.."quando dò da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista…”.Helder Camara
domenica 10 aprile 2011
9 aprile
Precarietà, dagli studenti della Rete della Conoscenza 10 domande ai politici: “La solidarietà non ci basta”
E gli studenti, infatti, sembrano non fare sconti a nessuno, con la prima delle loro 10 domande scrivono: “La precarietà non è come la pioggia che cade dal cielo, bensì è il frutto di processi di ristrutturazione produttiva e di politiche del lavoro ben precise, portate avanti da governi di centrodestra e centrosinistra. È pronto a invertire la tendenza verso la precarizzazione, in atto da ormai 15 anni?”.
Le successive domande si concentrano sul ripensamento del welfare chiedendo l'introduzione forme di welfare universale, l'istituzione di reddito minimo come previsto dal parlamento europeo uguali tutele per i lavoratori a tempo indeterminato e determinato, politiche previdenziali e abitative e di diritto allo studio rivolte ai giovani e ai precari e maggiori tutele negli stage e nei tirocini. “La manifestazione di oggi sarà un'importante occasione per parlare al paese e porre al centro dell'agenda i temi del lavoro, del welfare e quindi del futuro dell'Italia”, dichiara la Rete della Conoscenza.
“Gli studenti già dallo scorso autunno hanno posto al paese il tema delle questione generazionale e oggi saranno numerosi nelle piazze perchè già nelle scuole e nelle università si sperimenta la precarietà di vita attraverso gli stage che mascherano lavoro sottopagato e l'assenza del diritto allo studio e delle forme minime di protezione sociale. Ci auguriamo che quanti oggi ci sostengono domani non si dimentichino di questi temi. In ogni caso – conclude la Rete – ci saremo sempre per ricordarglielo con forza”.
Di seguito le 10 domande alla politica:
1. La precarietà non è come la pioggia che cade dal cielo, bensì è il frutto di processi di ristrutturazione produttiva e di politiche del lavoro ben precise, portate avanti da governi di centrodestra e centrosinistra. È pronto a invertire la tendenza verso la precarizzazione, in atto da ormai 15 anni?
2. Molti lavoratori precari non godono dei più elementari diritti, dalla malattia allo sciopero, dalle ferie ai congedi parentali. Si impegna a votare una legge che stabilisca uguali diritti per tutti i lavoratori, che siano a tempo indeterminato o a tempo indeterminato?
3. Una grandissima parte dei contratti atipici contrabbanda per lavoro autonomo il normale lavoro subordinato. Si impegna a votare la cancellazione di queste figure contrattuali e a ricondurre tutto il lavoro dipendente all'interno dello stesso quadro contrattuale?
4. Il sistema italiano di welfare è basato su uno schema di rapporti produttivi che non esiste più e lascia scoperta una quota sempre più ampia di persone. Si impegna a votare l'introduzione di strumenti di welfare universale?
5. In particolare, si impegna a votare l'attuazione della risoluzione 2010/2039(INI) del Parlamento europeo, che invita gli stati membri a introdurre un reddito minimo per promuovere l'inclusione sociale, pari almeno al 60% del salario medio nazionale?
6. L'Italia in cui praticamente ogni famiglia ha una casa di proprietà, dopo 15 anni di precarizzazione del lavoro, è ormai un ricordo, soprattutto per la nostra generazione. Si impegna a votare la promozione di politiche pubbliche attive per il diritto all'abitare, in grado di calmierare il mercato degli affitti?
7. Il presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua, qualche mese tempo fa, ha dichiarato: «Se i precari sapessero a quanto ammonta la loro pensione rischieremmo un sommovimento sociale». Si impegna a porre fino allo scandalo della gestione separata, a stabilire chiarezza, trasparenza ed equità nella gestione dei contributi previdenziali dei lavoratori precari e a garantire la totalizzazione senza riserve dei contributi indipendentemente dal fondo in cui si versa?
8. La precarietà inizia nei luoghi della formazione. Migliaia di studenti medi e universitari, ogni giorno, partecipano a programmi di stage, tirocinio o alternanza scuola/lavoro, privi di qualsiasi tutela sociale e spesso anche di qualsiasi valore formativo. Si impegna a votare l'introduzione di uno statuto dei diritti degli studenti in stage, che stabilisca tutele, forme di welfare e criteri di qualità formativa?
9. Moltissimi studenti e studentesse, oggi, in Italia, sono costretti ad accettare lavori precari e spesso in nero per mantenersi gli studi e conquistare l'autonomia dalla famiglia. Si impegna a votare la copertura totale degli idonei alle borse di studio, il potenziamento dei servizi pubblici legati a mense, trasporti e alloggi e l'introduzione di un reddito per i soggetti in formazione, già presente in 25 dei 27 paesi dell'Unione Europea?
10. Il sistema produttivo italiano, in crisi, si ritaglia margini di profitto e competitività livellando verso il basso i diritti e i salari invece che scommettendo sui saperi e sulla riconversione ecologica dell'economia. Si impegna a votare un piano di investimenti su formazione e ricerca, che sappia rilanciare l'obiettivo della piena e buona occupazione, orientando la produzione in senso sociale e ambientale?
(9 aprile 2011)
Da Micromega
Politica & Palazzo
10 Aprile 2011
La casta si raddoppia i finanziamenti
Il deputato del Pd Ugo Sposetti ha presentato una norma per sovvenzionare le fondazioni legate
alle forze politiche con 185 milioni. E per dare rimborsi anche alle liste sotto l'1%. La proposta
è stata firmata da esponenti di Pdl, Idv, Udc e Ir. Martedì ci sarà la discussione in commissione
alle forze politiche con 185 milioni. E per dare rimborsi anche alle liste sotto l'1%. La proposta
è stata firmata da esponenti di Pdl, Idv, Udc e Ir. Martedì ci sarà la discussione in commissione
I 170 milioni di euro che ogni anno i partiti incassano sotto forma di rimborso elettorale non bastano più. Nonostante il referendum del '93 abbia abolito il finanziamento pubblico, ora il Parlamento cerca un nuovo stratagemma per moltiplicare la cifra a disposizione delle forze politiche: una legge che regali 185 milioni annui alle fondazioni che curano “l'attività culturale e la formazione politica” del partito cui fanno riferimento. Non solo: la soglia per avere diritto al rimborso elettorale verrebbe abbassata dal 4% all'1%. La norma, proposta dal deputato del Pd Ugo Sposetti, è subito piaciuta in modo trasversale: l'hanno firmata in 56, molti Pd e, poi, esponenti di Pdl, Udc, Idv e Ir. Fra due giorni la commissione Affari costituzionali di Montecitorio inizierà la discussione
di Eduardo Di Blasi
Fonte: il fatto quotidiano
di Eduardo Di Blasi
Fonte: il fatto quotidiano
| Le due Italie del lavoro che non si parlano di Mario Deaglio, dalla " Stampa" | |
Una manifestazione nazionale dei lavoratori precari, come quella di ieri, articolata in varie fasi e in varie città, sarebbe stata impensabile anche solo un anno fa e rappresenta un importante sviluppo economico-sociale. I precari, infatti, tradizionalmente sono cani sciolti, con diversissime storie personali, ai quali la continua mobilità rende comunque difficile, in via normale, un’azione comune. Assunti a termine, pagati, di solito non molto, e poi arrivederci e grazie. Una simile situazione può anche essere accettabile se esiste una sorta di patto implicito in base al quale questi spezzoni di lavoro, a termine o a tempo parziale, si possono trasformare in un lavoro vero entro un ragionevole intervallo di tempo. In questo caso l’attività precaria può costituire una sorta di apprendistato, anomalo ma in grado di insegnare una professione; non è invece possibile restare apprendisti - o precari - per tutta la vita. Con la crisi economica la durata del precariato si è allungata, la sua natura è cambiata. I precari, in grande maggioranza giovani, diventano lavoratori-cuscinetto che assorbono direttamente i colpi della crisi e quindi, implicitamente, forniscono un riparo ai lavori più sicuri degli altri. Il caso più evidente è quello dell’Alitalia quando per i dipendenti a tempo indeterminato si negoziò una lunghissima, e quindi privilegiata, cassa integrazione, mentre i precari rimasero sostanzialmente a bocca asciutta. Per questo il rapporto con il sindacato è molto difficile anche se la Cgil, che ha appoggiato le manifestazioni di ieri, fa di tutto per ricucire uno strappo generazionale. Non basta però, rendere più difficile il licenziamento, come appunto la Cgil propone, occorre rendere più facili le assunzioni a tempo indeterminato. E questo si può fare soltanto cercando di imboccare a tutti i costi un sentiero di crescita, un argomento di cui il Paese, apparentemente troppo occupato con il teatrino della politica, con gli insulti tra parlamentari e le barzellette sconce del presidente del Consiglio, si dimentica allegramente. Che i precari sopportino direttamente gran parte del peso della crisi è confermato dall’analisi della Confartigianato, resa nota ieri, in base alla quale quasi un milione di lavoratori sotto i trentacinque anni (una fascia di età in cui i precari sono molto fortemente rappresentati) ha perso il lavoro nel 2009-10, mentre è aumentato il numero degli occupati più anziani. La condizione di disagio derivante dall’incertezza del precariato si è allargata a categorie che una volta ne erano immuni: giovani medici, aspiranti ricercatori o liberi professionisti, insegnanti vedono le loro prospettive di vita messe in forse dai tagli alla spesa pubblica e non ricevono alcuna solidarietà dal resto del Paese. E’ chiaro che la riduzione di un terzo della capacità di risparmio delle famiglie italiane nel periodo 2002-2010, che risulta dai dati diffusi dall’Istat qualche giorno fa, deve essere avvenuta tra queste fasce dai redditi più deboli. Sempre qui, e non certo tra i lavoratori a tempo indeterminato del pubblico impiego, si deve collocare gran parte della riduzione del potere d’acquisto delle famiglie italiane, risultato, nell’ultimo trimestre del 2010, inferiore del 5,5 per cento al livello pre-crisi. La risalita del potere d’acquisto rispetto ai minimi toccati un anno fa (-6,4 per cento) è lentissima: di questo passo ci vorranno 4-5 anni, sempre che tutto vada bene, perché il potere ritorni, in termini reali, alla situazione precedente la crisi. Il vero interrogativo è se l’Italia possa permettersi altri quattro-cinque anni di stagnazione dei consumi e dei risparmi familiari, altri quattro-cinque anni con i giovani con la cinghia tirata che lavorano con il contagocce senza alcuna vera possibilità di metter su famiglia o di impostare un qualsiasi piano di vita. Si stanno così creando le condizioni per una frattura orizzontale sempre maggiore tra un Paese «normale», composto prevalentemente di persone sopra i quarant’anni, e un Paese «precario», composto prevalentemente di persone sotto i quarant’anni, alle prese tutti i giorni con difficoltà economiche gravi; tra chi sta a casa quando ha il raffreddore perché il posto è comunque garantito e chi va a lavorare con la febbre perché altrimenti il posto è perso. La comunicabilità tra i due Paesi è scarsa, le due parti non si conoscono. Si tratta di una frattura molto pericolosa che presenta una somiglianza di fondo - pur in contesti ovviamente molto diversi - con la frattura sociale alla base delle «rivoluzioni» in atto sulla Riva Sud del Mediterraneo, dove fasce sociali di basso reddito, prive di veri meccanismi di rappresentanza, sono state spinte, da un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari, alla rivolta contro élites molto anziane, da lungo tempo prive di ricambio politico. Siamo proprio sicuri di essere immuni da questo contagio? Quanti rappresentanti hanno in Parlamento i lavoratori precari? E quanti appartenenti alla classe politica, ossia parlamentari nazionali e regionali, nonché consiglieri provinciali, comunali o di quartiere hanno meno di quarant’anni? Quanti sono i quarantenni in posizioni di primo piano nelle strutture delle imprese? In Italia, nessuna banca offrirebbe a un giovane di talento facilitazioni creditizie del tipo di quelle di cui negli Stati Uniti hanno potuto godere Bill Gates e Steve Jobs, che sono così riusciti a creare imprese di successo e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Politici come Obama (50 anni), Sarkozy (56 anni), Merkel (57 anni), Cameron (55 anni), Zapatero (51 anni) in Italia non avrebbero spazio. L’Italia non ha favorito il ricambio generale e ha, per così dire, saltato una generazione, spingendo i giovani a un precariato perenne. Ma un Paese che non sa risolvere i problemi dei suoi precari diventa esso stesso precario, cresce stentatamente e viene marginalizzato a livello internazionale. Come dimostrano gli avvenimenti recenti. mario.deaglio@unito.it | |
| Fonte : la stampa | |
Dott. Laura Scalco
Ortoressia .
Si tratta di un disturbo del comportamento alimentare (che però per ora non compare nel DSM) meno conosciuto e meno studiato rispetto all’anoressia e alla bulimia, che può diventare ugualmente pericoloso, anche perchè altrettanto subdolo. Così come per gli altri DCA, anche l’Ortoressia colpisce più frequentemente il sesso femminile.
Il termine deriva dal greco: orthòs = giusto e oréxis = appetito
In effetti, la persona ortoressica è ossessionata dall’idea di nutrirsi in modo “corretto” e tende a privilegiare solo alcuni cibi, escludendo tassativamente gli altri, esponendosi così a rischi nutrizionali notevoli.
Alla base di questo disturbo c’è un meccanismo ossessivo che porta a seguire rituali dietetici particolari sempre più complicati (es. mangiare solo cibi cotti e concentrarsi su di essi in silenzio, masticando anche fino a 100 volte ogni boccone) tanto da diventare invalidanti.
Sostanzialmente, così come nell’Anoressia Nervosa e nella Bulimia Nervosa il problema è la quantità di cibo (poco o troppo), nell’Ortoressia il problema è la qualità: è incalcolabile il tempo utilizzato per analizzare le tabelle nutrizionali dei vari cibi, anche per cercare di annullare i rischi di contaminazione che spesso sono fonte di grande preoccupazione.
Una persona che soffre di ortoressia mangia principalmente perché è un dovere, oppure per rispondere a determinati bisogni (es. mantenersi in salute, prevenire la stipsi, prevenire il tumore...), non per il piacere di gustare le pietanze, per scoprire nuovi sapori o per il piacere della convivialità che caratterizza i momenti dei pasti.
Il problema tende a peggiorare col tempo, anche perché le regole diventano sempre più restrittive. Inoltre di solito si tende all’isolamento, da un lato per non mostrare agli altri i propri “strani” rituali, dall’altro perché difficilmente famigliari o amici rispettano le ferree regole di chi è ortoressico.
In caso di trasgressione alle regole autoimposte, subentra un forte senso di colpa, che porta ad un ulteriore loro inasprimento, con l’attivazione di un rischioso circolo vizioso.
Il primo a parlare di Ortoressia è stato nel 1997 Steve Bratman, che ha anche ideato un test da autosomministrarsi per valutare se si è affetti da tale problematica.
Nel nostro Paese, il test ORTO-15 è stato validato sulla popolazione italiana da Donnini et al. (2004-2005), con il supporto della Facoltà di Scienze Alimentari dell’Università la Sapienza di Roma e dell’Istituto di Scienze dell’Alimentazione del CNR di Avellino.
È una problematica da non sottovalutare, per la quale è spesso opportuno intraprendere un percorso psicoterapeutico, in modo da lavorare in particolare sugli aspetti ossessivo-compulsivi di personalità ad essa collegati.
Fonte: " La Stampa"
sabato 9 aprile 2011
Giuseppe D'Armento: NOVA SIRI DEVE VOLTARE PAGINA
Giuseppe D'Armento: NOVA SIRI DEVE VOLTARE PAGINA: "Chiamato in causa nel comunicato di SEL , che merita molta attenzione e riflessione, esprimo il mio pensiero in merito. E' un comunicato m..."
Sveglia, siamo insostenibili
Consumi, profitti, debiti, distribuzione delle merci ed energia. Cambiare modello di sviluppo non è una scelta. È una necessità
di Carlo Freboudze
Vivere in modo sostenibile oggi sta diventando una necessità stringente. Un cambiamento è ormai inevitabile anche solo per poter pensare ai prossimi cento anni. Alla svolta del millennio il nostro vecchio modello di sviluppo occidentale ha mostrato gravi debolezze strutturali e una congenita tendenza all’autodistruzione: è ormai inadeguato sul fronte economico e finanziario, su quello ambientale e sociale.
Per nuove e coraggiose politiche industriali è necessario l’intervento dello Stato, l’unico in grado di perseguire gli interessi di lungo periodo, perché non vincolato dall’orizzonte del profitto a breve termine.
Il lungo processo di smantellamento degli Stati da parte delle società e delle multinazionali è andato contro gli interessi degli individui. I poteri economici oggi sono più forti degli Stati nazionali. Quando lo Stato si piega all’economia privata, con lui si piegano i cittadini, per i quali lo Stato è l’unico scudo. Che si tratti di impedire per legge sostanze chimiche tossiche nell’alimentazione, o fermare uno sfruttamento cieco e distruttivo delle risorse naturali, o regolare i diritti sociali, lo Stato è l’unica protezione per i cittadini. Lo Stato siamo noi. Dobbiamo proteggerlo nel nostro interesse.
Il modello di sviluppo. La finanza è uno dei campi in cui le contraddizioni del recente capitalismo sono esplose nel modo più vistoso. La vittoria dell’iniziativa privata, dilagante e insostenibile, è stata per la finanza stessa una condanna. I danni prodotti dal settore finanziario sono epocali e hanno travolto intere nazioni. Ma anche in altri campi, come quello alimentare ed energetico, le esagerazioni degli ultimi trent’anni stanno risvegliando la gente e un’inversione di marcia potrebbe essere vicina.
Alla guida dell’economia mondiale, il passaggio del testimone da Europa e Stati Uniti ad Asia e Paesi una volta detti “emergenti” viene accelerato dalla crisi del modello occidentale, figlia dell’eccesso di liberismo finanziario. Mentre le nuove economie crescono a ritmi brillanti, nel vecchio Occidente si parla solo di debiti, tagli alle pensioni e alla spesa pubblica, disoccupazione. Da questa crisi i Paesi occidentali potranno uscire solo con un modello economico nuovo. Anche per quanto riguarda i consumi.
Il modello importato dagli Stati Uniti prevedeva una libertà d’azione assoluta per tutti i soggetti economici, concezione privatistica dei servizi pubblici. Ma soprattutto prevedeva che le famiglie consumassero a ogni costo, anche prendendo soldi a prestito, se non ne avevano abbastanza. Negli ultimi vent’anni il modello è stato portato all’esasperazione: finiti soldi si è cominciato a consumare a debito, gonfiando le bolle immobiliare e finanziaria finché i debiti non sono esplosi.
Consumi sostenibili. Si parla da più di un decennio del Bhutan, dove non si misura il Pil ma l’indice di felicità dei cittadini. È ora di sostituire il Pil come indice dello sviluppo, e molti economisti hanno già elaborato interessanti proposte alternative. A partire dalla definizione di un nuovo modello di consumo, che tenga conto di tutte le conseguenze negative della crescita. Eppure siamo lenti nell’abbandonare l’attuale catena alimentare industriale con la sua chimica e biologia che sono tra i responsabili dello sviluppo di tante malattie gravi cresciute negli ultimi decenni, troppo lentamente interveniamo sull’aria delle metropoli, nonostante milioni di bambini con problemi di respirazione o patologie della pelle. Molti sprechi di energia sono un problema culturale: Tir che si incrociano tra loro in autostrada, in direzione opposta, carichi di acqua in bottiglie di plastica; edifici pubblici e condomini con riscaldamenti eccessivi, consumi elettrici estivi ormai prossimi a quelli invernali, a causa dei condizionatori, mentre trent’anni fa ne erano una frazione.
Energia. L’uso delle risorse rinnovabili è destinato a crescere. In Italia, in un paio di decenni, potrebbe coprire una quota rilevante del fabbisogno nazionale. Le fonti rinnovabili sono la chiave dal lato della generazione e produzione di energia ma i risparmi che si possono fare cambiando i consumi e migliorando l’efficienza sono altrettanto importanti se non più. Questo rimanda alla questione del modello di sviluppo. Nuove tecnologie sono in continua scoperta ed evoluzione. Qui emerge il più grave problema dell’Italia di oggi, l’assenza di una politica industriale, che metta al centro l’innovazione.
Alimentazione. Anche sul fronte dell’alimentazione la rivoluzione sembra prossima. I capi d’accusa verso la produzione industriale e la grande distribuzione sono schiaccianti e imperdonabili: eccesso di profitto nel passaggio tra produzione e distribuzione e qualità scadente del prodotto, in termini non solo di gusto e proprietà ma di sostanze utilizzate: scarti, chimica, sostanze tossiche e nocive. Quando la mela prodotta in un altro continente costa meno di quella prodotta vicino a casa, c’è qualcosa di sbagliato. Se i pomodori olandesi sono sui banconi in Italia ad agosto e non solo in dicembre, da qualche parte stiamo sbagliando. Il consumo a chilometro zero non è una sciocchezza, è una cosa seria, anche dal punto di vista economico. La qualità di ciò che mangiamo, anche. I Gruppi d’acquisto solidale sono un serio strumento di cambiamento, una delle risposte necessarie contro una politica industriale che è disposta a sacrificare i cittadini al profitto. I gas sono nati in Italia da ormai diversi anni e consentono anche nelle grandi città di accedere a canali diversi dalla grande distribuzione per l’acquisto di prodotti coltivati con rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori, in un modo solidale in termini non solo agricoli e naturali ma anche sociali.
Da "Left"
| Cosa c’è sotto Lampedusa |
di Paola Mirenda
«Abbiamo visto arrivare più di 160mila rifugiati in poche settimane. Non abbiamo gridato all’invasione. Gli abbiamo prestato soccorso nei limiti dei nostri mezzi. Gli abitanti delle regioni alla frontiera li hanno accolti presso di loro. Non ci è stato riferito di alcun
malcontento locale. Voi, quando in un momento di crisi cinquemila tunisini sbarcano a Lampedusa, gridate al cataclisma. Pensateci: 160mila immigrati arrivati all’improvviso qui da noi è, fatte le debite proporzioni, l’equivalente di un milione di immigrati in Francia in pochi giorni. Non oso immaginare il panico. Io non voglio dare lezioni a nessuno ma credo che la democrazia significhi risolvere senza scontri i problemi che sorgono naturalmente dentro una società». Béji Caid Essebsi, primo ministro tunisino, 20 marzo «Immigrati? Föra da i ball».Umberto Bossi, ministro italiano, 28 marzo
A Zarzis la bella stagione non l’annunciano le rondini ma i barconi pronti a salpare. «Bastano 2.000 dinari per partire, e a ogni angolo di strada trovi uno che ti indirizza alla persona giusta», spiega un giornalista tunisino. Si dice che qui metà degli abitanti siano “passeur”, traghettatori. Gente che per mestiere ti porta dall’altro lato del Mediterraneo, verso Lampedusa, quando il mare non è agitato, e che si limita a pescare se le onde si fanno alte. Il resto della popolazione campa del turismo degli hotel di lusso di questa cittadina balneare di 140mila abitanti, pochi chilometri dalla più famosa Djerba, la “perla della Tunisia”. Da settimane però negli alberghi stazionano altri tipi di stranieri: bengalesi, pakistani, egiziani, senza costume da bagno né voglia di divertirsi. Aspettano pazientemente un volo che li riporti in patria, lontano dalla Libia in guerra da cui sono fuggiti. Nel campo di Choucha, a sette chilometri dalla frontiera, restano poco più di tremila persone, per lo più somali una volta rifugiati in Libia, che aspettano di sapere che ne sarà di loro. A mettersi su un barcone la maggior parte non ci pensa nemmeno. Non sono i fuggitivi di Tripoli che possono impensierire i nostri governanti, eppure è loro lo spettro che si aggira oggi per l’Europa. Secondo un sondaggio dell’Ifop - istituto di ricerca francese - nei cittadini dell’Unione la “primavera araba” suscita più i timori che le speranze. Finché si parla di rivoluzioni gentili, si discute di democrazia, di libertà, di opportunità, tutti hanno parole di solidarietà e ammirazione per i giovani in rivolta. Poi ci si ricorda che sono tutti «potenziali candidati all’immigrazione», secondo la vulgata della destra, e tornano a essere nemici. L’Ifos rivela che sono la Spagna e l’Italia a detenere la palma della paura, «per la prossimità con Tunisia e Marocco», ma segue da vicino la Francia, dove Sarkozy per primo mette in guardia, riferendosi alla Libia, da «le conseguenze di queste tragedie sui flussi migratori». Marina le Pen sbarca a Lampedusa, desiderosa di confermare al suo elettorato che è davvero figlia di suo padre, il ministro Frattini. Con il fedele Maroni, tiene una conferenza stampa all’aeroporto di Tunisi dopo la sua visita del 25 marzo, e spiega di aver offerto alla Tunisia 70 milioni di euro in «fuoristrada, motovedette, radar». La Spagna, per bocca del suo ministro dell’Interno, il socialista Alfredo Perez Rubalcaba, chiede il rinforzo di Frontex. È l’Europa unita, come da tanto non si vedeva.
La Turchia invece manda le sue navi a Benghazi a raccogliere i feriti, e li porta ad Ankara per curarli. Non fa notizia, eppure è l’unico dato reale che cambia la “normalità” delle migrazioni. Il governo di Erdogan è stato il solo finora a comprendere che se ci sarà un’emergenza profughi, come si impegnano a urlare tutti, sarà quella scatenata dall’arrivo dei feriti gravi, che la Croce rossa e la Mezzaluna non possono curare sul posto. Per il resto, si tratta di polemiche di ogni primavera, che puntualmente ritornano anno dopo anno. Quando le giornate si scaldano, anche gli animi le imitano. Fino a perdere la ragione. Come il governo israeliano, che si dice disponibile a prendere i migranti tunisini, però solo «quelli ebrei», precisa il portavoce del ministero degli Esteri Ygal Palmor. Il governo di Essebsi si indigna, la comunità ebraica tunisina - che, ironia della sorte, si concentra proprio a Djerba - respinge al mittente l’offerta: «Restiamo qui, questo è il nostro Paese». Qualcuno però accetta, puntualizza Palmor: «Una ventina sono già arrivati. Del resto gli offriamo duemila euro quando arrivano, più altri 6.600 i primi due anni». Il governo italiano, in accordo con lo Iom e la Ue, ne promette 1.800 per chi rimpatria volontariamente. Soldi. Solo soldi. «Voglio viaggiare, voglio venire da te come tu vieni qui da me», dice Mohamed al tavolino di un bar di Sidi Bou Said. Lui partirà, lo ha deciso prima che scoppiasse la rivolta. «Aspettavo la primavera, quella vera. È arrivata quella del cambiamento. Ma non era la mia. La mia comincia adesso».
Da "Left"
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Il sasso nello stagno
9 aprile, non basta la retorica. Così Cgil e Pd si prendono gioco dei precari
“Il nostro tempo è adesso”, “non c'è più tempo per l'attesa”, “siamo la grande risorsa di questo paese”, “siamo una generazione precaria”, “vogliamo tutti un altro paese”, “non siamo più disposti ad aspettare”, “non è più tempo solo di resistere ma di passare all'azione”, “siamo stanchi di resistere ma non c'è ne andiamo”...
Ho trascritto i titoli delle proposizioni che compongono l'appello della manifestazione del 9 aprile dei precari alla quale partecipano numerose associazioni, ma il motore è la Cgil che ne fa un momento preparatorio dello sciopero generale nazionale del 6 Maggio.
Si tratta di una manifestazione puramente motoria, un qualche segnale di mobilitazione lanciato a sei milioni di persone in grave sofferenza e disperate per il futuro che non c'è, una manifestazione a cui la Cgil. Non ci sono richieste nè per il Parlamento nè per il Governo nè per il padronato. Niente di niente! Si descrive la tristissima ed insopportabile condizione dei precari ma non si dice niente, non si indica un percorso, non si chiede niente per il suo superamento.
Non si capisce neppure perchè questa manifestazione viene fatta. Forse si vuol fare sapere che in Italia abbiamo i precari? Ma questo si sa e come. Non c'è famiglia italiana che non sia toccata da questo problema. Che i giovani sono stanchi di aspettare? Che vogliono che le cose cambino? Tutte cose scontate. Il punto è un altro: che cosa bisogna chiedere, come chiedere, quando e quanto chiedere.
Qui casca l'asino. La Cgil pratica il precariato tra i suoi dipendenti e non ha alcuna intenzione di cambiare regime. La stragrande maggioranza dei quadri “tecnici” della Cgil (non i sindacalisti) sono assunti con uno dei vari regimi previsti dalla legge Biagi.
Negli accordi con il governo Prodi del luglio 2007 la Cgil sottoscrisse contenuti specifici della Legge Biagi che aveva negato fino a qualche tempo prima. Lo stesso Prodi aveva vinto le elezioni promettendo ai giovani la lotta al precariato ma si rimangiò tutto nella sadica gara a destra ingaggiata con Veltroni tra chi sparava meglio nel mucchio dei diritti dei lavoratori.
Anche il Pd che, con la dichiarazione di Fassina, appoggia la manifestazione è per il precariato che viene praticato tra i suoi dipendenti e nel sistema della cooperazione e delle imprese controllate dal Pd. Inoltre condivide le posizioni di Cisl ed Uil ed ha indotto la Cgil a farle proprie, “unitarie”.
Ieri, 8 Aprile, alla vigilia delle manifestazioni, il cardinale Bagnasco, bontà sua, ha affermato che il precariato deve avere un termine, non può essere a vita. Peccato che la stragrande maggioranza dell'associazionismo cattolico e le imprese di Comunione e Liberazione lo pratichino con grande spregiudicatezza.
Ogni tanto si sente qualche voce che sembra ultramondana ai giovani a settecento euro ed a partita iva come fossero professionisti, come quella del governatore della Banca d'Italia o del Ministro Tremonti che fanno sapere come il posto fisso sia superiore come produttività, sicurezza sociale e prospettiva e come sarà deleteria per l'Italia una generazione che non sarà mai stabilizzata ed attraverserà il futuro senza averlo. Ma trattasi di voci che diventano puri fumi accademici e che possono essere come tanti altri, esempio la rarefazione delle materie prime o il prezzo dei carburanti.
Basterebbe due richieste per dare consistenza e valore risolvente alla manifestazione: Abrogazione legge Biagi e divieto di tutte le sue forme giuridiche contrattuali ed istituzione del Salario Minimo Garantito per impedire alla disonesta classe imprenditoriale italiana ed alla stessa pubblica amministrazione di umiliare il lavoro dei giovani.
Ma queste semplici rivendicazioni non ci saranno per il semplice scopo che la Cgil, il Pd ed i loro alleati si limitano a prendere in giro i precari. Non alzano un dito in loro soccorso se non per arrecare qualche debole miglioramento assistenzialistico.
Sarebbe quindi utile che le associazioni che vogliono davvero combattere il precariato si dissocino da questa truffa.
(9 aprile)
Da Micromega
Dal comitato "No Scorie di Rotondella"
08.04.2011
Deposito di scorie all'Itrec di Rotondella - il ministro Paolo Romani non risponde :
il gruppo-Anci dei comuni "nucleari", di cui fa parte Rotondella, escono ogni volta dai Tavoli di confronto con la Sogin soddisfatti del loro operato e convinti che sui propri territorio sarà realizzato solo il "prato verde". La motivazione che li spinge a essere tranquilli e soddisfatti è sempre la stessa: "Abbiamo già dato" e, sull'onta di questa convinzione, insieme alla Sogin, si mettono a chiedere il sito unico ma ..... da altre parti e non a casa propria.
La Sogin afferma da anni di voler realizzare il sito unico, ora diventato nella comunicazione "parco tecnologico", ma non dice mai i luoghi idonei, salvo smentire categoricamente che sarà realizzato in Trisaia o a Caorso, Saluggia e Trino.
La Regione Basilicata, con l'assessore Agatino Mancusi che ha preso gusto con le cabine di regia (appena può ne organizza una) sembra preoccuparsi solo ora, dopo l'ambigua risposta del ministro Romani, di convocare la Sogin, chiaramente per alzare un po' di cortina di fumo e di "ammuina borbonica", perché quando deve agire, non agisce.
E ci riferiamo alle osservazioni sulla Via per i due megacapannoni da realizzare in Trisaia: non ne ha presentata una. Dunque, i due capannoni gli stanno bene!
Osservazioni fatte invece pervenire nelle sedi competenti dal Comune di Nova Siri, Policoro i e dalle associazioni ambientaliste e antinucleari, evidenziando grosse lacune strutturali e sulla sicurezza, con dimensioni eccessive, carente valutazione dei rischi esterni all'Itrec (pericolo per la diga di Montecotugno e per i pozzi gi gas esterni al recinto dell'Itrec). Osservazioni per le quali il Ministero per l'Ambiente non ha risposto né ai Comuni né alle associazioni o ha risposto in modo superficiale nel documento di VIA (su questo vi forniremo adeguata documentazione in seguito).
Ora il ministro Paolo Romani, dopo una QUESTION TIME PARLAMENTARE dell ‘IDV , non dà risposte e non esclude Trisaia come sede di un deposito di scorie nucleari, mettendo a nudo la vacuità dell'impegno della Regione Basilicata che si è persa tra le accuse di allarmismo, la filosofia del tutt’apposto e la dichiarazione antinucleare a costo zero del governatore lucano Vito De Filippo. Questo conferma la nostra ipotesi dei lavori della Sogin in Trisaia ,sull’utilizzo dei siti esistenti per stoccarvi altre scorie nucleari e sulla necessità che debbano essere costruiti capannoni in base all'esigenza locale
NO SCORIE TRISAIA DENUNCIA DA TEMPO L'IMMOBILISMO ISTITUZIONALE DELLA REGIONE E DEL COMUNE DI ROTONDELLA IN MERITO ALLA RICONVERSIONE PRODUTTIVA PROPOSTA DI TUTTO IL CENTRO ENEA (PARCO SOLARE, UNIVERSITA' DELLE RINNOVABILI E RECUPERO DEI SUOLI PER USO PRODUTTIVO).
Questa situazione ci conferma che i nuclearisti operano a diversi livelli istituzionali per promuovere il nucleare e che i parlamentari del Pdl lucano sulla questione nucleare farebbero meglio a stare zitti, perchè sono stati sconfessati da un ministro del governo.
IL 16 Aprile pertanto scenderemo in piazza a Policoro con il Comitato Ospedale di Policoro contro la malasanità in questa regione e contro le scorie nucleari all’ITREC di Trisaia .
08.04.2011
Deposito di scorie all'Itrec di Rotondella - il ministro Paolo Romani non risponde :
il gruppo-Anci dei comuni "nucleari", di cui fa parte Rotondella, escono ogni volta dai Tavoli di confronto con la Sogin soddisfatti del loro operato e convinti che sui propri territorio sarà realizzato solo il "prato verde". La motivazione che li spinge a essere tranquilli e soddisfatti è sempre la stessa: "Abbiamo già dato" e, sull'onta di questa convinzione, insieme alla Sogin, si mettono a chiedere il sito unico ma ..... da altre parti e non a casa propria.
La Sogin afferma da anni di voler realizzare il sito unico, ora diventato nella comunicazione "parco tecnologico", ma non dice mai i luoghi idonei, salvo smentire categoricamente che sarà realizzato in Trisaia o a Caorso, Saluggia e Trino.
La Regione Basilicata, con l'assessore Agatino Mancusi che ha preso gusto con le cabine di regia (appena può ne organizza una) sembra preoccuparsi solo ora, dopo l'ambigua risposta del ministro Romani, di convocare la Sogin, chiaramente per alzare un po' di cortina di fumo e di "ammuina borbonica", perché quando deve agire, non agisce.
E ci riferiamo alle osservazioni sulla Via per i due megacapannoni da realizzare in Trisaia: non ne ha presentata una. Dunque, i due capannoni gli stanno bene!
Osservazioni fatte invece pervenire nelle sedi competenti dal Comune di Nova Siri, Policoro i e dalle associazioni ambientaliste e antinucleari, evidenziando grosse lacune strutturali e sulla sicurezza, con dimensioni eccessive, carente valutazione dei rischi esterni all'Itrec (pericolo per la diga di Montecotugno e per i pozzi gi gas esterni al recinto dell'Itrec). Osservazioni per le quali il Ministero per l'Ambiente non ha risposto né ai Comuni né alle associazioni o ha risposto in modo superficiale nel documento di VIA (su questo vi forniremo adeguata documentazione in seguito).
Ora il ministro Paolo Romani, dopo una QUESTION TIME PARLAMENTARE dell ‘IDV , non dà risposte e non esclude Trisaia come sede di un deposito di scorie nucleari, mettendo a nudo la vacuità dell'impegno della Regione Basilicata che si è persa tra le accuse di allarmismo, la filosofia del tutt’apposto e la dichiarazione antinucleare a costo zero del governatore lucano Vito De Filippo. Questo conferma la nostra ipotesi dei lavori della Sogin in Trisaia ,sull’utilizzo dei siti esistenti per stoccarvi altre scorie nucleari e sulla necessità che debbano essere costruiti capannoni in base all'esigenza locale
NO SCORIE TRISAIA DENUNCIA DA TEMPO L'IMMOBILISMO ISTITUZIONALE DELLA REGIONE E DEL COMUNE DI ROTONDELLA IN MERITO ALLA RICONVERSIONE PRODUTTIVA PROPOSTA DI TUTTO IL CENTRO ENEA (PARCO SOLARE, UNIVERSITA' DELLE RINNOVABILI E RECUPERO DEI SUOLI PER USO PRODUTTIVO).
Questa situazione ci conferma che i nuclearisti operano a diversi livelli istituzionali per promuovere il nucleare e che i parlamentari del Pdl lucano sulla questione nucleare farebbero meglio a stare zitti, perchè sono stati sconfessati da un ministro del governo.
IL 16 Aprile pertanto scenderemo in piazza a Policoro con il Comitato Ospedale di Policoro contro la malasanità in questa regione e contro le scorie nucleari all’ITREC di Trisaia .
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