domenica 12 agosto 2012

Il sindaco rosso guida gli espropri nei supermercati


Carismatico Juan Manuel Sanchéz Gordillo, 60 anni, figlio di un muratore, professore di storia. Porta sempre al collo una kefiah per solidarietà con i palestinesi Divorziato e padre di due figli convive con una contadina.

di GIAN ANTONIO ORIGHI, dalla Stampa
MADRID
L’ ultima clamorosa protesta è stata un «esproprio alimentare» in un supermercato: martedì scorso Juan Manuel Sanchéz Gordillo, 60 anni, dal 1979 sindaco con maggioranza assoluta della comunistissima Marinaleda, ha diretto l’assalto a un supermercato nella limitrofa Ecija, portando via tre carrelli pieni di pasta, fagioli, lenticchie e latte, che ha donato a 36 famiglie di squatter disoccupati di Siviglia. Unanime la condanna del governo, dei socialisti, di lu. Ovviamente è stato denunciato. Ma lui se la ride: «È stata un’azione simbolica. Il prossimo obbiettivo? Le banche».

Sanchéz Gordillo, non è solo sindaco, è anche molto altro: deputato regionale andaluso, leader del Cut-Bai (Collettivo unità dei lavoratori-Blocco andaluso di sinistra) e del sindacato agricolo Sat. E da sempre fa parlare di sé, occupando terre incolte o la Moncloa, il Palazzo del governo, con l’ex premier socialista González dentro. Ma nella regione con più disoccupati d’Europa (34%), nel suo Comune non ce n’è uno grazie alle cooperative comunali ortofrutticole da lui inventate e dove tutti guadagnano lo stesso stipendio: 1128 euro al mese. «Non ho mai fatto parte del partito comunista con la falce e martello, però mi sento comunista, o comunitarista, come credo si sentissero Cristo, Gandhi, Lenin e il Che», dice questo professore di storia, figlio di un poverissimo muratore, che ha potuto andare all’Università grazie a una borsa di studio.

Entrato in Izquierda Unita (il cartello elettorale comunista) nell’86, nemico acerrimo dei socialisti («Zapatero rubava ai poveri per dare i soldi ai ricchi»), gode di una popolarità impressionante, e non solo nella sua Marinaleda (2645 abitanti): nelle regionali andaluse del marzo scorso, come capolista di Iu per Siviglia, ha ottenuto116.726 voti (il 12,18%).

Il suo motto è sempre stato: «La terra a chi la lavora». E Gordillo, che pare uscito da «Novecento» di Bertolucci anche se usa Twitter, è un leader che fa quello che dice. Nell’Andalusia agraria in mano a ricchissimi proprietari terrieri, il barbuto sindaco, dopo 12 anni di occupazioni, nel 1992 è riuscito a espropriare 1200 ettari che erano del Duca dell’Infantado.

Sempre in prima linea, venerdì scorso è stato sloggiato dalla Guardia Civil, insieme ad altri 200 militanti del Sat, da un terreno militare. «Torneremo. Abbiamo già cominciato a lavorare la terra», ha detto agli agenti delle Benemérita.

L’esproprio terriero è stato il volano della sua revolución, sempre perseguita con la non violenza. Il sindaco che tiene la foto del Che nel suo ufficio sempre aperto al pubblico e porterà la kefiah al collo «finché i palestinesi non avranno una loro patria», ha costituito la Cooperativa Hu Humar-Marinaleda, ovviamente ecologicamente corretta. Produce carciofi, peperoni, fave, olio di oliva. Il comune è proprietario di una fabbrica di conserve, un frantoio, serre, allevamenti bovini. Salario: 47 euro al giorno, 6 giorni la settimana, 35 ore settimanali. Ecco perché non ci sono disoccupati.

Ma c’è di più. A Marinaleda non è mai entrato un costruttore. Il municipio regala il terreno per costruire un villino a schiera (90 metri quadrati su due piani, più 100 metri di cortile), anticipa i soldi per i lavori ed esige che il proprietario collabori alla costruzione della sua casa o paghi un sostituto. Restituirà il debito in rate di 15,52 euro al mese.

Dulcis in fundo, non esiste la polizia locale. «Da noi non è necessaria», vanta Gordillo.

sabato 11 agosto 2012

Natura, sesso e cucina brasiliana: così i suoi bestseller non passano mai di moda


Amado, i tre modi per essere felici
Natura, sesso e cucina brasiliana: così i suoi bestseller
non passano mai di moda

Una curiosa coincidenza tra le date di nascita (10 agosto) e di morte (6 agosto) fa sì che oggi si possa celebrare insieme il centenario della nascita e l’undicesimo anniversario della morte di Jorge Amado. Amado viene definito il cantore di Bahia (Salvador de Bahia, Brasile), anche se non vi era nato (era di Itabuna), ma certo scelse di abitarvi quando le vicende personali glielo permisero. In verità, la vita di Amado non fu proprio quella di un sedentario. Suo padre, proprietario di un’azienda di coltivazione del cacao, fu ridotto da un’annata infelice a semplice bracciante, e perciò quasi alla miseria. Amado ebbe modo di conoscere le penose condizioni dei lavoratori, e ad esse dedicò i suoi primi scritti, come Cacao. Compì studi regolari, giungendo sino alla facoltà di Giurisprudenza: era studente nel 1931, quando pubblicò il suo primo romanzo, Il paese del Carnevale, che criticava l’uso turistico e socialmente ipnotico di quella festa, la cui celebrazione, tanto a Rio quanto a Bahia, ha fama mondiale.

La politica ebbe una parte notevole nella vicenda di Amado, che nel 1941 divenne comunista militante, e nel 1945 fu eletto membro dell’Assemblea Costituente brasiliana. Nel 1947, però, il Partito Comunista fu dichiarato illegale: di qui i lunghi anni di esilio, prima in Francia, poi in Cecoslovacchia. Anche la seconda moglie, Zélia Gattai, figlia di immigrati italiani, oltre a condividere la vocazione letteraria (era infatti scrittrice notevole, anche di libri per l’infanzia), era a sua volta impegnata politicamente: sulle orme del padre, si era votata alla promozione di un socialismo dalle sfumature anarchiche. Quando ritornarono definitivamente in patria, la politica era però ormai solo un ricordo: Amado uscì dal Partito nel 1956, in seguito a quei fatti d’Ungheria che furono un trauma per molti comunisti.

Altro elemento che contribuisce a suggerire un’immagine molto sfaccettata dello scrittore è la sua attrazione per il candomblé, la religione afrobrasiliana, mista di tratti totemico naturalistici e di elementi cristiani. In complesso, si nota in Amado la coesistenza di elementi provinciali (la creazione, in gioventù, di rivistine letterarie senza futuro; l’attaccamento, anche post mortem, a Bahia, del resto splendida; la preferenza per Bahia anche come teatro di molti suoi libri, che sono quasi repertori delle vie e dei quartieri della città) e cosmopoliti (l’esilio, le amicizie con scrittori e pensatori di tutto il mondo).

Come scrittore, uno dei più conosciuti e tradotti del Novecento, Amado ha messo in atto una trasformazione improvvisa e singolare, quasi una conversione. Nasce infatti come scrittore realista: entro uno spirito di denuncia delle ingiustizie della società in genere, e di quella brasiliana in particolare. Il primo suo libro di successo mondiale, Jubiabá, del 1935, ha come protagonista un giovane di colore (Bahia, lo ricordo, ha più neri che bianchi) accolto da una ricca famiglia di bianchi che però, vedendolo innamorato della loro figlia, lo accusa ingiustamente di averla insidiata, e lo caccia. Vive come un mendicante, sinché ritrova la sua Lindinalba diventata prostituta, e riceverà in dono, da lei morente, il bambino appena partorito. Schema strappalacrime per un libro comunque bellissimo.

La sua seconda maniera si caratterizza invece per l’apertura al surreale e al fantastico, pur senza cancellare l’interesse sociale. Tra i romanzi più notevoli di questa serie, stanno Gabriella, garofano e cannella, del 1958, e Dona Flor e i suoi due mariti, del 1966 (noto l’abbondanza di titoli che mettono al centro donne, molto spesso mulatte: aggiungo Teresa Batista, stanca di guerra, 1972, e Vita e miracoli di Tieta de Agreste, 1977). Gabriella, garofano e cannella sarebbe soltanto un grande romanzo d’amore, anche se giocato con uno stile visionario e magico, se non fosse che Nacib è un immigrato siriano, e Gabriella unamulatta: ci troviamo insomma in piena problematica razziale. E per di più, sullo sfondo s’impone lo scontro fra i vecchi latifondisti e una nuova classe più aperta e liberale. L’intrecciarsi dei problemi è dominato magnificamente, e umanamente, da Amado.

Dona Flor ha anche uno schema originale (poi imitato infinite volte): la protagonista avvia le sue narrazioni partendo dalla descrizione di una ricetta culinaria. E le sue narrazioni sono singolari: vedova di un marito carissimo, viene corteggiata e infine sposata da un farmacista, che però è eroticamente molto meno entusiasmante. Dona Flor, in verità, continua a ricevere profferte dal primo marito, che le appare in visioni notturne, e si mostra molto disponibile a soddisfarla. Curioso progetto di adulterio, che solletica una sensualità pur non sempre esplicitata dai protagonisti. Cucina, sesso: due elementi che collaborano a qualche progetto di felicità, e che il mondo circonda di sospetti e restrizioni. Con il suo stile visionario e, insomma, con una splendida fantasia, Amado tenta forse di liberarci.

di Cesare Segre, dal Corriere

Se L'Italia fosse una banca.


Recessione, spread, disoccupazione? Ecco come venirne fuori, in un attimo e senza sacrifici. Aboliamo l'Italia. Tutto qui. Chiudiamo una volta per tutte lo Stato, con tanto di inno e bandiera, e trasformiamoci in una banca. Ecco alcuni dei primi vantaggi.
1. L'Italia ha dovuto inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione. Le banche non hanno nessun vincolo del genere.
2. Per eludere i pochi accordi esistenti (vedi Basilea), le banche possono cartolarizzare i loro attivi e spostarli nel sistema bancario ombra. Basterebbe quindi spostare metà del debito pubblico italiano in un sistema statale ombra, per avere per magia un rapporto debito/Pil al 60% e rientrare nei parametri di Maastricht.
3. Prima ancora, mentre gli Stati si sono impegnati al 60% di rapporto debito/pil, molte banche europee lavorano tranquillamente e da anni con leve finanziarie superiori anche a 40 a 1, ovvero con debiti che sono il 4.000% del loro patrimonio.
4. Secondo le nuove regole europee, se l'Italia non rispetta gli impegni va punita e multata. Nessuna banca responsabile della crisi ha ad oggi pagato un euro di multa.
5. Le banche hanno ricevuto liquidità illimitata all'1% dalla Bce. Gli Stati per finanziarsi devono rivolgersi ai mercati, ai tassi decisi dagli speculatori. Per statuto, la Bce non può aiutarli.
6. Non è solo la liquidità della Bce. Le banche in difficoltà vengono inondate di soldi. Quanti aiuti europei sono diretti a contrastare la disoccupazione o sostenere il welfare? Il vertice di fine giugno ha previsto 120 miliardi di euro per tutta l'Ue, in gran parte soldi già stanziati. Bruscolini rispetto alle migliaia di miliardi ricevuti dalle banche dal 2008 a oggi.
7. Soldi, aiuti e piani di salvataggio per le banche arrivano senza nessuna condizione, né a bloccare la speculazione, né su cosa finanziare (ad esempio le rinnovabili e non i combustibili fossili). Nel caso (molto più raro e difficile) in cui gli Stati ottengano qualche aiuto, al contrario, questo arriva a condizioni durissime, com'è avvenuto in Grecia nei mesi scorsi.
8. Le banche possono immettere nel sistema quantità illimitate di denaro, in particolare grazie ai derivati, che oggi rappresentano oltre il 70% del circolante. Agli Stati aderenti all'euro è proibita l'emissione di denaro.
9. Da mesi stiamo combattendo per abbattere lo spread e ridurre il tasso sui titoli di Stato. Le banche il tasso se lo fissano da sole, manipolandolo all'occorrenza (per informazioni, rivolgersi alla Barclays).
10. L'unico obiettivo degli Stati è quello di dare fiducia ai mercati e di compiacerli. Al contrario banche e finanza non hanno nessun vincolo e nessun impegno verso governi o cittadini. Devono unicamente massimizzare i propri profitti.
Per riassumere, da Stato italiano a Italia Bank Ltd., e da domani si fa festa. Finché le cose vanno bene moltiplichiamo i profitti, quando vanno male, per continuare a garantire profitti in doppia cifra e alimentare la speculazione basta spremere i cittadini e il pubblico. Ah, già, quale pubblico?
di Andrea Baranes ,da : www.sbilanciamoci.info

venerdì 10 agosto 2012

Il volo del calabrone


di Paul Krugman, la Repubblica 01-08-2012

In particolare i tassi di interesse sui bond spagnoli sono fortemente diminuiti e tutte le borse sono volate.Ma davvero l’euro si salverà? La questione resta molto dubbia. Innanzitutto la moneta unica europea ha molte pecche e a Draghi va dato merito di riconoscerle. «L’euro è come un calabrone», ha dichiarato. «È un mistero della natura, non potrebbe volare eppure vola. E l’euro ha volato benissimo per parecchi anni». Ora però ha smesso. Che fare? Deve imparare a trasformarsi in ape, dice Draghi.

La metafora è imperfetta, ma il messaggio chiaro. Nel lungo periodo l’euro potrà funzionare solo se l’Unione europea assumerà le caratteristiche di un Paese unificato. Prendiamo ad esempio la Spagna e la Florida. Entrambe hanno vissuto i drammi dello scoppio della bolla immobiliare. Ma la Spagna vive una crisi ben più intensa. Perché? Perché nel momento del bisogno la Florida ha potuto contare su Washington per continuare ad erogare le prestazioni sociali e sanitarie, per garantire la solvenza delle sue banche, per concedere sussidi ai suoi disoccupati e quant’altro. La Spagna non disponeva di una simile rete di sicurezza e nel lungo periodo la questione va risolta.

Ma se mai si arriverà alla nascita degli Stati Uniti d’Europa, non sarà certo in tempi brevi, e l’euro è in crisi oggi. Cosa si può fare per salvarlo? Per quale motivo il calabrone per un po’ è riuscito a volare? Perché nei primi otto anni o giù di lì l’euro all’apparenza ha funzionato? Perché le magagne strutturali della moneta unica sono state nascoste dal boom del Sud d’Europa. L’introduzione dell’euro rassicurò gli investitori convincendoli a prestare denaro a Paesi come Grecia e Spagna, precedentemente considerati a rischio. Così il denaro affluì soprattutto, detto per inciso, per finanziare prestiti privati più che pubblici, fatta eccezione per la Grecia.

E per un po’ furono tutti contenti. Nel Sud Europa la bolla immobiliare portò a una impennata dell’occupazione nel settore delle costruzioni, mentre l’industria perdeva man mano competitività. Intanto l’economia tedesca che languiva si riprese grazie al rapido aumento delle esportazioni verso le economie meridionali. L’euro, apparentemente, funzionava. Poi la bolla è scoppiata. I posti di lavoro nelle costruzioni svanirono nel nulla e nel sud la disoccupazione crebbe a dismisura, ora supera abbondantemente il 20 per cento sia in Spagna che in Grecia. Al contempo i redditi sono crollati. In massima parte i grandi deficit di bilancio sono l’effetto, non la causa della crisi. Ciò nonostante gli investitori si sono dati alla fuga, provocando l’aumento del costo del credito. Nel tentativo di tranquillizzare i mercati finanziari i Paesi interessati hanno imposto durissime misure di austerità che hanno peggiorato la crisi. E l’euro nel complesso si mostra pericolosamente vacillante .

Come porre rimedio a questa rischiosa situazione? La risposta è abbastanza chiara: le autorità dovranno adoperarsi per far diminuire il costo del credito in Europa meridionale e concedere ai debitori europei l’opportunità di uscire dai guai grazie alle esportazioni come già la Germania negli anni d’oro, ossia creare in Germania un boom simile a quello verificatosi nel Sud Europa tra il 1999 e il 2007. Certo, comporterebbe un temporaneo aumento dell’inflazione tedesca. Il problema è che i policymaker europei sembrano restii rispetto alla prima ipotesi e totalmente contrari alla seconda.

Draghi — che a mio avviso comprende tutto questo — ha lanciato l’idea dell’acquisto da parte della banca centrale dei bond del Sud Europa con il fondamentale obiettivo di abbassare i costi del credito. Ma nei giorni successivi i tedeschi hanno gettato acqua sul fuoco. Draghi in teoria potrebbe semplicemente respingere le obiezioni tedesche, ma davvero sarà intenzionato a farlo?

L’acquisto dei bond è la cosa semplice. Non si può salvare l’euro se la Germania non è disponibile ad accettare un sostanziale aumento dell’inflazione nei prossimi anni e finora i tedeschi non hanno dato segno di voler neppure discutere di quest’ipotesi, figuriamoci accettarla. Invece, a dispetto dei passati insuccessi (ricordate quando l’Irlanda sembrava avviata a una rapida ripresa?), continuano ad insistere che tutto andrà bene se i debitori metteranno diligentemente in atto i programmi di austerity.

È possibile salvare l’euro? Probabilmente sì. Va salvato? Sì, anche se ora come ora averlo introdotto sembra un grosso errore. Perché il crollo dell’euro non provocherebbe solo un disastro economico, sarebbe un colpo micidiale per il più ampio progetto europeo, che ha portato pace e democrazia in un continente dal tragico passato.
L’euro si salverà davvero? Per quanto Draghi si mostri determinato, questo, come ho detto, resta in forte dubbio.

Traduzione di Emilia Benghi

Il lavoro che dà ricchezza


DISOCCUPATI NELLE SOCIETÀ GLOBALIZZATE

Si dice che mancano i soldi. Ma prima di tutto manca il lavoro. Quale è il nesso?
Per tutto il Medioevo su su fino all'avvento della società industriale, a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, la ricchezza era soprattutto agricola, era prodotta dal lavoro dei contadini. Poi, con la società industriale, la ricchezza fu sempre più prodotta dalla macchina, e quindi dagli industriali e dagli addetti alle macchine, dagli operai. E le città si ingrandirono sempre più perché alimentate (in ricchezza) dal lavoro artigiano nelle botteghe e dal commercio, specialmente nelle città marinare.
Saltando i secoli, negli anni Sessanta, che furono anni di grande euforia, i sociologi diffusero l'idea che alla società industriale stava subentrando la «società dei servizi». E la società dei servizi era, appunto, una società post industriale, non più di macchine e di fabbriche ma di uffici. La differenza più importante tra le due (nelle rispettive conseguenze) è che i conti della società industriale erano facili: sapevi sempre se e quanto guadagnavi o perdevi. Invece i conti della società dei servizi, e più esattamente la produttività dei servizi, è difficile da misurare. Anche per questo i servizi si sono man mano gonfiati molto più del necessario, diventando un rimedio per assorbire la disoccupazione, e per ciò stesso una entità parassitaria. Intanto le città si ingrandivano, le campagne si spopolavano, e anche gli addetti alla produzione industriale diminuivano.
Poteva durare? Forse a popolazione stabile sì.

Ma nel frattempo è esploso il vangelo della globalizzazione. Tutto il mondo economico diventa un mondo senza frontiere. Torna in auge la formula della scuola di Manchester: «Lasciar fare, lasciar passare». Per l'economia finanziaria è già così. Anche a non volere, le transazioni finanziarie non possono non essere globali. Ma per l'economia produttiva che produce beni e merci, e quindi l'economia che davvero fabbrica crescita e ricchezza, non è e non può essere così.

Oggi gli economisti si sono in buona maggioranza buttati sull'economia finanziaria, quella che arricchisce gli speculatori, Wall Street, le banche e, di riflesso, gli economisti che ne sono consiglieri. Semplifico così: l'economia finanziaria fa fare (e anche perdere) soldi, ma di suo produce soltanto carta, fino ad approdare, oggi, alla carta-spazzatura dei cosiddetti derivati.
Torno alla globalizzazione, che sin dal 1993 ritenni un grave errore per questa ragione: che a parità di tecnologia (già allora il Giappone, ma poi man mano Cina, India e altri Paesi ancora) l'Occidente ad alto costo di lavoro era destinato a restare senza lavoro: e quindi che le cosiddette società industriali avanzate sarebbero diventate società senza industrie. La profezia era lapalissiana, e difatti si è già avverata in gran parte per i piccoli produttori (che però sono moltissimi).

I «grandi» (troppo grandi per poter fallire) si sono salvati inventando l'azienda glocal (una parola recente inventata ad hoc), in parte globale e in parte locale, che spezzetta la sua produzione magari con profitto, ma anche per salvare dal tracollo i Paesi industriali «anziani».
In sintesi: la globalizzazione dell'economia industriale ci disoccupa, disloca il lavoro dove costa cinque-dieci volte meno. Possiamo trovare, già lo dicevo, importanti eccezioni a questa regola. Ma le statistiche parlano chiaro. In Italia l'industria ha perso, in cinque anni, circa 675 mila posti di lavoro e la produzione si è ridotta del 20,5 per cento (dati Cisl).
Ma il governo Monti - così come tutti i governi della zona euro che si sono indebitati oltre il lecito e il credibile - non affronta questo problema. Oggi come oggi non potrebbe nemmeno se lo volesse. È che noi abbiamo accumulato un debito pubblico salito al 123 per cento del Pil, del prodotto interno lordo, e cioè 1966 miliardi di euro.

Il che significa che il grosso delle entrate fiscali dello Stato è ipotecato in partenza: deve servire a pagare gli interessi su quel debito. Interessi che se salissero oltre il livello al quale sono, manderebbero lo Stato in bancarotta. Per di più lo Stato deve pagare il personale (eccessivo, ma c'è) che lo serve. E raschia ogni giorno il fondo del barile pagando i suoi stessi fornitori, a volte, addirittura con un anno di ritardo. Infine abbiamo la più alta pressione fiscale ma anche la più alta evasione fiscale (Grecia esclusa) dei Paesi euro.

Ma siamo ottimisti. Ammettiamo che il governo Monti riesca finalmente a decapitare gli sprechi e le ruberie del passato. Così si troverebbe ad avere soldi disponibili, che però (data l'alta disoccupazione, specialmente giovanile) dovrebbe investire in opere pubbliche (anch'esse, sia chiaro, necessarissime). Anche così, allora, i soldi da investire per produrre ricchezza e crescita continuerebbero a mancare. Oppure no? Qualche economista mi potrebbe aiutare a capire meglio?

di Giovanni Sartori, dal Corriere

giovedì 9 agosto 2012

Berremo vino norvegese?


di MARIO TOZZI, dalla Stampa

Iniziare la vendemmia nostrana nel giorno più caldo dell’anno, ancora all’inizio di agosto, colpisce il nostro immaginario più del calo della produzione che pure giustamente preoccupa gli agricoltori. Ma già da qualche anno non è più settembre il mese dedicato alla raccolta dei grappoli e la fascia climatica della vite si sta spostando con rapidità verso nord in tutta Europa.

Fra qualche anno anche gli ulivi potrebbero iniziare a migrare più a settentrione e stessa sorte potrebbe toccare a molte coltivazioni tipiche del Mediterraneo meridionale come le palme. Spostamenti del genere non ci dovrebbero sorprendere, basti pensare che, tra l’XI e il XIII secolo, si vendemmiava allegramente perfino in Cornovaglia e lungo il Tamigi, mentre, ai tempi di Erik il Rosso, l’orzo veniva mietuto in Islanda e perfino in Groenlandia.

Fino al 1500 a.C. la temperatura media dell’emisfero boreale era più elevata di circa 3°C (in media) rispetto a quella attuale. Oscillazioni caldo-freddo si susseguirono poi fino alla fine dell’epoca romana (V secolo), quando iniziò un brusco raffreddamento fino all’800 e poi un riscaldamento fino al 1250. Ma già nel 1315 freddo, ghiaccio e carestie diedero un segno di come il clima influiva sulla vita degli uomini: precipitazioni intense riducevano tutto a pantani fangosi, il grano non maturava più e, nel ciclo più freddo (fra il 1680 e il 1730), non si riusciva neppure a riscaldare le abitazioni delle isole britanniche, al cui interno si arrivava a malapena ai 3°C. Dal 1300 al 1850 circa l’Europa e l’emisfero settentrionale furono investiti da un peggioramento climatico senza precedenti. Il Tamigi ghiacciò diverse volte in quei secoli, tanto che poteva esser ridisceso in slitta; nel 1440 la viticoltura scomparve dalla Gran Bretagna. E tutto questo in ragione di solo mezzo grado centigrado in meno nelle temperature medie invernali rispetto al XX secolo: sono sufficienti centesimi di grado per mettere in pericolo intere popolazioni e cambiare la storia, figuriamoci per stravolgere l’agricoltura.

Il clima cambia da sempre, anche se il mutamento attuale ha qualcosa di diverso. Intanto è molto veloce e molto robusto, tanto da risentirsi in poche stagioni su coltivazioni tradizionalmente stabili. Poi è a scala globale, cioè riguarda tutto il pianeta. Infine porta come corollario uno sconvolgimento meteorologico che è ancora più pesante: tempeste fuori stagione e fuori dalle regioni tradizionalmente interessate, bombe d’acqua vere e proprie, trombe d’aria e dissesti generalizzati. Siccome insieme alle fasce climatiche si sposta il mondo vegetale nel suo complesso, tutto ciò ha un impatto micidiale per l’agricoltura, che ancora più ne risentirà nei prossimi anni. Oltretutto le piante, per definizione, non si spostano velocemente, dunque potrebbe accadere che si traslino le tradizionali zone di produzione di vini per portarle più a nord; ma si sa che, oltre al clima, contano il vitigno e soprattutto il suolo: si potrà produrre il Nero d’Avola in Friuli? O l’Aglianico in Piemonte? Per non parlare della possibilità che i vini italiani si ritrovino domani a competere con rinomati rossi magari della penisola scandinava.


mercoledì 8 agosto 2012

Nova Siri : ricatti estivi , costruiti sulla sabbia!!!!!!


NOVA SIRI - "O si cambia rotta, o vado via"


L'assessore Pancaro presenta il cartellone estivo e si toglie qualche sassolino. "La revisione del Piano urbanistico è la condizione per restare in Giunta"


di PIERANTONIO LUTRELLI


NOVA SIRI - «Con soli 29.000 sono riuscito a coprire quaranta giorni di cartellone estivo, regalando spettacolo, cultura e intrattenimento nell'estate novasirese». Con soddisfazione l'assessore alla Cultura, Spettacolo, Protezione civile, Attività produttive, Innovazione e Politiche Europee, Cosimo Pancaro, racconta al Quotidiano l'impresa, come la chiama lui, di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Dallo scorso 14 luglio e fino al prossimo 24 agosto, ogni serata è coperta da almeno una manifestazione, così come le tre macro aree in cui è suddiviso il vasto territorio comunale: Nova Siri marina, il centro storico e l'area lido. «Ho interpretato alla lettera lo spending review - ha aggiunto l'assessore - in un momento in cui vengono chiesti sacrifici ai cittadini compresa la tassa di soggiorno per i turisti, non me la sono sentita di impiegare risorse che obiettivamente, in momenti di crisi, vanno utilizzate per ben altre priorità». Ciononostante il valido assessore non ha rinunciato alla qualità ed eterogeneità degli spettacoli diversificandone l'offerta. «Notte rosa, incanti d'autore, Premio Siris-Notte dei briganti, Notte bianca, teatro e la rassegna cinematografica nazionale "Cinemadamare". Sono tutte serate di spessore che non solo allietano i residenti ed i turisti, ma richiamano anche i villeggianti dei comuni limitrofi. Il fiore all'occhiello del cartellone è senza dubbio il concerto di Anna Tatangelo che si terràgiovedì prossimo in piazza "Prova d'orchestra" sul lungomare di Nova Siri. «Per noi è un grande colpo. Abbiamo riportato dopo vent'anni qui a Nova Siri, un artista di fama nazionale. Per giunta parliamo di una ragazza di venticinque anni all'apice della carriera, che sa intercettare il gradimento di più generazioni. Ringrazio la mia amica Francesca Rogano per avermi dato la possibilità di contattare questa grande artista».
Missione compiuta dunque per Pancaro, delegato alla Cultura e Spettacolo da meno di un anno. Ma la vita amministrativa non è solo produrre divertimento e intrattenimento, lo sa bene il pluri delegato componente del governo cittadino che sulla sua pagina di facebook da diversi giorni, ha reso noto di aver chiesto un cambio di marcia all'amministrazione di cui fa parte. «Ho chiesto al fine di rimettere in moto l'economia, un nuovo piano urbanistico che unisca l'abitato di Nova Siri Marina all'area del lido, in cui insistono diverse strutture turistico-ricettive. L'accoglimento di questa richiesta, per quanto mi riguarda, è obiettivo prioritario, per continuare la mia esperienza amministrativa». Un chiaro out out da parte del giovane assessore che con il coraggio delle proprie azioni, chiede un cambio di rotta, senza se e senza ma, conscio del fatto la comunità necessita di risposte soprattutto nel versante turistico «vero motore e speranza di sviluppo per il futuro». Ed infine una promessa «Qualora mi dovessi rendere conto che l'obiettivo prefissato non è raggiungibile, saluto tutti senza inchino e vado via».
Parole inequivocabili che segnano una linea di demarcazione netta tra l'assessore Pancaro e il resto della giunta. Un chiaro segnale di malcontento, che evidenzia, ancora una volta la sempre più scarsa coesione politica della maggioranza guidata dal sindaco Pino Santarcangelo . Dopo i casi Laddomata e D'armento, un altra "patata" bollente per la sempre più logora maggioranza del centrodestra novasirese al governo cittadino. Non resta che attendere cosa succederà dopo ferragosto.


(da Il Quotidiano della Basilicata)

martedì 7 agosto 2012

Sovranità, debito e ristrutturazione culturale. I prossimi vent’anni per la ricostruzione del senso


di Luca De Biase, da  " blog.debiase.com"
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perplessità, visioni
Comunque vada la vicenda dell’euro, gli italiani hanno di fronte un lungo periodo di cambiamento profondo. Gli scenari sono diversi e sono compresi tra due principali prospettive: vent’anni di ricostruzione orientata a riguadagnare un minimo di senso delle proporzioni e delle priorità, cinque anni di disordine con peggioramento continuo delle condizioni materiali e sociali seguiti da un avvitamento democratico e culturale sempre più pericoloso. L’unico scenario che ha probabilità nulle o quasi di verificarsi è che si torni come prima della crisi.

Sovranità e debito in una prospettiva sensata
La politica non ha molti margini di manovra. Il debito pubblico è di per sé una cessione di sovranità. Ma in un contesto internazionale nel quale gli stati sono sempre più integrati, per via della globalizzazione ancor prima che per via della cresita delle istituzioni sovranazionali, trasforma quella cessione “teorica” di sovranità in una limitazione “pratica” delle opzioni disponibili per le scelte locali.

Nello scenario virtuoso, la politica italiana sceglie autonomamente di rimettere in sesto i propri conti e le proprie pratiche di governo viaggiando sui binari precisati dal contesto europeo. In uno scenario simile ma un po’ meno virtuoso, la stessa cosa viene imposta alla politica italiana dall’intervento d’autorità delle istituzioni europee. La differenza non è tanto nelle scelte operate quanto nella velocità ed efficacia con la quale ottengono risultati. Perché la politica può aiutare a leggere la prospettiva che si è creata oppure negarla per un po’ fino all’arrivo della prossima crisi. Nel corso del 2011 abbiamo assistito a questo secondo modo di agire, nel 2012 abbiamo visto il primo.

Il bello di questa condizione è che il quadro politico diventa un po’ più sicuro. E questa è una condizione essenziale per convincere gli imprenditori locali e internazionali a credere di poter investire in Italia con la sicurezza che il successo dipenda soltanto dalle loro capacità competitive.

Sappiamo che cosa succede quando manca questo quadro ordinato. In mancanza di questa relativa sicurezza, gli imprenditori che possono vanno altrove, altri tentano di stabilire forme di connivenza con la politica che si comporta in modo discrezionale, generando un sistema corrotto e inefficiente.

Nello scenario virtuoso, la politica in questo contesto non ha poteri discrezionali significativi e si astiene dall’intervenire sui contenuti dell’azione economica, che viene lasciata alla capacità degli imprenditori e della società di interpretare la contemporaneità per cogliere le opportunità che offre. Ed è chiaro che le opportunità oggi sono nell’innovazione, nella creazione di nuove imprese orientate al mercato internazionale, nell’inclusione delle forze produttive giovanili, nella capacità di ricostruire un sistema di aspettative sensato.

Si dice che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Ma non è esatto, visto che tecnicamente in quel modo abbiamo potuto vivere. Abbiamo vissuto in base ad aspettative e con comportamenti insostenibili nel tempo. L’indebitamento è una mentalità orientata al breve termine, che ricaccia nel futuro i problemi invece di risolverli. E anzi per sostenere quel modo di vivere ci siamo convinti che la soluzione fosse quella di indebitarci sempre di più. Trattando il tema della sostenibilità, dell’equilibrio, della compatibilità di bilancio, come se fossero argomenti troppo noiosi per poter trovare spazio nel dibattito televisivo. La bolla che è scoppiata è la bolla delle aspettative, indotte dalla finanza, dal consumismo, dalla mentalità chiusa nel breve termine.

In uno scenario virtuoso, si ricostruisce una prospettiva di crescita ristrutturando la cultura delle aspettative e delle priorità, dando importanza alle cose importanti. Anche se non sono adatte a garantire picchi di audience.

Vent’anni di ricostruzione culturale possono essere necessari per abbandonare la mentalità dello spreco, per risparmiare energia, per smettere di comprare cose che poi non si usano, per riorganizzare il settore pubblico, per rilanciare la centralità della formazione, per investire nell’innovazione, per cercare non più la soddisfazione di breve termine ma la felicità di lungo termine: la qualità dell’ambiente, delle relazioni, della consapevolezza culturale. L’inefficienza non è stata solo del settore pubblico, ma anche di quello privato. Lo spreco è stato generalizzato. Pagarlo è necessario. Viverlo con il senso di progettare una bonifica mentale e ricostruire una società più decente è una scelta: ma vale la pena di compierla.

Altrimenti la finzione seguita da un bagno di realtà
Altrimenti, la politica può continuare a far credere di avere il potere discrezionale di scegliere anche le opzioni più populiste. Può continuare a dibattersi nei dettagli che fanno audience. Può continuare a fingere di vivere nella finzione. Ma la realtà non ci metterà molto a farsi vedere. E allora sarà una delle due: da un lato una cessione definitiva della sovranità, dall’altro l’avvio di una fase di perturbazioni economiche e sociali come non ne ricordano coloro che non hanno vissuto la guerra.

Se n’è scritto anche in questo blog. Il dramma dell’uscita dall’euro sarebbe l’avvio di una lunga fase di instabilità, di svalutazione, di inflazione. Solo i forti e i furbi ne trarrebbero qualche vantaggio. Ma la maggior parte della popolazione subirebbe le conseguenze della povertà, della violenza, dell’illegalità. Dell’ingiustizia.

lunedì 6 agosto 2012

L'improduttivita’ dell’ Ufficio tecnico del comune di Nova Siri


Il documento redatto dall’ass. Pavese e allegato alla delibera di consiglio e’  il lucido “Atto di dolore  “ di un corpo politico- amministrativo ormai in ginocchio , finalmente oggettivo nell’ ammettere di essere incapace di indirizzare e controllare le attivita’ di un settore che, con le competenti entrate extratributarie, dovrebbe essere il volano dell’economia dell’Ente, capace di rendere piu’ elastico il  bilancio comunale  (conditio sine qua non è impossibile perseguire strategie di sviluppo e di rilancio del territorio) , un bilancio ad oggi “ingessato” per l’elevatissima spesa corrente. Il documento riporta considerazioni sull’ improduttivita’ dell’ Ufficio tecnico  che avevo portato all’attenzione quando si era ancora in tempo per cambiare rotta verso approdi virtuosi.

 In tale contesto gravano importanti responsabilita’ della politica guidata dal Sindaco, la quale oggi  non puo’ riversare ogni colpa sugli impiegati comunali.

Intercettata la noxa patogena , già molto  tempo addietro indicai in giunta quale fosse il rimedio piu’ efficace (come riportato anche in un relativo articolo del  Quotidiano di Basilicata ): non gia’ spacchettamenti e redistribuzioni d’incarico ma  sarebbe stato utile , nell’immediato, creare innanzitutto un ambiente di lavoro  piu’ consono per l’ergonomia del personale attraverso procedure di AMMODERNAMENTO : istituzione di un URP (vi e’ un impiegato che ha portato a termine un apposito iter formativo di 900 ore) , attivazione di uno Sportello Unico per l’Edilizia, gestione informatizzata delle pratiche : tutto cio’ avrebbe evitato code esasperanti per i cittadini, avrebbe conferito rapidita’ alla trasmissione delle comunicazioni e degli esiti, avrebbe certamente permesso ai funzionari dell’ Ufficio Tecnico di lavorare con continuita’ senza subire ,ogni giorno e negli orari piu’ disparati, continue interruzioni alla propria opera  dovute  al  continuo viavai di  cittadini che si recavano sul posto per chieder lumi sullo stato delle richieste.

Il Sindaco non ha mai voluto prendere in considerazione tale proposta cosi come tante altre mie proposte  amministrative, ma non me ne stupisco, visto che negli ultimi tempi mi si negava finanche al telefono. Prima di impugnare una scure e tagliare teste dovrebbe chiedersi il Sindaco se ha creato un ambiente di lavoro decoroso per i componenti del settore , ma nemmeno di questo mi stupisco, vista la facilita’ con cui il novello Gengis Khan ha tagliato le teste del sottoscritto e quella dell’ex-vicesindaco Laddomata.

 Come puo’ un Sindaco avere un rapporto fiduciario con i capisettore se non ha nemmeno un rapporto di ascolto ed interazione con i suoi assessori? E poco ci è mancato che ci fosse vietato persino di accedere nei vari uffici del Comune  …

Recitato l’”Atto di dolore” , presto ci sara’, mi auguro,  anche il “De Profundis” : la maggioranza ,completamente sfilacciata, e’ in uno stato di cachessia irreversibile ed e’ inutile attendere il trapasso prolugando l’ agonia, perche’ tale agonia la vive sulla propria pelle tutta Nova Siri, l’intera comunita’.

 Ecco , quindi , la necessita’ che la presa di coscienza , pubblicamente palesata dall’ Assessore Pavese , rendo onore alla sua onesta’ intellettuale, sia una presa di coscienza anche per gli altri : sarebbe un atto d’amore verso i cittadini rimettere nelle loro mani il mandato popolare, un mandato che non si e’ reso proficuo per l’assenza di regia di un Sindaco formato part-time e incapace di fare scelte coraggiose e innovative, incapace di dare fiducia a chi lo ha portato a sedere per la seconda volta sulla poltrona di primo cittadino, incapace di conferire piena autorevolezza alle deleghe assessorili in seno alla macchina amministrativa, una macchina amministrativa che ha sempre voluto guidare da solo, con il motore in “folle” e a fari spenti. Questa inestinguibile attitudine all’accentramento sia tale anche adesso, ora che e’ il momento di assumersi la responsabilita’ dello sfacelo.

Sarebbe opportuno, infine, che il PDL, tenuta a battesimo questa maggioranza,  facesse conoscere ai cittadini il proprio parere e la propria posizione in questo frangente di default amministrativo: un partito che etimologicamente , nel suo acronimo, e’ imperniato sulla partecipazione popolare non puo’ e non deve ridurre il proprio contributo alla vita comunale  ad apologetiche , per quanto briose, performances da palco solo in campagna elettorale.

Giuseppe D’Armento (PDL) cons. com. indipendente

sabato 4 agosto 2012

L'arte del compromesso




Il termine compromesso non gode di buona fama. Fa pensare ad accordi sotto banco, alla rinuncia ai propri ideali per miseri tornaconti personali. Al contrario, l’intransigenza viene elevata a valore. Salvo poi scoprire che per alcuni, anzi per molti, fingersi intransigenti è un modo sottile per avere facile successo e realizzare i propri interessi. Ciò vale, in Italia, soprattutto in politica. E non c’è da meravigliarsene. Caduta la cosiddetta «prima Repubblica», per quasi un ventennio la politica ha riprodotto un gioco a somma zero, che esigeva una scelta di campo netta a prescindere dai temi sul tappeto. O con me o contro me. La divisione antropologica o quasi fra berlusconiani e antiberlusconiani ha significato impossibilità di trovare punti di condivisione che avrebbero potuto portare a soluzione questioni che, rimaste inevase, sono poi esplose, portandoci sul ciglio del precipizio.

Anche oggi che, con il governo Monti, siamo in una nuova fase, le forze dell’antipolitica e del populismo, a destra come a sinistra, continuano a far sentire forte la loro voce e rifiutano ogni confronto, proponendo ricette non solo semplicistiche e velleitarie, ma anche pericolose. Lo stesso governo tecnico è nato dalla constatazione che i partiti non erano in grado di raggiungere un dignitoso compromesso sulle cose da fare, assumendosi direttamente le proprie responsabilità.

Guai però a pensare che l’antipolitica sia un fenomeno solo italiano. Purtroppo negli ultimi anni ha conquistato sempre più spazi in Occidente. E persino negli Stati Uniti, con l’emergere di una destra fondamentalista e ultraliberista, il dibattito pubblico si è radicalizzato, assumendo i toni di una «guerra di religione», come raccontano Giovanni Borgognone e Martino Mazzonis nel volume Tea Party, edito da Marsilio nella collana «i libri di Reset». È da questa situazione che prendono le mosse due affermati scienziati della politica americani, Amy Guttmann e Dennis Thompson, nel loro recente The Spirit of Compromise. Il libro, edito da Princeton University Press, è un elogio dell’arte della politica, che per definizione è basata sul compromesso. «La politica — scrivono i due autori — è l’arte del possibile, quindi il compromesso è l’abilità richiesta alla democrazia».

L’obiezione che di solito viene posta a tesi di questo genere è che sui principi nessun compromesso è ammissibile. È chiaro per esempio che una democrazia non può venire a patti con forze illiberali: come diceva Karl Popper, chi vuole servirsi delle regole della «società aperta» per conquistare il potere e poi abolirle va messo fuori gioco. Ma non si può giudicare indegne di partecipare al gioco politico le forze che semplicemente non la pensano come noi. La china che porta dallo Stato di diritto allo «Stato etico» è sempre scivolosa. Più interessante è l’obiezione liberale al compromesso: esso annullerebbe il conflitto nell’illusione di creare una società armoniosa. Ora, è vero che il conflitto è il sale della democrazia, ma esso, per i padri del liberalismo, deve aver corso e vita nella società civile, per poi trovare una composizione nella politica. Non parlavano di conflitto semplicemente, ma sempre di conflitto regolato.

D’altronde, discutere e raggiungere un onesto compromesso significa corrispondere all’idea che nessuno è portatore della verità. E quindi adempiere a un dettato fondamentale del liberalismo. Chiunque, anche il nostro avversario, può aver visto aspetti della verità che ci erano sfuggiti e possono essere integrati nella nostra visione. O anche farcela cambiare. Il ripensamento e l’autocritica, quando sono il frutto di un travaglio interiore, ci fanno maturare e devono essere benvenuti. D’altronde, se viene meno la forza della contraddizione, l’«immane potenza del negativo» di cui parlava Hegel, la società non progredisce, la conoscenza stessa diventa statica e alla fine inservibile.

Qui il discorso dalla politica passa alla filosofia. Non è un caso, ad esempio, che in un volumetto pubblicato da Castelvecchi con il titolo Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Simone Weil contesti la logica della contrapposizione astratta. «Siamo arrivati al punto — scrive — da non pensare quasi più, in nessun ambito, se non prendendo posizione “pro” o “contro” un’opinione e cercando argomenti che, secondo i casi, la confutino o la supportino». Persino nella scuola, osserva, quando si presenta un testo agli scolari non si sollecita semplicemente una loro riflessione, ma li si invita a prendere posizione. E conclude: «Quasi dappertutto — e anche, di frequente, per problemi puramente tecnici — l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero». È una «lebbra che ci sta uccidendo».

Più in generale può dirsi che l’intero campo del pensiero si divida fra autori che sono consapevoli del carattere chiaroscurale della realtà e altri che invece si ritengono portatori della verità. Questo è il limite di ogni illuminismo, l’inconsapevolezza che una luce troppo accesa impedisce di vedere. Proprio come il buio. Quando Isaiah Berlin passa a studiare, e anche ad apprezzare, i tardo illuministi o protoromantici tedeschi (Hamann, Herder, Jacobi, Humboldt), non abbandona il campo del liberalismo. Si mette piuttosto alla ricerca di una razionalità più concreta e di un liberalismo più compiuto, per fare i conti con la varietà e complessità del mondo umano.

Il tardo illuminismo culminò nel pensiero di Hegel, che ripropose e portò a compimento la lunga storia della logica dialettica. È una logica che non si fonda, come quella formale, sul principio di non contraddizione, ma concepisce ogni concetto in relazione dinamica col suo opposto, in quanto parte di un insieme che entrambi li regge e giustifica. Un’anima pia come Kierkegaard capì subito che era su questo punto che andava sferrato l’attacco contro Hegel. E infatti oppose la sua logica dell’aut aut a quella dell’et et propria del maestro di Stoccarda.

Ora, mi chiedo: è solo un caso che nella nostra epoca di contrapposizioni forzate e di antipolitica diffusa la dialettica sia il grande rimosso della filosofia? E non è da qui che occorre ripartire per riabilitare la nobile arte del compromesso?

di Corrado Ocone. dal corriere