sabato 2 aprile 2011

PERCHÉ UN MANIFESTO PER IL WELFARE OGGI?



01 aprile 2011
Fonte:www.nelmerito.com

Martedì 22 marzo, in una conferenza stampa con Susanna Camusso, è stato presentato il Manifesto per un welfare del XXI secolo redatto dalla Rivista delle politiche sociali1. Obiettivo del Manifesto è rivendicare la persistente necessità dello stato sociale anche per questo secolo, dando vita, come affermato dalla direttrice di RPS, Maria Luisa Mirabile, “ad un largo movimento di opinione impegnato sia alla difesa di una prospettiva di welfare pubblico di cittadinanza sia all’individuazione di possibili interventi”.

Si tratta di un documento assolutamente tempestivo. Certamente, come per tutti i Manifesti, i valori e le indicazioni di marcia espressi hanno carattere generale. I termini in cui è articolato il discorso pubblico hanno, però, un’influenza non indifferente su credenze e atteggiamenti e il rischio è oggi quello dell’adesione ad un sostanziale ritiro del ruolo pubblico in ambito sociale. Basti pensare al lavorio continuo di decennale delegittimazione dello stato sociale da parte delle prospettive liberiste e, nel nostro paese, di quelle caritatevoli/familistiche, cui si aggiungono oggi i nuovi vincoli posti ai bilanci pubblici dalla crisi economica. Il carattere sorpassato degli ideali e delle ambizioni pubbliche del novecento è ed è stato, peraltro, sostenuto anche in parti della sinistra. Come la grande crisi del novecento è stata l’occasione per ripensare il modello di sviluppo, dando impulso alla costruzione dello stato sociale (a prescindere dalle diverse configurazioni nazionali), così la grande crisi con cui si è aperto il ventunesimo secolo diventerebbe l’occasione per l’operazione contraria di ridimensionamento di uno stato sociale ormai ritenuto insostenibile.

Ben fa, dunque, il Manifesto a invitarci ad un altro pensiero, ribadendo con forza la persistente cogenza dello stato sociale ai fini non solo della tutela, per quanto importante dei più deboli, ma anche della creazione di condizioni di vita decenti per tutti, in un quadro di complementarità fra rispetto dei diritti di cittadinanza, beni comuni e crescita economica orientata alla creazione di star bene per tutti. Con le parole di Chiara Saraceno, lo stato sociale, lungi dal riflettere “una nostalgia del passato”, rappresenta un elemento cruciale di un “pensiero per il futuro”. Ciò non solo perché nel nostro paese ancora tanto rimane da realizzare del welfare del passato, ma anche perché i nuovi rischi sociali, le nuove disuguaglianze, le nuove richieste di coesione sociale e più in generale le domande di stare bene rendono esse stesse insostituibile un sistema di welfare. Procedere verso smantellamenti, confidando nella crescita economica, farebbe star peggio tutti, i poveri, ma anche i ceti medi, esposti a rischi crescenti di vulnerabilità e, in ogni caso privati della superiorità dell’organizzazione pubblica nella protezione da molti rischi sociali e nella realizzazione delle infrastrutture della socialità.

In questa prospettiva, ritengo che un impegno particolare vada indirizzato alla rilegittimazione, con argomenti teorici e con dati, dei termini più tartassati dalla critica anti-stato sociale: i termini di uguaglianza e di pubblico.

L’ideale ugualitario non ha nulla a che vedere con le caricature, che sono andate diffondendosi, di un appiattimento omogeneizzante e irresponsabile o addirittura di una penalizzazione dei più avvantaggiati che si industriano da parte di individui invidiosi e/o parassiti. Neppure è un ideale vecchio che nega le crescenti domande di libertà di scelta e di personalizzazione degli stili di vita. Non solo ha poco senso contrapporre vecchie a nuove accezioni di uguaglianza: le “nuove” versioni più riduttive che elogiano la mera uguaglianza dei punti di partenza non sono forse anche le “vecchie” versioni alla Jefferson? Il punto dirimente è che il valore al cuore dell’ideale ugualitario è semplicemente la comune uguaglianza morale di uguaglianza e rispetto o, nei termini di Ugo Ascoli, di una comune similitudine.

È dal riconoscimento di questa comune uguaglianza morale che nasce la richiesta di uguaglianza distributiva: non da desideri di non qualificato livellamento. Se siamo fondamentalmente uguali, dobbiamo giustificare le nostre pretese verso gli altri che potremmo essere, rifuggendo da irriflessive rivendicazioni di ciò che ci capita di avere. In questa prospettiva, potremmo forse, sostenere che le disuguaglianze crescenti cui abbiano assistito in questi ultimi decenni siano l’esito di atti di responsabilità, da accettare, anziché di tendenze strutturali nell’economia e di decisioni politiche, da combattere? Oppure, potremmo sostenere che chi è o ha familiari in condizioni di non autosufficienza o senza lavoro sia lasciato sostanzialmente privo di una rete di risorse decenti come avviene nel nostro paese o che, per una gran parte dei bambini (quasi ovunque e in Italia con percentuali particolarmente elevate), i destini continuino ad essere inesorabilmente segnati dalle condizioni familiari? Ancora, potremmo rifiutare di fare la nostra parte nei confronti di soggetti, come noi degni di uguale considerazione e rispetto, oggi trattati come persone di seconda o terza classe, solo per essere nate in posti del mondo diversi dal nostro? Ma, proprio perché il perno è la comune uguaglianza morale, l’uguaglianza distributiva non può che coniugarsi al rispetto della libertà individuale e al dovere di ciascuno di sostenere gli schemi distributivi prescelti.

Ancora, nulla, nel paradigma ugualitario, obbliga alla sottovalutazione dei beni relazionali e dei beni comuni. Al contrario, se siamo tutti degni di uguale considerazione e rispetto, appare perfettamente coerente difendere modalità di relazioni inter-individuali attente agli altri e curare la nostra comune dimora, dalle città al patrimonio culturale e naturale ereditato, come, quanto meno in parte, già rivendicava il “vecchio” Marshall.

Passando al ruolo pubblico, due mi sembrano i principali luoghi comuni da sfatare. Il primo concerne la supposta inevitabilità dei trade off fra spesa sociale, efficienza e crescita. La spesa sociale non ha solo funzione redistributiva: ha anche una primaria funzione di efficienza allocativa di protezione dai rischi, date le carenze dei mercati assicurativi privati, da quello pensionistico a quelli sanitario, dell’assistenza a lungo termine e degli ammortizzatori. Inoltre, con riferimento alla stessa redistribuzione, cent’anni di storia del welfare dimostrano con nettezza l’infondatezza dell’inevitabilità, sempre e comunque, del trade off con la crescita. Al contrario, non si sottovalutino i costi che la crescita stessa, se insufficientemente regolata/guidata, come è avvenuto in questi ultimi decenni impone allo stato sociale, producendo disuguaglianze, povertà, vulnerabilità, incuria dei beni comuni. Proprio a questo riguardo, anziché offrire la scusante per tagli al comparto sociale, la crisi dovrebbe stimolare la ricerca di una crescita più giusta e più finalizzata al comune star bene.

Il secondo luogo comune, andato diffondendosi anche fra i meno critici dello stato sociale, concerne la sostanziale indesiderabilità dell’offerta pubblica e, nel caso, questa persistesse, la desiderabilità di modalità di produzione il più possibile simili a quelle tipiche delle imprese private. Anche su questo piano, bisogna contrastare alcuni miti. Il Manifesto sottolinea il ruolo della scuola pubblica per la costruzione della cittadinanza. Aggiungo che l’offerta pubblica fornisce un’opportunità che l’offerta privata lascia insoddisfatta: quella di lavorare in forme di produzione non orientate al profitto e rivolte alla totalità della cittadinanza. Il che comporta anche la messa in discussione della dominanza del modello privatistico. Peraltro, anche sul piano dell’efficienza, non si dimentichino, in presenza di asimmetrie informative, i limiti del profitto quale pungolo alla massimizzazione del benessere dei consumatori oppure i maggiori costi amministrativi in ambito assicurativo, come ben dimostra il caso dell’INPS. Infine, se anziché produrre questi vantaggi, il pubblico si dimostra poco qualificato o addirittura corrotto, anche le funzioni di regolazione, celebrate dagli oppositori della produzione pubblica, risultano automaticamente minate.

Certamente, rivendicare uguaglianza e ruolo pubblico non implica essere ciechi nei confronti dei rischi di degenerazioni di entrambi e neppure essere insensibili ai vincoli (seppure, occorra pure ricordarne l’origine in gran parte sociale, ossia, la dipendenza dai rapporti di forza). L’importante, però, è non appiattire il desiderabile al possibile, bensì muovere nella direzione opposta, rinvigorendo il discorso pubblico con argomentazioni il più possibile in grado di tenere assieme dedizione riflessiva ai valori ed evidenza empirica, esattamente come ci stimola a fare il Manifesto della RPS.

1. Cfr., anche per eventuali sottoscrizioni, Manifesto per un welfare del XXI secolo, www.ediesseonline.it/riviste/rps .



Tendopoli; De Filippo: No a solidarietà fatta solo dal Sud

02/04/2011 14:36Il presidente della Regione Basilicata risponde a Cota: “Disposti a subire scelte del governo che non condividiamo, per spirito di solidarietà, ma non le prepotenze della Lega”
AGR
“In Basilicata abbiamo subìto l’imposizione di una maxitendopoli decisa dal leghista Maroni, per senso di solidarietà, ma non siamo disposti a subire la prepotenza del leghista Cota che vuole che la solidarietà agli ultimi vada fatta tutta a carico dei penultimi, i meridionali. Logica federale e solidale serve anche nell’affrontare i problemi”. Lo afferma Vito De Filippo, presidente della Regione Basilicata e membro dell’Ufficio di Presidenza della Conferenza delle Regioni in risposta alle dichiarazioni del governatore del Piemonte Roberto Cota che, sulla gestione dell’emergenza immigrazione, aveva rigettato l'ipotesi di una tendopoli anche nel Torinese.
“La nostra visione è fondamentalmente opposta a quella che il governo sta realizzando, pensiamo ad un’accoglienza diffusa, a un ruolo più attivo dell’Italia tanto per far sì che l’Europa nel suo complesso si faccia carico del problema tanto per costruire un equilibrio nel mediterraneo. Abbiamo scelto di stare zitti per senso di responsabilità, pur venendo bypassati nelle scelte perché abbiamo voluto ribadire al governo la disponibilità a fare la nostra parte, ma Cota non pensi che faremo anche la sua”.

la nuova barzelletta di Berlusconi-Il lato 'b' della mela



Signori, se avete bisogno di un comico per le vostre feste private, sapete chi chiamare.
Donne, è arrivato Rocco (Silvio) !! I vostri mariti vi annoiano ?Chiamatemi !


Giuseppe D'Armento: Pianti inutili e verità inconfutabili

Giuseppe D'Armento: Pianti inutili e verità inconfutabili: "Il «puerile» piagnisteo nella ricerca elemosinata di 'solidarietà' dipinge bene il ritratto di una comparsa di scarso significato nel taetro..."

Dove va il Pd?

di Emilio Carnevali

Se di questo documento si fosse discusso non diciamo la metà, ma un ventesimo di quanto ci si è arrovellati sulla nuova campagna pubblicitaria del Pd – l'ormai celeberrimo Bersani in bianco e nero, maniche di camicia, davanti alla scritta “Oltre” – lo stato del dibattito pubblico in questo Paese, e all'interno della sinistra, non sarebbe al livello infimo al quale in effetti si trova.

Dunque non c'è sorprendersi se il ponderoso “Europa-Italia. Un progetto alternativo per la crescita. Contributo del Pd al Programma Nazionale di Riforme” – concepito con riferimento al rapporto che tutti i governi dell'Unione dovranno consegnare entro fine aprile alla Commissione europea – non ha ricevuto l'attenzione che meritava, o forse sarebbe meglio dire che non ha ricevuto attenzione alcuna. Eppure si tratta di un documento significativo e importante, che pur in presenza di evidenti ambiguità e contraddizioni (soprattutto fra la prima parte dedicata alle politiche europee e la seconda dedicata all'Italia), rivela innovazioni importanti nell'ambito della cultura politica ed economica della sinistra riformista italiana.

Già al vertice del Pse svoltosi all'inizio di dicembre a Varsavia si era compreso, dopo la débâcle storica subita dalle formazioni progressiste in quasi tutti i paesi del Continente alla quale si è sommata una crisi economica che oltre agli assetti sociali della “prospera e sicura Europa” ha contribuito a rimettere in discussione molte certezze teoriche, già lì si era compreso che volenti o nolenti le socialdemocrazie europee si trovano costrette ad andare alla ricerca di nuove bussole dopo l'ubriacatura ideologica “blariana” del passato recente (il famigerato “liberismo di sinistra”).

Questo documento del Pd vive nelle contraddizioni di una ricerca ancora affannosa (in parte attribuibile anche allo scontro fra le diverse “anime” presenti all'interno del partito), ma certamente contiene spunti di una “visione”, di una ricerca intellettuale alta, di un approccio critico e alternativo che è l'essenza stessa del riformismo. Non si può cambiare la realtà se si è subalterni ad essa, al “quadro dato” in termini tanto analitici quanto propositivi.

Ciò è evidente in primo luogo nell'interpretazione della recente crisi economica globale: «Ci sembra che in molti casi prevalga un'interpretazione parziale», si legge nel documento, «che sottovaluta il ruolo degli squilibri reali ed enfatizza in modo quasi esclusivo il nesso di causalità che dalla crisi puramente finanziaria si trasmette all'economia reale». «Sia nell'interpretazione della crisi che nell'individuazione delle vie d'uscita da essa», prosegue il testo, «sembrano essere del tutto sottovalutati i problemi legati alla domanda aggregata. Uno dei fattori che ha maggiormente inciso e tuttora incide da questo punto di vista è l'aumento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, in particolare da lavoro, e delle ricchezze, che ha caratterizzato quasi tutti i paesi dell'Ocse ma gli Stati Uniti in particolare, e che ha progressivamente compresso il potere di acquisto delle famiglie, non solo in quelle più povere ma anche in quelle in classi di reddito intermedie».

All'erosione del reddito disponibile – che viene ricondotta ad una molteplicità di fattori, dalla pressione concorrenziale innescata dalla globalizzazione dei mercati alle politiche dei governi che hanno ad esempio ridotto un po' ovunque la progressività della tassazione – si è cercato di rispondere con l'espansione del credito al consumo. Il forte indebitamento privato, cui si è connessa la forte impennata dei valori della ricchezza immobiliare, avrebbe introdotto forti elementi di fragilità nel sistema finanziario esponendolo al rischio di una crisi anche a fronte di piccoli shock. Quel che ne è seguito è storia dei giorni nostri, con la crisi finanziaria che si è ben presto trasferita all'economia reale e che, tuttavia, negli squilibri della stessa economia reale affonda le proprie radici.

Ma il documento contiene altri passaggi importanti che meritano menzione:

a) La proposta di uno «standard retributivo europeo» capace di coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali tramite una crescita delle retribuzioni in linea con la dinamica della produttività.

b) L'attenzione dedicata al riavvio di un «motore autonomo della domanda interna» in Europa alimentato dalle risorse raccolte tramite l'emissione di Eurobonds e misure fiscali come la Financial Transation Tax (sotto questo aspetto viene avanzata una esplicita critica alla strategia di fuoriuscita dalla crisi suggerita dalle istituzioni Ue «focalizzata quasi esclusivamente sull'aumento della competitività» e su interventi «dal lato dell'offerta»)

c) La critica a misure di politica economica prigioniere del trade-off fra crescita ed equità (in altre parole a quelle tesi molto in voga nell'epoca dei ruggenti anni blariani secondo le quali “alti tassi di crescita e uguaglianza non sono fra loro compatibili”).

d) Le importanti “messe a punto”, sul piano del mercato del lavoro italiano e delle politiche per l'occupazione, rispetto alle mode intellettuali imperversate negli anni scorsi e che tanto ascolto hanno affascinato anche la sinistra riformista: «Nessuno studio», si legge nel documento, «ha dimostrato un'automatica relazione positiva fra deregolamentazione del mercato del lavoro e crescita occupazionale. Al contrario, non si può trascurare l'eventualità che le modalità con cui si è flessibilizzato il mercato del lavoro italiano possano aver contribuito al rallentamento delle dinamica della produttività».

e) La proposta, all'interno di una più generale riforma del fisco che sposti il carico «da chi paga a chi evade» e «dal lavoro e l'impresa alla rendita», di una aliquota unica sui redditi da capitale al 20% (con l'esclusione dei titoli di Stato a tutela dei piccoli risparmiatori) che si troverebbe ad essere equiparata alla prima aliquota Irpef (la quale, nel sistema fiscale riformato, passerebbe dal 23% al 20%).

f) Infine, ma qui torniamo a muoverci all'interno di una scala continentale, la critica alle politiche restrittive varate in Italia e in quasi tutti i governi dell'Unione Europea al fine di ripristinare la stabilità macroeconomica: «Una politica restrittiva rischia di deprimere le prospettive di crescita dell'area e di deteriorare ulteriormente le condizioni di solvibilità dei debitori, siano essi pubblici o privati. Va infatti ricordato che la sostenibilità del debito – sia esso pubblico e privato – non dipende semplicemente dalla dimensione del medesimo. Essa riflette una serie articolata di fattori, fra i quali assume particolare rilievo l'esistenza di un differenziale positivo fra il tasso di crescita del reddito e il tasso di interesse sui prestiti».

Da qui la centralità che il documento attribuisce alla crescita come unico strumento per compiere gli sforzi necessari a gestire il nostro debito in ottemperanza ai trattati Ue senza operazioni di finanza pubblica socialmente inaccettabili (tradotto in cifre: senza gli avanzi primari superiori al 5% che ci sarebbero imposti dati gli attuali sentieri di crescita. Tuttavia la questione del debito è una fra quelle dove maggiormente traspare la molteplicità di sensibilità e impostazioni che sono confluite nel testo).

Il carattere estremamente ambizioso di alcune fra queste proposte – che difficilmente potranno trovare attuazione nell'ambito degli attuali assetti politici dell'Unione Europea – non è da considerarsi per forza un limite del documento. Diceva lo storico leader della sinistra svedese Olof Palme che il socialismo democratico «non deve perdere la sua carica utopica, perché l'antagonismo fra le nostre idee e la realtà è il dilemma affascinante che dà forza motrice alle politiche socialdemocratiche».

Da micromega

venerdì 1 aprile 2011

Altrachiesa

“Così il Vaticano mi ha cacciato”

Dialogava con tutti, spesso controcorrente. Voleva che la Chiesa cambiasse, andando oltre il Concilio Vaticano II. E parlava anche di sacerdozio femminile. L'ex vescovo di Orvieto racconta come è stato mandato via e ridotto a semplice monaco

colloquio con Giovanni Scanavino di Stefania Rossini, da l'Espresso
Il vescovo che ha conquistato Orvieto brandendo il Vangelo se ne è andato a meditare nel ritiro di Cascia. Resterà lì il tempo necessario a capire dove ha sbagliato, come sia potuto accadere che tutto quell'amore cristiano, quelle parole di misericordia, quel soccorso ai deboli che era convinto di aver dedicato alla sua diocesi siano diventate micidiali accuse contro di lui, fino a indurre il Vaticano a chiedere le sue dimissioni. La sera prima di partire, con indubbio senso dello spettacolo, ha indossato il suo vecchio saio da frate agostiniano per accogliere la fiaccolata di saluto della cittadinanza che da settimane si era mobilitata a suo favore sotto la guida di Toni Concina, primo sindaco di destra di Orvieto, con il sostegno della stampa locale, con appelli pubblici delle scrittrici Susanna Tamaro e Rosa Matteucci, e anche con una insistente campagna de "Il Foglio" di Giuliano Ferrara che è tornato a riflettere sull'inclinazione umana al peccato.
Nella piazza del Duomo gremita come uno stadio l'ormai ex vescovo Giovanni Scanavino non è tornato a spiegare i dettagli della sua vicenda, culminata nel suicidio del suo segretario particolare a cui era stato vietato il sacerdozio per sospetti di omosessualità. Ha fatto però la sua ultima predica, di quelle che per sette anni hanno strappato il cuore agli orvietani, producendo conversioni improvvise e risuscitando movimenti spiritualisti e radicali.

Dicono che lei sia un predicatore irresistibile. E' vero?
"Senza presunzione, devo ammettere che me la cavo bene. San Paolo diceva che la fede passa attraverso l'ascolto e io mi accorgo subito quando la gente è catalizzata, pronta all'evangelizzazione. � come se avesse fame e sete di qualcosa di solido".

In un'epoca in cui l'immagine è tutto e domina la devozione a un leader, non si è mai interrogato su questo suo potere?
"Ogni giorno ho pregato per capire se volevo imporre la mia immagine o invece trasmettere valori forti che aiutassero la gente a maturare".

Questo travaglio vale per lei, non per chi corre ad ascoltarla.
"E' vero, ma io mi sono sempre regolato come Sant'Agostino, che pianse quando lo vollero fare vescovo perché sapeva quale responsabilità si assumeva. Lui diceva ai fedeli: "Attenzione, se mi applaudite semplicemente perché sono un retore, andremo tutti all'inferno, io e voi". Nel mio piccolo anch'io ho cercato di trasmettere contenuti forti".

Ce ne dica qualcuno.
"Gliene dico uno, per me fondamentale. Ha presente la parabola del figliol prodigo? Ebbene, io la chiamerei invece "la parabola del padre buono", colui che aspetta il ritorno del figlio, non gli rimprovera nulla e fa vincere l'amore. Non si unì a loro il fratello maggiore offeso, ma a lui oggi dovremmo puntare".

Perché?
"Perché nella teologia della Grazia, il perdono vince sempre. Ci sono anche gli esempi di Matteo, della Maddalena, persone squalificate moralmente che ritrovano la dignità incontrando Gesù. O capiamo questo oppure rischiamo di creare due chiese: la chiesa del padre che accoglie il figliol prodigo e la chiesa del fratello maggiore che sa puntare soltanto il dito accusatore".

Attraverso le parabole siamo arrivati alla questione che la esilia da Orvieto. Anche lei ha raccolto uomini squalificati. Anzi, come dicono i suoi accusatori, se ne è circondato.
"I delatori o gli spioni, per usare un gergo popolare, non sanno quello che riferiscono. Il mio criterio è accogliere la persona, ascoltarla, vivere con lei e capire se c'è davvero qualcosa che non va. Se non dimostri che quello è un delinquente, non lo puoi condannare sulle voci. Alla fine mi hanno fatto capire che ho sbagliato ma, per favore, non pretendano che cambi le mie idee. Sempre Sant'Agostino mi ha insegnato che non si può vivere soltanto con la grazia, senza il peccato".

Però uno dei suoi diaconi, Luca Seidita, che non è stato accettato come prete per presunta omosessualità, si è suicidato gettandosi dalla rupe di Orvieto.
"Quella vicenda tristissima è stata usata per colpire un intero lavoro pastorale. Io non ho avuto le certezze di chi si è voluto basare su vaghe impressioni. Forse Luca era fragile, d'accordo, ma io non butto via un uomo per questo".

(31 marzo 2011)

Da "Micromega"
Da " il fatto quotidiano"
Cronaca
1 Aprile 2011
 Migranti, fuga di massa dalle tendopoli
Ecco perché il governo preferisce il caos
Bossi e Berlusconi dicono: “Li rispediremo a casa”. Ma alle forze di Polizia è stato ordinato di non intervenire. Il risultato è che a Manduria, dove sono scappati in centinaia, nascono le ronde. Il tutto per non emanare un decreto di protezione temporanea scomodo politicamente per Pdl e Lega 

Sull'emergenza profughi il governo è nel caos. Sia dal punto di vista organizzativo che politico. Il presidente del Consiglio annuncia che lunedì sarà in Tunisia (leggi l'articolo). Poi dice che l'accordo con gli enti locali per l'istallazione delle tende è cosa fatta, ma viene subito smentito dal presidente della Conferenza delle regioni Vasco Errani (leggi l'articolo). Il sindaco di Torino congela invece lo spazio "Arenarock" in polemica con il ministro degli Interni. Mentre in Lombardia, a Lonate Pozzolo, gli amministratori Pdl e i cittadini sono in rivolta e definiscono inadeguate le aree individuate (leggi l'articolo di Alessandro Madron). Intanto è giallo sul caso della nave Excelsior che è ancora nel porto di Taranto con 600 persone a bordo. Sono destinate al centro di Manduria che oggi è stato teatro di una clamorosa maxi-fuga grazie a un'apertura nella recinzione (leggi l'articolo di Chiara Spagnolo). Gli abitanti della cittadina pugliese giovedì catturavano e riportavano gli immigrati nel campo, venerdì li trasportavano alla stazione. Eppure una soluzione ci sarebbe: la possibilità di un decreto di protezione internazionale temporanea. Così facendo i migranti per un certo periodo potrebbero stare in Italia e circolare nell'area Schengen dirigendosi liberamente in Francia, Belgio e Germania. Una strada già battuta con successo in occasione delle emergenze profughi provenienti dall'Albania e dalla Bosnia. Il governo però ha paura di perdere la faccia nei confronti del suo elettorato. Quindi la soluzione è all'italiana: da una parte si dice "rispediamoli a casa", dall'altra si ordina alle forze di Polizia di chiudere tutti e due gli occhi davanti ai migranti che evadono dai centri, occupano i treni e cercano in una maniera o nell'altra di raggiungere il nord Europa (leggi l'articolo di Lorenzo Galeazzi)
                            Aventino
Di Carlo Galli, da Repubblica

AventinoDal nome di un colle romano sul quale nel 287 a. C. si ritirò polemicamente la plebe, nell'ambito del conflitto fra patrizi e plebei che già nel 494 e nel 449 a. C. aveva visto analoghe secessioni in un'altra località, il Monte Sacro.

A quell'episodio si ispirò chi volle dare un nome classico alla reazione di sdegno e di ripulsa che a partire dal 26 giugno 1924 portò l'opposizione parlamentare (tranne i comunisti) ad abbandonare la Camera e a riunirsi in una sala di Montecitorio per protestare contro l'uccisione del leader socialista Matteotti. La dittatura fascista si affermò a partire dal gennaio del 1925, e nel 1926 i deputati aventiniani, e i comunisti, furono dichiarati decaduti.

Oggi nel lessico politico si intende con Aventino la secessione di una minoranza da un'assemblea della quale reputa inutile continuare a  far parte, dato che le sue regole sono sistematicamente e grossolanamente violate da una maggioranza prevaricatrice: una strategia, quindi, di radicale delegittimazione dell'avversario e della sua prassi politica.

La situazione aventiniana è ricca di ambivalenze e di contraddizioni: da una parte è simbolicamente fortissima davanti all'opinione pubblica, e segna il passaggio, per chi ne è il soggetto, dalla passività al protagonismo e all'assertività; dall'altra può essere controproducente, in quanto lascia il campo libero, sotto il profilo della legalità formale, a chi non abbandona l'istituzione. In ogni caso, l'Aventino è
una soglia critica che non è prudente valicare solo per protesta o testimonianza; è necessario anche un obiettivo preciso quale può essere, ad esempio, forzare la maggioranza a fare concessioni oppure spingere l'istanza politica che ne ha diritto a sciogliere l'assemblea che ha subito la secessione,  data la sua sopravvenuta insanabile disfunzionalità.


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Montezemolo: «Cresce la tentazione
di entrare in politica»

Il presidente di Italia Futura: «Berlusconi neostatalista,
il Pd dilaniato da conflitti e senza linea»

A Napoli
Montezemolo: «Cresce la tentazione
di entrare in politica»
Il presidente di Italia Futura: «Berlusconi neostatalista,
il Pd dilaniato da conflitti e senza linea»
MILANO - «Di fronte alle nostre proposte la risposta della politica è sempre la stessa: "Se vuoi parlare di politica devi entrare in politica". E se la situazione continua a peggiorare, se questo è lo spettacolo che offre la nostra classe politica, beh, allora, cresce veramente la tentazione di prenderli in parola». A Napoli, il presidente dell'associazione Italia futura Luca di Montezemolo, intervenendo al settimo congresso del sindacato di polizia Siap, parla del suo futuro con una chiarezza inedita.
Luca Cordero di Montezemolo (Ansa)
Luca Cordero di Montezemolo (Ansa)
ATTACCHI
- Montezemolo attacca Berlusconi e la sua politica. Attacca la sinistra e la sua incapacità di fare opposizione. Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Italia Futura, a Napoli per il settimo congresso del sindacato di polizia Siap, passa in rassegna, e senza mezzi termini, l'Italia politica ed economica. «Berlusconi, che doveva fare la rivoluzione liberale, oggi guida un governo che più neostatalista e protezionista non si può, e le tasse su imprese e cittadini sono ai massimi storici», dice Montezemolo. «Il Pd che poteva rappresentare la nascita di una sinistra riformista e moderna è dilaniato da dibattiti interni senza fine, tanto che spesso non siamo in grado di capire quale sia la sua posizione sui principali argomenti». E per concludere il giro del Parlamento attacca la Lega: «La Lega, che era nata per tagliare burocrazia e sprechi - dice- difende a spada tratta la conservazione di ogni poltrona pubblica su cui può mettere le mani, a iniziare dalle Province». Duro pure con Di Pietro: «Nell'ultima crisi di Governo, Berlusconi è stato salvato da due parlamentari del partito di Antonio Di Pietro, che tutti i giorni ci delizia con nuovi epiteti rivolti al premier».
ALLO SBANDO - La politica economica del governo ormai «è allo sbando», sostiene il presidente di Italia Futura, e l'esecutivo si preoccupa esclusivamente di «tamponare le emergenze». Montezemolo, critica le scelte del governo Berlusconi: «Non si sente più parlare di crescita, concorrenza, semplificazione e la parola sviluppo è sparita dal lessico del governo. L'Italia non ha più né un baricentro né una meta». Non si tratta solo di conti economici, ma pure di reputazione. «Non è accettabile essere esclusi dalle decisioni sul conflitto in Libia quando siamo noi a pagare il prezzo più alto», dice Luca Cordero di Montezemolo. «L'Italia non lo merita, indipendentemente dal giudizio che ognuno di noi può avere su questo Governo. Così come non è accettabile che le frontiere dell'Italia non siano considerate frontiere dell'Europa - ha aggiunto - con tutto ciò che ne consegue sul piano dell'aiuto che dobbiamo pretendere, nella gestione dell'emergenza profughi. Tutto si può imputare al nostro Paese - ha concluso - tranne che non abbia sempre servito con generosità e sacrificio in ogni missione internazionale. Bisogna parlare al Paese parlando del Paese».
BERSANI - «È una notizia. Alla buon'ora!». Così il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, commenta ai microfoni del Tg3 le parole di Luca Cordero di Montezemolo. «Entrare in politica - aggiunge - significa darsi un appuntamento e io credo che sia ora di darsi un appuntamento elettorale. Poi ciascuno, se ritiene, si metterà sul piede di partenza».
Redazione corriere online
MANDURIA

Rivolta e fuga di massa dalla tendopoli
I cittadini: "Benvenuti a Lampedusa 2"

A fine giornata dovrebbero essere più di 3000 le persone ospitate nel centro pugliese, ma la situazione è tesa: "Vogliamo partire", gridano gli immigrati che continuano a scappare dal centro. La polizia prova a riprenderli. Bloccati i trasferimenti a Taranto. l Pdl: "Fidatevi di Berlusconi". Vendola: "No al modello Manduria". I cittadini manifestano e raccolgono firme

Il primo carico di esseri umani partiti da Lampedusa della giornata era appena arrivato quando è scoppiata la rivolta, seguita a una vera e propria fuga di massa. Perché chi è in gabbia da giorni cerca la libertà. La urla e prova a prendersela. Tensione nel campo profughi di Manduria dove si è accesa la protesta degli immigrati che gridano "vogliamo partire, vogliamo la libertà". Hanno appeso alcuni striscioni ai cancelli della tendopoli. C’è scritto "vogliamo le vostre promesse". Sono gli ospiti del centro di identificazione e accoglienza giunti nei giorni scorsi, quando sono arrivati in 1300, per poi rimanere meno di 800, per alcuni solo 300, viste le fughe e gli allontamenti. Oggi, con i nuovi, il copione si ripete. Sotto gli occhi di autorità in visita e delle forze dell'ordine. Altri immigrati stanno arrivando con i pullman dal porto di Taranto: stranieri imbarcati ieri sera su due navi. La prima, con 1716 persone a bordo è arrivata intorno alle 8 del mattino, una sconda con altri 600 immigrati, è nel porto di Taranto. Ferme le operazioni di sbarco. Si apetta che la situazione a Manduria si stabilizzi, mentre fuggono a decine. O a gruppi di dieci alla volta.

Le fughe in massa  - Un varco che si trova all'altezza di un cancello della piccola recinzione, alta non più di due metri. E' da lì che se ne vanno dal campo. Il varco è stato fatto nelle scorse ore dai vigili del fuoco che stanno compiendo lavori nell'area. Gli immigrati lo hanno scoperto e lo stanno utilizzando per fuggire: si nascondono per alcuni minuti in vecchi ruderi diroccati di ex dormitori di quello che era un aeroporto militare e che ora ospita la tendopoli e poi vanno via nelle campagne dopo aver attraversato la strada provinciale che collega Manduria con Oria. Le reti sono molto basse. Le scavalcano quelli che sono qui da giorni e chi è arrivato solo qualche ora prima. E le hanno scavalcate già circa 1000 profughi, arrivati nei loro disperati viaggi anche fino a Milano, dove alla stazione sono stati 'riacciuffati' in quaranta. Attorno al Centro di accoglienza e identificazione è in costruzione una nuova recinzione con reti più alte. Alcuni profughi lamentano di non aver mangiato e bevuto.

L'attesa nel porto di Taranto - La seconda nave, la Catania, è giunta nella rada del porto militare di Tarantocon a bordo 600 migranti e 300 uomini delle forze dell'ordine perché si temevano disordini. La "Catania", in un primo momento, era diretta in Tunisia e avrebbe cambiato la rotta in seguito, forse perché Tunisi non ha accettato il suo arrivo. Non è ancora chiaro però se la nave sarà fatta attraccare nel porto di Taranto, o se sarà costretta ad ormeggiare nella rada di Mar Grande. La decisione spetta alla prefettura. Sembra infatti che dopo i disordini e le fughe di Manduria, le autorità stiano valutando bene la situazione prima di far sbarcare gli altri immigrati destinati allo stesso campo di accoglienza. Partite le ultime 400 persone che erano sulla Excelsior, la "Grandi navi veloci" conta i danni : i migranti avrebbero saccheggiato le cucine di bordo e divelto alcune suppellettili.

LE IMMAGINI DEI DISORDINI

Il presidio dei cittadini - Un piccolo presidio di cittadini sta manifestando nei pressi dell'ingresso del 'campo base', attendendo sulla strada provinciale l'arrivo degli ultimi immigrati sbarcati a Taranto. "Maroni e Berlusconi vi saluta Lampedusa 2": così è scritto su un cartello affisso su un camper di fronte all'ingresso. Sul camper sono stati appesi altri tre cartelli di protesta con le scritte "Cercasi presidente che onori l'Italia", "Maroni e Berlusconi costruiscono campo di fuga a Manduria Lampedusa 2" e "Cittadini - 000 sicurezza politici tanti tanti tanti tanti tanti soldi". All'ingresso dell'area che ospita la tendopoli si è creato gran disordine in coincidenza dell'arrivo del sindaco dimissionario, Paolo Tommasino, e dei consiglieri comunali che dovrebbero tenere una riunione all'aperto del consiglio vicino alla tendopoli. Andirivieni di mezzi delle forze dell'ordine con a bordo immigrati rintracciati nelle campagne che vengono ricondotti nella tendopoli. Polizia, carabinieri e vigili urbani a fatica riescono a smaltire il traffico lungo la piccola provinciale che da Manduria porta a Oria. Gruppi di persone residenti nella zona portano scatole contenenti vestiti e medicine che consegneranno ai gestori del campo. Altri hanno organizzato per domani pomeriggio in piazza Garibaldi una raccolta di firme per chiedere una equa distribuzione sul territorio nazionale degli immigrati. Gli organizzatori spiegano di essere solidali con gli immigrati ma chiedono anche rispetto per la popolazione.



La rivolta nella tendopoli -
Grida, slogan, e le voci dei migranti che chiedono libertà. Un ragazzo di 27 anni che parla in italiano, spiega: “Io non voglio scappare, ma voglio subito la carta che mi permetta di trovare un lavoro in Italia. Perché sono venuto in Italia e resterò in Italia”. Un gruppo ha protestato a gran voce all'arrivo di alcuni politici, chiedendo di andare via e il rilascio dei permessi di soggiorno. In molti si sono arrampicati sulla rete di protezione del campo, altri hanno issato un lenzuolo all'esterno del cancello. Nel campo di Manduria continuano ad arrivare i profughi. Alla fine della giornata dovrebbero essere più di 3000 gli accampati. L'ex sindaco Pdl, Paolo Tommasino, dimissionario a causa delle "bugie del governo" contestatore anche lui: "Abbiamo il dovere di protestare se il progetto è quello di portarli qui e poi farli scappare sbagliano”.

FOTO LO SBARCO DEI MIGRANTI NEL PORTO DI TARANTO

Gli arrivi e le operazioni di trasferimento e identificazione -  La nave Excelsior della Compagnia Grandi Navi Veloci proveniente da Lampedusa con a bordo 1.716 immigrati è attraccata alla banchina di Chiapparo nel porto di Taranto in mattinata, un'ora circa in ritardo rispetto all'orario previsto. Il ritardo è stato determinato dal forte vento che ha rallentato la traversata. Ad attendere gli immigrati, un cordone di pullman e uno schieramento di carabinieri, polizia e guardia di finanza. Nella tendopoli di Manduria i migranti dovrebbero essere identificati. Solo successivamente, ma non è ancora chiaro quando, potrebbero essere trasferiti in un altro campo di accoglienza che è stato allestito a palazzo San Gervasio in provincia di Potenza. Nel pomeriggio, intorno alle tre, è arrivata anche la seconda nave, il traghetto Catania. Seicento gli stranieri a bordo.

IL REPORTAGE NELLA TENDOPOLI DI MANDURIA

Le preoccupazioni -  "Quanto accade a  Manduria - dice Alberto Losacco, parlamentare pugliese del Pd - è la testimonianza di un modus operandi che oscilla tra l'approssimazione e l'atto d'imperio. Si avvicina il periodo caldo e vi è il rischio che le tendopoli divengano dei piccoli lager con conseguenze che pagherebbero come al solito i comuni cittadini". Il segretario nazione dell'Ugl polizia Valter Mazzetti accusa il governo: "Il modo con cui si sta procedendo allo sgombero di Lampedusa è contraddistinto da superficialità e approssimazione. Sulla nave che traportava i profughi si è sfiorata la rivolta. E si è navigato tutta la notta poiché non erano stati approntati i servizi di accoglimento e di sicurezza connessi all'arrivo del natante". Angelo Bonelli, leader dei Verdi, definisce la situazione "scandalosa".

Vendola: "No al modello Manduria" -
Le tendopoli, come Manduria, sono un modello sbagliato. Bisogna evitare la concentrazione degli immigrati in pochi luoghi come ad esempio nelle tendopoli che rischiano di diventare luoghi ingestibili e di paura sul territorio". Lo ha detto il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola al termine della riunione della cabina di regia sull'immigrazione convocata a palazzo Chigi dal governo, alla quale hanno partecipano le Regioni e gli enti locali.
Per Vendola il problema degli immigrati non può essere affrontato in maniera "emergenziale e militarista, è impossibile immaginare forme di respingimento collettivo, perchè impossibile distinguere la differenza tra chi è profugo e chi clandestino". A tal proposito "abbiamo chiesto al governo - ha proseguito Vendola - di attivare l'articolo 20 del testo unico sull'immigrazione che offre protezione temporanea agli immigrati e dà la possibilità di ricongiungimenti familiari con persone che si trovano in altri Paesi dell'Europa. Su questo punto ho riscontrato la disponibilità all'ascolto del presidente del Consiglio, ma anche l'indisponibilità di Maroni".

Il Pdl: "Fidatevi di Berlusconi" - "
Il ministro Maroni ha ribadito questa mattina che, pur avendo il campo di Manduria una capacità potenziale di 4mila posti, non ci saranno mai più di 2900 persone e solo per il tempo strettamente necessario allo smistamento in altre regioni e che stanno arrivando a Manduria altri 150 uomini delle forze dell'ordine per garantire la sicurezza non solo nella tendopoli ma anche nei Comuni e nei campi limitrofi". Così scrivono in una nota il coordinatore e il vice coordinatore del Pdl della Puglia, Francesco Amoruso e Antonio Distaso, insieme con i parlamentari salentini. Il ministro, prosegue la nota, "ha anche confermato che nei prossimi giorni verrà a Taranto a firmare con le Province di Taranto e Brindisi il Patto per la sicurezza in cui il governo si impegna a dotare di sistemi di videosorveglianza i comuni di Manduria, Oria, Avetrana, Sava, Maruggio, Torricella, Francavilla Fontana; è stato poi ribadito in conferenza stampa che sono già in allestimento anche i campi in Toscana e a Torino oltre che nelle altre regioni e che il presidente del consiglio sarà lunedì in Tunisia per chiedere il rispetto degli accordi sui rimpatri. Martedì tornerà a riunirsi la cabina di regia tra governo, Regioni, Province e Comuni. Chiediamo quindi ai cittadini di Manduria, a quelli dei territori limitrofi e agli esponenti delle Istituzioni locali ad ogni livello - conclude la nota Pdl - di avere ancora un po' di pazienza, di fidarsi del presidente del consiglio e del nostro Governo che stanno lavorando giorno e notte e di continuare ad affrontare questa enorme emergenza umanitaria con il consueto senso di accoglienza e con il gran cuore di cui tutti noi andiamo fieri e che la Puglia ha già mostrato in passato in situazioni analoghe".

La denuncia -
Intanto due cittadini residenti ad Oria, in provincia di Brindisi, hanno presentato una denuncia alla procura della repubblica di Taranto nei confronti del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, e di altre persone da identificare, in relazione all'allestimento della tendopoli  di Manduria. Nella denuncia si legge che il campo  sarebbe stato realizzato "in assenza di qualsiasi autorizzazione amministrativa su area sottoposta a vincolo paesistico regionale, a tutela della macchia mediterranea, e su area definita di alta pericolosità idraulica". I denuncianti chiedono anche di accertare se siano stati compiuti reati "anche di natura omissiva" e in tal caso di valutare l'eventuale sequestro dell'area.

  Fonte : Repubblica