mercoledì 7 settembre 2011

IL COMMENTO
La riduzione del danno
di MASSIMO GIANNINI, da Repubblica


Se non li puoi convincere, confondili. È la legge di Truman. Berlusconi e Tremonti, ormai svuotati di spessore politico, la applicano alla manovra con rigore scientifico. Dopo quattro tentativi miseramente falliti in appena due mesi, spunta ora la quinta versione del decreto anti-crisi. Già questa abnorme bulimia quantitativa sarebbe sufficiente a giudicare disastrosa l'azione del governo. Ma quello che stupisce, e indigna di più, è la totale schizofrenia qualitativa delle misure messe in campo.



A giugno Tremonti aveva garantito che, d'accordo con l'Europa, l'Italia non aveva bisogno di una vera e propria manovra di bilancio, e per questo aveva annunciato una modesta leggina di minima "surplace" contabile. Ai primi di luglio abbiamo scoperto che eravamo sull'orlo dell'abisso. Così è cominciata la folle teoria estiva dei decreti usa e getta. Prima la stangata del contributo di solidarietà sui ceti medio-alti. Poi la batosta sulle pensioni d'anzianità cumulate con il riscatto della laurea e della naja. Poi ancora la finta caccia agli evasori fiscali a colpi di "carcere & condono". Trovate estemporanee di questo o quel ministro, frustate casuali all'una o all'altra categoria. Senza logica politica, senza tenuta economica. Non solo i cittadini allibiti e gli speculatori affamati, ma l'intero establishment interno e internazionale ha fatto giustizia di tanta irresponsabile approssimazione. L'Unione Europea e la Bce, la Banca d'Italia e la Confindustria. Da ultimo, addirittura il Capo dello

Stato, che con il suo intervento ufficiale di due giorni fa ha compiuto un passo senza precedenti, fin dai tempi della Prima Repubblica. Ha imposto la linea non solo sui tempi, ma persino sui contenuti della manovra.



Alla fine, dopo molte figuracce penose esibite sul mercato politico e molti miliardi bruciati sul mercato finanziario, il governo si è dovuto arrendere. L'ennesima, radicale riscrittura della manovra non cancella le storture di fondo. Con l'aumento dell'Iva e la reintroduzione della supertassa sui redditi oltre i 300 mila euro si fa persino più massiccio il ricorso alla leva fiscale, che già occupava quasi il 70% del menù dei provvedimenti varati nelle stesure precedenti. Svanisce così, ormai anche sul piano simbolico, la ridicola promessa del Cavaliere: "Non mettiamo le mani nelle tasche dei contribuenti", aveva giurato il premier, che ora invece in quelle tasche ci entra non solo con le mani, ma con tutte le scarpe. Si anticipa il giro di vite sull'età pensionabile delle donne, e si rinuncia così a qualunque ambizione riformatrice più generale sul capitolo della previdenza. Resta la drammatica carenza di misure concrete per la crescita e lo sviluppo. Resta la plastica evidenza di un governo che non ha una visione sulla società italiana di oggi, né una soluzione per quella che vuole costruire domani.



Tuttavia la quinta manovra, per quanto iniqua e sgangherata, almeno un pregio ce l'ha: i saldi contabili sono finalmente più solidi, come la stessa Commissione di Bruxelles ha già puntualmente riconosciuto. È certo il gettito in aumento dell'imposta sul valore aggiuntivo, il "male minore" invocato da tempo dalla Banca d'Italia e osteggiato per puro puntiglio dal ministro del Tesoro. È certo l'incasso a regime dell'intervento sulle pensioni delle donne, suggerito da Confindustria e ostacolato per puro ideologismo dal leader della Lega. È certo, per quanto risibile, il maggior introito del mini-tributo di solidarietà per i ceti più abbienti, inopinatamente preferito a una seria imposta sui grandi patrimoni per puro opportunismo elettorale. Dunque, almeno sulla copertura integrale dei 45 miliardi, la manovra risulta oggettivamente migliorata. Anche se rimane la sua irrimediabile inefficacia, rispetto alle esigenze di equità sociale e alle urgenze di rilancio del Pil. E anche se rimane la sua probabile insufficienza, rispetto agli impegni sottoscritti in Europa sul pareggio di bilancio e alle aspettative delle società di rating e della business community.

Quella di ieri, in definitiva, è solo una tardiva "riduzione del danno". I problemi dell'Italia sono tutt'altro che risolti. Nel momento in cui aggiusta la manovra, il governo certifica paradossalmente la sua fine. Berlusconi, Bossi e Tremonti si acconciano a continui compromessi al ribasso, ormai logorati dentro una convivenza da separati in casa, che li spinge a camminare a tentoni nella buia notte calata su Eurolandia. Il governo non c'è più. Lo sostituisce Napolitano, lo commissaria la Banca d'Italia, lo etero-dirigono i mercati. La stessa coalizione di centrodestra ne è tanto consapevole, che si vede costretta all'ultimo sfregio alle istituzioni: la richiesta del voto di fiducia, su una manovra che lo stesso Pd era pronto a non votare ma a non ostacolare, sembra più un atto di forza interno al centrodestra che non un atto di sfida rivolto al centrosinistra.



In queste condizioni si può tamponare un'emergenza congiunturale, ma non si può affrontare una crisi globale. Lo scrive ormai anche la grande stampa mondiale, dal "Wall Street Journal" al "Financial Times": l'Italia è unanimemente considerata la zavorra che rischia di affondare l'euro. Per questo, ancora una volta, l'unica via d'uscita da questa tempesta imperfetta è l'approvazione rapida del decretone, e poi le dimissioni immediate del governo. Sarebbe l'ultimo, e forse l'unico gesto di responsabilità compiuto dal presidente del Consiglio. Con la quinta manovra si recupera un po' di attendibilità aritmetica, ma non si ricostruisce la credibilità politica. Quella, per il Cavaliere, è perduta per sempre.

di m.giannini@repubblica.it . Fonte : Repubblica

(07 settembre 2011)

lunedì 5 settembre 2011

Tutte le novità approvate dalla commissione Bilancio dello Senato

Fone : il sole 24 ore

Via il contributo di solidarietà


Salve le buste paga dei manager privati e dei calciatori, mentre il taglio agli stipendi (5% oltre i 90mila euro e 10% oltre i 150mila) resta per pubblici dipendenti e pensionati



Salve le feste laiche

Il 1° maggio, il 25 aprile e il 2 giugno non verranno accorpate alla domenica. Niente da fare invece per le feste patronali: resta solo quella di Roma





Meno tagli a enti locali, di più ai ministeri

Il gettito, circa 1,8 mld, atteso dalla cosiddetta Robin Hood Tax l'addizionale sulle imprese energetiche andranno ad alleggerire integralmente i tagli agli enti territoriali, e non più per metà a loro e per metà ai ministeri



Manette ai grandi evasori

Niente sospensione condizionale della pena se sono stati evasi oltre 3 milioni di euro



Niente conto corrente su Unico

Salta la norma che obbligava a indicare il nome della banca



Liste nere contribuenti

L'agenzia delle Entrate potrà attraverso gli intermediari finanziari stilare liste di contribuenti da mettere sotto controllo in via preventiva



Dichiarazioni on line

I Comuni potranno pubblicare sui loro siti i dati relativi alle dichiarazioni ma solo in forma aggregata, per categorie



Partecipazione Comuni a lotta evasione

Passa dal 50% al 100% l'incasso dei frutti della lotta all'evasione messa in campo con la collaborazione del Comune



Stretta sulle coop

Si alleggeriscono le agevolazioni e gli utili peseranno di più sulla base imponibile. Sono stati, invece, ritirati gli emendamenti che escludevano le Banche di credito cooperativo dalla stretta fiscale sulle coop



Più tasse a società di comodo

Arriva un'addizionale del 10,5% e una serie di norme restrittive



Barche delle società nel redditometro

Più controlli sui beni delle società usati da soci o familiari. Dalle barche alle auto entreranno nel redditometro



Contratto aziendale deroga legge, anche licenziamento

I contratti di lavoro aziendali o territoriali operano anche in deroga alle leggi (vale anche per l'articolo 18) e ai contratti collettivi nazionali. L'accordo interconfederale del 28 giugno viene recepito in manovra



Sindacati territoriali

Nelle intese aziendali o territoriali valide erga omnes, per misurare la rappresentatività del sindacato basta anche il criterio «territoriale»



Mamme più tutelate

Si amplia alle neo mamme la platea dei soggetti che non possono essere licenziati in deroga alle leggi



Riforma uffici giudiziari

Vengono riorganizzati i tribunali



Piccoli comuni, verso unioni

Niente giunte per i Comuni sotto i 1.000 abitanti e accorpamenti attraverso le Unioni. Meno assessori anche nei Comuni oltre questa soglia ma sempre di piccola taglia. Riunioni, «preferibilmente» di sera





Province, rinviato taglio, dimezzati consiglieri

Salta il taglio delle Province con meno di 300mila abitanti; la partita è rinviata ad un ddl costituzionale. Confermato invece il dimezzamento dei consiglieri provinciali



Incompatibilità, vale anche per parlamento Ue

Cambia la norma sulle incompatibilità tra carica parlamentare e altre cariche elettive. Si estende anche ai parlamentari europei in quota italiana





Salvi Fas regionali

Esclusi dalla clausola di salvaguardia che prevedeva un loro taglio se i ministeri non raggiungeranno nel 2012 i 6 miliardi di euro di risparmi.





Salva tredicesima statali

Come clausola di salvaguardia, in caso di mancati risparmi da parte ei ministeri, ci sarà il taglio del 30% dei premi di produzione dei dirigenti responsabili



Salvi mini-enti ricerca e cultura

Non verranno soppressi con le istituzioni con meno di 70 dipendenti



Bollo money transfer

L'imposta è pari al 2% trasferito con ogni singola operazione, con un minimo di prelievo pari a 3 euro. Sono esenti dall'imposta i trasferimenti effettuati da persone fisiche munite di matricola Inps e codice fiscale



Recupero condono 2002

Il Fisco potrà recuperare coattivamente le somme non riscosse dal condono tombale del 2002, entro il termine perentorio del 31 dicembre 2011



Farmacie

La manovra economica salva il numero chiuso per le farmacie, limitando per questo settore la liberalizzazione



Lotta evasione per calo tasse

Le maggiori entrate derivanti dalla lotta all'evasione a partire dal 2015 saranno destinate alla riduzione della pressione fiscale



Spending review

Via libera alla revisione della spesa pubblica. La norma impegna il ministro dell'Economia a presentare al Parlamento entro il 30 novembre 2011 un programma per la riorganizzazione della spesa pubblica



Super-Inps

Tra gli obiettivi di revisione della spesa c'è l'accorpamento degli enti della previdenza pubblica, andando così verso un super-Inps



Sistri

Salvato il Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti industriali



domenica 4 settembre 2011

l'euro è morto anche se nessuno lo dice.

CERNOBBIO
di  PAOLA PICA , dal Corriere

CERNOBBIO (Como) – Magari non è ancora il problema numero uno della moneta unica, che in questi giorni fa i conti con tempeste epocali, ma rischia di diventarlo: l’opinione pubblica in Germania. L’operaio tedesco, è l’immagine che utilizzano gli addetti ai lavori, non ne vuole sapere di pagare il debito del pescatore greco. Figuriamoci a presentargli il conto di Italia e Spagna. Anche per questo si comincia a temere per la tenuta dell’euro, almeno nella composizione attuale, e la questione intreccia molti degli interventi degli economisti presenti al Workshop Ambrosetti di Cernobbio. Anzi, di Germania e delle politiche difensive messe in atto dal governo Merkel si parla molto nella seconda e penultima giornata del seminario, che vede assente giustificato il ministro delle finanze di Berlino, Wolfgang Schauble. Il presidente della Bocconi Mario Monti che conduce i lavori a porte chiuse, non rinuncia però alla stoccata: sono sempre stato considerato filo-tedesco, afferma, ma oggi sono critico. Un paese che svolge un ruolo guida come la Germania non può accontentarsi di visioni a breve termine, deve guardare più in là.





IL RUOLO DI TRICHET -«Se l’Euro tra tre anni ci sarà ancora dovremo dire grazie anche a quello che ha fatto il presidente della Bce, Jean- Claude Trichet – osserva Roberto Nicastro, direttore generale di Unicredit – che ha teso una mano all’Italia e alla Spagna, certo chiedendo garanzie e riuscendo a rassicurare Merkel e Sarkozy». Lo sa bene il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che di primo mattino in videocollegamento dal Quirinale ringrazia in lingua francese Trichet seduto in sala. Il banchiere centrale ricambia la cortesia ma è fermo nel ricordare all’Italia gli impegni presi. E’ l’ultima raccomandazione prima di passare la guida dell’Eurotower a Mario Draghi che prenderà servizio a Francoforte il prossimo novembre. E il compito che tocca al governatore italiano va facendosi ogni giorno incredibilmente più difficile.



L’EURO-MARCO E’ MORTO? – «E’ chiaro che l’euro degli ultimi dieci anni è virtualmente fallito, anche se non si può dire» è il pensiero dell’economista Giacomo Vaciago per il quale «si faceva finta di essere tedeschi. Ma era una truffa: ora bisogna costruire una moneta in cui ciascuno non imbroglia e fa le riforme». Il tabù lo aveva già rotto però il giorno prima Martin Feldestein, economista e adivisor di Obama, anche lui qui a Cernobbio, affermando che l’euro «è un esperimento fallito».





Franco Frattini (Ap)

FRATTINI: ALLA BCE RISPONDIAMO CON I FATTI - Alle preoccupazioni della Bce il governo «risponderà nei fatti approvando la manovra rapidamente», assicura il ministro degli Esteri Franco Frattini per il quale l’euro è assolutamente solido e la Bce non smetterà di acquistare Btp. Perché questa è un’altra preoccupazione che aleggia nelle sale di Villa d’Este dopo la nuova impennata vista venerdì del differenziale dei titoli di Stato italiani. «Insisteremo sulla Bce perché continui con la sua saggia politica di acquisti. Molto – ha riconosciuto Frattini – dipenderà dalla coerenza delle nostre istituzioni».



I MINISTRI SULLA GRATICOLA – L’ultimo giorno di lavori vedrà schierato mezzo governo, a partire da Tremonti al quale spetta l’intervento finale. Un test decisivo per il superministro e per l’intero esecutivo presso l’establishment economico che da giorni invoca il recupero di credibilità politica e si esercita nella promozione dei propri candidati, da Mario Monti ad Alessandro Profumo. Tremonti vede brevemente Trichet al suo arrivo a Cernobbio e si intrattiene con un direttore del Fmi, Arrigo Sadun. Di governo tecnico senza maggioranza parlamentare non se ne parla, ha avvertito il Capo dello Stato ricordando le regole della Costituzione e i poteri del Quirinale. Signori, ha detto in sostanza Napolitano alla comunità finanziaria, il presidente della Repubblica non può fare nulla se prima non viene aperta la crisi di governo.
Fonte : il corriere




03 settembre 2011 21:13



Economia


04/09/2011 - RETROSCENA
La lobby di Cernobbio torna  a scommettere sul governo tecnico


Di MARCO ALFIERI,dalla " Stampa"



INVIATO A CERNOBBIO

Finché c’è un governo che ha la fiducia del Parlamento, comunque agisca, non posso pensare alla formazione di un esecutivo diverso da quello attuale». Giorgio Napolitano, collegato in videoconferenza al workshop Ambrosetti di Cernobbio, risponde nell’unico modo possibile all’ambasciatore Sergio Romano che gli chiede lumi su un possibile governo tecnico per sbloccare l’impasse in cui è finito il paese. Domanda irrituale quella dell’editorialista principe del Corriere della Sera per non scatenare la malizia in un consesso in cui il presidente è invitato a parlare di Europa. Quella del Colle è una sorta di vorrei ma non posso. Il che paradossalmente ne rafforza il ruolo di garante davanti ai mercati e all’Ue.



L’Italia manterrà l’impegno del pareggio di bilancio e dei saldi previsti in manovra, è il Napolitano pensiero, rivendicato «giocando» di sponda con il presidente uscente della Bce, Jean Claude Trichet, che gli chiede garanzie sul debito italiano, in mancanza di interlocutori affidabili. Alla fine il Quirinale ringrazia Francoforte per il supporto sul mercato dei titoli pubblici, idealmente in scia al Mario Monti di venerdì: «la cosa peggiore - aveva precisato il presidente della Bocconi - sarebbe mettere in imbarazzo la Bce che ha fatto nei confronti di Italia e Spagna il massimo di quel che poteva fare». In questo quadretto da salute pubblica Napolitano-TrichetMonti-Romano si misura tutto il baratro su cui sta ballando il Belpaese: «Siamo dentro un vortice globale con un supplemento tutto italiano, quello della credibilità finita sotto i tacchi», commenta un imprenditore appena tornato da un viaggio d’affari in Germania.



Da Cernobbio gli indizi si sprecano. La cassandra Nouriel Roubini ripete a chi lo interroga che «I mercati finanziari sono preoccupati per la credibilità della politica italiana - la manfrina sulla manovra docet - per questo ci vorrebbe un governo tecnico». Chi ai tavolini vista lago sta leggendo il Financial Times non fa che commentare il paginone a metà su Italia e Spagna, i malati d’Europa. L’articolo su Roma è una ruvida descrizione che mescola la manovra ballerina e la saga sessuale del premier, con tanto di foto di Ruby «rubacuori» e in bella evidenza le frasi del Cavaliere sull’Italia «paese di m…». L’articolo su Madrid è un elogio all’approvazione in Costituzione del pareggio di bilancio. È la seconda volta dalla fine del regime franchista che la Spagna tocca la propria carta, insomma una cosa epocale, consona ai tempi difficili.



L’analisi dell’Ft riflette al centimetro gli umori degli investitori internazionali: venerdì i rendimenti dei titoli decennali spagnoli sono scesi sotto quelli italiani, nonostante la disoccupazione sia più che doppia. La credibilità politica vale oro e i mercati da qualche giorno sembrano fidarsi più di Madrid. Ma il richiamo alla responsabilità di un governo in panne, che arriva dai potenti di Cernobbio, è anche un monito a un sistema paese in deficit di produttività, innovazione e competitività. Le due cose si sommano. Nelle tabelle su debito, interscambio e investimenti esteri, presentate in sala dal governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, l’Italia è sempre accomunata ai paesi di coda dell’eurozona (Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna). Non è un dettaglio in un workshop dove ogni gesto diventa sostanza. «Siete un paese trasformatore, avete prezzi troppo alti - salari, immobili, prodotti - dovete abbassarli per stare nell’euro», va ripetendo l’occhiuto Hans Werner Sinn, l’economista consigliere di Angela Merkel.



I suoi grafici dicono molto del pantano attuale: prima dell’euro i tassi di interesse dei paesi periferici erano molto alti, poi scendono e per un decennio si allineano a quelli di Berlino. Da due anni però sono risaliti, come se l’euro non ci fosse più. «La verità è che per 10 anni abbiamo vissuto da tedeschi senza esserlo», sentenzia un habituè di Cernobbio come Giacomo Vaciago. «In Europa, e soprattutto in Italia, i Governi devono procedere con riforme strutturali», insiste Trichet. La Grecia in fondo vale il 2% dell’eurozona, Roma è la terza economia dell’area. E questo fa tutta la differenza. Insieme alla crisi di credibilità…

sabato 3 settembre 2011

Il cavaliere accerchiato

Politica


03/09/2011 - RETROSCENA
Il Cavaliere accerchiato

sente aria di ribaltone



Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio

Sconvolto dall’inchiesta di Bari, teme un governo tecnico

di UGO MAGRI, dlla Stampa



ROMA

Berlusconi è sotto schiaffo nel momento peggiore, mentre la speculazione accerchia l’euro e martella l’Italia (anello debole). Lo sfogo telefonico sul «Paese di m...» sta girando il mondo, ne parla pure la Cnn, e non accresce il nostro prestigio né quello del governo. La mente del premier è quasi totalmente assorbita dall’inchiesta Tarantini-Lavitola; dall’ansia per l’interrogatorio di Marinella, più che una segretaria quasi una figlia. Lo solleva in parte la certezza che «lei è fortissima», reggerà lo stress; lo snerva la prospettiva di doversi accomodare a sua volta davanti ai pm per vuotare il sacco su «Mignottopoli». «E’ l’ennesimo tentativo di farmi fuori», si sfoga con chi lo chiama al telefono per parlar d’altro, principalmente di manovra. L’amarezza lo porta a commettere errori tragici, come l’insulto agli oppositori («criminali» è sbottato l’altra sera da Parigi) che fa inviperire proprio quando dovrebbe chiedere loro una mano. «Fa d’ogni erba un fascio, non distingue più tra Woodcock e Bersani», tenta di giustificarlo un amico. E una ministra a lui fedelissima: «Temiamo le conseguenze di questa sua condizione umorale». Nel pieno delle tempesta abbiamo un premier col cartello «fuori servizio».



Intorno a lui trionfa la solita doppia verità. In pubblico tutti dicono «non c’è problema, i conti tornano». Nella vulgata governativa, le acque si calmeranno non appena il Senato avrà messo il timbro, una questione di giorni, una settimana al massimo. In privato, viceversa, si riconosce che i tempi parlamentari sono eccessivi, che nella maggioranza regna un bel caos, oltre a sindaci e governatori sono sul piede di guerra i ministri del Pdl, forti di una nota della Ragioneria in cui si definiscono (così vanno dicendo) «insostenibili» i tagli già decisi per i loro dicasteri.



Ma l’ansia più grave sono le Borse, i mercati. Dalle stanze governative si seguiva ieri con trepidazione l’impennata dello spread coi titoli tedeschi. Ministri importanti si domandavano a che gioco sta giocando la Bce, non era impegnata a sostenerci? La «manina» o «manona» di Draghi perché non fa più incetta dei nostri poveri Btp? Nei corridoi di Palazzo Chigi trionfa il complottismo. Si colgono «strane coincidenze» che a chiunque sfuggirebbero, tipo la nuova cascata di rivelazioni sull’Italia da Wikileaks. Si ipotizzano complotti della finanza anglosassone per seminare caos e svaligiare il Belpaese. Semina il panico nel Palazzo l’eventualità che il «caso Milanese», oggi dormiente, possa ridestarsi per effetto delle solite fughe di notizie dalle procure, investendo Tremonti proprio mentre sta negoziando coi partner europei. Già, perché tra una settimana si riuniscono i ministri delle finanze Ue, e sarà un passaggio da brivido. Metti caso che il differenziale con i titoli tedeschi salga ancora di più, ben oltre la quota 326 toccata ieri: c’è il rischio che l’Europa ci ingiunga di fare le persone serie, di prendere misure feroci perché non basta neppure la terza manovra, ne serve una quarta...



Anche qui, ufficialmente valgono le garanzie di Tremonti sulla copertura della manovra, col portavoce berlusconiano Bonaiuti polemico contro quanti alimentano dubbi «da 500 milioni o al massimo un miliardo rispetto a un decreto che di miliardi ne vale 45». Calderoli brandisce come una clava contro i giornali le dichiarazioni rasserenanti del portavoce di Angela Merkel. E casomai dovesse proprio servire, è pronta la carta di riserva sotto forma di aumento dell’Iva. Poi però, negli stessi ambienti governativi, circola la domanda: «Come mai D’Alema e Bersani si dicono pronti a sostenere un governo tecnico? Perché improvvisamente l’ex banchiere Profumo dà la propria disponibilità a impegnarsi in politica?». Risposta: «C’è puzza di bruciato», il Cavaliere è sulla graticola, c’è chi punta a seminare il panico, alla crisi, per poi mettere in piedi un ministero tecnico che nel clan berlusconiano ha già un nome: sarebbe il governo Monti-Scilipoti. Perché a quel punto i Responsabili nessuno li fermerebbe più. Pur di non andare a casa, sosterrebbero qualunque governo. Come hanno già dimostrato.



Credibilità cercasi





È assai poco berlusconiano l’emendamento col quale ieri, per la terza volta in due settimane, il governo ritiene di avere trovato un compromesso sulla manovra finanziaria. Delineare un orizzonte di giri di vite fiscali, manette per i «grandi evasori», pubblicazione dei redditi da parte dei Comuni, rappresenta un rovesciamento della filosofia di Silvio Berlusconi. Si tratta di misure che appena tre anni fa venivano rimproverate ad una sinistra accusata di vampirismo tributario. Oggi Lega e Pdl sono costretti a farle proprie: al punto che non ci si può non chiedere se siamo davvero di fronte alla versione definitiva.



La credibilità dell’Italia presso la Banca centrale europea si gioca molto sulla chiarezza e la certezza delle sue scelte: esattamente quello che non è stato fatto negli ultimi giorni. È il solo modo per arginare il declino di una maggioranza ammaccata dalle divisioni interne; logorata dalle incomprensioni fra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, richiamato ieri a Roma per una mediazione in extremis; e inseguita dalle ombre giudiziarie che riguardano Berlusconi. Qualunque leader che si rispetti sa di dover proporre misure impopolari.



La sensazione è che il governo si sia rassegnato a scegliere l’«impopolarità minore»: anche perché non aveva alternative. Dopo i pastrocchi sulle pensioni, serviva un segnale. Rimane da capire se basterà ai mercati, scongiurando il rischio di nuove manovre. E se consentirà a Berlusconi di andare un po’ oltre la logica della pura sopravvivenza. Qualcuno comincia a pensare che esiste una maledizione dei vertici internazionali, per lui. Si cominciò con l’avviso di garanzia recapitatogli a quello di Napoli, nel 1994. Ieri, il presidente del Consiglio è arrivato a Parigi per il summit sul futuro della Libia, preceduto dalla notizia di nuove intercettazioni telefoniche e arresti.



Rispetto a diciassette anni fa, Berlusconi non è accusato di nulla, anzi: è vittima di un’estorsione. Ma un premier ricattato porta a domandarsi: perché? Non che l’Italia sia particolarmente sensibile a certi temi: spesso l’indignazione è una merce avariata dalla faziosità politica e dal moralismo. Il meno che si possa dire, però, è che mentre lievitava una crisi finanziaria sottovalutata fino alla sua esplosione, Berlusconi sembrava distratto da altro. Si tratta di una constatazione obbligata e amara.



Conferma e dilata le incognite della manovra economica. Un Berlusconi logorato non prelude ad una crisi di governo, ma alla perdita parallela di credibilità internazionale dell’Italia. L’arresto dell’imprenditore Gianpaolo Tarantini e della moglie, accusati di ricattare il premier, e l’ordine di cattura per Valter Lavitola, ritenuto un suo informatore sulle questioni giudiziarie, consegnano il capo del governo all’ennesima, imbarazzante sovraesposizione. Per ora il premier è condannato a rimanere a Palazzo Chigi; e l’Italia, e forse anche un pezzo d’Europa, a sperare che non si crei un vuoto di potere. Nonostante gli stereotipi deteriori che Berlusconi alimenta.



di Massimo Franco , dal Corriere

02 settembre 2011 10:38

Sciopero Generale: studenti della Rete della Conoscenza in piazza il 6 settembre - micromega-online - micromega

Sciopero Generale: studenti della Rete della Conoscenza in piazza il 6 settembre - micromega-online - micromega

venerdì 2 settembre 2011

Il mondo delle cooperative merita un trattamento migliore.

«I diritti sociali sono parte integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettarli non può dipendere meramente dall’andamento delle borse e dei mercati». È il monito lanciato oggi dal segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, intervenendo all’incontro nazionale di studi delle Acli a Castel Gandolfo. Bertone ha parlato di «civilizzazione dell’economia in

contrapposizione alla forte tendenza speculativa».

«Un’economia civile - ha spiegato - non può trascurare la valenza sociale dell’impresa e la corrispettiva responsabilità nei confronti delle famiglie dei lavoratori, della società e dell’ambiente».

Poi è arrivato l’affondo. Il mondo delle cooperative che «in tempi di crisi ha dato lavoro e solidarietà» merita «un trattamento migliore di quello che gli è stato riservato nella recente manovra economica».

Per ''storia familiare'', ha spiegato il porporato, sono ''molto vicino al mondo cooperativistico, mondo virtuoso, e mi sembra che questo mondo sia da apprezzare''. Il suo intervento è stato interrotto dagli applausi della platea delle Acli.

«Come laici siamo pronti ad assumerci i nostri rischi, ad andare incontro anche a possibili e inevitabili errori. Ma non vogliamo tirarci indietro». Parole pronunciate dal presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero, nell’intervento di saluto al cardinale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, nella seconda giornata dell’incontro nazionale di studi a Castel Gandolfo, dedicata al tema del «Lavoro scomposto».


«Le Acli - ha affermato Olivero - vogliono rispondere senza indugio all’appello rivolto da papa Benedetto per formare una nuova generazione di cattolici impegnati ad evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica».






«Non abbiamo la presunzione - ha aggiunto - di avere le risposte giuste per i tanti e gravi problemi che attanagliano il mondo del lavoro, ma la convinzione, questa sì, che i valori del Vangelo possono illuminare e guidare i nostri passi nel discernimento. Lavorare per la pace, la giustizia, operare per dare lavoro buono ai giovani e speranza di vita dignitosa a tutti ci pone su frontiere difficili. Ma questa è la sfida del cristiano».



Non condividiamo – ha poi aggiunto Olivero - la parte della manovra che prevede la riduzione dei vantaggi fiscali per le cooperative». «Vengono colpiti ingiustamente – ha detto il presidente delle Acli - proprio quei soggetti che tanto hanno fatto non solo per l’occupazione, ma anche e soprattutto per generare socialità e coesione. Colpire l’evasione fiscale diventa un obiettivo tanto più significativo se insieme si fa comprendere che i benefici andranno a vantaggio appunto di chi ha fatto la propria parte, di quella fetta di società che ha tenuto insieme competizione e cooperazione, economia e responsabilità sociale».



giovedì 1 settembre 2011

Antipolitica? No, è ribellione - micromega-online - micromega

Antipolitica? No, è ribellione - micromega-online - micromega
LO STUDIO

Tra un dirigente e un operaio
passano 356 euro al giorno

La ricerca delle Acli in occasione dell'Incontro nazionale dedicato al "Lavoro scomposto" mette in luce le forti diseguaglianze retributive tra i dipendenti nel settore privato. Lavoro nero e ostacoli per chi lavora nella ricerca altri punti critici per lo sviluppo del Paese

di VLADIMIRO POLCHI da Repubblica
ROMA - Quanto passa tra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio? Tanto, 356 euro al giorno per la precisione. E ancora: rispetto alla retribuzione di un "quadro", un operaio prende ogni giorno 127 euro in meno. Con un impiegato, la differenza è invece di 22 euro. A fotografare le diseguaglianze retributive sono le Acli all'apertura del 44° Incontro nazionale di studi, dedicato al tema del "Lavoro scomposto".

Il Paese delle diseguaglianze. Il rapporto dell'Iref - l'istituto di ricerca delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani - mette a confronto le retribuzioni medie giornaliere dei lavoratori dipendenti nelle diverse professioni del settore privato. Rispetto alla retribuzione media giornaliera (82 euro), un dirigente guadagna 340 euro in più al giorno, un quadro 111 euro, un impiegato 6 euro in più. Ma la differenza si amplifica nei confronti di un operaio, la cui retribuzione è di 16 euro inferiore alla media. Peggio di lui solo il lavoratore apprendista, che guadagna in meno 31 euro al giorno. Le donne, rispetto agli uomini, ricevono in media al giorno 27 euro in meno. "I dati mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni  -  sostiene il presidente delle Acli, Andrea Olivero  -  che non può non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese. Occorre assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarietà e la misura patrimoniale".

Lavoro . Quello sui salari è solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le contraddizioni di un mondo del lavoro "scomposto". Altro punto critico è il lavoro sommerso (12 posti di lavoro su 100 sono oggi irregolari, 18% al Sud e il 27% il Calabria) e i settori della ricerca e sviluppo. I lavoratori della conoscenza nel settore privato in Italia sono poco più di centomila, di cui 35mila ricercatori, 41mila tecnici e 24mila altri addetti alla ricerca. Nel confronto con altri Paesi a sviluppo avanzato, si nota che in Giappone il totale degli addetti è quasi sei volte superiore (683mila), tre volte in Germania (341mila).

Atipici: non solo giovani. In Italia, quasi un lavoratore su quattro (23%) ha un'occupazione "non standard", ovvero non a orario pieno e non a tempo indeterminato: il 12%, pari a 2milioni e 700mila individui, è un lavoratore a tempo parziale, mentre l'11% è un atipico (tempi determinati e collaboratori). Il lavoro a tempo parziale interessa maggiormente le donne: le lavoratici part-timer sono un 1milione e 800mila. Per gli atipici il rapporto di genere è pressoché pari, mentre l'età evidenzia una buona quota di giovani (39%), ma soprattutto un'elevata percentuale di adulti (il 48% degli atipici ha tra i 30 e i 49 anni).

Un milione e mezzo di scoraggiati. A livello europeo l'Italia fa parte del gruppo di Paesi nei quali i disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del totale dei disoccupati. Parenti stretti dei disoccupati di lungo corso sono quella quota di inattivi che si è soliti definire "scoraggiati", ovvero individui disponibili a lavorare ma che dichiarano di non cercare lavoro perché sfiduciati rispetto alla possibilità di ottenere un impiego. In Europa questo dato continua a oscillare attorno al 4% (sul totale degli inattivi) e sembra essere in moderata crescita per l'anno 2010 (4,6%). In Italia invece il dato è più del doppio e tra il 2009 e i 2010 è cresciuto di quasi un punto percentuale, arrivando al 10%. Nel complesso gli scoraggiati rappresentano 1 milione e mezzo di persone, in gran parte concentrate nelle regioni meridionali.
nero e poca ricerca