sabato 9 aprile 2011

GLI INTERVENTI SPECIALI PER IL MEZZOGIORNO: UN PROBLEMA DI QUANTITÀ E DI QUALITÀ E-mail
Mezzogiorno
di Gianfranco Viesti
dalla rivista "nelmerito.com"
08 aprile 2011
interventi speciali mezzogiornoLa Commissione Bicamerale per l’attuazione del federalismo sta affrontando il decreto attuativo  dell’articolo 16 della legge 42, in materia di “risorse aggiuntive ed interventi speciali per la rimozione degli squilibri economici e sociali”1.

Gli interventi speciali sono previsti dall’art. 119.V della Costituzione, che li destina a  “promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale,  rimuovere gli squilibri economici e sociali, favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona”. Ma la loro importanza non è solo nel formale rispetto del dettato costituzionale.

Essi possono svolgere un ruolo fondamentale per il rilancio dell’economia italiana.
Le aree oggetto degli interventi speciali, prevalentemente ma non esclusivamente nel Sud del paese, sono caratterizzate da una ampia sottoutilizzazione delle risorse disponibili, in particolare umane. Tale situazione è frutto, in estrema sintesi, delle più difficili condizioni in cui operano le imprese e dal loro insufficiente sviluppo, quantitativo e qualitativo. Gli interventi speciali mirano a migliorare tali condizioni, favorendo così lo sviluppo delle imprese e il maggiore e migliore utilizzo delle risorse, in particolare umane. Attraverso questo processo si crea un forte beneficio all’intera economia nazionale. Più imprese, maggiore occupazione significano minore necessità di interventi sociali di sostegno, maggiore domanda (anche, molto, per le imprese delle aree non oggetto di intervento), maggior gettito fiscale e contributivo; possono determinare sviluppo delle esportazioni e dell’innovazione. E’ bene ricordare anche che tali interventi determinano anche un immediato e cospicuo impatto diretto (ipotizzabile fra un quinto e un terzo del loro ammontare) sulle altre aree del paese (non oggetto di interventi) sotto forma di maggiori esportazioni interregionali di beni e servizi (WIIW-Ismeri 2010).

Essi possono svolgere un ruolo fondamentale per un progresso verso le effettive pari opportunità per tutti i cittadini italiani. Vivendo in aree caratterizzate da un insufficiente sviluppo delle imprese e della domanda di lavoro, molti cittadini italiani, prevalentemente giovani a scolarizzazione medio-alta, non possono disporre di opportunità lavorative e professionali adeguate. Questa carenza di opportunità si ripercuote anche in fenomeni estremamente preoccupanti per l’intera collettività nazionale, quali tassi di natalità ai minimi in Europa e nel mondo anche in regioni in passato caratterizzate da natalità elevata. L’emigrazione non può essere l’unica risposta a questa carenza di opportunità: sia per le grandi dimensioni del fenomeno e la insufficiente possibilità di realizzazione lavorativa in altre aree del paese e del mondo (specie con l’attuale crisi economica), sia perché emigrazioni ancora più rilevanti di quelle attualmente in corso produrrebbero fenomeni economici involutivi nelle aree più deboli, con conseguenti maggiori necessità di interventi sociali di sostegno per garantire alla popolazione residua i diritti di cittadinanza.

Essi possono svolgere un ruolo fondamentale per garantire il successo dell’intero processo di decentramento, autonomia, responsabilità, di cui la legge 42 è parte importante. Solo lo sviluppo del reddito e dell’occupazione nelle aree più deboli del paese può garantire la progressiva riduzione di interventi perequativi. Solo il miglioramento delle dotazioni di infrastrutture materiali e immateriali può consentire, parallelamente ad una maggiore efficienza nell’erogazione dei servizi, l’effettivo raggiungimento dei “costi standard”. Sviluppo del reddito e dell’occupazione e miglioramento delle dotazioni infrastrutturali si rafforzano a vicenda, garantendo maggiore gettito fiscale locale, maggiore efficienza nei servizi, minore perequazione.

L’Italia è come noto caratterizzata da ampi divari di reddito fra le sue regioni; a tali divari di reddito corrispondono divari molto ampi nelle dotazioni di infrastrutture materiali e immateriali. A differenza di quanto avvenuto in quasi tutti i paesi OCSE negli ultimi 15 anni i divari di reddito non si sono allargati, anzi si sono, molto lievemente, ridotti; permangono però assai ampi (Ocse 2009). Anche i divari nelle dotazioni sono e permangono estremamente ampi; non si sono ridotti negli ultimi anni; lo testimoniano tutte le rilevazioni. Fra le più recenti rivestono particolare interesse quelle realizzate dalla Fondazione Agnelli (2010) sulle infrastrutture scolastiche e da Banca Intesa-Fondazione CERM (2010) sulle infrastrutture sanitarie.

Nei primi 90 anni della sua storia l’Italia ha visto crescere sistematicamente e fortemente i propri squilibri interni. A partire dagli anni Cinquanta, per circa un ventennio, essi si sono significativamente ridotti. Ciò è stato connesso proprio all’attuazione di interventi speciali, all’epoca quelli della Cassa per il Mezzogiorno. L’azione della Cassa, fino alla sua opportuna soppressione nel 1992, è però divenuta con il tempo sempre meno efficace. Da allora gli interventi speciali sono condotti sia con le risorse e gli strumenti delle politiche di coesione europee, sia con interventi nazionali. A partire dal 1998 gli interventi speciali sono stati rivisti e riorganizzati in quanto a finalità e strumenti. Gli interventi nazionali sono stati razionalizzati nel 2002 con la creazione del Fondo Aree Sottoutilizzate (recentemente ridenominato Fondo per la coesione e lo sviluppo). Come in tutta Europa, gli interventi a valere sulle risorse europee sono programmati su base settennale, coerentemente con le Prospettive Finanziarie dell’Unione. Molto opportunamente in Italia vengono programmati già insieme fondi europei, cofinanziamento nazionale e fondi nazionale (come previsto anche dal decreto in discussione, all’art. 4.2). E’ attualmente vigente il Quadro Strategico Nazionale 2007-13, che copre l’intero territorio nazionale.

Questo insieme di interventi non è stato sinora in grado di ridurre gli squilibri nelle dotazioni di infrastrutture materiali e immateriali e nel reddito. Tale incapacità è dovuta a due grandi cause: in misura prioritaria alla mancata addizionalità degli interventi; in misura accessoria a problemi nella loro programmazione e realizzazione.

La mancata addizionalità degli interventi speciali è, sin dalla fine degli anni Novanta, certificata dai dati presentati nel Quadro Finanziario Unico predisposto dal Dipartimento per le politiche di coesione e sviluppo (Ministero dello Sviluppo Economico-DPS vari anni). Tali dati consentono di verificare che gli interventi “speciali” si sommano ad un livello “ordinario” che è nelle aree oggetto di intervento, ed in particolare nel Mezzogiorno, molto inferiore al resto del paese. Essi dunque più che sommarsi, sostituiscono mancati interventi ordinari. L’indicatore che meglio sintetizza questa realtà, e cioè la spesa pubblica in conto capitale del settore pubblico allargato procapite è infatti, a partire dall’inizio dello scorso decennio sistematicamente inferiore nel Mezzogiorno rispetto alla media nazionale. E’ evidente che in tale situazione, per definizione, gli interventi “speciali” non possono indurre alcuna riduzione né negli squilibri di dotazione né in quelli di reddito. Conscio di questa realtà il Governo nazionale (a fine della legislatura 1996-2001, e poi nelle due successive) ha individuato un valore obiettivo (espresso in percentuale dei dati nazionali) tale da garantire questa addizionalità. E’ stato così previsto che la quota di spesa pubblica in conto capitale ordinaria fosse pari nel Mezzogiorno al 30%; che le risorse FAS fossero destinate per l’85% al Sud. Data la allocazione dei fondi di coesione europei (definita da regole comunitarie) tali prescrizioni avrebbero fatto sì che al Mezzogiorno fosse destinato il 45% della spesa in conto capitale (Viesti 2009).

Tali obiettivi non sono mai stati raggiunti; anzi, a partire dal 2002 ci si è progressivamente e significativamente allontanati da tali obiettivi. Con l’attuale Legislatura il Governo ha abbandonato ogni obiettivo quantitativo. Per di più ha operato una fortissima riduzione delle risorse, già definite nel Quadro Strategico Nazionale. In particolare, 23,6 miliardi di euro del FAS nazionale sono stati spostati da spesa in conto capitale a spesa corrente. Le disponibilità per spesa in conto capitale nel Sud si sono complessivamente ridotte di 25,9 miliardi. Ciò comporterà una ulteriore riduzione degli interventi speciali nel Mezzogiorno nei prossimi anni stimabile in almeno il 20%, che si somma ad una fortissima riduzione degli investimenti pubblici ordinari (-18% stando alla Banca d’Italia nel 2010) in tutto il paese e in particolare nel Sud (Prota e Viesti 2011).

Queste politiche hanno sofferto anche di problemi qualitativi. Essi paiono simili a quelli riscontrabili per politiche ordinarie simili, anche in altre regioni; ma lo sono in misura più accentuata. Essi sono riconducibili principalmente ad una tempistica degli interventi (dalla programmazione alla realizzazione) estremamente lunga; ciò è causato da ritardi ed errori nella programmazione da parte di Ministeri e Regioni; da forti ritardi nelle progettazioni, appalti, realizzazioni specie da parte di Enti Locali e aziende pubbliche come ANAS e FS; dalle generali difficoltà del paese nelle realizzazione in particolare di opere pubbliche. Ciò è testimoniato da una velocità di spesa assai lenta delle risorse FAS e dall’utilizzo di cosiddetti “progetti coerenti” (specie per le grandi infrastrutture di trasporto) per i fondi europei.

E’ in questo quadro che può essere letto il testo attualmente in discussione. Due sono gli ambiti principali di possibile valutazione, corrispondenti ai problemi appena enunciati: addizionalità, realizzazione.

Nel testo in discussione non figura alcuna misura programmatica degli interventi speciali, al di là della ripartizione 85%-15% del Fondo per lo sviluppo e la coesione. Tale circostanza appare assai singolare in confronto agli altri decreti attuativi della legge 42, opportunamente molto precisi nelle quantificazioni. Per quanto sinora argomentato appare evidente che, in mancanza di indicazioni programmatiche quantitative sulla dimensione degli interventi speciali, il decreto in discussione rischia di essere complessivamente inefficace, restando inattuato quanto previsto circa l’aggiuntività, all’art.2.1.c. Ciò, a maggior ragione, richiamando quanto detto in apertura sul nesso fra decentramento, autonomia e responsabilità delle politiche pubbliche, costi e fabbisogni standard e livelli di reddito.

Questa assenza, non fornisce nessuna garanzia circa l’effettiva addizionalità, e in generale sull’effettiva realizzazione degli interventi speciali, e dunque sul completamento del generale processo di cui è parte la legge 42 in un suo fondamentale aspetto. Per di più, con la fortissima riduzione operata sui fondi FAS e con le rilevanti incertezze circa dimensione e caratteristiche delle politiche di coesione comunitarie 2014-2021, la mancata indicazione di obiettivi quantitativi rischia di certificare la progressiva, sostanziale, sparizione degli interventi speciali nel nostro paese. Dato che i vincoli di bilancio – anche alla luce delle decisioni in itinere in sede comunitaria – saranno a lungo stringenti, l’”adeguatezza” delle risorse prevista dal decreto appare un criterio troppo vago.

Per ovviare a ciò, può essere richiamata come via principale l’esperienza 1998-2008, da parte di Governi di diverso colore politico, nel fissare una ripartizione programmatica (30% Mezzogiorno, 70% CentroNord) della spesa complessiva ordinaria in conto capitale del settore pubblico allargato; e nel fissare un obiettivo finale programmatico (45% Mezzogiorno, 55% CentroNord) della spesa pubblica totale in conto capitale, entrambi da sottoporre a verifica annuale da parte del Parlamento. Alternativamente può essere fissata una dimensione degli interventi speciali in termini di quota di PIL: essa ha il vantaggio rispetto alla precedente di essere indipendente dall’ammontare della spesa in conto capitale nazionale; ma lo svantaggio di non considerare l’ammontare della spesa ordinaria.

Il testo in discussione opportunamente prevede l’intesa in sede di Conferenza Unificata per la riprogrammazione del Fondo, ma non prevede l’intesa per l’aggiornamento dell’articolazione annuale, che parrebbe opportuna. Altresì non è chiaro cosa accade (in termini di sanzioni/garanzie) se si provvede (come avvenuto nel 2008-10) alla riduzione della dotazione complessiva del Fondo.

Quanto alle problematica di efficienza ed efficacia degli interventi sono formulabili alcune osservazioni.

In primo luogo, il testo produce un accentramento delle procedure decisionali presso il Governo nazionale, non prevedendo ad esempio – come invece accade ora – l’articolazione del Fondo in programmi regionali e nazionali. Tale accentramento appare assai sorprendente in un decreto attuativo di una legge di decentramento

In secondo luogo, in presenza di un Ministro delegato, la concertazione interministeriale appare singolare. Esso può sostanzialmente agire solo d’intesa con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, intesa richiesta per ogni passo attuativo.

In terzo luogo, pare assai positivo ed opportuno quanto previsto circa la “condizionalità” dei fondi ad un sistema di indicatori di risultato, di valutazione, di previsione di riserve premiali e meccanismi sanzionatori, e attraverso la stipula del “contratto istituzionale di sviluppo”. Viene previsto anche l’esercizio del potere sostitutivo. Lascia però perplessi la circostanza che tale contratto venga stabilito solo con le Regioni e le amministrazioni interessate, e preveda sanzioni per queste ultime. L’esperienza recente mostra ritardi ed inadempimenti sensibili anche da parte dei “Ministeri competenti”, nei confronti dei quali non parrebbe si applichino simili procedure o comunque meccanismi sanzionatori, o di commissariamento. L’efficacia delle condizionalità in questo senso potrebbe essere significativamente ridotta.

1. Questo testo riprende, con lieve modifiche, la memoria depositata presso la Bicamerale in occasione dell’audizione dell’autore il 30 marzo 2011

Riferimenti:
Applica, Ismeri, Wiiw (2010), Synthesis report of the ex-post evaluation of the cohesion policy  programmes financed by ERDF in Objective 1 and 2 regions, Bruxelles;
Fondazione Giovanni Agnelli (2010), Rapporto sulla scuola in Italia 2010, Laterza Roma-Bari;
Intesa Sanpaolo-Fondazione CERM (2010), Il mondo della salute fra governance federale e fabbisogni infrastrutturali;
Ministero dello Sviluppo Economico-DPS, Rapporto Annuale, vari anni, Roma;
Ocse (2009), Regions at a glance, Parigi;

                               L'INCHIESTA
Il piano truffa del premier, così
la scossa all'economia è diventata un bluff
Costituzione, Sud, casa e incentivi: promesse addio. A due mesi esatti dal varo del tanto sbandierato pacchetto per la crescita, non uno degli impegni è stato avviato

di MASSIMO GIANNINI
da "Repubblica"
ANNUNCIAVANO una "scossa", e invece è stata una truffa. Oggi, a due mesi esatti dal varo del famoso "Big bang della ripresa", i nudi fatti dimostrano che il pacchetto "scossa all'economia", approvato a Palazzo Chigi il 9 febbraio scorso, è stata una banale operazione di marketing politico, una volgare "televendita", un puro diversivo. L'Italia è ferma, e il governo è immobile. È un giudizio basato sull'evidenza, non un pregiudizio dettato dall'ideologia. E non lo inficia il grande attivismo di Giulio Tremonti, sulle nomine nelle public utilities, sul ribaltone alle Generali e ora sulla nascita del Fondo salva-imprese da 20 miliardi, che nascerà lunedì sulle fondamenta della Cassa depositi e prestiti e che (anche se il ministro lo nega) somiglia tanto all'Iri del Terzo Millennio.

Queste sono altre "partite": riguardano il potere dell'establishment, non la crescita del Paese. La partita della crescita la stiamo perdendo. Per la semplice ragione che il governo non la sta giocando. "Per tornare a crescere dobbiamo dare una forte scossa all'economia. Forse la più forte che ci sia mai stata". Era il 2 febbraio, e Silvio Berlusconi, in un'intervista al Tg1 delle otto rassicurava così gli italiani, fiaccati da una lunga crisi economica, da una crescita zero del Prodotto lordo, da una disoccupazione giovanile al 30%. Una settimana dopo, il 9 febbraio appunto, ecco l'atteso "elettroshock". Consiglio dei ministri straordinario a Palazzo Chigi, per varare il pacchetto "scossa all'economia". In conferenza stampa, con la parata dei ministri al gran completo e un Tremonti silenzioso (e palesemente conscio dell'effetto-raggiro della messinscena) il presidente del Consiglio annunciava entusiasta: "Siamo a un punto di svolta. Con questa scossa rilanceremo l'economia. Siamo sicuri che ci saranno sviluppi positivi, con un impatto sul Pil dell'1,5%. L'obiettivo è raggiungere una crescita del 3%, e perché no, anche del 4% nel giro di 5 anni".
Un trionfo. Salutato con toni celebrativi dall'intero circuito mediatico berlusconiano. Quel mercoledì 9 febbraio, il governo dava il "colpo d'ala" e il premier usciva finalmente dall'angolo, dopo settimane di stillicidio giudiziario con il tribunale di Milano e di quasi suicidio politico dentro la maggioranza. La "scossa" per far ripartire l'economia ruotava intorno a quattro "stimoli". La riforma dell'articolo 41 della Costituzione, per recidere lacci e lacciuoli dello Stato regolatore. Il riordino degli incentivi alle imprese, per renderli veloci e selettivi. Un provvedimento sulla semplificazione, per snellire procedure e adempimenti. Il Piano Sud, rilanciato per la quinta volta in un anno e mezzo. Il Piano Casa, ripresentato per la terza volta dalla vittoria elettorale del 13 aprile 2008.

A sessanta giorni esatti dai proclami del premier, il pacchetto si è dissolto nel nulla. Non uno di quei cinque punti spacciati come "rivoluzionari" all'opinione pubblica si è tradotto in norma di legge. Non uno di quei "miracoli" venduti alle parti sociali si è tradotto in atti concreti. Non c'è nulla. Non solo di varato, ma neanche di discusso, alla Presidenza del Consiglio, nei ministeri competenti, in Parlamento, negli enti locali. Nulla. A dispetto delle emergenze degli italiani e delle urgenze delle imprese.

L'articolo 41 di Tremonti
"È permesso tutto ciò che non è espressamente vietato". Questo era il nuovo "dogma" liberal-liberista, con il quale il governo aveva presentato la riforma dell'articolo 41 di una Costituzione considerata "sovietica" dal premier. Tremonti l'aveva preannunciata da almeno un anno, indicandola come un formidabile propellente per lo spirito d'impresa. Il 9 febbraio il provvedimento viene annunciato dal Consiglio dei ministri. Cambiano tre articoli della Costituzione: non solo il 41 (sulla funzione sociale dell'impresa), ma anche il 97 (con l'introduzione del "merito" nella Pubblica Amministrazione) e il 118 (che si modifica attribuendo allo Stato e agli enti locali il compito di "garantire l'autonoma iniziativa dei cittadini sulla base del principio di sussidiarietà").

Il ministro del Tesoro, che dovrebbe gioire, in conferenza stampa glissa e se ne va quasi subito, per prendere il treno che lo porterà nel Mezzogiorno insieme a Bonanni e Angeletti, in quello che è stato subito ribattezzato come "il viaggio della speranza". Ma riporre speranze salvifiche nel nuovo articolo 41 è fallace. Intanto perché è una revisione costituzionale, che ai sensi dell'articolo 138 richiede quattro lettura parlamentari e un eventuale referendum confermativo. Poi perché in 63 anni le imprese italiane sono nate e cresciute libere anche senza questa "revisione", di cui si fa fatica a comprendere l'impatto. E infine perché quel testo (rubricato alla Camera come n. 4144) è già affondato nel mare degli oltre 120 ddl di riforma costituzionale depositati e mai esaminati neanche in commissione. Nonostante questo, durante la conferenza stampa del 9 febbraio il ministro del Welfare Sacconi non risparmia i soliti toni epici: "Questa è una riforma storica". Come tutto quello che da due anni questo governo annuncia. Ma non fa.

Gli incentivi alle imprese di Romani
Altro ingrediente forte della "scossa", il neo-ministro dello Sviluppo Paolo Romani lo descrive così: "Con questo provvedimento eliminiamo le norme esistenti e riordiniamo gli incentivi in tre categorie: 1) rendiamo più semplice l'accesso agli incentivi automatici; 2) lanciamo nuovi bandi per il finanziamento di programmi organici; 3) snelliamo le procedure negoziali per il finanziamento dei grandi progetti d'investimento". Il testo riscrive "la disciplina della programmazione negoziata e degli incentivi per lo sviluppo del territorio, degli interventi di reindustrializzazione delle aree di crisi, degli incentivi per la ricerca e l'innovazione, di competenza del ministero dello Sviluppo a norma dell'articolo 3 della legge 99 del 23 luglio 2009". Ma c'è un primo problema: come recita il comunicato di Palazzo Chigi del 9 febbraio, il Cdm quel testo non l'ha varato affatto, ma si è limitato ad approvare "lo schema, rinviando ad un apposito decreto legislativo" da esaminare in un successivo Consiglio. C'è un secondo problema: anche quel decreto legislativo non ha mai visto la luce, perché nel frattempo in Parlamento sono scaduti i tempi per esercitare la delega. Quindi si ripartirà da zero. Se mai si ripartirà.

La semplificazione di Calderoli
Il terzo movimento della "frustata" incide sul rapporto tra Stato e mercato. Lo spiega ai cronisti il ministro competente, il leghista Roberto Calderoli: "Si tratta di norme semplificatorie che riguardano campi diversi, contratti pubblici, riqualificazione urbana, immobili di interesse culturale, volte a conferire celerità e snellezza delle procedure". Ma già dalla lettura del comunicato ufficiale di Palazzo Chigi del 9 febbraio, si capisce che la propaganda sta correndo più veloce della realtà. Anche in questo caso, il Consiglio dei ministri non ha approvato nulla, ma "ha avviato l'esame di un pacchetto di norme", e successivamente "ha rinviato a un tavolo di concertazione tra i numerosi ministri interessati la stesura definitiva del provvedimento, che sarà successivamente approvato in una prossima seduta". Da allora, non è stato messo in piedi alcun "tavolo", non c'è stata alcuna "stesura definitiva", non è stata convocata nessuna "prossima seduta". Non basta: il 9 marzo, un mese dopo l'annuncio della "scossa", lo stesso Calderoli ferma clamorosamente le macchine: "Il provvedimento sulla semplificazione slitta a dopo Pasqua". La motivazione riflette il caos entropico e la debolezza politica della coalizione forzaleghista: "Serve prima riportare la maggioranza nelle commissioni, a partire dalla Bilancio". Dunque, anche sulla semplificazione nulla di fatto. Se ne riparlerà a maggio. Salvo ulteriori rinvii.

Il Piano Sud di Fitto
Che sia un probabile bluff si capisce già il mercoledì della "scossa". Il Piano Sud era stato presentato e rilanciato già quattro volte. Ma in conferenza stampa il ministro per le politiche regionali Raffaele Fitto annuncia che entro il primo marzo arriverà la delibera Cipe e dichiara: "Si conferma l'impianto di novembre 2010, ed entro il 30 aprile sarà avviato il pacchetto di provvedimenti di attuazione". Il primo marzo è passato, e la delibera Cipe non si è vista, Al 30 aprile mancano tre settimane, ma non si è mossa una foglia. Lo ha ammesso malvolentieri lo stesso ministro, rispondendo in Senato a un parlamentare dell'opposizione: "La situazione è abbastanza preoccupante per le quantità di risorse rispetto agli obiettivi del piano... Entro marzo, e comunque non oltre aprile, il governo completerà l'iter approvativo... Quanto al Cipe, è chiaro che il riferimento al primo marzo era per segnare un periodo entro il quale completare questa fase... ". Come dire: è una scadenza buttata lì a caso, ma non conta niente e non vincola nessuno. Infatti la scadenza è passata, e niente è accaduto.

Il Piano Casa del Cavaliere
È il progetto sul quale il presidente del Consiglio ha dovuto già innescare due imbarazzanti retromarce. Non pago, il 9 febbraio ci riprova. "Riparte il Piano Casa, in uno dei prossimi Consigli dei ministri vareremo un decreto legge per rimuovere tutti gli ostacoli burocratici". Due mesi dopo, nessun Consiglio dei ministri riunito sul tema, nessun decreto legge varato, nessun ostacolo burocratico rimosso. Il Piano Casa resta una delle peggiori truffe mediatiche di questi ultimi anni. Le Regioni che possono vanno avanti da sole, con misure parziali ed episodiche che aiutano qualche piccola ristrutturazione, ma non danno certo "carburante" alla ripresa. Finora tredici governatori (dal Lazio alla Lombardia, dall'Emilia al Piemonte) hanno varato Piani Casa locali. Da Palazzo Chigi tutto tace.

La parabola del "pacchetto scossa" è tutta qui. La più colossale operazione di propaganda politico-economica mai costruita da un governo nella storia repubblicana. La più inquietante "arma di distrazione di massa" mai concepita da una maggioranza occupata soltanto a risolvere i problemi giudiziari del premier. Solo una domanda, cruciale: di fronte a questi imbrogli evidenti e fraudolenti, l'establishment no ha nulla da dire? Dov'è la Confindustria, raggirata sugli incentivi e sulla sburocratizzazione? Dove sono Cisl e Uil, ingannate sul fisco e sul Mezzogiorno? In attesa di risposte, non resta che aspettare il 12 aprile: entro martedì prossimo, Tremonti dovrà consegnare alla Ue il nostro Piano Nazionale di Riforme. Sarà il momento della verità. A Roma puoi anche barare, a Bruxelles non te lo permettono.
m.giannini@repubblica.it
(09 aprile 2011)

(09 aprile 2011)


venerdì 8 aprile 2011

“Capisco la frustrazione dei giovani, ma il governo non può investire”
Giuliano Cazzola, deputato Pdl e consigliere politico di Brunetta, appoggia con riserva la manifestazione del 9 aprile: "I piani presentati dal ministro Sacconi e dalla Gelmini cercano di affrontare il problema anche se assicurare uno sviluppo maggiore e più rapido nel breve periodo è impossibile. Esperienza all'estero? E' una possibilità"
“Il governo fa il possibile per tutelare le famiglie e i giovani pagano il prezzo più alto”. Giuliano Cazzola, studioso di politiche sociali, vicepresidente della commissione lavoro alla Camera dei Deputati, deputato del Pdl, consigliere politico del ministro Renato Brunetta, amico di vecchia data del Ministro Sacconi e del giuslavorista Marco Biagi non è contrario alla manifestazione dei precari del 9 aprile. Seppur con qualche riserva.

Onorevole Cazzola, i giovani lamentano immobilismo e disattenzione da parte della politica e hanno deciso di fare rete e manifestare contro il precariato il prossimo nove aprile, cosa risponde?

È positivo che scendano in piazza perché è vero che oggi i giovani hanno poco peso politico, anche sa vorrei ricordare che la situazione dell’Italia non è delle più semplici. I posti di lavoro non si creano dal nulla e le imprese tendono a riassumere chi è in cassa integrazione da mesi se non da anni. Credo che in futuro saranno gli assetti demografici a consentire di trovare un equilibrio anche se rimarranno discrepanze per una disoccupazione intellettuale che continuerà a non trovare posto.

Ancora la storia dei giovani che devono prediligere i lavoro manuale? Chi si laurea non ha speranze?

È vero, l’Italia ha un primato negativo sulla disoccupazione che è alimentato da una mancanza di incontro tra domanda e offerta. Si devono trovare forme di flessibilità che consentano l’ingresso nel mondo del lavoro, ma che guardino anche alle necessità del Paese.

Ma anche questa risposta dovrebbe arrivare dalla politica, formazione compresa. Un paradosso sottolineato dalla riforma Gelmini che con i tagli previsti continua ad alimentare una protesta permanente.

Io capisco la seccatura dei giovani e la frustrazione della mancanza di lavoro, ma i piani presentati dal ministro Sacconi e dalla Gelmini cercano di affrontare il problema anche se assicurare uno sviluppo maggiore e più rapido nel breve periodo è impossibile anzi impensabile.

I giovani, i precari e chi sabato sarà in piazza a manifestare non chiedono l’impossibile, solo poter vivere una vita dignitosa.

Ci sono diritti del lavoro che devono essere ridistribuiti, ma le risorse che oggi il governo ha a disposizione sono insufficienti a rispondere a certe emergenze. E anche quando i fondi ci sono c’è un problema di sistema, si hanno difficoltà a spendere i soldi in modo adeguato. In una crisi lavorativa come quella italiana il welfare ha preferito spostare il tiro cercando di garantire reddito ai nuclei familiari già costituiti e i giovani ne pagano il prezzo più alto.

Allora qual è il consiglio, andare all’estero?

Certo se si sa ha l’opportunità di fare esperienze fuori è un modo per investire su se stessi. Nell’immediato si deve crescere e trovare forme che agevolino l’inserimento al lavoro.

Il governo dunque fa poco?

Fa quello che può con le risorse a disposizione. Anche se non si può dire che in questa fase si investa molto in politiche a favore dei giovani.

Botta e risposta Belisario-Latronico sul nucleare: è scontro tra i senatori lucani.
Il primo contesta al ministro Romani di essere stato evasivo sulla destinazione del sito di Rotondella e il secondo gli replica che in questo modo sta strumentalizzando una vicenda delicata
Botta e risposta Belisario-Latronico sul nucleare: è scontro tra i senatori lucani 07/04/2011 «In mancanza di risposte, di chiarezza e di trasparenza da parte del governo sarò costretto a rivolgermi all'autorità giudiziaria perchè i cittadini hanno il diritto di sapere cosa sta succedendo al sito Trisaia di Rotondella». Lo ha detto il presidente dei senatori dell'Italia dei Valori, Felice Belisario, durante il question time di oggi con il ministro per lo Sviluppo economico. «Romani - riferisce l'esponente dell'Idv - ha semplicemente accennato, in pochi secondi, a una generica ed evasiva ricerca di un sito sicuro. Eppure la mia domanda era chiara: il governo intende fare di Rotondella il sito per il deposito delle scorie nazionale? Se Romani non avesse avuto la coscienza sporca avrebbe detto di no. Invece ha taciuto». Belisario ricorda «che la Basilicata non può in nessun modo ospitare nè centrali nè tanto meno depositi di scorie perchè è zona sismica, come del resto quasi tutta l'Italia». «Per fortuna - conclude - il 12 e 13 giugno gli italiani diranno no a questa follia voluta da un governo ormai con le toppe al sedere». «Rincresce constatare che il senatore Felice Belisario abbia scelto la strada dell'allarmismo psicologico a danno dei lucani per affrontare questioni serie e delicate come quella che riguarda la messa in sicurezza del materiale nucleare custodito nell'impianto Trisaia di Rotondella». Gli risponde il senatore del Pdl, Cosimo Latronico. «Piuttosto che sollecitare una rapida realizzazione dei lavori programmati come richiesto da tutte le forze responsabili della regione - spiega - il senatore Belisario si produce in un sforzo teso a divulgare interpretazioni errate delle dichiarazioni del ministro Romani che ha invece assicurato l'Italia che si lavorerà con razionalità e seguendo protocolli scientifici per mettere in sicurezza il materiale nucleare a cominciare da quello presente da anni in Trisaia. È davvero sconvolgente constatare il cinismo con cui si strumentalizzano vicende drammatiche come l'incidente nucleare in Giappone, non per promuovere giuste e pacate riflessioni che devono riguardare il mondo ed i suoi modelli di sviluppo, ma per alimentare paure e preoccupazioni tra la gente. La Basilicata può stare tranquilla, come è stato più volte dichiarato, che non ci sono le condizioni per realizzare in terra lucana il deposito unico nazionale, ed i lucani devono anche sapere che il governo nazionale si muove con responsabilità ed avvedutezza nell'affronto di queste materie,d'intesa con l'orientamento che i Paesi europei sono chiamati ad assumere e tenendo conto della volontà delle comunità regionali come del resto prevede la normativa vigente. I lavori programmati per il sito di Rotondella serviranno solo a mettere in sicurezza i rifiuti presenti nella struttura com'è espressamente specificato nella richiesta di autorizzazione presentata alla Regione Basilicata ed al Comune di Rotondella.
Dal quotidiano di Basilicata

giovedì 7 aprile 2011

PierAngelo Bertoli - A muso duro



Cari Lettori
lo sforzo informativo che la Regione Basilicata sta mettendo in campo in questi ultimi mesi mira a due obiettivi: mostrare “il Palazzo” in modo quanto più trasparente, rendendo il più possibile accessibili ai cittadini le informazioni su quanto avviene all’interno e dare alla Basilicata una “voce” anche a livello nazionale per confrontarsi con altre istituzioni, in periodo di federalismo, ma anche con grandi player nazionali, come avviene, ad esempio, quando si parla di petrolio confrontandosi con compagnie la cui “potenza” comunicativa è evidente.
Una scelta di trasparenza dettata dai vertici della Regione che ha portato, da ultimo ieri, a rendere immediatamente fruibili dati e informazioni su quanto successo al Centro Oli di Viggiano.
Che questo non piaccia a tutti è più che comprensibile, naturale. Ma sarebbe interessante capirne il perché. Con le scelte fatte, la Regione sostiene la funzione di controllo dei giornali rispetto alla pubblica amministrazione, aumentando il numero di informazioni disponibili, limitandone, invece, il potere di intermediazione, vale a dire quello di rivendicare un merito solo per il dare o meno visibilità a qualcosa. Un potere non di poco conto e una funzione, quella “delegata” di trasparenza che costava non poco alla Regione.
Contro questo sforzo si è schierato (facendo una vera e propria campagna di stampa) un quotidiano che, nei cinque anni precedenti a questa scelta, pur essendo quello coi numeri di vendite e lettori più bassi, e l’unico a non averli certificati, aveva incassato più pubblicità di tutti, addirittura più degli altri due concorrenti sommati, una situazione che, invece, da due anni a questa parte si è riequilibrata sommandosi ad una radicale complessiva riduzione delle risorse investite in pubblicità. Questo mentre anche richieste di affidare non più a giornalisti lavoratori autonomi, ma a editori televisivi la realizzazione dei servizi Tv per il Tgweb di Basilicatanet non ha trovato accoglimento, in nome dell’autonomia della testata e del diritto dei colleghi a lavorare autonomamente.
Parallelamente a queste scelte è cresciuta un’attenzione anomala che non punta sull’ente ma sul suo ufficio stampa, anche ospitando opinioni di qualche anonimo “brigante” (così si firma) di cui sarebbe cosa utile conoscere l’identità per scongiurare i dubbi che le argute osservazioni e votazioni agli altrui cervelli non siano dettate da qualche risentimento, o peggio interesse.
Quanto qui riportato viene esposto per dovere di trasparenza nei confronti dei Lettori senza, invece, in alcun modo volersi sottrarre a tutte le attività di controllo che gli organismi della Regione Basilicata intendono mettere in atto, legittimamente e apprezzabilmente e per le quali, nelle opportune sedi, saranno fornite tutte le delucidazioni del caso.

Giovanni Rivelli
Direttore Ufficio Stampa Giunta Regionale - Basilicatanet

Meglio schiavo in Egitto che precario in Italia.

Barconi di disperati arrivano ogni giorno sulle coste egiziane. Sognano di andare in Israele e da lì partire per gli Stati Uniti ricongiungendosi ai milioni di connazionali emigrati. Provengono da ogni parte d'Italia. Una nazione distrutta dal default economico e dalle radiazioni della neonata centrale nucleare di Caorso. Sbarcano sulle spiagge di Alessandria e di Damietta stravolti dal viaggio con la Gazzetta dello Sport di tre giorni prima. Si sono imbarcati pagando migliaia di euro ai mercanti di uomini a Genova, Napoli, Palermo, Cagliari, persino da Stromboli dove il vulcano si è risvegliato.
Il governo egiziano ha predisposto campi reticolati in un'area semi desertica dove si affollano ormai decine di migliaia di clandestini. Alcuni, sotto gli occhi impietriti degli egiziani, hanno scavalcato le recinzioni e sono fuggiti verso la libertà. La polizia li ha inseguiti con i cammelli. Proteste dei contadini di Tanta per gli italiani che si sono arrampicati sulle piante di datteri e hanno cominciato a mangiarli. Lo stesso è avvenuto a Helwan in una piantagione di banani. Gruppi locali hanno aperto la caccia al clandestino.
Il primo ministro egiziano si è recato ad Alessandria a rassicurare gli abitanti e ha comprato una villa sul mare come dimostrazione di buona fede. Il ministro dell'Interno è volato a Roma a chiedere al Papa, unica autorità rimasta in Italia, di farsi carico dei cattolici che hanno invaso l'Egitto. Il Papa ha risposto che pregherà per loro. Migliaia di italiani si trovano nel golfo di Aqaba, dopo aver attraversato a nuoto il Mar Rosso, diretti a Tel Aviv. Israele non è disposta ad accoglierli e ha protestato ufficialmente con la Lega Araba. Il ministro per le Riforme egiziano ha proposto di naturalizzare gli italiani come palestinesi e spostarli con la flotta nella striscia di Gaza. Dopo una lunga negoziazione con Veltroni, che si è auto eletto capo dei diversamente profughi, la proposta è stata rifiutata per paura dei bombardamenti amici, frequenti in quella zona. Il ministro delle Riforme egiziano non si è dato per vinto e ha emanato un decreto per la circoncisione di tutti i clandestini infedeli sul territorio egiziano.
Molti sfollati sono impiegati come schiavi in nero nella ricostruzione della Piramide di Cheope. Intervistati dalla CNN hanno dichiarato che non vogliono tornare più in Italia. In Egitto sono pagati meglio, non corrono il rischio di morire sul lavoro e l'aria è migliore. Un cartello inquadrato dalla televisione riporta "Meglio schiavo in Egitto che precario in Italia".
Fonte : il blog di Beppe Grillo
Filosofi in guerra
Quoi de mieux, in tempi di smaccati interessi materiali contrapposti e in assenza di un reale dibattito pubblico che coinvolga il governo italiano (impegnato a difendere l’orgia del potere), di uno scambio tra filosofi di livello internazionale sulla presunta necessità dell’intervento militare in Libia? In un articolo pubblicato su Libération il 28 marzo, Jean-Luc Nancy difende le operazioni occidentali. Gli insorti di Bengasi, spiega, ci chiedono di sconfiggere il “vile assassino” Gheddafi, e l’Occidente è chiamato ad assumersi la responsabilità politica dell’auspicato cambiamento. Nancy ritiene che gli argomenti sollevati dai non-interventisti – i possibili rischi collaterali dell’operazione, i sospetti relativi ai reali interessi in gioco, il principio di non-interferenza nel dominio riservato degli stati e anche il peso del (recente) passato coloniale – non valgano più, di fatto, nell’attuale mondo globalizzato, che svuota di senso il principio di sovranità, e nel quale è anzi necessario “reinventare il vivere insieme, e prima di tutto lo stesso vivere”. Sarebbe questo, in ultima istanza, ciò che i popoli arabi ci costringono a riconoscere. Di qui la necessità dell’intervento, per proteggere i rivoltosi dalle grinfie sanguinarie di Gheddafi. In seconda battuta, ma solo in seconda, i popoli occidentali (noi tutti) dovrebbero agire in modo tale da neutralizzare gli interessi petroliferi, finanziari, e quelli dei mercanti della guerra, che hanno condotto e mantenuto al potere “puppets” come Gheddafi.

La risposta a Nancy giunta da uno stupefatto Alain Badiou è degna della massima attenzione. Primo, ricorda Badiou, in Libia non si è assistito a una rivolta popolare del tipo di quelle egiziana e tunisina. In Libia non vi è traccia di documenti e di vessilli di protesta dello stesso carattere di quelli utilizzati in Egitto e Tunisia, e tra i ribelli libici non si osservano donne. Secondo, è dall’autunno che i servizi segreti britannici e francesi organizzano la cacciata di Gheddafi; di qui (terzo argomento) la presenza di armi di origine sconosciuta a disposizione dei rivoltosi libici, e del consiglio rivoluzionario immediatamente formatosi in sostituzione del governo del raiss. Quarto: esplicite richieste di aiuto sono giunte alle potenze occidentali, in Libia ma non negli altri paesi arabi in rivolta. L’obiettivo dell’Occidente è palese, secondo Badiou: “trasformare la rivoluzione in una guerra”, sostituire i rivoltosi con le armi (armi pesanti, mezzi militari, istruttori di guerra, caschi blu), così da permettere al “dispotismo del capitale” di “riconquistare” l’effervescente mondo arabo. Altrimenti come potrebbero, si domanda Badiou e domandiamo noi al nostro regime, quegli stessi capi di governo occidentali amici di Gheddafi operare un simile voltafaccia?

Ma allora, come sempre, che fare? Se anche – e siamo lontani dall’esserne persuasi – la motivazione umanitaria fosse sufficiente per giustificare l’intervento, come sostiene Peter Singer richiamando il disastro del Rwanda, non si può nascondere (è Singer stesso a ricordarlo) che la risoluzione dell’Onu non autorizza all’intervento militare. In ottica utilitaristica ma nella sua versione consequenzialista, i rischi collaterali contano eccome. Non sarebbe stato meglio tentare di ottenere il risultato sperato adottando misure deterrenti e sanzioni di elevata efficacia, puntando proprio (e unicamente) sulle ragioni umanitarie dell’opposizione a Gheddafi? La soluzione di Nancy è poi del tutto insoddisfacente: perché attendere (che l’intervento militare abbia successo) per impedire (in seconda battuta, appunto) il ritorno dei sordidi interessi materiali sulla scena politica? Così facendo, ci si piegherebbe alla volontà occidentale, spiega Badiou, di reprimere il carattere “inatteso e intollerabile” (per i signori della guerra occidentali) della rivolta egiziana e tunisina, “l’autonomia politica” e “l’indipendenza” dei rivoltosi arabi.

Badiou ha ragione: come scrivevo in questo blog qualche post fa, il mondo multipolare ha le sue esigenze. Non basta ricordare che l’imperialismo occidentale dei tempi della guerra fredda e degli anni immediatamente successivi non può più ambire a dominare il mondo. La vera rivoluzione giungerà quando l’Occidente avrà imparato a fare un passo indietro, ad accettare la differenza, a capire che il concetto di sovranità è ancora più importante, ora che il mondo è globalizzato. Quello di Nancy è un errore logico: è proprio il mondo che vorremmo, la società (internazionale) nella quale vorremmo vivere, per usare le parole scritte da Singer in altri saggi, che ci chiama a rivisitare i tradizionali criteri della logica interventista. E il mondo nel quale vorremmo vivere, oggi e domani, non è quello di Sarkozy e Cameron, ma uno che i paesi arabi, così come quelli dell’America Latina e quelli asiatici, siano legittimati a costruire in posizione di indipendenza e di pari diritti rispetto alle nazioni occidentali.

La posizione di Petrone di Sinistra Ecologia e Libertà  sulla vicenda " CENTRO OLI DI VIGGIANO"


L’incidente avvenuto nel centro oli di Viggiano, con la conseguente intossicazione di 21 operai, ripropone l’esigenza di un ripensamento del sistema dei controlli ambientali in Basilicata.
Una riflessione approfondita e doverosa sulla qualità e la gestione della rete dei controlli ambientali, e sulla necessità di un suo ampliamento.
La commissione d’inchiesta proposta al presidente De Filippo è cosa utile, ma ciò che occorre è l’urgente attivazione dell’osservatorio ambientale regionale e la valutazione dei tempi e dei modi di coinvolgimento dei livelli istituzionali, previsti dallo statuto regionale.
Su queste tematiche è anche diventato urgente una discussione in sede politica sulle strategie ambientali regionali, ed in particolare su importanti questioni ancora irrisolte: strategie energetica regionale che puntino sulle fonti rinnovabili; piano tutela delle acque; gestione del sistema dei rifiuti; uso e tutela del territorio.
Il confronto avvenuto in consiglio regionale sui rapporti Regione – Governo in merito alle estrazioni petrolifere evidenzia lutazioni diversificate nella maggioranza che dovrebbero rappresentare l’oggetto di un confronto politico tra i partiti della coalizione, che hanno il dovere di decidere le scelte future.

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