sabato 1 dicembre 2012

Se c'è crisi di liquidità, rinunciate all'indennitá


di PIERANTONIO LUTRELLI


È apprezzabile la schiettezza e la sincerità con le quali il sindaco di Nova Siri, Pino Santarcangelo ha manifestato al sottoscritto le difficoltà dell'ente (che egli ha l'onore di guidare dall'ormai lontano 2004), di garantire anche solo i servizi essenziali. "Qui c'é poco da scialacquare" ci ha rivelato. I problemi di cassa sono dunque evidenti. A questo punto vorrei lanciare al primo cittadino, senza essere tacciato di derive populiste, una provocazione: Potreste, vista la situazione, compiere il gesto lodevole, a parer mio, di rinunciare all'indennità di carica, o quantomeno diminuirla? Possibile che in una maggioranza composta da nove unità, siate in otto a percepirla? Sindaco, presidente del Consiglio e ben sei assessori. A proposito non le sembrano troppi? Potreste ridurre il numero a quattro, anticipando la riforma già in vigore in altri Comuni? Non mi si venga a dire che non sono le indennità a creare i problemi. Intanto ai cittadini va dato l'esempio. Se non c'è cassa non ce n'è per nessuno. Sbaglio o l'assessore Pavese ha detto che non sarete neanche in grado di rimpiazzare i dipendenti che vanno in pensione a fine anno? Lasciare l'indennitá sarebbe un gesto nobile che la comunità saprebbe apprezzare e con quei soldi sicuramente si potrebbe garantire qualche servizio in più. Pensateci.


(Da Il Quotidiano della Basilicata)

NOVA SIRI - Il parere sfavorevole alla proposta di assestamento e di equilibrio del bilancio di previsione 2012 a "causa della mancata costituzione del fondo svalutazione crediti", formulato dai revisori dei conti del Comune di Nova Siri, ha infiammato la seduta del Consiglio comunale di giovedì scorso. "Noi - detto il sindaco di Nova Siri interpellato dal Quotidiano - abbiamo approvato gli equilibri e l'assestamento di bilancio con un parere sfavorevole dei revisori dei conti. Ai sensi dell'articolo 239 del Testo unico degli enti locali, é possibile che il consiglio comunale approvi adducendo le sue motivazioni ed indicando le possibili soluzioni. Nel caso nostro, si sono confrontati i pareri dei revisori e degli uffici finanziari del Comune e noi abbiamo condiviso quelli di quest'ultimo. Se ciò andrà bene, ok, altrimenti qualcuno ci dovrà indicare le soluzioni. A Nova Siri - ha aggiunto Santarcangelo- c'é come in tutti i comuni una difficoltà di riscuotere quello che era nelle previsioni di bilancio. Esiste un problema di cassa, legato al fatto che abbiamo dovuto onorare sentenze di esproprio che risalgono al passato, configurabili come debiti fuori bilancio. Per il futuro c'è da mettersi a lavorare tenendo conto che dobbiamo far fronte all'erogazione quantomeno dei servizi essenziali pur in presenza di una diminuzione sensibile dei trasferimenti dello Stato in virtù del federalismo fiscale. Tutto questo purtroppo non può aversi però riducendo le imposte, anzi, saremo costretti a portare le tariffe al massimo. La fragilità del nostro bilancio - ha concluso il sindaco - ha origini antiche". Duro il commento del capogruppo del Pd Pasquale Favale. "Il sindaco- ha detto- e la sua maggioranza, forti della loro presunta autosufficienza si sostituiscono all'organo revisore dando lezione di contabilità a coloro che loro stessi hanno nominato, dimostrando nei fatti di non avere fiducia nei professionisti incaricati e si sono ostinati ad approvare l'assestamento, rischiando di incorrere in eventuali censure da parte del l'organo di controllo. A mio avviso anche dietro questo raffazzonamento si nasconde una cattiva gestione perpetrata dal 2004 ad oggi che ormai é divenuta incontrollabile. I servizi sono sempre più carenti, i cittadini sempre più vessati dal prelievo fiscale e senza un filo logico si continua ad amministrare alla giornata senza una vera e propria programmazione che mai c'é stata. I lavori pubblici sono fermi e non ci ha mai convinto quanto detto dall'assessore Pavese circa la presunta responsabilità dell'ufficio tecnico comunale. Anche quest'ultima vicenda kafkiana - ha concluso Favale- dimostra che ormai questa amministrazione é alla frutta, non ha più risposte da dare ai cittadini, anzi é incapace di fronteggiare alle esigenze del paese. Traggano le dovute considerazioni e si dimettano. I cittadini gliene saranno grati".
Durissimo e incisivo il consigliere Pdl Giuseppe D'Armento. "Il parere sfavorevole- dell'organo di revisione - ha esordito - è uno schiaffo in faccia ad un corpo di governo incompetente, ad un sindaco irresponsabile. Il documento ripete quanto da me sostenuto: i flussi di cassa in entrata sono formulati in modo fittizio su introiti insussistenti, data la scarsa movimentazione dei progressivi di incasso attestati su una percentuale di riscossione bassissima: si e' nell'anticamera del dissesto di Bilancio, avete condotto Nova Siri sull'orlo del precipizio e ora state spingendo per inabissarlo, dimettetevi. Avvilente- ha aggiunto- che le nostre richieste di chiarificazione, si infrangano contro il muro di silenzio omertoso eretto dal sindaco e dalla sua giunta, amaro che il buon senso si infranga contro un solo numero , un solo voto, il voto del Sindaco che non tiene in piedi un paese ma solo se stesso che e' il responsabile oggettivo di un disastro amministrativo senza precedenti . Ma oltre alle responsabilità oggettive vi sono anche responsabilità collaterali, di avallo e consenso, del padre di questa Amministrazione, il senatore Latronico, che l'ha tenuta a battesimo sui palchi e l'ha seguita nel tempo e che e' difatti, a tutt'oggi, il necroforo politico di questa amministrazione da funerale. Egli appare al momento, pero', eclissato ; proprio nel momento in cui servirebbe ancor più il suo illuminato contributo di idee e di esperienza per affrontare questo grave default : probabilmente, è una mia ipotesi, con l'approssimarsi delle politiche, non vuole subire la perdita di consenso elettorale che inevitabilmente deriverebbe- ha concluso D'Armento- dall'accostamento della sua figura politica allo sfacelo amministrativo prodotto da questa compagine di governo".

(Da Il Quotidiano della Basilicata)


giovedì 29 novembre 2012

L’Italia di Monti come il Congo: senza democrazia


di DON PAOLO FARINELLA , da Micromega
 L’Italia di Monti come il Congo: senza democrazia
Un mio caro amico che vive in Congo, padre Gianni Nobili, mi descrive la situazione che vede sotto i suoi occhi e fa un paragone con l’Italia e l’Europa dei nostri giorni. Egli dice che di fatto il Congo è in mano a movimenti armati, come ad es. «M23» che ha conquistato la città di Goma. L’esercito del Congo è inesistente e si squaglia ogni volta che un movimento alza la testa. La «Politica» o è corrotta o è impotente. Gli Stati esteri e le grandi compagnie minerarie del mondo hanno enormi interessi da arraffare e difendere, a costo di balcanizzare l’intera zona, per cui pagano i guerriglieri che spesso sono alleati degli invasori «economici». Chi paga il prezzo in Congo è la popolazione, del cui destino e sorte quotidiana nessuno s’interessa e a nessuno importa. L’Onu è presente, ma non può intervenire, può solo stare a guardare. La chiamano «missione di pace»: ne sappiamo qualcosa. Scrivi p. Giovanni:

«Da anni la farsa si sta giocando a spese di innumerevoli vittime innocenti…   Stiamo vivendo in modo drammatico quello che tu da mesi analogamente stai analizzando nella società italiana. I poveri sono massacrati, non contano meno di nulla nei giochi sporchi a diabolici dei potenti. E’ stomachevole il linguaggio dei diplomatici che non vogliono dire apertamente una verità che tutti sanno, una verità che è chiara e semplice: la fame delle ricchezze sulle quali tutti vorrebbero mettere le mani. Ricchezze che abbondano in modo scandaloso in questa terra del Congo. ormai oggetto di cupidigie senza limiti».

E’ la riprova che vi è un progetto «universale» non solo di totale sfruttamento delle risorse naturali dei popoli legittimamente proprietari che vengono espulsi dal loro stesso diritto, ma anche di un annullamento radicale dei principi di democrazia e indipendenza. Sia in Africa che in Occidente e nel resto del mondo. Aveva ragione Marx: chi possiede gli strumenti (i mezzi), trasforma il lavoro e le persone in «merce», il cui valore è dato dagli stessi sfruttatori. Gli Africani, i Congolesi, gli Italiani … valgono nulla perché ciò che conta è il profitto di una infima minoranza che con i mezzi a sua disposizione è in grado di annullare i diritti e la stessa dignità. La Fiat trasferisce arme e bagagli in Olanda dove paga meno tasse sul profitto da dividere tra gli azionisti: e alla malora se migliaia di operai con decina di migliaia di famiglia restano sul lastrico alla fame. A Marchionne non importa nulla perché egli si prende lo stipendio base che è 511 volte superiore quello di un operario, esclusi gli altri benefit. L’Eni italiana di Scaroni in Africa (Nigeria) non impegna nessun operaio locale, ma sono tutti d’importazione; gas e petrolio locali sono invece esportati perché noi possiamo scaldarci e cucinare. Il nostro benessere lo pagano i poveri che sono derubati delle loro materie prime.

Nessuna differenza tra il governo Monti e i governi corrotti dell’Africa; hanno lo stesso obiettivo: annullare le pretese delle popolazioni di affacciarsi alla soglia della democrazia e incidere con la loro partecipazione alle sorti di se stessi e dei loro figli. Monti ha un compito: ridurre gli spazi di sopravvivenza per impedire che la democrazia si allarghi e devasti il sistema capitalista che è il regno «dei pochi». Monti annulla «di fatto» la carta dei diritti con la scusa che «non vi sono soldi».

In Africa e in Congo i soldi ci sono e servono per corrompere, per armare, per dividere, per distruggere. In Italia i soldi ci sono e servono per corrompere, per dividere, per affamare, per mettere in riga e per mantenere una mandria di fannulloni perversi che si fregiano anche del titolo di «cattolici» e il vescovi, complici di genocidio stanno a guardare e tacciano, quando non fanno affari con questa gentaglia maledetta da Dio e dai popoli. «Non vi sono soldi» è uno slogan che oggi ha il potere di svuotare la Costituzione e  la Legge che impongono di rimuovere gli ostacoli di natura economica. A costoro, a livello mondiale, interessa avere utili «freschi, di giornata», se poi milioni di persone fanno la fame e muoiono … affari loro: prima muoiono, prima si tolgono di mezzo, prima lo Stato risparmia.

Si avvicina l’ora in cui «la collera dei poveri» insorgerà e travolgerà capitalismo e capitalisti, chiesa e vaticano, vescovi e parlamenti e li butterà tutti nell’immondezzaio della storia, là dove non si conserva la memoria nemmeno dei farabutti. Sono solidale con padre Gianni Nobili e prego con lui perché possiamo vedere l’alba del nuovo giorno.

don Paolo Farinella

lunedì 26 novembre 2012

L’unico vero sconfitto si chiama Nichi Vendola


di MATTEO PUCCIARELLI, da Micromega
Tocca ammetterlo, e dispiace soprattutto se almeno idealmente ci si sente vicini alle proposte e alla cultura di Nichi Vendola: ma l’unico vero sconfitto di queste primarie-concorso è proprio lui. La sua strategia – come tanti del suo mondo gli avevano già fatto notare – si è dimostrata un fallimento. E il misero 15 per cento era in realtà una storia già scritta.

Praticamente da tre anni a questa parte il leader di Sel ha fatto fuoco e fiamme giorno per giorno: voleva le primarie, le voleva a tutti i costi. Perché le primarie erano il rumore del mare che un bambino ascolta dentro la conchiglia, e roba del genere, raccontava lui. Pareva quasi che il futuro della sinistra, che il riscatto dei lavoratori, degli studenti, della Fiom, degli sfruttati di tutto il mondo stesse lì: nelle primarie. Un modo un po’ edulcorato per rappresentare la realtà di un Paese, e soprattutto di una coalizione sorretta dal Pd, che nel frattempo ha votato tutti i provvedimenti del governo Monti (che a parole Vendola combatte).

«Vedrai, alle primarie scorrerà il sangue», mi giurò un amico-compagno di Sinistra e Libertà molto vicino al presidente pugliese quando in tanti gli facemmo notare che il progetto di Bersani era centrosinistra più Udc, quindi cambiare tutto per non cambiare nulla. Non solo nessuno ha visto metaforicamente scorrere sangue (cioè una campagna realmente alternativa, forte, autonoma sia sul piano politico che simbolico), ma addirittura il popolo di sinistra si è dovuto sorbire il peana sul cardinale, risposte tiepide sulla futura alleanza con il centro e un totale appiattimento su Bersani. Vendola ne è uscito fuori come candidato del Pd, anzi, della sinistra Pd. E allora verrebbe da solidarizzare con quei poveri cristi che nel 2008 uscirono dal Pd perché non volevano morire democristiani e quindi fondarono Sel con Vendola e che cinque anni dopo rientrano silenziosi e sconfitti, facendo trattando posti in lista un po’ qui e un po’ là da Gennaro Migliore e simili.

Infine, la tanto decantata unità della sinistra. Sel nacque col proposito di unire, e già la cosa faceva un po’ ridere perché cercò di farlo cominciando da una scissione all’interno dell’allora partito più grande della sinistra, cioè Rifondazione. La cosa gli venne perdonata da molti perché l’idea di lavorare a una sinistra radicale nei contenuti ma liberata dagli orpelli ideologico-vintage poteva avere pure un senso. Però è andata a finire che Vendola ha partecipato alle primarie perdendo per strada pezzi consistenti di Fiom, prima di aver scaricato Di Pietro dall’oggi al domani e umiliando gli ex compagni del Prc; è riuscito a perdere l’appoggio di Fausto Bertinotti, suo padre politico; non ha avuto il sostegno di Luigi De Magistris né di Alba, Giuliano Pisapia ha dichiarato il suo voto per lui solo il giorno prima. Perché Vendola e il suo gruppo dirigente hanno pensato – a torto – che bastasse la poesia dei comizi e un po’ di web-marketing per vincere, superando a pie’ pari tutte le relazioni e i rapporti necessari per mobilitare in primis il “proprio” popolo.

Vendola è arrivato alle primarie con il fiatone, appannato, confidando solo e semplicemente sulla propria attrattiva personale e sul clan dei fedelissimi, molti dei quali con evidente e preoccupante tendenza culto della personalità. No, per vincere non basta. Per cambiare il Paese non basta. Per riuscire ad andare al governo e amministrare l’esistente senza creare troppi problemi e senza cambiare i rapporti di forza, per quello sì, basta e avanza. E allora auguri.

PS. Chi ha la disgrazia e la fortuna di ritrovarsi spesso su questo spazio, sa benissimo che questo non è un commento facile emesso a risultato avvenuto. Era una previsione. Azzeccata.

Matteo Pucciarelli

Giù le mani dal Mar Jonio.


 SALVARE IL METAPONTINO DALLA “PETROLIZZAZIONE” SELVAGGIA!
                           STASERA 19,30 RIUNIONE 
                   PIAZZA HERACLEA
Il nostro  anniversario  contro  le scorie nucleari lo celebriamo difendendo il nostro mare. E’ quanto scrive in un volantino No Scorie Trisaia. “Il mar jonio rappresenta la  storia  la  cultura  dei popoli del Golfo di Taranto, da difendere dalla multinazionali dell’energia e dai politici senza cultura”. Oggi , 26 Novembre, alle ore 19,30, presso la piazza Heraclea dove abbiamo come comitato NO TRIV JONIO un presidio permanente  (in caso di maltempo in  sala parrocchiale Eraclea di Policoro )si terrà il secondo  incontro cittadino per difendere il Mar Jonio dalle trivellazioni petrolifere”.  Ola è No Scorie il comitato No TRIV Jonico nel volantino di presentazione scriviamo : “Tutta colpa del ministro Corrado Passera e dei parlamentari che lo hanno appoggiato (lucani e calabresi) nel decreto Crescitalia. I petrolieri trivelleranno l’Adriatico,lo Jonio, il Canale di Sicilia fino in Sardegna (circa 70 piattaforme petrolifere), con condizioni economiche e ambientali favorevoli solo ai petrolieri.
I rischi ormai li conosce anche un bambino: probabile inquinamento anche con le sole attività di ricerca di minerali, con percentuali dell’80% di moria di pesci entro 5 km dall’area in cui si sparano onde d’aria con l’air-gun, lo strumento che utilizzano per creare onde sismiche che rivelano la presenza di giacimenti nel sottosuolo marino. In fase di trivellazione e/o lavorazione degli idrocarburi i rischi per l’ambiente e la catena alimentare sono dovuti all’uso di sostanze tossiche, a possibili perdite di idrocarburi e a fenomeni di subsidenza. Un pericoloso abbassamento del suolo terrestre perché causa di alluvioni ed erosioni e l’area Jonica Metapontina ha già molti problemi di alluvioni e di erosioni. Un fenomeno di subsidenza sta accadendo a Crotone ed è stato denunciato dal professor Leonardo Seeber, sismologo americano, per via della presenza di alcune piattaforme marine che estraggono gas.
I nuovi permessi di ricerca mineraria in mare ci faranno dire addio alle scenografiche albe joniche, distrutte per sempre dalle rugginose piattaforme in mare, a migliaia di posti di lavoro nel turismo, nella pesca, nell’agroalimentare, addio agli investimenti immobiliari sul mare (chi ha una casa perde il suo valore subito). Miliardi pubblici di investimenti sul turismo andrebbero in fumo subito. Addio alla fauna marina e al paradiso di delfini e di tartarughe. Non esistono tecniche di perforazione non impattanti e in caso di grave incidente come nel Golfo del Messico,le conseguenze sarebbero gravi..
Distruggere il mare significa distruggere la storia, l’identità e il futuro economico del meridione d’Italia. Incalcolabili sarebbero poi le ripercussioni sulla salute , la nostra terra è già minacciata da una percentuale alta di malattie cancerogene , moivo per cui come comitato affiancheremo al nostro movimento un comitato medico scientifico fatto di medici per monitorare la ricadute e gli effeti che già il popolo lucano paga a caro prezzo
Contro chi vuole mettere le mani sullo Jonio per trivellarlo , chiediamo una mobilitazione immediata di tutti i cittadini che come a Scanzano invitiamo ad auto-organizzarsi . Le istituzioni ,i sindaci facciamo sentire immediatamente la propria voce. La Regione Basilicata che ha fatto il memorandum con il governo per il raddoppio delle estrazioni sulla terra (senza ancora ottenere nulla in cambio) ,si opponga come stanno facendo Puglia,Molise, Abruzzo,Veneto ,coinvolgendo anche la Calabria.
Ognuno ora è responsabile del proprio futuro

venerdì 23 novembre 2012

Dalla crisi economica può nascere l'Europa politica


La crisi economica può rappresentare nell’Unione europea un’importante occasione per rafforzare il sistema di cooperazione e per dare vita a una nuova architettura istituzionale. La costruzione di una democrazia sovranazionale europea appare oggi prioritaria nel contesto di una globalizzazione che nel prossimo futuro lascerà poca voce in capitolo ai singoli Stati del vecchio continente. Un’intervista esclusiva con Jürgen Habermas.

di Donatella Di Cesare, da Repubblica

Professor Habermas Lei ha indicato nell’Unione Europea un passo decisivo verso una società mondiale retta da una Costituzione politica. La crisi attuale non le ha fatto cambiare idea. Lei anzi sostiene che «l’astuzia della (s)ragione economica ha riportato nell’agenda politica la questione del futuro dell’Europa». La crisi del debito sarebbe dunque una chance?

Senza questa crisi i capi dei governi della comunità monetaria europea non sarebbero costretti a cooperare più strettamente, almeno nella politica fiscale ed economica, e a delineare perciò una nuova “architettura istituzionale”. Quel che sta avvenendo mi pare sia un’astuzia della ragione, proprio perché contribuirà a risolvere non solo la crisi economica attuale. Dobbiamo portare avanti questo progetto anche per altri motivi. Nei prossimi decenni il peso politico degli Stati europei andrà diminuendo sotto il profilo economico, demografico e militare. Nessuno dei nostri Stati nazionali sarà ancora in grado di sostenere efficacemente le proprie idee di fronte all’America, alla Cina o anche solo alle potenze emergenti come il Brasile, la Russia e l’India. Vogliamo dunque rinunciare, per pigrizia e ottusità nazionali, ad esercitare un influsso sulla formazione e l’orientamento di quella comunità multiculturale che sta sorgendo nel nostro mondo? Assume rilievo qui la Sua domanda sull’idea di un ordine cosmopolitico, come Kant lo ha prefigurato. Il conflitto politico che sulla scena internazionale si fa sempre più brutale, finirà per provocare squilibri gravi in una società mondiale dove tutti dipendono da tutti. Ogni giorno aumentano i costi per quella che Carl Schmitt ha chiamato la “sostanza politica” dello Stato. Occorre contrastare tutto ciò ponendo un argine istituzionale e giuridico al socialdarwinismo che sembra non avere più freni.

Lei non ha esitato a dire che gli Stati nazionali europei sono nati da una costruzione forzata – è il caso dell’Italia o della Germania. Oggi lo Stato-nazione, pur con i suoi confini sempre più fluidi, sembra ostacolare tuttavia i legami tra i cittadini. Eppure Lei crede che abbia ancora un compito.

La prima generazione di Stati-nazione è sorta in Europa. Perciò è così marcata la coscienza nazionale della popolazione europea. Ma quel che oggi conta è che questi Stati nazionali garantiscono un livello di diritto e di democrazia che i cittadini intendono in ogni modo mantenere. Costituiscono insomma un esempio di libertà che si è realizzata storicamente e di cui andare fieri. In una Europa unificata gli Stati nazionali non possono quindi scomparire. Credo che il fine che dovremmo perseguire sia una democrazia sopranazionale che, senza assumere la forma di uno Stato federato, permetta un governo comune. Lo Stato federato è un modello sbagliato per l’Europa e chiede troppo alla solidarietà dei popoli.

Lei affida un ruolo decisivo ai cittadini. Ma i cittadini europei sembrano vivere in una condizione quasi schizofrenica. A chi devono essere leali: alla regione d’origine, allo Stato nazionale o all’Unione Europea? Tanto più che queste appartenenze sono spesso in conflitto?

Non si tratta di un aut-aut. La “patria” è, per così dire, una torta a vari strati. I cittadini hanno già ora identità politiche diverse e legami molteplici. Ci sentiamo allo stesso tempo cittadini di Torino e abitanti del Piemonte, cittadini di Palermo, o di Siracusa, e siciliani. Su questi legami tradizionali è sorta in Italia, da poco più di 150 anni, una identità nazionale. Perché questa identità nazionale non dovrebbe coniugarsi spontaneamente con l’appartenenza all’Unione europea? Già da tempo ormai, grazie ai nostri passaporti e alle targhe delle nostre macchine, veniamo identificati all’estero non come tedeschi o italiani, bensì come cittadini provenienti dall’Europa. Saranno le istituzioni a preoccuparsi di stabilire quale legame debba avere di volta in volta la priorità. Un sistema europeo dei partiti, che sia in grado di superare le frazioni dell’attuale Parlamento Europeo, potrà offrire un contributo decisivo in questa direzione.

Manca una sfera pubblica europea. Il che pregiudica la partecipazione dei cittadini. Lei ha imputato questo deficit democratico all’assetto politico dell’Europa. Ma ha denunciato a chiare lettere le responsabilità dei mass media. Che cosa dovrebbero fare? Che cosa non fanno?

Una sfera pubblica europea potrà emergere solo se nelle arene nazionali verrà percepita l’importanza delle decisioni europee. I cittadini che leggono i giornali, guardano la televisione, seguono le notizie in internet, devono non solo venire a conoscenza delle decisioni prese a Bruxelles, ma anche comprenderne le ripercussioni sulla loro vita quotidiana. Tuttavia non abbiamo bisogno di una nuova infrastruttura né, tanto meno, di nuovi media. Una sfera pubblica europea si costituirà a partire da quelle nazionali che si apriranno l’una all’altra. I media già esistenti dovranno però dare il giusto spazio ai temi europei e riferire correttamente i punti controversi, soprattutto quando il rischio è il contrasto fra le opinioni pubbliche nazionali. Il problema della diversità delle lingue potrà essere risolto grazie a un lavoro di traduzione che i media nazionali devono essere ormai in grado di fornire.

Il populismo di destra soffia sul fuoco. Accentua i pregiudizi e tenta di presentare una caricatura dei soggetti nazionali. Non è però legittimo chiedersi se nell’Europa attuale sia possibile davvero parlare di una «volontà democratica che oltrepassa i confini»?

Sono i governi e i partiti politici a dover fare il primo passo. Non è possibile che i governi, per paura dei loro elettori, evitino di discutere dinanzi all’opinione pubblica nazionale quello che pianificano e decidono a Bruxelles. Al contrario, devono imparare a pensare e ad agire allo stesso tempo su un piano nazionale e su un piano europeo.

Le élites politiche europee non sono state capaci di delineare un progetto per il futuro. Lei muove questo rimprovero anche alla sinistra che accusa di ottusità nazionalistica, perché non è stata in grado di preparare l’opinione pubblica.

Per la Germania questo non è più del tutto vero. Ma Lei ha ragione se si riferisce a quei politici che vorrebbero trovare un accordo solo all’interno dello Stato-nazione, perché lo considerano l’ultimo baluardo di quel che resta dello stato sociale. Ritengo che sia un errore di portata storica. La globalizzazione economica, che è stata politicamente voluta a Washington, è ormai irrevocabile. Questo spiega perché il capitalismo dettato dai mercati finanziari abbia potuto liberarsi da tutti i vincoli politici al punto da assumere un influsso smisurato anche per i governi più potenti. Per domare il capitalismo selvaggio dobbiamo perciò costruire su un piano sopranazionale quella capacità di azione politica e di governo che sul piano nazionale è andata irrimediabilmente perduta. Solo una Europa che si presenti decisa e determinata, essendo ancora la zona economica più significativa nel mondo, potrà anticipare i mercati finanziari e avere ancora l’ultima parola.

I nemici della democrazia


di Nadia Urbinati, da Repubblica, 20 novembre 2012

Ammalata di un invecchiamento precoce, la democrazia sembra avere molti nemici, in Europa: i mercati finanziari che condizionano i bilanci degli Stati costringendo i governi a falcidiare i servizi sociali e ad alzare le tasse, una correlazione che non è più giustificabile; i "pochi" potenti che non hanno più intenzione di condividere lo stesso destino di chi è sempre meno uguale perché più bisognoso e vogliono cancellare gli obblighi della solidarietà nazionale; i movimenti populisti che hanno tutto l'interesse a far esplodere le contraddizioni per lucrarne posizioni politiche; i leader demagogici che cercano il consenso mediatico e si fanno rappresentanti della causa della rivolta ' chiamando i poliziotti a disertare e a unirsi alla guerriglia, ad ammutinarsi; i movimenti violenti che generano la paurosa illazione che lo stato democratico sia il nemico principale dei cittadini democratici, non gli accumulatori di rendite (del resto invisibili e senza un nome).

Non aiutano i governi che, venuti a promettere buona amministrazione e decisioni giuste benché amare, hanno col tempo dimostrato di non aver molto altro da offrire se non tagliare risorse alle spese sociali, colpire la già umiliata scuola, falcidiare la sanità; senza nulla proporre se non tagli e austerità, in un crescendo che sembra non fermarsi mai e non è più giustificabile. Così, in un'Italia impoverita e dalle enormi difficoltà economiche, cresce la percentuale di cittadini che non si sente più rappresentata, ed esplodono le rivolte, si accendono le piazze.

La democrazia che è nata dopo la guerra non voleva essere un corredo di politiche liberiste integrato con lo stato repressivo. Per reagire allo statalismo corporativo e fascista non ha promesso uno Stato minimo ma uno Stato sociale giusto. Non ha promesso una società votata all'impoverimento progressivo, ma una società capace di elevare le condizioni dei molti. Non ha promesso uno Stato che tassa le rendite alte meno dei redditi da lavoro, che tassa le proprietà immobiliari dei privati cittadini meno di quelle della Chiesa. Infine, non ha promesso che i sacrifici venissero a pesare più su chi ha meno forza. Le violenze che feriscono le nostre città sono un grido d'allarme disperato: dobbiamo condannare la violenza, ma non possiamo dimenticare per questo l'ingiustizia nella quale la democrazia è intrappolata, in Italia come in Europa. Quelle manifestazioni sono una denuncia della spirale di decisioni che sembrano seguire solo una direzione: punitive con i molti e deboli e indulgenti con i pochi e potenti.

È pericoloso pensare che queste prove generali di guerriglia urbana siano solo e semplicemente una questione di ordine pubblico. Sono anche una questione di ordine pubblico e sono anche un segno di scontento popolare. Ma prima di tutto sono una prova che il governo dell'emergenza sta creando nuova emergenza; che è sulla strada sbagliata come lo è non avere una politica sociale ed economica per il futuro del Paese e del continente. Come lo è non sapersi alleare con le forze progressiste europee e americane per reagire al dogma dei mercati finanziari, prendere decisioni coraggiose e quindi rivedere scelte e cambiare direzione di marcia. Senza di esse ogni governo di emergenza è purtroppo un generatore di emergenza. La democrazia, scriveva Tocqueville, ha la capacità di correggersi con più democrazia. È urgente dimostrare che questa non è solo una massima scritta in un libro ottocentesco.

lunedì 19 novembre 2012

La metamorfosi delle istituzioni


CAMBIANO PELLE E FUNZIONI, GIUSTO?
La metamorfosi delle istituzioni
Una società moderna e democratica, per chi ancora creda al significato dei due aggettivi, si basa su un principio fondamentale: la pluralità e l’autonomia delle funzioni istituzionali. È lontano il tempo in cui tutto il potere si concentrava in poche sedi e persone, destinate ad esercitare tutte le funzioni istituzionali (di rappresentanza, di garanzia, di governo) e a verticalizzare tutte le responsabilità normative (legislative, amministrative, disciplinari); e per molti anni abbiamo sperato che quel tempo non tornasse, ben felici del ricco pluralismo dei compiti e dei poteri che contraddistingueva il nostro sistema.

Ed invece torna, o almeno potrebbe tornare. Chi guarda in controluce le nostre attuali istituzioni constata infatti che è in corso uno slittamento dalle loro funzioni verso la strisciante tentazione a «spendersi in poteri di governo ». Abbiamo di fronte sempre meno un articolato panorama di spazi istituzionali (di rappresentanza, di coesione nazionale, di garanzia, di giustizia, di collaborazione internazionale, eccetera); ed abbiamo un «elenco » di istituzioni vocazionalmente di governo. Quasi che di questi tempi il governare sia il frutto non della bravura nella gestione delle cose sociali, ma piuttosto della blindatura istituzionale che si possiede o che si riesce ad ottenere.

Fare esempi è cosa sempre pericolosa, viste le inevitabili suscettibilità, ma si può tentare. Partendo dalle attuali discussioni sulla legge elettorale, dove si può notare che chi vuole governare parla poco di programmi e di consenso, ma chiede con determinazione un «premio » che gli consenta di diventare blindata istituzione di governo. E più sottovoce è lecito ricordare che lo stesso attuale premier ha avuto bisogno, per accettare, di una intronizzazione istituzionale (la nomina a senatore a vita) prima ancora che tecnica e programmatica; una lucida operazione condotta da un presidente della Repubblica che da tempo ormai si configura come una vera e propria istituzione di governo.

Questa propensione delle istituzioni ad essere soggetti di governo non è fenomeno solo «romano » e di vertice, se è vero che anche nelle periferie del sistema sono affiorate analoghe tentazioni: magistrati penali che decidono sul governo di aziende in crisi e di settori industriali; magistrati civili che fanno di fatto i capi del personale di grandi imprese; presidenti di Regione che hanno interpretato il loro ruolo come fossero uomini di Stato; tribunali amministrativi che decidono su tutto ed anche in maniera cogente. E in più nessuno si è accorto che, sulla nostra testa, le autorità europee invece di supplire al declino continentale (loro istituzionale compito) ci hanno scritto ed inoltrato lettere con decine di urgenti indicazioni, in pratica programmi di governo.

Sembra comune allora la convinzione, ai vari livelli, che solo la potenza delle istituzioni può regolare la complessa pluralità dei vari segmenti sociali; tutto può e deve ridursi al potere unificante delle «istituzioni di governo» sacrificando l’ autonomia e lo status di tutti gli altri soggetti.

Stiamo quindi perdendo pluralismo e, di conseguenza, modernità e democrazia. E non c’è nessuno che si dia carico di questo pericolo, nessuno che si renda conto che con la moltiplicazione delle istituzioni di governo si scava ancora di più la distanza non fra governo e popolo (che è sempre problema politico e quindi ri-appropriabile dalla politica) ma fra istituzioni e popolo, problema di coesione collettiva ben più difficile da affrontare, specialmente durante e dopo i mesi elettorali, se dovessimo restare a sollecitare le istituzioni a prendersi carico delle urgenze da governare. Vedremo se qualcuno, nei prossimi mesi, avrà il coraggio di dire che i cittadini hanno diritto ad avere riferimenti istituzionali diversificati.

di Giuseppe De Rita, dal Corriere

domenica 18 novembre 2012

"Se hai affamato le generazioni più giovani, il tuo ricordo sarà orrendo".


Intervista a Nicola Lagioia, barese, trentanove anni,  uno degli scrittori più promettenti del panorama letterario italiano.
di Barbara Tomasini,
 C’è una cosa che non capisco. Ci chiedono di cedere parti di sovranità all’Europa, e per me va pure bene, ma in nome di cosa? Della Banca Europea e dei conti che devono stare in ordine? Un continente non si può basare sui conti a posto. Prendi l’America, loro credono – nel bene e nel male – di essere un popolo predestinato, c’è un elemento messianico nella loro cultura; l’Europa invece, che è la culla della civiltà occidentale, in cosa si riconosce? Monti questi problemi non se li pone, semplicemente non fanno parte del suo background e per questo i governi tecnici alla lunga divengono pericolosi per l’identità nazionale, gli intellettuali però una risposta ce la dovrebbero dare!”.

Nicola Lagioia, barese, trentanove anni, è uno degli scrittori più promettenti del panorama letterario italiano. Il suo ultimo romanzo, edito da Einaudi nel 2009, è "Riportando tutti a casa".

L’anno scorso tu e altri operatori della cultura avete creato un certo scalpore con la nascita di un gruppo chiamato “generazione TQ”, all’interno del quale si rifletteva anche sul ruolo dell’intellettuale nella società di oggi. E’ un’esperienza conclusa?

Per me questa esperienza è stata una cartina di tornasole per capire cosa stava succedendo in Italia e se c’era un possibile dialogo tra le varie generazioni. TQ infatti sta per trenta-quarantenni, si riferisce ad una generazione di mezzo, quella dei precari, che in queste riunioni – per quanto rivolte principalmente al mondo della cultura, e dell’editoria in particolare – ha cercato di dar vita ad un dibattito e ad una riflessione. E’ passato un anno e mezzo e oggi seguo meno attentamente gli sviluppi del gruppo, anche se sono stato uno dei promotori, ma le iniziative procedono. Il tutto è nato da una considerazione: la nostra generazione è stata la prima a nascere in un contesto economico migliore di quella precedente, ma senza alcuna prospettiva per il futuro; siamo una generazione orfana, senza padri, esattamente il contrario di quello che è successo nel ’68. All’epoca c’era uno scontro tra “padri” e “figli”, ma se un “padre” scappa, si sottrae alla possibilità di dialogo, si sottrae anche alla possibilità di conflitto. Stranamente le nostre intenzioni sono state recepite male dagli over 50, dai professoroni, che pensavano li volessimo rottamare, mentre il ragionamento verteva sul dialogo, che nel mio campo – quello letterario – è del tutto assente tra generazioni diverse. E questa considerazione si può allargare a tutti i posti chiave dell’intellighenzia italiana.

Sogni una società governata dai giovani?

Non necessariamente, non voglio mandare in pensione nessuno, ma pensare di poter avere un Presidente del Consiglio di 45 anni sì. All’estero gli esempi sono tanti: Zapatero, Obama, Clinton, Blair, mentre in Italia la somma dell’età di due leader che si confrontano per la guida del paese solitamente supera i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Ma da queste riunioni è venuta fuori una proposta concreta per cambiare lo stato delle cose?

Generazione TQ è stato, ed è tuttora, un piccolo laboratorio dove abbiamo imparato anche a fare politica, perché non si deve dimenticare che siamo cresciuti in una sorta di vuoto ideologico in quanto figli degli anni ’80 e avevamo poca dimestichezza con questo genere di cose. Da soli non avremmo potuto fare niente, insieme forse non avremmo cambiato lo stato delle cose, ma di sicuro avremmo puntato l’attenzione su un problema reale che si fingeva di ignorare, e ci siamo riusciti: oggi TQ è uno dei tanti interlocutori che rompe le scatole alle istituzioni, tanto che alcuni esponenti della politica hanno iniziato a frequentare le nostre riunioni. Posso dire che siamo un soggetto di pressione e in meno di due anni è un buon risultato.

Come ti poni tu all’interno di questa generazione TQ essendo, in realtà, un giovane di successo che fa esattamente il lavoro che ha sempre sognato?

E’ vero che ho raggiunto molti dei miei obiettivi, ma con il doppio della fatica che avrebbe fatto un mio coetaneo di 30 anni fa. Se all’epoca un lavoro equivaleva ad uno stipendio, oggi per avere uno stipendio devo fare quattro lavori: non esistono i weekend, lavoro anche 13/14 ore al giorno, ma non sono contento di lavorare così. Berlusconi dichiarava felice di lavorare 16 ore al giorno, io non vorrei dover arrivare a tanto per vivere. Se ci pensi si sono invertiti i ruoli: oggi noi possiamo dire ai nostri genitori che i “nostri tempi” sono peggiori dei loro, una cosa del genere non era mai successa, ma mentre loro sono figli del boom, noi siamo figli della crisi. Oggi è tutto più difficile, faticoso, c’è uno spreco di energie pazzesco, se fossi nato 30 anni fa forse avrei scritto due libri in più o comunque fatto molte più cose con meno fatica. Non mi sento un non-più-giovane di successo, ma uno che fa una fatica immensa per raggiungere dei traguardi.

Inoltre, in un campo d’interesse artistico o culturale questa situazione si amplifica…

Assolutamente, noi oggi possiamo guardare agli scrittori italiani come guardavamo 30 anni fa agli scrittori tunisini…quindi come scrittore tunisino mi sento fortunato. La verità è che sotto certi aspetti siamo quasi un paese del terzo mondo.

Un’indagine dell’Eurispes che abbiamo pubblicato qualche giorno fa riportava un dato inquietante: in Italia la classe dirigente è rappresentata per l’85% da uomini, e in 8 casi su 10 si tratta di over 50. Che ne pensi?

Io non dico che a priori un giovane di 30 anni è più bravo e preparato di un 60enne, ma statisticamente mi sembra impossibile credere che tutti i giovani siano degli incapaci. Mi piacerebbe che a ricoprire ruoli di responsabilità e prestigio ci fossero dei giovani, perché il loro sguardo è diverso e un confronto tra vissuti e modi di vedere le cose differenti aiuterebbe il paese a progredire. A volte per quelli della nostra età è quasi umiliante questa sensazione di dover chiedere qualcosa a chi – solo per il fatto di avere 20 anni di più – sviluppa un atteggiamento paternalista a priori.

Monti e Draghi sono intervenuti alla Bocconi per l’inaugurazione dell’anno accademico e nello stesso giorno gli studenti si sono riuniti alla Sapienza per discutere dei fatti avvenuti a Roma lo scorso 14 novembre, tu dove saresti andato?

Io vorrei essere lo psicoterapeuta di Monti, perché secondo me il Presidente del Consiglio soffre di quello che Freud chiamava “atto mancato”, i lapsus. Ad esempio, Monti al meeting di Comunione e Liberazione ha affermato che la nostra – e forse quella successiva dei 20enni - è una generazione perduta e si augurava che non ce ne fossero altre. Ma come fai, da Presidente del Consiglio, a definire perduta una generazione che ti sopravvivrà? Per di più dice una cosa falsa, perché questo paese se negli ultimi 15 anni non è imploso è stato anche grazie a questa generazione che ha fatto i sacrifici che i genitori non sono più in grado o disposti a fare. Possiamo affermare con tranquillità che la generazione perduta ha salvato le chiappe all’Italia. Se la scuola, l’editoria, la ricerca, non sono crollate è grazie agli sforzi di questa generazione di precari. Dire quello che ha detto Monti significa mentire, ma non credo che lui l’abbia fatto, e qui entra in gioco la psicoanalisi: all’inconscio di Monti conviene rimuovere questa generazione e quella successiva perché non è altro che la manifestazione del loro fallimento. Se stai consegnando ai tuoi figli un paese che è peggiore di quello in cui hai vissuto e lavorato tu, allora significa che hai sbagliato qualcosa. Noi abbiamo vissuto gli ultimi 15 anni come un figlio che vive con due genitori alcolizzati cercando di evitare che la casa vada a fuoco: tiene i conti a posto, paga le bollette, nonostante il patrimonio sia in mano a due alcolizzati. Quindi, Monti soffre di lapsus freudiani e Draghi farebbe bene a tacere quando dice che capisce le proteste dei ragazzi…sei il Presidente della Banca Centrale Europea e ti vuoi sottrarre alle tue responsabilità?

Dare per spacciata una generazione è un modo per non doversene occupare, tanto ormai è perduta…

Per loro non esistiamo, ma siamo comunque una generazione che ideologicamente gli sopravvivrà e credo che anche in un mondo laico porsi il problema della posterità sia importante: se hai affamato le generazioni più giovani, il tuo ricordo sarà orrendo. La “povera” Fornero verrà ricordata come una Maria Antonietta con meno fascino e senza l’aplomb della nobiltà.

Il discorso qui diventerebbe ampio, ma non bisogna dimenticare che Maria Antonietta si è trovata a capo di una nazione straniera a 14 anni…la Fornero non ha 14 anni e ricopre il ruolo di tecnico…

E’ vero, non ha 14 anni, ma come direbbe Dylan “she breaks like a little girl” (“scoppia a piangere come una bambina”, citazione dalla canzone Just Like a Woman, n.d.a.).

Riassumendo in poche battute: da bamboccioni a schizzinosi nel giro di pochi anni, non è male?

E qui ritorna in campo Freud e l’atto del rimuovere: chi ha coniato il termine di “bamboccioni”? Padoa Schioppa, che altro non era che il figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali…quindi il bamboccione era lui, ma l’aveva rimosso. La maggior parte degli esponenti della nostra classe dirigente sono figli di personaggi di rilievo, ma sembrano dimenticarlo.

Tornando a Monti e ai suoi ministri, il bilancio dopo un anno è positivo o negativo?

Per onestà devo dire che in così poco tempo non è facile farsi un’idea, bisognerebbe vedere sulla lunga distanza, ad oggi hanno evitato il tracollo, ma a costo di strozzare un paese. Hanno scampato il disastro, ma hanno fatto poco per ripartire. Io sono comunque contro i governi tecnici: un Presidente del Consiglio deve essere anche rappresentativo di qualcosa, uno spirito nazionale, deve essere in grado di dare la carica…Monti non è questa roba qui.

Per questo l’Italia ha seguito con tanto interesse le elezioni americane? Perché è in cerca di un leader carismatico e, non trovandolo entro i suoi confini, guarda oltreoceano?

Anch’io ho notato la frenesia con cui sono state seguite le elezioni e in particolare la rielezione di Obama, anche se devo ammettere che rispetto a quattro anni fa personalmente ho avuto molto meno entusiasmo. All’epoca sembrava che se avesse vinto Obama il mondo sarebbe cambiato, questa volta semplicemente che forse le cose non peggioreranno più di tanto. E’ triste pensare che quello che dovrebbe essere l’uomo più potente del mondo, ma non lo è, alla fine è una specie di curatore fallimentare delle democrazie novecentesche. Per quanto riguarda gli italiani, è sempre la solita faccenda: si aspetta l’uomo della provvidenza, quello che ci tirerà fuori dai guai, ecco perché da noi Obama riscuote tanto successo.

Parte del suo fascino è anche la capacità di parlare alla sfera emotiva del popolo americano, facendo leva su quel sentimento di riscatto e autodeterminazione che fanno parte della loro cultura. Pensi che in Italia oggi si cerchi anche questo?

Paragonato ai nostri politici è ovvio che la figura di Obama risulti affascinante, ma la bravura sta nel coniugare la credibilità con il saper parlare alla pancia della gente, e lui ci riesce. Da noi ci sono tanti politici che fanno leva sull’emotività, ma non riescono ad essere credibili: Berlusconi parlava alle pance, anche Grillo fa lo stesso, anzi cambia pancia ogni settimana, ma non risultano credibili. In questi anni la sinistra ha tradito un patto generazionale, avrebbe dovuto allevare una classe dirigente di grande qualità, ma non l’ha fatto. Mentre la destra si basava sulla voce di un unico leader, la sinistra sapeva solo cambiare nomi e simboli. Hanno preferito l’ubbidiente al delfino bravo, che può metterti in crisi, come sta facendo Renzi. E’ la storia del padre Saturno che divora i propri figli, oppure li alleva in batteria, perché è questa l’alternativa. Come partito avrebbe dovuto avere diversi fuochi, come era ai tempi della Dc, ma non ci è riuscita…aspira ad essere la nuova Dc, ma non ce la fa proprio. In conclusione, la levatura dei politici italiani è sconfortante.

Oltre che su un discorso anagrafico, in Italia l’accento va posto sul “genere”…le donne hanno una sparuta rappresentanza nei ruoli chiave del paese…

Sono tutti maschi! Infatti le poche donne che hanno un ruolo, sono messe lì da uomini. Prendi la Puppato, è l’unica donna che corre per le primarie, ma non ha il peso politico di un Bersani o Vendola e si sa che non vincerà mai. Se ci fai caso, sono sempre i maschi che dichiarano: “Nella mia giunta, la metà saranno donne!”, ma intanto, per dire, il ruolo di Presidente della Regione va ad un uomo. Sarebbe bello sentire una donna che dichiara: “Nella mia giunta, metà uomini”, questa sì sarebbe una rivoluzione.

Hai citato Grillo e la sua credibilità, cosa ne pensi dell’appello ai poliziotti di unirsi ai giovani in piazza fatto all’indomani degli scontri di Roma? Un messaggio pasoliniano all’inverso?

Con quello che dice Grillo non posso essere d’accordo, anche se condivido alcune sue posizioni, e non posso perché mi sono fatto l’idea che dica le cose per cavalcare il consenso, non credo alla sua sincerità. Parlando dei giovani in piazza, non capisco come fanno a stupirsi davanti a queste manifestazioni…se tu rubi il futuro ad una (o più) generazioni, pensi che non succeda niente? Che i ragazzi non siano incazzati e non abbiano voglia di far sentire la propria voce? Anzi ritengo che non sia successo nulla di eclatante lo scorso 14 novembre da parte dei manifestanti, forse è la polizia che ha esagerato. La mia opinione è che se un manifestante commette un reato è giusto che venga perseguito, ma è molto più grave se il reato lo commette un esponente delle forze dell’ordine. Devono saper fare il proprio lavoro, non è accettabile che si colpisca al volto un ragazzo per terra. Infatti, da un punto di vista istituzionale, la cosa più grave accaduta al G8 di Genova non è stata l’uccisione di Carlo Giuliani - perché credo che durante una colluttazione possa succedere di tutto – ma l’episodio della Diaz…lì salta lo stato di diritto di un paese. Io non ho personalmente preso parte alla manifestazione del 14, ma dalle immagini mi sembra abbastanza chiaro quello che è successo, diciamo che da Genova in poi mi fido molto poco della polizia.

La polizia oggi vive in uno stato di esasperazione: tagli selvaggi, stipendi da fame, come sentiamo spesso ripetere “non ci sono neanche i soldi per la benzina delle auto”, e in più si trovano a far fronte ad un momento storico particolarmente agitato e carico di tensioni sociali…Come mai non comprendono che quei giovani scesi in piazza in realtà stanno lottando per le stesse cose e gli stessi diritti che per primi loro si vedono calpestati?

Secondo me entrano in gioco due fattori. Da un lato è uno sfogatoio, perché se menano così tanto è perché lo vivono come uno sfogo, come dire: “Mi dai licenza di menare? Allora quasi quasi quei 100 euro in meno non mi pesano così tanto”. So che è una cosa brutta da dirsi, ma della loro esasperazione me ne accorgo nella vita di tutti i giorni: se vado a fare una denuncia, magari perché mi hanno rubato il motorino, l’atteggiamento è rilassato, se al contrario mi fermano per strada per un controllo l’atteggiamento è decisamente più aggressivo. Siccome il problema vero alla base è molto difficile da risolvere, 30 multe in più o 30 manganellate in più alleviano la tensione e rendono più sopportabile la situazione. L’altro aspetto ancora più triste è che le nuove crisi non creano più un sentimento di appartenenza di classe, ma scatenano – proprio perché siamo frammentati – una guerra fra poveri. Per questo la poesia di Pasolini era vera allora, ma oggi è superata. Chi andava a Valle a Giulia all’epoca? I vari Veltroni e così via, gente che aveva un orizzonte abbastanza spianato davanti. Oggi invece i giovani in piazza sono i nuovi poveri e i poliziotti – per quanto male in arnese – rispetto a loro stanno bene e sviluppano un odio istintivo per chi sta peggio.

Arriviamo all’argomento della settimana: il dibattito del Pd su Sky, chi ha vinto e chi ha perso?

Prima di quel dibattito pensavo di andare a votare per le primarie, ora devo ammettere che ho qualche turbamento. Credevo che gli italiani fossero chiamati a scegliere il candidato Presidente del Consiglio della sinistra, non a partecipare ad un conclave: uno cita Papa Giovanni, poi quale non si capisce visto che ce ne sono stati tanti, un altro il Cardinal Martini, Renzi non ha detto niente ma secondo me stava pensando a Marcinkus…possibile che a nessuno sia venuto in mente un nome di sinistra? Non è che mi dia fastidio che abbiano citato nomi di cattolici, io per primo sono un attento lettore del Vangelo e proprio per questo sono anticlericale, diciamo che è il loro opportunismo ad infastidirmi.

Chi avevi intenzione di votare prima del dibattito Tv?

Vendola, anche per le buone iniziative messe in campo in Puglia nell’ambito della cultura.

Ma dopo tutti i discorsi sul ricambio generazionale e gli errori del Pd mi sarei aspettata Renzi?

Lui ha avuto di certo il merito di toglierci di torno, speriamo per sempre, Veltroni e D’Alema, però per me è un po’ troppo spostato a destra. E’ molto bravo a parlare, è innegabile, ma vorrei che la sinistra facesse la sinistra, Renzi non si capisce se sta a sinistra della destra o a destra della sinistra. Apprezzo il suo coraggio, perché in una mandria di pecorelle si è alzato e ha detto la sua, ma ho anche riflettuto su quanto ci volesse poco per mettere fuori gioco personaggi come D’Alema e Veltroni: è bastato che arrivasse uno a puntare il dito contro, e neanche per forza il migliore, che le cose sono cambiate da un giorno all’altro.

In una battuta: cosa succede nel Pdl?

Mi sembra un partito in liquefazione, ma non voglio dirlo per scaramanzia!

Chiudiamo con una considerazione sulla tua città, Bari, e in generale sulla Puglia. Negli ultimi anni stanno emergendo tanti scrittori di talento, Carofiglio, Desiati, De Cataldo e ovviamente tu, cosa sta succedendo?

La Puglia rispetto alla Campania o alla Sicilia fino a 15 anni fa era poco rappresentata, ma non solo dalla letteratura, anche dal cinema, dalla musica, dall’arte. C’era qualche genio isolato come Carmelo Bene e Andrea Pazienza, ma nulla di più. All’improvviso le cose sono cambiate, ma in maniera molto spontanea, non è che sia nata una scuola o roba del genere, forse la Puglia si è semplicemente liberata dal folclore che aveva quasi sempre accompagnato le manifestazioni artistiche della Regione. Noi scrittori abbiamo capito, ad un certo punto, che potevamo raccontare la provincia senza essere provinciali.

venerdì 16 novembre 2012

Il mio Italiano


La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. E oggi siamo sommersi da parole come "Devolution", "premier", "resettare".

di Andrea Camilleri, da Repubblica, 15 novembre 2012

Se all’estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi l’italiano viene quotidianamente sempre più vilipeso e indebolito da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l’uso di parole inglesi. E c’è di più. Un esempio per tutti. Mi è capitato di far parte, quale membro italiano, della giuria internazionale del Premio Italia annualmente indetto dalla Rai con sede a Venezia. Ebbene, il regolamento della giuria prevedeva come lingua ufficiale dei giurati quella inglese, senza la presenza di interpreti. Sicché uno svedese, un russo, un francese e un giapponese e un italiano ci trovammo costretti ad arrangiarci in una lingua che solo il rappresentante della BBC padroneggiava brillantemente.

Va da sé che la lingua ufficiale, in Francia, del Festival di Cannes è il francese, la lingua ufficiale in Germania del Festival di Berlino è il tedesco. E il Presidente del Consiglio, parlando di spread o di spending rewiew è il primo a dare il cattivo esempio. Monti però non fa che continuare una pessima abitudine dei nostri politici, basterà ricordare parole come «election day», «devolution», «premier» e via di questo passo. Oppure creando orrende parole derivate tipo «resettare». Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di un sostanziale provincialismo.

Piccola digressione. Il provincialismo italiano, antico nostro vizio, ha due forme. Una è l’esaltazione della provincia come centro dell’universo. E valgano i primi due versi di una poesia di Malaparte, «Val più un rutto del tuo pievano / che l’America e la sua boria»…, per dirne tutta la grettezza. L’altra forma è quella di credersi e di dimostrarsi non provinciali privilegiando aprioristicamente tutto ciò che non è italiano. Quante volte ho sentito la frase: «io non leggo romanzi italiani» o più frequentemente, «io non vado a vedere film italiani». Finita la digressione. Se poi si passa dalla politica al vivere quotidiano, l’invasione anglosassone appare tanto estesa da rendersi pericolosa. Provatevi a saltare da un canale televisivo all’altro (mi sono ben guardato dal dire «fare zapping»), vedrete che il novanta per cento dei titoli dei film o addirittura di alcune rubriche, sono in inglese. La stessa lingua parlano le riviste italiane di moda, di architettura, di tecniche varie. I discorsi della gente comune che capti per strada e persino al mercato sono spesso infarciti di parole straniere. In quasi tutta la strumentistica prodotta in Italia i sistemi di funzionamento sono identificati con parole inglesi.

A questo punto non vorrei che si cadesse in un equivoco e mi si scambiasse per un sostenitore dell’autarchia della lingua di fascistica memoria. Quando il celebre brano jazz «Saint Louis blues» diventava «Tristezze di san Luigi», il cognac «Arzente» e i cognomi della Osiris o di Rascel si dovevano mutare in Osiri e Rascele. Benvenuto Terracini sosteneva, e a ragione, che ogni lingua nazionale è centripeta, cioè a dire che si mantiene viva e si rinnova con continui apporti che dalla periferia vanno al centro. Un amico russo, molto più grande di me, andatosene via nel 1918 dalla sua patria e tornatovi per un breve soggiorno nel 1960, mi confidò, al suo rientro in Italia, che aveva incontrato molte difficoltà a capire il russo che si parlava a Mosca, tanto era infarcito di parole e di locuzioni operaie e contadine che una volta non avrebbero mai ottenuto cittadinanza nei vocabolari. Ma erano sempre e comunque parole russe, non provenienti da lingue straniere.

In sostanza, la lingua nazionale può essere raffigurata come un grande, frondoso albero la cui linfa vitale viene risucchiata attraverso le radici sotterranee che si estendono per tutto il paese. È soprattutto dal suo stesso terreno, dal suo stesso humus, che l’albero trae forza e vigore. Se però il dosaggio e l’equilibrio tra tutte le componenti che formano quel particolare terreno, quell’unico humus, vengono alterati attraverso l’immissione di altre componenti totalmente estranee, esse finiscono con l’essere così nocive che le radici, esattamente come avviene in natura, tendono a rinsecchire, a non trasmettere più linfa vitale. Da quel momento l’albero comincia a morire. Se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità nazionale che viene messa in pericolo. È stata la lingua italiana, non dimentichiamolo mai, prima ancora della volontà politica e della necessità storica, a darci il senso dell’appartenenza, del comun sentire. Nella biblioteca di un mio bisnonno, vissuto nel più profondo sud borbonico, c’erano La Divina commedia, l’Orlando furioso e i Promessi sposi tutti in edizione pre-unitaria. È stata quella lingua a farlo sentire italiano prima assai di poterlo diventare a tutti gli effetti. Una lingua formatasi attraverso un processo di assorbimento da parte di un dialetto, il toscano, vuoi dal primigenio volgare vuoi da altri dialetti. Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti «dialettali» della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto.

E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel dialetto parlato dove la novella si colloca? Perché da noi è avvenuta, almeno fino a una certa data, una felice coesistenza tra lingua nazionale e dialetti. Il padovano del Ruzante, il milanese di Carlo Porta, il veneziano di Goldoni, il romano di Belli, il napoletano di Di Giacomo, il siciliano dell’abate Meli hanno prodotto opere d’altissimo valore letterario che hanno arricchito la nostra lingua. La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. Oggi paghiamo lo scotto di quell’errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa. La mia riflessione termina qui. Coll’augurio di non dover lasciare ai miei nipoti non solo un paese dal difficile avvenire ma anche un paese la cui lingua ha davanti a sé un incerto destino.

(16 novembre 2012)

giovedì 15 novembre 2012

Scandalo slot machine, scontati 96 miliardi di euro. Il governo li recuperi per il welfare


Scandalo slot machine, scontati 96 miliardi di euro. Il governo li recuperi per il welfare
Di Barbara Benedettelli, dal sito  affariitaliani

98 MILIARDI di euro equivalgono a ben 5 manovre economiche. Sono i soldi che alcune concessionarie di slot machine avrebbero dovuto allo Stato secondo la condanna di primo grado. Di quei 98 MILIARDI  (lo scrivo maiuscolo perche' sia chiaro che non sono milioni) ne abbiamo recuperati 2,5.

Gli altri 96, che potrebbero impedire i tagli al welfare, che potrebbero diminuire i costi del lavoro e creare occupazione, che potrebbero essere dati al volontariato per sostenerlo nella fondamentale opera sociale, che potrebbero evitare tagli lineari alla sanità, che potrebbero permettere incentivi per gli insegnanti, che potrebbero andare all'università per abbassare le rette, alla ricerca delle energie alternative, che potrebbero impedire i tagli alle forze dell'ordine e quindi alla sicurezza dei cittadini, che avrebbero potuto impedire di portare l'IVA al 21% e il rialzo che arriverà, che avrebbero potuto impedire l'IMU sulla prima casa ecc., gli altri 96 sono stati SCONTATI!

Quei NOVANTASEI MILIARDI DI EURO mancati che potrebbero perfino abbassare parte del nostro debito pubblico, non li ha recuperati neanche un governo che parla ogni istante di rigore, che chiede ai cittadini lacrime e sangue, che taglia da una parte, quella essenziale per la persona, e aumenta dall'altra i costi della vita rendendoci tutti un po' più poveri, insomma: tutti uguali nella povertà, niente più classi intermedie. Solo i "poveri" (la maggioranza) da una parte e i ricchissimi (pochi) dall'altra. Situazione che mi ricorda regimi che spero non tornino mai.

Prima del 2002 le slot machine (o videopoker) erano illegali e facevano gola alla criminalità organizzata che se l'è vista brutta quando lo Stato ha giustamente deciso di regolarizzare il settore. Lo ha fatto obbligando i gestori a collegare ogni macchina al sistema telematico di controllo della Sogei, società di Information and Communication Technology del Ministero dell'Economia e delle Finanze. In questo modo non può sfuggire nessuna giocata al controllo e l'entrata delle tasse è garantita. Ma a quanto pare le società non hanno provveduto. Di chi è la colpa? Questo è uno dei temi del procedimento a loro carico. Di certo il mancato allacciamento ha permesso loro di risparmiare, e molto, sulle tasse. Possiamo chiamarla evasione fiscale? Le società concessionarie, a leggere la sentenza, si erano impegnate perché tutto funzionasse a puntino ed è per questo che parte cospicua della sanzione, oltre ai sospetti di evasione, è costituita da quelle che vengono definite “inadempienze contrattuali”. C'è poi il caso del colonnello Umberto Rapetto, per anni comandante del Nucleo speciale frodi telematiche,“dimessosi” recentemente dopo l'appello, che ha suscitato non poche perplessità soprattutto nel mondo di internet. Ci sarà un fondo di verità in quanto sostiene la rete?

Quei 98 MILIARDI sono quanto diverse concessionarie di slot machine sono state condannate a pagare dalla sentenza di primo grado poi scontati del 96% in appello e i 98 MILIARDI diventano 2 e mezzo. Rigore? Lacrime e sangue? Moralità? Legalità? Guerra aperta all'evasione? O al pensionato al quale l'INPS, per suo errore magari (e quindi il pensionato neanche dovrebbe pagare), ha dato 10 euro in più e con cui ci si è comprato un filetto?

Le società incriminate sono: Atlantis World Giocolegale limited, Snai spa, Sisal spa, Gmatica srl, Cogetech spa, Gamenet spa, Lottomatica Videolot Rete spa, Cirsa Italia srl, H.b.G. Srl e Codere spa che avrebbero “cagionato l’inefficace funzionamento del servizio pubblico, nonché causato lo sperpero delle molteplici risorse finanziarie pubbliche impiegate, nella prevenzione e nel contrasto del gioco illegale; per il mancato avviamento della rete telematica; per il mancato completamento dell’attivazione della rete; per il mancato inserimento in rete di molti apparecchi installati; per il mancato rispetto dei livelli di servizio”.

La guerra all'evasione deve essere in primis una guerra di fermezza, di certezza della pena, anche lì, di annullamento degli sconti fiscali che anche culturalmente permettono il perpetrarsi di comportamenti illegali. Deve essere una "guerra" per l'uguaglianza: niente sconti al piccolo evasore verso il quale si procede subito al pignoramento dei beni? A maggior ragione niente sconti al grande evasore, e se proprio dobbiamo stare ai principi costituzionali, il grande evasore dovrebbe pagare perfino di più mentre il piccolo potrebbe essere, in casi di provata indigenza, sostenuto. É, per di più, in questo caso, gioco d'azzardo, anche se “legale”, e può provocare in alcune persone una dipendenza pari alla peggiore delle droghe. La ludopatia è una malattia grave. La fermezza, la severità, la forza della legge devono dunque essere perfino maggiori. Invece no.

Lo Stato, con le sue leggi che lo permettono, regala ben 96 MILIARDI DI EURO a chi per distrazione, per superficialità o per atteggiamento più o meno velatamente illegale (non chiamiamola furbizia), li ha sostanzialmente esso stesso rubati ai cittadini.  Poi a quegli stessi cittadini chiede tutto il denaro che hanno, raccontando che il paese può crescere, che l'economia può ripartire, che la disoccupazione può calare, che l'illegalità generalizzata deve sparire. Eppure è alimentata proprio dalla mancanza di severità verso chi non rispetta la legge, e l'aggira. Il principio di responsabilità soltanto ci può salvare e dovrebbe essere al primo posto nella nostra Costituzione. Un altro problema da risolvere, al più presto, è quello relativo al conflitto d'interessi, che, al di là di Berlusconi a cui è sempre e solo stato riferito, riguarda molti molti altri. Un esempio banale: si sa, da tempo sono vicina ai familiari delle Vittime della strada. Vi siete mai chiesti perché non si riesce a rendere le pene certe in questo settore? Semplice e inquietante. Perché in parlamento e in Commissione giustizia ci sono deputati che esercitano la professione di avvocato penalista. Le leggi possono dunque essere imparziali? Tutte le leggi votate in Commissione Giustizia possono essere certe? Ce la prendiamo sempre con i magistrati, ma le colpe della mancanza di certezza della pena non sono sempre e solo loro. Sono invece, spesso, del legislatore che non dovrebbe svolgere altra professione se non quella di parlamentare.

Ma torniamo ai 96 MILIARDI MANCATI. Da un governo tecnico ci aspettiamo ora, alla fine del mandato, una puntata di piedi per restituire agli italiani ciò che è stato tolto loro, recuperando tutti o molta parte di quei soldi. Ci si aspetta che siano cambiate leggi sempre meno leggi e sempre più "consigli per gli acquisti" che però gli italiani non possono fare, tartassati e schiacciati nei diritti fondamentali quali il lavoro,la salute, la dignità.

Di miliardi da recuperare dalle frodi e dall'evasione, e già scoperti da bravi investigatori della finanza, ce ne sono. Vediamo che fine fanno, per esempio, i soldi che derivano dalla maxi frode che coinvolge "47 imprenditori e professionisti di tutta Italia denunciati dalla Guardia di finanza di Pescara. Una forde fiscale internazionale, attuata mediante società fittizie e trust con sede nel paradiso fiscale di Madeira. In ballo ci sono altri 36 MILIONI QUESTA VOLTA di euro, ma i nomi degli imputati sono noti a livello nazionale e operano nei più disparati settori. Vediamo se anche questa volta tutto viene messo a tacere per evitare meno soldi ai partiti, meno pubblicità ai media, meno favori, o se invece prevale il rigor mortis montiano.