lunedì 20 agosto 2012

La dissociazione tra politica e democrazia rappresentativa



Una volta l'arena politica era occupata dai partiti e i politici erano, di conseguenza, gli eletti dai cittadini. Ora i parlamentari si sono mascherati da "gente comune". Senza esserlo veramente. Così sono divenuti sempre più impopolari
di ILVO DIAMANTI,da Repubblica

LA DISSOCIAZIONE fra politica e democrazia rappresentativa. Si è ormai consumata. Anche se si continua a parlare "come se". Tutto fosse come prima. Quando l'arena "politica" era occupata dai partiti e i "politici", di conseguenza, erano gli eletti dai cittadini. Nelle liste promosse e proposte dai "partiti". Eppure non è così. Oggi in modo particolarmente esplicito ed evidente. Basta riflettere sulle vicende al centro del dibattito "politico" in questi giorni. Anzitutto, la polemica intorno alla presunta trattativa fra Stato e mafia, che vede coinvolto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, "intercettato" durante le indagini, da un lato. I magistrati di Palermo, titolari dell'inchiesta, dall'altro. Accanto ad essi, altri soggetti istituzionali importanti. La Corte Costituzionale, chiamata a esprimersi sulla legittimità dell'intercettazione e, soprattutto, del suo uso ai fini dell'inchiesta. Inoltre, il capo del governo, Mario Monti, il quale ha parlato di "abusi" nell'ambito delle intercettazioni. E, ancora, l'Anm, intervenuta a sostegno dell'azione della Procura di Palermo. Ma potrei elencare altri nomi, di altre figure, titolari di altre cariche istituzionali. Uno per tutti: Mario Draghi. Protagonista delle vicende relative all'economia e ai mercati. Le questioni che attraggono maggiormente l'attenzione pubblica. Il discorso non cambierebbe di significato. Per l'assenza, pressoché totale, di leader e soggetti di partito. "Eletti" in assemblee "elettive". Segno che oggi la politica, in Italia, è guidata e influenzata da soggetti non direttamente espressi dai canali della rappresentanza democratica. Della democrazia rappresentativa.

Naturalmente, i magistrati (inquirenti, giudicanti e costituzionali) interpretano istituzioni e poteri "costitutivi" della democrazia. Che concorrono a "garantire" e sorvegliare. Il Presidente della Repubblica e il Capo del governo: hanno un ruolo di primo piano, nel sistema politico. E sono, ovviamente, espressi dagli organismi rappresentativi. Per primo: il Parlamento. I giornali e i giornalisti, gli intellettuali: sono gli attori protagonisti dell'Opinione Pubblica. Prerogativa e condizione essenziale della democrazia rappresentativa. A conferma, però, che i partiti, oggi, partecipano al "campo politico" in misura laterale e subalterna. Questa situazione è stata provocata, anzitutto, da comportamenti e situazioni di privilegio che la crisi economica ha reso ancor più inaccettabili, per i cittadini. Ma anche dall'importanza assunta, sulla scena politica, da altri ambiti e canali. Anzitutto i media e la televisione. I teleschermi hanno, infatti, sostituito le piazze, la comunicazione e l'immagine hanno rimpiazzato il rapporto diretto con il territorio e la società. I "politici", cioè gli uomini di partito, eletti nei parlamenti nazionali e anche locali, per conquistare il consenso, si sono mascherati da "gente comune". Senza esserlo veramente. Così sono divenuti sempre più impopolari.

Per conquistare voti, per vincere le elezioni, i "politici" si sono presentati come "antipolitici". Cioè: contro i partiti e i politici eletti nei partiti. Anche se, per essere eletti, hanno formato e fondato nuovi (anti) partiti. Un'altra importante causa di delegittimazione della politica e dei politici è di tipo "tecnologico". Questa, infatti, è l'epoca della Rete e del Digitale. Che influenzano tutto. L'economia, la politica, la vita quotidiana. I mercati: sono sempre aperti, dovunque. Scossi da emozioni e sentimenti a ciclo continuo. Fiducia e Sfiducia si propagano in tempo reale. E, si sa, Fiducia e Sfiducia sono il fondamento dei Mercati. Ma anche della Politica. Visto che la Politica, oggi, si fonda sull'andamento dei Mercati. Ed essa stessa, a sua volta, è un "mercato".

Le tecnologie della comunicazione: hanno trasformato anche e soprattutto le nostre abitudini quotidiane. Noi siamo in contatto con tutti, dovunque, in qualunque momento. Attraverso i computer, i telefoni cellulari, i tablet. E ora gli smartphone. Che sono computer, telefoni cellulari e tablet al tempo stesso. Tutti comunicano in tempo reale. Su Fb e Twitter. D'altronde, ciò che prima era custodito in immensi giacimenti cartacei oggi è digitalizzato. Conservato in archivi immateriali. Siamo nell'era dell'Opinione Pubblica sempre in Rete. In cui tutti possono parlare ed essere ascoltati. Intercettati. In cui ogni documento, anche il più segreto, può essere scrutato, captato e divulgato. In Rete. Dove le Democrazie temono l'eccesso di trasparenza e di libertà. Dove Assange e WikiLeaks diventano la peggiore minaccia per le Patrie della Democrazia e dei diritti, come gli Usa e l'Inghilterra. Dove una band di ragazze diventa un rischio inaccettabile per un potere centrale e centralizzato, come quello della Russia. Che, più della protesta in piazza, teme il "ridicolo" diffuso in Rete. E si ribella alla ribellione "pop". Pardon: punk.

In Italia, la rivoluzione digitale, la Rete, insieme alla degenerazione della Democrazia del Pubblico  -  portata alle estreme conseguenze da quasi vent'anni di berlusconismo  -  hanno minimizzato il ruolo e l'importanza dei "politici di partito". E dei "partiti politici". Oscurati dai Tecnici, dai Magistrati, dai Professionisti della Comunicazione. Non a caso, i soggetti politici di maggior successo, oggi, sono un Professore senza Partito, come Mario Monti (accolto con entusiasmo all'inaugurazione del Meeting di Rimini) e un protagonista della Rete e della Comunicazione (con grandi competenze nello spettacolo), come Beppe Grillo. Inseguito, a fatica, da un Magistrato Politico, come Di Pietro.

Personalmente, mi preoccupa l'eclissi della democrazia rappresentativa e dei soggetti che, tradizionalmente, la interpretano. Tuttavia, ritengo la democrazia diretta, che corre in Rete, utile a correggere e arricchire la democrazia rappresentativa. Non a sostituirla. Così, ci attendono tempi insidiosi. Perché non vedo futuro per la democrazia rappresentativa "senza" partiti. Ma neppure "con questi" partiti. Rischiamo altrimenti di assuefarci a una politica che si svolge fuori, oltre e sempre più spesso contro. I partiti.
(20 agosto 2012)

Siamo un popolo di santi, navigatori e furbi



di FRANCESCO MERLO, da Repubblica

Non sappiamo se compatirlo o fargli i complimenti, se Mario Monti è un illuso o e se il vero furbo è lui che, con un'astuzia semantica, aggredisce la furbizia che fa fessi gli italiani. Il presidente del Consiglio vuole che mai più in radio e in televisione vengano chiamati furbi gli evasori fiscali.

Che sono invece delinquenti, malfattori, mascalzoni e fondamentalmente ladri. E se è difficile dargli torto, è forse ancora più difficile dargli ragione. Si può infatti sorriderne, ripassando la lunga storia della lotta alla furbizia come natura italiana prima ancora che umana, e dunque paragonare Monti a Marinetti che propose di abolire gli spaghetti, a Mussolini che pretendeva il voi al posto del lei, a Cavour che si proponeva di 'fare' gli italiani, a San Francesco d'Assisi che li immaginava tutti innamorati di Madonna Povertà, a Dante che li spingeva ad essere fieri e ghibellini, a Mazzini che indicava come antidoto all'astuzia il pensiero e l'azione, a Garibaldi che li voleva tutti garibaldini. E Berlinguer ci voleva austeri, Pannella ci vuole libertari e libertini....

Solo Machiavelli pensava che non si può abolire la malizia italiana ma che bisogna domarla con il terrore; il bastone del comando contro il sotterfugio e l'intrigo; il timore al posto dell'amore per scansare tutte le trappole e le miserie della furbizia, tra le quali oggi c'è certamente l'evasione fiscale. E mi viene in mente quel film di Dino Risi che smonta 'i mostri' della furbizia non con la semantica ma con l'immagine terribile di Tognazzi che accompagna su una sedia a rotelle Gassman pugile suonato. Gassman fu suonato come gli evasori beccati a Cortina, come i divi dello spettacolo che nascondono il cachet, come i finti imprenditori che predicano il liberismo ma esibiscono la volgarità gaglioffa alla Briatore e intanto nascondono il gruzzolo nei caveau svizzeri o del Lussemburgo.

Sappiamo che Mario Monti, con la Guardia di Finanza, ha dichiarato una guerra militare all'evasione fiscale e dunque ora, come sempre accade ai generali combattenti, sogna di militarizzare l'informazione imponendole di rinnovare anche il linguaggio. Quel che manca all'Italia sono i soldi e quei pochi che ci sono se li godono illecitamente gli evasori. Sono furbi? Dobbiamo ancora chiamarli furbi?

Diciamo la verità: è impossibile non condividere il senso di un appello che svela l'inghippo di un linguaggio che non è innocente perché con la sua potenza è servito e serve a far crescere il pelo sullo stomaco a generazioni di italiani e a far credere che sia quella - appunto, la furbizia - la vera virtù da perseguire, in luogo del senso civico. Monti ha ragione: se non siano mai riusciti a diventare cittadini la colpa non è del cattolicesimo o della disomogeneità dell'Italia o della mancanza di senso dello Stato, o del familismo e delle mamme....

Noi siamo marchiati perché ci siamo innamorati di questa natura ribalda della furbizia italiana che è una potentissima ideologia con un solo comandamento: amare Dio e fottere il prossimo. E però la guerra semantica non funziona perché il linguaggio non muta per decreto e lottare contro le parole è inutile oltre che ridicolo e mi vengono in mente le veline di 'Striscia la notizià che vorrebbero dare all'espressione velina il significato di virtuosa, e la lotta che fu lanciata nel Pd contro il sostantivo compagno, e le ridicolaggini della lingua al femminile: ministra sì ma meglio 'signora segretario' dell'ancillare segretaria, e "dal nostro inviato/a" scrisse una volta l'Unità di Veltroni che sullo stesso argomento aveva un giornalista e una giornalista.

Giorgio Manganelli, per combattere la natura italiana, pensava di abolire i concorsi. Prezzolini, nelle sue 'modeste proposte', proponeva di abolire le tesi, Pasolini la scuola, il gruppo 63 la sintassi e Nanni Balestrini addirittura la 'à e la 'b'. Secondo Natalia Ginzburg, gli italiani hanno sempre cercato di sostituire le parole vive con cadaveri semantici che ne attenuino i significati. Tra gli orrori del politicamente corretto ci sono il cieco che diventa 'non vedente' e lo spazzino 'operatore di pulizia'. In 'Amici miei' questo vezzo dell'eufemismo viene preso in giro così: "Non si dice impotente ma 'non trombante'".

Berlusconi, che è maestro di commedia all'italiana, ha inventato per noi 'utilizzatore finale', 'cena elegante', 'burlesque' e sono, per dirla con la Ginzburg cadaveri semantici che sostituiscono parole vive che invito il lettore a indovinare. E stavo per dimenticare la 'escort' al posto di ... e che dire dei furbetti del quartierino: per gli italiani sono eroi o malfattori, oprure eroici malfattori?

E però vero che certe invenzioni linguistiche, come la goccia cinese, hanno bucato la roccia dura del significato e modificato i più radicati punti di vista. Ci sono parole politicamente corrette che sintetizzano rivoluzioni epocali. Il negro per esempio è diventato davvero nero. E non è stata solo semantica la trasmutazione alchemica del frocio in gay. Persino il velleitario Mussolini riuscì a ribattezzare per sempre i pompieri in vigili del fuoco.

Diamo dunque a Monti la solidarietà, ma anche la sferzante ironia degli italiani. Forse, per sfasciare la retorica del furbo, Monti dovrebbe restare nel codice italiano invece di dare alla sua guerra linguistica l'urto e l'impeto tedesco, lo Sturm und Drang. Insomma, anziché chiamare l'evasore gaglioffo e ladro (in tanti ancora sceglierebbero Barabba) potrebbe ispirarsi al genio italiano e fregarlo elevandolo ad un'altra nobiltà, quella di Ettore Petrolini. Con la furbizia dei suoi ragionieri e dei suoi tecnici potrebbe scovarlo e intrappolarlo, smontarne tutte le astuzie e alla fine dimostrare non che il furbo è un malfattore ma che gli evasori non sono furbi perché, come diceva appunto Petrolini, appartengono alla nobile razza dei cretini.
(20 agosto 2012)

Una nazione vera o un mostriciattolo


IL BIVIO NELLA COSTRUZIONE EUROPEA

Ci «serve» un'Europa politica. Lo ripetono in molti, aggiungendo che essa deve essere costruita soprattutto con realismo all'insegna dei sacrosanti interessi nazionali mediati da una giusta dose d'integrazione. Questa è l'Europa politica che utilitaristicamente «ci serve»: un termine che non deve farci paura.

Bene. Ma a tanta ragionevolezza (virtù che apprezzo, sia chiaro) vorrei porre una domanda: è davvero così che possono nascere, che nascono, i soggetti politici? Perché sono utili, perché «servono»? Ne è mai nato qualcuno a questo modo? Mi permetto di dubitarne.

La storia non dimostra quasi nulla. Ma se c'è una cosa che perlomeno essa sembra indicare è che i soggetti politici veri - cioè quelli dotati di sovranità (precisamente ciò che oggi è indispensabile alla Ue) - non nascono da una costellazione di interessi. Altrimenti non si capirebbe, tra l'altro, perché non sia mai riuscita a diventare un autentico soggetto politico quella elefantiaca costellazione di finanziamenti, contributi, fondi di ogni tipo - cioè di interessi, appunto - che è stata finora proprio l'Europa di Bruxelles.

In realtà, l'europeismo finora dominante è andato a sbattere contro un muro non già a causa del suo utopismo e dei suoi miti, ma semplicemente perché il suo è stato un utopismo sbagliato. Sbagliato precisamente in quanto utopismo degli interessi, fondato sul mito pervadente dell'economia (donde Maastricht e l'euro), anziché essere un vero utopismo politico: vale a dire fondato su un'«idea», su una grande speranza mobilitante, l'unica capace d'alimentare sogni ed energie, di animare valori antichi e di crearne di nuovi. Mi dispiace per i real-materialisti («volgari», avrebbe aggiunto qualcuno), ma alla fine anche le sovranità politiche nascono da quella che Shakespeare chiamava la «materia di cui sono fatti i sogni» (e certamente di tale materia era fatto il Manifesto di Ventotene; peccato che esso accozzasse miti politici senza fondamento e una lettura assolutamente irreale dell'imminente dopoguerra europeo. Ciò che spiega, tra l'altro, perché il Manifesto di cui sopra sia sempre rimasto lettera morta, nonostante i salamelecchi universali).

Le sovranità, in altre parole, rimandano sempre, non agli interessi, ma a una lettura alta e forte del momento fondativo della politica, del «politico» in quanto riassunto di visione storica e d'intensità etica convergenti in un'appassionata determinazione. Solo ciò si è rivelato storicamente capace di dare vita a quelli che, non già il filonazista Carl Schmitt, ma il liberale Raymond Aron - e proprio a proposito dell'Europa, come ha ricordato un recente articolo di Commentaire - considerava i due elementi essenziali per l'esistenza di qualunque aggregato politico. E cioè, a) il senso di appartenenza, la necessaria coesione collettiva all'interno, in grado di mettere capo, b) a un'adeguata capacità di azione all'esterno. Secondo una prospettiva, come si vede, che da un lato afferma l'importanza dell'identità, dall'altro sottintende una scena mondiale inevitabilmente agonistico-conflittuale. Una prospettiva secondo la quale - cito ancora da Aron - un'unità politica è «una collettività umana cosciente della propria originalità e risoluta ad affermarla di fronte alle altre collettività».

Ben diversa, invece, è l'idea che hanno avuto fino ad oggi le classi dirigenti del Continente e la burocrazia di Bruxelles, convinte dall'europeismo ufficiale che la sostanza della politica sia solo quella di assicurare l'esercizio regolare e tranquillo delle attività indifferentemente di tutti e di ciascuno; e che per far ciò non serva alcuna identità storica né alcun particolare legame tra gli individui se non quello di regole comuni. Dunque l'Europa come dispiegata vocazione al multiculturalismo, e insieme come «area della democrazia e dei diritti», nonché abitatrice di un mondo felicemente avviato dalla Provvidenza al ripudio della guerra e alla composizione pacifica d'ogni conflitto. Ma davvero può essere questa l'Europa politica? Potrà mai essa nascere domani su queste basi (anche se finora, chissà perché, non l'ha fatto)?

Certo non è alcun vertice che a questo punto può decidere. A questo punto sono le opinioni pubbliche, sono gli Europei, che devono prendere la parola: dire se vogliono continuare sulla strada attuale degli «interessi», continuando a sperare non si sa in che cosa, o se invece vogliono, come io credo sia necessario, mettere in moto una dinamica nazionale europea.

Un'Europa politica, per essere tale, deve avere un'autorità sovrana capace di adottare decisioni vincolanti per tutti, e proprio perciò, dunque, legittimata democraticamente. Decisioni difficili, che comportano rischi e incognite, con prezzi da pagare per molti, e per giunta distribuiti in misura ineguale tra Stato e Stato. Perché queste due cose siano possibili - la legittimazione di un'autorità unica, e il consenso alle sue decisioni - è necessario però che il sentimento nazionale degli Stati nazionali europei, spesso antico di secoli e vivo specialmente nelle classi popolari, e pronto a far lega con il populismo, trovi un adeguato contrappeso in un autentico sentimento nazionale europeo. Altrimenti esso finirà necessariamente per rivoltarsi contro il nuovo assetto.

L'obiettivo al quale cominciare a lavorare già da oggi, dunque, deve essere la Nazione europea. Cioè un'Europa che sia consapevole di tutto il suo passato, della portata e del significato dei valori e delle potenzialità di questo; che sia decisa a far valere gli uni e le altre nell'arena mondiale. Per costruire la quale serve forse una vera e propria rivoluzione culturale, sì: innanzi tutto contro il vecchio europeismo e i suoi feticci «politicamente corretti». Ma non è proprio dalle rivoluzioni che tanto spesso sono nate per l'appunto le vere sovranità? L'alternativa, mi sembra, è un mostriciattolo politico in sedicesimo, nato per tutelare gli «interessi» ma destinato inevitabilmente, prima o poi, a vedere andare al diavolo anche quelli insieme a tutto il resto.

di Ernesto Galli della Loggia, dal Corriere
20 agosto 2012 |

domenica 19 agosto 2012

All'Italia serve l'import di cervelli


di GIOVANNA ZINCONE, dalla Stampa

Non sono tempi felici. La crisi colpisce l’occupazione e si restringono le prospettive di nuove assunzioni, non solo per gli italiani, ma anche per gli stranieri. Gli stranieri, però, se la cavano relativamente meglio. Questo almeno è quanto emerge dalle previsioni per il 2012 dell’indagine Unioncamere–Ministero del Lavoro. La domanda complessiva di lavoratori immigrati (stagionali inclusi) dovrebbe diminuire quest’anno del 18% rispetto al 2011, quella degli italiani del 31,6%. Quindi l’incidenza degli stranieri sulle assunzioni complessive dovrebbe salire ulteriormente (dal 16,3% dello scorso anno al 17,9% di quest’anno).
Si consolida, insomma, il carattere strutturale della forza lavoro immigrata nella nostra economia: si tratta di una componente che anche di fronte alla crisi perde colpi, ma resiste relativamente meglio. Le sue caratteristiche confermano, però, alcune pesanti debolezze del sistema Italia, che è bene non continuare a trascurare. La nostra economia attrae un’immigrazione meno istruita rispetto a quella che raggiunge altri paesi europei. Nel 2010 i laureati rappresentavano solo il 10% degli immigrati in età lavorativa residenti in Italia.

Decisamente meno non solo delle incidenze che troviamo in Francia, Inghilterra e Svezia, ma anche in Portogallo e Spagna. In compenso questi ultimi paesi, i soliti nostri compagni degli ultimi banchi, «battono» l’Italia per la consistenza di lavoratori con livelli di istruzione minimi. Ma la cosa non consola. Perché anche se i nostri immigrati sono nell’insieme abbastanza istruiti, sebbene non quanto quelli che si dirigono verso economie più solide della nostra, lo sono meno degli italiani. Quindi non arricchiscono il nostro capitale di competenze. Come se non bastasse, la quota di stranieri con un titolo di studio più elevato è diminuita tra il 2001 e oggi. Si aggiunga che l’investimento formativo degli stranieri, quando c’è, spesso non è messo a frutto. Specie le lavoratrici straniere - mediamente più qualificate delle loro controparti maschili - fanno lavori assai poco qualificati rispetto alle loro capacità.
Il fatto è che in Italia la domanda di addetti con alte competenze è scarsa in generale. Non solo: come ci segnala il Rapporto Isfol 2012, è pure in calo. Nel nostro paese la quota di professioni ad elevata specializzazione rappresenta solo il 18% del totale, contro il 23% della media Ue. E, mentre in Europa la percentuale di occupazione in quel tipo di professioni aumenta costantemente, in Italia invece negli ultimi 5 anni si è contratta dell’1,8%, contro un aumento che ha raggiunto il 4,3% in Germania, il 4,4% nel Regno Unito e il 2,8% in Francia.

Insomma, non solo aumenta la disoccupazione e diminuiscono le opportunità di nuove assunzioni, ma la qualità della forza lavoro presente sul nostro territorio nel suo insieme peggiora. Certo, la crisi degli ultimi anni contribuisce ad accentuare il problema, ma non lo ha creato. È lo stesso sistema produttivo italiano, fatto di piccole imprese in molte delle quali si investe poco in innovazione e sviluppo, dove si fa scarso uso di lavoro specializzato, che spiega sia l’impoverimento qualitativo della nostra forza lavoro, sia la sua scarsa e decrescente produttività, sia la complessiva debolezza e inadeguata competitività della nostra economia. È apprezzabile il tentativo di attrarre lavoratori super specializzati, ma – rebus sic stantibus, cioè con questa economia reale – non sappiamo quanto successo possa avere.

A favorire l’ingresso di immigrati istruiti mira il decreto, entrato in vigore da pochissimi giorni, che attua la Direttiva Europea sulla cosiddetta «carta blu», un permesso speciale attribuito proprio ai lavoratori stranieri specializzati (almeno una laurea triennale): per loro non si prevedono limiti di quote, purché dispongano di un’offerta di lavoro. Ma quanti ne faranno uso per venire a lavorare proprio in Italia? Temo pochi.

Si può presumere che, invece, numeri più consistenti siano il risultato di un altro provvedimento; anch’esso recente. A metà luglio 2012, partendo dall’attuazione di una Direttiva Europea contro lo sfruttamento del lavoro immigrato irregolare, è stato votato un decreto legislativo che in pratica consentirà un’altra sanatoria. Assai probabilmente questa misura farà emergere un’ulteriore quota di lavoro immigrato destinato per lo più a mansioni poco qualificate. A completare questo quadro poco roseo per le prospettive del sistema Italia, si inserisce non solo un generico aumento (+4%) dell’emigrazione italiana, ma la costante perdita di giovani qualificati e di ricercatori. Secondo il centro studi «La fuga dei talenti» il 70% degli oltre 60.000 giovani che lasciano ogni anno l’Italia è laureato. Come porvi rimedio? Qualche anno or sono, una ricerca finanziata della Commissione Europea aveva messo in evidenza il fatto che non bastano incentivi monetari o fiscali per evitare fughe di cervelli e invogliare rientri: il più efficace rimedio all’esodo è costituito da centri di eccellenza, dove i ricercatori possono lavorare con profitto, in ambienti che si confrontano con i migliori standard. La stessa logica si dovrebbe applicare alle imprese. Occorre premiare fusioni o reti tra imprese che consentano di raggiungere economie di scala tali da incentivare investimenti in ricerca e sviluppo; si devono, al contrario, evitare trattamenti che disincentivino il superamento di un certo numero di addetti. La riforma Fornero si è mossa in questa direzione, ma non senza difficoltà, ostacoli e forzosi arretramenti.

Il governo Monti sta facendo molto per evitare il disastro nei nostri conti pubblici. Non si può negare che stia pure tentando di riformare il sistema economico nel suo insieme, impresa non facile dato il contesto politico. Ma è necessario che continui con maggiore decisione su questa strada. Non si evita il disastro vivacchiando nel vecchio, come troppi pseudo innovatori politici vorrebbero. Abbiamo bisogno di riforme tali da rassicurare i mercati e i partner europei perché possano diminuire interessi sul debito, onerosi quanto ingiustificati. Ma non bisogna mai dimenticare che al centro della nostra attenzione e dell’azione dei governi italiani deve restare l’economia reale. Per non restare intrappolati in un presente ansiogeno, abbiamo bisogno di regalarci un futuro economico credibile.

sabato 18 agosto 2012

Dopo tre anni di amministrazione non sono riuscito ad avere la fiducia del sindaco"




 L'assessore si è dimesso "senza inchino" con una lettera garbata ma pungente. "Dopo tre anni di amministrazione non sono riuscito ad avere la fiducia del sindaco"  

 - Si è dimesso. Lo ha fatto con stile e alla sua maniera. Lo ha fatto da signore. Cosimo Pancaro è uscito dalla giunta comunale di centrodestra che amministra il Comune di Nova Siri, in cui ricopriva l'incarico di assessore alla Cultura, Spettacolo e Attività produttive, protocollando le dimissioni giovedì mattina dopo averle anticipate via fax. Di fatto ha sbattuto la porta ed anche con molto rumore. Un rumore destinato ad amplificarsi una volta smaltita la sbornia ferragostana che una località balneare qual è Nova Siri, giustamente, deve concedersi. Il sindaco, Pino Santarcangelo, per la prima volta durante il suo secondo mandato iniziato nel 2009, si trova dinanzi ad un fatto politico nuovo: un suo assessore "gli ha tolto la fiducia", quando invece lo stesso primo cittadino, in altre situazioni, era stato lui a revocare le deleghe di giunta a Michele Laddomata e Giuseppe D'Armento con la motivazione che "si era interrotto il rapporto di fiducia". Politicamente il gesto di Pancaro è molto grave. Pancaro chiedeva un'inversione di rotta che a suo dire non solo non c'è stata, ma non potrà mai esserci. Così dopo aver portato a termine il compito di allestire con buon successo il cartellone estivo, ha rimesso le deleghe, passando di fatto all'opposizione, lui che non si era mai iscritto al Pdl. Questa la lettera. «Gentile sindaco, è con grande rammarico che Le comunico la restituzione delle deleghe da Lei assegnatemi e le conseguenti dimissioni dalla carica assessorile. Un atto meditato ormai da tempo e che oggi mi accingo a fare con tristezza visto l’entusiasmo,la voglia,il desiderio e le energie con cui avevo iniziato questa esperienza. Purtroppo mi rendo conto che, a distanza di tre anni di vita amministrativa al suo fianco, non sono riuscito ad instaurare con Lei un rapporto di fiducia. Rapporto fiduciario di vitale importanza quando due o più persone decidono di intraprendere un percorso insieme, condizione inevitabile che non ho mai ottenuto da Lei e da una parte del gruppo che rappresenta e che ancor oggi non mi avete regalato. Si, regalato, poiché la fiducia, nel suo caso la carica e le deleghe conferitemi, si regala, non si assegnano cariche e deleghe solo ed esclusivamente perché dettate da condizioni costrittive. Non mi dilungo e Le pongo una sola domanda: “dopo essere stati preferiti dal popolo, al primo incontro di maggioranza, lei conferì le varie cariche sulla scorta della quantita’ delle preferenze singolarmente ottenute e quindi della “classifica” di arrivo; dopo aver incaricato i primi sei (assessori), quando toccò al settimo “classificato” (la carica di presidente del consiglio comunale), cioè il sottoscritto, disse: "come presidente Pancaro" (ero il settimo naturalmente in graduatoria) e poi aggiunse rivolgendosi a me: "pensavi non te lo dessi?" La domanda è: perché avrei dovuto pensare di non avere quella carica se il criterio era la classifica di arrivo? La mia risposta alla domanda è nelle quattro righe di sopra, ma la domanda è al sindaco, non all’ex assessore Pancaro. A lei i miei più cordiali saluti, ai colleghi (che ci leggono per conoscenza) saluto tutti senza inchino e vado via cantando». Lo stesso ex assessore su facebook nella giornata di ieri ha voluto motivare ancor più la sua decisione: «Non ho interessi privati e/o singolari. È una provocazione ad uno stagno ormai duraturo ed eccessivo. Spero tanto che diventi un incentivo alla rottamazione».
sabato 18 agosto 2012     di Pierantonio Lutrelli

venerdì 17 agosto 2012

Vigili d'Autunno. A letto d'Estate!!!


Vedo pubblicato in data 13/08/12 sul Sito Istituzionale del Comune di Nova Siri un avviso per l’assunzione a tempo determinato di 8 operatori di Polizia Locale , un provvedimento che fa seguito a delibera approvata dal Sindaco e dagli Assessori in Giunta Municipale il 07/08/12.

Anche negli anni passati si era sempre provveduto, e reputo sia stato giusto farlo, al reclutamento di un’aliquota di personale ausiliario  che ha efficientemente affiancato il personale in organico per far fronte alle numerose problematiche connesse con l’intenso afflusso turistico estivo. Quest’anno pero le condizioni sono cambiate:  il Sindaco intende assumere in forza ben 8 unita’ da impiegare in un periodo che non e’ quello estivo, ma autunnale ,  cioe’un periodo in cui le condizioni del traffico e le esigenze di controllo del territorio non sono tali da giustificare un tale ampliamento di organico.

Si puo’ facilmente comprendere la ragione per cui la dotazione in risorse umane non sia stata effettuata in concomitanza con la stagione estiva : le dinamiche governative nazionali in tema di Spending Review e di redigende normative di austerity finanziaria  hanno imposto agli Enti Locali di vagliare con ritardo il Bilancio di previsione dell’anno corrente , impedendo di fatto, a causa della opportuna e continua rivalutazione delle poste contabili dell’Ente,  l’adozione del provvedimento in oggetto nei tempi che sarebbero stati piu’ consoni.

Questo non e’ contestabile al Sindaco , ma è contestabile, invece, la sua volonta’ di assumere comunque la stessa quota di personale impegnando una posta di circa 60.000 euro. A meno che non sussistano precise e urgenti esigenze che lo richiedano (esigenze che a me, come a tanti Novasiresi, non risultano),  è impensabile arruolare ben 8 operatori .  

I soldi pubblici vanno gestiti oculatamente e in modo mirato : e’ vero che i pochi operatori di Polizia Locale  a tempo indeterminato sono stati, in estate, “spremuti come limoni” e non hanno goduto ferie, ragion per cui e’ giusto reclutare un po’ di personale a tempo determinato , ma 8 unita’ mi sembrano francamente  eccessive; sarebbe piu’ ragionevole e piu’  utile alla comunita’ novasirese assumere  4 unita’   e utilizzare il resto dell’investimento finanziario (circa 30.000 euro) in opere connesse al miglioramento della circolazione stradale ( ripianamento di buche, bitumazione di strade, riparazione dei marciapiedi  etc..) di cui Nova Siri ha tanto bisogno.

In tempo di vacche magre spendere 60.000 euro  per assumere personale in esubero sarebbe un’operazione di becero e demagogico assistenzialismo da Prima Repubblica, ipotesi a cui non voglio credere; voglio credere piu’ ad una “svista”, a una di quelle “sviste” a cui ormai siamo stati abituati dall’Amministrazione Santarcangelo, torpida e disattenta, avvezza ad “andare avanti alla giornata”, come scrissi gia’ in passato.

Mi auguro che il Sindaco possa rimediare a questa “svista” intervenendo con immediatezza e rimodulando il bando, prevenendo anche un eventuale bacchettata della Corte dei Conti : se l’assunzione di un “alta” quota di personale in “bassa “ stagione andasse ad effetto,  l’organo di controllo suddetto potrebbe determinarsi addirittura nella  configurazione di un danno erariale

Dr Giuseppe D’Armento (PDL) cons. com. indipendente di Nova Siri

Latronico su porto Nova Siri: “Coinciliare qualità ambientale e infrastrutturale”





“Vorrei tranquillizzare quanti hanno sollevato preoccupazioni sui rischi ambientali connessi alla possibile realizzazione di un approdo turistico alla foce del torrente Toccacielo di Nova siri.

Intanto per precisare che le infrastrutture vanno valutate nel loro concreto impatto senza pregiudizi ideologici, nel caso dell’approdo turistico di Nova siri si tratta di una infrastruttura che dovrebbe sorgere in un sito che, a prima vista, si presta alla messa in opera di un servizio per la nautica”. Lo ha dichiarato il senatore del Pdl, Cosimo Latronico. “ Gli archivi storici di una importante famiglia del posto hanno confermato che già in epoca borbonica vi era l’esistenza di un attracco per attività’ di commercio.

Naturalmente le analisi di impatto del progetto andranno compiute con rigore e tenendo conto che l’obiettivo dell’iniziativa e’ quello di valorizzare il potenziale turistico della nostra costa. Il turismo senza infrastrutture (attracchi, porti, aeroporti, campi da golf) non si può fare se vogliamo competere con sistemi e distretti di altre regioni di Europa.
Qualità infrastrutturale e qualità ambientale debbono costruire una possibile alleanza per fare delle risorse naturali un attrattore di sviluppo economico e sociale. Senza lo sviluppo lo stesso equilibrio ambientale rischia di saltare. Peraltro l’idea di una struttura per la nautica al lido di Nova siri, immaginata da uno studio di fattibilità’ degli anni Novanata redatto dalla Fiatengenering e recepita nel piano regolatore del comune, oggi si e’ fatta più concreta per la realizzazione di una offerta turistica alberghiera che solo a Nova siri ha raggiunto i 4.700 posti letto.
Una capacità ricettiva che deve essere in grado di sprigionare le sue potenzialità in termini di presenze turistiche con tassi di utilizzazione degli impianti alberghieri che devono tendere al massimo impiego.
Una struttura anche minima per accogliere le domande del turista di tipo nautico non può che esercitare un concreto effetto attrattivo.
Gli studi condotti nel passato dal Genio civile ed anche le esperienze di altri distretti turistici ci confermano nell’idea che la distribuzione di quattro infrastrutture per il turismo nautico sui 32 chilometri di costa (Metaponto e Nova siri, oltre che Pisticci e Policoro) non potrebbero che giovare, creando un sistema che si integra e che accresce le capacità attrattive della costa ionica anche da un punto di vista nautico.
La difesa della costa, anche dai fenomeni erosivi potrebbe far parte di un progetto unitario di assetto del litorale che comprenderebbe il nuovo equilibrio determinato delle attuali e nuove infrastrutture nautiche a servizio del turismo marino.
Immagino che i porti turistici di Marinagri e quello degli Argonauti abbiano tenuto conto dei fenomeni in questione con specifiche azioni di riequilibrio ambientale e territoriale. E comunque progetti, autorizzazioni ed effetti per la realizzazione delle opere in questione, con il carico di responsabilità, sono sempre verificabili da chiunque volesse.
Quanto ai costi per la realizzazione e gestione delle nuove infrastrutture nautiche sono del parere che debba nascere una utile alleanza tra pubblico e privato per rendere possibile il perseguimento di obiettivi di rafforzamento della rete infrastrutturale e di accrescimento dei tassi di utilizzazione della ricettività turistica disponibile un quadro di valorizzazione e di tutela ambientale”.
Fonte Basilicatanet


Dal Sen. Latronico ci saremmo aspettati: 

In una zona dove non si poteva costruire neanche un porto (costa jonica lucana) si parla ora di costruirne uno anche a Nova Siri, dopo quelli di Pisticci (Argonauti) e Policoro (Marinagri) che già tanti danni hanno fatto alle spiagge di Metaponto e Scanzano e altri ne faranno.

Dal senatore Latronico ci saremmo aspettati richiesta di chiarimenti alla Regione Basilicata per il monitoraggio da effettuarsi durante la costruzione dei due porti e della fidejussione prevista per i danni che la costruzione dei porti stessi potevano arrecare alle spiagge, cosa che poi puntualmente è accaduto e che è stato confermato anche dal prof. Longhitano lo scorso 15 luglio a Pisticci.

 Dal senatore ci saremmo aspettati che facesse uscire dagli scantinati della Regione Basilicata lo studio effettuato dall’Università di Ferrara e che riguarda l’incidenza dei porti nella costa jonica lucana.

 Dal senatore ci saremmo aspettati che avesse fatto rispettare semplicemente dei deliberati della Regione Basilicata.

Queste cose potrebbero chiederle, comunque, gli attuali consiglieri regionali Castelluccio e Sarra, anche loro presenti all’incontro, e che hanno fatto rilevare gli effetti benefici che l’attracco porterebbe sul tessuto sociale e occupazionale.

 Chissà perché tutti parlano sempre degli effetti positivi dei privati e nessuno degli effetti negativi che poi vengono pagati dal pubblico e cioè da noi.

 Prima di avventurarsi in nuove opere sarebbe utile fermarsi e verificare cosa è successo con i due porti che si sono costruiti.

 Sarebbe utile, inoltre, che i costi delle opere e dei ripascimenti (soldi letteralmente buttati a mare) non ricadessero più sul pubblico ma su chi ha causato il danno, su chi non ha vigilato o che siano a carico degli operatori turistici.

 Di queste cose però non si deve parlare e, nessuno, tecnico o politico, deve dar conto dei propri atti e delle proprie omissioni.

giovedì 16 agosto 2012

Israele, i piani segreti di guerra all'Iran



Un blogger svela e mette tutto online
Il blogger Richard Silverstein rivela un sofisticato piano di attacco al regime di Teheran


«Sarà un’aggressione coordinata» e con un attacco cibernetico «senza precedenti» che metterà ko in pochi minuti «Internet, i telefoni, la radio, la tv, le comunicazioni satellitari, le connessioni in fibra ottica degli edifici strategici del Paese». L’obiettivo? «Non far sapere al regime iraniano quello che sta succedendo entro i suoi confini». I piani di guerra d’Israele contro Teheran rivelati a Ferragosto da un blogger. Non uno qualsiasi, ma l’israelo-americano Richard Silverstein che viene da molti soprannominato il «WikiLeaks d’Israele». E quel che ne viene fuori, a dire il vero, somiglia più a un film hollywoodiano che alla realtà. Anche se, in Israele, i tamburi di guerra iniziano a sentirsi molto più prima. Silverstein ha pubblicato sul suo sito «Tikun Olam» (Riparare il mondo, in ebraico) un estratto del documento, ufficialmente riservato, da sottoporre al gabinetto di sicurezza dove si prendono le decisioni vitali per il Paese. Il dossier – racconta il blogger – gli è stato passato soprattutto perché, secondo la sua fonte, «Bibi (Netanyahu, premier d’Israele, ndr) e Barak (ministro della Difesa, ndr) fanno maledettamente sul serio».
MUNIZIONI IN FIBRA - Il piano, allora. Stando al documento ricorrerebbe, nella prima fase, alla tecnologia più sofisticata per mettere fuori uso l’infrastruttura dell’Iran e le basi missilistiche sotterranee di Khorramabad e Isfahan. Le centrali elettriche, poi – sempre secondo a quel che c’è scritto nel dossier –, «saranno paralizzate grazie a corto circuiti provocati da munizioni in fibra di carbonio più sottili di un capello che di fatto renderanno i trasformatori inutilizzabili». Quindi la seconda fase: «Decine di missili balistici, in grado di coprire una distanza di 300 chilometri, saranno lanciati contro la Repubblica islamica dai sottomarini israeliani posizionati vicino al Golfo Persico». Missili «non dotati di testate convenzionali», precisa il documento, «ma con punte rinforzate, progettate per penetrare in profondità».

CENTRALI SOTTERRANEE - Le informazioni in possesso degl’israeliani, infatti, parlano di centrali nucleari sotterranee, come quella di Fardu, nei pressi della città di Qom, molto difficili da raggiungere con un semplice bombardamento e ormai isolate dalla Rete usata dall’autorità centrale. Finita qui? Non ancora. Perché poi toccherebbe alla terza fase. Altri missili – questa volta da crociera – «saranno lanciati per mettere ko i sistemi di comando e controllo, di ricerca e sviluppo e le residenze del personale coinvolto nel piano di arricchimento» dell’uranio. «Subito dopo», scrive il dossier, «il nostro satellite di ricognizione TecSar passerà sopra l’Iran per valutare i danni agli obiettivi. Le informazioni saranno trasferite ai nostri aerei in volo» verso Teheran, «velivoli dotati di tecnologia sconosciuta al grande pubblico e anche al nostro alleato americano», «invisibili ai radar» e inviati in Iran per finire il lavoro, «colpendo un elenco ristretto di obiettivi» che hanno bisogno di ulteriori assalti per essere disinnescati definitivamente. L’obiettivo sembra chiaro: annientare da un lato le capacità di sviluppo nucleare del regime islamico. Dall’altro evitare una controffensiva iraniana in territorio israeliano distruggendo le installazioni missilistiche. In realtà, il documento è solo la fase più semplice dei piani di guerra di Gerusalemme. Il governo di Benjamin Netanyahu, per ora, è in minoranza dentro il gabinetto di sicurezza. E gli Usa, oltre a ribadire il loro no al conflitto, iniziano a sottolineare che lo Stato ebraico «può solo rallentare il programma nucleare iraniano, non eliminarlo».

LO SCENARIO - Sempre a Ferragosto, sulle colonne del quotidiano ebraico Ma’ariv, Matan Vilnai, ex generale e prossimo ambasciatore in Cina, anticipa lo scenario «interno» al conflitto. «Israele ha preparato la popolazione a un eventuale conflitto che potrebbe durare trenta giorni su diversi fronti contemporaneamente», rivela Vilnai. E in questo mese di guerra «nelle città israeliane la replica dell’artiglieria di Teheran potrebbe provocare almeno 500 vittime, qualcosa meno o qualcosa di più». Lo Stato ebraico, aggiunge l’ex militare, «dovrà far fronte anche ai missili lanciati da Hezbollah dal Libano e dal braccio armato di Hamas dalla Striscia di Gaza». Israele ha fretta. Entro ottobre – secondo gli esperti dell’intelligence – l’Iran avrà arricchito grandi quantità (circa 250 kg) di uranio al 20%, il minimo per costruire poi testate micidiali. E a dare ragione ai timori israeliani c’è il blitz di una novantina di agenti federali tedeschi, sempre a Ferragosto, in alcune case di Amburgo, Oldenburg e Weimar. Azione speciale nel quale sono stati arrestati un cittadino con passaporto della Germania e altri tre con doppia cittadinanza tedesca e iraniana. Tutti accusati di aver esportato in Iran valvole per la costruzione di un reattore nucleare, violando così l’embargo in vigore. I sospetti – Rudolf M., Kianzad Ka., Gholamali Ka. e Hamid Kh. – tra il 2010 e il 2011 avrebbero fornito le componenti a Teheran servendosi di compagnie di faccia in Turchia e Azerbaigian in cambio di milioni di euro.

di Leonard Berberi , dal Corriere

martedì 14 agosto 2012

Strage delle nuove imprese create dai 'figli della crisi'


Su dieci aziende neonate, quattro sono aperte da ex impiegati, operai o manager
Hanno perso il lavoro e avviano una nuova attività: 9 su 10 chiudono entro un anno
di ALESSANDRA CORICA, da Repubblica

Guadagnano 1.500 euro al mese. E la loro impresa ha una vita media di soli seisette mesi, al massimo un anno, contro i due anni e mezzo raggiunti dalle altre aziende. Sono i nuovi imprenditori lombardi, i 'figli della crisi' secondo la Camera di commercio di Monza e Brianza: il 39 per cento delle imprese nate in Lombardia nel 2012 sono state aperte da uomini e donne che, dopo aver perso il lavoro, provano a giocarsi l’ultima carta. E tentano la strada imprenditoriale, aprendo un negozio o una piccola azienda nella speranza di inserirsi di nuovo nel mondo del lavoro.

Un riscatto tentato da giovani che hanno meno di 35 anni e non riescono a trovare un’occupazione stabile, ma anche da cinquantenni che si giocano il tutto per tutto. E che investono liquidazione e indennità di disoccupazione in quella che diventa l’impresa della vita. Con rischi imprenditoriali, però, che sono altissimi: «Queste imprese - spiega Renato Mattioni, segretario generale della Camera di commercio brianzola - spesso non riescono ad arrivare a un anno di vita, visto che i costi per farle sopravvivere sono duri da sostenere. Senza contare che in pochi riescono a ottenere un prestito bancario regolare: la maggior parte, per raggiungere la liquidità necessaria, ricorre al vecchio metodo delle cambiali».

Nei primi sei mesi del 2012 i tassi di crescita imprenditoriale di Milano e della Lombardia hanno mostrato una timida  timidissima  ripresa: più 0,9 per cento in città, più 0,3 a livello regionale. Numeri
positivi, certo. Ma molto risicati, e che per gli esperti sono soprattutto da attribuire al fenomeno tutto nuovo degli imprenditori 'figli della crisi'. Un fenomeno in crescita che si specchia nel boom della cassa integrazione registrato degli ultimi mesi: secondo i dati dell’Inps, rielaborati dalla Cgil, dall’inizio del 2012 a oggi in Lombardia si è arrivati a quota 117.922 lavoratori a zero ore. È il primato italiano. Da qui i 'nuovi imprenditori': su dieci imprese neonate quattro sono state aperte da ex impiegati, operai o manager. Nella metà dei casi si tratta di persone che hanno perso il lavoro di recente; uno su quattro, invece, è un precario che non riesce a trovare un’occupazione stabile.

«Abbiamo notato - dice Mattioni - che a fronte di un calo dell’1,4 per cento del prodotto interno lordo c’è stata una leggerissima ripresa delle imprese. Da qui l’inizio dell’indagine che ha permesso di delineare la figura di questi nuovi imprenditori». Ma chi sono? A Milano nel 73,4 per cento dei casi si tratta di uomini. Il 43 per cento ha tra i 35 e 49 anni, sette su dieci sono italiani. Affrontano i costi iniziali di tasca propria, investendo la liquidazione o  nel caso dei più giovani  chiedendo un contributo alla famiglia. «La costante - denunciano alla Camera di commercio brianzola, che ha avviato il progetto 'Start' proprio per sostenere le imprese figlie della crisi - è la difficoltà di ottenere un prestito: molti ricorrono così al 'welfare familiare'».

Le storie sono tante: «Si va dal dipendente che decide di mettersi in proprio alla casalinga che apre un asilo nido e fa fruttare l’esperienza maturata in famiglia, fino allo straniero che, soprattutto nel campo dell’edilizia, crea la propria azienda. E magari inizia a collaborare con il titolare della ditta con cui lavorava prima, creando una sorta di 'rete'». I settori più dinamici sono l’edilizia, i servizi (il boom è quello delle imprese di pulizia, per le quali in un anno si registrano 865 ditte in più) e le attività commerciali. «Attenzione, però - avverte Giorgio Montingelli, dell’Unione del commercio di Milano - quello delle vendite è un settore difficile, che soprattutto in tempi di crisi richiede esperienza. Nell’ultimo anno abbiamo perso il 20 per cento degli incassi: solo chi ha capacità e risorse da parte sopravvive».
(14 agosto 2012)

lunedì 13 agosto 2012

La corsa a ostacoli contro il "digital divide"


Il governo prova ad accelerare per portare la diffusione di Internet veloce nella media europea. A settembre sarà presentato il decreto Digitalia


ROMA
Il 30 settembre 2012 verrà pubblicata la Relazione Strategica che fornirà un quadro più chiaro degli obiettivi che il governo si prefigge. Secondo le richieste dell’Ue entro il 2013 tutti i cittadini dell’Ue dovranno disporre di collegamenti a Internet di almeno 2 megabit. Ed entro il 2030 la velocità deve salire ad almeno 30 megabit. Che cosa sta facendo l’Italia? Qualcosa, ma non abbastanza. Il decreto Digitalia, che doveva definire obiettivi e stanziamenti per la banda larga, da giugno è stato rimandato a settembre.

Gli investimenti programmati
Il governo italiano ha ricevuto finora fondi europei per 440 milioni di euro che arriveranno a 700, secondo il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, e dovrebbero permettere di azzerare le differenze infrastrutturali fra le varie regioni italiane. F2i Tlc-Metroweb ha annunciato un piano da 4,5 miliardi di euro nei prossimi anni per coprire le 30 città maggiori con fibra a 100 Mbps. Per gli operatori privati: 10 miliardi di euro (di cui 4 già investiti) per le reti di nuova generazione mobile e 500 milioni di Telecom per la banda larga. Il totale potrebbe coprire il costo dei 20 miliardi necessari per la copertura totale.

Il ritardo della banda larga
Il presidente di Telecom Franco Bernabè ha però specificato che non ci sarà alcuna accelerazione per la fibra ottica dato che «le indicazioni dell’Unione europea sono soltanto programmatiche». Il piano della società è di portare Internet ultraveloce in 99 città entro il 2014, che nel 2018 diventeranno 250, ma la velocità nelle case degli utenti potrebbe non superare i 50 Mbps. In molti sono convinti, quindi, che tra alcuni anni appena il 20% degli italiani viaggerà ultraveloce, mentre solo un terzo delle famiglie italiane arriverà a 50 Mbit. Eppure il ritardo nello sviluppo della banda larga costa all’Italia tra l’1 e l’1,5% del Pil. Al momento copre soltanto il 10% del territorio, mentre in Svizzera arriva al 90% e in Francia dovrebbe arrivare al 37% entro il 2015 e al 100% nel 2025.

L’Italia e le infrazioni Ue
L’Italia si è adeguata da poco alla direttiva imposta da Bruxelles per garantire mercati più competitivi, diritti per i consumatori come la possibilità di passare a un altro operatore telefonico in un giorno senza dover cambiare numero di telefono o di essere informati tempestivamente in caso di violazione di dati personali online. E così, al contrario dell’anno scorso, non ha subito alcun tipo di punizione a differenza di Belgio, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Slovenia deferiti alla Corte di giustizia dell’UE, poiché non hanno ancora recepito nel diritto nazionale le norme europee riviste in materia di telecomunicazioni.

Ue, lavoratori tlc cercansi
Rischia di avere gli stessi effetti di una carestia la carenza di competenze informatiche nell’Unione Europea. Un report della Commissione Europea diffuso in primavera spiega come nel 2015 il 90% dei posti di lavoro richiederà competenze informatiche ma mancano all’appello almeno 700mila professionisti in questo settore. Nel 2020 è previsto un aumento di 20 milioni di posti di lavoro legati all’Information Technology e una riduzione di 12 milioni di posti a bassa qualifica: l’Information Technology rappresenta il 5% del Pil europeo e ha continuato a crescere ad un tasso annuo del 3% anche dopo il 2008 e l’aggravarsi della crisi economica. La Commissione ha chiesto un reindirizzamento degli investimenti dei Paesi Ue dai settori tradizionali allo sviluppo delle competenze informatiche.

L’Italia e deficit informatico
Gli ultimi dati Eurostat sulle capacità informatiche individuali non forniscono un quadro esaltante dell’Italia. Nella fascia tra i 16 e i 74 anni poco più del 60% dei cittadini è in grado di sfruttare un computer per operazioni base. Più incapaci di noi soltanto Grecia, Bulgaria e Romania. Il risultato è anche peggiore se si considera la fascia dei giovani tra i 16 e i 24 anni, i cosiddetti nativi digitali, gli smanettoni nati. È vero, la percentuale di chi è in grado di sfruttare un computer per le operazioni base sale al 90% ma in questo caso anche la Grecia ci batte. Diverso invece se si considera chi programma con costanza per lavoro. L’Italia ha un 15% di esperti ed è ai primi posti, superando anche Inghilterra, Germania e Francia.

Il ritardo delle infrastrutture
La media Ue delle famiglie connesse a Internet è del 73% mentre l’Italia raggiunge a malapena il 62%, una condizione simile a quella della Lituania. Molto diverso anche il tasso di crescita: in Spagna siamo su aumenti del 5%, in Italia del 3%. Stesso quadro anche per diffusione della banda larga fissa: in Italia ci sono 21 linee ogni 100 abitanti contro le 27 dell’Europa, ma anche per numero di famiglie connesse a Internet veloce (52% contro 67%), e negli acquisti e per il commercio on line. Per le esportazioni mediante l’ICT l’Italia è fanalino di coda in Europa; solo il 4% delle piccole e medie imprese vendono on-line, mentre la media UE-27 è del 12%.

LE PERCENTUALI DELL'ITALIA
400 milioni alla banda larga
Per le regioni del centro-nord che vedono 2 milioni di cittadini esclusi dal servizio. Per le 8 regioni del Sud già reperite tutte le risorse necessarie. Il piano darà lavoro a 8000 persone.

50% e-commerce cittadini
L’obiettivo è far sì che il 50 per cento dei cittadini facciano acquisti online entro il 2015.

33% e-commerce imprese
Entro il 2015 il 33 per cento delle piccole e medie imprese dovrà comprare e vendere online.

26,3% compra in Rete
Poco più del 26 per cento delle persone compra online contro il 40,4 della media Ue.

41,7% senza internet
La percentuale delle famiglie che non usa Internet perché non ne ha le competenze. In alcuni casi l’uso della Rete è inibito dalla mancanza di collegamenti.

90% didattica su carta
Nelle aule scolastiche praticamente tutti i contenuti per gli insegnamenti sono su carta e solo il 10 per cento è digitale.

16% studenti «digitali»
Solo il sedici per cento degli studenti utilizza a scuola contenuti e strumenti digitali.

93% ragazzi in Rete
Alta la percentuale nelle giovani generazioni che usa Internet e il 92, 1 per cento degli studenti usa un computer.





dal BLOG Diritto di cronaca  di FLAVIA AMABILE