domenica 6 novembre 2011

Aiuta gli animali abbandonati, adotta un (ex) ministro,


di ALESSANDRO ROBECCHI
Fonte : Micromega

E’ questione di pochi giorni ormai. Con ogni probabilità la prossima settimana decine di animali domestici, abituati agli agi, ai velluti delle auto blu, all’arroganza protettiva delle loro scorte, potrebbero rimanere per la strada. Abbandonati senza pietà da un padrone che per diciotto anni li ha illusi e ora li lascia al loro destino. Sono animali delicati, sensibili, che senza il vostro intervento potrebbero finire sotto un camion o, peggio, cominciare un terribile viaggio verso le crudeltà della vivisezione.

Che sarà di Giorgia Meloni una volta lasciata legata al guard-rail di un autogrill sulla Roma-Civitavecchia, a parte l’unico vantaggio di conoscere la lingua locale? Che sarà di La Russa una volta abbandonato senza i suoi soldatini? E il povero Sacconi, che potrà fare senza un padrone che lo accudisce e Bonanni che lo porta ai giardinetti a orari regolari? Possibile che nessuno di voi frequentatori di questo piccolo sito sia mosso a pietà dalla faccia triste del ministro Rotondi con la ciotola vuota? La missione umanitaria che vi propongo è dunque questa: adottate un ex ministro del governo Berlusconi. Avete paura che sporchi? Che abbai durante la notte? Rieducatelo, accuditelo, costruitegli una cuccia in giardino.

Decine e decine di sottosegretari aspettano un nuovo padrone. Saranno fedeli e affettuosi, scondinzoleranno come hanno fatto col padrone precedente. Naturalmente non possiamo affidare a chiunque un ministro. Dobbiamo avere qualche garanzia. Avete il giardino? Sapete badare a un animale domestico? Iscriverete la Gelmini a un corso di agility? Sapete scegliere la pappa giusta per Bonaiuti? Mi raccomando: chi accoglie con umanità questo appello deve dare indicazioni precise: Casrfagna e Prestigiacomo non possono andare da un tolettatore qualsiasi. Le offerte di adozione devono essere presentate qui, riguardano ministri, sottosegretari e vari animali da compagnia di un padrione insensibile che sta per abbandonarli al loro destino. Siate umani, ma non superficiali: sappiate che Fitto vuole due ciotole di Ciappi al giorno.

Fate un gesto di umanità, non vedete come soffrono? Clicca sul manifesto per stamparlo, chiedi ai negozi del tuo quartiere se vogliono esporlo.

Alessandro Robecchi

(5 novembre 2011)

il movimento del 99 per cento che può cambiare il mondo.


Il movimento del 99 per cento può cambiare il mondo
di Ulrich Beck, da la Repubblica

Com'è possibile che un caldo autunno americano, sul modello della primavera araba, distrugga il credo dell' Occidente, cioè la visione economica dell' american way? Com' è possibile che il grido "Occupy Wall Street" raggiunga e trascini nelle piazze non soltanto i ragazzi di altre città americane, ma anche quelli di Londra, Vancouver, Bruxelles, Roma, Francoforte e Tokio? I contestatori non sono andati soltanto a far sentire la loro voce contro una cattiva legge o a sostenere qualche causa particolare: sono scesi in piazza a protestare contro "il sistema". Ciò che fino a non molto tempo fa veniva chiamato "libera economia di mercato" e che ora ricominciaa essere chiamato "capitalismo" viene portato sul banco degli accusati e sottoposto a una critica radicale. Perché il mondo è improvvisamente disposto a prestare ascolto, quando Occupy Wall Street rivendica di parlare a nome del 99% dei travolti contro l' 1% dei profittatori?

Sul sito web "WeAreThe99Percent" si possono leggere le esperienze personali di quel 99%: quelli che hanno perduto la casa nella crisi del settore immobiliare; quelli che costituiscono il nuovo precariato; quelli che non possono permettersi nessuna assicurazione contro le malattie; quelli che devono indebitarsi per poter studiare. Non i "superflui" (Zygmunt Bauman), non gli esclusi, non il proletariato, ma il centro della società protesta nelle pubbliche piazze. Questo delegittima e destabilizza "il sistema". Certo, il rischio finanziario globale non è (ancora) una catastrofe finanziaria globale. Ma potrebbe diventarlo.

Questo condizionale catastrofico è l' uragano abbattutosi nel mezzo delle istituzioni sociali e della vita quotidiana delle persone sotto forma di crisi finanziaria. È irregolare, non si muove sul terreno della costituzione e della democrazia, reca in sé la carica esplosiva di un fenomeno ancora in gran parte sconosciuto, anche se stentiamo ad ammetterlo, e che spazza via le nostre consuete coordinate orientative. Nello stesso tempo, in questo modo una sorta di comunità di destino diventa un' esperienza condivisa dal 99%. Ne possiamo cogliere il segno nei saliscendi repentini delle curve finanziarie, che con le loro montagne russe rendono immediatamente percepibile il legame tra i mondi. Se la Grecia affonda, è un nuovo segnale del fatto che la mia pensione in Germania non è più sicura? Cosa significa "bancarotta di Stato", per me?

Chi avrebbe immaginato che proprio le banche, così altezzose, avrebbero chiesto aiuto agli Stati squattrinati e che questi Stati dalle casse cronicamente vuote avrebbero messo in un batter d' occhio somme astronomiche a disposizione delle cattedrali del capitalismo? Oggi tutti pensano più o meno così. Ma questo non significa che qualcuno lo capisca. Questa anticipazione del rischio finanziario globale, che si fa sentire fin nei capillari della vita quotidiana, è una delle grandi forme di mobilitazione del XXI secolo. Infatti, questo genere di minaccia è ovunque percepito localmente come un evento cosmopolitico che produce un cortocircuito esistenziale tra la propria vita e la vita di tutti. Simili eventi collidono con la cornice concettuale e istituzionale entro cui abbiamo finora pensato la società e la politica, mettono in questione questa cornice dall' interno, ma nello stesso tempo chiamano in causa sfondi e presupposti culturali, economici e politici assai differenti; analogamente, la protesta globale si differenzia a livello locale.

Sotto il diktat dell' emergenza le persone fanno una specie di corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo finanziario nella società mondiale del rischio. I resoconti dei media fanno emergere la separazione radicale tra coloro che generano i rischi e ne traggono profitto e coloro che ne devono scontare le conseguenze. Nel Paese del capitalismo da predoni, gli Stati Uniti, sta prendendo forma un movimento di critica del capitalismo - ancora una volta, si tratta di un evento imprevedibile. Abbiamo detto "follia" quando è crollato il muro di Berlino. Abbiamo detto "follia" quando, il 9 settembre del 2001, le Twin Towers di New York si sono disfatte nella polvere. E abbiamo detto "follia" quando, con il fallimento di Lehman Brothers, è scoppiata la crisi finanziaria globale. Cosa significa "follia"? Anzitutto una conversione spettacolare: banchieri e manager, i fondamentalisti del mercato per antonomasia, fanno appello allo Stato. I politici, come in Germania Angela Merkel e Peer Steinbrück, che fino a non molto tempo fa esaltavano il capitalismo deregolato, dal giorno alla notte cambiano opinione e bandiera, e diventano fautori di una sorta di socialismo di Stato per ricchi. E ovunque regna il non-sapere. Nessuno sa cosa sia e quali effetti possa realmente produrre la terapia prescritta nella vertigine degli zeri.

Tutti noi - vale a dire il 99% - siamo parte di un esperimento economico in grande, che da un lato si muove nello spazio fittizio di un non-sapere più o meno inconfessato (si sa solo che, quali che siano i mezzi adottati e gli obiettivi perseguiti, bisogna impedire qualcosa che non deve in nessun modo accadere), ma, dall' altro, ha conseguenze durissime per tutti. Si possono distinguere diverse forme di rivoluzione: colpo di Stato, lotta di classe, resistenza civile ecc. I pericoli finanziari globali non sono nulla di tutto ciò, ma incarnano in modo politicamente esplosivo gli errori del capitalismo finanziario neoliberista che è stato ritenuto valido fino a ieri e che, con la violenza del suo trionfo e della catastrofe ora incombente, esige la loro presa d' atto e la loro correzione. Essi sono una sorta di ritorno collettivo del rimosso: alla sicurezza di sé neoliberista vengono rinfacciati i suoi errori di partenza.

Le crisi finanziarie globali, che minacciano in tutto il mondo le condizioni di vita delle persone, producono un nuovo genere di politicizzazioni "involontarie". Qui sta il loro bello - in senso politico e intellettuale. Globalità significa che tutti sono colpiti da questi rischi, e tutti si ritengono colpiti. Non si può dire che ciò abbia già dato origine a un agire comunitario; sarebbe una conclusione affrettata. Ma c' è qualcosa come una coscienza della crisi, che si nutre del rischio e rappresenta proprio questo tipo di minaccia comune, un nuovo genere di destino comune. La società mondale del rischio - questo mostra il grido del "99%" - può acquisire una consapevolezza matura di sé in un impulso cosmopolitico. Ciò sarebbe possibile se si riuscisse a trasformare la dimostrazione oggettiva di condizioni che si rivolgono contro sé stesse in un impegno politico, in un movimento Occupy globale, nel quale i travolti, i frustrati e gli affascinati, ossia tendenzialmente tutti, scendono in piazza, virtualmente o effettivamente.

Ma da dove nasce la forza o l' impotenza del movimento Occupy? Non può trattarsi soltanto del fatto che perfino gli squali di Borsa si dichiarano solidali. Il rischio finanziario globale e le sue conseguenze politiche e sociali hanno tolto legittimità al capitalismo neoliberista. La conseguenza è che c' è un paradosso tra potere e legittimità. Grande potere e scarsa legittimità da parte del capitale e degli Stati, e scarso potere ed alta legittimità da parte di quelli che protestano in modo pittoresco. È uno squilibrio che il movimento Occupy potrebbe sfruttare per avanzare alcune richieste basilari - come ad esempio una tassa globale sulle transazioni finanziarie - nell' interesse correttamente inteso degli Stati nazionali e contro le loro ottusità. Per applicare questa "Robin Hood Tax" si dovrebbe dar vita in modo esemplare ad un' alleanza legittima e potente tra i movimenti di protesta globalie la politica nazional-statale. Quest' ultima potrebbe così compiere il salto quantico consistente nella capacità degli attori statali di agire in una dimensione trans-statale, cioè al di qua e al di là delle frontiere nazionali. Se questa esigenza viene espressa perfino dalla cancelliera federale tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Sarkozy perlomeno nella forma di un bello slogan, allora si può senz' altro accreditare a questo obiettivo una possibilità di realizzazione.

In termini generali, nella consapevolezza globale del rischio, nell' anticipazione della catastrofe che occorre impedire ad ogni costo, si apre un nuovo spazio politico. Nell' alleanza tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale ora si potrebbe ottenere, alla lunga, che non sia l' economia a dominare la democrazia, ma sia, al contrario, la democrazia a dominare l' economia. Contro la percezione - che sta diffondendosi rapidamente - di una mancanza di prospettive forse può aiutare la consapevolezza del fatto che i principali avversari dell' economia finanziaria globale non sono quelli che ora piantano le loro tende nelle pubbliche piazze di tutto il mondo, davanti alle cattedrali bancarie (per quanto importanti, anzi indispensabili siano le iniziative di questi contestatori); l' avversario più convincente e tenace dell' economia finanziaria globale è la stessa economia finanziaria globale.

(Traduzione di Carlo Sandrelli)

(4 novembre 2011)

Cittadini o sudditi della finanza?


Mercati e democrazia
Cittadini o sudditi della finanza?

di Angelo d'Orsi, da "Micromega"

Meno male che qualcuno – Rossana Rossanda sul “Manifesto”, Luciano Canfora intervistato da “l’Unità” (che ha pubblicato anche un bell’editoriale di Paolo Soldini) e pochi altri – hanno marciato contro corrente: altrimenti la sensazione di soffocamento davanti al fiume di pensiero unico sarebbe assoluta.

Dunque, Papandreu – attaccato con una violenza incredibile non solo dai nuovi padroni d’Europa, il duo Sarkozy-Merkel, ma da tanti suoi autorevoli concittadini, per esempio il musicista Theodorakis, e dalla generalità dei politici e dei commentatori internazionali – ritira la proposta di referendum.
Berlusconi e la sua residua corte dei miracoli si era addirittura aggrappato al referendum, indetto e poi ritirato, per spiegare la crisi finanziaria che sta minacciando di ridurre l’Italia da lui sgovernata al livello greco. Un esempio di sciacallaggio impressionante.

L’unanismo degli osservatori – giornalisti, economisti, governanti – è stato all’insegna dello scandalo: come ci si permette di chiamare in causa il popolo? Queste sono questioni serie, troppo importanti per lasciarle decidere alla “gente”! Occorrono dei professionisti, dei tecnici, degli “esperti”. Ma chi è più esperto di economia (la legge, ossia scienza, della casa, letteralmente) di chi la vive tutti i giorni con la difficoltà di far quadrare il bilancio familiare? E non è forse la democrazia il governo del popolo? Dov’è lo scandalo?

Accade che un governante, davanti alle iugulatorie richieste (pesantissime imposizioni che si presentano come non negoziabili e neppure discutibili) del Comitato d’affari che regge l’Europa, e gran parte dell’intero orbe terracqueo, si rivolga ai suoi cittadini: che per tal via potranno o capire, e accettare, o aiutarlo a resistere a quelle imposizioni. Invece no. Non è previsto. La democrazia è un altare vuoto: una parola tanto priva ormai di senso, quanto ripetuta in qualsivoglia circostanza; significa intrattenimento calcistico e d’ogni altro sport, significa centri commerciali, significa reality show e talk show, significa missioni di pace (dal Kosovo alla Libia, sempre pronti a elargire con lezioni di civiltà a quei barbari, i prodotti della nostra tecnologia militare). E significa anche elezioni: purché condotte in modo che il manovratore, assistito dai media fedeli (quasi tutti), dai sondaggisti stipendiati, da funzionari corrotti, possa indirizzarne l’esito; e, può, la democrazia, persino, significare referendum: purché siano quelli concessi, non quelli sgraditi.

E questo, così generale e politico, voluto da Papandreu – un vero referendum – è riuscito non solo sgradito, ma assolutamente indigesto: diamine, è una questione di principio! I popoli se ne stiano buoni, la massa deve rimanere amorfa e manovrabile, e la si può usare solo per richiedere un consenso a decisioni già prese altrove. Neppure nei governi dei singoli Stati; e nemmeno nel supergoverno europeo, o nei fantomatici raduni contrassegnati dalla lettera G. No. Le decisioni sono assunte, nel segreto di luoghi impenetrabili, forse puramente virtuali, da agenzie private, che le comunicano alle istanze politiche che ne diventano fedeli esecutori, pur nelle oscillazioni, incertezze, contraddizioni, e maldipancia.

La cessione di sovranità è una catena mostruosa. Il cittadino cede la sua ai parlamenti nazionali, che la cedono ai governi, i quali sono costretti a cederne ampie quote ai super-governi continentali o di alleanza (si pensi al ruolo del Patto Atlantico, che, con la sua organizzazione militare, la Nato, ha surrogato praticamente ogni altra istanza), e a loro volta tutti costoro dipendono, quasi interamente, dall’Ipercapitalismo o Turbocapitalismo o Finanzcapitalismo. Tanto possente, quanto inefficiente, a giudicare dai risultati che sono sotto gli occhi, e nei portafogli di tutti: no, non di tutti, ma solo di quei tanti (ma proprio tanti) che non rientrano nella cerchia sempre più ristretta e sempre più ricca dei nuovi privilegiati.

Ma si continua a dirci che noi, cittadini ritornati a una condizione pre-1789, ossia di sudditi, non possiamo capire, non ce ne intendiamo, che dobbiamo “lasciarli lavorare”. A noi, nuovi sudditi di questo Potere invisibile, ma minaccioso e incontrastato, tocca, quindi, soltanto chinar la testa. Non possiamo neppure protestare. Adesso si è giunti a vietarcelo, semplicemente. E chi ci prova, viene fermato, malmenato, bloccato: vedi gli ultimi fatti relativi alle proteste degli studenti a Roma ma non soltanto). Oppure ci chiedono “garanzie patrimoniali” per esercitare il diritto a manifestare. Un’aberrazione morale, prima che giuridica. Ci si inibisce la piazza, insomma, e ci si limita il ricorso all’urna. Ci si stupisce, poi, quando la protesta diventa furore cieco?

(4 novembre 2011)

sabato 5 novembre 2011

Il punto di non ritorno


di MARIO CALABRESI, dalla "Stampa"

In altri tempi Silvio Berlusconi tornando dalla Costa Azzurra si sarebbe fermato a Genova, in altri tempi avrebbe speso un poco del suo tempo per mostrare attenzione verso una regione in cui le acque hanno ucciso 16 persone in meno di una settimana.
Il nostro premier ogni giorno di più mostra di aver perso il contatto non solo con l’Italia ma anche con la realtà.

C’è la moda passeggera di assaltare i titoli di Stato italiani», ha detto ieri alla conferenza stampa finale del G20, fingendo di non sapere che se i risparmiatori di tutto il mondo abbandonano o non comprano i nostri titoli è perché abbiamo un gigantesco problema di credibilità. Lo abbiamo dovuto sentire dalla viva voce del direttore del Fondo monetario Christine Lagarde, lo stesso organismo che insieme all’Unione europea dovrà monitorare i passi dell’attuazione della lettera con cui ci siamo impegnati al risanamento e al rilancio. Siamo sorvegliati speciali, ma anche di questo fingiamo di non accorgerci.

Nella rappresentazione della realtà del Cavaliere in Italia «non c’è una forte crisi» e lo dimostrerebbero i ristoranti pieni e gli aerei in cui è difficile trovare un posto. Per la mancanza di un contatto vero con i suoi concittadini, il premier non sa che in quei ristoranti gli italiani spesso si stanno mangiando i loro risparmi.

Ieri sera, secondo i conti di Verdini e Alfano, il governo non ha più la maggioranza alla Camera, per questo sono andati a Palazzo Grazioli a riferirglielo. Ma anche qui Berlusconi non ha mostrato di comprendere che il suo partito si sta sgretolando, sembra non sentire il disagio terribile che attraversa ormai anche i suoi fedelissimi, che a più riprese - anche se non pubblicamente - gli hanno suggerito di fare un passo indietro. Si dice sicuro di recuperare qualche voto nei prossimi due o tre giorni, puntando ancora una volta su quel calcio-mercato politico di cui si è mostrato a più riprese maestro.

Forse la trincea potrebbe reggere ancora, ma ormai senza nessuna prospettiva futura, con il solo fine di non uscire di scena, di restare al governo una settimana in più.
Secondo il «Financial Times» Giulio Tremonti avrebbe messo in guardia Berlusconi che la sua permanenza a Palazzo Chigi potrebbe significare un disastro per l’Italia sui mercati. Si guarda all’apertura delle Borse di lunedì con ansia, si guarda al crescere dell’ormai famoso spread (la differenza tra il rendimento dei nostri titoli di Stato e quelli tedeschi), che ormai punta pericolosamente a raggiungere quota cinquecento, si guarda a quanto siamo costretti a pagare d’interesse per far acquistare il nostro debito. Gli occhi di tutta Europa sono puntati su queste cifre, solo quelli del premier sembrano essere puntati in un’altra direzione. Se la barriera costruita intorno alle nostre emissioni ancora regge è solo grazie ai continui acquisti della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Ma se i nostri partner, a partire da Francia e Germania, lanciassero il segnale che non si possono continuare a spendere i denari di tutti per tenere a galla l’Italia allora il disastro sarebbe assicurato.

Per questo è diventato obbligatorio chiedersi come Berlusconi speri di salvarsi e di salvarci, cosa possa ancora fare per cercare di far cambiare rotta agli eventi. Siamo vicini al punto di non ritorno, al momento in cui il cambio di governo sarà dettato da eventi esterni, possono essere questi i mercati o i partner europei, oppure da una drammatica votazione parlamentare su provvedimenti economici. Nessuno si merita una situazione e un finale di questo tipo, non l’Italia e nemmeno Berlusconi.

E’ ancora in condizione di scegliere lui i tempi e i modi per un passo indietro, sarebbe un gesto sensato verso il Paese, verso la sua maggioranza e i suoi elettori. Per farlo però dovrebbe aprire gli occhi e guardare a quanto è cambiato lo scenario che lo circonda, scoprirebbe che la crisi stringe l’Italia e l’Europa, che gli italiani hanno bisogno di normalità e tranquillità e sono sfiniti dalle prove di forza, dai giochi di Palazzo e dalle battute.

venerdì 4 novembre 2011

Criminalità organizzata


Criminalità Organizzata
di Alessandra Daniele ( articolo pubblicato a metà Luglio, ma estremamente attuale )
L'uomo corpulento entra nel negozio. Si aggira con fare noncurante. Poi si avvicina a una delle commesse, e chiede cortesemente del proprietario. Dopo un attimo di perplessità, la commessa indica il tipo magro alla cassa. L'uomo corpulento la ringrazia. Torna ad aggirarsi apparentemente senza una meta precisa. Finisce per fermarsi accanto al proprietario del negozio.
- Avete il gel insetticida? - Gli chiede - sa, quello che si mette con la siringa negli interstizi...
- No - risponde il negoziante, con aria distratta - però abbiamo la schiuma.
L'uomo corpulento scuote la testa.
- No, la schiuma preferisco non usarla. E' infiammabile. Lei capisce. Non si sa mai.
Il negoziante cambia completamente espressione. Fissa l'uomo corpulento.
- Vi ho già detto che non posso pagare di più - dice in tono basso, ma fermo.
- Mi dispiace che lei non colga la gravità della situazione.
- La colgo benissimo. Se non pago di più, mi date fuoco al negozio.
L'uomo corpulento inarca le sopracciglia con aria offesa.
- Noi? Assolutamente no.
- E chi allora?
- Gli speculatori stranieri. Sono loro che aspettano i segnali di instabilità politico-finanziaria per aggredire la nostra economia, rovinando i nostri risparmiatori e i nostri imprenditori, come lei.
- Ma se a volermi rovinare sono gli speculatori stranieri - chiede il negoziante in tono sarcastico - perché i soldi devo darli a voi?
- Per lanciare all'estero un segnale di coesione nazionale, collaborando con noi al di là delle sterili contrapposizioni fra gli schieramenti. Come autorevolmente auspicato anche dal nostro presidente.
- Avete un presidente?
- Mi riferivo al presidente della Repubblica - risponde l'uomo corpulento. Poi s'aggiusta la giacca - Passiamo alle cifre, i mercati non aspettano.
- Siete proprio dei bastardi mafiosi - dice il negoziante, con una smorfia.
- La legalità è una questione complessa, non abbiamo tempo di affrontarla adesso. Il paese è sotto attacco speculativo. Bisogna pensare al futuro delle giovani generazioni.
Il negoziante impallidisce.
- Mia figlia...
- Bellissima bambina. Potrebbe diventare un volto famoso.
- Questa è una minaccia infame - dice il negoziante, con un filo di voce.
- No - risponde l'uomo corpulento - è una manovra aggiuntiva.

martedì 1 novembre 2011

Cento schiavi per ogni consumatore


LA DENUNCIA
Cento schiavi per ogni consumatore
dietro tutti gli oggetti c'è sfruttamento
Il quadro fornito da un'indagine dell'organizzazione non profit Slavery Footprint. Attraverso un questionario è emerso che un esercito di 27 milioni di persone praticamente ridotte in schiavitù ha "contribuito a fabbricare ogni cosa che potete trovare"
 (ansa)
ROMA - Dietro praticamente ogni cosa che compriamo, dagli alimenti all'abbigliamento all'elettronica, si nasconde uno sfruttamento enorme: ogni cittadino medio che possegga un laptop, una bicicletta e un certo numero di paia di scarpe può calcolare di avere 'sulla coscienza' un centinaio di schiavi che hanno lavorato per lui. E' quanto emerge da un'indagine condotta dall'organizzazione no profit Slavery Footprint, ripresa dal sito Huffington Post. Il questionario, in 11 pagine, contiene domande che spaziano dal cibo ai vestiti, dagli hobby alla casa, e studia le modalità di produzione di circa 400 articoli di consumo.

Finalità dell'indagine, effettuata in collaborazione con l'ufficio che si occupa della lotta al traffico di esseri umani del Dipartimento di Stato Usa, è informare i consumatori sul sistema di sfruttamento che si nasconde dietro praticamente tutti i prodotti che acquistano e al contempo esercitare pressione sulle grandi multinazionali affinché rendano note le loro pratiche del lavoro.

Un esercito di 27 milioni di schiavi - tanti quelli stimati oggi al mondo - hanno "contribuito a fabbricare ogni cosa che potete trovare, dall'armadietto medico in casa alla borsa di ginnastica". "La schiavitù è ovunque", ha dichiarato al sito il direttore esecutivo di Slavery Footprint, Justin Dillon. "E' in ogni prodotto" che entra a far parte della vita quotidiana di tutti.

Prima di sviluppare l'organizzazione Slavery Footprint, Dillon si era già occupato del tema, con un documentario su Call + Response (associazione no profit impegnata nella lotta alla schiavitù) e fondando la Chain Store Reaction, una campagna che aiuta i consumatori a sollecitare le industrie a rivelare le loro procedure di produzione.

Ispirata dal modo in cui la Chain Store Reaction aveva motivato la gente a scrivere oltre 100.000 lettere alle industrie, il segretario di Stato Hillary Clinton aveva chiesto all'organizzazione di sviluppare un modello al fine di calcolare l'intreccio fra consumatori e traffico umano. Secondo Dillon, schiavo è "chiunque è costretto a lavorare senza remunerazione, a essere sfruttato economicamente e che non è nella possibilità di dire no".

Sulla carta, la schiavitù è stata dichiarata illegale nel mondo con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, ma nella realtà è tutt'altro che estinta e riguarda anche molti minori e molte donne, sfruttate principalmente per la prostituzione.
(01 novembre 2011)
Fonte : Repubblica

Il Testamento di Fabrizio De Andrè ( riveduto e strapazzato da ElleKappa).


Il testamento
(di Fabrizio De André)
Testo riveduto corretto e strapazzato da Ellekappa

Quando la morte mi chiamerà
solo mia moglie protesterà
ho manomesso il mio testamento
e le ho soffiato l'eredità
ai suoi tre figli non lascio niente
niente di nulla diviso a metà
Fonte : " Repubblica"
ai miei fenomeni da baraccone
lascio un impiego da faccendiere
insieme a un lessico da carrettiere
che privilegi l'imprecazione

a Capezzone la mia bandana
a Scilipoti mezza banana
a Minzolini, il linguagabbana
la direzione di Panorama

voglio lasciare a mia figlia Marina
che se ne frega della sentenza
il mio carisma di rara indecenza
che al mercimonio le spiani la via

tutta la Rai lascio al dandy panciuto
cento salsicce e un anacoluto
mentre a Tremonti tirchio ed arguto
a costo zero regalo uno sputo

sorella morte aspetta un momento
forse ho un legittimo impedimento
quanto sei sexy fatti palpare
e con ardire fatti trombare
dimmi la cifra che poi arrotondo
fin dentro al cuore miliardi grondo

signor becchino ho già in mente un lodo
che mi sottragga a morte rapace
prima che avviti quell'ultimo chiodo
consulti Paniz Cirielli e Storace

non seppellite 'sto capolavoro
che ha fatto fuori futuro e lavoro
se mi graziate vi cingo d'alloro
poi come a Ruby vi copro d'oro

prima di andare a marcir nella fossa
m'inchino a Vespa, il mio scendiletto
e i nei di Renzi e la sua wiki-rissa
con gioia lascio all'affabile insetto

ai Corleonesi i miei deputati
ai Casalesi i disoccupati
a Ignazio la Russa sei Maserati
venti Ferrari e due croci uncinate

quando il G-20 mi chiederà
un attestato di serietà
una pernacchia forse una sola
come una tromba risuonerà
un dito medio forse uno solo
dal frollo Bossi germoglierà

se questa Italia è ormai contagiosa
e a un solo palpito dal fallimento
per evitarmi una fama ingloriosa
al maggiordomo gl'intesto lo schianto

lascio a Piersilvio un Paese che muore
che ho depredato con tutto il cuore
io del contagio sono l'untore
l'Europa crepi e vada al creatore

a tutti lascio lo spread in ascesa
e Piazza Affari che cola a picco
solo la Fininvest vola in ripresa
da questa crisi ne esco straricco

lascio al Paese la corruzione
sciolgo le lodi all'evasione
ed una cena perbene e elegante
lascio a Leopolda per esser galante

quando la morte mi chiamerà
sarò già in fuga nell'aldiquà
sarò sparito senza pagare
senza mai dire la verità
vado ad Antigua a folleggiare
vi lascio in dono la povertà

Cari sodali della mia banda
spolpammo insieme la stessa terra
tessemmo in coro il medesimo inganno
per trasformare l'Italia in Gomorra
ma adesso Papi vi lascia soli
perché il momento si fa ferale
già sono in volo mille cetrioli
al posto mio qualcun altro s'immoli.

Fonte; "Repubblica"

Vini Doc e Docg: cambiano l'etichetta

Vini Doc e Docg: cambiano l'etichetta

I contrassegni autorizzati potranno comportare una riduzione del logo del Ministero

A seguito delle richieste presentate da alcune associazioni di categoria, per venire incontro ai produttori, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Saverio Romano, con proprio decreto, ha autorizzato la riduzione della larghezza delle “fascette” già stampate dall’istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. e distribuite alle aziende imbottigliatrici in seguito alle disposizioni previste dal decreto ministeriale del 19 aprile 2011.  

La denominazione Doc (Denominazione di origine controllata)
Viene attribuita ai vini prodotti in zone di piccole o medie dimensioni, come prevedono i disciplinari di produzione, e che per la legislazione UE in vigore possono farsi rientrare nella categoria più ampia dei V.Q.P.R.D.  

La denominazione Docg (Denominazione di origine controllata e garantita)

Viene attribuita ai vini già riconosciuti Doc da almeno cinque anni, che siano ritenuti di particolare pregio, in relazione alle caratteristiche qualitative intrinseche.  

La richiesta dei produttori
La filiera vitivinicola, in concomitanza con le richieste commerciali delle produzioni interessate, ha rappresentato l’esigenza, per motivi tecnici legati all’impiego delle macchine etichettatrici in uso, di utilizzare un contrassegno di minori dimensioni rispetto alle previsioni del precedente decreto.  

I contrassegni autorizzati potranno comportare una riduzione della dimensione del logo del Ministero che, nelle prossime stampigliature, verrà ripristinato. Il nuovo provvedimento, emanato d’urgenza per rispondere alle reali esigenze vivamente segnalate dalla filiera vitivinicola, con la quale erano state elaborate le caratteristiche dei contrassegni, consentirà quindi l’immissione sul mercato dei vini Docg e Doc garantendo, nel contempo, la sussistenza dei nuovi elementi anti-contraffazione e di rintracciabilità che caratterizzano i contrassegni di Stato stampati dall’istituto Poligrafico e Zecca di Stato S.p.A a tutela del comparto vitivinicolo di qualità made in Italy.
Fonte: Vivere

Ricetta anticrisi



di Alessandra Daniele,da Carmillaonline

La cliente urla.
- C'è uno scarafaggio nella minestra!
Il maitre si avvicina sollecito. Estrae una pinzetta e un fazzoletto dal taschino, pesca lo scarafaggio dalla scodella, lo ripone nel fazzoletto, e lo consegna a un cameriere. Poi sorride alla cliente.
- Tutto a posto, può iniziare la cena.
La cliente indica la minestra.
- Non me la cambia?
- L'ho già cambiata.
- Non è vero!
- Sì invece. Ho rimosso lo scarafaggio. Questo è un importante segnale di rinnovamento. La minestra adesso è libera dall'elemento perturbante, quindi è oggettivamente cambiata.
La cliente lo fissa, basita.
- Ma è la stessa.
Il maitre scuote la testa.
- La sua è un'affermazione qualunquista.
- Mi cambi immediatamente questa schifezza! - Urla la cliente. Il maitre inarca le sopracciglia. Poi, compunto, stappa la minerale sul tavolo, e la versa nella scodella fino a farla traboccare, inzuppando la tovaglia.
- Cosa sta facendo?
- Allargo la minestra alle forze esterne, aggiungendo un ulteriore elemento di discontinuità.
La cliente si alza di scatto.
- Lei è un demente, e questo ristorante è una fogna! Io me ne vado.
- Ci dispiace che abbia deciso di scegliere la via della protesta sterile e antistorica - il maitre estrae un blocchetto di carta dalla tasca - è comunque tenuta anche lei a partecipare allo sforzo comune per uscire dalla crisi - stacca un foglietto, e lo consegna alla cliente.
- Cos'è?
- Il conto.
- Lei è pazzo! Io non pago il brodo di scarafaggio che m'è colato sulle scarpe!
Il maitre estrae una pistola.
I clienti agli altri tavoli, chini sulle loro scodelle, continuano a mangiare facendo finta di niente.
- Ma questa è una rapina! Siete dei criminali! - Dice la cliente, pallida.
- Le ricordo che siamo tutti innocenti fino al terzo grado di giudizio - il maitre punta la pistola alla testa della cliente - sono tremila euro.
La cliente porge al maitre tutto il portafoglio.
- Ne ho solo quattrocento - dice, con un filo di voce.
- Possiamo integrarli con una norma anti-intercettazioni - il maitre intasca anche il cellulare rimasto sul tavolo - e la privatizzazione dei cosiddetti gioielli di famiglia - indica l'orologio, e gli orecchini della cliente, che si affretta a consegnarli.
- Posso andarmene adesso?
- Mi dispiace, ma ci deve ancora più di mille euro - il maitre fa cenno a un cameriere, che si avvicina armato di mannaia - sarà necessario anche qualche taglio.

Il suv dell'avvenire (sottotitolo: "Alza il culo,raccogli le tue cianfrusaglie e togliti dai coglioni.I mercati non aspettano.Tu sei un parassita, un peso morto".....!


Il Suv dell’avvenire
di Alessandra Daniele, da Carmillaonline

Pace fatta fra i leader europei: finalmente è stato individuato l'autentico responsabile della crisi economica mondiale, che perciò dovrà pagarne tutte le spese.

Tu.

No, non è il solito ''tu'' retorico, si tratta proprio di te che stai leggendo.
Sei licenziato.
Alza il culo, raccogli le tue cianfrusaglie, e levati dai coglioni.
Sì, subito, i mercati non aspettano.
No, non c'è più niente che tu possa fare per evitarlo, l'Articolo 18 è clinicamente morto. Ormai si tratta solo di staccare la spina, e il Vaticano non si oppone. Chiamalo pure Articolo Mortis.
Cosa c'è, sei incazzato/a, anzi ''indignado'' come dite voi? Calmati.
Ti sconsigliamo di scendere in piazza, ha piovuto, è allagata dal fango.
Ti sconsigliamo di provare a bruciare un'automobile, sei così incapace che finiresti per bruciare la tua.
Torna a casa, e accendi la Tv. Ci sono sempre in onda vari talk show, e in tutti c'è Sallusti. Terreo e ubiquo, come Padre Pio. Ascolta le sue sante parole, e vergognati.
Tu sei un parassita. Un peso morto. Per anni hai preteso di essere pagato per lavorare, e persino di essere pagato dopo aver lavorato, ormai vecchio e inutile.
Un sopruso che i mercati non intendono più subire.
Il lavoro non è un diritto, è una merce. E tu non potrai più costringere nessuno a comprare la tua merce avariata.
Tu non ci servi. Al mondo ci sono milioni di disperati pronti a strisciare per un decimo del tuo stipendio, tu non sei competitivo, sei un pessimo affare, anzi, sei proprio una patacca.
Levati dai coglioni, e ringraziaci di non averti denunciato per truffa.
Ringraziaci di aver difeso la libertà dei mercati, di aver trovato l'ingranaggio guasto che inceppava la meravigliosa macchina del Capitalismo.
Tu sei il guasto. E sarai rimosso, in modo che la macchina del Capitalismo torni a macinare risorse umane e naturali a pieno regime.
Il futuro di cui parli non ti è stato rubato, non è mai esistito. Tu non hai mai avuto nessun futuro. Tu sei un rudere, un fossile, un rifiuto tossico del passato da spazzare via.
Sei un ostacolo al progresso, sei una zavorra per l'alta velocità. Sei la carcassa scheletrica del cane randagio che blocca la strada al SUV dell'avvenire.
Raccogli le tue ossa marce, e sgombera.
La pazienza del Capitalismo è finita.