venerdì 6 aprile 2012

La lista degli assenti alle amministrative di Policoro


di PIERANTONIO LUTRELLI, dal quotidiano della Basilicata


POLICORO - Sei candidati sindaco, duecentosessantanove aspiranti consiglieri. Tanti nomi e tanti volti presenti in maniera diretta in questa campagna elettorale per il voto amministrativo del 6 maggio. Da una lettura attenta delle liste non si può non notare che queste elezioni segnano una linea di demarcazione netta con il passato. Sono tanti, infatti, gli esclusi o gli auto esclusi dalla competizione. In compenso ci sono tanti volti nuovi o, diciamola tutta, tanti riempitivi che hanno consentito a tutti gli schieramenti di presentare le liste di sedici nominativi, in molti casi anche attingendo a persone che nulla hanno a che vedere con la vita cittadina, perché vivono fuori, risiedono in altri comuni o lavorano fuori. Siamo quasi certi che poco consenso riscontreranno nelle urne in quanto a preferenze. Verrebbe da dire, tornando alla lettura delle liste, che balzano all'occhio, in molti casi, più gli assenti che i presenti. Non si può non notare che non figurano tra i candidati nomi importanti della vita politica cittadina degli ultimi 10-15 anni. Tra questi senza dubbio l'ex sindaco Antonio Di Sanza candidatosi più volte dal '93 ad oggi. Stesso discorso vale per l'ultimo sindaco Nicola Lopatriello che dal '97 era stato sempre candidato e che dopo quattro consigliature passate quasi interamente a fare il sindaco, ora assiste da spettatore attento. Non candidato è anche l'ex sindaco Setafino Di Sanza, che sembrava più volte in procinto di scendere in campo. Anche l'ex sindaco ed ex presidente del Consiglio comunale, Otello Marsano, ha scelto di fermarsi. Non candidato è anche l'ex assessore, Cosimo Ierone, che però ha presentato la lista "Policoro viva" a sostegno del candidato sindaco, Gianni Di Pierri. Ma i non candidati eccellenti sono tanti, e non tutti così come quelli citati fino ad ora, sono fuori dalla vita politica. In molti casi ha giocato una scelta personale o motivi di opportunità politica. In alcuni anche l'esclusione. Ma in molti è prevalsa la voglia di "passare la mano". Tra i non candidati gli ex assessori della giunta di Serafino Di Sanza, gli avvocati Enrico Bianco e Mimmo Ranù. Entrambi in particolare quest'ultimo che ha avuto anche proposte di candidatura a sindaco, sono stati molto corteggiati. Tra i non candidati anche l'ex vice sindaco di Serafino Di Sanza, il dottor Rocco Di Leo, responsabile del Pronto soccorso del locale nosocomio. Tra le liste non vi figurano anche i noti odontoiatri, Raffaele Palmieri e Pasquale Suriano. Il primo è stato a lungo corteggiato dal Pd. Non candidato anche, ma per motivi familiari, il presidente delle Acli, l'agronomo Giulio Sarli vicino al Pd. Sono fuori dalle liste anche gli ex assessori recenti del Pdl, Tommaso Siepe e Luisa Lasaponara. Il locale partito guidato dal candidato sindaco, Rocco Leone, non ha gradito il fatto che i due fossero rimasti in giunta chiamati dall'ex sindaco Lopatriello, nonostante la sezione fosse di parere opposto. Lasaponara è stata corteggiata anche da "Policoro Democratica" lista a sostegno del candidato sindaco del centrosinistra, Gianluca Marrese, ma ha preferito desistere. Tra i non candidati anche gli ex consiglieri comunali, Carmela Suriano, Carlo Quinto, Antonio De Santis, Giuseppe Arcuri, Nicola Buongiorno, Michele De Capua, Antonio Nigro, Massimo Giampietro e Ivana Santamaria. Restano fuori per scelta personale anche gli ex assessori, Felice D'Amato, Nicola Trupo e Matteo Olivieri. Un "esercito" formato da persone di cui, siamo certi, in un prossimo futuro sentiremo ancora parlare.

Bossi, la resa che chiude un'era


di MICHELE BRAMBILLA, dalla stampa

Non è un caso che l’addio di Umberto Bossi sia arrivato appena cinque mesi dopo quello di Silvio Berlusconi. Per quanto diversi per censo e perfino per tratti antropologici, i due erano legati fra loro assai più di quanto non siano legati due semplici alleati politici. La loro avventura era evidentemente destinata ad avere un inizio e una fine comuni, e come certi vedovi inconsolabili, l’uno non poteva sopravvivere alla fine dell’altro.

Così in soli cinque mesi la loro uscita di scena cambia di colpo, e probabilmente per sempre, il profilo della destra italiana e l’intero scenario politico nazionale. Finisce un’era: quella dei «fondatori», dei partiti personali, del leaderismo e del culto del capo, dei finti congressi e delle acclamazioni. Finisce anche, si spera, la stagione delle forti contrapposizioni e delle chiamate alle armi.

Pure nell’addio i due vecchi capipopolo risultano così simili da apparire inseparabili. Per tutti e due, non s’è trattato di dimissioni: s’è trattato di una resa. Non lasciano perché ritengono sia giunta l’era del buen retiro, ma perché travolti dagli avvenimenti. Non lasciano da vincitori, ma da sconfitti. Eppure, sono sconfitti cui va riconosciuto l’onore delle armi.

Se è vero infatti che sarà la storia a separare per entrambi il grano dal loglio, già oggi si può dire che sia Berlusconi sia Bossi sembrano migliori da vinti che da vincitori. Uomo destinato (e non solo per colpa sua) a dividere, Berlusconi ha lasciato unendo: se oggi l’Italia tenta faticosamente di uscire dalla crisi con un governo di solidarietà nazionale, è anche perché il Cavaliere ha saputo, all’ultimo, tenere a freno i suoi falchi. Magari l’avrà fatto anche per interesse personale, ma l’ha fatto.

Allo stesso modo, Bossi mostra più nobiltà nel lasciare di quanta ne abbia mostrata restando - non si sa quanto consapevolmente - attaccato a un trono che era diventato la vacca da mungere da parte di una losca compagnia di giro. La vicenda umana di Bossi è segnata, come molte, da quelle leggi implacabili che si chiamano del contrappasso e dell’eterogenesi dei fini. Lui che tante volte ha urlato di voler usare come carta igienica la bandiera italiana, è stato di fatto il porta vessillo della versione più meschina della bandiera italiana: quella che, come diceva Longanesi, al centro ha la scritta «ho famiglia». Lui che organizzò due finte feste di laurea, e che fece credere alla sua prima moglie di essere medico, cade per essersi scelto un tesoriere che comprava lauree e diplomi; e per dare un futuro a un figlio che qualcuno gli faceva credere già quasi laureato.

Miserie, fragilità, debolezze. Da guardare però con misericordia nel giorno in cui il misero, il fragile e il debole cade. Per quante responsabilità possa avere avuto, suscita pietà il vecchio capo che con orgoglio parla a un collega del figlio che - crede lui - ha fatto da interprete a Berlusconi e Hillary Clinton; e che poi apprende con sgomento che il libretto universitario del suo erede non ha dei trenta ma degli spazi bianchi. Proprio perché noi non ci vergogniamo a essere italiani nel bene e nel male, non ci accodiamo a chi infierisce su un padre che va in crisi per un figlio.

Così è strana la vita: il politico del «celodurismo» cade per essere stato troppo debole in famiglia; e l’uomo che dal niente aveva messo in piedi un impero, cade per mano di mediocri cortigiani. Bossi «muore» politicamente meglio di quanto abbia vissuto anche e soprattutto perché non fugge di fronte alle proprie responsabilità, anzi se ne fa carico e arriva a pronunciare parole inaudite nel mondo della politica: «Chi sbaglia paga, qualunque cognome porti».

Altre, e ben più gravi, sono le sue colpe. Prima ancora che per i colpi della malattia e del cosiddetto cerchio magico, Bossi deve lasciare la scena per un fallimento politico. È stato grande nel trasformare l’aria del Nord in un partito da dieci per cento. Ma altrettanto grande nello sfasciare tutto: prima mettendo in un angolo le intelligenze che avrebbe potuto arruolare (la migliore, Miglio, fu messa alla porta con la sprezzante etichetta di «una scoreggia nello spazio»), poi dissipando anni e anni di governo senza mai realizzare una sola delle riforme annunciate. Se la Lega non gli sopravviverà, non sarà perché non vi può essere un altro leader dopo di lui, ma per i vent’anni di promesse non mantenute.

Anche qui, sarà la storia a rispondere. Per ora possiamo leggere gli avvenimenti solo con lo sguardo della cronaca, che ci fa immaginare per le elezioni del 2013 una destra e un quadro politico generali completamente diversi - e speriamo migliori - rispetto agli ultimi vent’anni.


giovedì 5 aprile 2012

Guardandosi allo specchio


I PARTITI E IL FINANZIAMENTO PUBBLICO
Guardandosi allo specchio
L'antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L'idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l'immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.

Il bene costituzionale della cittadinanza si riflette nell'orgoglio per i simboli repubblicani, nella rispettabilità degli organi elettivi, nel prestigio delle istituzioni e nella serietà e dirittura personale di coloro che temporaneamente ne reggono le sorti. Una buona legge sui partiti avrebbe fatto scoprire prima, o addirittura evitato, sia il caso Belsito, ex sottosegretario leghista alla Semplificazione ( sic ), sia l' affaire del senatore Lusi, ex della Margherita, che dimostra come i partiti, a differenza dei cittadini, incassino anche da morti. Se i parlamentari avessero affrontato con maggiore serietà, e non con sacrifici episodici, il tema dei loro emolumenti e del costo complessivo di funzionamento delle istituzioni, la loro popolarità non avrebbe raggiunto livelli così bassi. Se il referendum del 1993, che vietava il finanziamento dei partiti, non fosse stato aggirato con una legge truffa sui rimborsi elettorali, il discredito non sarebbe stato così devastante.

Difficile dimostrare a famiglie alle prese con tasse crescenti e salari magri che sia vitale per la democrazia una leggina del 2006 che, oltre a consentire l'anonimato dei contributi ai partiti sotto i 50 mila euro, non ha risolto il problema dei controlli sui rendiconti delle spese. I cittadini tirano la cinghia, soffrono, ma il finanziamento pubblico ai partiti in dieci anni è lievitato del 1.110 per cento. Se tutte le voci di spesa pubblica avessero seguito la stessa dinamica saremmo già in bancarotta. I rimborsi sono dieci volte più alti delle spese, ma nessuno si è mai sentito in dovere di restituire ai cittadini quanto incassato in più grazie a una legge troppo generosa. Sarebbe stata una forma di immediato rispetto per i molti che vengono pagati in ritardo, o non pagati affatto, per i tanti che si vedono ritirare i fidi dalle banche e non hanno la fortuna di ottenere rimborsi superiori alle loro spese. Nella vita reale, fuori dal Palazzo, se qualcuno incassa di più di quanto gli spetta, generalmente restituisce. Ha promesso di farlo Rutelli, ma solo dopo l'esplosione del caso Lusi. Non prima.

A parole tutti vogliono cambiare la legge sui rimborsi elettorali. Sono una quarantina le proposte di riforma. Nessuna delle quali è all'ordine del giorno dei due rami del Parlamento. Non è un caso che ieri Enrico Giovannini, capo dell'Istat, si sia dimesso dall'incarico di presidente della commissione incaricata di studiare come ridurre i costi della politica e allinearli alla media europea. Regole scritte male, missione impossibile. Il capo dello Stato è intervenuto, ancora una volta e autorevolmente, per sollecitare decisioni immediate. Forse sarebbe opportuno che i presidenti del Senato e della Camera chiedessero al governo di concordare un decreto legge da approvare in fretta. Per dimostrare che i partiti sanno guardarsi allo specchio. Conservano il senso della responsabilità nazionale e sapranno contrastare al meglio la deriva dell'antipolitica che si nutre di scandali e di microinteressi. E che conosce un solo antidoto: il buon esempio.

di Ferruccio De Bortoli, dal corriere
5 aprile 2012 |

Larghe intese dopo Monti


5/4/2012 - IL GOVERNO DEL PRESIDENTE

di GIAN ENRICO RUSCONI , dalla stampa
Nella lunga e articolata intervista rilasciata al direttore Calabresi, Mario Monti fa un’affermazione rivelatrice. «Già in un’intervista a La Stampa nel 2005 avevo detto che ci sarebbe voluta una grande coalizione per fare le riforme: mi attirai solo critiche o giudizi di irrealizzabilità, ma alla fine mi pare che proprio questo sia successo».

Il suo governo - o meglio il sostegno parlamentare di cui ha bisogno - è dunque una variante della grande coalizione?

È la prima volta che il premier si esprime in termini così esplicitamente politici. Lo fa rispondendo alla domanda su chi può garantire che i comportamenti virtuosi dell’attuale governo non vengano abbandonati da un futuro governo «politico» e quindi quale quadro partitico potrà proseguire la sua opera. La risposta è, appunto, «una grande coalizione».

L’affermazione non è né banale né scontata, e definisce la qualità politica dell’appoggio al suo governo. Anzi, è una sorta di ipoteca sul futuro - al di là della sua persona.

In realtà questa posizione contiene alcune valutazioni sulla situazione odierna e una prospettiva politicoistituzionale futura che è bene mettere a fuoco criticamente.

Correggendo l’impressione che aveva sollevato una settimana fa, Monti si mostra ora molto contento del consenso di cui gode presso i tre partiti che lo sostengono e i loro leader. C’è un tocco di soddisfazione «pedagogica» (un termine che ritorna un paio di volte nell’intervista) vedendo finalmente i leader dei tre partiti «esercitare capacità di leadership, senza aspettare che il cento per cento del loro mondo di riferimento sia d’accordo con loro». Di conseguenza se i tre partiti (o meglio i tre leader) hanno imparato a intendersi e «a trovare un terreno comune pur senza avere il beneficio del protagonismo diretto, allora anche in una nuova fase di governi politici, in cui si assumeranno in prima persona la responsabilità di governare con i loro leader», è legittimo aspettarsi che anche il loro governo «politico» funzionerà. In prospettiva Monti si prepara ad annunciare che la sua «missione è compiuta».

Ma le cose non sono così semplici. Se il governo Monti riuscirà a realizzare pienamente il suo programma di riforme, non sarà semplicemente per la ritrovata convergenza dei partiti principali, ma per l’autorevolezza di cui gode. Questa autorevolezza gli viene dalla sua competenza riconosciuta internazionalmente e dalla particolare legittimità che gli deriva dalle circostanze e dalle procedure della sua formazione. È la legittimità di un «governo del Presidente», ineccepibile sul piano costituzionale ma audace sul piano politico. Lo diciamo con franchezza, senza secondi pensieri maliziosi.

Ebbene, basterà la formula di una futura «Grande coalizione» per avere la stessa competenza e la stessa forza politica, grazie alla ricostituzione della tradizionale procedura parlamentare? Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo prendere atto di un altro problema che incombe sul sistema partitico italiano, sulla cui tenuta Mario Monti non sembra nutrire dubbi.

C’è il pericolo che le prossime elezioni amministrative segnalino un preoccupante aumento di astensionismo e la dispersione dei consensi alle tantissime liste civiche o localiste. Mancherà quindi la chiarificazione che si attendono le maggiori forze politiche. Anche se i leader di partito troveranno scappatoie verbali per dissimulare la deriva verso la virtuale scomparsa dei partiti che oggi occupano in modo inerziale il sistema mediatico. Potranno esultare solo i partiti minori che manterranno la loro consistenza, a conferma della frantumazione del sistema politico. Avremo un sistema di partiti tutti «minori» - e non solo in senso aritmetico.

Non mi pare che questo processo possa essere arrestato dalle proposte di riforma istituzionale ed elettorale che volonterosamente i partiti maggiori hanno avanzato nei giorni scorsi, senza per altro andare al di là delle dichiarazioni di intenti. Si tratta di ragionevoli varianti di proposte di cui si parla da decenni, ma senza un vero salto di qualità. Soprattutto presuppongono che l’elettorato italiano sia sempre lo stesso. O meglio, ci si aspetta che l’elettorato, dopo le contrapposizioni della stagione berlusconiana, torni ai buoni vecchi partiti, sia pure esteticamente rifatti, come se niente fosse stato. Ci si preoccupa - giustamente - della maggiore rappresentatività, ma molto meno della competenza ed efficacia decisionale del governo.

La forza del governo Monti invece consiste proprio nella sua capacità di decidere a fronte di una rappresentanza parlamentare che è «invitata» a dare la sua approvazione in una situazione di emergenza. I politici continuano a ripetere che il governo Monti è solo un intermezzo amaro ma necessario, da loro sostenuto «responsabilmente». In realtà è molto di più di così. Sta mostrando di essere un governo che aggrega decidendo. Chi e come, dopo di lui, sarà in grado ancora di farlo? Non basta la formula della grande coalizione, se questa non prevede un esecutivo autorevole.

Mario Monti ripete che il suo incarico terminerà con la scadenza della legislatura, per lasciare il posto alla «politica». Apparentemente parla come i suoi interlocutori in Parlamento. E lascia interamente a loro l’onere di ridisegnare eventuali riforme istituzionali. Non lo considera un problema di sua competenza, anche se l'approccio del suo governo all’art. 18, i discorsi sulla fine della concertazione o altre prese di posizione presuppongono una concezione politica che va ben oltre la gestione dell’ordine esistente.

In realtà lo stile di governo di Monti, ineccepibile sul piano istituzionale e personale, contiene forti implicazioni e ipotesi di innovazione istituzionale. Sono tutte implicite nella formula del «governo del Presidente». Come ho detto, è un concetto da usare con attenzione per non creare equivoci. Ma è urgente che approfondiamo la sua problematica al di là della vicenda contingente di questi mesi. Per molta cultura politica del nostro Paese, ogni ipotesi di riforma istituzionale che evochi il «presidenzialismo» in qualunque forma, è motivo di sospetto prima ancora che di ragionata opposizione. Ma quello che sta accadendo da mesi è la prova evidente della necessità di dotare il nostro sistema politico di competenze di governo che abbiano la legittimità e la forza di aggregare decidendo, soprattutto di fronte alla crescente dispersione delle rappresentanze degli interessi. È un’esigenza primaria. Discutiamone.


mercoledì 4 aprile 2012

Non mettiamo il petrolio nell’acqua del Pertusillo?


Non mettiamo il petrolio nell’acqua del Pertusillo?
Qualche tempo fa ho messo per la prima volta piede in Basilicata, l’ultima Regione d’Italia che a me piemontese mancava di visitare. Un Convegno sull’inquinamento ambientale a Potenza, organizzato dalla collega, prof. Albina Colella dell’Università della Basilicata (che mi ha anche aiutato a scrivere questo articolo fornendomi tutti i dati) e dal “Comitato Aria Pulita” della Basilicata.

A valle del Convegno, durante un forum di discussione, lessi un commento, che inizialmente presi come serio, fino a quando la collega non mi spiegò essere ironico: “E’ bello vivere in Basilicata: una terra incontaminata dove tutto funziona a meraviglia. Una regione dove aria, acqua e suolo sono liberi da ogni forma di inquinamento”. Io, da profondo nordico, avevo della Basilicata l’idea di una regione più o meno incontaminata e con una magnifica natura: e se la seconda parte è senz’altro vera (la Basilicata è bellissima, provate per credere), sull’incontaminata ho avuto modo – purtroppo – di ricredermi per un caso. Il Lago di “Pietra del Pertusillo” è un lago artificiale costruito tra il 1957 e il 1962, a sbarramento del fiume Agri. Le sue acque vengono usate per scopo irriguo e potabile, sia in Lucania che in Puglia, ma nel contempo è ubicato nell’area del più grande giacimento di idrocarburi in terraferma d’Europa e dista circa 8 chilometri da un centro di desolforazione dell’olio greggio, il Centro Oli di Viggiano. Il lago si trova in una zona ricca di risorse idriche, con fertili aree agricole, in gran parte nel Parco Nazionale della Val d’Agri, ma che ospita 25 pozzi petroliferi attivi.

Nel lago del Pertusillo scaricano 3200 tubature che riversano materiale inquinante; il dato viene fornito dall’Arpab, gli scarichi sono sia privati che pubblici. Denunce sull’inquinamento da idrocarburi delle acque del Pertusillo sono state fatte a più riprese, fino a culminare in un articolo (“Hydrocarbons in Sediments and Waters of the Pertusillo Dam, Italy”, Pag. 19 del Programma) presentato dalla prof. Colella ad un Convegno Internazionale sulla Protezione Ambientale nei Paesi del Mediterraneo, lo scorso anno. Un giornale d’inchiesta lucano (Basilicata24) ha appena denunciato pressioni “in alte sfere” per non diffondere notizie sull’inquinamento con un video-shock che sta facendo il giro della rete in questi giorni, che ha fatto seguito ad un altro video documentale. Episodi “spiacevoli” sono accaduti nel recente passato a esponenti dell’Ehpa (Associazione per la Tutela della Salute e dell’Ambiente di Basilicata) e ad altri, dopo aver analizzato le acque della diga e averne divulgato pubblicamente l’inquinamento, oltre che da idrocarburi anche da bario (un metallo pesante usato nei fanghi di perforazione petrolifera).

L’acqua del Pertusillo è acqua che “scotta”. L’Istituto Superiore di Sanità sta collaborando con l’Arpab per lo studio della qualità biologica delle acque di questo invaso: le analisi più recenti confermerebbero la presenza di idrocarburi, già denunciata e documentata anche nei sedimenti dell’invaso dal gruppo Ehpa e Oipa (Guardie Eco-Zoofile di Potenza) guidato dalla Prof.ssa Colella: analisi fatte dopo la moria di pesci nel lago del 2010 e 2011.

Un’area designata come parco nazionale, ma compromessa dalle trivellazioni petrolifere, dove l’agricoltura continua a morire e l’inquinamento sembra essere entrato nella catena alimentare: si trovano idrocarburi nel miele, fanghi e scarti di perforazione petrolifera sepolti nei campi contaminati dove vanno a pascolare le pecore, benzene e toluene nelle falde idriche intorno al Centro Oli Eni di Viggiano. Il centro di monitoraggio ambientale è stato avviato solo nel 2012, 13 anni dopo la stipula dell’accordo con l’Eni, e si riscontra la mancanza di un archivio storico dei dati utile per monitorare negli anni l’andamento delle emissioni inquinanti.

Gli abitanti lamentano un aumento delle patologie e i giovani emigrano in maniera inarrestabile. Ma ci sono in ballo miliardi di royalties delle compagnie petrolifere, che occupano i 2/3 del territorio regionale con 51 tra permessi di ricerca, istanze di ricerca, concessioni e campi di stoccaggio del gas, con due centri olio esistenti dell’Eni ed il costruendo centro olio a Corleto Perticara. Il memorandum recentemente siglato tra Stato e Regione Basilicata prevede il passaggio dell’estrazione di petrolio in Val d’Agri da 80 mila fino a circa 129 mila barili al giorno, che con l’attivazione dell’impianto di Tempa Rossa, a Corleto Perticara, saliranno fino a 175 mila barili.

Forse, la ricetta sarebbe poi semplice: evitare di mescolare il petrolio con l’acqua da bere e che si usa per coltivare. Ma che si debba sempre arrivare a denunce di ricercatori e a formazione di Comitati di cittadini in lotta per l’ambiente, pare un passaggio irrinunciabile, in Italia.

scritto in collaborazione con la Prof. Albina Colella, dell’Università della Basilicata
Fonte: il fatto quotidiano

La quaresima della classe politica


di FEDERICO GEREMICCA, dallastampa

Sarà perché a volte le cose si vedono meglio stando lontano dal campo di battaglia, oppure sarà per la circostanza che il passo indietro fatto in autunno non ha appannato un certo fiuto politico.

Fatto sta che ci ha dovuto pensare Silvio Berlusconi ieri - a raffreddare gli spiriti di rivalsa che vanno montando nel suo partito.

Il governo di Monti non si tocca fino a fine legislatura, ha ripetuto. E a chi considera questa scelta rinunciataria, ha spiegato: «La classe politica gode della fiducia del 4-5 per cento degli italiani. E una percentuale di elettori che sfiora il 60 per cento, oggi non saprebbe nemmeno per chi votare». Quindi, nervi a posto, sostegno a Monti e avanti sulla via delle riforme.

Si tratta di una presa d’atto assai realistica circa il clima che si respira nel Paese, e che restituisce tutt’altro peso e valore alla pur importante tornata elettorale del 6 e 7 maggio. In entrambi gli schieramenti, infatti, fino ad ancora un paio di settimane fa c’era chi attribuiva al prossimo voto amministrativo addirittura il valore di un giudizio sull’operato del governo, da mandare eventualmente a casa per accorciare la penitenza cui sono obbligati i partiti. Non ci voleva molto, in verità, a capire che le cose stavano in tutt’altro modo: e che a rischiare l’osso del collo - nel voto di maggio - saranno certo più i partiti che l’esecutivo tecnico di Mario Monti.

Lo “scandalo dei tesorieri” (prima Lusi, Margherita, e ora Belsito, Lega) ha soltanto aggravato una situazione di difficoltà che era già sotto gli occhi di tutti. Difficoltà che, in parte, sono addirittura oggettive: se solo si pensa, per esempio, alla complessità di condurre una campagna elettorale contro partiti che sono avversari magari a Palermo o a Verona - per dire ma alleati (seppur di malavoglia) a Roma. O, ancora, al fatto che nessun candidato - né di centro, né di destra e nemmeno di sinistra - potrà stavolta esser sostenuto da ministri e sottosegretari col solito corteo di auto blu (con tutto quel che significa in termini di clientela, promesse e consenso). Non è forse mai accaduto, in Italia, nemmeno ai tempi del governo «tecnico» di Ciampi. Il fatto è che la «classe politica» - per usare un termine che andrebbe cancellato - è in piena Quaresima: ma con una Pasqua che appare ancora lontanissima...

A queste difficoltà oggettive si sono via via aggiunti, nelle ultime settimane, problemi che hanno fiaccato ancor di più lo stato di salute di tutte le forze politiche, praticamente nessuna esclusa. Scandali a catena - da Sud a nord - con sindaci sotto tiro per regali a base di ostriche e prelibatezze di mare, e tesorieri indagati per spaghettini al caviale a spese del partito. Poi, naturalmente, le difficoltà politiche legate all’incalzante (e discussa) azione del governo: dall’alta tensione nel triangolo Pd-CgilFiom ai malumori nel Pdl, che ha visto colpita dal governo anche parte (piccola parte...) del proprio insediamento elettorale.

I partiti, insomma, arrivano senza potere e senza quasi più onore all’appuntamento elettorale che avrebbe dovuto invece decidere della durata del governo Monti e che - al contrario - si va caratterizzando come un esame delicatissimo circa le loro possibilità di ripresa e di rilancio. Il proliferare di liste civiche e l’enorme numero di candidati in campo, forse riuscirà a mascherare le difficoltà di questo o quel partito rendendo praticamente quasi impossibile separare vinti e vincitori. Ma c’è un dato che sarà difficilmente aggirabile: il livello crescente di disaffezione elettorale.

In calo ormai da anni, la partecipazione al voto rischia di essere ulteriormente depressa dalla presenza a Roma di un governo che rappresenta - per la sua stessa e sola presenza - un muto atto d’accusa verso i partiti. A fronte di questa novità, ben altro - si era detto - avrebbe dovuto essere l’azione dei partiti. E invece, dagli scandali a raffica fino all’efficacia dell’azione politica (si pensi alla palude in cui sembrano finite le riforme) si è continuato l’andazzo di prima. Si poteva far senz’altro meglio: e il rischio, adesso, è raccogliere frutti amarissimi nelle prime vere elezioni al tempo dei tecnici...

martedì 3 aprile 2012

Tutte le liste presentate per partecipare alle elezioni amministrative di Policoro



Sei candidati sindaco 
e diciassette liste di aspiranti consiglieri



Lista Stella candidato sindaco Giuseppe Di Matteo

Franco Stella, Angelo D’Alessandro, Domenica De Giorgio, Debora Desio, Paolo Di Rose, Fedele Dicosola, Antonio Galante, Paolo Giannasio, Giuseppe Giordano, Rocco Introcaso, Raffaele Micelli, Antonio Montesano, Salvatore Parziale, Marco Petriello, Pasquale Ricciardulli, Carmine Rimoli.


Policoro E’ Tua candidato sindaco Ottavio Frammartino

Farina Ivano, Rizzo Francesco Antonio, D’alessandro Giuseppe, Votta Michele, Pastore Lucio, Magnella Nicola, Grieco Annamaria, Frammartino Ottavio, Strippoli Michele, Paterino Giuseppe, Marsico Maria Magdalena, Wilk Iwona Eayta, Bitetti Patrizia, Manolio Carmine, Logroio Davide, Silletti Laura

Pd sindaco Ginaluca Marrese

Giulia Bigioni, Amedeo Brasile, Giuseppe Bronzino, Giuseppe Bruno, Patrizia Costanza, Beatrice Maria Di Brizio, Francesco Antonio Fortunato, Egidio Gialdini, Francesco Labriola, Francesco Lattarulo, Fabiano Montesano, Antonio Quarta, Nicola Basilio Ruggiero, Maria Antonietta Sollazzo, Luigi Truncellito, Nicola Vallinoto.

Alternativa è Futuro Marrese

Marco Abruzzese, Donato Astrella, Teresa Carretta, Francesco Antonio Cuccarese, Rosetta D’Alessandro, Fransceco Di Matteo, Domenico Dipinto, Anna D’Urso, Cosimo Fedele Fusco, Giovanni Gialdino, Vincenzo Marra, Francesco Mitidieri, Maria Concetta Parziale, Agnese Tornese, Egidio Trupo, Nicola Tufari.

Idv Marrese

Eustacchio Bia, Elisabetta Carella, Rocco Carrera, Olga Colletta, Luciano Corsano, Ursula Cospito, Adele D’Agostino, Giovanna D’Antona, Benedetto Gallitelli, Edmondo Guarino, Laura Laguardia, Antonella Laviola, Antonio Orlando, Maria Teresa Prestera, Stefano Santoro, Vincenzo Spagnuolo.

Policoro democratica Marrese sindaco

Eleonoara Cantisani, Francesco De Lorenzo, Antonio Di Sanza, Domenico Donadio, Rocco La Rocca, Salvatore Leone, Bruno Liguori, Mario Loviglio, Giambattista Falcone, Alessandro Razzante, Nicola Sanapo, Antonio Santoro, Salvatore Silvestri, Carmine Vetere, Antonio Visaggi, Rosanna Carlucci.

Udc sindaco Marrese

Antonio Mastrosimone, Nicola Stigliano, Mario Vigorito, Salvatore Barbalinaldo, Raffaele Buonfanti, Domenico Cammina, Michele Canitano, Dominga Fornabaio, Vito Leone, Patrizia Modarelli, Maria Montesano, Luigi Oliva, Alessia Pica, Riccardo Romano, Rocco Teta, Gianluca Vizziello.

Futuro e Libertà candidato sindaco Gianni Di Pierri

Giuseppe Callà, Claudio Acquaro, Vincenzo Ciriello, Massimo Di Vincenzo, Jessica Epifani, Giuseppe Filangieri, Maristella Mingolla, Luca Pantano, Nicola Santarcangelo, Cosimo Alessio Stigliano, Giuseppe Valenza, Luigi Vitali, Giovanni Tortorelli.

Policoro Viva Di Pierri

Antonio Ripoli, Gina Abatiello, Antonio Calimano, Arcangelo Cellammare, Biagio Cipolla, Antonio Cosa, Silvano D’Agostino, Cosimo D’Aversa, Vincenzo De Giorgio, Carmela De Palma, Angela Rosa Ergastolo, Anna Maria Lo Franco, Nicola Lofrano, Caterina Sorrenti, Luigi Spano, Lorenzo Latronico.

Policoro Futura Gianni Di Pierri

Giuseppe Buccolieri, Mariarosa Cirigliano, Rino Vladimiro Cocilova, Marco De Lillo, Giuseppe Gizzi, Egidio Longo, Antono Tommasso Lapoatriello, Giuseppe Maiuri, Gianmario Ottavio Massocchi, Francesco Quinto, Salvatore Ricciardulli, Giampiero Salerno, Antonella Santulli, Giambattista Stigliano, Giuseppe Tataranno, Giuseppe Varasano.

Api Di Pierri

Leonardo Barbera, Saverio Carbone, Nicola Casolaro, Cosimo Damiano Cavallo, Sonia Clementelli, Luigi Di Santo, Sergio Favilla, Francesco Paolo Gagliardi, Vincenzo Lateana, Mary Padula, Antonio Satriano, Cosimo Simone, Angelo Spaggiari, Daniele Torsello, Carlo Trupo, Nicola Viola

LISTA CIVICA “IMPEGNO COMUNE”, Rocco Leone

Rosa Agneta, Mario Cristiano, Giuseppe Ferrara, Antonio Fucci, Davide Guarini, Antonio Lauria, Giovanna Lofrano, Isabella Morando, Arcangelo Muscetta, Angelo Porsia, Angelo Salerno, Mario Trotta, Pasquale Varlaro, Gianluca Ventruto, Antonio Vitale, Antonio Zangaro


Lista Trenta, Rocco Leone

Mario Demitolo, Damiano Di Matteo, Debora Donadio, Pietro Gentili, Lidia Libutti, Giovanni Lippo, Antonio Mandraffino, Giuseppe Montano, Massimilaino Padula, Marco Pinca, Francesco Rinaldi, Daniele Sanasi, Giorgio Santoriello, Massimiliano Scarcia, Carlo Stigliano, Francesco Tucci

Pdl Rocco Leone

Santino Accattato, Gennaro Bergamotta, Domenico Bianco, Antonio Cantasano, Rocco Colucci, Antonio Frasca, Giuseppe Guida, Veronica Lapadula, Livia Lauria, Domenica Lauria, Gianluca Modarelli, Francesco Oliva, Domenico Parziale, Donatello Sollazzo, Gennaro Tauro, Laura Vammacigno.


NUOVA HERACLEA, Filippo Vinci

Antonio Cirigliano, Antonio De Paola, Filippo Di Pinto, Salvatore Di Sanzo, Alberto Donadio, Enrico Dubla, Giuseppe Fittipaldi, Filippo Lo franco, Onofrio Lopatriello, Antonio Mastropirro, Erasmo Massimiani, Marcello Mele, Salvatore Mele, Salvatore Melidoro, Maria Teresa Montesano, Nicola Santo, Carmine Verardi

Vinci per Policoro, Filippo Vinci

Ciro Altiero, Carlo Capodiferro, Cosimo Cellammare, Rino Di Matteo, Teresa Fortunato, Alfio Giannino, Michele Guerriero, Anglona Latorraca, Giuseppe Lilli, Franco Lista, Donato Longo, Nichy Manolio, Mario Rimoli, Andriano Spano, Cinzia Toscano, Rocco Guida

Casa dei Moderati, Filippo Vinci

Adriano Battafarano, Serafino Benedetto, Giuseppina Buongiorno, France De Luca, Egidio De Mare, Pietro De Virgilio, Vincenzo Di Cosola, Antonio Fittipaldi, Giovanni Lofranco, Pasquale Marino, Gianfranco Prillo, Francesco Puppio, Umberto Rago, Maria Ricciardulli, Santino Visaggi, Giuseppe Vitale

Partitocrazia senza partiti


ISTITUZIONI E SPESA PUBBLICA
Partitocrazia senza partiti
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Corriere , 31 marzo), ribadendo che il circolo virtuoso della crescita economica non potrà mettersi in moto se non ci si decide a tagliare la spesa pubblica e ad abbassare le tasse (anziché continuare ad aumentarle), hanno anche osservato che ciò richiederebbe un contesto istituzionale appropriato. È difficile non mettere in relazione quella giusta osservazione con l'accordo di massima raggiunto dai leader di Pd, Pdl e Udc sulle riforme istituzionali. Un accordo di cui non sono ancora noti certi dettagli, ma la cui ispirazione di fondo è chiarissima. Almeno per chi conosce la storia e le tradizioni del Paese. L'accordo annunciato avrebbe potuto benissimo essere concepito negli anni Ottanta dello scorso secolo quando democristiani e comunisti erano ancora le forze dominanti. Proprio da quelle due esperienze provengono diversi protagonisti dell'accordo di oggi. E le tradizioni culturali non sono acqua.


L'accordo previsto, con il ritorno alla proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento, assicurerà all'Italia un futuro di esecutivi deboli e brevi, di perenne instabilità (si veda l'ottima analisi di Roberto D'Alimonte sul Sole 24 Ore del 28 marzo). Una condizione che abbiamo ben conosciuto per un quarantennio, all'epoca della cosiddetta Prima Repubblica. Scordatevi per sempre i «governi di legislatura», quelli che durano per tutto l'intervallo che va da una elezione all'altra.
Bene, anzi male. Ma che c'entrano le riforme istituzionali previste con l'impossibilità di tagliare seriamente la spesa pubblica? C'entrano. Perché la spesa pubblica potrebbe essere tagliata solo da governi istituzionalmente forti che possiedano tutti gli strumenti necessari per imporre le proprie scelte e che abbiano la certezza di durare per una intera legislatura. Governi come quello uscito dalle recenti elezioni in Spagna, ad esempio. Le riforme prospettate qui da noi vanno nella direzione opposta. Non ci si faccia ingannare dagli specchietti per le allodole, disseminati qua e là. Ad esempio, dalla prevista «sfiducia costruttiva».

È un marchingegno (talvolta) utile per rafforzare i governi ma solo a due condizioni: che in Parlamento siano rappresentati pochissimi partiti, coesi e disciplinati, e che una sola Camera (e non tutte e due, come prevede invece l'accordo) sia abilitata a fiduciare o a sfiduciare gli esecutivi. Altrimenti, la «sfiducia costruttiva» è solo un pasticcio, una norma aggirabile con facilità. Non meno truffaldina di quella che prevede l'indicazione del candidato premier sulla scheda.


Il bipolarismo, di cui ci si vuole sbarazzare, non è un ideale estetico. È una concretissima esigenza. Solo se la competizione politica ha una struttura bipolare, gli elettori possono esercitare il potere che la democrazia affida loro: quello di cacciare il governo che li ha delusi mettendo al suo posto l'opposizione. Inoltre, il bipolarismo è una condizione necessaria (ma non sufficiente, come abbiamo sperimentato in Italia negli ultimi diciotto anni) per avere governi forti. Il governo forte è, a sua volta, una necessità per una democrazia bene funzionante e molti problemi italiani sono sempre dipesi dalla debolezza istituzionale dei governi.


Ma il bipolarismo, nei suoi diciotto anni di vita, non ha forse funzionato male? È vero ma fra le ragioni va anche ricordato l'attivo sabotaggio attuato dagli stessi che oggi ne denunciano con soddisfazione il fallimento. Non si può fare, come facemmo noi nei primi anni Novanta, una riforma maggioritaria e poi pretendere di non spazzare via le regole consociative su cui si regge il Parlamento. Non si può fare una riforma maggioritaria mantenendo però un sistema di finanziamenti che incentiva la frammentazione partitica. Non si può fare una riforma maggioritaria e poi negare ai primi ministri, come abbiamo sempre fatto, i poteri istituzionali di cui dispongono il premier britannico, il cancelliere spagnolo o il presidente francese.
Noi abbiamo oggi una «partitocrazia senza partiti», raggruppamenti politici che hanno mantenuto l'antica funzione di uffici di collocamento, di distributori di posti e prebende (lo dico senza moralismi: tutti i partiti del mondo fanno anche questo) ma hanno perduto l'insediamento sociale, i forti legami con la società che avevano i partiti di un tempo. Partiti siffatti hanno bisogno, ancor più di quelli della Prima Repubblica, di contare sulla spesa pubblica come strumento di consenso elettorale.

Nulla di meglio, allo scopo, di un ritorno al sistema proporzionale e alle pratiche spartitorie che esso favorisce. Perché rischiare, col maggioritario, di essere esclusi a lungo dal potere e, per conseguenza, dal controllo sulle risorse pubbliche?
Ciò che realmente ci dice l'accordo sulle riforme istituzionali è che mentre il mondo esterno è drammaticamente mutato i nostri principali raggruppamenti politici, e le loro rispettive clientele, pensano come se nulla fosse accaduto negli ultimi venti anni. Alcuni addirittura raccontano che, ritornando ai vecchi riti, si potranno anche resuscitare quei legami fra partiti e società che non esistono più da tempo. Ciò però è falso: quei legami non sono ricostituibili. Perché, insieme al mondo esterno, è cambiata la società italiana.


Una classe politica all'altezza delle sfide incombenti proporrebbe altro da quanto ci viene ora cucinato. Proporrebbe una buon legge elettorale maggioritaria, una drastica riforma del finanziamento dei partiti, e l'abbandono del parlamentarismo puro a favore o di un autentico sistema di cancellierato (autentico: non la caricatura da noi inventata che chiamiamo «modello tedesco») o di una qualche forma di presidenzialismo. Per assicurare alle cariche di governo un maggiore potere decisionale ma anche quel carisma che è stato definitivamente perduto dai partiti. E invece no. Ci propongono una versione della «Repubblica dei notabili». Una simil III Repubblica francese (ottocentesca) che soddisferà forse gli istinti manovrieri, e il gusto per gli intrighi parlamentari, di questo o quel leader, ma che non ci porterà da nessuna parte.

di Angelo Panebianco, dal corriere

La vera sfida è inventarsi un impiego


di WALTER PASSERINI, dalla stampa

L’ecatombe di posti di lavoro continua. Se non fosse un gioco cinico, non ci resta che scommettere quando la disoccupazione tra i 15 e i 24 anni supererà il 33% (è al 32,6% nel quarto trimestre 2011) e quando quella generale supererà il 10% (è al 9,6% alla fine del 2011).
Accadrà molto presto, perché il 2012 sarà l’anno peggiore dell’occupazione, dove verranno a convergere i posti perduti dai precari con quelli dell’esaurimento delle casse integrazione. Che fare, se non ci si vuole rassegnare alla sconfitta? Anziché litigare sui numeri (sono pochi, sono troppi), varrebbe la pena tentare un’agenda per un patto a favore dei giovani, un manifesto per l’intraprendenza.

Cinque le aree per un intervento efficace. La prima è quella della formazione e dell’orientamento. I ragazzi che dopo la maturità si iscrivono all’università rischiano di diventare vuoti a perdere. La casualità delle scelte non può essere addossata né ai giovani né ai loro genitori.

I «drop out» e i «neet» sono diventati un fenomeno sociologico, ma le colpe sono quelle della mancanza di un orientamento sia scolastico che di transizione, dalla scuola al lavoro.
La seconda area è l’inadeguatezza dei servizi all’impiego, pubblici e privati. Solo il 6% viene intercettato dagli intermediari professionali e il prevalere del tam-tam e del passaparola, impregnato di familismo e localismo, non riesce a intercettare i posti vacanti, che alcuni stimano in 500 mila. La terza area è quella delle retribuzioni e del sostegno al reddito. I giovani sono precari e sottopagati. Tutte le indagini lo confermano. Oltre al mancato incontro tra domanda e offerta, c’è anche lo spreco di risorse ad alto potenziale, passato dal «brain drain» al «brain waste», dalla fuga dei cervelli al disprezzo di quelli che restano. Il livello degli stipendi dei giovani talenti italiani è troppo basso. Far parte della Generazione mille euro è offensivo e penalizzante per lo stesso studio, per la formazione, che è sempre meno ascensore sociale e sempre più uno stigma da sfigati.

Il basso livello delle retribuzioni dei giovani si ripercuote, ed è la quarta area, sul futuro delle pensioni, su quella che viene chiamata la bomba previdenziale. Se oggi gli stipendi sono bassi, domani le pensioni dei giovani rischiano di essere un assegno di povertà e non ci sarà posto per il reddito minimo di cittadinanza.

Infine, ed è un asse imprescindibile, è necessario lanciare un piano per il lavoro autonomo e imprenditoriale dei giovani. È questa l’inversione di tendenza che dobbiamo compiere, la rivoluzione culturale che dobbiamo attuare. Il 97% del sistema delle imprese è di piccole e piccolissime dimensioni. Non possiamo illudere i nostri giovani che potranno avere un futuro da dipendenti, finché i posti saranno sempre più a lungo occupati dai loro padri.
Dobbiamo, possiamo invece lavorare, creando un tessuto culturale, di servizi, di finanziamenti, di sostegni che trasformino le nuove generazioni nei nuovi artigiani del futuro. Su questo vanno chiamati a raccolta i principali media, che concorrano alla formazione di una diversa cultura del lavoro, da dipendente a intraprendente. È necessario creare una nuova generazione di imprenditori, di lavoratori autonomi, di consulenti e di professionisti. Il lavoro sarà sempre più fare impresa. E lo slogan è quello del rettore di Harvard, nei panni di Larry Summers, che nel film «The social network» così strapazza gli atletici gemelli Winklevoss: «I migliori allievi di questa università non sono quelli che escono e trovano un lavoro, ma quelli che escono e un lavoro se lo inventano».

lunedì 2 aprile 2012

Notturno Italiano


SCENARI DI FINE LEGISLATURA
Notturno Italiano

L'altra notte ho sognato Monti. Mi diceva che si sentiva in difficoltà e che era anche un po' irato. Ti capisco, gli ho risposto. Ma perché mai hai proprio scelto, tra i tantissimi problemi sul tappeto, proprio l'articolo 18? Capisco che è un simbolo, in Europa e nel mondo, della rigidità del mercato del lavoro in Italia, il che scoraggia, ovviamente, gli investitori. Perché venirsi a cercare un Landini quando altrove il costo del lavoro è minore (anche molto minore) e i Landini non ci sono più? Inoltre, deferendo la questione al Parlamento rischi di uscirne azzoppato e magari anche perdente. Laddove sappiamo dai sondaggi che esistono temi popolarissimi: per esempio, una riforma della magistratura che ne aumenti l'efficienza e ancor più la velocità; una radicale ristrutturazione e depoliticizzazione della Rai; una caccia implacabile degli evasori fiscali e dei patrimoni nascosti all'estero, e così via.
Oppure scegli provvedimenti che Alfano, su ordine del suo capo, sarebbe costretto a bocciare. Dirà di no anche la Lega, visto che ha scelto la tattica dell'opposizione permanente. In tal caso la sfiducia al «governo dei tecnici» è assicurata. Monti coglie la palla al balzo e rassegna le dimissioni. Il presidente Napolitano dovrà cercare se esiste in Parlamento una maggioranza di governo alternativa in grado di funzionare. Non la troverà, o la troverà inaccettabile. Pertanto sarà costretto a indire nuove elezioni dalle quali il dimissionario Monti e il gruppo di candidati che andrà a scegliere uscirà, prevedo, trionfante.

Tra l'altro, perché i furbetti di Montecitorio e di Palazzo Madama non hanno abrogato il Porcellum (con il pretesto che la futura legge elettorale deve essere abbinata con alcune riforme costituzionali; il che non è vero, ma serve a prendere tempo). Ne consegue che una lista Monti sarebbe votata con il Porcellum e il suo smodato premio di maggioranza. Così nel mio scenario Ti troveresti a governare da solo, senza soci di coalizione e, questa volta, legittimato dalle urne.

Mi sono svegliato, e il sogno mi è parso troppo bello per diventare vero. Così mi sono rimesso a guardare i sondaggi sulla popolarità di Monti, che sono tutti al di sopra del 60 per cento fino quando si è infognato nella fossa dei serpenti dell'articolo 18. Credo che quasi tutti i lettori dei giornali abbiano visto (mentre non li ha visti, vedi caso, chi guarda soltanto i notiziari Rai o Mediaset).

Eppure anche i governi locali non solo spendono a gogò e disonorevolmente contribuiscono alla classifica mondiale della corruzione (che ci colloca al 68° posto), ma rallentano oltre il lecito e anche il verosimile i permessi di costruzioni industriali e di opere pubbliche non adeguatamente foraggiate. Valga per tutti il caso del rigassificatore di Brindisi, finanziato dalla British Gas, che ha atteso undici anni per i permessi; dico undici anni. Gli inglesi hanno ora rinunciato. Eppure l'Italia ha un disperato bisogno di sottrarsi alla servitù del solo petrolio. I Mario Monti a mesi e con le mani legate sicuramente non bastano. E questo lo dico da sveglio.

di Giovanni Sartori, dal corriere