governa o legifera se non condivide nel merito una sentenza emessa da un Tribunale, può appellarsi contro di essa fin dove sia consentito nel processo, ma la deve rispettare e non può disconoscerla al di fuori dei gradi di giudizio. Diversamente saltano i paletti dello Stato democratico, disegnato dalla Costituzione repubblicana.

La cosiddetta "prima Repubblica", vituperata e difettosissima, ci ha regalato non pochi esempi di esponenti delle istituzioni processati o indagati. Alcuni ne sono usciti colpevoli, altri innocenti, altri prescritti, altri archiviati. Avranno certamente sofferto il controllo della giurisdizione, ma l’hanno rispettato. Non solo perché questo è l’atteggiamento si conviene allo stile di uomini di Stato, ma perché queste e non altre erano e sono le regole scritte nella Costituzione italiana. Tuttora valide, a dispetto delle apparenze.

di Elisa Chiari, da famiglia Cristiana