venerdì 24 agosto 2012

Se si vota non vince nessuno


di FABIO MARTINI, dalla Stampa

I leader politici già lo sanno e gli italiani lo sapranno presto: con la riforma elettorale in gestazione e oramai vicina al traguardo, tutto è stato calibrato per garantire due obiettivi minimali. Comunque vadano le elezioni, nessuno dei tre partiti di maggioranza avrà molto da perdere in termini di rappresentanza, mentre al più forte di loro sarà garantito un premio, ma non è affatto detto che l’additivo sia sufficiente per conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento. Nella notte delle elezioni, agli italiani potrebbe essere negata l’istantanea ormai rituale in tutte le democrazie del mondo: la consacrazione del leader vittorioso.

Per sapere chi governerà il Paese occorrerà attendere che le forze politiche trovino in Parlamento l’equilibrio «giusto». Un esito da «no contest» che i leader dei partiti già conoscono, per effetto delle simulazioni riservate che hanno condotto in queste ultime settimane e che ora è confermato anche da uno studio indipendente, realizzato dall’Istituto Cattaneo. Dunque, se alla fine si dovesse andare a votare oggi col sistema sul quale si è trovato un compromesso, nessun partito vincerebbe. E diventerebbe obbligatoria una qualche coalizione, anche se in campagna elettorale se ne fosse negata l’opportunità. In vista del traguardo, in queste ore, si stanno moltiplicando i segnali di fumo, le indiscrezioni pilotate, le polpette avariate. E si capisce perché: nelle prossime quattro settimane si deciderà il destino di questa legislatura e anche della prossima.

E indirettamente si determinerà anche la platea che sarà chiamata ad eleggere il nuovo Capo dello Stato. Tutto è intimamente intrecciato: la trattativa sulla legge elettorale, il destino del governo, il possibile scioglimento anticipato della legislatura. Ogni segmento tiene l’altro. Questa mattina, nella convinzione che la legislatura si concluda in modo naturale, il governo si riunisce per lanciare il rush finale, avviando e implementando dossier che vanno ben oltre l’ordito dei «compiti a casa», imposti nove mesi fa dall’Europa e dalla signora Merkel. Anche i partiti, nei giorni della formazione del governo Monti, ebbero subito chiaro quali sarebbero stati i loro compiti a casa. Compiti da ripetenti: scongelare quel pacchetto minimo di riforme istituzionali di cui si chiacchiera da decenni e scardinare finalmente il Porcellum.

Nella storia delle democrazie, le leggi elettorali sono quasi sempre l’espressione di un assetto sociale, di un’idea di Paese. Così è stato nell’Inghilterra dei collegi uninominali, nella Francia della Quinta Repubblica e anche nell’Italia del 1993, quando la prima riforma elettorale dopo 47 anni, il Mattarellum, fu chiamata a fronteggiare il crollo della Prima Repubblica. E’ nel 2005 che cambia l’approccio: Berlusconi fa una riforma, il Porcellum, finalizzata ad un calcolo preciso, sgonfiare il più possibile il probabile successo dell’Unione di Prodi. In sette anni quella legge, intimamente anti-democratica per via del sistema dei nominati, è diventata indigeribile per tutti. Il Capo dello Stato si è incaricato di ricordarlo spesso, pungolando i partiti, fino a costringerli ad agire. Pd, Pdl e Udc - lasciate cadere le suggestioni maggioritarie dell’ispano-tedesco del «Vassallum» e quella del semipresidenzialismo - stanno per partorire un marchingegno che, in prospettiva, possa consentire di liberarsi delle coalizioni eterogenee e rissose di questi anni e costruire un nuovo bipolarismo attorno a due grandi partiti.

Con un inconveniente: sul breve periodo, Pd e Pdl sono diventate due forze «bonsai», politicamente incapaci di essere i partiti-guida del sistema. Nei prossimi giorni si capirà se il minimo comune denominatore raggiunto tra i partiti corrisponderà anche al miglior compromesso possibile. Se avremo cioè una legge da più legislature, oppure, come ha riconosciuto un professore in politica come Gaetano Quagliariello, si andrà verso «una legge di transizione». In questi anni si è molto sorriso sugli esotici modelli elettorali via via proposti dai partiti - l’ungherese, l’israeliano, l’australiano - e forse proprio per effetto di questi precedenti nessuno ha avuto ancora il coraggio di battezzare il sistema in arrivo.

Eppure, gli impianti che lo ispirano sono chiari: il proporzionale «personalizzato» nei collegi è mutuato dalla legge tedesca; il premio al primo partito è lo stesso in vigore in Grecia. Se non interverranno significativi ripensamenti, l’Italia sta per adottare un sistema «greco-tedesco»: originale mix ispirato al Paese più solido e a quello più sofferente d’Europa.

PULIZIE CASA ECOLOGICHE


PULIZIE CASA ECOLOGICHE: COME FAR SPLENDERE IL BAGNO A COSTO ZERO

Con la crisi, la spesa per la cura della casa si è ridotta all’essenziale. Pochi prodotti e più attenzione nei confronti della salute. Ecco allora qualche consiglio per pulire il proprio bagno con detergenti e sgrassanti naturali e a portata di tutte le tasche. Iniziamo dal pavimento, con una ricetta valida anche per le piastrelle della cucina: basta munirsi di succo di limone, o di un po’ di aceto di vino bianco, di bicarbonato (da non miscelare con l’aceto) e di sapone liquido neutro, preferibilmente biodegradabile. Riempite un secchio con dell’acqua (regolatevi in base all’ampiezza della superficie), aggiungete mezza tazza di aceto - o in alternativa succo di limone con mezzo bicchiere di bicarbonato -, e mezzo bicchiere di sapone liquido. Se desiderate una maggiore profumazione, aggiungete alla miscela ottenuta una decina di gocce di olio essenziale alla lavanda, all’eucalipto, al cipresso o al limone, tutti con poteri disinfettanti, contro gli insetti e anti-muffe. Ottimo anche quello di Tea Tree, potente anti-fungo e killer di germi, disponibile in erboristeria.

Passando al water, invece, utilizzate l’acqua di bollitura della pasta, aggiungendo aceto oppure limone. Per sbiancare le pareti interne del water, versate sullo scopino del bicarbonato di sodio e strofinate con cura. Il bicarbonato, infatti, oltre alla sua funzione detergente e igienizzante, è efficace anche nel neutralizzare i cattivi odori. Per le macchie più ostinate niente di meglio di due bicchieri di Cola, da lasciare agire per circa un’ora e da toglier via con una tirata di sciacquone. Per doccia, bidè e lavandini il prodotto magico anti-calcare è l’aceto. Diluito con acqua e asciugato subito con carta da cucina è perfetto anche per i vetri. Per uno scrub delicato, sbiancante, e ovviamente naturale, adatto a tutte le superfici, vasca, lavabo e bidè, fate così: in un contenitore di vetro, miscelate 1 tazza di bicarbonato di sodio e 1 cucchiaio di sapone liquido. Aggiungete un po’ d’acqua e mescolate fino a creare una sorta di crema. In ultimo, unite 10 gocce di olio essenziale a vostra scelta.

Per creare un anti-batterico adatto a tutte le superfici lisce e alle pulizie veloci di tutti i giorni, versate in un flaconcino dotato di spray 1/2 tazza di aceto bianco, 3 tazze d’acqua, 10 gocce di estratto di semi di pompelmo (disponibile nei negozi di prodotti naturali), o di olio tea tree, 1 cucchiaino di sapone liquido e 10-20 gocce di olio essenziale di lavanda o limone.

di Flavia Dondolini, da http://casa.ecoseven.net/arredamento/pulizie-ecologiche-come-far-splendere-il-bagno-a-costo-zero

giovedì 23 agosto 2012

Non si contratta lo spread con la natura


di LUCA MERCALLI, dalla Stampa

Ad aprile è stato inserito nella Costituzione italiana il pareggio di bilancio, ovviamente riferito al denaro. Ma c’è un bilancio estremamente più importante per la nostra vita. Vita che prima di essere soggetta ai capricci dell’economia è ferreamente dominata da flussi di energia e materia: è quello delle valute «fisiche» disponibili sul pianeta Terra. Un dato che, per quanto denso di conseguenze per il futuro dell’Umanità, nessuno considera strategico, né lo si inserisce nelle Costituzioni, salvo forse che in quella dell’Ecuador.

In sostanza, non si possono prelevare dal conto terrestre più risorse di quante i sistemi naturali siano in grado di rigenerare né immettere rifiuti e inquinanti più di quanto la biosfera sia in grado di metabolizzare. L’Overshoot Day di quest’anno, annunciato ieri, definisce la data nella quale il nostro conto corrente con l’ambiente è andato in rosso. Abbiamo speso tutti gli interessi in questi primi 234 giorni dell’anno, e da oggi al 31 dicembre dilapideremo una parte del capitale, con conseguenze talora irreversibili, come il riscaldamento globale o l’estinzione di specie viventi.

Il pareggio di bilancio mondiale è stato rispettato più o meno fino alla metà degli Anni 70, quando l’umanità contava 3,5 miliardi di individui. Oggi siamo 7 miliardi, consumiamo e inquiniamo come non mai e preleviamo l’equivalente di una terra e mezza. La biosfera è un sistema resiliente, e per brevi periodi può sopportare uno stress senza collassare, a patto che si rientri nei limiti imposti dalle leggi universali che governano i cicli biogeochimici, il clima, la riproduzione della fauna ittica, la rigenerazione delle foreste. Ma, come accade a un motore lanciato a folle corsa, quando la lancetta del contagiri entra in zona rossa, per non sbiellare bisogna ridurre la velocità.

Stranamente l’economia mondiale appare preoccupatissima del rallentamento dei giri del motore e invoca un’ulteriore accelerazione che secondo i modelli ecologici porterebbe attorno al 2050 alla necessità dell’equivalente di due pianeti, dei quali evidentemente non disponiamo. Ovvero il motore salta e la macchina si ferma di botto con gravi conseguenze per la società e per l’ecosistema. La «spending review» tanto oggi di moda dovrebbe dunque includere anche le risorse fondamentali da cui dipendiamo, suolo, acqua, energia, biomassa, carico inquinante.

Una riduzione dei giri governata con saggezza per riportarci nei limiti concessi dall’unico pianeta che abbiamo è l’unico atteggiamento razionale a cui ricorrere, e sarebbe assurdo non considerarlo proprio ora che la ricerca scientifica ci mette a disposizione tanti dati affidabili su cui costruire gli scenari futuri, scegliendo quelli più favorevoli ed evitando le trappole del sovrasfruttamento. La sfida è enorme, l’uomo deve completamente mutare il proprio paradigma, da un cieco inseguimento della crescita fine a se stessa a un’economia basata su uno stato stazionario, energie rinnovabili e rifiuti riciclabili. È un obiettivo per nulla facile da perseguire, né esistono ricette preconfezionate, tuttavia ciò che la comunità scientifica invoca invano da anni è una disponibilità all’ascolto del mondo economico e politico, alla ricerca di soluzioni nuove e condivise che tengano conto dell’enorme posta in gioco, ovvero la sopravvivenza della specie per un periodo dello stesso ordine di grandezza del nostro cammino evolutivo precedente, diciamo 200 mila anni. Sotto le isteriche oscillazioni dello spread, c’è un debito con la natura che non si potrà contrattare in nessun Parlamento.

mercoledì 22 agosto 2012

Dieci domande scomode per dottor Tannoia,responsabile dell'Eni per l'Europa meridionale


Il colosso ENI non risponde a 10 domande scomode
La Ola, Organizzazione lucana ambientalista, e NoScorie Trisaia, richiedono a Giuseppe Tannoia, di rispondere alle 10 domande formulate una settimana fa e di non sfuggire alle responsabilità del suo ruolo. Tannoia, è responsabile per l’Eni dell’Europa meridionale, dunque è uno dei massimi dirigenti della società petrolifera italiana, pertanto è titolato a prendere decisioni e a dare risposte. Lo deve non alla Ola e a NoScorie, ma alla società civile lucana, che ha bisogno di sapere cosa accade all’interno del proprio sottosuolo, al proprio circuito dell’acqua e al rischio sismogenetico intrinseco alle attività estrattive, soprattutto in aree sismiche come la Basilicata.

La Ola e NoScorie si rendono conto che a Tannoia hanno rivolto domande molto scomode, ma le attività estrattive sono considerate invasive e cancerogene in ogni angolo del mondo, a maggior ragione lo possono essere in un’area antropica come la Basilicata che è ricca di bacini idrici di superficie e di profondità e dove l’Eni, la Shell, la Total e una decina di altre società minerarie minori, legate queste ultime ad aspiranti “petrolieri” lucani, si apprestano a perforare in altura, creando i presupposti per un inquinamento irreversibile delle sorgenti dei fiumi lucani. Agri in testa.

Tra l’altro, come denunciato dal professor Franco Ortolani al convegno tenutosi di recente a Grumento Nova, che ha registrato la vergognosa e inqualificabile assenza dei vertici del dipartimento ambiente della Regione, a partire dall’assessore Vilma Mazzocco, nonostante l’importanza del tema trattato e il ricco parterre di scienziati e ricercatori presenti, oltre a una necessità scientifica e a una sociale, esiste oggi anche una necessità legislativa che obbliga privati e pubblico a cercare di capire cosa accade con le attività estrattive nel sottosuolo lucano. Perché in questo campo, la conoscenza geologica ha fatto passi da gigante, mentre le normative che regolano le attività estrattive sono ferme, in Italia, ai tempi di Enrico Mattei.

Una necessità di capire che è dettata da civili regole di dovere di informazione, di tutela dell’ambiente e della salute umana, che, secondo la Ola e NoScorie (e anche secondo il prof Ortolani), non può prescindere da una reale moratoria di tutte le nuove attività minerarie (la moratoria evocata da Vito de Filippo nel maxi-emendamento è fasulla e sarà annullata dai Tar e dalla Consulta). Ad iniziare da quella pratica tutta italiana che nelle Via, Valutazione di impatto ambientale, obbligatorie e propedeutiche all’ottenimento dei permessi estrattivi, le società minerarie non allegano mai relazioni scientifiche internazionali, ma semplici relazioni e valutazioni personali di tecnici e specialisti. Dei quali, occorrerebbe poi sapere che rapporti mantengono o stipulano con le stesse società minerarie.

Qui di seguito le dieci domande che ripeteremo periodicamente fin quando il dottor Tannoia – che a Viggiano, durante la Copam del 2001 si fermò a tranquillizzare le famiglie di Viggiano che protestavano davanti alla sede del convegno, vietando però a Olachannel di riprendere ciò che stava affermando (affinché non fosse registrato?) -, non degnerà la società civile lucana di una sua esaudiente attenzione.

1 – La legge italiana tollera la presenza di inquinanti nei sedimenti di un bacino idrico?

2 – Se si rilevano idrocarburi nei sedimenti di un bacino idrico, può voler dire che galleggiano in quelle acque da almeno 10 anni?

3 – se la presenza di idrocarburi nel Pertusillo è così marcata lungo il versante delle attività minerarie della Val d’Agri, se la sente di escludere le respondabilità dell’Eni?

4 – perché l’Eni non consegna i piani ingegneristici dei pozzi ai comuni interessati dalle loro attività?

5 – può escludere che l’estrazione in altura, sotto i monti di Marsico Nuovo, non danneggerà le sorgenti del fiume Agri per intere generazioni umane, come da letteratura internazionale sui rischi delle perforazioni in altura e in presenza di sorgenti?

6 – esiste un nuovo progetto di raddoppio del centro olio e della sesta linea della cosiddetta Fase 3, senza la quale non sarebbe possibile portare a 130 mila barili al giorno l’attività di raffinazione del centro oli di Viggiano? E senza la sesta linea autorizzabile, potrebbero essere dichiarati nulli gli incrementi di 40 mila barili al giorno nel centro oli di Viggiano (14 mila dai pozzi esistenti e 26 mila dai nuovi pozzi di Marsico Nuovo) dei famigerati accordi del ‘98?

7 – La filiera del petrolio è cancerogena solo per gli scienziati internazionali, per gli americani e per lo Stato della California che ha varato la rigida “Proposition 65″, cui tutte le compagnie si devono attenere, o è cancerogena anche per i lucani?

8 – Cosa accade in tema di rischio sismico in area sismogenetica come la Val d’Agri, se togliamo dal sottosuolo ingenti quantitativi di petrolio, che ha un peso specifico più leggero dell’acqua, e reimmettiamo, come l’Eni sta facendo in Val d’Agri, acqua reflua di scarto di lavorazione, che non solo è altamente tossica (smaltimento improprio?), ma è immessa ad altissima pressione lungo le faglie sismiche e risulta più pesante del petrolio estratto?

9 – l’Usgs, United States Geological Survey, la rinomata agenzia scientifica del Governo americano, sta oggi studiando e ammettendo l’elevato rischio sismico determinato dalle attività estrattive. Ritiene giusto che l’ENI vada a realizzare un pozzo di reiniezione, come il Monte Alpi 9 or, lungo la faglia sismogenetica di Grumento Nova?

10 – Ritiene istituzionale il comportamento dell’Eni in merito a una intervista su un quotidiano locale a Carlo Doglioni fatta da un dirigente della Fondazione Mattei e poi fatta pubblicare come intervista di un giornalista, con tanto di firma (fasulla ?) del professionista? Intervista che l’eminente professore di geologia italiano ha disconosciuto nella forma e nei contenuti scientifici, denunciando il grave accaduto di disinformazione sul blog di Beppe Grillo e sulla pagina web della Ola. Non ritiene che sia un vergognoso tentativo di disinformare e tranquillizzare le genti di Basilicata?

Il giusto equilibrio perduto da tempo


VIOLANTE E IL POPULISMO GIUDIZIARIO

Siamo in presenza di un nuovo «populismo giudiziario» impegnato in un attacco frontale contro il presidente della Repubblica come sostiene Luciano Violante in una intervista alla Stampa di ieri? A giudizio dell’ex presidente della Camera, sarebbe entrato in azione «un blocco che fa capo a Il Fatto, a Grillo e a Di Pietro, che sta reindirizzando il risorgente populismo italiano. Quello di Berlusconi attaccava le Procure. Questo cerca di avvalersene avendo individuato in quelle istituzioni i soggetti capaci di abbattere il nemico...».

Violante, ex magistrato e, un tempo, punto di riferimento dei settori militanti della magistratura, ha assunto ormai da diversi anni una posizione critica verso gli aspetti patologici del nostro sistema giudiziario. La sua analisi del conflitto fra la Procura di Palermo e il capo dello Stato, però non convince del tutto. Ne coglie la valenza politica ma ha il difetto di non voler vedere le continuità, il nesso fra la situazione presente e la storia dei rapporti fra magistratura e politica.

Certo, dopo la presidenza di Francesco Cossiga non era più accaduto che il capo dello Stato diventasse, diciamo così, oggetto di attenzione da parte di settori del potere giudiziario. E che ciò si accompagnasse a una campagna politica, a sostegno dei magistrati, contro il capo dello Stato. Però, chi conserva memoria storica, non può condividere la tesi secondo cui il «populismo giudiziario» sia un’acquisizione recente. Il populismo giudiziario, se vogliamo chiamarlo così, ci accompagna da più di un ventennio. E la sinistra politica e intellettuale, nelle sue componenti maggioritarie, lo ha sempre giustificato e coperto.

Che cosa è cambiato ora, provocando quelle lacerazioni a sinistra di cui ha parlato ieri su questo giornale Antonio Polito? Di sicuro non è cambiato il costume: ora come in passato la bussola, per tanti, resta sempre l’antico detto secondo cui «le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici ». A cambiare è stato il quadro politico: fin quando c’era Berlusconi e l’azione dei magistrati si concentrava su di lui la sinistra era sostanzialmente unita nel sostenere anche le più spericolate iniziative giudiziarie. Adesso che c’è Monti, premier di un governo del presidente, un intervento giudiziario che tocca il Quirinale produce lacerazioni e rotture.

Da un male può nascere un bene, penserà qualche ottimista: questo conflitto potrebbe essere l’occasione per una nuova politica della giustizia. Potrebbe permettere di varare una legge adeguata sulle intercettazioni. Potrebbe poi porre fine al mal costume dello sfruttamento del circuito mediatico-giudiziario per la costruzione di carriere politiche. E ristabilire rapporti corretti fra istituzioni rappresentative e ordine giudiziario. Potrebbe infine portare a un maggior coordinamento fra Procure, evitando gli accavallamenti delle inchieste, rendendo così anche più efficace il contrasto alla criminalità.

Ma è possibile che, ancora una volta, gli ottimisti si sbaglino. Come ha chiarito l’Associazione nazionale magistrati, polemizzando con Monti, ci sono cose che in questo Paese non si possono fare e una di queste è rendere i rapporti fra politica e magistratura meno squilibrati di quanto non siano da venti anni.Gli ottimisti rischiano delusioni soprattutto perché non è mai diventato patrimonio condiviso il principio liberale secondo cui il potere corrompe ma il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Il che significa che siccome noi uomini siamo da questo punto di vista tutti uguali (non importa quale mestiere facciamo), se ci troviamo ad avere troppo potere saremo facilmente portati, prima o poi, ad abusarne. È per questa ragione che il potere, sia esso politico, amministrativo, giudiziario, o di altro tipo, deve essere sempre soggetto a divisioni, vincoli, paletti e bilanciamenti. È la debolezza del sistema di bilanciamenti del potere delle Procure il vero problema. Finché non verrà affrontato, senza spirito punitivo ma con realismo, non usciremo dalla trappola in cui la storia e il costume ci hanno fatto cadere.

di Angelo Panebianco, dal Corriere
21 agosto 2012 |

Il grande alibi del tempo scaduto


COSA SI PUÒ FARE PRIMA DELLE ELEZIONI

Dalle elezioni ci separano all'incirca nove mesi, quanto basta per mettere al mondo una creatura; ma l'attesa della vita si è trasformata in una morte prematura. Zero riforme, zero leggi in Parlamento. Sicché in questo finale di partita va in scena il Grande Imbroglio, l'alibi usato dai partiti per sabotare qualunque iniziativa.

La legge sulle intercettazioni? Troppo tardi, dichiara all'unisono il Pd. Quella sulla corruzione? Non c'è più tempo, replica a brutto muso il Pdl. Idem per il semipresidenzialismo licenziato dal Senato. Per la responsabilità dei giudici, approvata dalla Camera in febbraio. Per la riforma del fisco, abbozzata in aprile dal governo. Per la revisione dei regolamenti parlamentari, in modo da rendere più impervio il salto della quaglia degli eletti. Per la disciplina dei partiti. Per i temi etici, a cominciare dai diritti delle coppie di fatto. L'unica legge promessa a destra e a manca è quella elettorale: più che una legge, l'estrema unzione della legislatura, e chissà se le verrà mai impartita.
C'è una ragione giuridica dietro questo stallo? Nessuna: le Camere funzionano a pieno regime fino alla scadenza. O anche dopo, finché non si riunisca il nuovo Parlamento (articolo 61 della Costituzione). Difatti per i parlamentari non vale la regola del semestre bianco, come per il capo dello Stato. E la legislatura dura cinque anni, non quattro anni e mezzo. Ma ormai il suo cuore batte piano, il respiro è quasi un rantolo. Nei primi diciotto mesi della legislatura in corso vennero approvate 119 leggi; negli ultimi otto mesi, da quando è scoccato il Capodanno del 2012, sono soltanto 11 i progetti di legge d'iniziativa parlamentare arrivati in porto. Supplisce, per lo più, l'esecutivo (38 provvedimenti). Ma il governo Monti si tiene alla larga dalle materie dove infuriano i contrasti. Un po' perché ha un mandato circoscritto alle questioni dell'economia; un po' perché sa bene che altrimenti può rimetterci le penne.

E allora sbuca fuori l'alibi, la scusa recitata in coro dai partiti: per ogni accordo politico servirebbe tempo, e tempo non ce n'è. Vero? No, falso. Il progetto di Costituzione, ovvero l'ossatura della Carta del 1947, fu scritto e votato in appena sei mesi. Più di recente, il disegno di legge costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio è stato timbrato in sette mesi. Quanto alle leggi ordinarie, quella di stabilità ha occupato due sole sedute parlamentari (11-12 novembre 2011). A luglio la Campania ha varato una normativa contro la violenza sulle donne, pochi giorni dopo l'ennesimo assassinio. Mentre a suo tempo la legge che appose un titoletto ai referendum venne siglata da Camera e Senato fra la mattina e il pomeriggio del 17 maggio 1995.
Ma in realtà non c'è bisogno di vestirsi da Speedy Gonzales. Non occorrono né accelerazioni né improvvisazioni. Basta raccogliere il lavoro parlamentare già espletato, per mettere a profitto quest'ultimo scorcio della legislatura. Quantomeno sui capitoli della giustizia, della legalità ferita. Urgenze che non possono aspettare. Oltretutto un Parlamento incanutito dovrebbe avere in dote l'esperienza. Invece il nostro Parlamento preferisce un funerale da fanciullo, senza mai essere cresciuto.

di Michele Ainis, dal Corriere
22 agosto 2012 |

martedì 21 agosto 2012

Nonna a me? Mi offendo


di MARGHERITA HACK, dalla Stampa

Sentirsi ancora giovani a 90 anni, credo sia questo l’unico vero segreto della longevità. Ai tanti anni che ho lasciato alle spalle non ci penso, non sono abituata a guardare indietro, ho sempre vissuto alla giornata, lo facevo da bambina e lo faccio ora.

Preferisco volgere gli occhi al futuro, agli impegni che mi aspettano, a breve e a lunga scadenza. Oggi il mio corpo è stanco, sono zoppicante, il respiro è sempre più affannoso e parlare mi affatica, ma la testa è viva, vivissima: i libri, gli aggiornamenti, i convegni, gli incontri di divulgazione, le domande che mi fanno e la ricerca di risposte chiare e puntuali, sono il mio allenamento quotidiano, sono il mio personale elisir di lunga vita. Non esistono medicine miracolose, ma tenere acceso e attivo il cervello ti porta a non spegnerti, a non farti schiacciare dal tempo che passa. Senza rimpianti e senza rammarichi.

Io stessa mi meraviglio del fatto che mi dovrebbe dispiacere e mettere malinconia il non poter più giocare a pallavolo come ho sempre fatto, il non farcela a nuotare in mare o il non riuscire più a fare lunghe camminate: inutile piangersi addosso, il mio fisico è vecchio, mi accontento di quello che mi permette ancora di fare e mi basta così. Sicuramente l’aver fatto sempre tanto sport mi ha mantenuto in forma, così come ha contribuito l’alimentazione sana avuta fin da bambina: già i miei genitori erano vegetariani e io non ho mai toccato un pezzo di carne in tutta la mia esistenza, e i benefici del non nutrirsi con animali ammalati sono smisurati.

La longevità però non è un valore assoluto: non basta vivere a lungo, ma bisogna vivere bene, con consapevolezza. Io non penso mai alla morte, è una dimensione di cui non me ne frega niente, quello che mi spaventa è il soffrire inutilmente: penso che la vita ad un certo punto, per mille motivi diversi, possa stancare, e che le persone debbano essere libere di poter scegliere di spegnere l’interruttore. Per fortuna io mi sento ancora giovane: quando una mamma mi incontra per strada e dice al proprio figlio: «Guarda, c’è nonna Margherita», mi volto anche io a cercare questa nonna Margherita: perché di sicuro non sono io.

Riscaldamento globale tra scienza e ideologia


di VACLAV KLAUS , Presidente della Repubblica Ceca

Il vero problema del nostro pianeta non è il clima o il riscaldamento globale, ma la Dottrina del Riscaldamento Globale e delle sue conseguenze. Questa dottrina, in quanto insieme di credenze, è un’ideologia, se non una religione. Vive indipendentemente dalla scienza della climatologia. Le sue dispute non riguardano la temperatura, ma sono parte dello «scontro fra ideologie». La temperatura entra in gioco solo all’interno di queste dispute. I politici, i media e il pubblico non se ne accorgono. È compito degli economisti aiutarli a distinguere tra ciò che è scienza e ciò che è ideologia. Gli economisti credono nella razionalità e nell’efficienza delle decisioni spontanee prese da milioni di individui.

Essi credono nella «saggezza della gente» piuttosto che nella saggezza dei governi e dei loro consiglieri scientifici. Essi non negano che il mercato faccia errori, ma hanno molte ragioni per credere che gli errori dei governi siano più grandi e con conseguenze molto più gravi. Essi pensano che saltare sul carrozzone della dottrina del riscaldamento globale sia un esempio di serio errore dei governi, un errore che mina i mercati, la libertà e la prosperità del genere umano. Almeno dall’epoca di Frédéric Bastiat, considerano loro dovere mettere in guardia i politici dalle conseguenze involontarie di scelte compiute senza distinguere tra ciò che si vede e ciò che non si vede; Hanno a disposizione una sotto-disciplina piuttosto sviluppata che si chiama «economia energetica».

Sanno qualcosa a proposito della scarsità, e dei prezzi, e devono mettere in guardia i governi dal giocare troppo con queste entità. Non credono nel «principio di precauzione», ma nell’ «avversione razionale al rischio». Sono ben consapevoli degli effetti collaterali (di qualunque movimento di mercato). Ci hanno lavorato su per molto tempo. È un concetto loro, e di sicuro non l’hanno scoperto gli ambientalisti. Considerano anzi pericoloso che sia maneggiato da mani inesperte. Dopo decenni di studi, non vedono il mondo come un luogo di effetti collaterali negativi a priori. Basano i loro ragionamenti sugli eventi intertemporali e su raffinate tecniche relative ai tassi.

È stata l’applicazione equivoca dei tassi nei modelli climatologi ad avermi portato a riflettere seriamente qualche anno fa sul riscaldamento globale. E quindi bisognerebbe cominciare dal costo-beneficio di una riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Gli economisti non vedono la cosa con lo stesso favore degli aderenti alla dottrina del riscaldamento globale. Gli economisti sanno che i numeri della domanda e dell’offerta di energia cambiano molto lentamente. Essi vedono l’alto grado di stabilità che esiste tra le emissioni di anidride carbonica provocate dall’uomo, la loro intensità e l’attività economica, e non hanno nessun elemento per aspettarsi un radicale cambiamento in questi rapporti. L’intensità delle emissioni si modifica molto lentamente e senza miracoli di nessun tipo.

La relazione tra emissioni di anidride carbonica e tasso di crescita economica è forte, e resta forte. Chi vuole ridurre le emissioni di CO2 deve anche mettere nel conto una rivoluzione nell’efficienza economica oppure cominciare a organizzare il declino dell’economia mondiale. Di rivoluzioni nell’efficienza economica – prendendo un orizzonte temporale sufficiente - non se ne conoscono nel passato. E non ce ne saranno nel futuro. È stata la crisi economica di questi anni a provocare una riduzione nelle emissioni di anidride carbonica (probabilmente temporanea) e non i miracoli tecnologici o le preghiere dell’Ipcc.

Gli adepti della dottrina del riscaldamento globale dovrebbero spiegare al popolo che mettere in atto i loro piani garantisce il declino planetario. Le relazioni studiate dalle scienze naturali non vengono influenzate da valutazioni soggettive o da comportamenti irrazionali o da scelte compiute dalla gente. Nelle scienze sociali o comportamentali la cosa è più complicata. Fare scelte razionali significa porre attenzione alle relazioni intertemporali e ai costi. È evidente che ipotizzare un tasso di sconto eternamente vicino allo zero elimina dai discorsi degli adepti del riscaldamento globale l’influenza del tempo e una quantità di alternative.

Nei modelli costruiti dagli adepti del riscaldamento globale si immagina di operare con un tasso di sconto molto basso, un modo per colpire le generazioni di oggi e per sottostimare i danni allo sviluppo economico inferto alle generazioni future. Economisti che rappresentano diverse scuole di pensiero, da W. Nordhaus a Yale a K.M. Murphy a Chicago, dicono in modo convinto che il tasso di sconto – indispensabile per qualunque calcolo intertemporale – dovrebbe essere prossimo al tasso di mercato, un 5%, un tasso prossimo al ritorno atteso sui capitali investiti, perché solo quel tasso riflette le reali opportunità offerte da un cambiamento climatico.

Per concludere, sono d’accordo con quello che dicono molti seri climatologi e cioè che il riscaldamento prevedibile sarà molto piccolo. Sono d’accordo con Bob Carter e altri scienziati che è difficile «provare che l’influenza dell’uomo sul clima può essere misurata» perché «questo effetto si perde nella miriade di variabili che determinano i cambiamenti climatici». Fermo restando che non si possono mettere in atto tentativi irrazionali di mitigare l’effetto umano sulla temperatura globale, le perdite economiche connesse col riscaldamento globale saranno prevedibilmente molto basse. Le perdite generate da una lotta senza quartiere al riscaldamento globale sarebbero molto, molto più grandi.



Poco cibo, tanta curiosità


di UMBERTO VERONESI, dalla Stampa

La longevità è un patrimonio insostituibile ed è una delle conquiste più importanti della nostra epoca. Nei ranking mondiali dell’aspettativa di vita il nostro Paese ha una posizione di tutto rispetto: non stupisce che sia italiana la famiglia più longeva del Pianeta.

Non si tratta di un caso isolato ed è questa la buona notizia, perché significa che l’Italia ha garantito uno sviluppo sociale e ambientale globalmente adeguato. Dal 1921 al 2004 i centenari in Italia sono passati da 49 a 7.700. Sono la fascia di popolazione in più rapida espansione. Certo, emergono differenze marcate da regione a regione. Perché esiste una geografia così diversificata della longevità? I fattori genetici hanno certamente un ruolo.

Abbiamo scoperto (all’Istituto europeo di oncologia, grazie al team di Pier Giuseppe Pelicci) che la durata della vita è regolata da un gene, il P66. Non si spiegherebbe, se non con il Dna, perché la durata media della vita di un uomo è di 80 anni, quella di un cane 15 e quella di un elefante 120. Ma i geni da soli non bastano a svelare il segreto: contano gli stili di vita e per dimostrarlo porto ad esempio il caso dell’isola giapponese di Okinawa.

Il Giappone è, con l’Italia, la nazione più longeva al mondo, con 20 centenari ogni centomila abitanti, ma l’isola è un record in sé: la durata media della vita è 81,2 anni e centenari sono il 20% della popolazione, con tassi di malattia - tumori, malattie cardiovascolari e perfino osteoporosi - inferiori rispetto al resto del mondo. La loro ricetta si basa su due pilastri: lo «Ishokudoghen», che significa il cibo è la tua medicina, e lo «Yuimaru» che indica il senso di appartenenza alla comunità. L’alimentazione degli isolani è basata su frutta, verdura, soia e i suoi derivati, pesce, il tutto integrato da curcuma e dall’alga konbu. Dunque seguono una dieta povera di calorie (circa 1100 al giorno) e ricca di aminoacidi, vitamine, sali minerali. La prima regola è quindi mangiare poco e vegetariano, per mantenere in forma il corpo. Ma altrettanto importante è mantenere in forma la mente, con la consapevolezza di essere necessari e importanti per la famiglia e la società.

A Okinawa gli anziani non conoscono la solitudine: gli ultranovantenni continuano ad avere un ruolo sociale e sono così rispettati da essere invogliati a sviluppare spiritualità e pensiero. Sono i saggi, amati e onorati. Molti studi dimostrano che mantenere interessi culturali, suggestioni intellettuali e artistiche aiuta la mente a rimanere vigile e attiva e, salvo casi di malattie neurodegenerative, salvaguardare la sua salute. Io sono convinto che proveremo scientificamente che parte della longevità è legata alla capacità di essere curiosi e mantenere le passioni intellettuali e le relazioni umane; oltre che all’alimentazione frugale.

Del resto i dati di Okinawa sono chiari: i benefici sulla longevità si perdono quando i suoi abitanti emigrano. Per vivere a lungo e bene, allora i geni hanno un’influenza limitata: occorrono condizioni di vita generali, comportamenti individuali e cultura. Lo ripeto: credo che la longevità sia un patrimonio, qualunque sia la nostra convinzione su ciò che accade dopo la sua fine. È un peccato sottovalutare il periodo che trascorriamo in questa vita.

A tavola con Salvador Dalì


A tavola con Salvador Dalì

di LORENZO CAIROLI*, dalla Stampa
Sulle coste catalane, aspre e frastagliate, infierisce un vento persin più perfido del meltemi greco, una tramontana che ti fa atramuntat, ossia andare fuori di testa. Il mare muggisce per giorni, il vento sibila come bestie mandate al macello, scuote le case, fa vacillare i passanti, dicono anche faccia venire idee di suicidio. Su queste coste, sulle rocce di Cap de Creus fino a quelle di Cadaques anche le vigne andavano fuori di testa. Attecchivano, non si sa bene come, su frammenti di terra a picco sul mare e davano sempre pochi sudati grappoli per un vino che sapeva di salso e che si vendemmiava quasi sempre sulle barche. Poi dalla Spagna, con le consuete cattive notizie arrivò anche la filossera e addio filari. I contadini si riciclarono nel contrabbando. Di quel vino maledetto oggi restano solo i muretti di pietra nuda eretti per proteggere le piante dalla tirannia della tramontana.

Quando il giovane Salvador Dalì vinceva un concorso di disegno, suo padre lo premiava accompagnandolo alle garotades di Cadaques, grandi abbuffate collettive di ricci di mare
Dalì amava mangiare i ricci togliendo la polpa con un cucchiaino e adagiandola sul pane tostato.Il pane fu una sua ossessione. Sulla nave che lo portava a New York, Dalì si fece fare una baguette lunga due metri e per alcune settimane la portò sottobraccio per Manhattan. " …per prima cosa occorreva fare un pane di 15 metri di lunghezza. Poi si doveva costruire un forno abbastanza grande per cuocerlo. Questo pane non doveva essere insolito sotto nessun aspetto, doveva essere esattamente uguale a qualsiasi altro pane francese, ad eccezione delle sue misure…". La sua teoria era che quel pane di dimensioni abnormi, abbandonato in un luogo pubblico, come una grande piazza, un parco o una strada, avrebbe dato luogo alle domande della gente, allo stupore, alla riflessione. E quando la gente si fosse chiesta il perché di quel pane, la Società Segreta del Pane ne avrebbe fatto preparare un altro ancora più lungo, di 20 metri, poi un altro di 30. E poi sarebbero apparsi pani lunghi di 40 metri in altri luoghi dell’Europa e poi dell’America. E tutti si sarebbero domandati il perchè e infine in tutto il mondo si sarebbe prodotto uno stato di panico, confusione, isteria collettiva.

Dalì preferiva i ricci di mare e le sardinas asadas agli impressionisti (Coco Chanel, nel suo memoir, rivela che Dalì puzzava spesso di sardine perchè le mangiava con le mani e poi si toccava i capelli senza essersele lavate) e gli era più cara la butifarra con le fave che non la compagnia dell’amico Buñuel. La persona a lui più cara a Cadaqués era Lidia, cuoca formidabile e moglie di un anziano pescatore che portava il pesce alla famiglia Dalì fin da quando Salvador era un bambino. Il suo risotto all’aragosta e il suo dentice alla marinara li trovava ‘piatti omerici’

" Per quest’ultimo piatto – annota Dalì nei suoi Diari – aveva trovato una formula culinaria degna di Aristofane : ‘Per fare un buon dentice alla marinara occorrono tre tipi di persone : un pazzo, un avaro e un prodigo. Il pazzo deve tener vivo il fuoco, l’avaro mettere l’acqua e il prodigo l’olio. In effetti , per il successo di questo piatto ci volevano un fuoco violento e molta quantità d’olio, mentre bisognava usare l’acqua con parsimonia’.

Un’altra locandiera gli suggerì di assaggiare il suo coniglio in salsa riscaldato, con cipolle e prosciutto. Dalì accettò e, più tardi, annotò nei suoi Diari: "Quanta ragione aveva! Con l’intelligenza sensuale che posseggo nel sacro tabernacolo del mio palato, riuscii a capire subito i misteri e i segreti del piatto ‘riscaldato’. La salsa aveva acquisito un punto di elasticità, peculiare del piatto riscaldato, che la faceva aderire delicatamente all’interno della bocca: sembrava che vi distribuisse il gusto uniformemente fino a obbligare la lingua a emettere un suono di piacere. E mi credano i lettori, questo suono prosaico, che tanto somiglia a quello orribile di un tappo che salta, è lo stesso suono di quel che raramente accade e che si chiama ‘soddisfazione’. Riassumendo, quel modesto coniglio mi aveva prodotto una enorme soddisfazione" .

La sua ossessione per il pane fu tale che nel suo bel museo di Figueras è esposto un quadro in cui è dipinta una pagnotta così perfetta, ma così perfetta, che pare una fotografia. Casomai al visitatore i dubbi rimanessero accanto al quadro c’è una lente.

*Scrittore, sceneggiatore, blogger giramondo, racconta il mondo di oggi e le sue contraddizioni