giovedì 31 marzo 2011

la russa romano dio li fa poi li accoppia 
La Russa " Espulso da tutte le scuole del Regno"
1. Considerate se questo è uno studente modello: quello che alza la voce in malo modo, urla, strepita e schiamazza in Aula;
2. Quello che, rimproverato per il contegno non adatto, si scusa con un “non sono solo io!”, ma in realtà i toni, il linguaggio, la prepotenza, l’arroganza con cui si è distinto lo rendono, più che raro, unico.
3. Quello che manda a quel paese un’insegnante (!!!!!) dopo averle urlato “non mi rompere!!”
4. Considerate se è possibile mai che questo stesso allievo, dopo aver fatto questo e quell’altro, durante la ricreazione, come se niente fosse accaduto, scherzi, mangi, rida in assoluta tranquillità;
5. Considerate cosa penserebbero gli altri compagni se il ragazzo non fosse subito bloccato nelle azioni e nelle parole, se non venisse ripreso in modo severo dall’insegnante, se questi fatti non venissero all’istante riferiti ai genitori, al Preside e al Consiglio di classe per avere adeguata punizione;
6. Considerate se il giorno dopo proprio quel ragazzo potesse tranquillamente e impunemente andare in giro per i corridoi della scuola, seguire le lezioni, fare finta di nulla, minimizzare, quando invece i regolamenti scolastici di tutta Italia, in casi simili, prevedono la sospensione dalle lezioni, l’allontanamento, un’adeguata punizione e pubbliche scuse.


Considerate che l’aula è l’Aula dei Deputati della Repubblica Italiana.
Considerate che il ragazzo in questione è un ministro della stessa Repubblica Italiana
alla quale ha giurato di servire con onore e civiltà.

Considerate che non si tratta della scuola di un quartiere difficile, non si tratta di un contesto degradato per fatalità, povertà, ignoranza. Si tratta di un contesto ormai degradato per follia di prepotenza e questa cosa non la possiamo tollerare. Considerate che sono rimasta egualmente esterrefatta, se non di più, di fronte al “mò glie meno” di D’Alema versus Bindi.

Considerate che già stamani Federico in classe mi ha apostrofato con un bel “perché loro sì e io no, professoressa?Considerate che c’è voluto il mio sguardo più duro e fermo per fargli capire che forse “quel” ministro può e sbaglia, ma lui, un alunno della scuola pubblica statale italiana no, non può: verrebbe espulso da tutte le scuole. Considerate che forse Berlusconi aveva ragione quando diceva che nella scuola inculchiamo valori diversi: sicuramente diversi da quelli condotti dai suoi ministri. Alcuni dei quali indagati, altri condannati un giorno sì e un giorno no dal TAR, accusati di discriminazione di disabile, com’è il caso della Gelmini e peggio ancora…

Considerate comunque che se il ministro la passa liscia il mio sguardo, per quanto duro, a ben poco comincerà a servire, di questo passo.

Mila Spicola

la ricreazione non aspetta su facebook:
http://www.facebook.com/group.php?gid=104801509552649&ref=ts
31 marzo 2011
La Russa : " cocainomane". E se lo dice Fini......
Non sarà sfuggito ai più attenti che recentemente alla Camera La Russa, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, ha rivolto un eclatante "vaffa" (in pieno stile Grillo) al Presidente della Camera Gianfranco Fini. Di tutta risposta, Fini gli ha dato del «cocainomane»  e poi, sempre davanti a tutti, lo ha invitato a farsi curare con urgenza*.

Ora, la cosa curiosa di questa faccenda sta proprio nella specificità dell'insulto. Mentre La Russa ha esortato Fini genericamente ad andare a quel paese, invito/augurio che centinaia di volte al giorno noi comuni mortali ci rivolgiamo vicendevolmente nella speranza che prima o poi si avveri, la risposta del leader del Fli è stata molto più puntuale e circostanziata. Non gli ha rivolto un vago «coglione» oppure che so, «stronzo» che, quando gli animi si scaldano, sono le contumelie che vengono per prime in mente (soprattutto se di fronte hai La Russa). No. Fini è stato preciso e dettagliato: ha detto proprio «cocainomane». Un improperio che sembra meditato, lucido, quasi frutto di una riflessione. O almeno di una cognizione di causa.

Si sa bene da quanto tempo Fini e La Russa si conoscano, e da quanto tempo i due si frequentino, oggi un po' meno piacevolmente di ieri. La deduzione che siamo portati a fare, dunque, è che l'offesa del Presidente della Camera possa non essere proprio una calunnia, ma che abbia un qualche fondo di verità. E che sia piovuta sulla testa del Ministro con accurateza adamantina. Un'ingiuria chirurgica, se vogliamo. Come i missili intelligenti a cui La Russa è tanto affezionato. E che stavolta sembrerebbero effettivamente aver meritato appieno l'aggettivo che li contraddistingue. 
Fonte : " l'Unità"


Il “capitalismo verde” alla prova dei fatti

A partire da una critica serrata tanto dell’approccio green economy quanto delle teorie della decrescita, un libro tenta di rispondere al “rompicapo del secolo”: come stabilizzare il clima soddisfacendo il diritto allo sviluppo di 1,3 miliardi di persone.

di Marco Zerbino

«Il modello attuale ha ormai toccato il fondo dei suoi limiti, sia per il miglioramento delle condizioni di vita che è in grado di offrire ai più poveri, sia per l’impronta ecologica che possiamo imporre al pianeta, ma i miei clienti investono solo se ci sono aspettative di profitto, e questo non cambierà». Economista e banchiere della Deutsche Bank, coordinatore della Green Economy Initiative, un progetto di ricerca del Programma Onu per l’Ambiente teso a dimostrare che “la riconversione ecologica dei sistemi economici non è un freno per la crescita, ma piuttosto una nuova forza motrice di essa”, Pavan Sukhdev ha forse deluso i suoi “clienti” (e con ogni probabilità anche i suoi datori di lavoro) pronunciando nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde [1] parole così inequivocabili e lapidarie. Ce lo immaginiamo mentre si allenta il nodo alla cravatta, sospira e si lascia andare sullo schienale della poltrona, per poi dare sfogo a tutto il suo amaro scetticismo di fronte all’imbarazzato cronista in attesa del parere dell’esperto. L’esperto, una volta tanto, ha parlato chiaro, centrando il nocciolo di un problema al quale molti altri commentatori e studiosi (per non parlare della classe politica e di quella imprenditoriale) semplicemente girano attorno: che rapporto c’è fra la crisi ecologica globale (e il fenomeno del riscaldamento climatico in particolare) e quel determinato modo di produrre e consumare che va sotto il nome di “capitalismo”? In termini meno teorici e più pratici, la questione potrebbe anche essere riformulata nel modo seguente: è possibile contrastare efficacemente l’emergenza climatica senza sacrificare il legittimo diritto allo sviluppo di quanti e quante non hanno niente, o molto poco, e che tuttavia di quell’emergenza sono anche le principali vittime?

Secondo Daniel Tanuro, autore del volume L’impossibile capitalismo verde. Il riscaldamento climatico e le ragioni dell’eco-socialismo (Alegre, Roma 2011, pp. 224, € 16,00), si tratta del “rompicapo del secolo”. Attenendoci alla nostra seconda formulazione, la sua risposta, in estrema sintesi, è la seguente: “dipende da cosa intendiamo per sviluppo”. Se per sviluppo si intende una crescita economica illimitata, sul tipo di quella che ha caratterizzato i paesi dell’Occidente capitalistico e il Giappone, e che caratterizza impetuosamente oggi i paesi emergenti, la risposta è: no. Non si può pensare di stabilizzare il clima nel quadro economico dato, assecondando cioè la logica del “produrre per produrre” e del “consumare per consumare”, ovvero senza mettere in discussione il dogma della crescita, di per sé irriguardosa del consumo complessivo di materia e di energia e dei limiti fisici (la cosiddetta carrying capacity o “capacità di carico”) del pianeta. “Eccone un altro!”, dirà il lettore impaziente, “l’ennesimo sostenitore della ‘decrescita’, che vorrebbe farci tornare tutti quanti a zappare l’orto e a fare il pane in casa!”.

Decrescere o morire?
Calma. Tanuro ci tiene a smarcarsi da teorie molto in voga negli ultimi tempi, in special modo Oltralpe, cui pure riconosce dei meriti. L’ubriacatura antisviluppista o, per ricorrere ad un orribile neologismo, “decrescentista”, che affligge alcune componenti della sinistra italiana e francese da circa un decennio, gli è in realtà del tutto aliena. Ce ne accorgiamo se passiamo a considerare la prima formulazione del nostro rompicapo: che rapporto c’è fra il riscaldamento climatico e le leggi che regolano il funzionamento del capitalismo? Tanuro non ha dubbi: “Se per ‘capitalismo verde’ si intende un sistema in cui i parametri qualitativi, sociali ed ecologici sarebbero tenuti spontaneamente in considerazione dai tanti capitali concorrenti […] allora si naviga nella più completa illusione. Dovrebbe, infatti, trattarsi di un capitalismo nel quale non avrebbe più corso la legge del valore, cosa che è una contraddizione in termini. Immaginare che un sistema di produzione basato su questa legge possa cessare di saccheggiare le risorse naturali è altrettanto assurdo che immaginare che possa smettere di sfruttare la forza lavoro. Del resto, al di là del suo entrare in gioco in determinati contesti storici, questa forza altro non è, in ultima analisi, che una risorsa naturale fra le altre”.

Ci siamo permessi di citare estesamente questo brano perché, oltre a racchiudere il cuore dell’argomentazione dell’autore, tende a rimarcarne la distanza proprio dai teorici della decrescita. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la copiosa produzione editoriale di un Serge Latouche, sa bene che in essa il termine “capitalismo” o non compare, a tutto vantaggio delle onnipresenti nozioni di “crescita” e di “sviluppo”, oppure compare in una forma del tutto impropria, e cioè come sinonimo di “sviluppo”, di modo che, sostiene Tanuro, “il suo anticapitalismo non è, alla fin fine, che una denuncia dello sviluppo umano”. L’apparente radicalismo di Latouche, in sostanza, conduce a esiti decisamente reazionari, oltre a non alludere a nessuna concreta proposta politica. La decrescita, di fatto, non propone un progetto di società, dal momento che insiste soprattutto su una critica culturale del consumismo. Una critica sacrosanta e indispensabile, beninteso, ma che non centra il vero problema e non mette in luce quelle che sono le cause profonde della crisi ecologica in atto (dovuta, non c’è dubbio, anche agli stili di vita iperconsumistici di una parte dell’umanità). L’approccio di Tanuro si distingue da quello degli epigoni di Latouche proprio perché, dei due lati della medaglia, produzione e consumo, egli sceglie il primo, laddove i teorici della decrescita privilegiano decisamente il secondo.

L’impossibile capitalismo verde
Di fatto, l’allarme globale sul riscaldamento del pianeta giunge dopo due secoli di massiccio sviluppo capitalistico dell’economia. Secondo Tanuro, e del resto si tratta di un fatto abbastanza evidente a chiunque voglia considerare seriamente la questione, le ragioni del “sovraconsumo” di materia e di energia che caratterizzano le società capitaliste avanzate e quelle emergenti vanno ricercate nella sovrapproduzione, cui il sistema è costretto in virtù del suo ossequio a determinate leggi.
Il capitalismo consiste nella produzione generalizzata di valori di scambio, altrimenti detti merci. L’astrazione del valore di scambio, che, spinta alle estreme conseguenze, si esprime nel denaro, è in questo sistema lo scopo e la misura di tutto. La legge del valore genera tre caratteristiche ben precise del modo di produzione capitalistico, che cozzano frontalmente con l’esigenza di regolare razionalmente e in maniera non nociva per chi verrà dopo di noi gli scambi fra esseri umani e ambiente: “[…] la produzione per il profitto, la tendenza all’accumulazione e la concorrenza tra capitali (che si manifesta anche nella rivalità fra Stati)”.

Il capitalismo non è nemmeno concepibile senza una rincorsa continua all’accumulazione e alla sovrapproduzione di merci, ed è precisamente questa sua caratteristica a renderlo un nemico giurato dell’ecosistema: la rincorsa del profitto grazie alla tecnologia implica inevitabilmente quantità sempre crescenti di merci, che si mettono in circolazione alla ricerca di una domanda solvibile. Certo, il progresso tecnologico può, in una certa misura, portare ad una riduzione della quantità di energia e materia necessarie a produrre una data unità di Pil (cioè ad una diminuzione dell’“intensità energetica” del sistema), ma questa diminuzione viene presto compensata dall’aumento del volume della produzione. Nel campo del consumo, si parla di un “effetto rimbalzo”: le lampadine a risparmio energetico consumano di meno, ma proprio per questo vengono tenute accese più a lungo, aumentando così il consumo complessivo di energia. Tuttavia, sostiene giustamente Tanuro, il fenomeno ha la sua origine nel campo della produzione. L’unico modo che il sistema ha per ridurre, di tanto in tanto, la pressione che esercita sull’ambiente sono le sue periodiche crisi di sovrapproduzione. Ma queste, com’è ben noto, comportano miseria sociale, sperpero di ricchezze e aumento delle disuguaglianze.

Alla legge del valore non sfuggono neanche le tecnologie verdi (incluse le energie rinnovabili) e i tanti stratagemmi messi in opera dalla comunità internazionale, nel quadro del protocollo di Kyoto, per contrastare il riscaldamento climatico senza uscire da una logica capitalistica e di mercato, ovvero per ottenere un’impossibile quadratura del cerchio.
L’effetto fotovoltaico è stato scoperto dal fisico francese Edmond Becquerel nel 1839, eppure lo sviluppo di questa tecnologia è pesantemente in ritardo rispetto a quelle che ne sarebbero le potenzialità. Bruciare carbone, gas naturale e petrolio costa molto meno, mentre il nucleare risulta favorito perché ha un interesse anche militare. Inoltre i combustibili fossili e l’uranio costituiscono un’energia di stock, della quale gli investitori possono impossessarsi costituendo un monopolio e quindi una sorta di rendita. Il sole, al contrario, è diffuso su tutta la superficie terrestre.
Quanto al mercato delle emissioni e a simili stratagemmi, non è possibile, in questa sede, seguire nel dettaglio l’analisi che l’autore fa della loro totale inefficacia sul piano del loro fine dichiarato, ovvero quello di ridurre la concentrazione di gas serra nell’atmosfera; basterà dire che essa è strettamente connessa al predominio del fattore quantitativo (il valore) su quello qualitativo: il mercato delle emissioni, proprio perché è un mercato, si basa solo su considerazioni quantitative, mentre non tiene nella dovuta considerazione gli elementi qualitativi indispensabili a pilotare la transizione energetica.

Ecosocialismo o barbarie

E allora? Se né la critica dell’ipertrofia dei consumi del mondo sviluppato, né il puro e semplice affidamento alle logiche capitalistiche di mercato costituiscono una risposta adeguata alla crisi ecologica e al problema del riscaldamento climatico, sorge spontanea la domanda: che fare? Come evitare di “sprofondare nell’abisso”, secondo le parole usate dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon?
La risposta è abbastanza semplice, purché la si voglia ascoltare. Se l’iperconsumo è dovuto a iperproduzione, e se quest’ultima è a sua volta intimamente connessa con le leggi capitalistiche del profitto e dell’accumulazione, ne consegue che sono quelle leggi a dover essere messe in discussione. Si tratta cioè di sottrarre la sfera della produzione e del consumo alla legge del valore, cosa che necessita la chiamata in causa dell’idea di una trasformazione socialista della società.

Marx, sostiene Tanuro, è molto più “eco” di quanto non pensi la maggior parte dei marxisti. La nozione chiave per dare una risposta efficace ai problemi ambientali è quella di “metabolismo sociale”, cioè di “regolazione razionale degli scambi uomo/natura”, espressa con estrema chiarezza dal filosofo di Treviri nel terzo libro del Capitale. Nel quadro di una discussione del problema dell’impoverimento dei suoli determinato dall’urbanizzazione capitalistica, Marx arriva, in linea con le teorizzazioni ambientaliste più avanzate di oggi, a porre il problema generale dello scambio di materia fra il genere umano e l’ambiente: “La libertà […] può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa” [2].

Nel passo appena citato, per “libertà” Marx intende la possibilità che l’essere umano ha di affrancarsi dal lavoro materiale. Questa viene esplicitamente condizionata alla “regolazione razionale” degli scambi fra l’uomo stesso e la natura. “Razionale”, per Marx, e anche per noi, ha qui evidentemente il doppio significato di “in linea con i progressi della scienza e della tecnica” e di “assennato”, “ragionevole”, tale cioè da non pregiudicare il futuro della natura stessa né quello, in essa, dell’essere umano. Tutto ciò, sembra chiaramente alludere all’idea, propria dell’ambientalismo più serio e consapevole, che il progresso tecnologico non è qualcosa da incensare o da demonizzare a seconda dei casi, ma semplicemente da svincolare dalla legge del valore, per metterlo al servizio dello sviluppo (che non è sinonimo di crescita economica) del genere umano nel rispetto dei limiti naturali. È senz’altro un grande merito dei teorici della decrescita quello di aver evidenziato tali limiti, contro l’idea, espressa a suo tempo da George Bush Jr. e condivisa per ovvi motivi dall’establishment economico e finanziario globale, secondo cui “la crescita non è la causa dei problemi ambientali, essa ne è la soluzione”. Ma il problema non può essere risolto se, dal lato del consumo, non ci si sposta a considerare quello della produzione, optando per una coerente visione anticapitalista.

Attenzione, però. La consapevolezza ecologica di Marx compare solo qua e là (sia pure in maniera molto chiara) nelle sue opere, e si accompagna ad un’altra visione, ad essa antitetica, di tipo più “produttivistico”. Questa entra in gioco se, dal problema dei suoli e dell’agricoltura, ci si sposta ad osservare il modo in cui Marx considera le fonti energetiche, omettendo cioè di fare una distinzione fra quelle di stock (ad es. il carbone) e quelle di flusso (ad es. il legno). Le prime sono esauribili, le seconde no. In sostanza, accanto ad uno schema ciclico evolutivo (quello, molto moderno, che Marx mostra di preferire quando considera la questione dei suoli) sembra coesistere uno schema lineare (risorsa>utilizzo>rifiuto) che è poi quello dell’economia classica. La questione energetica, secondo Tanuro, costituisce un vero e proprio “cavallo di Troia” nell’ecologia di Marx, ed è alla base del produttivismo e dell’ottimismo tecnologico dei marxismi, che infatti sono stati colti impreparati dall’esplodere del problema ambientale oramai quarant’anni fa.

In buona sostanza, l’alternativa socialista è l’unica possibile, ma va esplicitamente ridefinita in senso ecologico. Provocatoriamente, Tanuro sostiene che non si tratta di “comprendere l’ecologia nel socialismo, ma di integrare il socialismo all’ecologia”. In termini marxisti, ciò significa che, oltre all’ostacolo del profitto, c’è da rimuovere anche quello dell’accumulazione, ovvero della tendenza del sistema alla crescita economica illimitata e al crescente consumo di risorse. Per venire definitivamente alle prese con la crisi ecologica, non è sufficiente sottrarre l’economia e la produzione alla dittatura del profitto: bisogna anche rivedere tutta una serie di consumi, collettivi e individuali, per diminuire considerevolmente la quantità di energia necessaria a far marciare il sistema. Ciò è particolarmente evidente nel caso del riscaldamento globale, e l’autore lo dimostra con dovizia di argomentazioni tecniche. Da questo punto di vista, i sostenitori della decrescita hanno tutte le ragioni, pur non rendendosi conto che i problemi da loro posti sono risolvibili solo in una prospettiva socialista e anticapitalista. Inutile dire che, quando Tanuro delinea tale prospettiva, non ha in mente l’esperienza storica dello stalinismo, che anzi critica aspramente da un punto di vista politico, economico e ambientale, ma quella, tutta da costruire, di una forma di organizzazione umana che individui nei “produttori associati”, ovvero nell’economia pianificata in stretto rapporto dialettico con il controllo operaio della produzione, i “regolatori razionali” della società e della natura che verrà.

NOTE

[1] Le Monde, 3 dicembre 2008.
[2] K. Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, 19654, L. III, p. 933.

(31 marzo 2011)

Da " micromega"

un'altra emergenza AL CONFINE DI VENTIMIGLIA

Fermi al confine: la Francia non vuole
i migranti delle sue ex colonie

Provano a passare nascosti nei bagagliai, in treno, a piedi. Ma vengono bloccati e rimandati in Italia


Provano a passare nascosti nei bagagliai, in treno, a piedi. Ma vengono bloccati e rimandati in Italia
Il videoreportage
di A.Coppola (Corriere della Sera)- Riprese G.Franzoi, montaggio S.Taddei (H24)
VENTIMIGLIA – In treno non si passa, la polizia francese nelle stazioni di Mentone e Nizza è implacabile. In macchina è molto rischioso: i quattro incastrati nel bagagliaio di una Citroen sono stati ripescati ieri dagli agenti italiani che faticavano a respirare. Restano i piedi. Meno di dieci chilometri dalla stazione di Ventimiglia fino al valico di ponte San Luigi o di San Ludovico, il passaggio lungo il mare, oppure i percorsi di montagna, con la paura degli strapiombi, o ancora la linea della ferrovia, altrettanto pericolosa. I tunisini sbarcati a Lampedusa e arrivati fin qui, all’estremo occidentale dell’Italia, con la speranza di passare Oltralpe ci provano in piccoli gruppi durante tutta la giornata. Alla sera ci provano tutti, una marcia di decine di persone verso la piazza del Municipio e poi in direzione della spiaggia: «In Francia a piedi!».
IN COLONNA - Comincia con un po’ di subbuglio al momento del pasto servito dai volontari della Cgil, verso le sette di sera. C’è un uomo anziano venuto da Nizza, uno che di mestiere dice di portare le pecore da una parte all’altra del confine eludendo i controlli di doganieri e veterinari, che li incita a non farsi riprendere dalle telecamere mentre mangiano: «Non è dignitoso». Qualcun altro, meno giovane della massa di ragazzi ventenni, qualcuno che ha conquistato un po’ di autorità in queste giornate di attesa e delusione, li aizza. Si comincia a spargere la voce. Si forma una colonna, si parte. Dopo meno di un’ora saranno convinti a rientrare alla base, in stazione, dove è stata allestita una sala d’attesa speciale.
Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia    Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia    Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia    Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia    Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia    Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia    Alla frontiera italo-francese a Ventimiglia
CAMMINATORI - Oggi aprirà anche un centro d’accoglienza in un’ex caserma dei vigili del fuoco da 70-100 posti letto e con la possibilità, finalmente, di fare anche una doccia. Qualcuno dei camminatori della sera ci aveva già provato. Un ragazzo ben vestito raccontava nel pomeriggio di essere arrivato fino a Nizza e mostrava i piedi dolenti: «Poi mi hanno preso e mi hanno rimandato indietro». Ha un foglio che gli intima di presentarsi alla polizia di Formia, da dove probabilmente è scappato. Il problema continua a essere questo. Da ponte San Luigi in mattinata due ragazzi camminavano in direzione Ventimiglia: erano riusciti ad arrivare a Marsiglia, sono stati presi ed espulsi. Uno prometteva di riprovarci, l’altro era stanco: «Voglio tornare in Tunisia, troppo faticoso».
SUL BINARIO UNO - Nella sede della polizia di frontiera di Ventimiglia, il dirigente Pierpaolo Fanzone è un po’ seccato: «Per noi c’è una mole di lavoro notevolissima che riguarda tutte le attività legate alle riammissioni». Quando la «police» riconsegna i clandestini tunisini alla frontiera italiana (in base agli accordi bilaterali di Chambéry) bisogna prendere le impronte, procedere alla foto segnalazione, chiedere l’intervento della Questura per il provvedimento di espulsione, e così via. Per decine di casi al giorno. I controlli ai valichi sembrano allentati, per non violare gli accordi di Schenghen. E infatti si va a Mentone senza incrociare poliziotti né posti di blocco: solo ragazzi a piedi che chiedono spaesati: «Per di là la Francia?». In quattro superano il confine a San Ludovico, arrivano sulla spiaggia, una signora li avvista e chiama la polizia. Uno riesce a scappare, gli altri tre vengono catturati. Nessun agente al confine, tutti nei primi chilometri di Francia. Alla Paf, Police aux frontières di Mentone dicono di aver avuto da due giorni l’ordine di non parlare con i giornalisti, ma almeno confermano: «Abbiamo intensificato i controlli». E anche i ragazzi a Ventimiglia lo sanno. Farid, che è arrivato appena ieri da Mineo, seduto al binario uno lascia sfilare tutti i treni per la Costa Azzurra. «Che vado a fare? Mi prendono sicuro…».
Alessandra Coppola
Spettacolo al di sotto della decenza
di Luigi Spina,
dalla "Stampa"
Faceva impressione, ieri sera su tutti gli schermi delle tv italiane, vedere il ministro della Difesa urlare in aula e insultare il presidente della Camera per le contestazioni sul «processo breve».

Un ministro del Paese più coinvolto nelle conseguenze delle rivoluzioni che sconvolgono l’altra sponda del nostro Mediterraneo. Una questione lontanissima dalle gravi preoccupazioni che assillano gli italiani in questo momento e che, tra l’altro, dovrebbero assillare anche i suoi pensieri e le sue azioni. Lo spettacolo si completava con il collega ministro degli Esteri che lo affiancava sul banco del governo, sbalordito e imbarazzato testimone di una scena impensabile e inaudita in qualsiasi Parlamento di una democrazia occidentale. Uno Stato che sta partecipando, in questi giorni, a una operazione militare di guerra, anche se vogliamo chiamarla in altro modo, e che deve affrontare un’emergenza umanitaria drammatica.

Così come faceva impressione vedere il presidente del Consiglio offrire agli abitanti di Lampedusa, comprensibilmente esasperati da una situazione sconvolgente, una escalation di promesse strabilianti, culminate con la candidatura al Nobel della pace e garantite da un impegno che, preso da Berlusconi, ha un valore assoluto: l’acquisto di una villa sull’isola. Perché, in quelle stesse ore, a Roma, i suoi deputati e il suo ministro della Giustizia preparavano un blitz procedurale per assicurare un cammino parlamentare, appunto, brevissimo a quel «processo breve». Una legge che, se fosse approvata in tempi rapidi, lo salverebbe da un’eventuale condanna al processo Mills.

Faceva pure impressione, sempre ieri sera, l’evidente difficoltà dell’altro partner di governo, quello determinante in questa fase della vita politica, la Lega. Da una parte, costretta a dimostrare di saper gestire, in prima persona col suo ministro Maroni, una situazione molto intricata e difficile, quella dell’immigrazione dai Paesi mediterranei, dove non bastano le sbrigative battute in dialetto di Bossi a risolvere problemi di portata epocale. Dall’altra, obbligata a sostenere Berlusconi nelle sue vicende processuali, con provvedimenti di legge che rischiano di incidere gravemente sui consensi di elettori molto sensibili al rischio di generalizzate clemenze giudiziarie. Due fronti che, con una coincidenza simbolica, vanno a colpire proprio un motivo fondante di quel partito, la tutela della sicurezza, scudo delle paure più profonde degli italiani.

Per completare lo scenario ieri spalancato davanti all’opinione pubblica nazionale, e ancor più internazionale, la visione di un Parlamento assediato da una contestazione accesissima, a cui, inspiegabilmente e singolarmente, è stato permesso di arrivare sulla soglia del portone. Testimonianza di un clima esasperato e di una spaccatura emotiva tra i cittadini italiani rischiosa, soprattutto in un momento in cui il nostro Paese deve superare prove molto ardue.

È vero, infatti, che l’Europa, sul problema degli immigrati maghrebini, pare sorda ai giustificati appelli alla solidarietà comunitaria che arrivano dalle nostre autorità di governo. Ed è anche vero che il modo con il quale i principali leader del mondo trattano i rappresentanti italiani ai vertici internazionali sembra oscillare tra la trascuratezza e il paternalismo. Proprio su una questione, quella della crisi libica, in cui il nostro Paese è il più coinvolto, sia per gli interessi economici e geopolitici, sia per i risvolti demografici, sia per le nostre antiche responsabilità storiche.

La forza negoziale dell’Italia, però, sarebbe ben diversa se la credibilità della nostra classe dirigente, in queste e in altre circostanze, non fosse molto indebolita da un costume politico così al di sotto dei minimi standard di decenza pubblica. Perché l’autorità nei confronti degli altri Paesi del mondo si conquista con l’autorevolezza raggiunta nel nostro.

Nel PDL scoppia di nuovo la guerra : sotto tiro , da "Scaiolani "e " liberamente" , La Russa e Verdini.
Per capire quanto poco sia piaciuta a Silvio Berlusconi l'ultima alzata di testa del ministro Ignazio La Russa, basterebbe la battuta consegnata dal premier stamane al congresso dei Cristiano popolari. «Abbiamo il dovere di rispettare l'imperativo categorico della compattezza. Vogliamo realizzare per intero il nostro programma». Vero è, però, che la missione è tutt'altro che semplice perché dentro il Pdl si è riaccesa la guerra delle correnti. Tutte aizzate ora contro l'ex colonnello di An. Così sia i seguaci di Claudio Scajola che i ministri riuniti sotto il cappello di "Liberamente" (Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo ) hanno imbracciato i fucili contro La Russa e contro le invettive indirizzate ieri in aula a Gianfranco Fini.
Scajola scatenato contro La Russa e Verdini
Il più scatenato però è l'ex ministro dello Sviluppo che ieri ha affrontato a muso duro il collega in Transatlantico e anche stamane ha riunito i suoi inferociti contro il coordinatore del Pdl. Nessuno parla pubblicamente, ma la rabbia è ancora palpabile. «Quello che ci ha rimesso di più è il presidente del Consiglio - racconta uno dei fedelissimi di Scajola -. Noi abbiamo posto un problema di equilibri tra le due componenti e nessuno ci ha ancora risposto». La verità, insomma, è che la sfuriata di La Russa contro Fini ha dato di nuovo la stura all'insofferenza di Scajola che chiede visibilità nel partito o nel governo. «Claudio - ragiona un ex An che conosce a menadito i rapporti interni tra le correnti - ha usato quel pretesto per aprire la polemica, ma il suo obiettivo non è solo La Russa, ma anche Denis Verdini che nel Pdl gli ha soffiato poltrona e simpatie del Cavaliere».
A rischio la tenuta della maggioranza alla Camera
Non a caso l'ex ministro è tornato ad agitare il fantasma dei gruppi autonomi in Parlamento, ma nel Pdl sono convinti che la minaccia non si tradurrà in fatti. «Scajola - ammette uno deli uomini più vicini al Cavaliere - non farà mai la scissione, ma certo potrebbe lanciare dei segnali in aula magari facendo mancare i suoi su alcune votazioni». Dietro l'angolo c'è la possibile fiducia sul processo breve, ma anche il voto sul conflitto d'attribuzione, e il premier non può permettersi errori. Il partito è una ormai polveriera e già ieri con la raccolta di firme per chiedere le dimissioni di La Russa, avviata da Maria Teresa Armosino e poi stoppata da Scajola, cui l'ex sottosegretario è molto legato (il suo nome compare tra i membri della fondazione Cristoforo Colombo voluta dall'ex ministro), si è rischiato un pericoloso terremoto nel Pdl.
Dentro Liberamente rispunta la tentazione del coordinatore unico
Tanto più che contro la Russa si è scatenata anche la corrente di "Liberamente" riunitasi ieri sera in tutta fretta per affrontare la situazione. Chi vi ha preso parte racconta, sotto promessa di anonimato, «di un confronto molto acceso» durante il quale qualcuno avrebbe addirittura proposto di assentarsi oggi alla Camera, alla ripresa dell'esame del ddl sul processo breve, per lanciare un segnale al Cavaliere. L'idea è poi rientrata, ma l'insofferenza contro gli ex An «che hanno occupato molte caselle importanti dentro il partito e sul territorio» è ai livelli di guardia. Anche se, poi, scavando un po', si scopre che pure dentro "Liberamente" cova un grande malcontento verso l'altro coordinatore Verdini. «L'obiettivo - ragiona un berlusconiano doc - è che da quelle parti si continua ad accarezzare l'idea di un coordinatore unico del Pdl, un Alfano o una Gelmini per intenderci, e l'uscita di La Russa offre l'occasione di ritirare fuori quella battaglia: colpire lui può servire ad abbattere anche Verdini, visto che Bondi è considerato fuori gioco».
Augello: il partito va rinnovato e reso più agile
Ma non sfugge ai più il pericolo insito in questi "incidenti". Lo dice con estrema puntualità Beatrice Lorenzin, che conosce bene il Pdl e il suo territorio. «Ci sono tanti provvedimenti in attesa, bisogna avere sangue freddo. Il problema non sono tanto i pesi e i contrappesi dentro il Pdl, ma la strategia complessiva». Tradotto: l'uscita di La Russa rischia di appannare l'immagine del governo del fare. Ma il premier dovrà presto sbrogliare la matassa, come suggerisce il navigato senatore Andrea Augello. «È una questione che si deve affrontare ripensando alla crisi del bipolarismo nato dal 2008 scrivendo una nuova legge elettorale, rendendo più agile, vivo e democratico il partito, introducendo per legge le primarie per l`elezione del premier. Soprattutto lavorando alla costruzione di un partito che somigli a una federazione dei movimenti del centrodestra e non a un monolite terribilmente rigido ed impacciato».
Dal "Sole 24 Ore"
Migranti, la folle corsa verso la Francia
 B: "Tunisia non collabora sui rimpatri"
  A Ventimiglia si rischia la vita per varcare il confine passando dall'autostrada e dai binari (video)
    Il ministro degli Esteri attacca il governo transalpino lamentando una mancanza di solidarietà

Mentre prosegue il giallo degli undici migranti dispersi nel canale di Sicilia, la giornata a Lampedusa si è aperta con la Excelsior, nave della flotta Grimaldi che ha caricato 1.700 persone (leggi l'articolo). Quindi è salpata alla volta della tendopoli di Manduria in Puglia, la centro di un vero terremoto politico che ha prodotto le dimissioni del sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano (leggi l'articolo). Con lui anche il primo cittadino del paesino pugliese. E se il fronte politico interno, dopo la visita di ieri del premier, resta traballante, la vera partita oggi si gioca sul piano internazionale. In mattinata, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha bacchettato la Francia per i respingimenti in corso a Ventimiglia. Per il titolare della Farnesina, infatti, gli immigrati in arrivo in Italia dovranno essere “rimpatriati o destinati verso altri Paesi Ue”. Dopodiché ha aggiunto che “è clamoroso che dai Paesi Ue non vi sia solidarietà, compresi quelli in cui i clandestini vorrebbero andare, come la Francia”. E proprio al confine transalpino,la disperazione dei migranti tunisini li spinge a rischiare la vita per varcare il confine, pur sapendo che probabilmente la gendarmeria li rispedirà comunque indietro (articolo di Ferruccio Sansa e video di Lorenzo Galeazzi)


Ecco l'elenco delle località che ospiteranno le tendopoli.

Anche Torino nell'elenco:
campo per mille
vicino allo stadio della Juve

FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
Un’Italia punteggiata di tendopoli. Il piano del Viminale per sfollare Lampedusa e creare una rete di Cie (centri di identificazione ed espulsione) straordinari è partito. Il ministero aveva chiesto la disponibilità di 13 siti della Difesa. Ma forse non basteranno nemmeno questi, al punto che ieri il ministro Roberto Maroni ha chiesto a Regioni e Province uno sforzo in più e l’accoglienza di almeno 2000 clandestini assieme ai libici richiedenti asilo che arrivassero in futuro. «La drammatica crisi che ha sconvolto i Paesi del nord Africa ha finora spinto sulle coste italiane, in poco più di due mesi, oltre 22mila cittadini extracomunitari contro i soli 25 dello stesso periodo dell’anno scorso», spiegava intanto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. «Un fenomeno di straordinarie proporzioni, un’emergenza umanitaria sia per la quantità degli arrivi che per l’intensità con cui si sono susseguiti». Le navi intanto hanno cominciato il loro lavoro di spola tra Lampedusa e la penisola. I voli, anche. E quindi Berlusconi ha potuto annunciare che entro due giorni saranno tutti via.

Già, ma dove portare questi 6200 tunisini che stazionano sull’isola in attesa che riprendano le intese con Tunisi? A Torino sarebbe disponibile l’arena rock del quartiere Vallette, accanto allo stadio in costruzione della Juventus. A Potenza (Palazzo San Gervaso) si lavora di gran fretta per tirare su 64 tende che ospiteranno 500 persone. Con gli autocarri si stanno trasportando padiglioni igienici mobili, due gruppi elettrogeni, una grande tenda di comunità. L’area è stata spianata e attrezzata. Uguale lavoro intenso si registra a Kinisia (Trapani) dove 88 tende per 700 immigrati sono pronte. Almeno 800 persone saranno ospitate nella tendopoli nella caserma Andolfatto, tra Capua e Santa Maria Capua Vetere (Caserta). E già s’annunciano lavori a Coltano (Pisa) in un centro radar dismesso dall’aeronautica Usa, contestatissimi dai cittadini. Entro domenica, poi, altri 500 migranti di Lampedusa dovrebbero trovare accoglienza nella tendopoli di Pian del lago (Caltanissetta): il terreno vicino all’attuale Centro di accoglienza, dove ci sono già 456 persone, sarà sbancato nelle prossime ore. Anche qui si monteranno le classiche 64 tende. La Sardegna, invece, si è detta disponibile ad accogliere 1400 immigrati. Indispensabile, poi, rimettere le mani alla tendopoli di Manduria (Taranto), dove sono fuggiti in cinquecento e si contano ottocento presenze. Verrà costruita una seconda recinzione alta quattro metri e rinforzata. Ma è l’intera tendopoli ad essere ancora un cantiere aperto. Solo ieri sono entrate in funzione le docce con l’acqua calda e l’acqua potabile è stata garantita attraverso serbatoi. Epperò sono in arrivo su una nave altri 1400 tunisini. Con il che a Manduria sono rimasti di stucco, il sindaco e il sottosegretario Alfredo Mantovano hanno dato le dimissioni.

A fare i conti, insomma, si vede facilmente che finora nelle tendopoli-Cie c’è posto per 4-5000 persone circa. Tutti clandestini, tutti rientranti nelle maglie della legge Bossi-Fini. Con il paradossale risultato che nel tribunale di Agrigento si riempiono i registri degli indagati con iscrizioni a raffica. «In base alle cifre che sono state fornite sugli sbarchi - spiega il procuratore Renato Di Natale - dovremmo celebrare, in teoria, oltre 21 mila processi».
Maroni ha fatto appello agli enti locali. «Il governo vuole individuare entro 48 ore dei siti in cui allestire tendopoli per i clandestini, ma anche noi vogliamo essere coinvolti», spiega il presidente del consiglio direttivo dell’Unione province, Fabio Melilli. L’accordo che matura a sera con le Regioni prevede di «spalmare» i profughi in tutta Italia (escluso l’Abruzzo terremotato) «fino a 50mila» unità, di istituire una cabina di regia nazionale,e coprire con fondi del governo tutte le spese del caso.

Il futuro di Policoro dopo gli arresti eccellenti, dibattito pubblico di Prc, Sel, Idv e una parte di Pd

Angela Divincenzo
POLCORO – Quello di ieri sera organizzato nella sala parrocchiale di piazza Eraclea dal blogger Ottavio Frammartino, della segreteria regionale del Prc, è stato il primo dibattito pubblico sul post arresti del 13 gennaio scorso a Policoro. Perché responsabile, insieme ad altri 12 indagati ora in libertà, di una presunta tangentopoli, il sindaco Nicola Lopatriello è tuttora agli arresti domiciliari. Ma la sua amministrazione, seppure rimpastata è in piedi. Nessuno si è dimesso (eccetto l’autosospensione dalla carica dell’allora assessore ai lavori pubblici Cosimo Ierone, anch’egli indagato e colpito da misura cautelare).
Quali risvolti politici ed etici il fatto abbia generato nella comunità policorese è questione, perFrammartino, che necessita di una pacata riflessione. “Non si tratta di un processo in piazza – ha subito chiarito – le responsabilità penali saranno decise nelle sedi opportune. Ma è necessario parlarne, capire, informare i cittadini. Colmiamo un vuoto e suppliamo anche alla mancanza di una decisa opposizione in Consiglio che prima di noi avrebbe dovuto organizzare questo incontro”.
A rappresentare questa opposizione, al tavolo dei relatori, il consigliere Pd Antonio Di Sanza. Che prima ha fatto un ‘mea culpa’ per aver, tempo fa, contribuito a credere un’alternativa politica possibile l’esperienza berlusconiana, poi, senza dire nulla di nuovo – ha ammesso – ha descritto il suo Pd come un partito diviso, privo di una guida unica e quindi responsabile di indebolire l’immagine e il ruolo della stessa minoranza. Infine ha segnalato “l’assenza dei cittadini” in questa complessa vicenda giudiziaria. “Il popolo si è distratto tantissimo in questi ultimi anni. Mi sarei aspettato un’imprecazione di qualche cittadino durante l’ultimo Consiglio comunale, un moto istintivo di questa società”, ha sostenuto Di Sanza. Il quale si è detto stupito nell’aver constatato una “incapacità di riflessione e una assoluta mancanza di etica pubblica”. Come stupisce, per Di Sanza, che rappresentanti dello Stato in Consiglio comunale “non abbiano sentito il desiderio di voler legittimare posizioni trasparenti nella pubblica amministrazione”; il riferimento è ai consiglieri di maggioranza Giuseppe Ferrara e Luigi Spano. Infine, un appello: “deve crescere un’opinione nella comunità, un’opinione di fastidio a sentirsi impossibilitati ad una relazione con la pubblica amministrazione”. Ma il consigliere Ferrara non ci sta, chiamato in caso ha replicato senza giri di parole: “Il suo partito non è stato capace neppure di presentare una mozione di sfiducia in Consiglio, pensi a questo invece che stupirsi a circa tre mesi dal fatto di una mancata ‘rivoluzione di popolo’, o piuttosto che dispiacersi del fatto che un consigliere come me non si sia dimesso. Io l’ho detto chiaro – ha ribattuto Ferrara – anche in Consiglio, andiamo a casa tutti e subito, non me lo si chieda dopo il tempo utile per il voto. Fermo restando che singolarmente non mi dimetto, se lo facessi verrebbe meno la vera opposizione a questo governo”.
Dopo Di Sanza è intervenuto l’avvocato Vincenzo Montagna, di Sinistra e Libertà, che ha tessuto alla sua maniera le fila di quello che egli stesso ha definito il “sistema Policoro”, “un sistema di illegalità diffusa che non ha comunque suscitato un moto di indignazione negli altri consiglieri di maggioranza che avrebbero dovuto sentire l’obbligo morale di abbandonare quell’amministrazione e di fare un atto di generosità verso la popolazione”, ha detto l’avvocato.
“Perché si possano creare le basi per un futuro di credibilità nella città di Policoro”, anche il segretario cittadino dell’Idv, Gianbattista Perciante, ha accolto l’invito del blogger. Il dipietrista ha ricordato la sua passata esperienza politica a Tursi e la vicenda che vide l’allora amministrazione rassegnare le dimissioni nonostante il pm del caso ritenne di non doversi procedere.
Un dibattito che ha probabilmente, e in parte, avviato quello che Frammartino chiama “il rilancio del cantiere Policoro da parte delle forzi di sinistra” e che ha portato l’amministrazione comunale ad una piccata replica: “Riteniamo assurdi gli interventi, sia sul piano politico che giuridico, soprattutto di due dei quattro invitati alla tavola rotonda poiché si tratta di avvocati. Quello che hanno sostenuto Vincenzo Montagna e Antonio Di Sanza è di una gravità inaudita per il ruolo che svolgono come professionisti nelle aule di giustizia. Infatti i loro assistiti sono innocenti fino all’ultimo grado di giudizio, mentre coloro i quali non lo sono devono dimettersi dalle cariche politiche che ricoprono per un’inchiesta giudiziaria ancora in fase preliminare, con un capo di imputazione tutto da dimostrare. Ancora una volta ha prevalso il sentimento di giustizialismo che non ci meraviglia quando arriva da una certa Sinistra, essendo parte integrante del loro Dna, e invece ci lascia allibiti quando a dichiararlo sono persone che fino all’altro ieri si professavano garantisti”.
In programma a breve un nuovo dibattito pubblico, questa volta sull’inchiesta della Procura di Catanzaro “Toghe Lucane”: “Accogliendo anche la proposta-sfida del dottor Cannizzaro, sarà mio impegno organizzare un incontro al quale inviterò i giornalisti Marco Travaglio e Antonio Massari", ha rivelato Frammartino.
Politica & Palazzo
31 Marzo 2011
dal fatto quotidiano 

Potrà pure cascargli il mondo addosso, ma Silvio Berlusconi non perde di vista l’obiettivo personale. Mentre lui è impegnato a Lampedusa nel suo show, con tanto di promesse di alberi, prati, case colorate e linde, casinò e campi da golf (leggi l'articolo), i suoi uomini alla Camera portano avanti la battaglia vera sul processo breve, quella che conta. In aula il Pdl stravolge l’ordine del giorno parlamentare con un blitz. Poi arrivano le contestazioni, l’opposizione in sit in di fronte a Montecitorio (video) con lancio di monetine, infine la bagarre in Aula (leggi l'articolo). La Russa accusa l’opposizione di essere “connivente con i violenti”, manda a quel paese il presidente della Camera Gianfranco Fini che lo interrompe sul più bello, proprio mentre applaude nervosamente l’intervento di Franceschini. Seduta sospesa. Venerdì si vota per approvare la legge ad personam

-DOCUMENTATI: PROCESSO BREVE. IL TESTO APPROVATO IN SENATO E IN DISCUSSIONE ALLA CAMERA -"HOTEL MANDURIA", MANTOVANO NON MANTIENE LE PROMESSE E LASCIA (di Chiara Spagnolo)
-VIRALE: DAGLI AUTORI DI INCEPTION BERLUSCONI, "IL PROCESSO BERLUSCONI-RUBY, IL TRAILER"-"DOVE METTIAMO I PROFUGHI?" A RIMINI SI CHIEDE AIUTO AGLI ALBERGHI
Immigrati, la tendopoli a Palazzo pronta entro venerdì.
In Paese la preoccupazione degli abitanti. Quel campo che per anni ha ospitato l'arrivo dei migranti della raccolta del pomodoro non era stato aperto la scorsa primavera per le scarse condizioni igieniche
Immigrati, la tendopoli a Palazzo pronta entro venerdì 30/03/2011 L'area di Palazzo San Gervasio, dove sarà realizzata una tendopoli per ospitare da 400 a 500 profughi nordafricani, dovrà essere pronta entro venerdì mattina. Nell’area sono già in corso lavori per attrezzarla come tendopoli: «Il termine per la consegna dell’area – ha spiegato il sindaco del paese, Federico Pagano - è tassativo e ci è stato comunicato dal Ministero dell’Interno. Siamo comunque molto preoccupati: in paese c'è timore per le conseguenze legate all’arrivo dei profughi». Nella stessa area dove saranno ospitati i profughi nordafricani, giungono ogni anno, durante l’estate, centinaia e centinaia di immigrati – anche loro africani – che vengono impiegati nella raccolta dei pomodori. Essi affollano il campo e vivono per settimane in condizioni igieniche insufficienti, al punto che lo scorso anno il campo non è stato riaperto: «Non ho autorizzato l’apertura del campo nel 2010 – ha confermato Pagano – perchè non vi erano assolutamente le condizioni igieniche necessarie».

Dal quotidiano
 
 

l'«antiberlusconi» del parlamento italiano

«Io il più povero? È vero,
faccio una vita monastica»

Pietro Marcazzan, Udc, è il deputato che dichiara meno: 10 mila euro nel 2009

l'«antiberlusconi» del parlamento italiano
«Io il più povero? È vero,
faccio una vita monastica»
Pietro Marcazzan, Udc, è il deputato che dichiara meno: 10 mila euro nel 2009
Marcazzan con Casini (dal web)
Marcazzan con Casini (dal web)
MILANO - È un uomo d'altri tempi l'onorevole Pietro Marcazzan. Anche nel portafogli. Deputato dell'Udc, 50 anni, laurea in Lingue e letterature straniere, professore al liceo, nel 2009 dichiara di guadagnare in un anno poco più di un operaio in cassaintegrazione: 10.330 euro. Nella speciale classifica dei redditi dei parlamentari, mentre Berlusconi svetta con i suoi quasi 41 milioni, lui è il brutto anatroccolo del gruppone di onorevoli.

L'hanno chiamata in tanti e non per chiederle un prestito immagino...
«Beh, alcuni hanno chiamato... sì. Ma si sono complimentati per la linearità della mia condotta».
Quella cifra si riferisce a prima che lei entrasse in Parlamento. Adesso porterà a casa in un mese quanto prima guadagnava in un anno?
«Esatto. Complessivamente, mettendo insieme stipendio e diaria, rimborso per l'appartamento e fondi per i collaboratori, e io ne ho due, sono a circa 11.400 euro netti di stipendio».
E con uno di questi collaboratori abbiamo parlato prima al telefono e ci ha riempiti di complimenti: «Caro dottore..., ossequi... il ben noto giornalista..., mi alzo in piedi...».
«Non si sorprenda, il mio segretario ha 87 anni, è mantovano come me che sono di Goito. Ovviamente è un signore con regolare contratto ed è in parlamento dal 1948, una lunga no stop. Di conseguenza si sa muovere con estrema abilità e con lui riesco a dare impulso alle mie iniziative».
Peccato che sul suo sito web vi sia il numero di telefono sbagliato. Risponde in perfetto milazzese il segretario del suo collega di partito Giuseppe Naro.
«Hanno equivocato il numero? Comunque lo vado a verificare...».
Non è preoccupato che, adesso che sanno quanto guadagna, potrebbe arrivare una proposta per passare dall'altra parte?«Ma guardi, non mi passa neanche per l'anticamera del cervello un pensiero del genere».
Lei non «migrerebbe» per alcuna cifra?
«Ma stiamo scherzando? Tenga presente che il sottoscritto nel 2008 venne escluso volontariamente dal Parlamento ed è rientrato poi nel settembre 2010. Nel frattempo mi hanno contattato reiteratamente ma la coerenza è una delle caratteristiche di cui mi pregio».
Come mai guadagnava così poco?
«Arrivavo da un periodo di aspettativa cui è seguito il rientro a scuola per pochi mesi».
Cosa pensa degli evasori?
«Io sono un insegnante, non posso che dichiarare tutto. L'evasione rimane un problema grave. Occorre fare molto per arginare questo fenomeno».
Ma come faceva a vivere con meno di mille euro al mese?
«Beh, c'è stato di che faticare e soprattutto di che risparmiare...».
Su che cosa?
«Semplicemente facevo una vita estremamente monastica, molto frugale. Io sono essenziale nelle mie cose».
Ha ridotto anche i pasti?
«Ma adesso... per piacere... questo no. Semplicemente diciamo che mi basta la compagnia di un buon romanzo, dopodiché tutto il resto mi lascia indifferente».
Tipo?
«Io sono un amante, oltreché laureato, della letteratura russa e quindi un assertore di Anna Karenina che rileggo in continuazione. E soprattutto c'è l'altro grande testo che leggo almeno due volte all'anno: la nostra Divina Commedia».
Ma come faceva uno uno come lei a guadagnare così poco? Uno che conosce l'inglese, il russo, il francese, lo spagnolo...
«Le ripeto, ero in aspettativa, avevo mia madre che non stava bene e mi sono occupato di lei. Poi terminato quel periodo che mi competeva, sono rientrato a scuola».
Dunque anche lei è una delle vittime della retribuzione italiana dei docenti?
«Io non mi lamento, non sono sposato. Ho insegnato 15 anni prima di entrare in politica. Poi dieci anni da sindaco e infine sono diventato deputato. Come sindaco del comune di Goito conosco bene i problemi della gente e il come arrivare alla fine del mese».
Ora la sua vita è cambiata economicamente?
«Ma guardi... niente. Le spiego: continuo le mie letture intensissime, continuo a pubblicare, a scrivere e a fare la mia vita essenziale».
Ma cosa fa con gli oltre 10 mila euro al mese?
«Tenga conto che alla fine stiamo parlando di 3-4 mila euro. Lei pensi ai costi dei due collaboratori, alle spese dell'affitto, un minimo di spesa per socializzare... Mi creda, oltre ai 3-4 mila non rimane ,andiamo».
Dei 41 milioni di presidente del Consiglio cosa pensa?
«Se vogliamo, alla luce delle cifre, sono l'antiBerlusconi del parlamento italiano».
Lo invidia?
«No, sono solo un amante dei miei studi».
Neanche una piccola festa «elegante» lo spazio di una sera, adesso che può?
«Preferisco un sana lettura che m'immerga nei miei pensieri».
Nulla di trasgressivo in Piero Marcazzan?
«Attenzione, sono un grande viaggiatore. Ho avuto modo di studiare in passato in America, in Unione sovietica. Ho viaggiato in lungo e in largo. Guardi che mi sono divertito molto in questo mondo».
Casini cosa le ha detto?
«Alla riunione del Terzo polo Pierferdinando ha esordito: "Il Pdl ha il deputato più ricco, noi ci vantiamo di avere quello più povero"».
Nino Luca
Dal corriere della sera

La Locura (Berlusconi a Lampedusa)

di Andrea Scanzi
142342857-19e11c87-0972-4f3e-aede-07bc9c401e62Notizie di rilievo. Sabato daranno il derby in 3D (che culo: potremo vedere Materazzi in 3D). Simona Ventura è andata in Honduras (purtroppo però non c’è rimasta). Nel mezzo, tra una Rita Dalla Chiesa che ci ricorda doviziosamente quanto l’intelligenza non sia bene primario, e un Umberto Bossi che guadagna voti parlando alla pancia degli italiani (l’unica cosa che funziona e interessa agli italiani), succedono cose amene. Ordine del giorno invertiti per approvare in fretta il capolavoro sul processo breve. La Petruni al Tg2 (e Scaramacai a Telenova). E il Premier che va a Lampedusa e dice cose straordinarie. Tipo: “Già pronte navi che possono trasportare 10mila persone (sì, il Titanic). Sarete risarciti con moratoria fiscale (come no), l’esercito ripulirà le strade (come a Napoli e L’Aquila). Vi candideremo a Nobel per la Pace (che vincerete ex-aequo con me). Via i migranti, apriremo un casinò (l’accento è pleonastico). In tv trasmissioni per promuovere le vostre bellezze (gli spot li interpreterà lui, con un grosso libro davanti intitolato “Italia”). Ho anche comprato una villa qui (e un bello sticazzi non ce lo metti?)”.Dopo aver così parlato, la folla non lo ha aggredito con le Crocs di Ferrara: lo ha applaudito. E anche solo da questo si capisce, forse, che il problema degli italiani sono gli italiani.
Verrebbe voglia di dire che siamo il solito paese di non poeti, poco naviganti e affatto sognatori. Ma non lo dirò. Per la retorica c’è già il Pd. Meglio citare quella che è la fotografia esatta dell’Italia. La trovate nell’ultima puntata di Boris (di cui il Primo Aprile uscirà il film). Ora: Boris è una delle 3 o 4 cose da salvare dall’Apocalisse, insieme ai piedi di Rosario Dawson, gli assoli di Stevie Ray Vaughan e i Loacker Milk & Cereals. So che predico al vento e la vostra idea di cultura sono i reading di Majakovskij interpretato da Massimo Ghini: e i risultati si vedono.
Videozine_BorisBoris è una serie straordinaria nella sua genialità (un po’) autoreferenziale e (molto) caustica. A un certo punto, il regista Renè Ferretti non sa come convincere la Rete (Rai) a confermarlo. Così prova a organizzare una fiction sufficientemente orrenda per piacere. Però essere brutti non basta. Ci vuole anche altro, perché pure – soprattutto? – l’ignoranza ha una sua cifra stilistica. E’ a questo punto che uno dei tre sceneggiatori (cani) sintetizza ciò che il popolo vuole: “Serve un qualche cazzo di futuro (…) Io parlo della Locura, Renè: la Locura. La pazzia. La tradizione o merda, come la chiami tu, ma con una bella spruzzata de’ pazzia. Il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes. In una parola: Platinette. Perché Platinette ci assolve da tutti i nostri mali, da tutte le nostre malefatte: ‘Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate il sabato sera’. E’ vero o no? Ci fa sentire la coscienza a posto, Platinette. Questa è l’Italia del futuro: un paese de’ musichette mentre fuori c’è la morte. E’ questo che devi fare tu (..) E’ la locura, Renè. La cazzo de’ locura. Se l’acchiappi, hai vinto”.
Qualche cazzo di futuro”. “La tradizione (o merda) con una bella spruzzata de’ pazzia”. “Il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia”. “Sono cattolico, ma mi divertono le minchiate”. “Un paese de’ musichette mentre fuori c’è la morte”. La Locura: se l’acchiappi, hai vinto.
Berlusconi l’ha acchiappata. Come nessuno. Ne ha dato prova anche a Lampedusa. L’ha acchiappata e ha vinto. La maggioranza degli italiani votanti, questo vuole. E nessuno gli dà una locura in 3D come lui.
Da Micromega
E la barca del profugo di Lampedusa va
(titolo nostro)
Articolo di Stefano Folli, dal Sole 24 Ore
Nella disordinata giornata di ieri a Montecitorio non ci sono vincitori. Semmai c'è un senso di smarrimento diffuso. Con un elemento di certezza: il caos che si è scatenato sulla «prescrizione breve», portata al voto rovesciando l'ordine dei lavori, lascia intendere che non avremo mai (almeno in questa legislatura) alcuna riforma generale e convincente dell'ordinamento giudiziario. Del resto, chi ne dubitava?
Fin dall'inizio è apparso chiaro che in Parlamento mancano ormai tutte le condizioni politiche per procedere a una riforma tanto ambiziosa. E Berlusconi non può non saperlo. C'è invece la possibilità di sfruttare non senza cinismo le lacerazioni tra maggioranza e opposizione e far passare un certo numero di provvedimenti circoscritti. Ad esempio, il processo breve con le nuove norme sulla prescrizione. Una misura senza dubbio utile al premier, ma con conseguenze assai negative sull'amministrazione della giustizia.
Di qui il clima di rissa che ha incendiato Montecitorio, con incidenti piuttosto gravi che hanno visto in un ruolo di primo piano il ministro La Russa, scagliatosi contro il presidente della Camera. Il che è abbastanza singolare, considerando che il responsabile della Difesa dovrebbe essere concentrato solo sulla grave crisi in Libia. Evidentemente ha del tempo a disposizione. E in ogni caso gli avvenimenti di ieri sono la premessa di quello che dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane, se il fulcro dell'iniziativa governativa continuerà a ruotare intorno al duello eterno di Berlusconi con i magistrati.
Le opposte tifoserie sono sempre più agguerrite, sia in aula sia nelle piazze antistanti i palazzi istituzionali. Non è un buon segno per la salute del confronto democratico, ma tant'è. Da un parte una maggioranza risicata e perciò arroccata intorno al suo leader, dall'altro un'opposizione debole e divisa che in questa battaglia trova la sua identità (peraltro sempre più condizionata da Di Pietro e dal «popolo viola»).
È credibile che si vada avanti così ancora per due anni, fino al 2013? Due mesi fa, chi si augurava elezioni anticipate forse aveva visto giusto. Soprattutto perché è sotto gli occhi di tutti che il quadro si va sfilacciando. Le dimissioni del sottosegretario all'Interno, Mantovano, sono apparse un segnale inquietante. Uomo d'ordine e persona seria, Mantovano testimonia con il suo abbandono le ombre in cui sono avvolte le politiche dell'immigrazione. L'emergenza a Lampedusa avrebbe bisogno di un indirizzo chiaro e risoluto. In particolare richiederebbe una forte «leadership» nell'esecutivo. Ma la realtà è piuttosto confusa.
Il filo coerente che dovrebbe unire le scelte del governo centrale, il ruolo delle regioni e la cornice europea ancora non s'intravede. Ieri Berlusconi è arrivato a Lampedusa sull'eco dei giudizi severi pronunciati a New York da Napolitano circa i ritardi del piano d'emergenza. Ha lasciato l'isola dopo aver interpretato ancora una volta se stesso. Un piccolo bagno di folla, un microfono, la tentazione dell'ennesimo «predellino»: promesse scintillanti, un futuro di benessere per i lampedusani (tra i quali lo stesso premier si annovera, avendo annunciato l'acquisto di una villa in loco). Ma proprio le dimissioni di Mantovano rischiano di far cadere il castello di carte. Toccherà al premier dimostrare in fretta che l'emergenza è risolta, che l'Europa non è lontana e che il governo è saldo. Un impegno gravoso.