lunedì 5 marzo 2012

Il conflitto evitabile


Per Pechino e Washington "la guerra è una scelta"


di GIANNI RIOTTA, dalla Stampa

E' scontato che il prossimo conflitto del nostro pianeta veda Stati Uniti e Cina affrontarsi in guerra per l’egemonia? Lo sostengono a Pechino i falchi, persuasi da 3000 anni di timori di accerchiamento del Regno di Mezzo.
Se i marines arrivano in Australia, ci sono manovre militari congiunte tra Vietnam e gli antichi nemici yankee e la US Navy pattuglia l’Oceano Indiano, non si vuole così isolare la Cina? Meglio annunciare un aumento alle spese militari dell’11,2%, per un totale di 85 miliardi di euro (e restano fuori le milizie paramilitari). Altrettanto sostengono i falchi di Washington, per una volta però volando assieme alle colombe: studiosi come Kaplan vedono la guerra avvicinarsi con i monsoni dal Pacifico allo Stretto di Hormuz, a sinistra si crede che l’espansionismo cinese e la mancanza di diritti civili, vedi Tibet, finiranno in un conflitto. Insomma per interessi economici, geopolitica, cultura e valori, è «inevitabile» la guerra Usa-Cina?

Per scongiurare la catastrofe della III guerra mondiale, la prima del XXI secolo, interviene il decano della diplomazia Henry Kissinger, con il saggio «The future of U.S. Chinese relations», che qui anticipiamo dal prossimo numero della rivista Foreign Affairs, e che già sta facendo discutere Casa Bianca e Dipartimento di Stato. Con toni insolitamente appassionati per un cultore della gelida Realpolitik come l’ex segretario di Stato, capace negli Anni 70 di aprire alla Cina, favorire il golpe in Cile, bombardare la Cambogia, chiudere la guerra in Vietnam, scontrarsi con il premier italiano Moro, Kissinger scrive che la guerra può scoppiare, «ma sarà una scelta, non una necessità». Dopo aver criticato gli oltranzisti di Pechino e Washington, Kissinger compie il passo più astuto del buon stratega, cerca di capire quali sono le paure dei contendenti che possano scatenare mosse azzardate. La paura cinese, scrive, è essere accerchiati nei confini nazionali, senza accesso alle vie dei commerci e della comunicazione globale: ogni volta che la fobia scatta, Pechino va in guerra, Corea 1950, India 1962, Urss 1969, Vietnam 1979. La speculare angoscia americana è perdere accesso e influenza sull’Oceano Pacifico, e Kissinger, profugo europeo da bambino, ricorda che solo questo fattore trascina gli Usa in guerra nel 1941.

La preoccupazione di Kissinger è che le due capitali stiano leggendo male le rispettive culture. Se uno studioso come Aaron Friedberg scrive che è indispensabile una «Cina democratica» per restare in pace con gli Stati Uniti e che, di conseguenza, Washington deve sostenere i dissidenti contro il Partito comunista, è possibile che Pechino interpreti la mossa come un’aggressione politica. Reagiscono allora gli strateghi aggressivi alla Long Tao dell’Università Zhejiang, persuaso che la Cina, duellante oggi più debole, non può che colpire per prima, magari in conflitti locali ma che dissuadano l’America dalla guerra globale. E già Long Tao ha invitato Pechino a colpire nel Mar Cinese Meridionale.

Con freddezza che impressiona, Kissinger, l’uomo che col presidente Nixon ha riportato la Cina nel mondo e isolato l’Urss ai tempi della Guerra Fredda, ammonisce i rivali: non fatevi illusioni, lo scontro sarebbe nucleare, feroce e vi indebolirebbe entrambi per sempre. Devastando città ed economia e paralizzando anche, per la prima volta nella storia dell’umanità grazie alla cyber guerra, Internet e le comunicazioni, satelliti tv, Gps inclusi. «Le stesse culture» cinesi ed americane, conclude Kissinger, porterebbero i duellanti a non darsi tregua fino in fondo, lasciandosi alle spalle macerie e vittime.

Né è possibile una strategia di «contenimento» della Cina, come quella che George Kennan disegnò per la Russia, perché l’Urss non costituì mai pericolo economico per gli Usa, solo militare, al contrario della Cina superpotenza industriale e finanziaria. L’alternativa alle armi è l’idea di una «Comunità del Pacifico», con Pechino e Washington a convivere intorno ad organizzazioni tipo Trans-Pacific Partnership, zona di libero scambio economico cui il presidente Obama vuole associare la Cina. Se i due ultimi giganti si legano reciprocamente - sul modello di Usa e Europa - possono risolvere i conflitti negoziando, magari con maratone diplomatiche estenuanti. Washington, Londra, Parigi, Berlino e Roma possono dividersi e riunirsi, ma senza spargere mai sangue.

Presto la dissennata politica cinese di un solo bambino a famiglia vedrà, conclude Kissinger, «quattro nonni competere per l’attenzione di un solo figlio o nipote», la Cina dovrà dividere la ricchezza acquisita su una popolazione tre volte maggiore degli Usa e ormai in media più vecchia. Con l’ascesa al potere di Xi Jinping, nato nel 1953, la Cina, dal vertice ai villaggi, sarà governata da una generazione di leader che non ha conosciuto guerra civile, povertà, violenza: sarà possibile coinvolgerla nella pace, pur di non provocarla a dimostrare di essere patriottica come padri e nonni della Lunga Marcia. È la scommessa più grave del nostro tempo.

domenica 4 marzo 2012

La memoria del movimento NO TAV


Facciamo un passo indietro. La decisione del Parlamento europeo e del Consiglio (884/2004) prescrive che all'atto della pianificazione e della realizzazione dei progetti «gli stati membri devono tenere conto della tutela dell'ambiente, effettuando... valutazioni d'impatto ambientale dei progetti comuni da attuare». Più sotto, all'articolo 10 si prevede un «ruolo importante nel traffico ferroviario di passeggeri su lunghe distanze» e inoltre di agevolare «il trasporto delle merci attraverso l'individuazione e lo sviluppo di grandi assi riservati al trasporto merci o destinati in via prioritaria ai convogli merci».
Quello che c'è davvero, sotto la montagna, nessuno dei grandi democratici che strillano, se l'è chiesto. La prospettiva è di scavare 16 milioni di metri cubi di roccia. Solo per la parte italiana. A conti fatti è il volume di una città da 250 mila abitanti. Una nuova città, la seconda del Piemonte, tutta di rifiuti e cresciuta poco alla volta, nel corso di 10 anni e più. Anche l'acqua dei monti se ne andrà. Inoltre vi sono altre montagne da bucare, per fare la ferrovia nuova. Per esempio il Musinè, con una roccia satura di amianto. Quante centinaia di tonnellate di amianto verranno alla luce? Le si manderanno, eventualmente, tutte a Casale Monferrato, dove sono già abituati?
Il cenno al «ruolo importante... dei passeggeri» sembra una presa in giro. Il traffico passeggeri è sempre più modesto, già da prima della crisi. Modesto al punto di far fare, come si usa dire, una «capriola» al progetto e cambiare il Tav nel Tac dell'Alta capacità o Traffico merci. Qui sorge il dubbio che i francesi non siano neppure stati avvertiti. In ogni caso il Traffico merci, quello per il quale si fa l'opera, era nel 2006 di 6 milioni di tonnellate anno (mt/a) contro i 16 ipotizzati.
Nel 2010 il piano era di 20 mt/a, mentre la dura realtà è stata di 2,6 mt/a.
C'è almeno un altro punto da ricordare; nell'allegato III al punto 6 si descrive il famoso asse ferroviario Lione-Budapest-Frontiera ucraina, quello che dovrebbe passare dalla galleria del Moncenisio, quella nuova. È prevista una tratta Torino-Venezia, ma dov'è il decisivo collegamento Milano-Venezia? La tratta Verona-Padova non è neppure stata appaltata. Lungi da noi la volontà di puntare il dito su quelle operose popolazioni, ma è proprio così. La Tav tra Lione o Parigi e Milano, via Torino invece c'è già ed è gestita - tra l'altro – dalle ferrovie francesi. Il viaggio dura forse mezzora o anche un'ora più passando più in alto, ma il viaggio si fa. Invece il cosiddetto corridoio 5 non esiste, senza il collegamento veneto. Certo è più facile, almeno sulla carta, fare i prepotenti con i valsusini che risolvere i nodi, politici ed economici del ricco Nord-est.
Adesso facciamo un passo avanti. Ministri, capi della polizia e personaggi dei grandi partiti sono sconcertati per la diffusione della sindrome Tav in buona parte d'Italia. La spiegazione corrente è quella dell'anarcosindacalismo, ma è piuttosto una spiegazione di comodo, in attesa di trovarne un'altra, più sensata; o di non trovarne affatto e passare alla fase di repressione, senza se e senza ma.
I più ingenui tra i detentori del potere credono davvero di insegnare la democrazia a un pugno di riottosi. Solo che i numeri della protesta non tornano e neppure la geografia. L'influenza valsusina, se di questo si tratta, è ormai molto diffusa. A riflettere bene, la democrazia della maggioranza che fa quello che vuole, perché ha i voti in parlamento, è quella cara a Silvio Berlusconi, il presidente di prima. Allora gli dicevamo che democrazia è qualcosa di più complesso, per esempio il diritto di una minoranza di non essere messa a tacere, ma di ottenere che le leggi – tutte le leggi – vengano rispettate. Non solo quelle che la maggioranza ha fatto a proprio favore, o a favore degli amici.
C'è anche un altro spezzone di verità e giustizia, forse difficile da acquisire da parte di chi non fa neppure un tentativo in quella direzione. I giovani e i meno giovani che stanno dalla parte dei valsusini sono convinti assertori della necessità di cambiare modello – e subito – nel nostro paese e in Europa, se si voglia garantire un futuro accettabile a tutti.
Il modello ha molti nomi. Sul nostro giornale prevale ormai la formula «Conversione ecologica» cui tutti si sentono partecipi e tutti collaborano, cercando di cambiare la società, il sistema produttivo, le priorità. Il lavoro. Un treno ad Alta velocità (o alta capacità che sia) che si sovrappone a uno esistente, buca le montagne, riempie di polveri nocive la pianura, blocca miliardi su miliardi, silura altre iniziative necessarie, crea le condizioni di appalti fuori controllo, urta con scelte drammaticamente diverse sul sistema dei trasporti, nazionale e locale, non fa parte della conversione ecologica e neppure dell'insieme di verità e giustizia che compone la democrazia che vogliamo.
da il manifesto del 2 marzo 2012

La dittatura dell'incuria


INVESTIRE IN CULTURA PER LA CRESCITA
La dittatura dell'incuria
«La bellezza è un valore morale». Era un tormentone quello dell'allora vescovo di Locri Giancarlo Bregantini. Non perdeva occasione per raccomandare di intonacare le case, sistemare le strade, curare i giardini, perché «in un posto brutto è facile che i ragazzi crescano brutti». Insomma, insiste nel libro Non possiamo tacere , l'estetica è etica: «i paesi più brutti e trascurati sono quelli segnati dalla mafia».

«Niente cultura, niente sviluppo», ha titolato Il Sole 24 Ore lanciando un appello per fare ripartire il Paese puntando su una «costituente» che «riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione». I confronti su 125 nazioni, stando ai dati dell'Università di Costanza, non lasciano dubbi: dove c'è più cultura c'è più innovazione, più sviluppo, più ricchezza e meno corruzione.

Rovesciamo: dove c'è meno cultura c'è meno innovazione, meno sviluppo, meno ricchezza, più corruzione. Nel 2001 investivamo sul nostro tesoro d'arte e paesaggi solo lo 0,39% del Pil, siamo precipitati a un miserabile 0,19%: è stato saggio? Colpa della crisi, dicono. Ma investendo nel «Guggenheim», spiega uno studio di Kea European Affairs per la Ue, Bilbao ha recuperato in 7 anni i soldi spesi «moltiplicati per 18», con la parallela creazione di migliaia di posti di lavoro. Al punto d'esser presa a modello dalla Francia, che per rianimare l'agonizzante area di Lens ha deciso di fare lì, tra le fabbriche dismesse, un nuovo «Louvre» col calcolo che, per ogni euro investito, ne torneranno «come minimo sette».

Dice uno spot girato da Berlusconi che l'Italia ha «il 50% dei beni artistici tutelati dall'Unesco». Magari! Ma è vero che su 911 ne abbiamo più di tutti nel pianeta: 45. Molti più di Francia o Stati Uniti che ci staccano nelle classifiche turistiche. Il guaio è che questo patrimonio, accusa un dossier PwC, lo usiamo male, ricavandone la metà rispetto a Gran Bretagna, Germania e Francia e un terzo rispetto alla Cina.

Ci vorrebbe più testa, per usarlo. E una classe politica più interessata, curiosa, colta. Alla Costituente, pur avendo la guerra ostacolato i percorsi universitari, era laureato il 92% dei parlamentari: oggi la quota si è inabissata al 64%. Ma è il Paese tutto ad arrancare: dai sindaci ai governatori, dagli assessori ai consiglieri regionali. E giù giù ai cittadini che, sempre più indifferenti al bello e al brutto, arrivano a costruire pattume cementizio abusivo sul promontorio di capo Vaticano o sul basolato della via Domiziana accanto alla tomba di Scipione l'Africano.

Da dove ripartire, per fermare la dittatura dell'incuria? Dalla scuola: da lì occorre ricominciare. Se è vero che la nostra stessa identità è definita dai nostri tesori artistici e paesaggistici al punto che noi italiani per gli altri «siamo» la torre di Pisa e Rialto e Pompei, la storia dell'arte via via più maltrattata («sarà possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo», si indigna Tomaso Montanari sull'ultimo bollettino di Italia Nostra) deve essere materia di interesse nazionale. E permeare i nostri figli fin dalle elementari. Investiamo sulla bellezza e sulle teste: è un affare.

di Gian Antonio Stella, dal Corriere

sabato 3 marzo 2012

L’antipolitica o l’altrapolitica?


L’antipolitica o l’altrapolitica?
di Stefano Rodotà, da Repubblica

Con gli ultimi provvedimenti, il profilo del governo "tecnico" si è ormai chiaramente definito e le caratteristiche dei suoi interventi rappresentano anche una messa in mora (una sfida?) per un mondo "politico" che non riesce a trovare una sua misura di fronte ad una novità che si conferma sempre più profonda. E i partiti devono fronteggiare anche una ineludibile questione: antipolitica o altrapolitica?

Infatti, la lunga ondata antipolitica, alimentata ogni giorno da scandali e debolezze del sistema dei partiti, non può occultare il fatto che l'Italia sia pure un Paese pieno di politica, reattivo in forme né populiste né qualunquiste. Ma quest'altra politica viene temuta dai partiti, che magari ne parlano e poi la tengono lontana, la trascurano, continuano ad abbandonarsi all'esorcismo del "non cedere ai movimenti", formula divenuta ormai l'emblema dell'immobilismo e dell'autoreferenzialità. Così stando le cose, potranno i partiti realizzare quel mutamento che tanti invocano come indispensabile?

Nella sua lezione all'università di Bologna, il presidente della Repubblica ha associato la fiducia nel governo Monti ad un invito ai partiti ad "autorinnovarsi", a realizzare una "riqualificazione culturale e programmatica". E il presidente del Consiglio ha parlato di un compimento del suo mandato che restituirà l'iniziativa appunto ai partiti. Ma quali dovrebbero essere le condizioni perché, rigenerati, i partiti possano di nuovo guadagnare quella fiducia dell'opinione pubblica che oggi appare perduta? E quali i temi con i quali cimentarsi per l'auspicato ritorno ad una seria elaborazione culturale, per mettere a punto programmi non raffazzonati? Comincio con l'indicarne tre: i diritti fondamentali; i servizi pubblici; i limiti alla libertà d'iniziativa economica privata. Non li scelgo a caso. Dietro ciascuno di questi temi si trovano soggetti reali, iniziative concrete.

Molti comuni e gruppi si adoperano ogni giorno perché trovino effettivo riconoscimento i diritti degli immigrati, delle coppie di fatto, di quanti vogliono liberamente decidere sulla fine della loro vita. La questione dei servizi è simboleggiata dal servizio idrico, dall'acqua come bene comune: l'Italia è l'epicentro di un largo movimento, che ha visto ventisette milioni di elettori votare contro la privatizzazione dell'acqua, che produce analisi sempre più accurate, che ha visto convenire a Napoli e Roma rappresentanti da molti Paesi, che è all'origine di una rete di comuni europei e di iniziative popolari rivolte alla Commissione di Bruxelles. Altrettanto intensa è la discussione intorno ai limiti del mercato, accesissima intorno ai temi del lavoro e che vede l'inquietante tentativo di cancellare l'articolo 41 della Costituzione che congiunge il decreto berlusconiano di luglio e il decreto "Cresci Italia", ponendo il problema se sia ancora possibile in economia una politica "costituzionale". Questa è l'altra politica. E ciascuno di questi temi pone la questione di quale idea di società debba oggi sostenere l'azione politica.

E i partiti? Silenziosi o diffidenti, timorosi della loro ombra. Si pensi a quel che è avvenuto a Milano, dove una meritoria iniziativa del sindaco riguardante le coppie di persone dello stesso sesso ha provocato sconcertanti reazioni di rigetto all'interno dello stesso Pd, dove evidentemente si ignora che una sentenza della Corte costituzionale ha affermato che queste persone hanno un diritto fondamentale a veder riconosciuta la loro condizione. La questione non può essere considerata minore o locale, poiché rivela come all'interno di quel partito non vi sia una elaborazione programmatica riconoscibile, si è paralizzati dall'irrisolto rapporto tra le diverse forze che hanno dato origine al Pd e che troppe volte fanno emergere tentazioni integraliste e incapacità di altri settori del partito di definire una posizione netta proprio sui diritti fondamentali delle persone. Non diversa è la condizione del Pdl, prigioniero di fondamentalismi figli soprattutto d'una stagione d'un collateralismo strumentale, quando il partito si presentava come il portavoce della gerarchia vaticana.

Stanno così nascendo due circuiti: quello, talora discutibile ma dinamico, dell'altra politica e quello congelato del sistema dei partiti. Quest'ultimo si chiude sempre più in se stesso, rifiuta il dialogo, e ne paga i prezzi. Quando le condizioni istituzionali rendono inevitabile il contatto tra i due circuiti, infatti, è quasi sempre quello dell'altra politica a prevalere. Lo dimostra, per il Pd, l'esperienza negativa di primarie e elezioni, da Milano a Cagliari, da Napoli all'ultimo episodio di Genova. Davvero si può credere che da questa difficoltà politica si possa uscire con espedienti procedurali o accentuando il controllo partitico sulle candidature alle primarie? Il nodo è altrove, e riguarda la necessità di prendere atto non solo dell'esistenza di nuovi attori politici, ma delle realtà che sono capaci di rappresentare. Proprio qui, nella perdita di capacità rappresentativa, ha una sua radice profonda la crisi dei partiti.

L'esistenza di circuiti politici diversi, che s'intersecano e configgono, non è esperienza soltanto italiana. Ricordo solo il rapporto tra sfera politica e blogsfera, che ha conosciuto momenti di tensione negli Stati Uniti. L'intelligenza politica ha consentito ad Obama di rendersi conto che la novità di Internet non era tecnologica, ma incideva sulla qualità della politica. E così, attraverso una accorta connessione dei due circuiti, ha pure costruito il suo successo elettorale. Ma i partiti italiani rimangono arretrati, le ricerche serie mostrano la povertà del loro uso delle risorse della Rete. Qui si riflette una più generale debolezza: l'incapacità di confrontarsi con il cambiamento radicale imposto dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, che giunge a configurare nuove antropologie, individua dinamiche e spazi inediti. Anche, per certi versi soprattutto, su questo terreno si deve compiere la "riqualificazione" dei partiti.

Ma chi dev'essere protagonista di questo processo? Possono farcela le attuali oligarchie, logorate in mille modi, responsabili del loro discredito per non aver voluto comprendere che l'abbandono d'una rigorosa etica pubblica avrebbe fatto dilagare la corruzione, che ci assedia e che ha già destrutturato la società italiana? La costituzione di un governo tecnico si rivela anche come un diverso modo di selezione del ceto politico. È rivelatrice la mossa di indicare in Corrado Passera un possibile leader del centrodestra. È questa la strada o la riqualificazione deve riguardare non solo cultura e programmi, ma pure la capacità dei partiti di modificare i criteri di selezione e legittimazione democratica al loro interno, in un contesto di rinnovata moralità civile?

(1 marzo 2012)

L'opa ostile sul professore


LE IDEE
L'opa ostile sul professore
di MASSIMO GIANNINI, da Repubblica


È PARTITA l'Opa su Monti. Ed è più ostile di quanto non sembri. Dopo Casini, anche il Cavaliere lancia dunque la sua offerta pubblica d'acquisto sul Professore. Silvio Berlusconi ha avvelenato i pozzi per un quasi ventennio, costruendo un "bipolarismo di guerra" fondato sull'aggressione e la delegittimazione dell'avversario.

E adesso, come per miracolo, si concede una folgorazione tardiva: la Grosse Koalition all'italiana, o all'amatriciana. Pdl, Pd e Terzo Polo, secondo l'ex premier, dovrebbero accordarsi per candidare Mario Monti a Palazzo Chigi anche per la prossima legislatura.

Sulla carta, una proposta tutt'altro che peregrina. L'ipotesi di un "Monti bis" riflette un sentimento diffuso. Prima di tutto nella testa vuota di una politica che non ha più molto da offrire agli elettori, e che per questo si affida al governo tecnico come ad uno scudo dietro al quale ripararsi, in attesa di ricostruire una piattaforma programmatica accettabile e autosufficiente.

E poi soprattutto nella pancia disillusa di un Paese che invece ha molto da chiedere, e che per questo guarda al governo tecnico come a un punto di non ritorno, una riserva imperdibile di competenza e di credibilità alla quale attingere finché si può. Letta in questa chiave, la mossa di Berlusconi è allo stesso tempo astuta e disperata.

L'astuzia consiste nell'ennesima operazione di mimesi politica e di trasformismo mediatico. Il Cavaliere vuol far credere agli italiani che il governo montiano è la prosecuzione naturale, sia pure con altri mezzi, del governo berlusconiano. "Lo sosteniamo, perché sta portando avanti il nostro programma". Questo ripete l'uomo di Arcore, per spiegare il suo endorsement nei confronti del Professore. Per questo può restare a Palazzo Chigi altri cinque anni. "È uno di noi": questo è il messaggio implicito che la propaganda berlusconiana tenta di trasmettere all'opinione pubblica.

Ma a dispetto della banale vulgata arcoriana, a muovere il Cavaliere non è un improbabile "spirito costituente". È invece la solita intenzione di confondere le acque e nascondere i problemi. Lo dicono i fatti. In questi lunghi anni di avventura cesarista e populista, Berlusconi non ha mai neanche provato a fare una seria riforma delle pensioni (che la Lega gli ha sempre bloccato) né un pacchetto serio di liberalizzazioni (che la ex An gli ha sempre avversato).

Non ha mai neanche provato a far pagare le tasse agli evasori, né a far pagare l'Ici alla Chiesa. Dunque, non si vede proprio in cosa consista la presunta "continuità" di azione e di ideazione tra il governo forzaleghista di ieri e quello "di impegno nazionale" di oggi. Il "decisionismo" moderato di Monti non è in alcun modo assimilabile al radicalismo inconcludente di Berlusconi.

Ma al Cavaliere, oggi, conviene azzardare l'Opa sul Professore per due ragioni. La prima ragione riguarda il centrodestra. Tutti i sondaggi lo dimostrano: senza la Persona che l'ha inventato e costruito a sua immagine e somiglianza, il partito personale si dissolve nel Paese, scivolando verso un drammatico 20% di consensi. Se le condizioni non mutano, il Pdl è condannato a una sconfitta sicura, sia alle amministrative di primavera sia alle politiche dell'anno prossimo.

Non solo: senza il collante del leader onnipotente e carismatico, il partito si disgrega al suo interno, confermando il fallimento della Rivoluzione del Predellino e la natura "mercenaria" di una destra tenuta assieme non dagli ideali, ma solo dagli interessi.

Con l'annessione unilaterale di Monti, il Cavaliere da un lato annega l'inevitabile disfatta elettorale dentro uno schema di Grande Coalizione dove non vince e non perde nessuno, e dall'altro lato rappattuma i cocci di un partito altrimenti destinato a una serie di scissioni a catena.

La seconda ragione riguarda il centrosinistra. Con questo "audace colpo", Berlusconi cerca di rimandare la palla avvelenata nel campo di un Pd già diviso, costretto a dire no, per il 2013, ad un patto per un "governo di salute pubblica" di cui è oggi il principale contraente e garante.

Qui, dunque, sta la disperazione della "svolta" berlusconiana. Una scelta imposta dall'istinto di sopravvivenza, e non certo dal "senso di responsabilità". Fa bene Bersani a sottrarsi immediatamente all'"alleanza innaturale". Farebbe bene Monti a sottrarsi gradualmente all'"abbraccio mortale".

Il Professore deciderà tra un anno se e come "capitalizzare" la sua esperienza politico-istituzionale. Ma una cosa è certa: il "montismo", per come lo stiamo imparando a conoscere, non è e non sarà mai riducibile a una "variante mite" del berlusconismo.

m.giannini@repubblica.it


Troppo debito?Capire e superare la crisi


Pubblichiamo parte del testo scritto da Andrea Baranes come appendice al Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi, un volume pubblicato dalla casa editrice minimum fax in collaborazione con Sbilanciamoci

Troppo debito?
Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese. A novembre 2011 il governo si dimette sotto il peso degli interessi da pagare, tra conti pubblici che non quadrano e nubi sempre più minacciose di possibili default. La pressione fiscale aumenta, a partire dall’Iva, assistiamo a tagli generalizzati di tutte le spese pubbliche mentre i soldi per gli investimenti e lo «sviluppo» sono un miraggio sempre più distante. Il nostro paese è uno dei principali problemi dell’Unione Europea. Cos’è successo allora in questi diciotto anni? Perché nel 1994 l’Italia era sì un paese con un forte debito e diversi problemi, ma, così ci veniva raccontato, con ottime prospettive, mentre ci ritroviamo nel 2011 con l’acqua alla gola e in balia delle tempeste finanziarie? L’argomento che ci viene ripetuto è che l’Italia del 2011 è schiacciata da un rapporto tra debito e prodotto interno lordo che sfiora il 120% e sta strangolando la nostra economia. Bene. Qual era allora la situazione nella prima metà degli anni Novanta? Tra il 1993 e il 1995 il rapporto tra debito e Pil in Italia superava il 120%.
Occorre quindi analizzare meglio le cause politiche, sociali, industriali ed economiche che contribuiscono all’attuale rapido declino del nostro paese.
Le motivazioni reali
Ancora all’inizio del 2011 il nostro governo si vantava del fatto che la crisi del 2007-2008 avesse risparmiato l’Italia e della solidità dei conti pubblici, delle banche e del sistema produttivo.
La crisi al contrario c’era, ed era in primo luogo legata al dogma economico della continua crescita dei consumi e del Pil. Se diminuiscono produzioni e consumi, oltre alle ripercussioni sul mondo del lavoro e su quello imprenditoriale, diminuisce il Pil. Al diminuire del denominatore aumenta il rapporto debito/Pil, e quindi i conti pubblici peggiorano. Non solo. Riprendiamo in esame questo rapporto che riveste oggi un ruolo così fondamentale. Al numeratore troviamo il debito pubblico, che, con qualche approssimazione, è costituito dalla massa di titoli di stato (Bot, Cct, Btp e altri) in circolazione in Italia, a cui si sommano i debiti delle amministrazioni locali e altre voci. Su questo debito l’Italia paga un interesse. Se il governo emette un Bot al 2%, su 100 euro di titolo ne dovrà pagare 2 di interessi. È allora chiaro che tanto più alti sono gli interessi da pagare tanto più le risorse del pubblico dovranno andare a rimborsare gli interessi sul debito, e non potranno essere utilizzate per altri scopi, dall’istruzione alla ricerca al welfare. Semplificando il discorso, le risorse a disposizione dello stato sono principalmente le tasse pagate da cittadini e imprese. Se lo stato ogni anno ha delle entrate che crescono più rapidamente degli interessi sul debito, quest’ultimo è in qualche modo sostenibile. Una parte delle risorse aggiuntive saranno destinate a ripagare il debito e i suoi interessi, il resto potrà andare a politiche pubbliche. Al contrario, se il Pil non cresce e non vengono messe nuove tasse, non aumenta nemmeno il gettito fiscale. In queste condizioni gli interessi sul debito crescono e continua ad aumentare il debito, peggiorando ulteriormente il problema. Questo anche senza considerare che, essendo una parte rilevante del debito italiano in mani straniere (principalmente banche e fondi di investimento), la mole crescente di interessi comporta un progressivo impoverimento dell’Italia nel suo insieme. All’inizio degli anni Novanta l’economia italiana, il Pil, cresceva, mentre gli interessi da pagare sul debito pubblico erano relativamente bassi. Nel 2011 ci troviamo nella situazione opposta. Questa spiegazione contabile non è però che una delle motivazioni. A questo problema se ne lega un altro, ancora più pesante e che discende direttamente dalla crisi finanziaria: gli interessi aumentano a un ritmo incontrollabile. L’Italia deve oggi emettere titoli di stato con rendimenti sempre maggiori, il che peggiora ulteriormente i conti pubblici. Sono due le motivazioni che spiegano questo veloce aumento degli interessi sul debito: da una parte il costo dei piani di salvataggio della finanza messi in campo dai governi dopo la bolla dei mutui subprime esplosa nel 2007, dall’altra la dimensione di una finanza speculativa in grado di scommettere contro interi paesi.

La crisi del 2011
L’attuale crisi discende direttamente da quella che nel 2007-2008 ha travolto la finanza internazionale dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti. Solo i giganteschi piani di salvataggio realizzati dai governi e dalle istituzioni pubbliche hanno permesso di salvare il sistema finanziario dalla crisi di cui esso stesso era in massima parte responsabile. Stime prudenziali parlano di almeno 14.000 miliardi di dollari versati dal pubblico al settore finanziario privato. Da una prospettiva speculare, negli ultimi anni un debito enorme è stato quindi trasferito dalla finanza privata al pubblico.
Il travaso di ricchezza dal lavoro alla finanza
Come è nato questo gigantesco debito? Per capirlo bisogna risalire alle radici dell’attuale crisi finanziaria. Da oltre un trentennio il sistema produttivo occidentale è entrato in una fase di sovrapproduzione. Questa, assieme alla possibilità delle imprese di delocalizzare la produzione verso i paesi dove sono minori i costi del lavoro, ha portato a una compressione dei salari.
Questo processo ha comportato un gigantesco spostamento della ricchezza dai salari e dal lavoro verso le rendite e i profitti finanziari. In Italia, nell’ultimo ventennio dello scorso secolo 120 miliardi di euro sono passati dai lavoratori ai profitti. In altre parole, i lavoratori e i cittadini si sono trovati progressivamente più poveri, mentre le imprese immettevano sul mercato sempre più prodotti.
Come risolvere questo paradosso? Come vendere sempre più automobili, più telefonini e più prodotti a persone sempre più povere? La soluzione è in apparenza molto semplice: favorendo l’indebitamento delle famiglie, delle imprese e degli stati per mantenere artificialmente alti i consumi, per drogare la crescita economica. È questa la spiegazione ultima della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti. Il settore immobiliare rappresenta una parte sostanziale della ricchezza e del Pil statunitense. Occorre allora costruire e vendere sempre più case per fare aumentare il Pil, che in accordo con il dogma economico fondato sulla crescita deve aumentare continuamente. Le leggi che hanno aperto la porta ai mutui subprime davano la possibilità alle banche di erogare dei mutui anche ai clienti senza reddito, senza lavoro e senza garanzie economiche. Strumenti finanziari sempre più rischiosi e incomprensibili permettevano alle stesse banche di scaricare questi debiti sui mercati finanziari, tramite un processo noto come cartolarizzazione dei mutui (e di qualunque altro prestito). In pratica una montagna di debiti è servita a drogare i consumi per mostrare una ricchezza economica e una crescita inesistenti, perché nella realtà le persone erano sempre più impoverite dal progressivo trasferimento delle ricchezze verso il mondo finanziario. Per riassumere, la finanza è stata il mezzo per mantenere alta la domanda di consumi, e nello stesso momento è stata un fine, garantendo tassi di profitti sempre più elevati ai grandi capitali. Le due cose sono strettamente legate: di fatto il 5% più ricco della popolazione diventa sempre più ricco e utilizza il surplus di reddito che non viene consumato per erogare prestiti al 95% della popolazione. Detta in maniera ancora più semplice, la finanza prestava ai cittadini, con i dovuti interessi, i soldi che le aveva sottratto. E quando i soldi sottratti sono diventati troppi, quando i redditi si sono polarizzati eccessivamente verso i più ricchi, il giocattolo si è rotto e la montagna di debiti è franata. Negli Stati Uniti, negli anni Settanta, l’1% più ricco della popolazione deteneva il 9% dei redditi, mentre nel 2007 la quota era salita al 23,5%, esattamente la stessa percentuale del 1928, alla vigilia della Grande Depressione. La ricchezza del 5% più ricco della popolazione è passata dal 22% del 1983 al 34% del 2007 così come è passata dal 24% del 1920 al 34% del 1928. Sembra proprio che oltre una certa soglia di disuguaglianza la società vada incontro a una crisi sistemica e a una vera e propria disgregazione per eccessiva concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi....
Per maggiori informazioni sul libro, http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/539

Lucio Dalla: "Canto per Dio"


MUSICA Lucio Dalla: "Canto per Dio"
"Credo più alle cose che non si vedono che a quelle che si vedono" dice il cantautore. Che alla vigilia dell'uscita del suo ultimo cd, parla a ruota libera di vita, amore, fede e altri misteri

LUCIO DALLA è un po' diverso da come ce lo aspettiamo. Be', adesso ha un tutore alla gamba e sta bloccato a casa sua, in via d’Azeglio, a Bologna. Ma non è per questo. Legge le encicliche, i libri di Papa Ratzinger, La vita di Gesù e gli altri, e poi quelli del teologo Vito Mancuso, e va a Messa tutte le domeniche e canta le lodi del Signore, mentre la gente si volta ancora stupita quando riconosce la sua voce, come succede alla parrocchia di San Domenico. Dice che ha avuto fortuna, ma che la fortuna è un intreccio divino difficile da spiegare se non credi. Ci sentiamo come se non parlassimo di canzonette. La verità è che non sono mai canzonette.
L’ultimo disco che ha fatto sta per uscire l’8 novembre, e in fondo è come una lettura della sua vita, come se si fosse girato indietro a guardarla. Si intitola Questo è amore, 31 brani - 4 inediti, fra cui un duetto con Marco Mengoni - che ha ripescato dal suo passato meno conosciuto. Il più struggente di tutti, però, è Anema e core e lui dice che spera di aver fatto un capolavoro. Ma dentro a quelle canzoni c’è qualcos’altro che ci appartiene, perché nella sua storia c’è anche la nostra. Una vita di provincia: il clarinetto che gli regalò sua madre a 13 anni, la scuola dei preti, il primo complesso jazz, la Bologna della rivolta e quella del benessere, il successo, il poeta Roberto Roversi e l’amico Gianni Morandi, l’Italia di Berlusconi e l’Italia del Duemila. In tutta questa strada chissà cos’è rimasto davvero.

Roberto Roversi è rimasto?
Ho imparato tutto da lui. Lui è mio padre. Da tutti i punti di vista. Siamo ancora molto legati.

Morandi?
Grande amico. Mi vorrebbe convincere ad andare a Sanremo. Se mi viene in mente una follia ci vado.

Cioè?
Una sorta di canzone sul tipo di Radames, quella che c’è in quest’ultimo disco. Mi piace giocare con la teatralità, come feci con Attenti al lupo. Vediamo.

Parliamo dell’amore, ti va?
C'è un filo rosso, c'è una sorta di mistero religioso nell'amore. Ma io ho sempre messo molta attenzione nel cercare la parte spirituale dell'amore.

Tu come lo definiresti l'amore?
È un processo di assoluta ricreazione, un sentimento ingestibile, incontenibile. L'amore e la vita sono due cose combinate insieme.

E la vita cos'è?
È una cosa straordinaria. Qualsiasi sistema di vita. E l'elemento dove il mistero, la trascendenza, c'entra di più.

Parli come un credente. Ma da quando Lucio Dalla crede in Dio?
Guarda, non è tanto dalla ragione che nasce la fede. Il meccanismo del credere è dentro di noi, nasce assieme a noi. È una rigenerazione, credere. Io sono credente e credulone. Sono disposto a credere. Anzi, faccio fatica a capire quelli che non credono. Io credo che la morte sia solo la fine del primo tempo.

E hai sempre pensato queste cose?
Ci ho sempre creduto. È stato uno sviluppo continuo, ed è sempre rimasto intatto questo stupore davanti al mistero. Credo più nelle cose che non si vedono che in quelle che si vedono. Quello che non vediamo c'è di più. Sono tutto fuori che un saggio, ma alla fine ho visto molto.

Guardando la tua vita?
Anche. Suonavo con Chat Baker che avevo 16 anni, sai cosa vuol dire per uno che sognava di fare solo il musicista? Sono fortunato, ma le cose non sono così semplici.

E il successo ti è arrivato con una canzone su Gesù...
Ma non c'entra. Non la conoscevo neanche Paola Pallottino (l'autrice di 4 marzo 1943, ndr) Venne lei a cercarmi alle Tremiti dov'ero in vacanza e mi consegnò questo testo del 4 marzo. Venne lì con le due figlie piccole che aveva. Mi misi a fischiettarla. Poi in un'osteria la cantai a Chico Buarque de Hollanda. Quando la ascoltò si mise a piangere. È cominciato così, tutto è stato casuale. Eppure guarda che questa casualità è molto più precisa. È come il profumo, ha le sue regole, bisogna solo stare attenti a beccarla. Se pensi che io non so una nota di musica...

Ma dài...
Lo giuro. Ho orecchio. Quando feci Pulcinella di Igor Stravinskij, sentivo che mancava una specie di ouverture e l'ho realizzata. Ma è una cosa che ho fatto a orecchio.

È come dire che la vita premia chi lo merita, giusto?
No. Premia chi capisce. Chi si rende conto di quello che ha.

Ma sei stato tu a convincere Morandi a credere in Dio?
Nooo! Ne abbiamo parlato. Si è incuriosito vedendo che ero un credente. Bisogna ringraziare il cielo quando cambiamo: la mutazione è un segno della continuità dell'esistenza.

E di Papa Ratzinger cosa pensi?
Non mi sento di parlarne bene. Neanche male. Ho letto i suoi libri. Li trovo molto faticosi. C'è una dimensione di vivere la fede che è più da teologo che da credente. E penso che ci sia molta più religiosità in Vito Mancuso.

Wojtyla?
L'ho incontrato diverse volte. Mi piaceva molto, era uno fuori dai codici.

E cosa pensa uno come te del divorzio o dell'aborto?
Credo che l'aborto sia un dramma e vada affrontato con un atteggiamento molto più profondo rispetto ai dogmi.

Cambiando discorso, il tuo vino lo fai ancora?
No, sono astemio. L'avevo chiamato Stronzetto dell'Etna, era un bianco con molta gradazione prodotto nella mia vigna in Sicilia. Carmelo Bene s'era preso una ciucca terribile bevendolo, da non stare più in piedi. E la sera dopo consegnandomi un premio aveva detto "Ecco quello stronzetto di Lucio Dalla". Lo chiamai così per questo, il mio vino.

E il parrucchino?
Quello lo porto sempre.

Ma allora è vero...
Certo che è vero. Io sono molto clownesco, mi piace divertirmi.

Invece, il Lucio Dalla che crede in Dio come potremmo definirlo?
Non so. Personalmente mi sento vicino a un gruppo luterano del Cinquecento, gli Spirituali, di cui faceva parte Michelangelo...


Fonte :  "Io donna", 5-11 novembre 2011

giovedì 1 marzo 2012

Lo sciopero degli immigrati Provate: "Un giorno senza di noi"


 MOBILITAZIONE
Lo sciopero degli immigrati
Provate: "Un giorno senza di noi"


Senza operai né braccianti, senza infermieri né muratori, senza imprenditori, colf e badanti, E' la terza volta che i migranti lanciano la "sfida" tingendo di giallo le piazze italiane. Le richieste: abrogazione della Bossi-Fini, cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i Cie in Italia e in Europa. Inoltre: la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia
di VLADIMIRO POLCHI, da Repubblica


ROMA - Sit-in, cortei, dibattiti, convegni, flash mob, letture e musica. Da Bolzano a Palermo. L'appuntamento è fissato per oggi, 1° marzo. È lo sciopero degli immigrati: "Un giorno senza di noi 1", senza operai, braccianti, infermieri, muratori, imprenditori, colf e badanti. Per il terzo anno consecutivo, i migranti si apprestano a tingere di giallo le piazze italiane.

I precedenti. Più che di sciopero si dovrebbe più propriamente parlare di "mobilitazione". Del resto le esperienze dei due anni passati 2 ne sono la riprova: salvo parziali astensioni dal lavoro in alcune fabbriche del Centro-Nord (soprattutto in Emilia-Romagna), lo sciopero, in senso tecnico, degli immigrati non ha funzionato. Gli appuntamenti del primo marzo e l'appello della portavoce. Tutti i programmi locali e i convegni del primo marzo 2012 sono scaricabili dal sito del Comitato 3 organizzatore. Online anche il video della portavoce nazionale del Primo marzo Cécile Kashetu Kyenge.

Indumenti gialli e copri-passaporto. Oltre ai consueti indumenti gialli che vogliono "caratterizzare la neutralità del movimento", la novità del 2012 è la distribuzione di un copri-passaporto, che riporterà il primo e l'ultimo articolo della Carta mondiale dei migranti sulla libera circolazione delle persone, firmata lo scorso anno a Gorèe. Il copri-passaporto è scaricabile, con click sulla lingua corrispondente, sempre sul sito del Comitato.

Le "parole d'ordine". Diverse le richieste con le quali si scenderà quest'anno in piazza: "Per l'abrogazione della legge Bossi-Fini, la cancellazione del contratto di soggiorno per lavoro e la chiusura di tutti i Cie in Italia e in Europa; per la cittadinanza immediata ai bambini nati in Italia; per dire no al permesso a punti e a nuove tasse sul rinnovo del permesso di soggiorno; per una regolarizzazione generale di chi non ha un permesso di soggiorno".
(01 marzo 2012)

C'era una volta il federalismo


UNA MARCIA INTERROTTA (FORSE PER SEMPRE)
C'era una volta il federalismo
Nelle intenzioni del governo che l'ha istituita, l'Ici (Imposta comunale sugli immobili) era destinata a essere la chiave di volta del federalismo municipale. Ancor prima di trasformarsi in Imu (Imposta municipale unica) è diventata una indispensabile fonte di gettito per il bilancio dello Stato. Le Tesorerie comunali erano un simbolo dell'autonomia municipale. Una norma del decreto sulle liberalizzazioni prevede che i Comuni versino al ministero delle Finanze tutti i «residui attivi», vale a dire le somme stanziate ma non utilizzate. Il turismo è una delle competenze assegnate alle Regioni, ma il ministro Piero Gnudi non nasconde che le cose andrebbero meglio se di questa materia si occupasse lo Stato. La Sanità è certamente una competenza regionale, ma il federalismo sanitario si è rivelato molto costoso e ha avuto l'effetto di rendere ancora più drammaticamente visibile il divario di efficienza tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Queste riflessioni coincidono con un periodo in cui lo Stato è costretto dalle circostanze a cercare, dovunque sia, il denaro di cui ha bisogno. È possibile che la marcia verso il federalismo, passata la bufera, riparta con il consenso pressoché unanime di questi ultimi anni?

Non ne sono sicuro. Sapevamo ormai da molto tempo che gli organi di governo locale (con l'eccezione di numerosi Comuni) sono diventati al tempo stesso sportelli di spesa e agenzie di collocamento. I loro organici e gli immobili costruiti per ospitarli hanno soltanto un rapporto remoto con le funzioni e le esigenze dell'ente. Servono a organizzare eventi spesso inutili (a ogni città il suo festival), a stipendiare consulenti, ad assumere nuovi funzionari e impiegati, a presidiare aziende di pubblica utilità. Servono, in ultima analisi, a conquistare voti nelle prossime elezioni. Se l'Italia fosse seriamente federalista, la Lega dovrebbe essere in prima fila tra coloro che chiedono la eliminazione delle Province. Ma il partito di Bossi, per conservare la sua base elettorale e continuare a sventolare la bandiera della Padania, ha bisogno, paradossalmente, dell'ente meno federale dello Stato italiano.

La crisi ha avuto un grande merito. Ha scoperchiato la pentola del cattivo federalismo e ha reso ancora più evidenti gli sprechi di cui è responsabile. Ha dimostrato che il sistema ha creato un nuovo feudalesimo e ha reso l'Italia più disunita di quanto fosse all'epoca dei festeggiamenti per il suo primo centenario. Il governo Monti non può perdere tempo prezioso per scrivere una nuova versione del Titolo V della Costituzione e non ha interesse a distrarsi dai suoi compiti principali per scendere in guerra contro tutti i baroni di questo federalismo clientelare. Ma la classe politica dovrà ricordare che l'Italia ha qualche possibilità di essere federale soltanto se il sistema verrà radicalmente pulito e rinnovato. Anche un buon federalista dovrebbe ammettere che il Paese, in questo momento, ha soprattutto bisogno di buoni prefetti.

di Sergio Romano, dal corriere

In Val di Susa una sfida per il premier


di GIAN ENRICO RUSCONI, dalla stampa

La conflittualità che investe la Valle di Susa ha perso la natura di un normale conflitto sociale in una democrazia. Rischia di diventare una rivolta contro l'autorità stessa dello Stato - una rivolta cui la militarizzazione della valle dà i connotati di un virtuale stato di guerra. E' una umiliazione della democrazia. E' tempo che il presidente del Consiglio esca dal suo riserbo. Lo deve anche alla maggioranza dei cittadini italiani, che magari tardivamente si sono resi conto delle dimensioni reali e complesse del problema, ed ora sono sinceramente sconcertati e turbati.

Le ultime notizie parlano di dichiarazioni di disponibilità da parte di alcuni ministri del governo ad riaprire ancora «il dialogo» senza abbandonare la «fermezza». In concreto questo vorrebbe dire che non si torna indietro dalla decisione di procedere con i lavori per l'alta velocità, ma che ci sono ancora spazi di trattativa sulle condizioni ambientali (ecologiche e socio-economiche), sulle compensazioni per i contraccolpi negativi dell'intera operazione. Pare anche che ci sia una significativa parte di cittadini della Valle disposti a riprendere questa strada, rendendosi conto del clima distruttivo che si è creato.
Ma lo scetticismo è d'obbligo.

La situazione è incerta. Non si può escludere che si aprano forti tensioni all'interno del movimento di protesta con conseguenze imprevedibili. I No Tav radicali che guidano la protesta - e che non sono classificabili automaticamente come «violenti» - non intendono contrattare i termini della esecuzione della Tav, ma la vogliono semplicemente rendere ineseguibile. Impraticabile politicamente, prima ancora che operativamente.

Ma c'è di più, la decisione governativa che è stata vissuta dagli abitanti della Valle di Susa come una prevaricazione, si è dilatata mediaticamente, polarizzando su di sé disagi e conflitti diffusi nel Paese anche quando questi non sono neppure lontanamente paragonabili con quella della valle. La sigla No Tav è diventata un simbolo di disobbedienza civile.
Ma si può ora rendere reversibile o modificabile una decisione che si sta rivelando tanto costosa dal punto di vita politico? Chi ha l'autorità di farlo?

Siamo davanti alla prima seria sfida all'autorevolezza del governo Monti - sfida tutta politica perché tocca il principio di autorità. Le tensioni e i conflitti verificatisi attorno alle iniziative economiche, finanziare e sociali del governo si sono mossi sin qui tutti entro i confini di un confronto/scontro democratico, energico ma controllato. Soltanto la protesta degli autotrasportatori settimane or sono ha pericolosamente sfiorato i limiti. In questa occasione la strategia del governo è stata di una paziente azione moderatrice. Ma disponeva di una risorsa importante: la sostanziale impopolarità dell'oltranzismo degli autotrasportatori. A favore del governo ha giocato quindi l'impatto mediatico negativo delle immagini del blocco dei Tir.

Stiamo imparando a conoscere le ambivalenze della copertura mediatica (e giornalistica) delle forme di protesta. La ricerca a tutti i costi dell'effetto mediatico clamoroso e provocatorio non garantisce automaticamente successo alle ragioni di chi protesta. Anzi, porta i cittadini a valutare con maggiore serietà le ragioni e i torti dei contestatori. E’ quanto potrebbe succedere nelle prossime ore anche in Val di Susa. Anche grazie all'ormai famoso monologo ingiurioso del No Tav rivolto al carabiniere silenzioso.

Ma torniamo al governo. Mi auguro che Monti non si lasci assorbire interamente dai giochi di pressione e ricatto sul decreto legge sulle liberalizzazioni. Che sappia valutare la serietà politica e di civiltà democratica del caso della Val di Susa, che non è riducibile ad una questione di ordine pubblico. E quindi faccia sentire la sua voce. Monti deve trovare le parole giuste che non si limitino a ribadire le buone ragioni della decisione presa dai governi che l'hanno preceduto. Non può certo presentarsi come semplice prosecutore ed esecutore di quella decisione ma neppure azzerarla o alterarla nella sostanza. Non so se lui e i suoi collaboratori abbiano in serbo qualche soluzione innovativa o (di nuovo) mediatrice. Ne dubito, ma certamente il presidente del Consiglio deve saper convincere i cittadini della Val di Susa che i loro ultimi comportamenti (o i comportamenti da loro tollerati e magari strumentalizzati) non solo allontanano da una ulteriore revisione del progetto Tav ma mettono a rischio il buon funzionamento della democrazia.

So benissimo che c'è il rischio che queste parole cadano nel vuoto, anzi creino contraccolpi di segno contrario. Tanto più che Monti non può illudersi di avere il sostegno incondizionato dei partiti, che si esprimeranno certamente con mille distinguo. Ma di fronte ai cittadini italiani è dovere del presidente del Consiglio esprimersi con chiarezza, mettendo in gioco la sua stessa autorevolezza senza eludere o sottovalutare il significato di questa prova per la nostra democrazia.